Foster Wallace, l’alchimista del romanzo

David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi
David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi

Nel panorama della grande letteratura americana, e in special modo tra quegli autori le cui opere sono caratterizzate da particolarissime atmosfere sospese tra iperrealismo e surrealismo, David Foster Wallace occupa sicuramente un (meritato) posto d’onore. Nel suo romanzo più complesso e più noto, Infinite Jest, lo scrittore, morto suicida nel 2008 a soli 46 anni di età, si ispira, tanto per l’intricata architettura della trama quanto per l’eccezionale numero di pagine (1434, se si considera anche l’imprescindibile sezione riservata alle note al testo, ben 388) a tre capolavori assoluti: Underworld di Don DeLillo, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon e JR (ma si può dire lo stesso anche per Le perizie) di William Gaddis. Quasi fosse un chimico impegnato nella ricerca di un equilibrio letterario finora mai raggiunto, nella realizzazione di una nuova prosa, Foster Wallace distilla, da ciascuno dei romanzieri presi a modello, precise caratteristiche; la maestria nella costruzione (e nella descrizione) di personaggi e ambienti da DeLillo; le geometrie impossibili della trama (volutamente labirintica, spiazzante, priva di punti di riferimento e incurante delle più comuni regole espositive) dalla sfrenata e anarchica genialità di Pynchon; il gusto, raffinatissimo e crudele, per l’iperbole e il grottesco da William Gaddis

In Infinite Jest tutto questo materiale, sorretto da una prosa che sembra in grado in ogni momento di cambiare pelle, di trasformarsi nell’esatto opposto di se stessa e subito dopo di tornare a essere ciò che era solo per riprendere nuovamente il proprio inarrestabile ciclo di mutazioni, diventa nodo narrativo, singolarità stilistica, vertiginosa capacità d’inventare, di sorprendere. Incantatore, illusionista, prestigiatore (che attraverso l’inganno dei sensi svela il reale invece di celarlo), Foster Wallace gioca con l’essenza della scrittura, ne accarezza l’intima instabilità, la potenziale capacità di divenire qualsiasi cosa, e così facendo costruisce un intero mondo, esplorato al microscopio fin nel cuore del più insignificante dettaglio atomico e visto nella sua totalità, come un pianeta osservato dallo spazio.
Un mondo non troppo diverso da quello che conosciamo, dominato dalla dipendenza (dalle droghe, dalla pubblicità, dalle più comuni forme di condizionamento di massa, come per esempio il cinema – Infinite Jest è il titolo di un film talmente irresistibile da far nascere, in chiunque lo veda, anche solo per pochi istanti, il desiderio di continuare a guardarlo, per sempre) e nel quale si muove, tra mille difficoltà e decine di altri personaggi, uno più improbabile dell’altro, il giovane Hal Incandenza, studente molto dotato ma con poca voglia di impegnarsi e tennista in erba di buon talento. È lui uno dei più coinvolti nella ricerca dell’originale del film, perno attorno cui ruota il romanzo – ma è bene ribadire che qui la trama classicamente intesa è poco più di un indistinto rumore di fondo – e non potrebbe essere altrimenti considerato che il regista di questa letale forma di intrattenimento, nella quale recita Joelle Van Dyne, la Più Bella Ragazza di Tutti i Tempi, costretta a nascondere il proprio splendore (o forse una terrificante deformità) dietro un velo, è suo padre, James Incandenza, uno dei massimi esperti di fisica ottica.
Splendida, incalzante avventura, Infinite Jest è un romanzo densissimo, che a più riprese regala sorprese ed emozioni. Che non stanca mai e che, una volta concluso, diventa parte di noi.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue inconsciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall’area reception, dove poco fa siamo stati accolti io, lo zio Charles e il Sig. deLint.
Sono qui dentro.
All’altro lato di un grande tavolo in legno di pino che splende alla luce del mezzogiorno dell’Arizona tre facce sono materializzate sopra giubbotti sportivi leggeri e Windsor a mezze maniche. Sono tre Decani – Ammissione, Affari Accademici e Affari Atletici. Non so attribuire le facce.
Credo di sembrare un tipo normale, forse perfino simpatico, anche se mi hanno consigliato di apparire il più normale possibile, e di non provare nemmeno a fare quella che a me parrebbe un’espressione simpatica o un sorriso.

