Le pieghe del reale e la verità perduta

Recensione di “Memorie del presbiterio” di Emilio Praga e Roberto Sacchetti

Emilio Praga, Roberto Sacchetti, Memorie del presbiterio, Mursia

Richiami manzoniani nella scelta dei luoghi e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, una struttura narrativa volutamente articolata che tuttavia rispetta con una diligenza perfino eccessiva stile e tecnica prima del romanzo d’appendice e poi del mystery, uno svolgimento sapiente della storia, che riserva non pochi colpi di scena, pagina dopo pagina cresce in tensione ma anche quando è prossima allo scioglimento finale continua a sfuggire al lettore, quasi fosse materia di un sogno, o forse di un incubo. Memorie del presbiterio, degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti (il primo lasciò il lavoro incompleto a causa della morte prematura, l’amico lo concluse ma non fece in tempo a vederne l’uscita in volume – il romanzo, nel frattempo, era stato pubblicato a puntate sulla rivista Il Pungolo – perché anch’egli si spense in giovanissima età, a soli trentaquattro anni), nel panorama letterario italiano occupa un posto a sé. Sembra un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura nella misura in cui lo sono gli autori ma nulla più; piacevole, coinvolgente perfino (come devono esserlo i “gialli” degni di questo nome), ma sempre a un livello poco più che superficiale, adatto – o meglio adattato – a gusti tutto sommato semplici, elementari. E indubbiamente è tutto questo, ma non è qui che il romanzo si esaurisce, è vero invece il contrario: Memorie del presbiterio si offre a una lettura immediata, a un consumo ingenuo, ma nel modo in cui racconta, nel dipanarsi progressivo della trama – che procede in parallelo con la reale scoperta dei personaggi, in principio presentati in un determinato modo e poco alla volta svelati, smascherati – affronta un tema centrale, quello della verità, della possibilità di conoscerla e di esprimerla. Continua a leggere Le pieghe del reale e la verità perduta

Nel freddo mistero di Vienna

Recensione di “Qualcuno alla porta” di Geoffrey Holiday Hall

Geoffrey Holiday Hall, Qualcuno alla porta, Sellerio

Una gelida atmosfera di paura. Una minaccia sorda che sembra essere ovunque, che ristagna come nebbia lungo le strade, invade l’illusoria quiete degli appartamenti, avvelena le conversazioni, corrompe le confessioni e i segreti trasformandoli in ricatti. Una presenza obliqua, sfuggente eppure concreta, imposta dal momento presente, dalla situazione, dallo stato dei fatti e insieme nuova, altra, creata ad arte, studiata, adattata a particolari esigenze, messa a punto nel mondo in cui si mette a punto un’arma: con metodo, pazienza, precisione e in vista di un ben preciso fine. È la paura, evocata fin dalle primissime righe, la protagonista di Qualcuno alla porta, thriller, spy story, romanzo d’avventura e perfino mystery, opera dello scrittore statunitense Geoffrey Holiday Hall. Egli la evoca sia nel particolare, ricorrendo a sapienti descrizioni d’ambiente, sia a livello generale, scegliendo come teatro narrativo della sua storia la città di Vienna nell’immediato secondo dopoguerra e conducendo il lettore nella sua labirintica scacchiera burocratico-militare fatta di zone di influenza (e di conseguenti zone proibite) all’interno delle quali le potenze che avevano sconfitto il nazismo erano libere di spadroneggiare e soprattutto di spiarsi l’un l’altra con ogni mezzo. Continua a leggere Nel freddo mistero di Vienna

Atene, città di delitti

Recensione di “Aristotele detective” di Margaret Doody

Margaret Doody, Aristotele detective, Sellerio

Ammettiamolo, il panorama di investigatori, poliziotti e detective letterari è a dir poco affollato. Basta stilare un breve elenco dei più noti per rendersene conto: Sherlock Holmes, Poirot, l’infallibile dilettante Miss Marple, il burbero commissario Maigret, il tormentato Marlowe, Perry Mason, l’avvocato difensore che nessun pubblico ministero vorrebbe affrontare in aula, il raffinato Nero Wolfe (e come dimenticare l’Auguste Dupin di Edgar Allan Poe, il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton, l’inflessibile Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco e il geniale don Isidro Parodi inventato da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares?). Non è facile, dunque, per chi scrive gialli, imporre all’attenzione del pubblico i propri personaggi; chi c’è riuscito si è affidato alla qualità della scrittura e a intrecci di grande spessore (Dennis Lehane), alla descrizione di una realtà sorprendente, spiazzante (la Svezia inquieta e inquietante di Henning Mankell), all’originalità dell’ambientazione (l’Istanbul ottocentesca di Jason Goodwin). Continua a leggere Atene, città di delitti

L’orso e il micio

Recensione di “Corpi al sole” di Agatha Christie

Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori
Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori

«Il mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, madame. Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi di ogni forma e colore… e ognuno deve combaciare con gli altri. Alle volte, poi, succede quello che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio». Così Hercule Poirot, l’infallibile investigatore creato da Agatha Christie, riassume, in Corpi al sole, il proprio metodo di indagine. Si tratta, egli spiega, di ricostruire un puzzle, le cui tessere sono da una parte il crimine perpetrato, dall’altra i possibili colpevoli. Poirot è in vacanza in una splendida isola, e l’ambiente in cui si muove è quello consueto (sempre riproposto, con insignificanti variazioni, dall’autrice nei romanzi di cui è protagonista), raffinato quando non smaccatamente ricco, e frequentato da uomini e donne della borghesia più agiata.

Ma anche in uno scenario idilliaco, che niente sembra essere in grado di turbare o sconvolgere, si annida il male, e il nostro detective, all’indomani del misterioso omicidio di un’ex attrice, sposata da poco a un uomo integerrimo e nota a tutti per il vezzo di collezionare amanti, viene invitato a collaborare con la polizia locale per cercare di risolvere l’enigma. O, per dirla con le sue stesse parole, per ricostruire il puzzle.

