Il più pericoloso dei crinali

Recensione di “Tutti i racconti” di Katherine Mansfield

Katherine Mansfield, Tutti i racconti, Adelphi

Nell’immagine restituita dallo specchio la verità di sé; nelle silenziose urla dei pensieri più segreti tutto quel che è essenziale, che identifica, che contraddistingue; nel muto inseguirsi degli sguardi, nel balbettio di gesti abbozzati e subito interrotti, il goffo respirare dello spirito; nell’ombra di giorni che, circondati d’indifferenza, senza sosta nascono e muoiono, l’affannarsi della vita. Abitano il sottosuolo delle emozioni i racconti di Katherine Mansfield, narrano ciò che è nascosto, i moti e le pulsioni che innervano le esistenze dei singoli (e attraverso esse quella del corpo sociale, di cui sono, in pari tempo, fondamento e parte), le elaborate finzioni e le piccole e grandi menzogne che fanno da impalcatura alle convenzioni e alle regole della comune convivenza familiare, politica, umana, le strategie necessarie a farsi strada, a ottenere quel che si desidera, o più modestamente a sopravvivere, a non soccombere. Spogliate, almeno in apparenza, d’ogni tragicità, prive di qualsiasi sovrabbondanza epica – non c’è nulla di eccezionale nei personaggi della Mansfield, né sembra meritare di venir ricordato quel che accade loro – le sue storie hanno la rassicurante armonia di un paesaggio naturalistico dipinto con noiosa diligenza; la descrizione, tuttavia, la precisione del quadro al cui interno le cose avvengono, non è che un sottile, diabolico inganno. Continua a leggere Il più pericoloso dei crinali

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

La guerra di Berto

Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio
Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio

Il tono sommesso, crepuscolare, che sembra quasi raccontare in tono di scusa la guerra d’Etiopia, lo smarrimento italiano di fronte alla solennità della terra d’Africa, l’ingenua arroganza del conquistatore contrapposta alla dignità dell’invaso, dello sconfitto, l’umanità travolta dal conflitto e che al conflitto cerca di opporsi come può; rifugiandosi nella disciplina severa del soldato o rincorrendo senza sosta un significato, un’emozione, una scintilla, qualcosa capace di aiutare quel tempo e quei luoghi ad ancorarsi alla memoria, a farsi esperienza, a diventare vita: “Cercava di suscitare in sé una commozione, per rendere poi più facile e individuabile il ricordo. Una sera, tanti anni fa, davanti a un paese chiamato così e così, stanco dopo una lunga giornata di cammino sull’altipiano del Beghmeder-Lastà, io ho pensato questo e questo, e c’era il sole basso che passava tra gli eucaliptus. Non gli veniva niente da pensare, niente d’importante almeno, e di sicuro non se ne sarebbe ricordato. Un mese fa, ad esempio. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarsi dove si fosse trovato e cosa avesse visto un mese fa. Neppure di oggi sarebbe rimasto nulla, era la fine di una giornata come tante […]. Del resto, doveva ammettere che l’attrattiva più pericolosa di quella vita era appunto la mancanza di dimensione, dimensione anche morale, naturalmente, e quindi mancanza di responsabilità: lasciarsi vivere, da un giorno all’altro”. E il sussurro della verità, in questa prosa lenta e dolorosa che avanza a fatica, trascinandosi come un esercito in un acquitrino, è quello personale dell’autobiografia; così, nel narrare la guerra, Giuseppe Berto prima di tutto narra se stesso. La sua adesione, prima alla drammatica impresa coloniale e poi al secondo conflitto mondiale, esposta nella sua nudità di semplice vissuto, di scelta, priva di qualsiasi stucchevole trionfalismo, vuota di giustificazioni e all’opposto ricchissima di dignità, del silenzioso eroismo di coloro che, malgrado tutto, lottano per restare “vivi e se stessi”, la generosa sincerità dell’autore, che non celebra e non accusa, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto ma non per questo tace la sofferenza patita, il vuoto lasciato dagli amici perduti, lo sfinimento del corpo e dello spirito, commuovono e sorprendono. Nei racconti di guerra e di prigionia di Giuseppe Berto raccolti nel volume intitolato La colonna Feletti non si respira né il viziato pentimento di un antimilitarismo abbracciato in ritardo né l’intransigenza di una convinzione, di un credo; le sue storie, certo, raccontano di vinti e non di vincitori, di morti più che di sopravvissuti (o di sopravvissuti che al fronte o nei campi di detenzione hanno irrimediabilmente perduto una parte di sé), ma nelle schiere di derelitti cui egli dà voce – e dei quali fa parte, Berto stesso, infatti, catturato nel 1943, trascorrerà tre anni a Hereford, in Texas, da internato – a emergere non sono, come ci si potrebbe aspettare, il rimpianto o la rabbia, bensì una limpida consapevolezza di quel che accade e la sua accettazione, non supina, non rassegnata, ma totale, piena, completa. La guerra, dunque, così come Giuseppe Berto la restituisce in queste pagine, non è che la stazione di un’anonima via della croce; è il tempo dilatato e immobile, opprimente come afa e riempito di nulla, dei soldati inchiodati nelle postazioni in attesa di lanciarsi all’assalto del nemico (Sosta a Cassino), è il coraggio di immolarsi per l’ideale che si deciso di abbracciare, malgrado la giovanissima età, malgrado la vita, la vita stessa, urli di non farlo, di cambiare idea, di tradire tutto e tutti per poter restare fedeli a sé (Necessità di morire), è la severità del campo di prigionia rispettata ma non subita (25 luglio nel Texas, La conversione, Avvenimento a Hereford), è la voglia di resistere, di esistere e di amare che sboccia improvvisa dove il suolo è più arido, più sterile che mai, in un corpo ferito sistemato in un letto d’ospedale (Il seme tra le spine), è l’eredità, spesso insostenibile, delle decisioni prese, che trasforma il dopoguerra dei vinti in un calvario senza fine (È passata la guerra).

