I foruncoli e le mammelle del merito

Recensione di “Una bellezza russa” di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov, Una bellezza russa, Adelphi

È la desolazione dell’uomo solo, privato della patria, derubato dell’odore della terra che lo ha visto nascere, dell’infinità del cielo sul quale ha spalancato gli occhi, della povertà delle case che lo hanno protetto, degli inconfondibili suoni da cui è stato cullato e che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono divenuti la voce che egli ha donato al mondo, con la quale ha cercato di conoscerlo, provato a comprenderlo. È la tragedia di una solitudine per la quale non esiste rimedio; è lo scandalo di un abbandono assoluto, che puzza di morte, il cui vuoto incolmabile è quello di immensi campi bruciati, resi sterili dalla violenza feroce del fuoco; è il pianto liberato dinanzi a una bara aperta, quel colmare gli occhi di lacrime che non conosce comunanza e si chiude a ogni possibile comprensione; è il fallimento dell’amore come rimedio al dolore, il suo naufragio, specchio di quello esistenziale di chi sa che non potrà più rivedere il proprio Paese. Tutto questo è il filo rosso che unisce tra loro i racconti di Vladimir Nabokov pubblicati nella raccolta intitolata Una bellezza russa (in Italia edita da Adelphi nelle traduzioni di Dmitri Nabokov, Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore), un insieme di storie che del grande romanziere russo naturalizzato statunitense offre un profilo inedito. Quel che di questo magnifico scrittore ci hanno detto i romanzi, infatti – la sua ineguagliabile raffinatezza narrativa, la radicalità dei temi toccati, sfumata dalla perfezione della prosa ma in nulla depotenziata nella sua essenza, la filosofica circolarità dell’umorismo, tanto venato d’amarezza quanto vestito dei colori sgargianti della deformazione grottesca, via maestra per indicare il vero – qui è in buona misura messo da parte; in queste pagine a prevalere è un tono quasi dimesso, un grigiore uniforme, che è tanto nelle cose quanto nei personaggi, tanto nelle ambientazioni quanto negli interiori paesaggi dei protagonisti. Continua a leggere I foruncoli e le mammelle del merito

Un precipitare d’anni e d’emozioni

Recensione di “In fuga” di Alice Munro

Alice Munro, In fuga, Einaudi

Una frattura, un baratro che si spalanca d’improvviso interrompendo traumaticamente la rassicurante monotonia dei giorni che seguono ai giorni. Uno spezzarsi della vita, un frantumarsi di abitudini, uno sfarinare di certezze, un chimico dissolversi, un precipitare di emotive sostanze che tornano mutate in altro, a volte addirittura nel proprio opposto, a volte invece semplicemente rafforzate in quelle che un tempo non erano che sfumature, sospetti, pallide sensazioni, dalla loro esplorazione del tempo, da quel malato contrarsi degli anni che è incancellabile testimonianza del dolore provato. L’abisso, la sua epifania, sconvolgente eppure in qualche misterioso modo attesa, quasi respirasse, al pari di una vita nel grembo materno, nella trama delle cose, in ciò che resiste al di sotto della mutevole superficie del mondo, e le conseguenze cui conduce, sono la chiave, contenutistica e narrativa della splendido e straziante volume di racconti di Alice Munro intitolato In fuga (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso). Nei suoi brevi, intensissimi quadri di vita (tre dei quali, i racconti intitolati Fatalità, Fra poco e Silenzio hanno identica protagonista e continuità tematica) la scrittrice canadese, premio Nobel per la Letteratura nel 2013, disegna ritratti di donne tormentate non tanto da ben identificate paure quanto dall’impossibilità di non cadere in qualche errore, di non inciampare in una distrazione, un infortunio, una leggerezza che potrebbe rivelarsi catastrofica. Continua a leggere Un precipitare d’anni e d’emozioni

I dannati e il loro inferno

Recensione di “Racconti” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, Racconti, Feltrinelli

