Il romanzo di Danton (e Gabrielle)

Recensione di “Un posto più sicuro” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, Un posto più sicuro, Fazi Editore

“Ho cominciato a scrivere romanzi nel 1974. Avevo ventidue anni e ho scelto la Rivoluzione francese perché pensavo che fosse la cosa più sorprendente e interessante accaduta nella storia universale. Quarant’anni dopo sono ancora alla ricerca di un avvenimento che mi susciti maggior sorpresa. Quando oggi andiamo a visitare Versailles, la su agghiacciante grandiosità è rimasta intatta. Le mura, le pareti, trasudano ancora l’alterigia dell’ancien régime. È noto che la Francia del 1789 era quasi alla bancarotta, che il terreno per la Rivoluzione era pronto: eppure viene da chiedersi, come hanno osato? Uomini, donne normali contro quel potere, quella certezza, quella presunzione di diritti acquisiti da così lungo tempo? L’impressione resta sempre la stessa”. Riposa probabilmente qui, tra queste righe, il senso della bellissima, trascinante opera che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione francese e che in questo secondo volume, intitolato Un posto più sicuro (la recensione del primo romanzo, La storia segreta della rivoluzione, la trovate qui), ancora una volta edito da Fazi nella traduzione di Giuseppina Oneto, vede imporsi la figura di Danton, vero e proprio burattinaio dei tragici eventi che si susseguono senza sosta e che hanno, a loro fulcro, il massacro del Campo di Marte del luglio 1791. Senza mai cessare di seguire i personaggi attraverso i quali ha scelto di raccontare la dissoluzione della monarchia francese (e con essa il decisivo mutare della storia, il suo indirizzarsi verso la modernità), Hilary Mantel trova il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra vicissitudini personali e rivolgimenti generali; da una parte offre alla sua prosa il respiro intimo del diario (di Danton, della moglie Gabrielle), dall’altra lascia che la scrittura si faccia indistinta voce delle masse, che il suo andamento sia quello travolgente e disperato della rabbia, che il suo obiettivo svanisca nella furente cecità dell’istinto e la soddisfazione (effimera) venga colta nell’incoscienza dell’attimo consumato quasi per inerzia. Così, a conquistare il lettore è dapprima l’ordine di La Fayette, che intima alle sue truppe di sparare sulla folla riunita per sostenere una petizione che chiede la deposizione del re (è il 17 luglio del 1791), poi lo stordimento di un Robespierre sconvolto da ciò cui ha assistito impotente, colto di sorpresa da una marmaglia soldatesca per le strade di una Parigi diventata d’improvviso ai suoi occhi più estranea e lontana della Luna, più inconoscibile dei disegni di Dio, e ancora la ferina sete di sangue di un gruppo di patrioti (che forse sono solo assassini, o forse semplicemente persone rese da circostanze impossibili da comprendere qualcosa di innominabile) capace, dinanzi agli occhi atterriti di Camille Desmoulins di fare a pezzi il suo amico di un tempo, Louis Suleau, l’infame monarchico, e infine l’incolore voce di Gabrielle, che risponde alla curiosità di chi desidera sapere per quale motivo lei e Danton dormano in letti separati spiegando: “Lui agita le braccia perché sogna di combattere, non so contro chi”.
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Ci-devant

Recensione di “La storia segreta della rivoluzione” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, La storia segreta della rivoluzione, Fazi Editore