“Una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero”, dice Sherlock Holmes (altra geniale mente investigativa citata a più riprese, e non senza un pizzico di compiaciuto humour, nelle pagine di questo delizioso mystery) al suo amico e compagno d’avventure Watson, e a questa saggia massima anche Poirot, impareggiabile studioso della natura umana, si attiene; sfortunatamente per lui, però, a giudicare dalle testimonianze raccolte dopo l’omicidio e dalle ricostruzioni che, basandosi su di esse, è lecito ipotizzare, nulla di ciò che dovrebbe essere vero risulta possibile.

In parole povere, sembra che tutti gli ospiti dell’albergo siano in possesso di alibi inattaccabili; di più, per alcuni di loro, l’alibi è rappresentato dallo stesso Poirot. Che fare dunque? Come muoversi? In che direzione orientare l’inchiesta? Come in ogni giallo classico che si rispetti, anche qui gli indizi che la Christie dissemina (a volte scopertamente, a volte con magistrale abilità, facendo passare ciò che scrive come un semplice accidente del racconto, una nota quasi superflua) conducono il lettore lontano da Poirot; le informazioni che raccoglie egli le sistema in un quadro che custodisce gelosamente, senza condividerlo con nessuno.

È un muto ragionare il suo, un continuo fabbricar pensieri che di tanto in tanto esplode in domande in apparenza prive di senso (quanto può essere importante, per esempio, appurare se qualcuno, la mattina del delitto, abbia o meno fatto un bagno? Eppure…) ma che nel suo infaticabile procedere finisce sempre per scovare la verità, non importa quanto in profondità sia stata nascosta.

E allora ecco che il metodo Sherlock Holmes torna a galla e si riflette in quel che Poirot definisce un “semplice ragionare”, che altro non è se non l’ostinato condurre le proprie riflessioni lungo un filo logico che vede nel sospettato più probabile il colpevole più probabile; agli inganni di Agatha Christie, ai suoi personaggi presentati in modo da offrire, ciascuno a proprio modo, il destro a “presunzioni di colpevolezza” invece che d’innocenza, all’intreccio di casualità che sembrano cospirare contro l’uno o l’altro dei presenti, al canto di sirena dell’illusione della verità, Poirot replica con la severa linearità del suo intelletto, con il suo acume che nulla lascia all’arbitrarietà dell’intuizione improvvisa ma tutto vaglia con precisione estrema, facendo emergere ogni falsa pista, ogni menzogna, ogni tranello. E il risultato è il colpo di scena, la sorpresa, la soluzione che lascia tutti (colpevole per primo) a bocca aperta: «Ho già detto una volta che la mia mente lavora nel modo più semplice. Fin dal principio ho ritenuto che l’assassino di Arlena Marshall fosse “il più indiziato”. E il più indiziato era […]».

Elegante, prezioso, a tratti divertente, piacevole dalla prima all’ultima pagina, Corpi al sole è uno dei tanti gioielli nati dalla penna e dalla genialità di Agatha Christie. Incantevole come l’isola nel quale è ambientato e appassionante come il delitto che vi commette.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Alberto Tedeschi. Buona lettura.

Quando il capitano Roger Angmering costruì una casa nell’anno 1782 sull’isola al largo di Leathercombe Bay, tutti lo giudicarono un eccentrico. Un uomo di buona famiglia come lui avrebbe dovuto avere una dimora decorosa circondata da prati spaziosi, magari con un terreno attraversato da un fiumicello. Ma il capitano Roger Angmering aveva un solo amore, il mare. Si costruì dunque quella casa, solida come doveva essere, su un piccolo promontorio spazzato dai venti e isolato dalla terraferma a ogni alta marea.

Di fronte al baratro

Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi Editore
Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi Editore