Hanno l’atmosfera inquietante degli incubi e i contorni bui e inafferrabili di una realtà decisamente troppo folle, o terribile, o grottesca, o assurda per essere vera i Racconti di Friedrich Dürrenmatt pubblicati da Feltrinelli; storie scritte nell’arco di quarant’anni (dal 1942 al 1985) che, pur toccando i generi più diversi, hanno il loro denominatore comune nella scelta degli argomenti trattati, nell’antropologica “curiosità” dell’autore, nella sua filosofica analisi del male, nel confronto aperto, spigoloso, tra la parola scritta e il mondo, cui la letteratura si rivolge come a suo privilegiato oggetto d’analisi e che è nello stesso tempo chiamata a interpretare e comprendere. Al di là delle ovvie differenze di stile, quel che davvero colpisce in questo libro è il progressivo mutare del respiro narrativo degli intrecci; mentre all’inizio emerge con forza il bisogno di dar forma, razionalità a una storia, di inquadrarla e in tal modo evidenziarne il senso (e dunque il fine ultimo), in lavori più maturi e strutturati quest’ansia cede il passo alla pura suggestione della parola, alla sua capacità di creare situazioni, personaggi e da lì procedere alla costruzione di scenari più ampi, più gravidi di implicazioni. Continua a leggere I dannati e il loro inferno

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Nascita di una nazione

Recensione de “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer

Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, Mondadori

“I ‘Canterbury Tales’ (che il Chaucer ideò intorno al 1387) costituiscono la vasta e multiforme epopea della società medievale inglese, colta nel periodo in cui questa stava passando dal feudalesimo all’organizzazione nazionale. Tale trasformazione, che aveva avuto inizio assai prima della nascita del poeta e si sarebbe compiuta molto tempo dopo la sua morte, fu affrettata durante il corso della sua vita da profondi rivolgimenti politici ed economici. Mentre la guerra dei cento anni con la Francia […], incominciata come guerra dinastica e feudale, andava assumendo un carattere etnico e «imperialista», una spaventosa epidemia di peste colpiva l’Inghilterra: in soli tre mesi […] la popolazione del regno venne ridotta da quattro a due milioni circa. In una società in cui di solito il mutare delle condizioni di vita era molto lento, le conseguenze economiche d’uno spopolamento così rapido si fecero sentire ancor più […]. Durante questo periodo di grandi mutamenti nella struttura della società, ebbe inizio in Inghilterra un movimento religioso precorritore della riforma protestante. La Chiesa, che aveva civilizzato il paese insegnando ai ricchi la carità e ai potenti la moderazione, era stata a sua volta corrotta dalla ricchezza e dalla potenza […]. Continua a leggere Nascita di una nazione

Il più pericoloso dei crinali

Recensione di “Tutti i racconti” di Katherine Mansfield

Katherine Mansfield, Tutti i racconti, Adelphi

Nell’immagine restituita dallo specchio la verità di sé; nelle silenziose urla dei pensieri più segreti tutto quel che è essenziale, che identifica, che contraddistingue; nel muto inseguirsi degli sguardi, nel balbettio di gesti abbozzati e subito interrotti, il goffo respirare dello spirito; nell’ombra di giorni che, circondati d’indifferenza, senza sosta nascono e muoiono, l’affannarsi della vita. Abitano il sottosuolo delle emozioni i racconti di Katherine Mansfield, narrano ciò che è nascosto, i moti e le pulsioni che innervano le esistenze dei singoli (e attraverso esse quella del corpo sociale, di cui sono, in pari tempo, fondamento e parte), le elaborate finzioni e le piccole e grandi menzogne che fanno da impalcatura alle convenzioni e alle regole della comune convivenza familiare, politica, umana, le strategie necessarie a farsi strada, a ottenere quel che si desidera, o più modestamente a sopravvivere, a non soccombere. Spogliate, almeno in apparenza, d’ogni tragicità, prive di qualsiasi sovrabbondanza epica – non c’è nulla di eccezionale nei personaggi della Mansfield, né sembra meritare di venir ricordato quel che accade loro – le sue storie hanno la rassicurante armonia di un paesaggio naturalistico dipinto con noiosa diligenza; la descrizione, tuttavia, la precisione del quadro al cui interno le cose avvengono, non è che un sottile, diabolico inganno. Continua a leggere Il più pericoloso dei crinali

