Da un’amica scrittrice

Recensione di “Trenta denari (una storia d’amore)” di Paolo Vitaliano Pizzato

Paolo Vitaliano Pizzato, Trenta denari (una storia d’amore), Prospero Editore

Trenta denari (una storia d’amore) edito da Prospero nel 2019, quarta fatica di Paolo Vitaliano Pizzato dopo Ripaferdine (Giraldi, 2017), inizia con un tenue fascio di luce che forse rappresenta l’offerta di un altrettanto tenue appiglio, dentro la stanza e dentro il protagonista, per la salvezza da un pervasivo sentimento di vergogna. E l’intero romanzo, difatti, si potrebbe intendere come un far luce su tale sentimento, attraverso la penetrazione della propria ombra da parte di Alberto De Monti. Un uomo in conflitto che avverte di essere al tempo stesso artefice e vittima della sua nuova condizione sentimentale, quella di promesso traditore (vissuta però come la vive chi è tormentato al solo pensiero di tradire e che considera a pieno titolo un tradimento il contorno di messaggi di apprezzamento e d’intesa, di brama, di complicità che conduce all’instaurazione di una relazione extraconiugale, prima ancora che eventuali rapporti fisici abbiano luogo). Condizione che da un lato gli provoca ansia e disagio ma dall’altro è ingresso imprevisto per un mondo sconosciuto, eccitante. In fondo non è mai troppo chiaro se il disagio provato dal personaggio principale si nutra più del timore di potersi ingannare (“si chiese se il suo corpo sarebbe stato capace di mentire”) o se invece del senso di colpa.
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Le 20 regole del delitto imperfetto

Recensione di “La canarina assassinata” di S.S. Van Dine

S.S. Van Dine, La canarina assassinata, Barbera Editore

“I romanzi polizieschi di Willard Huntington Wright (in arte S.S. Van Dine) […] appartengono a pieno titolo alla ‘Golden Age’ della detective story […] e in particolar modo al cosiddetto whodunnit (‘giallo deduttivo’) […]: un investigatore (professionista o dilettante) conduce indagini su un delitto avvenuto in circostanze misteriose e inspiegabili (un’inquietudine soprannaturale sembra anzi percorrere le oscure vicende narrate), generalmente in un ambiente chiuso, e lo scrittore, che racconta la vicenda dal punto di vista dei testimoni del tutto incapaci di sbrogliare l’intricato filo della matassa, affida al suo ‘eroe’ il compito di ricostruire, attraverso percorsi logici e deduttivi alquanto rigorosi, l’esatto e imprevisto svolgimento dei fatti. La sfida al lettore, tanto spesso spinto verso conclusioni errate, sembra essere il Leitmotiv dell’intero genere […] e in particolar modo proprio nel caso del nostro S.S. Van Dine, che tra tutti si distingue non solo come primo grande autore di successo, ma anche, e soprattutto, per aver stilato 20 regole che il giallista che si rispetti («e che rispetti se stesso»), sempre, più o meno consapevolmente, segue come una sorte di Credo […]. Sollecitare l’intelligenza del lettore, sfidarlo a rivaleggiare con l’abilità logico-deduttiva del protagonista, si rivela […] la prima preoccupazione di Van Dine, tanto che i suoi romanzi appaiono, ad ogni rilettura, un vero e proprio ludos filosofico, se non meglio un invito a prender parte all’agone dove Philo Vance ci attende per mettere alla prova la nostra abilità. «Il lettore – leggiamo al primo punto delle 20 regole – deve avere le stesse possibilità dell’investigatore di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti» […]. Dal momento che i due termini su cui si gioca il romanzo hanno pari opportunità, l’investigatore e gli ufficiali che prendono parte all’indagine non devono mai risultare colpevoli: «non sarebbe un trucco onesto: sarebbe come cambiare un penny con cinque dollari d’oro. Come una falsa testimonianza» (regola 4). Ecco perché il colpevole deve essere scoperto «attraverso deduzioni logiche: non per caso, o per coincidenza, o per una sua immotivata confessione. Risolvere in questo modo un problema criminale sarebbe come costringere il lettore a fare uno sforzo vano, e dirgli, dopo che ha fallito, che avete avuto per tutto un asso nella manica. Uno scrittore che si comporta così non è meglio di un baro professionista» (regola 5) […]. Negli anni in cui il fordismo isteriliva le intelligenze nella catena di montaggio dei Tempi moderni, l’aristocratico Vance ricordava ai suoi simili che il lume dell’intelletto, se esercitato secondo la sua più nobile natura, è superiore, nella ricerca del ‘vero’, ad ogni analisi scientifica delle prove, giacché il criminale che si rispetti, astuto orchestratore, è a sua volta sufficientemente scaltro da non lasciare impronte digitali”. Nel presentare La canarina assassinata (In Italia pubblicato da Barbera Editore nella traduzione di Caterina Ciccotti), unanimemente considerato uno dei lavori migliori (se non il migliore) di S.S. Van Dine, e con esso il suo raffinatissimo protagonista, quel Philo Vance per il quale nulla vale più di un intelletto capace di pensare, Edoardo Ripari sottolinea come l’impianto del giallo classico, nell’elaborazione dello scrittore americano, lungi dall’essere “soltanto” materia letteraria, conclusione di una riflessione di carattere estetico, racchiuda in sé tanto una limpida componente filosofica quanto una chiara finalità etica.
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […]. Sembrerebbe […] a prima vista legittima una lettura del testo in chiave psicologica e psicoanalitica. La relazione tra madre e figlia appare difatti come un modello esemplare di […] patologica relazione simbiotica; per la madre Erika è una palese sostituzione del marito (non a caso le due donne dormono nello stesso letto) su cui proiettare aspettative e frustrazioni di vita; per la figlia l’anziana signora è un’istanza irrevocabile, a cui adeguare i propri desideri e comportamenti […]. È stato tuttavia fatto notare come una simile lettura non aggiunga sostanzialmente nulla di nuovo a quanto già contenuto nel romanzo […]. Si potrebbe anzi persino essere tentati dal considerare La pianista come una parodia degli studi psicoanalitici o della letteratura di consumo sul rapporto madre-figlia […]. Ma è davvero malata Erika Kohut? Rappresenta questa donna solo un caso disperato, da rubricare negli annali della psiche femminile? […]. In realtà il romanzo non rappresenta i sintomi di un caso psichiatrico, ma i fenomeni di una dinamica sociale, nella loro dimensione linguistica […]. La brutalità del mondo «sano» dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti”. Così Luigi Reitani, nel saggio che conclude lo splendido, spiazzante, labirintico romanzo di Elfriede Jelinek intitolato La pianista (in Italia pubblicato da SE nella traduzione di Rossana Sarchielli), analizza il lavoro dell’autrice austriaca (premio Nobel per la Letteratura nel 2004) confrontandolo con l’omonima riduzione cinematografica diretta da Michael Haneke e premiata a Cannes nel 2001. Cos’è, esattamente, La pianista, si chiede Reitani? E nel provare a rispondere al quesito avanza in primo luogo spiegazioni negative, individuando quel che il romanzo non è e sottolineando come il testo, fin dalle primissime righe, tenda a nascondersi, a celare se stesso. Amante delle sperimentazioni, Jelinek infatti costruisce una storia che nella sua semplicità quasi disarmante (una figlia non più giovane, divorata da una madre che non le ha mai concesso di realizzare se stessa come persona autonoma, si scinde per non soccombere; è una inflessibile e inavvicinabile docente di pianoforte e una figlia fedele e nello stesso tempo, o meglio nel poco, pochissimo tempo che riesce a sottrarre all’instancabile vigilanza della mamma, è un magmatico, elettrico scontrarsi di pulsioni che la portano ad amare e odiare il proprio corpo di donna, a bramare e rifiutare il proprio essere donna, a soddisfare gli appetiti della carne umiliando se stessa attraverso il più scadente voyeurismo; un giorno, questo essere incompleto, sofferente e teso verso una libertà che fatica persino a concepire e che desidera tanto quanto teme, deve affrontare il corteggiamento sempre più aperto e spavaldo di uno dei suoi migliori allievi, il giovane e avvenente Walter Klemmer) si avvita in un incessante gorgo di metafore, similitudini, giochi espressivi, citazioni mascherate, ghignante sarcasmo, e in questo modo muta forma quasi a ogni pagina, rendendo ardua la messa a fuoco della sua protagonista, dell’insegnante Erika perduta dentro se stessa.
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Il vasto territorio dell’antiromanzo