Ma soprattutto è, nel racconto che dà il titolo al libro, puntuale cronaca di un massacro realmente accaduto (l’annientamento di una pattuglia italiana) che ha gli accenti e le sfumature di una lunga confessione, un omaggio, un riconoscimento, una testimonianza. Scrive in proposito Cesare De Michelis nella postfazione al libro edito da Marsilio: “[…] Berto ricorda nel suo primo racconto la drammatica sconfitta di una pattuglia italiana che invano cerca di sfuggire alla morte, senza rancore verso il nemico, senza esaltarsi di fronte al sacrificio di tante vite, pago di scorgere di fronte alla morte il volto più autentico degli uomini, il loro più nobile attaccamento alla vita […]. Il racconto d’esordio scritto appena tornato alla vita civile è davvero – come lo definì Berto stesso – «un curioso racconto», perché in esso si sommano, e poi si contraddicono, il proposito «di pagare un tributo di omaggio e riconoscenza» ai commilitoni tragicamente rimasti uccisi in un’impresa di guerra e il desiderio di evocare uno stato d’animo eccitato e spavaldo, del quale resisteva soltanto la nostalgia nel povero mondo provinciale dove era ormai per sempre tornato. Così l’originario proposito agiografico si scolora nel malinconico ricordo di una stagione rimpianta non per l’eroica gloria dei conquistatori ma piuttosto per la maschia solidarietà di uomini semplici, «ai quali rincresce molto morire, e non arrivano mai a pensare alla Patria o al Fascismo, ma soltanto ad un dovere di soldati e di compagni». Questo primato di un forte e netto impegno morale travolge qualsiasi tentazione puramente o astrattamente letteraria o, al contrario, apertamente propagandistica e suggerisce invece toni anticipatamente neorealistici, tanto è appassionata l’attenzione alla concretezza dell’esperienza, anche nei suoi aspetti meno clamorosi, e determinante la tensione a cavarne una lezione che la riassuma, vanificando qualsiasi aneddotica in una esemplare parabola”.

Eccovi l’inizio de La colonna Feletti. Buona lettura.

Maharenà era soltanto il capo dei portaordini, eppure sarebbe stato difficile immaginare il Comando di Battaglione senza di lui. Alto e robusto, sui quarant’anni, coi capelli e la barba lanosi e crespi, parlava l’italiano abbastanza bene, con una lieve cadenza meridionale: per quattro anni, da giovane, aveva fatto l’attendente ad un ufficiale barese.

Tutto cominciò e finì con una pietra

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, Garzanti
Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Garzanti

L’inesprimibile, forse, è quel che appartiene a tutti. Un sentire che ognuno sa di provare e per questo crede di conoscere, ma che quando si accinge ad analizzare, a descrivere, sfugge di mano, rifiuta di essere ridotto a oggetto di studio, respinge la soffocante univocità di una definizione. È come se l’universalità del suo manifestarsi, frammentandosi nei vissuti e nelle esperienze dei singoli, divenisse l’opposto di sé, si facesse unicità, e in questa veste rivendicasse l’irrinunciabile diritto alla propria sostanziale inconoscibilità. Sorta di “immagine allo specchio” di Dio, il cui esistere è in rapporto diretto con il ragionamento che prova, che dimostra l’essere, l’amore, presente in qualsiasi vita, non sopporta razionalità alcuna; intorno ad esso non c’è che un continuo discorrere, un confrontarsi incessante che somiglia all’impossibile fuga da un labirinto, il cercare affannoso e inconcludente del cacciatore di tesori, l’ingenuo e fragile interrogare di chi crede sia la favola la veste preferita della verità. Così, l’amore è tanto un eterno argomento di discussione quanto un vicolo cieco; è paradosso e contraddizione, è il nutrimento che non è possibile rifiutare e che pure non sazia, la fonte cui abbeverarsi senza che vi sia modo di estinguere la sete. Di questo amore, inteso come assenza di significato prima ancora che di speranza, racconta, tra pudore, ritrosia e generosi slanci di sincerità che hanno il sapore agrodolce delle confessioni e l’abbandono emotivo delle sconfitte, Raymond Carver in una delle sue più note e amate raccolte di racconti, esplicativa ed enigmatica a partire dal titolo: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Nei brevi (in qualche caso brevissimi) quadri di vita che compongono l’opera, lo scrittore americano isola un momento, un istante nel flusso del tempo, evidenziandone l’ineluttabilità; il mondo sordido e oscuro nel quale si muovono i suoi personaggi, un mondo dove a dominare sono la miseria morale e materiale, una polverosa infelicità e la coscienza viva, feroce, dello scarto incolmabile che separa quel che si desidera da ciò che si ha, è uno scenario da tragedia classica, orfana però di grandezza e splendore, impoverita, umiliata, fatta a pezzi. Al posto degli immutabili decreti del fato, o dell’indefettibile volontà del dio, da cui, nella letteratura greca, i destini degli esseri umani dipendevano per intero, Carver mette in scena le scheletriche decisioni di uomini abbruttiti dall’alcol, le prese di posizione di mariti frustrati e abbandonati, i sordi rancori covati per anni e poi esplosi nella violenza bruciante di un litigio definitivo, l’indifferenza dei figli, cresciuti come incidenti di percorso nella devastazione incolore di famiglie mai sbocciate; esausti, impotenti, assenti, i personaggi carveriani amano nell’identico modo in cui vivono, assediati da una precarietà odiosa e insistente, oppressi da un’ombra di sofferenza, incatenati alla propria meschinità come forzati o pazzi: “Quando Bill e Linda si sposarono, Jerry fece da testimone. Il ricevimento era al Donnelly Hotel, naturalmente, e Jerry e Bill fecero un gran casino tenendosi sottobraccio e tracannando bicchieri di ponce. Ma a un tratto, in mezzo a tutta quell’allegria, Bill guardò Jerry e pensò che sembrava molto più vecchio, molto più vecchio dei suoi ventidue anni”.