“Molti anni fa mi ritrovai nella tribuna pubblica della Corte di giustizia per assistere a un processo penale che si stava svolgendo a Londra. Nell’assistere al procedimento […] fui colpito dalla drammaticità con cui la Corte esaminò e ricostruì il caso, dopo aver ascoltato a turno ogni testimonianza. Mi resi conto di essere sempre più interessato nel vedere ogni testimone alzarsi in piedi e rilasciare la propria dichiarazione, mentre tutti gli anelli si univano a formare una catena di prove inconfutabili; vidi che la cosa aveva lo stesso effetto sulle persone intorno a me, e che l’interesse cresceva man mano che la catena si allungava, si tendeva e si avvicinava a ciò che, in tutta quella storia, era il punto saliente. «Sicuramente», pensai, «si potrebbe raccontare una serie di avvenimenti in questo modo; si potrebbe essere convincenti nei confronti del lettore, usando gli stessi mezzi impiegati qui, trasmettendo la stessa partecipazione che ho visto nascere con il succedersi delle testimonianze, così diverse nella forma, eppure così assolutamente simili in quei contenuti che conducono alla medesima conclusione». Più ci pensavo, più mi sembrava che sperimentare un tale metodo si sarebbe rivelato un successo. Così, al termine dell’udienza, rientrai a casa, determinato a cimentarmi”. Con queste parole Wilkie Collins, autore de La donna in bianco, complesso e fascinoso mystery pubblicato a puntate nel biennio 1859-60 sulle colonne del settimanale All the Year Round fondato da Charles Dickens, descrive genesi e architettura narrativa del suo lavoro; un dramma cupo, intricato, ricchissimo di colpi di scena, di false verità, di segreti innominabili; un labirinto oscuro disseminato di passioni, inganni, devozioni cieche e calcolate lealtà; un’odissea tragica e tumultuosa, segnata dai moti opposti dell’amore e dell’odio, della viltà e del coraggio, dell’ostinata, disinteressata nobiltà d’animo e dell’egoistica cura di opachi interessi particolari. Lungo il profilo preciso e (almeno in apparenza) semplice di un racconto a più voci, che si compone delle testimonianze di tutti gli attori coinvolti e opportunamente ne sottolinea, in vista dello scioglimento finale, le convergenze, Collins si dimostra scrittore di superbo talento; sempre attento all’eleganza dello stile, alla bellezza e alla musicalità della prosa, al pieno rigoglio estetico di ogni frase, egli impreziosisce la grazia delle sue pagine – che lasciata a se stessa si esaurirebbe in impalpabili volute deleganza – con il disegno dei personaggi (tutti perfettamente connotati, descritti con impareggiabile maestria nel carattere, rappresentati con puntualità in ogni sfumatura psicologica, e rivelati, nelle debolezze e nelle eccentricità, da squisiti ritratti carichi di humour e di brillante, irresistibile perfidia) e con un intreccio mozzafiato, che non concede tregue. Il quieto splendore della campagna inglese, e la sonnolenta raffinatezza delle sue dimore patrizie, fanno da sfondo a una torbida storia di paure e vendette che ruota attorno a uno scambio di persona e che, in ossequio al limpido universo etico dell’età vittoriana e alle regole del romanzo inglese ottocentesco, si consuma nella notte distinzione tra bene e male, assoluti incarnati dalle azioni e dai moventi dei protagonisti: l’umile insegnante di disegno Walter Hartright, acceso d’amore per la sua allieva, la timida e debole Laura, promessa sposa di Sir Percival e vittima di un terribile complotto; Marian Halcombe, sorella di Laura, fiera, indomita, pronta a tutto pur di proteggere colei che più ama al mondo; il pavido egoista Mr Fairlie, tutore delle due sorelle, malato immaginario che vive segregato nelle proprie stanze, circondato da tesori artistici di ogni sorta, e rifugge qualsiasi contatto con il prossimo, potenzialmente letale per i suoi “nervi” già drammaticamente scossi; lo stesso Sir Percival, spirito senza pace le cui intemperanze caratteriali non valgono a celare, se non maldestramente, un passato fitto d’ombre e delitti, e il suo amico italiano, il corpulento conte Fosco (senza alcun dubbio uno dei personaggi più felici e interessanti dell’opera), uomo di vastissima cultura e di diabolica astuzia, abilissimo manipolatore d’uomini nonché ingegnosa mente criminale cui si deve l’elaborazione del tranello nel quale finisce la povera Laura; e infine Anne Catherick “la pazza” (la donna in bianco del titolo), sosia di Laura, fuggita dal manicomio nel quale (per ragioni che l’autore poco alla volta svelerà) era stata rinchiusa e decisa a punire chi l’ha condannata a quell’ingiusta detenzione.

A legare tra loro tutte queste figure (e altre ancora, il cui esiguo spazio all’interno del romanzo nulla toglie alla precisione con la quale vengono tratteggiati), un enigma quasi inspiegabile, un mistero che sembra non avere soluzione e che Wilkie Collins compone come fosse un puzzle, disseminando le sue pagine di indizi, spesso celati in informazioni a prima vista di nessun valore. L’oziosa riflessione su un comportamento o su una parola detta o taciuta, l’affrancatura di una lettera, la destinazione di un’innocua passeggiata, un sospetto malriposto; ogni cosa, nella scrittura di Collins (sovrabbondante di dettagli e nonostante ciò mai fuori misura), può essere utile a far luce su un aspetto della storia, contribuire all’accertamento del vero, e allo stesso tempo può condurre fuori strada, vanificare gli sforzi compiuti.

Tesi sul baratro dell’ignoto e del fallimento, la giustizia negata, il gioco crudele dello scambio d’identità, il tormento di una ricerca che pare destinata a non trovar riposo né soddisfazione, spettri impegnati in una macabra danza, danno vita, nel suggestivo narrare di Wilkie Collins, a un ipnotico incubo a occhi aperti che dalla prima all’ultima riga non smette di coinvolgere, avvincere, emozionare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Fazi, è di Stefano Tummolini. Buona lettura.

Era l’ultimo giorno di luglio. La lunga estate calda volgeva al termine, e noi, stremati pellegrini del selciato di Londra, cominciavamo a pensare all’ombra delle nuvole sui campi di grano, e alle brezze d’autunno in riva al mare. Quanto a me, quel che restava dell’estate mi lasciava senza forze, senza allegria, e, a dire il vero, anche senza soldi. Nel corso di quell’anno non avevo amministrato i miei guadagni con la solita attenzione; e la mia prodigalità ora mi condannava a un autunno da trascorrere all’insegna del risparmio, dividendomi tra il villino di mia madre a Hampstead e il mio modesto appartamento in città.

