… E imparai a raccontare

Recensione di “Racconti indiani” di Jaime de Angulo

Jaime de Angulo, Racconti indiani, Adelphi

“Pochi uomini riescono a trascendere la propria origine etnica e le proprie tradizioni culturali, al punto di penetrare e comprendere intimamente la vita di un popolo straniero. Jaime de Angulo era uno di quegli uomini. I quarant’anni che egli passò tra gli indiani Pit River della California gli permisero di identificarsi con i suoi compagni a un grado tale che, si può ben dire, non vi era sentimento loro che non fosse anche suo […]. Jaime de Angulo si rendeva conto – sia razionalmente sia intuitivamente – che la trasposizione linguistica di una certa atmosfera, di sentimenti e di fantasie non può essere affidata a eruditi. Solo mediante il ponte della sua immaginazione creativa, egli poteva far superare ai suoi lettori le barriere di una lingua straniera e di una cultura notevolmente diversa, verso un apprezzamento reale e cosciente. Era un antropologo di professione, ma anche se in questo libro si ritrovano alcuni risultati delle sue ricerche, esso è stato scritto da un poeta. Altri scrittori, e Geoffrey Chaucer tra questi, si sono serviti della descrizione di un viaggio immaginario come di una struttura su cui stendere il manto colorato della fiaba e della poesia con cui hanno affascinato i loro lettori. Se Jaime de Angulo non avesse fatto altrettanto, quell’omogeneità e quel sapore che fanno del suo racconto un’opera d’arte sarebbero andati in gran parte perduti […]. Chi poi crede che la pulce acquatica abbia rubato l’ombra di Jaime de Angulo, quando egli si curvò per l’ultima volta sull’acqua prima di una morte immatura, ebbene, questi ha torto: la sua ombre diventerà lunga, sempre più lunga sulla terra e sul popolo che egli amò”. Riposano per intero in queste ispirate parole di Carl Carmer la bellezza e il senso di Racconti indiani di Jaime de Angulo – 1887-1950 – (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Romano Mastromattei), saggio che non somiglia a nessun altro e che nel suo essere un documento di studio si veste dell’entusiasmo e della meraviglia di un racconto che nasce al solo scopo di affascinare, coinvolgere, sedurre e di essere, senza che sia necessario farne mostra, veicolo di conoscenza, di saggezza. Continua a leggere … E imparai a raccontare

Elisabetta e la donna di carta

Recensione di “La vergine nel giardino” di Antonia S. Byatt

Antonia S. Byatt, Il vergine nel giardino, Einaudi

Vivere nei libri, attraverso essi, tradursi in parole scritte, in versi, in dotte discussioni sullo stile, sulla grandezza, sul significato della letteratura e sul suo tradimento, incarnarsi nella prosa, vestirsi di stile, agghindarsi con i versi e la poesia, urlare con la tragedia, sogghignare aiutati dalla leggerezza della commedia, esistere interpretando, vagliando, analizzando, studiando, mentre il mondo, ignorato, si va vecchio. Vivere come esseri di carta, non di carne e sangue, convincersi che ogni verità davvero degna di questo nome dimori nelle pagine e non fuori di esse, costruire un incantesimo, cercare di proteggersi in qualche modo dall’urto del reale e nonostante ciò finire travolti da tutto ciò che semplicemente è: dall’amore, dall’ambizione, dalla paura, dal desiderio di scoprire, conoscere, fare proprio quel che palpita oltre le colonne d’Ercole dell’alfabeto e delle sue possibilità. Qui, in una tensione continua tra idealità e concretezza, in un non luogo che è spirito, immaginazione, intuizione, intelligenza, terrore e follia, Antonia S. Byatt mette alla prova il suo talento di narratrice dando vita a La vergine nel giardino, primo capitolo di una quadrilogia ma soprattutto romanzo ricchissimo, così tanto da rischiare di essere soffocante, volutamente sovraccarico, ricercato fino all’eccesso nel linguaggio, condotto al di là di sé nell’ossessivo inseguire la perfezione stilistica, trasfigurato nel disegno dei personaggi, che paiono quasi irreali, che si muovono su uno sfondo menzognero (o se si vuole semplicemente truccato) – quello di una rappresentazione teatrale la cui protagonista è Elisabetta I – come marionette, versioni accademicamente letterarie di persone vere, autentiche, comuni. Continua a leggere Elisabetta e la donna di carta

“Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Recensione di “Resteranno i canti” di Franco Arminio

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani

Per Franco Arminio l’organo della vista sono le parole, molto prima degli occhi. Le parole sanno posarsi su dettagli che fino a un minuto prima erano invisibili, illuminandoli. Nascono nel silenzio, ma ridanno voce ai paesi spopolati. Sanno di essere fragili, ma non temono ‘il lupo nascosto dietro lo sterno’. In una perenne oscillazione tra uno scrivere che cerca la vertigine e uno scrivere che dà gloria all’ordinario, Arminio si muove senza tregua tra i due poli della sua poesia: l’amore e la Terra, il corpo e l’Italia, la morte e lo stupore. Si tratta di festeggiare quello che c’è e di cercare quello che non c’è. Fedeli ai paesaggi, seguendo la strada di una poesia semplice, diretta, non levigata, questi versi sono una serena obiezione al disincanto e alla noia. La politica, l’economia, le cosiddette scienze umane, sono gomme lisce nella neve. Solo la poesia ha le catene”. Con queste parole, nel risguardo di copertina, viene introdotta la splendida, intensissima raccolta di liriche di Franco Arminio intitolata Resteranno i canti, un viaggio del cuore, dell’anima e del suolo alle radici del mondo, un tremito dei sensi scossi dalla bellezza e dal timore, accarezzati dall’attesa e dal silenzio, vivificati dai versi, dalle voci, dai sussurri, dalla perfezione intatta delle sillabe, talmente preziose da dover essere raccolte sotto la bocca, “come una donna raccoglie il seme del suo amante”. La scrittura di Arminio è un’esplosione dolce, è la quiete della gravidanza e il luminoso trauma della nascita, è l’atto irrimediabile e colmo d’amore dell’esistere, è il lacerarsi liberatorio del sacco amniotico e il pianto sbigottito del neonato di fronte alla magnificenza delle cose; poi, come attimi, come squarci, come pause, come parentesi durante le quali il fiato si raccoglie per poter continuare a parlare, a raccontare, a mostrare, a indicare, perfino a segnare a dito nell’urgenza di partecipare, condividere, essere con qualcuno e di qualcuno, ecco giungere una pienezza diversa, la tranquilla brevità di alcune lettere (Lettera della fedeltà, Lettera dalla cenere), il concentrato ordine delle riflessioni (Elogio dell’inquietudine), il sereno abbandono della confessione (Istruzioni per l’uso, dove Arminio guarda alla poesia con commossa devozione e fedeltà, e a lei fratello e amante la conduce tra le genti: “Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna leggerla anche agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme. È bello leggere poesia in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesia agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche agli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata”. Continua a leggere “Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

All’ombra di favole senza morale

Recensione di “Favole” di Jean de La Fontaine

Jean de La Fontaine, Favole, Bur

Regalare alla favola il lirismo espressivo dei versi e nello stesso tempo strapparla all’insegnamento morale che ne costituisce, fin da Esopo e Fedro, il fine dichiarato. Jean de La Fontaine, che Stendhal definì il più grande poeta di Francia, nelle sue Favole, pubblicate a partire dal 1668, sembra farsi beffe di ogni santificata tradizione letteraria, di ogni canone riconosciuto, e propone ai lettori un’opera completamente nuova, rivoluzionaria, il cui unico legame con il passato è la volontà ferma di trasfigurarlo. Edonista ed epicureo, discepolo entusiasta di Rabelais e della sua concezione disincantata e follemente sarcastica degli uomini e della vita, e nello stesso tempo sensibile alla dottrina filosofica ed etica del giansenista Pierre Gassendi – fiero oppositore del rigoroso razionalismo cartesiano – La Fontaine, che amava descriversi attraverso il motto “la diversità è la mia divisa”, trova proprio nelle contraddizioni insanabili del suo animo inquieto l’ispirazione prima per il proprio lavoro. Nella finta ingenuità del suo comporre, nelle descrizioni a volte buffe, altre volte comiche, altre ancora tragiche, di animali, uomini, piante e cose, della natura tutta, il grande maestro francese veste i panni neutri dell’osservatore del grande spettacolo del mondo; guarda alla realtà per quella che è, la racconta così come la percepisce, nello stesso modo in cui la legge e ne fa esperienza. Continua a leggere All’ombra di favole senza morale