Il vampiro d’inchiostro

Recensione di “Dracula” di Bram Stoker

 

Bram Stoker, Dracula, Mondadori
Bram Stoker, Dracula, Mondadori

Per un paradosso non infrequente nella storia della letteratura, uno dei libri più famosi in assoluto, Dracula, di Bram Stoker, non deve il proprio immenso successo alla messe di lettori che ha collezionato dalla sua pubblicazione a oggi, quanto piuttosto ai numerosissimi adattamenti (cinematografici e teatrali soprattutto) che ha ispirato. Risultato di questa curiosa sorte è che, pur sapendo perfettamente chi sia il terrificante vampiro non-morto creato dallo scrittore irlandese (Stoker nacque a Dublino nel 1847), e come si svolga la sua storia, ben pochi di noi hanno del personaggio, e degli accadimenti che lo riguardano, una conoscenza diretta, nata dalle pagine del libro. Eppure il romanzo è splendido, avvincente, e si presta a una molteplicità di letture. Né pregiudica il piacere della sua scoperta il sapere già per filo e per segno quel che succederà (anche perché in realtà, come sempre accade con le riduzioni tratte dai libri, non lo so si sa fino in fondo). In primo luogo, perché Stoker riesce da subito a sorprendere, scegliendo di narrare la storia del vampiro in una forma che, pur ricalcando quella del romanzo epistolare, se ne discosta e trova una propria felice originalità (i protagonisti del romanzo, a partire da Jonathan Harker, raccontano quel che gli succede in forma di diario personale, e le loro annotazioni, via via intrecciandosi sia a livello temporale sia dal punto di vista personale, danno vita alla trama complessiva dell’opera); poi per la finezza e la precisione della ricostruzione ambientale, per il magistrale crescendo della tensione drammatica e, non ultimo, per la perfetta caratterizzazione degli attori in gioco (l’equilibrio tra loro, tutti tratteggiati con la medesima attenzione perché ugualmente indispensabili allo svolgersi della vicenda, è particolarmente degno di nota se si considera l’ingombrante centralità della figura del vampiro e di quella del suo antagonista, Van Helsing, insieme medico, scienziato e mistico, pronto a combattere Dracula, e il male che rappresenta e incarna, anche con le armi della fede e della “superstizione”; croci, collane d’aglio, appuntiti paletti di legno).

Allegoria dell’eterno conflitto tra tenebre e luce, romanzo d’amore e d’avventura non privo di sottile sensualità, dolorosa parabola di solitudine, affascinante e romantica incursione nel mito alle soglie della razionale modernità novecentesca (il romanzo è stato scritto nel 1897), Dracula è un’autentica meraviglia letteraria, un’opera ricchissima. Il suo richiamo è irresistibile, non c’è che da prestargli orecchio.
Eccovi l’inizio del romanzo, si parte con il diario di Jonathan Harker. Buona lettura.
3 maggio, Bistrita. Lasciata Monaco alle 20,35 del 1° maggio, giunto a Vienna il mattino dopo presto; saremmo dovuti arrivare alle 6,46, ma il treno aveva un’ora di ritardo. Stando al poco che ho potuto vederne dal treno e percorrendone brevemente le strade, Budapest mi sembra una bellissima città. Non ho osato allontanarmi troppo dalla stazione, poiché, giunti in ritardo, saremmo però ripartiti quanto più possibile in orario. Ne ho ricavato l’impressione che, abbandonato l’Occidente, stessimo entrando nell’Oriente, e infatti anche il più occidentale degli splendidi ponti sul Danubio, che qui è maestosamente ampio e profondo, ci richiamava alle tradizioni della dominazione turca. Siamo partiti quasi in perfetto orario e siamo giunti a buio fatto a Klausenburg, dove ho pernottato all’albergo Royale. A pranzo, o meglio a cena, mi è stato servito un pollo cucinato con pepe rosso, buonissimo, ma che mi ha messo una gran sete (Ric.: farsi dare la ricetta per Mina). Ne ho parlato con il cameriere, il quale mi ha spiegato che si chiama paprika hendl, e che, essendo un piatto nazionale, avrei potuto gustarlo ovunque nei Carpazi. Ho trovato assai utile la mia infarinatura di tedesco; in verità, non so come potrei cavarmela senza di essa.