Dopo la guerra, la guerra continua

Hervé Le Corre, Dopo la guerra, E/O
Hervé Le Corre, Dopo la guerra, e/o

La ferocia può avere il volto del gelido vento d’inverno, somigliare a una maligna corrente d’aria che soffia senza sosta e bracca uomini e cose penetrando dappertutto, trasformando ogni goccia di pioggia in un velenoso stiletto di ghiaccio, cristallizzandosi come un maligno incantesimo nei rivoli d’acqua sporca disseminati a ridosso dei marciapiede. Oppure esplodere nell’infuocato bagliore dell’estate, frastornare i pensieri, confondere le emozioni, sciogliere volontà nello splendore implacabile di un cielo privo di nubi, annebbiare i sensi e prostrare i corpi nel dardeggiare violento della luce, in quell’uniforme, lattiginoso biancore che rende ciechi. La ferocia può avere i contorni indistinti della memoria, sibilare roca nel sussurro amaro del rimorso, ferire, colpire con accanimento selvaggio nel crudele, insopportabile corto circuito di un rimpianto che non si riesce in alcun modo a far tacere, martellare cuore e viscere nel galoppare folle di una fantasia, nella contemplazione atrocemente sterile di una seconda possibilità, di un vissuto alternativo capace di salvare dalle viltà, dalle crudeltà inflitte e subite, dalle menzogne dette e sopportate, dalle terribili conseguenze delle scelte compiute. La ferocia abita nei volti sofferti e sprezzanti dei poliziotti e dei criminali, riverbera nei segreti custoditi dalle loro donne, si indovina nelle scomode eredità trasmesse ai figli; la si percepisce nel rantolo di una città sopravvissuta a stento all’incubo del secondo conflitto mondiale e alla barbarie dell’occupazione nazista e incapace di ritrovare la dignità perduta; e come un’antica maledizione torna nel precipitare di un’intera nazione fino in fondo all’abisso di una nuova guerra, nell’opaca rivendicazione di un diritto che è solo sopraffazione, bisogno di un nemico contro il quale scagliarsi. La ferocia, destino condiviso di generazioni di vinti, di vivi che in nulla si distinguono da coloro che sono già morti, è il filo conduttore etico e narrativo dell’intenso e dolente Dopo la guerra di Hervé Le Corre, un noir di trascinante splendore che nel ritmo serrato di una vendetta ossessivamente inseguita e perseguita riflette con coraggio e piena onestà intellettuale sul nostro passato prossimo (il dilagare del nazismo in Europa, gli orrori delle deportazioni forzate e dei campi di concentramento, l’infamia del collaborazionismo nei Paesi occupati, l’epurazione seguita alla sconfitta del regime hitleriano e le sue molte, troppe amnesie, la “sporca guerra” francese d’Algeria e le giovani vite che consuma) e su quanto la sua ombra lunga, così densa di miserie e tragedie, si allunghi sul nostro oggi e pregiudichi il domani ancora da costruire.

Nel confronto tra i protagonisti principali del romanzo – da una parte il corrotto commissario Darlac, compromesso con il sistema di potere instaurato dai tedeschi, arricchitosi con le delazioni e il sequestro dei beni confiscati agli ebrei rastrellati e condotti ai campi di sterminio, dall’altra il sopravvissuto Jean Delbos, tradito proprio dall’ex amico Darlac, che gli aveva promesso protezione, costretto ad abbandonare il figlio piccolo e ad assistere alla morte della moglie, deportata come lui, miracolosamente scampato alla macchina della morte nazionalsocialista e tornato per regolare i conti – nell’esasperata violenza di una città (Bordeaux, alla metà degli anni cinquanta) schiava del compromesso, cresciuta come un fiore malato nel fango della brutalità e dell’odioso arbitrio della legge del più forte, lo scrittore francese dà corpo a una realtà d’incubo per la quale ogni redenzione è ormai impossibile. I quartieri feriti dalle bombe alleate, i muri crivellati di proiettili, i palazzi sventrati, le strade sconnesse e maleodoranti e la derelitta umanità che in quella teoria d’orrori e meschinità si sforza di muoversi e respirare sono un girone d’inferno, un lago di cenere e melma nel quale annega ogni residuo d’umanità, di pietà, d’amore. In una Francia incapace di smettere di combattere e uccidere Bordeaux non è che un terreno di scontro tra gli altri, un teatro in rovina all’interno del quale conta solo vivere (o illudersi di essere vivi), non importa a quale prezzo. La ferocia, e la colpa che la scatena, sono la sostanza letteraria e tematica di un’opera meravigliosa e terribile, impreziosita da uno stile raffinato e nel medesimo tempo essenziale, capace di colpire tanto per splendore espressivo quanto per profondità e sottigliezza argomentativa: il ritmo serrato dei dialoghi, le magistrali descrizioni d’ambiente, i complessi ritratti psicologici dei personaggi, le cui contraddizioni, debolezze ed eroismi emergono poco alla volta, evocate dal procedere degli eventi, il perfetto intersecarsi dei piani temporali e degli scenari (il campo di concentramento, Bordeaux prima e dopo la guerra, Parigi, nel cui abbraccio Jean è in qualche modo riuscito a tornare alla vita, l’Algeria, dove finisce Daniel, il figlio di Jean, chiamato a combattere una guerra che non gli appartiene), fanno di questo romanzo un autentico gioiello, capace di superare di slancio i confini della letteratura di genere (peraltro impeccabilmente interpretata).

Eccovi l’incipit. La traduzione, per le edizioni e/o, è di Alberto Bracci Testasecca. Buona lettura.

L’uomo è sulla sedia con le mani legate dietro la schiena, in mutande e canottiera, immobile, con la mascella cascante e il mento sul petto, respira con la bocca. Dalle labbra spaccate gli cola un filo di bava sanguinolenta. Ogni volta che inspira il petto è scosso dai singhiozzi, forse conati di vomito. L’arcata sopraccigliare destra, spaccata anch’essa, gli sanguina sull’occhio gonfio, ridotto a una specie di uovo nerastro. Sulla fronte ha un enorme bernoccolo blu. Dalla faccia il sangue gli è sgocciolato sulla canottiera. Ce n’è anche per terra. L’unica illuminazione della stanza è la lampada appesa sopra il biliardo, che concede un cono di luce gialla e lascia in ombra il resto, cioè quattro tavolini tondi da bar con le sedie intorno, il segnapunti e la rastrelliera per le stecche.

