Dormono, dormono sulla collina

 

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Mondadori
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Mondadori

“Ottant’anni, una vita passata a inseguire la poesia e, dopo averla incontrata per una breve e felice stagione, a rimpiangerla, a cercare con accanimento di ritrovarla. Edgar Lee Masters è l’uomo di un solo straordinario libro, con il passare del tempo amato più all’estero che in patria”. Ecco quanto si legge nella prefazione all’edizione Mondadori dell’Antologia di Spoon River, capolavoro letterario che l’autore scrisse all’età di quarantacinque anni, tra il maggio del 1914 e i primissimi giorni di gennaio del 1915. I versi febbrili – disordinati e saturi d’emozione come soltanto un’ispirazione improvvisa e rapinosa riesce a essere – delle sue poesie-epitaffio (ogni componimento racconta la vita, il più delle volte riassunta in rimorsi e rimpianti, degli abitanti della piccola cittadina di Lewistown, nella quale Masters crebbe, ma è presente anche un altro borgo, Petersburg, dove i suoi nonni paterni vissero per gran parte della vita) danno vita a un canto meravigliosamente armonico, appassionato e struggente insieme, a un racconto travolgente, fiabesco e oscuro che si legge d’un fiato e che pure, pagina dopo pagina si interrompe bruscamente, rivelando lo spettacolo meraviglioso e patetico di uomini e donne e dei loro giorni trascorsi tra pianti, risa, passioni, desideri e sconfitte. Lo splendore dell’Antologia di Spoon River è ovunque: nell’intimità di esistenze impantanate nel sogno di un’irraggiungibile felicità che si fanno specchio della condizione dell’uomo nel mondo, del significato ultimo del suo essere vivo; nell’apertura del libro, in quelle tombe disseminate su una collina, dove tutti riposano e dove la fine si fa inizio, dove il tempo mortale di ciascuno di loro trasfigura nella circolare eternità del tempo naturale, dell’infinito avvicendarsi delle stagioni, e diviene principio della narrazione; nella perfezione descrittiva dei sentimenti, del segreto palpitare dei moti dell’animo (“Lo so che raccontava che io avevo catturato l’anima sua/con una tagliola che lo faceva sanguinare a morte”; “Padre, mai potrai conoscere/l’angoscia che afflisse il mio cuore per la mia disobbedienza,/il momento che sentii la ruota spietata della locomotiva/affondare nella carne urlante della mia gamba”; “A tutto il paese senza dubbio poteva sembrare/che io andassi di qui e di là senza una direzione./Ma qui lungo il fiume al crepuscolo puoi vedere i pipistrelli che volano a zig-zag/qui e là – devono volare in quel modo per procurarsi il cibo”).