La sincerità (per nulla banale) del male

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi
William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi

Tra le canaglie letterarie, il giovane e spregiudicato protagonista de Le memorie di Barry Lyndon, capolavoro di William Makepeace Thackeray, merita senza dubbio un posto d’onore. Non tanto per la perfidia, la sfrenata ambizione, l’inclinazione verso qualsiasi tipo di piacere dei sensi (donne, gozzoviglie, gioco d’azzardo), quanto per l’esibita – e a più riprese rivendicata – integrità delle sue azioni, o meglio, degli scopi che le alimentano. In un Settecento ingioellato e sfarzoso al pari delle dimore dei nobili, cinte da splendidi giardini e circondate da vastissimi possedimenti di caccia, cui fanno da contraltare le miserabili condizioni di vita del popolo e la dura esistenza dei soldati, sbandati senza altri mezzi di sussistenza che in cambio di vitto, alloggio e di una paga poco più che simbolica marciano disciplinati verso il massacro nei teatri di guerra di mezza Europa; in questo secolo illuminato e fragile, geniale e feroce, raffinato e ferino, Barry Lyndon insegue con tutte le sue forze il successo mondano, una posizione di privilegio e il riconoscimento dei lord (il diritto a vivere come loro e assieme a loro) senza tuttavia mai smettere di spregiare le affettate e ipocrite regole della buona società.

Barry, irlandese di umili origini che con ridicola pompa dichiara per sé e per la propria famiglia discendenze addirittura regali, non si fa certo scrupolo di mentire, né di ingannare o di raggirare, ma lo fa senza mai rinnegare se stesso, senza mai mostrare altro volto che il proprio. Le sue azioni non hanno nulla a che vedere con il mellifluo doppiogiochismo dell’uomo di corte, con il belletto squisitamente formale delle buone maniere, con il miserevole espediente della lealtà tradita nell’attimo stesso in cui la si manifesta; è un uomo che non manca di coraggio, e che tiene in gran conto l’onore, seppur considerato secondo una propria, personalissima prospettiva. Barry Lyndon ama e odia con lo stesso infantile impeto che nutre la sua brama di ricchezza e prestigio; senza calcoli, senza mediazioni. Quel che conta è che il suo appetito venga soddisfatto. E così Barry, pur con tutto il suo carico di spregevoli atti, si salva dall’unanime condanna del mondo e veste (con l’affascinante noncuranza propria solo degli imbroglioni impenitenti) i panni dell’eroe di un rocambolesco romanzo d’avventura, nel quale i toni leggeri della commedia – e perché no, della farsa – resistono ai peggiori rovesci della sorte e al verificarsi dei più tragici accadimenti. E ai drammi di questo spavaldo guascone – così come ai suoi successi – il lettore partecipa con una sorta di istintiva simpatia: responsabile della sua ascesa tanto quanto della sua caduta, Barry affronta ogni svolta della propria vita con la medesima fermezza dimostrata in battaglia; guardandola negli occhi, da uomo. A conti fatti, la sua sincera cattiveria è di gran lunga preferibile alla tela di ragno della menzogna lungo i cui fili corre la quasi totalità dei rapporti umani.
Ora l’incipit del romanzo, di travolgente bellezza fin dalle prime righe. Buona lettura.
Dai tempi di Adamo in poi, non s’è mai fatto danno a questo mondo senza che ci fosse di mezzo una donna. E da quando ha avuto origine la nostra famiglia (dev’essere stato molto vicino ai tempi di Adamo – tanto antica, nobile e illustre è la stirpe dei Barry, come tutti sanno), le donne hanno svolto un ruolo cruciale nei destini della nostra stirpe.
Immagino che non ci sia gentiluomo in Europa che non abbia sentito parlare della casata dei Barry di Barryogue, del regno d’Irlanda: in tutto Gwillim o D’Hozier non si trova nome più famoso del nostro. Benché io, da uomo di mondo, abbia imparato a disprezzare di cuore le pretese di nobiltà di certi impostori che non hanno più sangue blu del lacchè che mi lucida gli stivali; e per quanto io disdegni e derida le vanterie di tanti miei compatrioti, che son tutti rampolli dei Re d’Irlanda, e se possiedono un fondo da farci appena pascolare un porco, ne parlano come di un principato; tuttavia devo affermare (per amor del vero) che la mia famiglia fu la più nobile dell’isola, e forse dell’universo mondo […]. Metterei senz’altro la corona irlandese in cima al mio stemma, se non ci fossero tanti sciocchi che arrogandosi quest’onore ne fanno una cosa volgare.
P.S. Dal meraviglioso romanzo di Thackeray, Stanley Kubrick ha tratto un film altrettanto bello. Non del tutto fedele al libro (specie per  quel che riguarda il finale), la trasposizione del grande regista americano merita comunque di essere vista e rivista. Vi invito, però, a conoscere prima il Barry Lyndon letterario; vi aiuterà ad apprezzare meglio le sue gesta cinematografiche.