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

La guerra di Berto

Recensione de “La colonna Feletti” di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio
Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio

Il tono sommesso, crepuscolare, che sembra quasi raccontare in tono di scusa la guerra d’Etiopia, lo smarrimento italiano di fronte alla solennità della terra d’Africa, l’ingenua arroganza del conquistatore contrapposta alla dignità dell’invaso, dello sconfitto, l’umanità travolta dal conflitto e che al conflitto cerca di opporsi come può; rifugiandosi nella disciplina severa del soldato o rincorrendo senza sosta un significato, un’emozione, una scintilla, qualcosa capace di aiutare quel tempo e quei luoghi ad ancorarsi alla memoria, a farsi esperienza, a diventare vita: “Cercava di suscitare in sé una commozione, per rendere poi più facile e individuabile il ricordo. Una sera, tanti anni fa, davanti a un paese chiamato così e così, stanco dopo una lunga giornata di cammino sull’altipiano del Beghmeder-Lastà, io ho pensato questo e questo, e c’era il sole basso che passava tra gli eucaliptus. Non gli veniva niente da pensare, niente d’importante almeno, e di sicuro non se ne sarebbe ricordato. Un mese fa, ad esempio. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarsi dove si fosse trovato e cosa avesse visto un mese fa. Neppure di oggi sarebbe rimasto nulla, era la fine di una giornata come tante […]. Del resto, doveva ammettere che l’attrattiva più pericolosa di quella vita era appunto la mancanza di dimensione, dimensione anche morale, naturalmente, e quindi mancanza di responsabilità: lasciarsi vivere, da un giorno all’altro”. ù

E il sussurro della verità, in questa prosa lenta e dolorosa che avanza a fatica, trascinandosi come un esercito in un acquitrino, è quello personale dell’autobiografia; così, nel narrare la guerra, Giuseppe Berto prima di tutto narra se stesso. La sua adesione, prima alla drammatica impresa coloniale e poi al secondo conflitto mondiale, esposta nella sua nudità di semplice vissuto, di scelta, priva di qualsiasi stucchevole trionfalismo, vuota di giustificazioni e all’opposto ricchissima di dignità, del silenzioso eroismo di coloro che, malgrado tutto, lottano per restare “vivi e se stessi”, la generosa sincerità dell’autore, che non celebra e non accusa, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto ma non per questo tace la sofferenza patita, il vuoto lasciato dagli amici perduti, lo sfinimento del corpo e dello spirito, commuovono e sorprendono.

Nei racconti di guerra e di prigionia di Giuseppe Berto raccolti nel volume intitolato La colonna Feletti non si respira né il viziato pentimento di un antimilitarismo abbracciato in ritardo né l’intransigenza di una convinzione, di un credo; le sue storie, certo, raccontano di vinti e non di vincitori, di morti più che di sopravvissuti (o di sopravvissuti che al fronte o nei campi di detenzione hanno irrimediabilmente perduto una parte di sé), ma nelle schiere di derelitti cui egli dà voce – e dei quali fa parte, Berto stesso, infatti, catturato nel 1943, trascorrerà tre anni a Hereford, in Texas, da internato – a emergere non sono, come ci si potrebbe aspettare, il rimpianto o la rabbia, bensì una limpida consapevolezza di quel che accade e la sua accettazione, non supina, non rassegnata, ma totale, piena, completa.