Fummo sconfitti e fummo vincitori

Recensione di “Confesso che ho vissuto” di Pablo Neruda

Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

“… Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo rugiada… Inseguo alcune prole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… […]. Tutto sta nella parola… tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì […]. Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori… Avanzavano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo… Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi… Dovunque passassero non restava pietra su pietra… Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti… Fummo sconfitti… E fummo vincitori… Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro… Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto… Ci lasciarono le parole”. La parola, la lingua, l’accendersi dei significati, la capacità di cogliere, nella declinazione di un suono, il mutare di un tempo, l’avverarsi di una speranza, l’urgenza di un bisogno; e la gratitudine, la riconoscenza, l’appassionata fedeltà che alla parola, strada maestra lungo la quale un luminoso destino poetico si è compiuto, l’uomo deve; l’amore dichiarato con eterna esuberanza di fanciullo; la sete prepotente, l’incalzante fame di lettere, parole, frasi, di significati e di senso, di quell’orizzonte letterario che è espressione della vita perché di essa è il primo, indispensabile nutrimento. È dunque prima di ogni altra cosa (e non potrebbe essere altrimenti) un omaggio alla lingua, la splendida, commovente autobiografia di Pablo Neruda intitolata Confesso che ho vissuto (in Italia pubblicata da Einaudi nella traduzione di Luca Lamberti e con una bella nota introduttiva di Jaime Riera Rehren); portatrice di luce, messaggera di bellezza e verità e allo stesso tempo strumento principe di lotta, la parola, nelle sue infinite sfaccettature, è essenzialmente speranza e dignità; è il desiderio di riscatto delle masse oppresse, quelle che Neruda conobbe dapprima nel suo Cile martoriato e poverissimo, e in seguito rivide in ogni angolo del mondo, che amò e di cui, attraverso la meraviglia dei suoi versi, divenne voce e coscienza, ed è resistenza contro ogni oppressione; è il grido di ribellione soffocato nel sangue ma non spento della Spagna libera e repubblicana che senza timore affronta le milizie franchiste, ed è la sua eco caparbia che varca confini viaggiando senza sosta, moltiplicandosi, attirando a sé moltitudini sempre più grandi, come una buona novella interamente umana. Così, tra le pagine di una prosa magnifica, lussureggiante, che ha i profumi e l’esuberanza della natura incontaminata del Sudamerica, che vive del respiro stessa della terra e del cielo, lungo un’incessante lirica d’amore che la prosa esalta invece di nascondere, Neruda racconta la poesia narrando se stesso; le sue peripezie d’uomo, che sempre sono conseguenza delle sue scelte di poeta, svelano l’ingenuità e l’innocenza di un cuore puro e nello stesso tempo la tenacia e il coraggio di chi ha deciso, una volta per sempre, di schierarsi, di vivere in nome di alcuni principi e in spregio di tutto il resto.