Poeta autentico, Edgar Lee Masters ha scritto sulle ali di un’ambizione smisurata; si è assunto un compito sublime e terribile e ha dipinto l’universale nella minuzia del particolare. Al laborioso riposo dei morti di Spoon River non ha affidato soltanto recriminazioni, miserie ed egoistici particolarismi; al pari di un dio, o di un demone, egli ha sottratto uomini e donne all’oblio cui erano destinati per donar loro l’immortalità delle idee, la perfezione dei pensieri, l’invulnerabilità di ciò che si crede per fede, l’irrefrenabile potenza della convinzione. La poesia che abbatte ogni barriera, che sa parlare una lingua differente da tutte le lingue conosciute e proprio per questa ragione comprensibile a chiunque, non è quella miracolosa del verso, della purezza intangibile dello stile, ma quella ruvida, sincera, spontanea dell’io che urla se stesso, è lo strillo acuto del neonato, della vita che trionfa. E così, i corpi tumulati sulla collina, prima insieme e poi ciascuno per sé, divengono voci di un dover essere del mondo che è il sogno ad occhi aperti del poeta: non c’è tema che Masters nei suoi ritratti abbia timore di toccare, non c’è argomento di fronte al quale si ritragga, dalla follia militarista al libero arbitrio. Come dimenticare il rovente j’accuse di Knowlt Hoheimer, il “primo frutto della battaglia di Missionary Ridge”: “Quando ho sentito la pallottola entrarmi nel cuore/ho desiderato di essere rimasto a casa e di andare in prigione per il furto dei maiali a Curl Trenary,/invece che involarmi e arruolarmi./Mille volte meglio la prigione della contea che essere sepolto sotto una statua di marmo con le ali,/con sopra scritte le parole Pro patria./ A proposito, che vogliono dire?”; o l’amara disillusione della signora Merritt, che sconta, di fronte alla spietata maschera perbenista della società, il suo “peccato d’amore”: Silenziosa davanti alla giuria,/neanche una parola di risposta al giudice/che mi chiedeva se io non avevo qualcosa da dire contro la sentenza,/scuotevo soltanto la testa./Cosa potevo dire a della gente che pensava/che una donna di trentacinque anni è colpevole/quando il suo amante di diciannove anni uccide suo marito?”; o ancora la metafora sulla libertà che all’improvviso si fa realtà e uccide il suo più grande ammiratore, Roger Heston: “Oh, quante volte Ernest Hyde ed io/abbiamo discusso sul libero arbitrio./ La mia metafora favorita era la mucca di Prickett tenuta legata al pascolo,/e libera, come si sa, nella misura consentita dalla lunghezza della fune./Un giorno mentre al solito si discuteva,/guardando la mucca che tirava la fune per spingersi oltre il cerchio che aveva pelato mangiando,/il piolo venne fuori e sollevando la testa quella cicaricò./«Cos’è questo, libero arbitrio o cos’altro?» disse Ernest correndo./Io caddi proprio quando quella m’incornò a morte.”?
Opera tra le più celebri della storia della letteratura, L’Antologia di Spoon River è un libro imprescindibile; per quanto oggi risenta di una certa stanchezza (più stilistica che di contenuto a mio avviso), tra le sue pagine soffia inesausto un alito di verità, che tutti riguarda e a tutti appartiene.
P.S. Da questo libro, Fabrizio De Andrè, altra monumentale figura di poeta, ha tratto ispirazione per uno dei suoi dischi migliori, intitolato Non al denaro, non all’amore né al cielo. Nel caso non lo conosciate, mi permetto di suggerirvelo insieme all’Antologia di Spoon River.
Eccovi l’incipit, la poesia intitolata La Collina. Buona lettura.
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il fortebraccio, il clown,
il bevitore, l’aggressivo?
Uno consunto dalla febbre,
uno si è bruciato nella miniera,
uno fu assassinato in una rissa,
uno è morto in galera,
uno è caduto dal ponte lavorando duro per moglie e figli –
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie ed Edith,
la cuor tenero, l’anima semplice, la chiassosa,
l’orgogliosa, la felice? –
tutte, tutte ora dormono sulla collina.
Una è morta di parto clandestino,
una di un amore contrastato,
una tra le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio ferito, all’inseguimento
del desiderio del cuore,
una dopo una vita passata lontano tra Londra e Parigi
fu riportata al suo piccolo spazio vicino a Ella e a Kate
e a Mag –
tutte, tutte ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Tony Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva potuto parlare
con gli uomini venerabili della rivoluzione? –
Tutti, tutti ora dormono sulla collina.
Hanno portato loro figli morti in guerra,
e figlie schiantate dalla vita, e gli orfani piangendo, –
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov’è il vecchio Fiddler Jones violinista
che ha eseguito la vita per tutti i suoi novant’anni,
sfidando neve e pioggia a petto nudo,
bevendo, ribellandosi, che non gli importava nulla di una moglie,
né dei parenti, né dei soldi, né dell’amore, né del cielo?
Eccolo qui! che farfuglia del pesce fritto di un tempo,
delle corse dei cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,
di quello che una volta

Abe Lincoln disse a Springfield.