La guerra, dunque, così come Giuseppe Berto la restituisce in queste pagine, non è che la stazione di un’anonima via della croce; è il tempo dilatato e immobile, opprimente come afa e riempito di nulla, dei soldati inchiodati nelle postazioni in attesa di lanciarsi all’assalto del nemico (Sosta a Cassino), è il coraggio di immolarsi per l’ideale che si è deciso di abbracciare, malgrado la giovanissima età, malgrado la vita, la vita stessa, urli di non farlo, di cambiare idea, di tradire tutto e tutti per poter restare fedeli a sé (Necessità di morire), è la severità del campo di prigionia rispettata ma non subita (25 luglio nel Texas, La conversione, Avvenimento a Hereford), è la voglia di resistere, di esistere e di amare che sboccia improvvisa dove il suolo è più arido, più sterile che mai, in un corpo ferito sistemato in un letto d’ospedale (Il seme tra le spine), è l’eredità, spesso insostenibile, delle decisioni prese, che trasforma il dopoguerra dei vinti in un calvario senza fine (È passata la guerra).

Ma soprattutto è, nel racconto che dà il titolo al libro, puntuale cronaca di un massacro realmente accaduto (l’annientamento di una pattuglia italiana) che ha gli accenti e le sfumature di una lunga confessione, un omaggio, un riconoscimento, una testimonianza. Scrive in proposito Cesare De Michelis nella postfazione al libro edito da Marsilio: “[…] Berto ricorda nel suo primo racconto la drammatica sconfitta di una pattuglia italiana che invano cerca di sfuggire alla morte, senza rancore verso il nemico, senza esaltarsi di fronte al sacrificio di tante vite, pago di scorgere di fronte alla morte il volto più autentico degli uomini, il loro più nobile attaccamento alla vita […]. Il racconto d’esordio scritto appena tornato alla vita civile è davvero – come lo definì Berto stesso – «un curioso racconto», perché in esso si sommano, e poi si contraddicono, il proposito «di pagare un tributo di omaggio e riconoscenza» ai commilitoni tragicamente rimasti uccisi in un’impresa di guerra e il desiderio di evocare uno stato d’animo eccitato e spavaldo, del quale resisteva soltanto la nostalgia nel povero mondo provinciale dove era ormai per sempre tornato. Così l’originario proposito agiografico si scolora nel malinconico ricordo di una stagione rimpianta non per l’eroica gloria dei conquistatori ma piuttosto per la maschia solidarietà di uomini semplici, «ai quali rincresce molto morire, e non arrivano mai a pensare alla Patria o al Fascismo, ma soltanto ad un dovere di soldati e di compagni». Questo primato di un forte e netto impegno morale travolge qualsiasi tentazione puramente o astrattamente letteraria o, al contrario, apertamente propagandistica e suggerisce invece toni anticipatamente neorealistici, tanto è appassionata l’attenzione alla concretezza dell’esperienza, anche nei suoi aspetti meno clamorosi, e determinante la tensione a cavarne una lezione che la riassuma, vanificando qualsiasi aneddotica in una esemplare parabola”.

Eccovi l’inizio de La colonna Feletti. Buona lettura.

Maharenà era soltanto il capo dei portaordini, eppure sarebbe stato difficile immaginare il Comando di Battaglione senza di lui. Alto e robusto, sui quarant’anni, coi capelli e la barba lanosi e crespi, parlava l’italiano abbastanza bene, con una lieve cadenza meridionale: per quattro anni, da giovane, aveva fatto l’attendente ad un ufficiale barese.

Tutto cominciò e finì con una pietra

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, Garzanti
Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Garzanti