Traducibile con “precedentemente”, il termine ci-devant nei burrascosi anni della Rivoluzione Francese venne utilizzata per indicare i nobili spogliati del loro titolo. Una parola sola, qualcosa di innocuo, assurta a simbolo di un passato con cui si sono chiusi tutti i conti, diventata l’emblema di ciò che non potrà più tornare. Una parola e null’altro, ma così terribile (e nel medesimo tempo tanto feconda) da contenere in sé la distruzione del vecchio mondo e le prime scintille di una realtà nuova. Prende le mosse da qui – e in questa sorta di sotterraneo fiume fatto di avvenimenti all’apparenza poco o punto importanti e di vicende private prosegue in un continuo, sottilissimo gioco di rimandi – lo splendido lavoro letterario dedicato da Hilary Mantel ai tragici ed esaltanti fatti del 1789. Divisa in tre volumi, la storia della Rivoluzione Francese viene narrata da altrettanti punti, quelli di Camille Desmoulins, Georges Jacques Danton e Maximilien de Robespierre, personaggi di primissimo piano in quegli anni, che Hilary Mantel restituisce al lettore in tutta la loro complessità, senza trascurarne debolezze, cadute, ossessioni né mancando di riconoscerne la grandezza, l’eccezionalità, il coraggio. Nel seguire da vicino l’intera parabola umana e politica di questi uomini, la scrittrice inglese racconta antefatti e conseguenze dei rivolgimenti francesi superando di slancio tanto la fredda accuratezza della ricostruzione storica quanto la fragile suggestione del libero moro creativo; la sua scelta (felicissima) la pone in qualche modo all’interno degli eventi, consentendole di leggerli – e di presentarceli – come se li stesse vivendo, come se li scoprisse (e fosse perciò costretta a cercare di comprenderli, di decifrarli) nel momento in cui si verificano o in cui minacciano di esplodere. Così la Rivoluzione, in ogni sua fase, somiglia all’avvicinarsi di una tempesta, a quell’improvviso correre della storia che sempre precede le peggiori catastrofi, mentre il suo farsi, il suo mutarsi da semplice possibilità a ineluttabile certezza viene salutato da attonito stupore, da una sorpresa enorme e muta cui soltanto il caso, l’attimo da cogliere senza indugio, offre la scintillante opportunità della voce, dell’urlo rivolto alle folle che d’improvviso delle folle diviene coscienza, delle folle si fa verità e dalle folle e per le folle pretende giustizia, e libertà, e uguaglianza, e fraternità. Ma soprattutto brama sangue, il sangue dei responsabili, dei colpevoli.
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Indiretto libero

Recensione di “L’assomoir” di Émile Zola

Émile Zola, L’assomoir, Mondadori

“Non c’era mai stato niente di paragonabile [in letteratura] al giorno delle nozze della coppia Coupeau, al loro fantastico pellegrinaggio in processione per le strade di Parigi sotto la pioggia, alla loro visita inzaccherata alle sale del Louvre, dove si perdono come nel labirinto di Creta, e al loro arrivo infine, affamati ed esasperati, alla guinguette dove cenano a un tanto a testa, pagando ognuno per sé, e dove noi ci sediamo accanto a loro, in mezzo all’unto e al sudore, e finiamo per abbandonarci, un po’ commossi e un po’ disgustati, alle loro spiritosaggini, alle loro miserabili, grottesche cattiverie. Ho parlato molto del meccanicismo di [Émile] Zola; ma qui c’è davvero, quasi insopportabile, il senso della vita”. Così Henry James, nell’analizzare uno dei momenti al tempo stesso più lirici e tragicomici di L’assomoir – “primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia l’odore del popolo” secondo il giudizio espresso dall’autore – riassume ed esalta la straordinaria potenza narrativa di quest’opera e la sua tensione verso un’autenticità che sfiori l’assoluto, capace di restituire la realtà per ciò che è, con precisione piena, con impressionante brutalità. Non c’è spazio, in questo lavoro di Zola (settimo romanzo della serie dei Rougon-Macquart), per la pietà, né lo scrittore intende indulgere ad analisi sociologiche o a riflessioni economico-politiche che possano in qualche modo rendere ragione dello stato miserando del sottoproletariato urbano parigino che egli, con accenti così vivi, descrive. Émile Zola, nelle oltre 500 pagine de L’assomoir, che disegnano la terribile, oscena discesa agli inferi di una famiglia per concludersi con il suo annientamento (la protagonista principale è una donna, Gervaise, ma accanto a lei uguale importanza ha il marito, il lattoniere Coupeau, vittima, al pari dei suoi amici operai, del demone dell’alcol), indossa gli abiti da lavoro dei suoi personaggi, si appropria della libertà sguaiata del loro dialetto (l’argot delle periferie, il parlato spiccio delle bettole, dei capannelli che si formano nella penombra dei portoni, l’eruttare violento, acido dei litigi che squassano la miseria delle case colme solo di rabbia e disperazione, il bisbigliare invidioso e la pornografica curiosità del pettegolezzo, che quasi per riflesso condizionato inventa quel che non sa, precipitando lo squallore della verità in un abisso ancor più nero e fetido), li segue nei loro giorni perduti, nelle loro esistenze consumate prima ancora di essere vissute, e infine li osserva deragliare, perdersi e morire con la distaccata diligenza di uno studioso, limitando la sua scrittura, la prosa, a quel che è, a quel che accade. Egli dunque dà vita a un “romanzo non-romanzo”, a una cronaca, a un’inchiesta; testimonia senza prendere posizione. Molte delle sue pagine sono di una durezza che lascia senza fiato; L’assomoir non si sporge verso il lettore, non ammicca, non seduce; squaderna piuttosto, con freddezza implacabile; indica, mostra.
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Una donna