Poeta tra la gente e per la gente, Pablo Neruda offre di sé un ritratto diseguale, forse disarmonico, ma di assoluta onestà. Nella ragione come nel torto, egli difende le sue posizioni; comunista militante, soffre per le atrocità e le storture con le quali i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima sono costretti a fare i conti ma non per questo si allontana dall’idea, dall’ideale, dal sogno, da quell’avvenire che continua a sentire così prossimo. Egli condanna ma subito dopo contrattacca, rifiutandosi di inciampare nelle contraddizioni che pure vede ovunque, persuaso che il domani socialista ormai alle porte sia quel paradiso che l’uomo da sempre brama, da sempre merita e ormai da troppo tempo attende, e che per esso non ci sia sacrificio che non si debba compiere.

L’amore per la parola, dunque, è in Neruda amore per l’uomo, e la poesia, che di parole vive, è ciò che allontana e spegne la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia. La poesia cura, vestendo di meraviglia la più terribile povertà, elevando gli ultimi alle sublimi altezze delle loro anime, all’immortalità dei loro spiriti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

… Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno… I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi raulí innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l’ombra dei rami.

 

La lingua muta del realismo viscerale

Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi
Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi

Un balletto di significati, un gioco linguistico di rimandi, un cortocircuito stilistico, un canestro stracolmo di parole per raccontare il silenzio. Nell’ordinata cronologia del diario, nelle cui pagine si intrecciano – e trovano equilibrio – la rigida successione dei fatti riportati e il confuso affastellarsi dei pensieri, delle fantasie e dei sogni, e nella conseguente scelta di una prosa all’apparenza semplice, spontanea e autoreferenziale, il percorso narrativo de I detective selvaggi di Roberto Bolaño, romanzo ellittico e spiazzante, sardonico e tragico, somiglia al ciglio di un precipizio, a un tortuoso sentiero assediato dal vuoto. Ed è il vuoto, infatti, il nulla, l’assenza (o comunque si voglia chiamare l’inesistente, posto che abbia un senso dargli un nome, qualificarlo) il vero protagonista di questo lavoro dello scrittore cileno, che attraverso la voce del diciassettenne Juan García Madero, iscritto suo malgrado al corso di laurea in Giurisprudenza (“Io non volevo studiare Giurisprudenza ma Lettere, mio zio però ha insistito e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Ho detto così a mio zio e mia zia, e dopo mi sono chiuso in camera e ho pianto per tutta la notte. O almeno per una buona parte”), racconta di un movimento d’avanguardia poetica, il realvisceralismo, e dei suoi fondatori, Arturo Belano e Ulisses Lima figure sospese tra caricatura e mito. Nei panni di Madero, che si ritrova arruolato nelle file del realismo viscerale per pura forza d’inerzia (o se si vuole come meccanico effetto di una causa – “Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Come è ovvio, ho accettato”), Bolaño disegna una generazione (siamo in Messico, negli anni settanta) mettendone a nudo la sostanziale sterilità; il chiaroscuro della sua pungente ironia stravolge la poesia e la sua ansia d’esprimere, di dar senso al mondo, di interpretarlo, perfino modellarlo, trasformandola nel suo opposto, in una creatura letteraria fantastica, impossibile, che non si definisce se non per contrasto con qualsiasi altro linguaggio (in primis quello di Octavio Paz), che non si identifica se non per negazione, se non elencando tutto ciò che non è. Poetica “priva di parole”, il realismo viscerale, proprio come i suoi portabandiera, è un oggetto misterioso, sfuggente, le cui labili tracce l’autore, dapprima attraverso il diario di Madero, poi, nella seconda parte del romanzo (la più corposa e densa), affidandosi alle testimonianze di un nutrito gruppo di persone che nel corso di vent’anni (dal 1976 al 1996) ha, per le ragioni più diverse, avuto a che fare con Lima e Belano, a loro volta impegnati nella ricerca di una donna, Cesárea Tinajero, prima ispiratrice del realvisceralismo, segue muovendosi come farebbe un investigatore: raggranellando indizi, sistemandoli, elaborando teorie e sottoponendole al vaglio dei fatti volta a volta accertati.