Una tenace resistenza

Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, Newton Compton
Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, Newton Compton

“Arthur Conan Doyle sapeva come «fare paura» scrivendo. Lo aveva dimostrato nei suoi racconti del terrore, e con lo stesso stile si dedicò a Sherlock Holmes, per creare tensione, ansia, angoscia. Il mastino dei Baskerville, del resto, è «anche» un romanzo dell’orrore. Forse la modernità del Mastino, che ha permesso a questo libro di mantenere intatta la sua carica e la sua capacità di suscitare brividi, sta proprio nell’essere situato in un’interzona tra reale e fantastico […]. Quasi tutto il romanzo si dipana in un’atmosfera di cupo terrore, con l’impressione costante di avere a che fare con una maledizione ancestrale e con un pericolo inspiegabile annidato nel buio della brughiera. Invece, alla fine, siamo riportati alla realtà concreta. Una rivelazione attesa, perché sappiamo che Holmes non può accettare l’incredibile, deve a tutti i costi spiegare razionalmente i crimini con cui si confronta. Ma la forza del romanzo sta soprattutto in quell’atmosfera sospesa tra superstizione estrema e realismo: si resta affascinati dalla storia dei Baskerville proprio perché non si conosce la vera dimensione in cui si svolgono quelle morti, e si palpita per il sospetto che davvero, dalle paludi della Gran Bretagna, possa all’improvviso apparire un mostro a quattro zampe, con le fauci pronte a mordere e intento a lanciare ululati spaventosi”. Come ben spiega Fabio Giovannini nell’introduzione all’edizione de Il mastino dei Baskerville pubblicata da Newton Compton, è nella scommessa dell’ignoto, nel piano inclinato di una narrazione allo stesso tempo serrata e sfuggente, umbratile, che, come per un cortocircuito, si avviluppa mentre si dipana e finisce per essere d’inciampo a qualsiasi tentativo d’analisi, di ricostruzione, d’indagine conoscitiva e d’ipotesi esplicativa, che ha il suo maggior punto di forza la più celebre e amata avventura di Sherlock Holmes. Tra le pagine de Il mastino dei Baskerville, evocative, palpitanti, dense di suggestioni; nel fiammeggiante racconto di maledizioni senza fine che tormentano e dilaniano intere generazioni, l’infallibile detective privato di Baker Street si muove con evidente difficoltà, stretto nella fatica di una solitudine soltanto in parte figlia della sua eccezionalità, delle sue straordinarie doti deduttive; e così, per la prima volta, in modo impercettibile ma sostanziale, la sua figura cambia. Benché infatti anche questo romanzo, nel solco della tradizione “letterario-investigativa” delle opere precedenti, si apra con un esempio (che l’autore non a caso espone in tono semiserio) delle abilità investigative di Sherlock Holmes, l’intreccio si complica immediatamente, inoltrandosi in labirinti d’orrore e morte che sfiorano l’assurdo; in questo scenario completamente nuovo, l’unicità di Holmes ammirata tanto dai suoi compagni quanto dai suoi avversari, e da lui rivendicata con orgoglio, quella particolarissima capacità di leggere la verità in ogni più piccolo indizio, quella sovrabbondante intelligenza di uomini e cose, cessa di essere un macroscopico tratto di distintivo personale per trasformarsi in null’altro che in una luce tra le tante.

Al pari dei suoi compagni, infatti, ne Il mastino dei Baskerville Sherlock Holmes incarna la resistenza (tenace ma flebile, almeno fino allo scioglimento finale della vicenda) della ragione al prepotente avanzare delle tenebre dell’irrazionalità – “fino a oggi”, dichiara a un certo punto Holmes, quasi a voler scongiurare il verificarsi di fatti inspiegabili cui non crede ma che pure, come spettri, sembrano circondarlo, stringerlo d’assedio, “ho limitato le mie indagini a questo mondo […]. Nel mio piccolo, ho combattuto il male, ma affrontare addirittura il Signore del Male in persona sarebbe forse un compito troppo ambizioso” – e Conan Doyle ne racconta la battaglia con impareggiabile maestria stilistica; egli ci mostra frammenti di un Holmes inedito mentre lo dipinge secondo schemi consueti, cari ai lettori (e mai come in questo frangente rassicuranti); nei serrati scambi di opinione con l’inseparabile amico Watson, nell’arrogante sicurezza del suo sentenziare, nel dotto e compiaciuto riepilogare, a beneficio del pubblico del momento, i diversi momenti del suo percorso deduttivo, e nel far questo insieme al suo eroe ci offre un indimenticabile contesto da romanzo gotico: lo sconfinato silenzio della brughiera inglese, riflesso d’inferno, ciglio di un vertiginoso baratro dove anche la più solida delle volontà vacilla.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Newton Compton, è di Nicoletta Rosati Bizzotto. Buona lettura.

Sherlock Holmes, che generalmente scendeva molto tardi al mattino tranne che nelle non rare occasioni quando rimaneva alzato tutta la notte, era già seduto al tavolo della colazione. Mi fermai sul tappeto accanto al caminetto a raccogliere il bastone dimenticato la sera prima dal nostro visitatore. Era un bel bastone col pomo rotondo, del tipo comunemente chiamato «Malacca». Proprio sotto l’impugnatura c’era una larga fascia d’argento con l’iscrizione «A James Mortimer M.R.C.S. dai suoi amici del C.C.H.» e la data «1884». Era proprio il tipo di bastone adatto a un medico di famiglia vecchio stampo – dignitoso, solido, e rassicurante.

L’inconfondibile impronta di Smilla

Recensione de “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg

Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori
Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori

Nascere in una storia e sopravviverle. Essere il centro di un racconto ed esistere al di là di esso. Far parte di una serie di eventi e nello stesso tempo trascenderli, procedere oltre, perdurare nel tempo. Un nobile destino letterario (o se si vuole una preziosa forma d’eternità) toccato a un pugno di indimenticabili personaggi, magistrali creazioni dei grandi romanzieri d’ogni tempo: eroi tragici e oscuri come il dostoevskijano Raskol’nikov (l’assassino di Delitto e castigo), fiere figure femminili come Tess (protagonista dell’omonimo romanzo di Thomas Hardy), Anna Karenina, o la contessa Olenska disegnata da Edith Wharton nello splendido L’età dell’innocenza, simboli delle grandezze e delle miserie di ogni tempo e ogni luogo come il Dorian Gray di Oscar Wilde, e ancora ombre delle nostre più profonde inquietudini, come lo Winston Smith di 1984 di George Orwell, o il pompiere-piromane Montag immaginato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, e l’elenco potrebbe continuare.