Recensione di “Teresa Batista stanca di guerra” di Jorge Amado

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra, Einaudi

Chi è Teresa Batista? Una sgualdrina, una prostituta. Nient’altro? Un guerriero, un angelo, una santa protettrice. Ed è tutto qui o c’è ancora qualcosa? È una ballerina, la migliore ballerina del Brasile, è la regina del samba. Ed è la migliore e la più fedele delle amanti. Teresa Batista sa cosa significhi amare, amare davvero. Non c’è donna che lo sappia meglio di lei. Chi è, dunque, Teresa Batista? Qualcuno che fu derubato della sua giovinezza, qualcuno cui non fu permesso essere bambina, qualcuno che, nella più delicata, preziosa e fragile delle età della vita, patì sofferenze che “ben pochi patiscono all’inferno”; e tuttavia, malgrado tutto questo, o forse (e misteriosamente) proprio in forza di ciò, anche una persona capace, da sola, di superare “il peggio del peggio” e di approdare alla riva della salvezza e del riscatto “col sorriso sulle labbra”. Indimenticabile eroina partorita dal genio creativo dello scrittore brasiliano Jorge Amado, la bellissima e terribile Teresa Batista, protagonista del quasi omonimo romanzo Teresa Batista stanca di guerra sorge, nella sua complessità che pare inafferrabile pur nella sua sostanziale chiarezza, nella sua piena trasparenza, nel militaresco ordine del suo universo morale, da un insieme di storie che di continuo mescolano dramma e commedia, che offrono degli uomini, del loro essere e del loro agire, abissi e vette, miserie, abiezioni e splendori. Attraverso un dialogo immaginario con un interlocutore interessato a conoscere ogni particolare dell’incredibile vita di Teresa Batista, Amado introduce il racconto dei suoi momenti più significativi; gli anni durissimi dell’infanzia e della prima giovinezza, segnati dalla mancanza dei genitori e soprattutto dall’arrivo del crudele pedofilo Justiniano Duarte da Rosa, che convince gli zii a vendere la piccola e ne fa, per anni, la sua schiava sessuale infliggendole ogni sorta di torture e vessazioni nel tentativo di domarne il carattere fiero e ribelle. Poi, a libertà e dignità finalmente riconquistate, ecco che la prosa quasi magica di Amado trascolora in toni che, abbandonate cupezza e disperazione, si accendono dei colori vivi della battaglia; Teresa ora è una combattente, una donna senza paura che insegna a tutti con il suo esempio che “le differenze [tra le persone] si rivelano in tutto il loro peso e nel loro esatto valore soltanto quando si tratta di battersi con la morte, quando si combatte in campo aperto; e allora l’unica norma è l’integrità della persona. Tutto il resto sono soltanto sciocchezze, ragioni di denaro e di falsa sapienza”. Teresa è colei che, assieme alle prostitute di Buquím, affronta, e sconfigge, il terrificante flagello del vaiolo nero.
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Il sommesso, tenace canto di quel che è giusto