Lungo le essenziali, filosofiche coordinate di spazio e tempo, l’indagine di Ulises Lima e Arturo Belano (ricostruita grazie a ricordi altrui) si salda alle caotiche, irriverenti, folli pagine del diario di Madero, con le quali il romanzo si apre e si chiude, per sfociare, al termine di un labirintico cammino impastato di realtà e finzione che non può non far pensare alle raffinate suggestioni letterarie di Jorge Luis Borges (che da giovane aderì al movimento ultraista), in un silenzio così assoluto da togliere il fiato. Solo nella sua irraggiungibilità, dunque, la verità inseguita dai due realvisceralisti (la verità su Cesárea Tinajero, che è la verità sulla poesia, che a sua volta è qualsiasi verità con la quale ci misuriamo) ha significato; solo nella misura in cui non si lascia cogliere, in cui rimane obiettivo da raggiungere, essa esiste, perché offre a coloro che la cercano un indirizzo, una direzione. E poco o nulla importa che questa direzione non conduca a una meta perché è il viaggio a bastare a se stesso; così Bolaño, che per centinaia e centinaia di pagine si è dedicato quasi esclusivamente ai personaggi del romanzo lasciando sullo sfondo l’ambiente nel quale si muovevano (Citta del Messico al principio, poi i diversi Paesi toccati da Lima e Belano nelle loro incessanti peregrinazioni), nella parte conclusiva della sua opera si getta nell’arida vastità del deserto di Sonora (rifugio della Tinajero), punteggiata da villaggi anonimi e moribondi, specchio della lingua muta del realismo viscerale: “Il paese di Villaviciosa è un paese di fantasmi […].È più che altro un paese di gente stanca e annoiata. Le case sono di adobe anche se, a differenza di altri villaggi da cui siamo passati in questo mese folle, qui hanno, quasi tutte, un cortile davanti e un cortile dietro e certi cortili sono di cemento, cosa curiosa. Ci sono, da quanto ho potuto vedere, due bar, un negozio di alimentari e basta. Il resto sono case. Si commercia per strada, sui marciapiedi della piazza o sotto gli archi dell’edificio più grande del paese, la casa del sindaco, dove a quanto pare non vive nessuno”.

Eccovi, invece dell’incipit, la prima delle testimonianze che formano la seconda parte del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Ilide Carmignani. Buona lettura.

Ah, ragazzi, dissi, che bella cosa che siete venuti, entrate, forza, fate come se foste a casa vostra, e mentre loro imboccavano il corridoio, quasi a tentoni perché il corridoio è buio e la lampadina era fulminata e non l’avevo cambiata (non l’ho cambiata nemmeno adesso), io li precedetti saltellando di gioia fino in cucina, dove tirai fuori una bottiglia di mezcal Los Suicidas, un mezcal che fanno solo nel Chihuahua, produzione limitata, non creda, del quale fino al 1967 mi spedivano a casa due bottiglie l’anno. Quando mi voltai i ragazzi erano in sala a contemplare i miei quadri e a esaminare dei libri e io non potei fare a meno di ripetere ancora una volta quanto ero felice di quella visita. Chi vi ha dato il mio indirizzo, ragazzi? Germán, Manuel, Arqueles? E loro allora mi guardarono come se non capissero e poi uno disse List Azurdibe e io dissi ma sedetevi, accomodatevi, ah, Germán List Azurbide, è come un fratello, si ricorda sempre di me, è sempre così alto e così bello?

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.

L’inferno delle stagioni

Recensione di “Opere in versi e in prosa” di Arthur Rimbaud

 