Ma se, a ben guardare, non stupisce individuare, nella magnifica architettura narrativa di romanzi immortali, caratteri che abbiano la grandezza, il respiro e la profondità delle vicende narrate, che sappiano portare sulle spalle il peso dei dilemmi e delle riflessioni (sociali, politiche, etiche, religiose) che incarnano, può accadere di incontrare, tra le pagine di opere senza dubbio piacevoli, riuscite, e tuttavia limitate quanto a valore intrinseco, protagonisti in grado di brillare di luce propria, talmente forti e affascinanti da riassumere in sé l’intero impianto della narrazione e decidere della sua qualità. Così è, per esempio, per Smilla Jaspersen, l’ombrosa eroina de Il senso di Smilla per la neve, atipico e coinvolgente thriller dello scrittore danese Peter Høeg che al suo apparire, nell’ormai lontano 1992, venne salutato come il caso editoriale dell’anno.

Smilla (che fin dall’indovinato titolo del romanzo di Høeg calamita l’attenzione del lettore), inuit groenlandese per parte di madre (prematuramente perduta) e danese per parte di padre, vive a Copenhagen come un animale in forzata cattività. La sua marginalità sociale, rivendicata e difesa in ogni occasione, è espressione non tanto di un personale disordine quanto di un insopprimibile bisogno di indipendenza; Smilla vive soltanto alle sue condizioni, e a quelle stesse condizioni ama (non a caso è sola), si rapporta con gli altri, sceglie a chi dispensare la propria considerazione e il proprio affetto. Nata dal ghiaccio, del ghiaccio ha la lucente trasparenza, la durezza e l’imprevedibilità; nasconde le sue numerose fragilità in un’ostinata volontà di ribellione alle regole, a tutto ciò che il corpo sociale raccomanda e apprezza, ed è nella neve, nel suo elemento, e nelle tracce che gli uomini vi lasciano che lei legge (come gli psicologi nella gestualità, negli sguardi e nelle parole) i loro cuori, penetra nelle loro anime.

Così, quando la neve sembra rubricare la tragica morte del piccolo Esajas, figlio della vicina di casa di Smilla, vedova con problemi di alcolismo, come un incidente, la giovane e caparbia groenlandese, sconvolta da quel terribile avvenimento, interroga le impronte e giunge a una conclusione diametralmente opposta a quella risultante dalla superficiale indagine fatta dalla polizia: non di una fatalità si è trattato, non di un’accidentale caduta dal tetto di un palazzo ma di un omicidio, perché Esajas, quando è scivolato, stava disperatamente cercando di sfuggire a qualcuno, qualcuno intenzionato a fargli del male. La scoperta è per Smilla un’assunzione di responsabilità, la impegna come una promessa, e a essa, alla promessa di rendere giustizia alla memoria del suo piccolo amico e al dolore di sua madre, ella giura fedeltà, impegnandosi in una caccia al colpevole che la condurrà alla scoperta di una verità sconvolgente.

Non serve aggiungere altro a una trama notissima, che l’autore dipana con buon ritmo, sfoggiando una prosa ricca, suggestiva ed emotivamente intensa, di particolare incisività nelle descrizioni d’ambiente e, non ultimo, diretta ed efficace nei dialoghi diretti. Al di là di questi indubbi meriti, tuttavia, Il senso di Smilla per la neve resta semplicemente un buon romanzo, nulla di più, anche se, una volta conclusa la lettura, è impossibile non provare una punta di nostalgia per Smilla, e pensare, credere, sperare, augurarsi di poterla incontrare ancora, caparbia, disillusa, sofferente, coraggiosa, viva. E autentica.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Bruno Berni. Buona lettura e buone vacanze a tutti. Starò via anche io qualche giorno. Ci rivedremo nella seconda metà di agosto.

C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero, e nevica, e nella lingua che non è più la mia la neve è qanik, grossi cristalli quasi senza peso che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato.

L’edera folta dei rimpianti e dei rimorsi

Peter May, L'uomo degli scacchi. Einaudi
Peter May, L’uomo degli scacchi. Einaudi