Recensione di “Memed il falco” di Yashar Kemal

Yashar Kemal, Memed il falco, Giovanni Tranchida Editore

Una storia d’amore. Un racconto d’avventura. Un romanzo di formazione. Un rincorrersi d’emozioni in paesaggi da sogno e luoghi d’incubo. Una vicenda d’eroismo, giustizia, coraggio giocata sul filo sottilissimo della lealtà, della purezza dei sentimenti, di un’onestà profonda, solida come la terra. Tutto questo è Memed il falco, uno dei lavori più noti dello scrittore turco di origini curde Yashar Kemal, in Italia pubblicato da Giovanni Tranchida Editore nella traduzione di Antonella Passaro. Quel che immediatamente colpisce, nella scrittura di Kemal, è la sua semplicità quasi disarmante; la costruzione dell’intreccio non prevede sorprese, l’autore dapprima descrive il contesto ambientale, conduce chi legge ad ammirare lo splendore dei luoghi che saranno teatro delle vicende narrate e con esso anche la durezza che caratterizza quegli ambienti, il sacrificio quotidiano che pretende dall’uomo che vuole abitarla e sfruttarne le ricchezze. Compiuto questo primo passo, è la volta dei personaggi, introdotti dalle loro azioni e dalle loro parole; si potrebbe pensare, a una prima, superficiale occhiata, che si tratti di caratteri monodimensionali, privi di sfumature, dotati di un profilo monocorde; malvagi fin nella più intima fibra i cattivi, buoni in ogni circostanza i virtuosi; tutto ciò però, malgrado sia innegabile, non riflette per nulla una visione fin troppo schematica (nonché ottusamente manichea) del mondo, bensì è specchio di un’acuta visione etica dell’autore. Quel che Yashar Kemal mette in scena, infatti, non è che l’eterno conflitto, la battaglia inestinguibile tra la virtù e il vizio, o per dirla con altre parole, lo scontrarsi continuo dell’uomo con se stesso, il dinamico intrecciarsi della sua natura multiforme; gli eroi di Kemal, i luminosi come gli oscuri, non sono che momenti della mutevole anima dell’uomo, custode del più alto sentire come dei più perversi appetiti. Nell’architettura romanzesca dello scrittore turco questo scontro, piegandosi alle esigenze della narrazione, si incarna nel protagonista (il giovanissimo Memed che dà il titolo al romanzo, povero, come tutti gli altri abitanti del villaggio in cui vive, Degirmenolu, circondato da una distesa di cardi, piante maligne, cui “non piace la terra buona” e che attecchiscono solo dove il suolo è “ingrato, arido e secco”) e nel suo oppositore, il capo di quel misero insieme di capanne (nonché di altri quattro), Abdi Aga, vile e corrotto, capace di ogni arroganza con coloro che non hanno alcun mezzo di difendersi ma fondamentalmente codardo, pronto a fuggire a gambe levate persino dinanzi alla propria ombra non appena le cose minacciano di deviare dalla rotta pianificata.
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L’età oscura

Recensione di “La festa del Caprone” di Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa, La festa del Caprone, Einaudi

Dove ogni cosa appartiene a Rafael Leónidas Trujillo le persone non fanno eccezione. Non possono farla. Dove la vita politica si riassume in una dittatura feroce, in un capo osannato, idolatrato ma soprattutto temuto, il cui potere di vita e morte sui sudditi-cittadini tutti è paragonabile a quello di una capricciosa divinità, non può esserci spazio per lotte politiche, battaglie istituzionali. Dove impera un tiranno non può esistere altro che il respiro clandestino della ribellione. Una ribellione che cova silente per tre decenni e infine esplode in un attentato pianificato nei minimi dettagli; in un inseguimento lungo la strada che dalla capitale – Santo Domingo, ribattezzata, in onore del signore assoluto dell’isola, in Ciudad Trujillo – porta alla casa di piacere più amata dal leader, quella dove lo attendono le donne che egli ha scelto e che dovranno regalargli ore di divertimento e di riposo facendogli dimenticare ogni preoccupazione, ogni amarezza; in un affiancamento a folle velocità dell’auto presidenziale e infine nell’azione di un gruppo di fuoco scelto, incaricato di crivellare di colpi la macchina di Trujillo e di giustiziare tutti i suoi occupanti, a partire dall’odiato despota. È il 1961, il trentunesimo anno dell’Era. Il trentunesimo e ultimo. Prende le mosse da qui, da questa pagina di storia La festa del Caprone dello scrittore Premio Nobel Mario Vargas Llosa, che nel narrare la tragica parentesi vissuta dalla Repubblica Domenicana, ostaggio di un regime fondato su un anticomunismo febbrile e allucinato e su un culto della personalità ancor più folle ed estremo, nutrito di violenza e persecuzione, mescola alla realtà del passato ricostruito in pagine densissime un presente inventato cui spetta l’onore di dare un giudizio morale, etico sull’uomo Trujillo, sul capo di Stato Trujillo, sulle sue azioni e su quelle di tutti coloro che l’hanno seguito e quelle azioni hanno avallato, favorito, promosso (o semplicemente non ostacolato).
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Perché nascere è precipitare nel caos