Una gloriosa, indimenticabile sconfitta

 

Definito dal suo stesso autore “un romanzo comico sulla morte”, Il dono di Humboldt di Saul Bellow, pubblicato nel 1975 (un anno prima che lo scrittore statunitense ricevesse il Nobel per la letteratura) e insignito del premio Pulitzer, oltre a essere un’agrodolce riflessione sul senso dell’esistere e sulla sua conclusione, è la ruvida esplorazione del mondo interiore di un uomo, delle sue speranze, dei sogni coltivati, delle sconfitte patite, delle illusioni cullate a dispetto di tutto e di tutti. Forse più che in qualsiasi altro suo lavoro, qui Bellow azzarda, sperimenta, e sceglie di raccontare (eliminando la suddivisione in capitoli) una vicenda che si snoda in 600 pagine nello stile disordinatamente violento del flusso di coscienza, affastellando, su un presente zoppicante, impreciso come lo sfondo in penombra di un palcoscenico, grumi di ricordi, lunghe parentesi analitiche sui più disparati argomenti, apologhi, sentenze tanto brevi quanto taglienti – “Uno studente del corso di metafisica, un giorno chiese al filosofo Morris Cohen: «Come faccio a sapere, professore, che io esisto?». Al che l’arguto vecchio: «Chi è che me lo chiede?»”; “Una volta che hai letto Psicopatologia della vita quotidiana sai che la vita quotidiana è psicopatologica”. È il tempo l’assoluto protagonista di questo romanzo; il tempo inteso come metafisica misura del nostro vivere (dunque il tempo considerato nella dimensione dell’eternità, oppure in quella della memoria, pietoso sistema di autodifesa per mezzo del quale ci illudiamo di non aver perso completamente coloro che non abbiamo più accanto e nello stesso tempo proviamo a noi stessi di non essere ancora divenuti ombre, spettri), e il tempo della quotidianità, quello che ognuno di noi sperimenta e conosce, oppresso dalle urgenze materiali, sfibrato dai bisogni personali, consumato, come da un cancro, dall’ossessione del denaro e della gloria. È in questo tempo che si muovono Charlie Citrine, commediografo di successo, e Von Humboldt Fleisher, poeta estroso e imprevedibile, uomo di genio, spirito raffinatissimo e inquieto, rapito dallo splendore dei versi e per converso, quasi per una sorta di diabolico contrappasso, incapace di rapportarsi con il mondo (cui riserva esclusivamente velenoso disprezzo, di fronte al quale denuncia complotti osceni partoriti dalla sua sovraeccitata fantasia); ieratico bardo destinato all’Olimpo ma condannato prima all’alcol e agli antidepressivi e infine alla pazzia. A Humboldt, suo amico e mentore, Citrine deve tutto, la ricchezza, la considerazione del mondo accademico e culturale, la fama; e a quel poeta bellissimo e goffo, un tempo grande e ora dimenticato, costretto a trascinare i propri giorni nello squallore di alberghetti di quart’ordine e nella miseria del cibo stentato, racimolato con fatica, egli dedica pensieri, ricordi commossi, intrisi d’affetto autentico come di colpevole rimorso. Ma non è la gratitudine a spingerlo verso Humboldt, è la sua vita, che sembrerebbe perfetta e invece è un caos irrimediabile, un groviglio di fallimenti; perduto nel rimpianto di amori che sarebbero stati perfetti se solo fosse stato capaci di viverli, divorziato, con due figlie che ama ma che non vede quanto vorrebbe e l’ex consorte decisa a privarlo di tutto quel che possiede, adescato da una giovane e spregiudicata amante che mira soltanto alle sue sostanze (che Citrine scialacqua senza neppure rendersi conto di farlo, o senza badare alle conseguenze), circondato da amici di dubbia fedeltà e fragilissima onestà, il celebre uomo di lettere, l’intellettuale ammirato, sprofonda in un abisso che pare non avere fine. E tuttavia non è la povertà a terrorizzarlo, bensì l’incapacità di trovare una ragione per il suo essere vivo, e un significato per tutto ciò che ha riguardato Humboldt, per le sue poesie, per la sua fine indecorosa; Citrine, vivendo, cerca, muovendosi come un cane impazzito tra platonismo, teosofia, antroposofia, criptospiritismo e adunate angeliche, il perché della vita, e in questa sua inesausta caccia non fa che imbattersi in tante piccole morti, amputazioni successive dello spirito umano. E la morte peggiore che deve affrontare, la più terribile, è quella della poesia, quella che spiega il fallimento di Humboldt (così come quello dello stesso Citrine); qui Bellow è nello stesso momento visionario e lucidissimo, è un apocalittico profeta che, gettato uno sguardo alla sfera di cristallo, disperatamente ispirato parla la lingua dell’oggi, quella del potere, della tecnica, dell’efficienza: “Può infatti una poesia caricarti su a Chicago e sbarcarti a New York dopo due ore? O può eseguire calcoli per un volo spaziale? Non ha tali poteri. E l’interesse è dove è il potere. Ai tempi antichi la poesia era una forza: il poeta possedeva una forza concreta nel mondo materiale. Certo, il mondo materiale era diverso allora. Ma quale interesse poteva suscitare Humboldt? Egli si abbandonò alla debolezza e divenne un eroe della disgrazia. E diede il suo consenso al monopolio del potere e dell’interesse detenuto dal denaro, dalla politica, dalla legge, dalla razionalità, dalla tecnologia, poiché non riusciva a vedere che cosa di nuovo e necessario i poeti potessero fare. Fece invece qualcosa di vecchio: si procurò una pisola, come Verlaine”.
Romanzo splendido, di un’intensità e di una profondità uniche, Il dono di Humboldt è il racconto di una resa incondizionata, la cronaca di una battaglia perduta. Ma è anche una luminosa opera d’arte, un purissimo scintillare letterario, una gloriosa, indimenticabile sconfitta.
Eccovi l’inizio (il magnifico lavoro di traduzione è di Pier Francesco Paolini). Buona lettura.