Arthur Rimbaud, “Opere in versi e in prosa”, Garzanti

Spogliato d’amore, assetato di passione, orfano, girovago “felice come una donna” (Sensazione) e perduto nel mondo senza un solo rimpianto a pesargli addosso (“Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;/anche il mio cappotto diventava ideale;/andavo sotto il cielo, Musa!, ed ero il tuo leale;/oh! Quanti amori assurdi ho strasognato!/Nei miei unici calzoni avevo un largo squarcio./Pollicino sognatore, in corsa sgranavo rime./Il mio castello era l’Orsa Maggiore./- Le mie stelle in cielo facevano un dolce fru-fru./Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade,/nella calme sere di settembre in cui sentivo sulla fronte gocce di rugiada,/come un vino vigoroso;/in cui, rimando in mezzo a quelle ombre fantastiche, come fossero lire,/tiravo gli elastici delle mie suole ferite, con un piede contro il cuore”. La mia bohème), Rimbaud percorre tutti i sentieri, vive tutte le esperienze, dà forma a una lingua che è tutte le lingue, nutre, con ogni cura, il poeta dimenticando l’uomo, finché la vertigine non diventa insopportabile (“Un tempo, se mi ricordo bene, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano. Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara – E l’ho ingiuriata. Mi sono armato contro la giustizia. Sono fuggito. O streghe, o miseria, o odio, a voi è stato affidato il mio tesoro!” Una stagione all’inferno). Ma il passo è ormai compiuto, l’inchiostro, come sangue, sparso, la traccia, destinata a essere immortale, impressa.

Nelle Opere in versi e in prosa ci si getta; alla sua lettura ci si abbandona; di fronte alle sue pagine ci si arrende, nello stesso modo in cui il corpo cede alla febbre, la mente al delirio, la coscienza all’artificio stregonesco delle droghe. Alle Opere in versi e in prosa ci si consegna, persuasi che non esista libertà più grande di quella schiusa dalla devozione al genio.

Eccovi i primi versi di una delle poesie da me più amate (a partire dal titolo), Il battello ebbro. Buona lettura.

Poiché discendevo i Fiumi impassibili,/mi sentii non più guidato dai bardotti:/Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio e inchiodati nudi a pali variopinti./Ero indifferente a tutti gli equipaggi,/portatore di grano fiammingo e cotone inglese./Quando coi miei bardotti finirono i clamori,/i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Come pallide stelle al giungere dell’alba

Recensione di “Fervore di Buenos Aires” di Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi

È un esercizio allo stesso tempo arduo e seducente approcciare l’opera poetica di un autore splendido e complesso come Jorge Luis Borges (di cui ho già scritto in questo blog). Scrittore magnifico, ineguagliabile per ricchezza stilistica e profondità tematica, ma soprattutto uomo di lettere e di cultura nel senso più pieno e nobile del termine, Borges nacque (e non solo cronologicamente) nel lieve sussurro dei versi. Ha forma lirica il suo giovanile entusiasmo per la bellezza, l’amore geloso per Buenos Aires riverbera limpido in brevi quadri descrittivi che rapiti raccontano angoli e scorci della città colti quasi per caso, per una benevola disattenzione del fato, o degli dei, risuona forte, nelle sue pagine, una certa spavalderia espressiva (caratteristica dell’ultraismo, movimento d’avanguardia che aveva contribuito a creare), ma accanto a tutte queste cose, che in qualche modo definiscono il perimetro all’interno del quale si muove il Borges poeta, già si intravedono, come pallide stelle al giungere dell’alba, alcuni dei nodi fondamentali del suo inesausto narrare in prosa: l’enigma del tempo, che inaspettatamente ci si rivela (In quell’ora in cui la luce ha una finezza di sabbia/entrai in una strada ignota, aperta in nobile spazio di terrazza […] Solo dopo pensai che quella strada della sera era estranea,/come ogni casa è un candelabro dove le vite degli uomini ardono come candele isolate,/che ogni immediato nostro passo cammina sul Golgota), la simbolica immensità del labirinto, al cui interno vive ogni senso e ogni assenza di esso, e che Buenos Aires (specie in Fervore di Buenos Aires, il primo libro di poesie pubblicato), considerata come un luogo-non luogo dal suo cittadino più illustre, appare destinata ad incarnare (I miei passi claudicarono quando stavano per calpestare l’orizzonte/e restai tra le case, quadrangolate in isolati differenti ed uguali/come se fossero tutte quante monotoni ricordi ripetuti di un solo isolato), il mistero della vita e della morte e lo spazio sconfinato della filosofia e della metafisica, che non è se non un ramo della letteratura fantastica (Ciecamente reclama durata l’anima arbitraria/quando l’ha assicurata in vite altrui, quando tu stesso sei lo specchio e la replica/di coloro che non raggiunsero il tuo tempo e altri saranno (e sono)/la tua immortalità sulla terra).     