La giustizia del Mandarino

Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie
Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie

Uno scenario esotico, lontano e sconosciuto presentato con elegante semplicità e con un’immediatezza talmente felice da sfiorare la familiarità; un intreccio robusto, pieno di sorprese e vicoli ciechi, che non patisce mai cali di tensione; e infine un terzetto di caratteri davvero indovinati, costruiti con grande intelligenza letteraria (e un pizzico di furbizia). Grazie a questa “ricetta”, le sorelle Tran-Nhut – Kim e Thran Vat, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia – cui va riconosciuta una notevole abilità narrativa e una non comune capacità di suggestione, hanno dato vita a una serie di mystery storici diventati, oltralpe, un caso editoriale di successo. Puntuali e rigorosi quanto a ricostruzione d’ambiente (l’azione si svolge nel Vietnam del XVII secolo), i romanzi delle sorelle Tran-Nhut rispettano fin nei minimi dettagli lo schema del giallo classico – uno o più delitti, un buon numero di sospetti, pochi indizi da cui partire, un gran lavoro di investigazione da fare per giungere, dopo innumerevoli colpi di scena, al disvelamento della verità – al punto da sembrare più un affettuoso omaggio a un genere che conta innumerevoli padri nobili che un contributo forte di una propria originalità. Il rispettoso ossequio alla tradizione, tuttavia, lungi dall’essere un punto debole, ha il pregio di rassicurare il lettore (l’appassionato in primis), che ritrova le atmosfere amate e può così abbandonarsi completamente all’intrigante articolazione della trama. E fare la conoscenza con il protagonista della storia, il Mandarino Tan, giovane e impavido governatore provinciale con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, impegnato a risolvere misteri e fatti di sangue in compagnia dell’amico fraterno Dihn, raffinato uomo di lettere, e del dottor Porco, “scienziato” volgare d’aspetto e di modi ma esperto come nessun altro di medicamenti, erbe, pozioni e veleni.

Tan, Dihn e il dottor Porco sono piacevolissimi compagni d’avventura; la storia che meglio li valorizza è il primo romanzo della serie loro dedicata, La polvere nera di Maestro Hu (un gran bel titolo, sia detto per inciso). Eccovi l’incipt, buona lettura.

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca. Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell’immensa Baia del Drago. 

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.

Spionaggio psicologico

Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori
Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori

Difficile che un romanzo di spionaggio offra più di una trama coinvolgente, un buon crescendo della tensione, qualche azzeccato colpo di scena, una conclusione all’altezza delle premesse (e delle aspettative suscitate nel corso della lettura). Difficile, dicevo, a meno che l’autore non sia Graham Greene. Indiscusso maestro del genere, ma soprattutto finissimo narratore, Greene “contamina” (in realtà sarebbe più esatto dire arricchisce, impreziosisce) i suoi intrecci stemperandoli nell’ironia, in qualche caso parodiandoli apertamente, oppure utilizzandoli come mera facciata dietro la quale costruire approfondite riflessioni psicologiche o veri e propri studi sul comportamento umano. Nell’affascinante Il fattore umano, Graham Greene, attraverso il racconto delle avventure dell’agente del Foreign Office britannico Maurice Castle e del suo assistente Arthur Davis, esplora, come nei migliori romanzi psicologici, il conflitto radicale tra fedeltà alle regole e lealtà verso se stessi, e ne segue gli sviluppi fino alle più drammatiche conseguenze. L’incalzante procedere della vicenda, il susseguirsi delle sorprese e dei ribaltamenti di prospettiva, l’avanzare delle indagini, il formarsi dei sospetti, il loro rafforzarsi così come il loro dissolversi, persino le non rare parentesi di spensieratezza, sono allo stesso tempo uno spettacolo impeccabilmente messo in scena per avvincere il lettore e un messaggio in codice la cui decifrazione svela la reale consistenza del romanzo, la sua “vera natura”, che ne fa quasi un saggio.