Il libro di ballate pubblicato da Von Humboldt Fleisher negli anni Trenta riscosse un immediato successo. Humboldt era, appunto, colui che tutti quanti attendevano. Io per me l’aspettavo ardentemente, dal mio fondo di provincia nel Midwest, ve l’assicuro. Scrittore d’avanguardia, il primo della sua generazione, era bello, era biondo, grande e grosso, serio e insieme spiritoso, ed era colto. Insomma, aveva tutto. Nessun giornale mancò di recensire il suo libro. La sua foto comparve su «Time» senza ingiurie e su «Newsweek» con elogi. Io lessi con trasporto, le Ballate di Arlecchino. Ero studente all’Università del Winsconsin e non pensavo ad altro, giorno e notte, che alla letteratura. Humboldt mi rivelò nuovi orizzonti, nuovi modi di fare. Andavo in estasi. Gli invidiavo il talento e la fortuna. Invidiavo la sua fama. E a maggio me ne andai all’Est proprio per lui: contando di vederlo, magari di avvicinarlo. Il viaggio, in corriera, passando per Scranton, durò una cinquantina di ore. Che importava? Guardavo dal finestrino aperto: non avevo mai visto, prima, vere montagne. Gli alberi mettevano gemme e germogli. Pareva la Pastorale di Beethoven. Mi sentivo inondare di verde, dentro di me. Anche Manhattan mi andò subito a genio. Mi affittai una camera per tre dollari la settimana, e trovai un lavoro: vendevo spazzole di porta in porta. Tutto quanto mi dava una selvaggia eccitazione. Siccome avevo scritto a Humboldt una lunga lettera, da ammiratore, venni presto invitato a casa sua, per conversare di letteratura, di altre cose elevate. Abitava in Bedford Street, nel Greenwich Village, poco lontano da Chumley’s.