Recensione di “Il 42° parallelo” di John Dos Passos

John Dos Passos, Il 42°parallelo, BUR

“Il 42° parallelo ha un inizio cupo. Travolgente nella tristezza che spalanca davanti al lettore. Ai cui occhi si affaccia un paesaggio miserabile: baracche di legno, strade fangose, il freddo, gli effluvi, la salute malcerta degli abitanti. È l’emigrazione – in questo caso irlandese – che paga il suo tributo. E il romanzo comincia con una storia di lotta e di disperazione: «Quell’inverno ci fu uno sciopero alle Manifatture Chadwick e papà perse il posto». Essenziale come un colpo di martello. Fateci caso. Uno dei motori che accendono le storie di Dos Passos è l’improvviso restringersi dell’orizzonte. La chiusura prospettica che liquida un individuo, una famiglia, una città. Eppure, è solo dall’azzeramento improvviso del presente che il futuro può davvero riaprirsi, donare quella speranza che ogni anima in pena invoca. I personaggi di Dos Passos ne sembrano consapevoli, per questo si mettono in moto: con rabbia, disperazione, curiosità e ambizione. C’è un solerte dinamismo che li anima e rende il loro essere squisitamente americani il tratto distintivo dall’Europa. Anche se, poi, molti fili rinviano al Vecchio Continente. Al suo laboratorio di cultura sociale, all’esperienza marxista e sindacale, che proprio negli anni Venti e Trenta mostra ancora il proprio potere di seduzione sugli intellettuali americani. Da tutto ciò deriva il temerario indottrinamento politico vissuto da certi personaggi del 42° parallelo. La loro scelta etica. Sebbene Dos Passos non scada nelle forme del propagandismo letterario, ha, tuttavia, alle spalle un solido movimento di opinione le cui punte letterarie sono rappresentate dai romanzi di Upton Sinclair, Jack London e dagli scritti di John Reed. L’America degli Anni Venti e Trenta vede espandersi il culto del proletariato, i cui malumori intridono le pagine di Dos Passos”. Nella prefazione di Antonio Gnoli al bellissimo romanzo di John Dos Passos, atto primo della sua trilogia americana, dato alle stampe nel 1930 e in Italia pubblicato da BUR nella traduzione deliziosamente inattuale di Cesare Pavese, a emergere con forza sono i contenuti, i temi portanti del lavoro dello scrittore statunitense; in una parola l’intrinseca robustezza argomentativa del suo raccontare. Dos Passos, insomma, almeno in questa fase del suo percorso letterario e umano, è scrittore politico e critico sociale, è narratore impegnato, che lotta in prima linea, è autore che per ciò che scrive può senza scandalo essere accostato a un contemporaneo come il portoghese Saramago – (Il 42° parallelo e Cecità sono forse i due maggiori romanzi eminentemente politici del XX secolo) – ma, oltre a ciò, e proprio nelle travolgenti pagine del 42° parallelo, è sperimentatore ardito delle possibilità espressive del linguaggio, è inventore di codici, è alchimista della narrazione.
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Da un’amica scrittrice

Recensione di “Trenta denari (una storia d’amore)” di Paolo Vitaliano Pizzato

Paolo Vitaliano Pizzato, Trenta denari (una storia d’amore), Prospero Editore

Trenta denari (una storia d’amore) edito da Prospero nel 2019, quarta fatica di Paolo Vitaliano Pizzato dopo Ripaferdine (Giraldi, 2017), inizia con un tenue fascio di luce che forse rappresenta l’offerta di un altrettanto tenue appiglio, dentro la stanza e dentro il protagonista, per la salvezza da un pervasivo sentimento di vergogna. E l’intero romanzo, difatti, si potrebbe intendere come un far luce su tale sentimento, attraverso la penetrazione della propria ombra da parte di Alberto De Monti. Un uomo in conflitto che avverte di essere al tempo stesso artefice e vittima della sua nuova condizione sentimentale, quella di promesso traditore (vissuta però come la vive chi è tormentato al solo pensiero di tradire e che considera a pieno titolo un tradimento il contorno di messaggi di apprezzamento e d’intesa, di brama, di complicità che conduce all’instaurazione di una relazione extraconiugale, prima ancora che eventuali rapporti fisici abbiano luogo). Condizione che da un lato gli provoca ansia e disagio ma dall’altro è ingresso imprevisto per un mondo sconosciuto, eccitante. In fondo non è mai troppo chiaro se il disagio provato dal personaggio principale si nutra più del timore di potersi ingannare (“si chiese se il suo corpo sarebbe stato capace di mentire”) o se invece del senso di colpa.
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Le 20 regole del delitto imperfetto