L’inesprimibile, forse, è quel che appartiene a tutti. Un sentire che ognuno sa di provare e per questo crede di conoscere, ma che quando si accinge ad analizzare, a descrivere, sfugge di mano, rifiuta di essere ridotto a oggetto di studio, respinge la soffocante univocità di una definizione. È come se l’universalità del suo manifestarsi, frammentandosi nei vissuti e nelle esperienze dei singoli, divenisse l’opposto di sé, si facesse unicità, e in questa veste rivendicasse l’irrinunciabile diritto alla propria sostanziale inconoscibilità. Sorta di “immagine allo specchio” di Dio, il cui esistere è in rapporto diretto con il ragionamento che prova, che dimostra l’essere, l’amore, presente in qualsiasi vita, non sopporta razionalità alcuna; intorno ad esso non c’è che un continuo discorrere, un confrontarsi incessante che somiglia all’impossibile fuga da un labirinto, il cercare affannoso e inconcludente del cacciatore di tesori, l’ingenuo e fragile interrogare di chi crede sia la favola la veste preferita della verità. Così, l’amore è tanto un eterno argomento di discussione quanto un vicolo cieco; è paradosso e contraddizione, è il nutrimento che non è possibile rifiutare e che pure non sazia, la fonte cui abbeverarsi senza che vi sia modo di estinguere la sete. Di questo amore, inteso come assenza di significato prima ancora che di speranza, racconta, tra pudore, ritrosia e generosi slanci di sincerità che hanno il sapore agrodolce delle confessioni e l’abbandono emotivo delle sconfitte, Raymond Carver in una delle sue più note e amate raccolte di racconti, esplicativa ed enigmatica a partire dal titolo: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Nei brevi (in qualche caso brevissimi) quadri di vita che compongono l’opera, lo scrittore americano isola un momento, un istante nel flusso del tempo, evidenziandone l’ineluttabilità; il mondo sordido e oscuro nel quale si muovono i suoi personaggi, un mondo dove a dominare sono la miseria morale e materiale, una polverosa infelicità e la coscienza viva, feroce, dello scarto incolmabile che separa quel che si desidera da ciò che si ha, è uno scenario da tragedia classica, orfana però di grandezza e splendore, impoverita, umiliata, fatta a pezzi. Al posto degli immutabili decreti del fato, o dell’indefettibile volontà del dio, da cui, nella letteratura greca, i destini degli esseri umani dipendevano per intero, Carver mette in scena le scheletriche decisioni di uomini abbruttiti dall’alcol, le prese di posizione di mariti frustrati e abbandonati, i sordi rancori covati per anni e poi esplosi nella violenza bruciante di un litigio definitivo, l’indifferenza dei figli, cresciuti come incidenti di percorso nella devastazione incolore di famiglie mai sbocciate; esausti, impotenti, assenti, i personaggi carveriani amano nell’identico modo in cui vivono, assediati da una precarietà odiosa e insistente, oppressi da un’ombra di sofferenza, incatenati alla propria meschinità come forzati o pazzi: “Quando Bill e Linda si sposarono, Jerry fece da testimone. Il ricevimento era al Donnelly Hotel, naturalmente, e Jerry e Bill fecero un gran casino tenendosi sottobraccio e tracannando bicchieri di ponce. Ma a un tratto, in mezzo a tutta quell’allegria, Bill guardò Jerry e pensò che sembrava molto più vecchio, molto più vecchio dei suoi ventidue anni”.

Asciutta, essenziale, scarna, la scrittura di Raymond Carver è simile alla lama di luce che penetra da uno spiraglio lasciato aperto, è il vorticare di un raggio di sole che caparbio si è fatto strada tra i pesanti tendaggi sistemati davanti a una finestra; viola la penombra di una stanza quanto basta perché si possa adeguatamente immaginare tutto ciò che non si riesce a vedere con chiarezza, e si posa sugli elementi fondamentali, su tutto ciò che è necessario compaia perché una storia prenda forma e si strutturi. Tra le sue pagine sature di disperazione, nelle case, negli interni anonimi che descrive, esausti, gonfi di respiri rochi, dove si rincorrono rimpianti sussurrati come scongiuri e condanne senza appello pronunciate con voce rotta dal pianto, la sua prosa si posa lieve come un soffio, e come un soffio arriva dovunque, dappertutto si annuncia accarezzando strade, alberi e persone, sfiorando tetti e vetri; e sempre annuncia l’amore, in ogni dove inseguito, braccato, stanato, quellamore che fa capolino per un istante e subito torna a nascondersi, a rifugiarsi nell’irraggiungibilità, negando consolazione al tormento di un uomo incapace di accettare che sua moglie, che lui ama così tanto, e non la moglie di un altro, di qualsiasi altro, muoia a causa di un male terribile – “Perché non qualcun altro? Perché non quei due di stasera? Perché non tutti quelli che non hanno mai problemi? Perché non loro invece di Edith?” – o lasciando perduti, nel loro sforzo di fare chiarezza, di trovare risposte, di capire se stessi e gli altri, un gruppo di amici e amanti raccolti attorno a un tavolo: “Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia”.