Spettatori dell’ira funesta di Achille

 

Vincenzo Monti, Iliade di Omero, Mondadori
Vincenzo Monti, Iliade di Omero, Mondadori

Le virtù eroiche e guerriere, la fierezza dei combattenti dell’uno e dell’altro schieramento, la stanca saggezza di Priamo, signore della superba Troia, l’indomito coraggio di Ettore, condannato dal fato al sacrificio di sé, l’orgoglio di Achille, il più valoroso tra gli Achei, l’amore appassionato e tragico tra Paride ed Elena, la spavalderia colpevole di Agamennone, comandante dell’esercito assediante, la furia  inarrestabile di Diomede, che solo una volta giunto dinanzi ad Apollo depone la propria spada, la pazzia del nobile Aiace Telamonio, indotta da un incantesimo di Atena, e ancora Enea, difensore di Troia, il giovane Patroclo, perdutamente amato da Achille, che si reca in battaglia con indosso l’armatura dell’amico e soccombe a Ettore, l’astuto Ulisse, re di Itaca, tessitore di mortali inganni. La meravigliosa traduzione in versi di Vincenzo Monti de l’Iliade di Omero, trionfo di bellezza, non è soltanto uno dei riconosciuti vertici della poetica classicista ottocentesca, è un capolavoro letterario senza tempo, un patrimonio di inestimabile valore; nelle pagine dell’opera riverbera infatti per intero la grandezza di un mondo, quello greco, di cui la nostra cultura e la nostra sensibilità d’uomini è figlia. Dando prova di un mimetismo che va ben al di là della preparazione filologica, della puntualità linguistica e della raffinata soluzione espressiva, Monti legge l’epopea omerica prima di tutto come un mito fondativo che riguarda tutti, e come tale si sforza di restituirlo. Come acutamente scrive Michele Mari nell’introduzione ai due volumi dell’opera editi da Rizzoli, “troppo affascinato dal mito classicista di Omero pater poetarum per potersi seriamente interessare alla questione omerica, che dopo un secolo di dibattito europeo (D’Aubignac, Vico, Bentley, Blackwell, Wood, Merian, Villoison) riceveva proprio in quegli anni i contributi fondamentali di Heyne e di Wolf, il Monti era anche portato ad ammirare la grande favola iliaca al punto di perderne di vista il testo in quanto tale e i problemi che vi erano connessi. Più che un testo storicamente e formalmente determinato, in altre parole, il poema di Troia era ai suoi occhi un mito plastico e luminoso, una «storia», definitiva nella sua esemplarità eroica, che attendeva solo di essere altrettanto definitivamente guadagnata alla letteratura italiana”.