Asciutta, essenziale, scarna, la scrittura di Raymond Carver è simile alla lama di luce che penetra da uno spiraglio lasciato aperto, è il vorticare di un raggio di sole che caparbio si è fatto strada tra i pesanti tendaggi sistemati davanti a una finestra; viola la penombra di una stanza quanto basta perché si possa adeguatamente immaginare tutto ciò che non si riesce a vedere con chiarezza, e si posa sugli elementi fondamentali, su tutto ciò che è necessario compaia perché una storia prenda forma e si strutturi. Tra le sue pagine sature di disperazione, nelle case, negli interni anonimi che descrive, esausti, gonfi di respiri rochi, dove si rincorrono rimpianti sussurrati come scongiuri e condanne senza appello pronunciate con voce rotta dal pianto, la sua prosa si posa lieve come un soffio, e come un soffio arriva dovunque, dappertutto si annuncia accarezzando strade, alberi e persone, sfiorando tetti e vetri; e sempre annuncia l’amore, in ogni dove inseguito, braccato, stanato, quellamore che fa capolino per un istante e subito torna a nascondersi, a rifugiarsi nell’irraggiungibilità, negando consolazione al tormento di un uomo incapace di accettare che sua moglie, che lui ama così tanto, e non la moglie di un altro, di qualsiasi altro, muoia a causa di un male terribile – “Perché non qualcun altro? Perché non quei due di stasera? Perché non tutti quelli che non hanno mai problemi? Perché non loro invece di Edith?” – o lasciando perduti, nel loro sforzo di fare chiarezza, di trovare risposte, di capire se stessi e gli altri, un gruppo di amici e amanti raccolti attorno a un tavolo: “Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia”.

Riconosciuto capolavoro letterario, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è un lacerante viaggio nell’abisso del cuore umano, un’odissea che non conosce requie né lieto fine, la misura esatta del mistero che ciascuno di noi rappresenta e incarna.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Livia Manera. Buona lettura.

In cucina, si versò ancora da bere e guardò i mobili della camera da letto nello spiazzo davanti casa. Il materasso era nudo e le lenzuola a righe colorate erano sopra il comò, accanto ai guanciali. Per il resto, tutto aveva più o meno lo stesso aspetto che in camera da letto – comodino e lampada dalla parte di lui, comodino e lampada dalla parte di lei. La parte di lui, la parte di lei.

Una parola terribile

Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori
Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori

“Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è tutto. Presto è la morte…”. Presto è il momento in cui Andreas, soldato dell’esercito hitleriano, protagonista del lungo, tragico racconto di Heinrich Böll intitolato Il treno era in orario, finirà i suoi giorni dilaniato da un’esplosione; presto è ogni attimo di lucidità nel quale egli sa con certezza che la sua ora è giunta; presto è l’atroce destino che condivide con gli altri ragazzi, è il devastato scenario di guerra che lo segue ovunque e dappertutto lo precede, e che ha reso uniforme ogni orizzonte; presto è il freddo, meccanico sferragliare del treno che lo riconduce al fronte; è l’urgente bisogno che sente di pregare per tutti coloro che soffrono, di chiedere a perdono a quelli cui ha fatto del male, di rivedere, anche solo per un istante, per una frazione di secondo, gli occhi di una donna che ha sentito su di sé ad Amiens, in Francia, durante un combattimento, poco prima di venir ferito. E presto è lo spazio angusto e soffocante di uno scompartimento ingombro di corpi, è l’atrocità di un destino condiviso per forza e non per scelta, il destino di chi va a uccidere e a essere ucciso, è l’odiosa spavalderia di chi, per farsi coraggio, difende, gridandola a squarciagola, la propria fede nell’invincibilità delle milizie del Reich, e la cupa disperazione di chi sa che ormai tutto è perduto; ed è la solidarietà che improvvisa si accende tra sconosciuti, è l’erompere di una confessione scatenata da un cenno di saluto, dalla semplicità di un sorriso; è l’ascolto benevolo, paziente, di una pena nel cui abisso è precipitata un’intera generazione. All’appuntamento con la propria morte Andreas si avvicina in compagnia di due improvvisati compagni di viaggio; un sottufficiale tradito dalla moglie e un ragazzo che, nell’isolamento di una trincea, è stato violentato dal suo superiore: “Sì […]. Proprio così. Mi ha sedotto un maresciallo. Sono completamente corrotto e infetto, e non c’è nulla al mondo che mi dia gioia […]. Per sei settimane non ci siamo mossi da una postazione sullo Sivas… tutt’intorno neanche una casa… neanche un muro crollato […]. Mio Dio […] ci ha sedotti, che altro c’è da dire? Finimmo tutti così… tranne uno. Quello non volle. Era anziano, aveva moglie, figli; la sera ci aveva mostrato spesso piangendo le fotografie dei suoi bambini… prima. Quello non voleva, si è divincolato, ha minacciato… era più forte di noi cinque messi assieme. E una notte che stava di guardia tutto solo, il maresciallo lo freddò con un colpo di pistola. È strisciato fuori della postazione e lo ha accoppato… alle spalle. Con la sua stessa pistola […]. E a sua moglie hanno spedito una lettera dicendo che lui era morto per la grande Germania nelle paludi di Sivas”. Della loro odissea, del loro smarrimento, della loro fragilità, sentimenti e stati d’animo che contrappone ai giganti di cartapesta della “grande Germania” e della guerra, strumento di conquista del “Reich millenario”, Böll racconta con vibranti accenti di dolorosa pietà; egli guarda a quell’inferno dei vivi con aperta compassione, e nel suo narrare timido e sussurrato, nel tentennante procedere di una prosa che ha il respiro mozzo della paura e riflette l’incespicare della mente in un foltissimo groviglio di pensieri ciechi e ricorrenti ossessioni – “La vita è bella, pensa, era bella. Dodici ore prima di morire devo riconoscere che la vita è bella, ma è troppo tardi. Sono stato ingrato, negando che esiste una gioia umana. E la vita era bella […]. Ho avuto una vita infelice… una vita mancata, come dicono, ho sofferto secondo per secondo sotto quest’odiosa uniforme […] e solo per un decimo di secondo ho conosciuto il vero amore umano, l’amore tra uomo e donna, che deve pur essere bello […]. Ho bevuto Sauterne… su una terrazza a Le Tréport […]. Per ultimo pensa ancora una volta agli ebrei di Cernovcy, poi gli vengono in mente gli ebrei di Leopoli, di Stanislav e di Kolomyja, e quei granatieri laggiù nelle paludi di Sivas […] e quella povera, brutta, freddolosa prostituta di Parigi, che ha respinto nella notte…” – dà corpo al più insopportabile degli assoluti, quello della solitudine, e disegna un mondo frammentato in unità isolate l’una dall’altra, anime e coscienze chiuse all’amore, alla comprensione, alla salvezza: “Andreas si sporge in avanti per guardare l’orologio […] e vede che sono le sei, le sei in punto. Un gelido spavento lo pervade tutto, ed egli pensa: Dio, Dio, che ne ho fatto del mio tempo, non ho fatto niente, non ho mai fatto niente, devo pregare, pregare per tutti”.