Recensione di “La canarina assassinata” di S.S. Van Dine

S.S. Van Dine, La canarina assassinata, Barbera Editore

“I romanzi polizieschi di Willard Huntington Wright (in arte S.S. Van Dine) […] appartengono a pieno titolo alla ‘Golden Age’ della detective story […] e in particolar modo al cosiddetto whodunnit (‘giallo deduttivo’) […]: un investigatore (professionista o dilettante) conduce indagini su un delitto avvenuto in circostanze misteriose e inspiegabili (un’inquietudine soprannaturale sembra anzi percorrere le oscure vicende narrate), generalmente in un ambiente chiuso, e lo scrittore, che racconta la vicenda dal punto di vista dei testimoni del tutto incapaci di sbrogliare l’intricato filo della matassa, affida al suo ‘eroe’ il compito di ricostruire, attraverso percorsi logici e deduttivi alquanto rigorosi, l’esatto e imprevisto svolgimento dei fatti. La sfida al lettore, tanto spesso spinto verso conclusioni errate, sembra essere il Leitmotiv dell’intero genere […] e in particolar modo proprio nel caso del nostro S.S. Van Dine, che tra tutti si distingue non solo come primo grande autore di successo, ma anche, e soprattutto, per aver stilato 20 regole che il giallista che si rispetti («e che rispetti se stesso»), sempre, più o meno consapevolmente, segue come una sorte di Credo […]. Sollecitare l’intelligenza del lettore, sfidarlo a rivaleggiare con l’abilità logico-deduttiva del protagonista, si rivela […] la prima preoccupazione di Van Dine, tanto che i suoi romanzi appaiono, ad ogni rilettura, un vero e proprio ludos filosofico, se non meglio un invito a prender parte all’agone dove Philo Vance ci attende per mettere alla prova la nostra abilità. «Il lettore – leggiamo al primo punto delle 20 regole – deve avere le stesse possibilità dell’investigatore di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti» […]. Dal momento che i due termini su cui si gioca il romanzo hanno pari opportunità, l’investigatore e gli ufficiali che prendono parte all’indagine non devono mai risultare colpevoli: «non sarebbe un trucco onesto: sarebbe come cambiare un penny con cinque dollari d’oro. Come una falsa testimonianza» (regola 4). Ecco perché il colpevole deve essere scoperto «attraverso deduzioni logiche: non per caso, o per coincidenza, o per una sua immotivata confessione. Risolvere in questo modo un problema criminale sarebbe come costringere il lettore a fare uno sforzo vano, e dirgli, dopo che ha fallito, che avete avuto per tutto un asso nella manica. Uno scrittore che si comporta così non è meglio di un baro professionista» (regola 5) […]. Negli anni in cui il fordismo isteriliva le intelligenze nella catena di montaggio dei Tempi moderni, l’aristocratico Vance ricordava ai suoi simili che il lume dell’intelletto, se esercitato secondo la sua più nobile natura, è superiore, nella ricerca del ‘vero’, ad ogni analisi scientifica delle prove, giacché il criminale che si rispetti, astuto orchestratore, è a sua volta sufficientemente scaltro da non lasciare impronte digitali”. Nel presentare La canarina assassinata (In Italia pubblicato da Barbera Editore nella traduzione di Caterina Ciccotti), unanimemente considerato uno dei lavori migliori (se non il migliore) di S.S. Van Dine, e con esso il suo raffinatissimo protagonista, quel Philo Vance per il quale nulla vale più di un intelletto capace di pensare, Edoardo Ripari sottolinea come l’impianto del giallo classico, nell’elaborazione dello scrittore americano, lungi dall’essere “soltanto” materia letteraria, conclusione di una riflessione di carattere estetico, racchiuda in sé tanto una limpida componente filosofica quanto una chiara finalità etica.
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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