Ecco dunque che Fervore di Buenos Aires, pubblicato per la prima volta nel 1923 e abbondantemente rivisto in occasione di una nuova pubblicazione nel 1969 (è in questa versione che il libro compare nel primo volume delle opere complete edito da Mondadori, collana i Meridiani), si può considerare come un doppio esordio (e stanno qui, a mio giudizio, il fascino e la difficoltà richiamati in apertura, nei giochi di luce di una lettura che sembra sfidarti a coglierne tutte le sfumature) ; è infatti il canto di un giovane poeta e insieme l’annuncio di un viaggio in terre inesplorate e misteriose, e poi ancora più distante, fino ai confini di mondi confusamente intravisti.

A queste terre, a questi mondi, Jorge Luis Borges conduce il lettore attraverso i suoi racconti, i romanzi e i saggi, tracciando, nel solco di una sostanziale continuità esistenziale e artistica tra prosa e poesia (ribadita anche da quanto scrive nel prologo dell’edizione del 1969 di Fervore di Buenos Aires: “Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente […] il signore che adesso si rassegna e corregge […]. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo), un itinerario di conoscenza che non ha eguali nella storia della letteratura.  

Eccovi una delle poesie a mio avviso più intense e riuscite del libro: La rosa. Buona lettura.
La rosa, 
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza, 
quella del nero giardino nell’alta notte, 
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera, 
la rosa che risorge dalla tenue cenere
per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto, 
quella che sempre sta sola, 
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto, 
la rosa irraggiungibile. 

La storia d’amore di un uomo per un uomo

 

Oscar Wilde, La ballata del carcere di Reading, Rizzoli
Oscar Wilde, La ballata del carcere di Reading, Rizzoli

La storia, celebre, racconta di una condanna pronunciata più per paura che per vendetta, di un’anima amputata, sacrificata sull’altare di una pubblica moralità satura d’ipocrisia e minata da falsità e menzogne, della viltà intellettuale ed etica di una società incapace di comprensione, di tolleranza. La storia, nota a tutti, narra dei due anni di carcere inflitti a Oscar Wilde e scontati nel carcere di Reading, del patetico trionfo del suo avversario e accusatore, il marchese di Queensberry, dell’inferno vissuto dal grande scrittore irlandese, della sua esistenza, interamente dedicata all’arte e alla bellezza, spezzata alla radice. Ma la storia, questa storia, non si conclude con un naufragio, con una sconfitta: è il 1898, Wilde ha scontato la pena e dà alle stampe il frutto, splendido e sconvolgente, della sua esperienza, la Ballata del carcere. “Un patriota imprigionato perché amava il suo paese continua ad amare il suo paese; un poeta imprigionato perché amava i ragazzi continua ad amare i ragazzi”, scrive Franco Buffoni, citando una dichiarazione dell’autore, nell’introduzione al volume edito da Mondadori, e così prosegue: “con queste parole, all’uscita dal carcere, Wilde riuscì a sintetizzare non soltanto l’ineluttabile inutilità del processo e della pena personalmente subiti, ma anche il senso ultimo del proprio capolavoro poetico, La ballata del carcere di Reading. Perché solo apparentemente essa narra la storia dell’impiccagione di un giovane detenuto colpevole di omicidio e delle ‘corali’ reazioni dei suoi compagni di pena. Più propriamente, la Ballata narra la storia d’amore di un uomo per un uomo”.