La Germania avvelenata dal nazismo e umiliata dalla guerra, centro di gravità de Il treno era in orario, rivive, come prepotente rimorso, nel giovane Fendrich, personaggio principale de Il pane dei verdi anni, racconto che chiude il volume centrato su una nascente storia d’amore. Simbolo di un Paese che vuole a tutti i costi dimenticare il proprio recente passato (e le proprie responsabilità), Fendrich, che quel passato sente nella carne, tormentata dai morsi di una fame impossibile da placare, e che nel medesimo tempo rappresenta, nella sua vita attiva di lavoratore e di oculato risparmiatore, il domani agognato da un intero popolo, abbandona ogni cosa nel momento in cui incontra Hedwig, la figlia del preside del ginnasio da lui frequentato: “Più tardi ho pensato spesso a come sarebbero andate le cose se non mi fossi recato a prendere Hedwig alla stazione: sarei entrato in una vita diversa, così come per sbaglio si sale in un treno diverso: una vita che allora, prima di conoscere Hedwig, mi pareva abbastanza tollerabile […] ma quella vita ch’era pronta per me come il treno sull’altro lato del marciapiede, il treno sul quale per poco non sarei salito, quella vita la vivo adesso nei miei sogni, e so che quanto allora mi sembrava abbastanza tollerabile sarebbe stato, invece, l’inferno”. Quel che il mondo intorno a lui giudica ribellione, per Fendrich non è che ritorno a se stesso, riappropriazione, risveglio; è presa di coscienza, dovere, ci insegna Böll, di ognuno e di tutti.

Eccovi l’inizio de Il treno era in orario. La traduzione, per Mondadori, è di Italo Alighiero Chiusano. Buona lettura.

Mentre attraversavano il buio sottopassaggio, udirono sopra di loro il fragore del treno che arrivava, e la voce sonora dell’altoparlante disse con dolcezza: «Tradotta militari in licenza, proveniente da Parigi per Przemysl, ferma a…».

(Non) sono solo parole

Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore
Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore

Raccontare il presente intrecciando forma e sostanza, gettandosi nelle cose e restituendole attraverso le parole; scomporre e ricomporre l’oggi nella folgorazione improvvisa di un ritratto abbozzato eppure in qualche modo già compiuto; precipitare nell’ombra e sfiorare la luce nella contenuta, studiata frenesia di un narrare che è sguardo, ascolto, partecipazione e vita. Che è testimonianza. Costruire storie riscoprendo il reale, svelandolo come si fa con un segreto, o un mistero; svergognandolo persino, mettendone a nudo i difetti, le mostruosità, gli eccessi grotteschi, il caos indomabile che è sostanza prima di ogni parvenza d’ordine, fondamento di ogni sistema e nucleo del nostro vivere sociale, del nostro balbettante, incostante essere, gli uni per gli altri, persone e non lupi. E nel sistema chiuso, autosufficiente e perfetto dell’artificio letterario, nel miracolo lieve e lucente della pagina scritta, partire dalle parole e alle parole di nuovo approdare, e durante il viaggio assistere al loro incessante germogliare. Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, felice e sorprendente esordio della giornalista Eleonora Molisani, sembra percorrere la strada della sperimentazione, della negazione insistita (più facile definirlo per ciò che non è – non un romanzo, non una raccolta di racconti, non un diario, non un saggio, non un’opera di denuncia né un semplice catalogo d’attualità – che per ciò che è; un riflettere lucido e palpitante, grondante d’emozioni e insieme conseguente come un ragionamento logico o una dimostrazione matematica, sul nostro tempo, e più ancora sul nostro essere gettati in esso), della dichiarata bizzarria, dell’esibita rinuncia alle responsabilità (sono solo canzonette, cantava con finto candore un impegnatissimo Edoardo Bennato, sono solo parole, gli fa eco l’autrice ad anni di distanza, e in entrambi i casi è proprio l’innocenza così vivacemente protestata la più limpida confutazione di sé), ma in realtà il suo edificio stilistico e tematico è rigoroso, meditato, compiuto.