Riconosciuto capolavoro letterario, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è un lacerante viaggio nell’abisso del cuore umano, un’odissea che non conosce requie né lieto fine, la misura esatta del mistero che ciascuno di noi rappresenta e incarna.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Livia Manera. Buona lettura.

In cucina, si versò ancora da bere e guardò i mobili della camera da letto nello spiazzo davanti casa. Il materasso era nudo e le lenzuola a righe colorate erano sopra il comò, accanto ai guanciali. Per il resto, tutto aveva più o meno lo stesso aspetto che in camera da letto – comodino e lampada dalla parte di lui, comodino e lampada dalla parte di lei. La parte di lui, la parte di lei.

Una parola terribile

Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori
Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori

“Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è tutto. Presto è la morte…”. Presto è il momento in cui Andreas, soldato dell’esercito hitleriano, protagonista del lungo, tragico racconto di Heinrich Böll intitolato Il treno era in orario, finirà i suoi giorni dilaniato da un’esplosione; presto è ogni attimo di lucidità nel quale egli sa con certezza che la sua ora è giunta; presto è l’atroce destino che condivide con gli altri ragazzi, è il devastato scenario di guerra che lo segue ovunque e dappertutto lo precede, e che ha reso uniforme ogni orizzonte; presto è il freddo, meccanico sferragliare del treno che lo riconduce al fronte; è l’urgente bisogno che sente di pregare per tutti coloro che soffrono, di chiedere a perdono a quelli cui ha fatto del male, di rivedere, anche solo per un istante, per una frazione di secondo, gli occhi di una donna che ha sentito su di sé ad Amiens, in Francia, durante un combattimento, poco prima di venir ferito. E presto è lo spazio angusto e soffocante di uno scompartimento ingombro di corpi, è l’atrocità di un destino condiviso per forza e non per scelta, il destino di chi va a uccidere e a essere ucciso, è l’odiosa spavalderia di chi, per farsi coraggio, difende, gridandola a squarciagola, la propria fede nell’invincibilità delle milizie del Reich, e la cupa disperazione di chi sa che ormai tutto è perduto; ed è la solidarietà che improvvisa si accende tra sconosciuti, è l’erompere di una confessione scatenata da un cenno di saluto, dalla semplicità di un sorriso; è l’ascolto benevolo, paziente, di una pena nel cui abisso è precipitata un’intera generazione. All’appuntamento con la propria morte Andreas si avvicina in compagnia di due improvvisati compagni di viaggio; un sottufficiale tradito dalla moglie e un ragazzo che, nell’isolamento di una trincea, è stato violentato dal suo superiore: “Sì […]. Proprio così. Mi ha sedotto un maresciallo. Sono completamente corrotto e infetto, e non c’è nulla al mondo che mi dia gioia […]. Per sei settimane non ci siamo mossi da una postazione sullo Sivas… tutt’intorno neanche una casa… neanche un muro crollato […]. Mio Dio […] ci ha sedotti, che altro c’è da dire? Finimmo tutti così… tranne uno. Quello non volle. Era anziano, aveva moglie, figli; la sera ci aveva mostrato spesso piangendo le fotografie dei suoi bambini… prima. Quello non voleva, si è divincolato, ha minacciato… era più forte di noi cinque messi assieme. E una notte che stava di guardia tutto solo, il maresciallo lo freddò con un colpo di pistola. È strisciato fuori della postazione e lo ha accoppato… alle spalle. Con la sua stessa pistola […]. E a sua moglie hanno spedito una lettera dicendo che lui era morto per la grande Germania nelle paludi di Sivas”. Della loro odissea, del loro smarrimento, della loro fragilità, sentimenti e stati d’animo che contrappone ai giganti di cartapesta della “grande Germania” e della guerra, strumento di conquista del “Reich millenario”, Böll racconta con vibranti accenti di dolorosa pietà; egli guarda a quell’inferno dei vivi con aperta compassione, e nel suo narrare timido e sussurrato, nel tentennante procedere di una prosa che ha il respiro mozzo della paura e riflette l’incespicare della mente in un foltissimo groviglio di pensieri ciechi e ricorrenti ossessioni – “La vita è bella, pensa, era bella. Dodici ore prima di morire devo riconoscere che la vita è bella, ma è troppo tardi. Sono stato ingrato, negando che esiste una gioia umana. E la vita era bella […]. Ho avuto una vita infelice… una vita mancata, come dicono, ho sofferto secondo per secondo sotto quest’odiosa uniforme […] e solo per un decimo di secondo ho conosciuto il vero amore umano, l’amore tra uomo e donna, che deve pur essere bello […]. Ho bevuto Sauterne… su una terrazza a Le Tréport […]. Per ultimo pensa ancora una volta agli ebrei di Cernovcy, poi gli vengono in mente gli ebrei di Leopoli, di Stanislav e di Kolomyja, e quei granatieri laggiù nelle paludi di Sivas […] e quella povera, brutta, freddolosa prostituta di Parigi, che ha respinto nella notte…” – dà corpo al più insopportabile degli assoluti, quello della solitudine, e disegna un mondo frammentato in unità isolate l’una dall’altra, anime e coscienze chiuse all’amore, alla comprensione, alla salvezza: “Andreas si sporge in avanti per guardare l’orologio […] e vede che sono le sei, le sei in punto. Un gelido spavento lo pervade tutto, ed egli pensa: Dio, Dio, che ne ho fatto del mio tempo, non ho fatto niente, non ho mai fatto niente, devo pregare, pregare per tutti”.