Commozione, disperazione, pietà, compassione, perdono, amara disillusione; nella raffinata levità del verso, la poesia di Wilde stilla sangue autentico, urla lo strazio della carne e il tormento del cuore. La sua ballata è un canto dolentissimo, che nel descrivere il tragico destino di un uomo solo – il soldato Charles Thomas Wooldrige, condannato a morte per aver assassinato la moglie – giunge a toccare l’universale e, come in un magnifico affresco, illumina la condizione esistenziale del prigioniero (che in questo modo si fa categoria dell’umano, o per dir meglio espressione della degenerazione di ciò che dovrebbe considerarsi come essenzialmente umano). Al di là della perfezione stilistica, al di là di un’estetica del linguaggio che appartiene al poeta così profondamente da definirlo ma che in quest’opera colma di pianto sembra nascondersi a se stessa, le sue pagine hanno la spietatezza quasi insostenibile del vero, i ritratti la concretezza lacerante della testimonianza e le riflessioni la lucidità ardente della conoscenza. Nel tempo della detenzione, in quell’uniformità immobile che è una delle più spregevoli forme di tortura che si possano immaginare, le ore del condannato a morte sono diverse, sono vita che si consuma, che brucia sulla pelle e vela lo sguardo: “Sei settimane camminò in cortile/Con la misera divisa grigia/E in testa il berretto a visiera;/Sembrava leggero il passo, allegro,/Ma non avevo mai visto nessuno/Scrutare così ansioso il nuovo giorno”. Ed è ancora in quel tempo sospeso, in quell’attendere sterile, insignificante, che si sfilaccia come nebbia e annulla ogni domani nell’eternità incolore di un presente insopportabilmente identico a se stesso, che si svela l’ingiustizia, l’empietà delle leggi imposte dagli uomini ad altri uomini: “Io non so se le leggi sono ingiuste/O se invece sono giuste/In prigione si sa solo/Che le mura sono alte/E che ogni giorno dura un anno/Un anno di lunghi giorni/Ma so bene che ogni legge/Fatta dagli uomini per l’uomo/- Dal triste inizio a questo mondo/Col fratello ucciso dal fratello -/Disperde il grano e conserva la pula,/Scegliendo perfidamente./E ancora questo so, ogni prigione/- Vorrei che tutti lo sapessero -/Costruita dagli uomini per l’uomo/È fatta con mattoni di vergogna/E sbarrata, perché non veda Cristo/Come gli uomini riducono i fratelli”.
La Ballata del carcere di Reading è molto più di una poesia sublime, è la nudità smeraldina di un’anima. Ed è la decisione consapevole di un uomo che ha scelto l’arte come specchio di sé imponendosi però di non mentire, di non confondersi alla vista mascherandosi con i suoi serici drappi. È il proposito fermo di non rinunciare, persino nell’umida oscurità di una cella, al proprio essere artista; per non dover rinunciare a chiamarsi uomo.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.
Non portava più la giubba rossa
Perché rossi sono il sangue e il vino,
E sangue e vino aveva sulle mani
Quando lo trovarono col corpo
Della donna che amava,
Uccisa nel suo letto.
Camminava tra gli altri carcerati
Con la misera visiera grigia
E in testa il berretto a visiera;
Sembrava leggero il passo, allegro,
Ma non avevo mai visto nessuno
Scrutare così ansioso il nuovo giorno.
Non avevo mai visto nessuno
Con tanta ansia negli occhi
Fissare un pezzetto di azzurro
– In prigione si chiama cielo –
E nubi leggere vaganti
Sospinte da vele d’argento.
Camminavo con altre anime in pena
All’interno di un cerchio diverso
Mi chiedevo che cosa avesse fatto
Quell’uomo, cosa da niente o grave
Quando qualcuno disse alle mie spalle
«Quello lo impiccano oggi».
Cristo santo! Le mura stesse del carcere
Parvero d’improvviso vacillare
E il cielo sopra divenne
Un casco rovente di acciaio.
Per quanto anch’io fossi anima in pena
La mia pena smisi di sentire.
Pensavo soltanto all’ossessione
Che gli affrettava il passo,
Alla ragione di quel suo sguardo
Fisso con ansia nella luce:
Quell’uomo chi amava aveva ucciso,

Per questo doveva morire.