Così, ecco la parola farsi interpretazione, il segno indicare la cosa, la scrittura, in tutti i suoi singoli elementi, tradurre i fatti, offrire voce al loro accadere. Nel pugno di righe che l’autrice dedica ai personaggi del suo libro, agli episodi di vita che illumina, ai momenti che descrive (dilatati, compressi, esplosi come fuochi d’artificio o congelati nella fissità inquietante di un fermo immagine), soffia il respiro pesante del nostro affanno, la corsa folle all’accumulo di esperienze che non siamo più in grado di capire (e dunque di vivere) e ci limitiamo a consumare; nella prosa forte e nervosa, diretta, franca, spudorata, riverbera la superficie del mondo, la sola realtà che vediamo, che ci illudiamo di conoscere – “Sognavo che il mio nome facesse il giro del mondo ma, prima di diventare qualcuno, sono diventata nessuno. Un giorno me la sono giocata tuffandomi da uno scoglio, in Spagna. Ma non mi son buttata da quello scoglio per suicidarmi, come pensano le mie sorelle e Claudio, il mio moroso, che una settimana prima mi aveva lasciato. Non mi sono buttata per la disperazione, perché la vita me la sentiva tutta scorrere nelle vene e nei nervi. Facevo l’amore, andavo a ballare, bevevo e fumavo. E leggevo, sì, leggevo Pessoa” Il libro dell’inquietudine) – e ci insegue l’eco maligna dei nostri peccati, ci bracca la furia delle Erinni del rimorso, ci segna, come una scarlatta lettera d’infamia, la memoria della nostra vigliaccheria, o solo il peso della nostra debolezza: “Tutta colpa di Crudelia. Se non avessi fatto il disegnino innocente di quelle strega che maltrattava i cagnolini nel mio film preferito. Se alla domanda: ‘Piero, qualcuno ti ha fatto del male?’, avessi risposto un ‘No’, secco. Se non avessi guardato il viso di papà e non mi fossi messo a frignare come un neonato. Se non mi fossi fatto la pipì addosso. Se, se, se…” (Crudelia De-Mom).

Storie del terzo millennio, questo il sottotitolo del primo libro di Eleonora Molisani (Priamo e Meligrana Editore); storie tanto brevi quanto intense, storie scritte in un palmo di mano, profonde come piaghe, sferzanti come colpi di frusta, e di squisita, commovente bellezza.

Buona lettura.

Nell’amore, nel dolore, nella vita

 

Alice Munro, Nemico, amico amante... Einaudi
Alice Munro, Nemico, amico amante… Einaudi

La scrittura naturalmente fluida; la bellezza semplice e quasi disadorna di parole che sembrano attraversare tutto ciò di cui raccontano, coglierne l’esatto senso e offrirlo in dono al lettore; le atmosfere sospese, abbracciate nell’attimo in cui le cose, le grandi come le piccole, stanno per verificarsi; la vita, inafferrabile ma non per questo sfuggente, materia narrativa capace di rinnovarsi ogni giorno e per questa ragione colta con entusiasmo rispettoso, con una partecipazione intensa e nello stesso tempo pacata, con un’attenzione ai dettagli che assume i contorni dolcissimi e commoventi di una dimostrazione d’amore. Nelle sue pagine, Alice Munro dispensa tesori; la voce che si leva dai racconti, tenue e stentorea insieme, è impossibile da dimenticare; i suoi eroi, forti di un’umanissima fragilità, sembrano dar corpo ai nostri pensieri, ricetto alle nostre emozioni e in qualche modo ci prendono per mano e ci conducono in quel regno della possibilità che, semplicemente vivendo e scegliendo, abbiamo solo sfiorato, a volte consumandoci nel rimpianto a volte dimenticando, lasciando che il mondo si disfacesse alle nostre spalle come un disegno su un marciapiede. L’autrice canadese, premio Nobel per la Letteratura 2013, esprime l’essenziale, quel che ha davvero importanza, scivolando con noncuranza lungo le linee del tempo (che non è altro se non la misura dell’esistere di ciascuno di noi), omaggiando la bellezza rigogliosa o triste della natura, incespicando, senza paura di cadere, nei pensieri e nei sogni, nelle fantasie e negli sforzi che compiamo per renderle reali, nelle illusioni e nella fatica che facciamo per liberarci dalla loro schiavitù. Nei nove racconti che compongono Nemico, amico,amante…, una delle sue raccolte più note (e a mio parere anche una delle più riuscite), Alice Munro parla d’amore e dolore, del fardello dei ricordo che si fa superfluo all’irrompere della malattia, di un nuovo inizio che si spalanca proprio quando tutto sembra far pensare che sia invece arrivata la fine (è il tema del più intenso dei racconti, The Bear Came Over the Mountains, cui è ispirato il meraviglioso film Away from Her – Lontano da lei, diretto da Sarah Polley e interpretato da una scintillante Julie Christie), della solitudine, condizione da cui è impossibile fuggire, e dei suoi approssimativi rimedi, della fedeltà a quel che siamo, nel bene e nel male, e del dovere, che forse è solo espressione di un crudo istinto di sopravvivenza, di andare avanti quando appare impossibile farlo.