Il cerchio si chiude e il dolore trova un perché, la flebile luce di una spiegazione che non ha il potere di colmare un vuoto né la forza di offrire conforto e tuttavia racconta una storia, unisce un principio a una conclusione, rimette al loro posto tutte le tessere di un tragico puzzle. Il cerchio si chiude, una stagione tramonta, e la vita, al di là degli anni irrimediabilmente perduti, folti d’edera di rimpianti e rimorsi, torna in folate di vento a reclamare il proprio indispensabile nutrimento di desiderio, speranza, felicità, a sognare seconde occasioni, a immaginare altre scelte, altre strade, possibilità mancate per un soffio. Il cerchio si chiude nell’eterna, silenziosa testimonianza di una natura splendida e indomabile, primordiale e incomprensibile, le cui tempeste furiose si schiantano su valli e contrafforti rocciosi vecchi di millenni plasmandoli secondo un cieco, sovrumano istinto di bellezza, e la cui voce è il cavernoso risucchio dell’oceano che ribolle nell’oscurità di immense caverne di roccia nera e l’urlo folle di colonne d’acqua che cingono d’assedio scogliere e strapiombi e il sibilo incessante di maree che si rovesciano su coste e spiagge come corpi esausti. Il cerchio si chiude – fiammeggiando d’atrocità e compassione, inabissandosi nella spirale del tempo trascorso e infine riemergendo a un presente talmente carico d’incognite e paure da sembrare l’immagine di un sogno – nello stesso luogo in cui tutto ha avuto inizio (con lo splendido e trascinante noir L’isola dei cacciatori di uccelli, già recensito nel blog assieme al seguito, L’uomo di Lewis): sull’isola di Lewis e Harris, la più settentrionale delle Ebridi. È infatti di nuovo in questa terra aspra, custode di inconfessabili segreti, che lo scrittore e giornalista scozzese Peter May ambienta L’uomo degli scacchi, ultimo capitolo della sua indimenticabile trilogia. Ancora una volta, tutto ruota attorno alla figura del protagonista della saga, l’ex ispettore di polizia Fin McLeod, alle spalle un matrimonio fallito e un figlio piccolo tragicamente ucciso da un pirata della strada mai identificato, che sull’isola è nato e cresciuto e ha lasciato la parte più autentica di sé: l’amore assoluto e purissimo per Marsaili, conosciuta bambina sui banchi di scuola e perduta nel tempo generoso e stupido della giovinezza; il ricordo amaro dei genitori morti prematuramente mescolato alla confusa gratitudine nei confronti della zia con la quale è cresciuto, nell’umidità povera ma dignitosa di una casa affacciata sull’immensità dell’orizzonte; le amicizie ruvide con coetanei che l’isola ha stretto a sé e in qualche misterioso modo spezzato durante il lungo, faticoso cammino verso la maturità.

Più ancora che nei romanzi precedenti, è l’isola, cupa e severa come lo guardo di Dio, a dominare l’intreccio. Nell’implacabilità dei suoi inverni, come nel risveglio dolcissimo e fuggevole delle sue estati dorate, quell’impasto di terra e torba partorito dal tempo come una creatura leggendaria, sembra voler finalmente confessare le tante, terribili verità che gli uomini le hanno affidato nel corso di decine e decine d’anni. E come Fin avrà modo di scoprire, ognuna di esse, a partire dal naufragio della nave Iolaire, che nel 1919 stava riportando i casa i soldati scampati alla follia del primo conflitto mondiale, fino al ritrovamento, all’indomani di una tempesta talmente forte da aver sconvolto la geografia di una vallata prosciugando il lago che la impreziosiva, del relitto perfettamente conservato di un piccolo aereo (un velivolo scomparso una ventina di anni prima, di proprietà di un amico di Fin, che viene rinvenuto cadavere nell’abitacolo), è intimamente legata alla storia personale di Fin e dei ragazzi e delle ragazze assieme ai quali è cresciuto. Così, la sua indagine informale su quel che è davvero successo all’aereo e al suo pilota diventa, nella prosa vigorosa e partecipata di May, scrupoloso nel seguire le regole narrative del giallo e impeccabile nel disegnare il complesso e spesso controverso universo emotivo dei suoi personaggi, ciascuno alle prese con colpe da farsi perdonare o errori di cui pentirsi, un viaggio nella memoria, una via della croce di ricordi che sono altrettanti indizi, indispensabili per far luce sul mistero di una morte insopportabilmente ingiusta che, accolta come disgrazia, si rivela essere un omicidio. Il costante oscillare tra ieri e oggi, che è stata una delle costanti narrative dell’intera saga, in questo capitolo conclusivo si fonde con il respiro romanzesco, ne colora le atmosfere, scandisce colpi di scena e sorprese e in un travolgente ribaltamento di prospettiva fa del passato, di ciò che è stato, e non del futuro, il cuore di ogni aspettativa, la promessa della felicità. May guarda ai suoi protagonisti – Fin e il suo fraterno amico Whistler dal carattere indomabile, la fiera Marsaili, capace d’amore come nessun altro, Donald, che ha scelto di espiare anni di sfrenatezza facendosi soldato di Dio – con benevolenza e pietà; e nel raccontarne sbagli e cadute ce li rende fratelli.

Con L’uomo degli scacchi, che suggerisco di leggere dopo aver letto i primi due romanzi per coglierne fino in fondo la ricchezza, si conclude una trilogia di rara bellezza stilistica e di straordinaria intensità emotiva; un magnifico affresco letterario.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.

Quando Fin aprì gli occhi, l’interno del vecchio rifugio in pietra che aveva dato loro riparo dalla tempesta era soffuso di una strana luce rosata. Salendo dal fuoco ormai quasi spento, del fumo vagava pigro nell’aria immobile. Whistler se n’era andato. Si sollevò sui gomiti e notò che la pietra che chiudeva l’accesso al rifugio era stata spostata. Al di là riusciva a vedere la foschia dell’alba tinta di rosa che faceva da cappello alle montagne. La tempesta era passata, aveva scaricato la sua pioggia e lasciato dietro di sé un silenzio innaturale.

Il mistero buffo di una trappola

Agatha Christie, Trappola per topi, Mondadori
Agatha Christie, Trappola per topi, Mondadori