La Germania avvelenata dal nazismo e umiliata dalla guerra, centro di gravità de Il treno era in orario, rivive, come prepotente rimorso, nel giovane Fendrich, personaggio principale de Il pane dei verdi anni, racconto che chiude il volume centrato su una nascente storia d’amore. Simbolo di un Paese che vuole a tutti i costi dimenticare il proprio recente passato (e le proprie responsabilità), Fendrich, che quel passato sente nella carne, tormentata dai morsi di una fame impossibile da placare, e che nel medesimo tempo rappresenta, nella sua vita attiva di lavoratore e di oculato risparmiatore, il domani agognato da un intero popolo, abbandona ogni cosa nel momento in cui incontra Hedwig, la figlia del preside del ginnasio da lui frequentato: “Più tardi ho pensato spesso a come sarebbero andate le cose se non mi fossi recato a prendere Hedwig alla stazione: sarei entrato in una vita diversa, così come per sbaglio si sale in un treno diverso: una vita che allora, prima di conoscere Hedwig, mi pareva abbastanza tollerabile […] ma quella vita ch’era pronta per me come il treno sull’altro lato del marciapiede, il treno sul quale per poco non sarei salito, quella vita la vivo adesso nei miei sogni, e so che quanto allora mi sembrava abbastanza tollerabile sarebbe stato, invece, l’inferno”. Quel che il mondo intorno a lui giudica ribellione, per Fendrich non è che ritorno a se stesso, riappropriazione, risveglio; è presa di coscienza, dovere, ci insegna Böll, di ognuno e di tutti.

Eccovi l’inizio de Il treno era in orario. La traduzione, per Mondadori, è di Italo Alighiero Chiusano. Buona lettura.

Mentre attraversavano il buio sottopassaggio, udirono sopra di loro il fragore del treno che arrivava, e la voce sonora dell’altoparlante disse con dolcezza: «Tradotta militari in licenza, proveniente da Parigi per Przemysl, ferma a…».