Una riflessione ancora sui personaggi di questi racconti, in principio gettati nel bel mezzo di eventi come marionette, privi di identità, di un passato, di una qualsivoglia riconoscibilità (come la Johanna Parry del primo racconto, che dà il titolo al volume) e d’improvviso presenti in tutta la loro complessità, disegnati attraverso la memoria o per mezzo di qualche evento significativo, o ancora definiti da una decisione presa, dall’attimo in cui tutto cambia per sempre. Grava, sulle spalle di questi individui, il peso del mondo; le loro passioni sono uniche, indicibile la loro sofferenza, appassionato il fervore con il quale affrontano ogni giorno, ma nonostante ciò appartengono, come noi, a una normalità che tutti conosciamo ma che soltanto pochissimi sarebbero in grado di descrivere, di chiamare per nome. È l’incapacità a sottrarsi alla vita a caratterizzarli, la forza dei loro sentimenti a dominarli; non conta conoscere, sembra dirci per loro tramite Alice Munro, conta non indietreggiare, conta accettare. Dunque andare incontro a un amore dai contorni talmente sfumati e incerti da far credere che sia un miraggio, come fa Johanna Parry, o lasciarsi baciare da un giovane sconosciuto su un malfermo ponte di tronchi proprio il giorno in cui si scopre che il tumore che ci sta uccidendo forse è in regressione, o confessare alla donna che in circostanze diverse avremmo potuto amare di aver ucciso, per errore, investendolo con l’auto, il proprio figlio di tre anni, ultimo nato di una nidiata di tre bambini, o farsi sedurre da uno sconosciuto e poi cullare il ricordo di quel che è stato nella quotidianità di una vita coniugale imperfetta e felice, o ancora intrecciare una relazione affinché la propria moglie, malata e ricoverata, possa amare un compagno d’ospedale. Ed esserne riamata.

Eccovi l’incipit del primo racconto. La traduzione, per Einaudi, è di Susanna Basso. Buona lettura.
Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili. L’impiegato faceva sempre un po’ lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare. 
– Mobili? – disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un’idea simile. – Dunque, vediamo, di che genere di mobili stiamo parlando? 
Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza. 
– Accidenti. Una casa intera.
– Non direi proprio, – ribatté lei. – Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto. 
Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare

Tra i dannati, in un assaggio d’inferno

Hanno l’atmosfera inquietante degli incubi e i contorni bui e inafferrabili di una realtà decisamente troppo folle, o terribile, o grottesca, o assurda per essere vera i Raccontidi Friedrich Dürrenmatt pubblicati da Feltrinelli; storie scritte nell’arco di quarant’anni (dal 1942 al 1985) che, pur toccando i generi più diversi, hanno il loro denominatore comune nella scelta degli argomenti trattati, nell’antropologica “curiosità” dell’autore, nella sua filosofica analisi del male, nel confronto aperto, spigoloso, tra la parola scritta e il mondo, cui la letteratura si rivolge come a suo privilegiato oggetto d’analisi e che è nello stesso tempo chiamata a interpretare e comprendere. Al di là delle ovvie differenze di stile, quel che davvero colpisce in questo libro è il progressivo mutare del respiro narrativo degli intrecci; mentre all’inizio emerge con forza il bisogno di dar forma, razionalità a un intreccio, di inquadrarlo e in tal modo evidenziarne il senso (e dunque il fine ultimo), in lavori più maturi e strutturati quest’ansia cede il passo alla pura suggestione della parola, alla sua capacità di creare situazioni, personaggi e da lì procedere alla costruzione di scenari più ampi, più gravidi di implicazioni. E il caso delle sue opere di maggior successo, come per esempio La morte della Pizia, Le panne e Il tunnel, incluse nel volume; qui lo scrittore svizzero, che in altri racconti più acerbi aveva optato per una sorta di immediato parallelismo tra densità e drammaticità della prosa e importanza del tema trattato (lo scarto tra l’impalpabile, metafisico concetto di giustizia e l’imperfezione colpevole della sua applicazione; la tragica impossibilità di distinguere il torturatore dal torturato e il prigioniero dal suo custode; la verità che si fa arbitrio, legge del più forte e tutto corrompe), stempera la cupezza dei toni nell’ironia, dà respiro alla storia, offre, in un sottile gioco di scarti e rimandi, scampoli di speranza (e illusioni di salvezza) ai suoi protagonisti e infine spalanca dinanzi a loro il baratro del destino, della condanna già stabilità. È un universo chiuso e abbandonato dall’innocenza quello dei Racconti, un assaggio d’inferno dove incessantemente transitano schiere di dannati; la vita, o l’illusione di possederla, è il loro unico tesoro, e l’affanno con cui cercano di proteggerla, di preservarla, dà l’esatta misura della loro misera condizione. Che si consumi all’interno del comitato centrale di un onnipotente partito politico (come nello splendido La caduta, con i vari membri della catena di comando spogliati della loro individualità e identificati semplicemente con una lettera dell’alfabeto: “N comparve per primo nella sala delle sedute. Da quando era stato accolto nel massimo consesso, si sentiva al sicuro unicamente in quell’ambiente, pur essendo solo ministro delle poste e benché i francobolli per la conferenza della pace fossero piaciuti ad A, come aveva appreso da ambienti vicini a D e con maggior precisione da E”) o nella calda cornice di una cena (è quel che accade nell’indimenticabile Le panne, quando il personaggio principale, il commesso viaggiatore Alfredo Traps, piantato in asso dalla sua automobile, si ritrova a tavola con un innocuo gruppo di anziani e accetta di partecipare al loro gioco: “Il nostro gioco è forse un po’ singolare […]. Consiste nel fatto che noi, la sera, esercitiamo per gioco le nostre vecchie professioni […] io in passato sono stato giudice, il signor Zorn pubblico ministero e il signor Kummer avvocato, e così fingiamo di comporre un tribunale”), qualcosa di simile alla caricatura del giudizio divino piomba sugli uomini, a punir le loro colpe, a illuminar vergogne, a dar voce all’indicibile. Ma non c’è ordine in quel che accade, né una norma pura cui questa giustizia cieca, comminata per caso (e che per tale ragione, proprio come raccontato in Le panne, finisce per falcidiare gli innocenti), possa rapportarsi e ricevere giustificazione. Così a trionfare è soltanto il caos, in un mondo “che diventa un immenso punto interrogativo” (La salsiccia).
Senza dubbio alcuno, i numerosi capolavori di Friedrich Dürrenmatt (a partire da La promessa, di cui ho già scritto in questo blog e che la presente raccolta non contiene) hanno la precedenza su questo libro, specie per coloro che non ancora non conoscono questo magnifico scrittore. I Racconti, tuttavia, hanno un loro valore, se non altro come ulteriore testimonianza della grandezza di uno scrittore giustamente considerato tra i più significativi del Novecento. Ecco perché vi invito a leggerli.
Eccovi il primo, brevissimo racconto del libro, intitolato Natale. Buona lettura.
Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii.