“La logica non lo spiega. Non spiega perché, con tutti i capolavori che vanta il teatro, proprio Trappola per topi si replichi a grande richiesta da ormai trent’anni e sia diventata qualcosa tra l’istituzione nazionale e l’attrattiva turistica, sul genere di Buckingham Palace. Nemmeno l’autrice aveva le idee molto chiare, in merito. «È il tipo di commedia alla quale si può portare chiunque» aveva cercato di teorizzare con un giornalista. «Non è proprio un dramma, non è proprio uno spettacolo dell’orrore, non è proprio una commedia brillante, ma ha qualcosa di tutt’e tre, e così si accontenta la gente dai gusti più disparati». Non molto illuminante, ma già un notevole sforzo, per una persona così schiva che aveva riassunto la sua fama clamorosa osservando: «È importante, sì, essere un autore di successo: almeno puoi sempre trovare un tassì quando ti occorre». Con queste parole (era il 1982), Ida Omboni, nella prefazione all’edizione Mondadori della celebre commedia di Agatha Christie, introduceva i lettori al “mistero buffo” di un’opera piacevolmente leggera, ricca di humour, ben costruita nell’intreccio e ancor meglio disegnata nei personaggi, assurta, chissà come, chissà perché, a immortale capolavoro. E così risponde al quesito da lei stessa posto: “I detrattori di Dame Agatha (per avere successo occorrono ammiratori, ma per essere celebri sono indispensabili i detrattori, possibilmente rabbiosi), sostengono che è un regalo del caso. La Christie, dicono, ha scritto ogni volta la stessa commedia, un’eterna partita a scacchi fra lei e lo spettatore. Cosa anche vera, ma ogni partita ha una sua strategia, un suo ritmo, persino una sua alchimia particolare, come afferma Bobbie Fischer, che qualcosa deve pur saperne. Sicché le ricorrenze tecniche non sono limitazione, ma stile. E può darsi che nella Trappola, queste ricorrenze o, se vogliamo cambiare metafora, gli ingredienti della ricetta-Christie […] si siano fusi alla perfezione, forse un po’ magicamente, come succede talora nella mayonnaise e negli amori felici. E individuarli […] è relativamente facile… Anche se il teatro giallo spesso si fa per chi ama il giallo ma non necessariamente per chi ama il teatro, la Christie si metteva all’opera come se dovesse scrivere una commedia di carattere. I suoi personaggi sono autentici, tridimensionali, solidamente quotidiani, e lei nel corso dell’azione li sfoglia come carciofi, rivelando via via nuove sfumature, coerenti e insieme inaspettate. Cadaveri e spaventi a parte, il pubblico li adotta perché sono persone vere, che forse ha incontrato e nelle quali può occasionalmente identificarsi”.

Commedia umana, dunque? È a questo che si deve il successo senza tempo di Trappola per topi? Al fatto di essere, al di là della trama, degli omicidi, dell’indagine e del finale disvelamento della verità, un acuto studio psicologico? Forse. Tuttavia questa spiegazione, al pari di qualsiasi altra, ha il difetto di seminare più dubbi di quanti contribuisca a dissiparne; perché se è certo che la commedia di Agatha Christie sia anche una commedia umana (come del resto è anche una commedia degli equivoci, una commedia brillante, e perfino l’ozioso – ma non per questo imperfetto, anzi – divertissement di una magnifica scrittrice), quel che è altrettanto vero è che Trappola per topi è un giallo delizioso, che conquista – di più, entusiasma – per l’accuratezza dell’ambientazione (un’elegante dimora che mostra i primi segni di un’inarrestabile decadenza all’interno della quale, come in ogni trappola per topi che si rispetti, un gruppo di ospiti si ritrova bloccato da una tormenta di neve), il ritmo della narrazione, la perfetta gestione della tensione, la progressiva scoperta dei personaggi, ciascuno assai diverso da come appare, nel bene come nel male. Lettori e spettatori, insomma, si trovano di fronte esattamente quel che si aspettano; un raffinato e prezioso mystery di Agatha Christie, un’opera semplice eppure superba, un lavoro che dà l’impressione di essere stato scritto in un ritaglio di tempo e malgrado ciò sfiora la perfezione, tanto per stile quanto per contenuto. Trappola per topi irrita (gli immancabili detrattori citati dalla Omboni) per la stessa ragione per cui convince: perché sembra che la Christie non abbia voluto dedicargli più di qualche distratta occhiata e anche così sia riuscita a dipingere un quadro magnifico, impareggiabile. Non ci sono momenti particolari da ricordare in questa vivacissima commedia in due atti, né genialità da sottolineare, né vette letterarie raggiunte per la prima volta o eguagliate, e tuttavia ogni minimo particolare di questa diabolica pièce è al posto giusto, ogni dettaglio irrinunciabile, ogni sfumatura fondamentale; al lettore, allo spettatore, non resta che immergercisi, farsi ospite tra gli altri di questa villa, scoprirne poco alla volta gli inquilini, attendere fremente, spaventato e affascinato che la neve smetta di flagellare le strade e finalmente uscire all’aria aperta, con il colpevole consegnato alla giustizia e l’ordine ripristinato. E non è forse questo il puro piacere della lettura?

Prima di chiudere, lascio ancora la parola alla Omboni (anche traduttrice della commedia), alle ultime righe della sua prefazione, alla felicissima conclusione della sua analisi di Trappola per topi: “Lanalisi potrebbe continuare, ma tutto sommato questi sono i dati base della Trappola, che possono spiegarne la struttura, la meccanica e la simpatia. Ma la valanga di successo?… Onestamente, no. E anche se terrà cartellone altri trentanni, dubito molto che ci si potrà capire qualcosa. È lultimo mistero di Agatha Christie, lunico non risolto. Ma perchè farci cattivo sangue? In fondo, è un mistero gaudioso”. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Il salone principale di Castel del Frate. È quasi sera. Più che a un’antica dimora, l’ambiente fa pensare a una villa dove sia vissuta per generazioni la stessa famiglia, in condizioni finanziarie sempre meno brillanti. Sulla parete di fondo un’ampia vetrata che arriva quasi al soffitto. A destra un grande arco che dà sul vestibolo, dove si aprono la porta d’ingresso e quella della cucina. Un arco gemello, a sinistra, lascia intravedere la scala che porta alle camere da letto e l’uscio della biblioteca. Accanto, la porta del salotto. Sulla parete di destra un camino e la porta della sala da pranzo (che si apre verso l’esterno). Sotto la vetrata centrale, una lunga panca a muro e il calorifero.