La perfezione del lavoro di Vincenzo Monti, il suo splendore letterario dipendono solo estrinsecamente (anche se si tratta, è bene dirlo con estrema chiarezza, di qualcosa di fondamentale importanza) dai suoi studi sulla lingua e dalle scelte, formali e sostanziali, che ne discendono; i versi, infatti, emozionano e conquistano perché sono prima di tutto la traduzione sincera e immediata dei sentimenti che il poeta ha provato leggendo delle battaglie e degli amori, degli scontri tra gli dei e tra gli uomini, delle virtù difese fino alle estreme conseguenze e dei destini, anche i più terribili, accettati con quel quieto fatalismo che contraddistingue le anime più pure. L’entusiasmo di Monti, prima di essere quello specialistico dell’uomo di lettere che si trova a tu per tu con uno delle più grandi opere della storia della letteratura, è quello, quasi fanciullesco, per una scintillante epopea capace come nessun altra di parlare al cuore prima che alla mente, per una verità resa eterna dai comportamenti degli uomini, dalle loro scelte, per il bene e il male abbracciati con convinzione piena, con adamantina consapevolezza, e in tal modo diventati simbolo di ciò che è giusto e del suo opposto. Lo stupefacente equilibrio tra la musicalità dei versi di Monti e la loro eccezionale potenza evocativa conduce il lettore nel bel mezzo delle battaglie, nelle stanze degli dei e fin nei più segreti recessi dei cuori degli uomini, là dove ogni cosa ha inizio. Tutto, nell’opera di Omero, è archetipo, a partire dagli eroi, splendenti eppure in qualche modo bambini, come fossero espressione dell’infanzia del mondo. Con Omero, con la sua narrazione burrascosa, prende avvio la civiltà come noi la conosciamo; Monti, consapevole di sedere sulle spalle di un gigante, mette le infinite possibilità della lingua al servizio di una storia che racchiude in sé tutte le storie che si racconteranno da quel momento in avanti, e riesce in una sorta di miracolo espressivo. La sua Iliade diviene archetipo nello stesso modo in cui lo è il modello, si veste di un’innocenza letteraria irripetibile e, pur figlia del tempo, guadagna l’immortalità. Come scrive ancora Mari in chiusura della sua illuminante introduzione, “chi non si accontenta di una versione puramente strumentale dell’Iliade ancora oggi ricorre all’interpretazione fluida e ariosa di Vincenzo Monti, anche perché (ed è un’ulteriore riprova di classicità) per il lettore italiano è sempre difficile separare il poema di Omero dalla forma impressagli dal Monti una volta per tutte, e dimenticarsi di attacchi e di chiuse come Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta o Questi furo gli estremi onor renduti al domatore di cavalli Ettorre. «Niuno vorrà in Italia per lo innanzi tradurre la Iliade», esclamava M.me De Staël nel suo storico articolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, «poiché Omero non si potrà spogliare dell’abbigliamento onde il Monti lo rivestì»; non c’è dubbio, almeno per la seconda parte, che la profezia si sia avverata”.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse ampia contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.
E qual de’ numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente perìa: colpa d’Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l’aureo scettro dell’arciero Apollo:
e gli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gli immortali del cielo abitatori
concedansi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh, mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate.

Poiché tutto accadde per divenire libro

Autore tra i più importanti della storia della letteratura, Jorge Luis Borges, romanziere eccelso, poeta sublime, saggista meticoloso, e ancora storico, filosofo, immaginifico creatore di storie e di mondi, è prima di tutto e per sua stessa ammissione un lettore. Un lettore infaticabile, curioso, coltissimo, attento. I suoi numerosi capolavori letterari sono un laboratorio scientifico, un’officina alchemica, un’irraggiungibile caverna all’interno della quale uno stregone, indifferente al trascorrere del tempo (o più probabilmente antico quanto il tempo stesso), trasforma in qualcosa di nuovo e perfetto miti, suggestioni, temi, argomenti, riflessioni e intuizioni per secoli raccontati e trasmessi attraverso i libri.