Tertium non datur: lo splendido mistero di Borges

Jorge Luis Borges, L'Aleph, Adelphi
Jorge Luis Borges, L’Aleph, Adelphi

Proprio come i temi su cui più insistentemente si sofferma, la scrittura di Jorge Luis Borges sembra tessuta d’infinito. Immortale per intrinseca perfezione, la sua prosa sfugge a ogni possibile definizione, a qualsiasi categorizzazione; così profondamente dotta da riuscire a disegnare mondi meravigliosi e complicatissimi lungo il confine sottile (e inaccessibile a chiunque altro) che separa il reale dall’immaginario, la verità dall’invenzione, la libertà creatrice del sogno dal severo rigore della sua interpretazione; così ricca, esuberante, magnifica, esplosiva da rivelarsi adatta (di più, ideale) per qualsiasi argomento – quasi che il contenuto fosse rivelato dalla forma, dalla scelta dello stile – e insieme ordinata, quieta perfino, diligente, regolata, la narrazione del grande scrittore argentino non sembra avere nulla a che fare con l’astratta esattezza della tecnica (pur essendo tecnicamente ineccepibile, quale che sia il genere letterario cui venga applicata) e nello stesso tempo è talmente ben strutturata, talmente forte, poggia su fondamenta così solide da non poter essere, per intero, frutto di talento, di genio, di improvvisazione priva di metodo. Né vale (tertium non datur in questo caso, il mistero dello splendore di Borges è destinato a rimanere tale) ricorrere alla più ovvia delle conclusioni suggerita da quest’analisi e dichiarare che le pagine di Borges nascano dalla feconda unione tra predisposizione ed esercizio, perché se è del tutto evidente che le cose stiano anche in questo modo (non è forse la scrittura, qualsiasi tipo di scrittura, il risultato del matrimonio, più o meno riuscito, tra un dono personale e il lungo esercizio necessario al suo raffinamento?), lo è ben di più il fatto che i lavori di Borges, dalle poesie, ai racconti, ai saggi, non mostrino, in tal senso, alcun indizio. In una parola, la scrittura di Jorge Luis Borges si sottrae a ogni indagine sulla propria genesi; come fosse una lega metallica di origine sconosciuta, o una creatura non appartenente a questo pianeta, questa prosa rigogliosa, lussureggiante, misteriosa e ipnotica non può essere “decifrata” (e cioè compresa, scientificamente spiegata) da strumento alcuno; il laboratorio letterario di quest’uomo che ai libri (e alla lettura più che alla scrittura, un particolare non di poco conto) ha dedicato per intero la propria vita, è quello sfumato ed emozionale di un alchimista, è l’antro di un mago che insegue il miraggio del moto perpetuo, che si nutre dell’illusione della pietra filosofale, che contempla l’eternità nello scorrere delle ore, nel costante rincorrersi dei giorni, e che nell’inseguire mondi al di là del mondo conosciuto trova il modo di raggiungerli, e di raccontare a tutti quel che vede. “Letteratura fantastica” è il termine con cui comunemente si definisce gran parte della produzione borgesiana; non si tratta, va da sé, di un errore, o di un fraintendimento, semplicemente di una verità parziale, o se si preferisce di un’esattezza monca. Perché se è vero che è “fantastico”, e dunque per nulla ordinario, o scontato, o prevedibile, il modo in cui Borges affronta alcuni temi (il già citato problema del tempo, cui è correlata l’indagine su eternità e immortalità, non solo dell’anima, le questioni legate all’infinità e alla sua percezione, il nodo della verità e della sua espressione, o meglio della possibilità della sua espressione, che a sua volta si riallaccia alla possibilità dell’esistenza stessa della verità), e allo stesso modo è “fantastico”, per la capacità di coinvolgere, affascinare e regalare suggestioni il suo stile, è altrettanto vero che Borges il metafisico, Borges creatore delle Mille e una notte, è uno scrittore che appartiene al reale, e che con il reale non teme di confrontarsi; certo, al modo di un filosofo, non a quello di un politico, senza mai sacrificare la bellezza anche formale del proprio argomentare all’incisività di una conclusione, ma non per questo condannandosi alla sterilità.

Vetta, per ammissione dell’autore, della sua opera sono i libri di racconti Finzioni e L’Aleph; del primo ho già scritto in questo blog (il centesimo post, questo è il duecentesimo, un piccolo omaggio personale a uno degli scrittori che più ho amato e che maggiormente mi hanno influenzato), del secondo qui non tratterò che brevemente: questa volta, infatti, borgesianamente quanto me lo consentono le mie limitate capacità, ho cercato di parlare di un libro meraviglioso senza affrontarlo direttamente, raggiungendolo tramite rimandi e riflessioni. Ora, giunto alla trama del libro, credo che la cosa migliore da fare sia lasciare la parola a Borges (dall’introduzione dell’opera omnia, a cura di Domenico Porzio, Mondadori, collana I Meridiani, primo volume), che offre qualche coordinata di lettura per alcuni dei racconti che lo compongono. L’Aleph: “È la storia di un oggetto magico che serve solo a dare disgrazia e follia”, L’immortale: “È troppo scritto. Ora lo riscriverei più breve. Credo che sarebbe più chiaro il fatto che il protagonista è Omero che, dopo tanti secoli, ha dimenticato il greco e ha dimenticato l’Iliade. Ne ha letto la traduzione di Pope”. La ricerca di Averroè: “Fu ispirato da un passaggio di Renan nel suo libro su Averroè, dove dice che Averroè, uomo assai intelligente, definisce la commedia come satira e la tragedia come elogio. Giacché ignorava il teatro, si equivoca, perché gli manca un dato, non poteva sapere che esisteva quel genere”.
Eccovi l’inizio di uno dei racconti che mi ha colpito di più: La casa di Asterione. Buona lettura.