Il fattore umano è un’opera densa di significati, esaltante, seducente, che dalla prima all’ultima pagina chiama il lettore al confronto. E continua a sollecitarlo anche a romanzo concluso.

Prima del romanzo, l’autore ha ritenuto di scrivere qualche riga di precisazione; non credo possa esserci miglior invito alla lettura. Eccovelo.

Un romanzo ambientato in un qualsiasi servizio segreto deve necessariamente contenere non pochi elementi di fantasia, poiché descrizioni realistiche violerebbero quasi certamente qualche clausola di qualche legge sui segreti di stato. L’operazione Zio Remo è soltanto un parto della fantasia dell’autore (e confido che tale rimanga), e immaginari sono tutti i personaggi, inglesi, africani, russi o polacchi. Al contempo, per citare Hans Andersen, un autore molto saggio che preferì sempre lavorare di fantasia, “con la realtà vengono foggiate le nostre storie immaginare”.

Funny Alexander

Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi
Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi

Coltissimo, raffinato, mai banale. Snob (quanto basta), ironico, beffardo, crudele. Il suo sarcasmo ha la noncuranza dell’abitudine e la letale efficacia del curaro; la sua prosa, una sorta di felicissimo innesto tra il rigore stilistico di Cicerone e il motteggio arguto di Oscar Wilde, fa pensare a una creatura partorita in laboratorio, a un Frankenstein, eppure non c’è ombra di forzatura nei suoi romanzi, il meccanicismo è bandito, il fluire della narrazione regolare e placido come quello delle acque di un fiume. Nel panorama letterario del Vecchio Continente, l’austriaco Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) è rubricato alla voce curiosità per iniziati; viene considerato un fenomeno bizzarro, certamente originale, senza dubbio divertente, ma talmente fuori dagli schemi da poter affascinare solo uno sparuto manipolo di lettori. E se non fosse così? Lernet-Holenia, s’intende, non è uno scrittore semplice, è consigliabile avere qualche buon romanzo alle spalle prima di avvicinarlo, ma non è davvero necessario essere topi di biblioteca o titolatissimi professori universitari per dedicarsi alle sue opere. Perché come ogni cavallo di razza che si rispetti Lernet-Holenia sta ben attento a non prendersi troppo sul serio, e ai lettori non intende insegnare nulla; si limita a offrire loro i suoi lavori come se si trattasse di un dono.

Eccovi l’incipit de La resurrezione di Maltravers, splendida rilettura del tema della seconda possibilità. Le opere di Alexander Lernet-Holenia sono pubblicate da Adelphi.
Il conte Maltravers, dopo aver scontato una pena detentiva di ventidue mesi, stava viaggiando da Pest a Jablonitz, via Waitzen, Neuhäusl e Sered. Nei pressi di Szob varcò il confine. A Galanta cambiò treno. Subito dopo Sered cominciò a piovere, ma ben presto la pioggia cessò. Maltravers, che pure era solo nello scompartimento, rimase con il cappello in testa, le mani abbandonate in grembo. Era di statura media, scarno, col volto di un pallore olivastro. Aveva sessantatré anni. Guardava fuori dal finestrino, ma non era possibile capire se vedesse davvero ciò che guardava. Qualche minuto prima di arrivare a Jablonitz tuttavia si alzò, indossò il cappotto, uscì nel corridoio e attese – come uno che fosse avvezzo ad attendere a ore fisse.