Come fosse un mosaico che muta al mutare dello sguardo che lo osserva, l’opera di Borges sembra non avere né inizio né fine; ogni suo lavoro, sia esso in prosa o in versi, è un viaggio, unico e irripetibile, nello sconfinato universo letterario, esplorato e restituito al lettore con eleganza d’esteta, passione d’amante e ineguagliabile talento narrativo. Non esiste, dunque, nella produzione del grande scrittore argentino, qualcosa che somigli a un “centro”, uno scritto che, più o meglio di altri, riveli qualcosa di particolarmente significativo dell’autore o dei suoi temi prediletti (in questo senso, è affascinante attribuire agli scritti di Borges la definizione di Dio elaborata dalla Scolastica e ripresa, tra gli altri, da Niccolò Cusano e Giordano Bruno; un cerchio infinito il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo), tuttavia, a mio avviso, ci sono libri che non possono non essere letti, e in special modo Finzioni, una raccolta di otto racconti indimenticabili per perfezione stilistica e originalità di contenuto.
Scrive Domenico Porzio nella bellissima prefazione all’opera omnia di Borges pubblicata da Mondadori  (due volumi, collezione I Meridiani, ma per quanto riguarda il solo Finzioni vi consiglio l’edizione Einaudi, tradotta e curata da Franco Lucentini): “Una memoria prodigiosa, nutrita da molteplici esperienze culturali, occidentali ed orientali, vigilata e accompagnata da una provocatoria reattività creativa. La ripetitiva vanità della Storia, le inappagate e cicliche interrogazioni delle filosofie e delle teologie, sollevate a materia di lucida e appassionata poesia. La proclamata certezza nell’equivalenza tra scrittura e lettura come momenti concomitanti e indispensabili all’accadimento del fatto estetico. L’inevitabile ribaltamento («il debole artificio di un argentino smarrito nella metafisica») nella irrealtà di ogni manifestazione del reale. Il meditato e risentito stupore, lo smarrimento gnostico, dinanzi all’insondabile destino dell’uomo e al mistero della creazione. La profonda, stoica commozione per le inutili speranze del progresso e delle rivoluzioni. L’idolatrica esplorazione dei miti e delle sorgenti delle antiche letterature e dell’epica da cui scaturì la poesia, poiché tutto accadde per divenire libro; il sospetto che anche la creazione sia un libro scritto dallo Spirito, del quale noi siamo le inconsapevoli lettere e parole. L’applicazione coinvolgente della tecnica della narrativa poliziesca per diramate e sorprendenti indagini speculative. Il dono e la conquista di una scrittura di ironico nitore e di classica semplicità. Una letteratura che è specchio implacabile e non rassegnato della nostra angoscia, della nostra crisi di identità, pur eludendo il tragico quotidiano. Un’avventura in versi e in prosa nell’immaginario, alla ricerca dei profetici frammenti di verità che lo Spirito ha elargito alla letteratura, mutevole caleidoscopio che ogni lettore modifica e ricrea. Sono queste alcune magie parziali che hanno progressivamente portato le pagine di Borges al centro di un’attenzione ormai planetaria”.
Di questa parziale magia è intrisa ogni riga di Finzioni, un libro di racconti unico nel suo genere, un’ininterrotta teoria di meraviglie nella quale la verità e il suo opposto si confondono fino ad annullarsi, fino ad annullare qualsiasi differenza fra loro. E quel che resta non è che bellezza, nella sua forma più pura.
P.S. Questa è la centesima scheda del blog. La dedico a Borges come personale omaggio a uno degli scrittori che più mi hanno influenzato. Spero che quanto ho scritto e riportato spinga qualcuno tra voi a scoprire Borges o a riscoprirlo (nel caso avesse già letto qualcosa di suo ma non ancora Finzioni).
Ora lascio la parola al grande argentino, non al primo dei racconti di Finzioni questa volta, ma alla sua premessa. Credo non possa esserci miglior invito alla lettura.
Gli otto scritti che compongono questa raccolta non hanno bisogno di chiarimenti importanti. L’ottavo (Il giardino dei sentieri che si biforcano) è poliziesco: i lettori assisteranno all’esecuzione e a tutti i preliminari di un delitto il cui scopo non ignorano, ma che non comprenderanno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo. Gli altri sono fantastici. Uno – La lotteria a Babilonia – non è del tutto esente da simbolismo. Non sono il primo autore del racconto La biblioteca di Babele; i curiosi della sua storia e preistoria potranno interrogare una certa pagina del numero 59 di «Sur», in cui figurano i nomi eterogenei di Leucippo e di Lasswitz, di Lewis Carroll e di Aristotele. In Le rovine circolari tutto è irreale; in Pierre Menard, autore del Chisciotte è irreale il destino che si impone il protagonista. La lista degli scritti che attribuisco a Menard non è divertentissima, ma non è arbitraria; è un diagramma della sua storia mentale…

Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in Sartor Resartus, Butler in The Fair Haven: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi. Questi sono: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius; Esame dell’opera di Herbert Quain; L’accostamento ad Almotasim. L’ultimo è del 1935; ho letto da poco The Sacred Fount (1901), il cui argomento generale è forse analogo. Nel delicato romanzo di James il narratore cerca di scoprire se sia A, o se sia B, a influire su C; nell’Accostamento ad Almotasim egli presenta o indovina, attraverso B, la remotissima esistenza di Z, che B non conosce.