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile). Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che mi infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare.

Là dove la Morte mescola il suo fiato con quello della Bellezza

Racconti del mistero, grotteschi, racconti cupi, disperati, saturi d’ombre, di atmosfere d’incubo, racconti i cui protagonisti sembrano avere il destino segnato, realtà dove a dominare incontrastato è il male, dove non c’è spazio che per il dolore. Racconti narrati tumultuosamente, con affanno, come nelle vivide allucinazioni provocate da deliri febbrili, storie che artigliano, ghermiscono, terrorizzano, e nel medesimo tempo conquistano come una melodia, come un meraviglioso, incantevole mosaico. Si rivela nei Racconti, alcuni dei quali diventati a buon diritto dei classici della letteratura, lo splendore della prosa del grande scrittore americano; l’articolato disegno dei caratteri, la costruzione degli ambienti, ricchissima nei dettagli e spesso così soffocante, così piena di trattenuto orrore da suscitare una crescente, irrefrenabile angoscia, gli intrecci potenti, severi, terribili come ammonimenti, implacabili come sentenze di condanna, oltre caratterizzare un genere – il gotico, di cui Poe viene considerato uno dei massimi esponenti, ma che di certo non esaurisce senso e ampiezza della sua produzione -, evidenziano il tormento esistenziale dell’autore. Poe, infatti, riversa per intero nella scrittura le spaventose sofferenze patite in vita; le rende arte non per sublimarle, per riuscire in qualche modo ad accettarle (del proprio dolore Poe è rimasto vittima), ma perché ne coglie appieno, grazie a una sensibilità non comune, il terrificante splendore. Fedele alla propria disperata dichiarazione d’amore, che riverbera in tutte le sue pagine – “Io non riuscii ad amare che là dove la Morte mescola il suo fiato con quello della Bellezza” – Poe costruisce indimenticabili storie di anime corrotte, tortuosi labirinti di colpe e rimorsi che non offrono alcuna speranza di salvezza, costringe il lettore ad affacciarsi sull’abisso, a lasciarsi attrarre dal buio, a precipitare. E nel suo inferno, nel personale travaglio dell’autore, ecco che il lettore trova la meraviglia del racconto, l’eleganza pura della parola allacciata inestricabilmente, come un corpo a quello dell’amante, all’orrore quasi insopportabile delle situazioni che descrive, modulato attraverso un’infinità di sfumature.
Dalle indagini di Auguste Dupin – modello per un’interminabile galleria di detective “di carta”, alcuni dei quali notissimi come Sherlock Holmes ed Hercule Poirot –, nelle cui avventure la luce del raziocinio investigativo, pur permettendo di scoprire la verità non è in grado di porre argine al brutale caos del mondo (genialmente rappresentato, nel celebre I delitti della via Morgue, dalla mano omicida), al magistrale crescendo di tensione che conduce al colpo di scena finale de Il gatto nero; dall’ironia maligna e ghignante de Il sistema dei dottor Catrame e del professor Piuma, ambientato in un manicomio privato chiamato Maison de Sainté, a quella più raffinata ma non meno perfida de Gli occhiali; dalla devastazione materiale, specchio di quella morale, di una malattia dello spirito per la quale non esiste cura, che si respira in capolavori come Il crollo della casa degli Usher e Berenice, fino alla rievocazione di torture consegnate alla storia (Il pozzo e il pendolo) e di vendette portate a compimento con folle determinazione, quasi fossero imparziali atti di giustizia (Il barile di Amontillado), Poe racconta l’odissea di uomini perduti, di esistenze prive di innocenza, mai di colpa.
I Racconti di Edgar Allan Poe sono degli autentici tesori letterari; la loro cupezza, riflesso di quella dell’autore, non è soltanto frutto di maestria, artificio narrativo; è una confessione, una sorta di resa alla maledizione della vita, alla povertà, all’arbitrio violento e incomprensibile della morte. Colpito, in vita, da ogni sorta di tragedie, schiavo dell’alcol, incapace di arginare il dolore da cui è stato travolto, Poe ha dipinto nelle sue opere il mondo così come lo ha conosciuto. Ma anche in mezzo alle tenebre, anche nella prigione delle sue ossessioni, ha saputo cogliere la bellezza del reale, e l’ha resa immortale.
Eccovi l’inizio de I delitti della via Morgue. Buona lettura.
Le qualità mentali che vengono definite analitiche finiscono per essere, in se stesse, ben poco passibili di analisi. E noi le valutiamo soltanto per i loro effetti. Tra l’altro, sappiamo che per chi le possiede, anche se in modo disordinato, esse rappresentano una fonte viva di godimento. Così come un uomo robusto esulta per la sua abilità fisica, e gode gli esercizi che mettono in funzione i suoi muscoli, l’analista si gloria della sua capacità intellettuale di sviscerare un problema. E trae piacere anche dalla più banale delle occupazioni che metta in gioco il suo talento. Ama gli enigmi, gli indovinelli, i geroglifici e nella loro soluzione mette in mostra un acumen che a una mente comune appare sovrannaturale. I suoi risultati sono ottenuti per mezzo dell’intelletto e della qualità del metodo ma in verità hanno tutto l’aspetto di intuizioni. La facoltà di risolvere un problema è assai rafforzata dagli studi della matematica e, in particolare, di quella sua branca più eccelsa che a torto, e solo a causa delle sue operazioni ‘all’inverso’, è stata chiamata analisi par excellence. Perché calcolare non significa, in sé, analizzare.