Recensione di “La donna del tenente francese” di John Fowles

John Fowles, La donna del tenente francese, Mondadori

Inghilterra, 1867, una storia d’amore. In estrema sintesi, La donna del tenente francese, uno dei più noti romanzi di John Fowles, pubblicato nel 1969, è tutto qui. Uno straripare di sentimenti, un acuto dramma passionale che si consuma in un’età che tutti crediamo di conoscere, quella vittoriana, nella quale a prevalere sui moti del cuore sono la rigorosa obbedienza al dovere e il supino, militaresco ossequio alle convenzioni sociali. Ma è davvero questo l’Ottocento inglese? Non è piuttosto qualcosa di assai diverso da ciò che siamo soliti figurarci, per esempio “un’epoca nella quale la donna era sacra [ma] si poteva comprare una ragazza di tredici anni per poche sterline, o pochi scellini se la si voleva soltanto per un’ora o due?”. Era davvero pudicizia estrema nelle forme, nei discorsi e nella condotta l’Ottocento di Sua Maestà Vittoria e non invece un’età “nella quale si costruirono più chiese che in tutta la precedente storia del paese [mentre] a Londra una casa su due era un bordello?”. Siamo certi fosse la stagione delle virtù vissute, incarnate, sposate e non una lunga, contraddittoria e scomposta parentesi nel corso della quale “la santità del matrimonio (e della castità prematrimoniale) era esaltata da ogni pulpito, in tutti gli editoriali e nei pubblici comizi [e nello stesso tempo quella in cui i] grandi personaggi pubblici – dal futuro re in giù – conducevano una vita assolutamente scandalosa?”. E ancora quella che vide “gradatamente umanizzato il sistema penale [ma dove tuttavia] la flagellazione era talmente diffusa che un francese cercò seriamente di dimostrare che il marchese De Sade dove essere d’origine inglese?”. E dove, se ancora non bastasse, “il corpo femminile era più che mai celato a occhi indiscreti, e i meriti degli scultori erano valutati in base alla loro capacità di scolpire donne nude?”. Nel chiedersi – e soprattutto nel chiedere retoricamente al lettore tutto questo, superata ormai la metà del romanzo e a vicenda quasi del tutto raccontata – John Fowles chiude il cerchio di un’opera non comune per fascino e originalità, nella quale il rispetto delle regole del romanzo (e all’interno di esso, quale specie di un genere, del prodotto letterario vittoriano inglese, di cui sono impeccabile espressione la puntualità della ricostruzione d’ambiente e la precisione del disegno dei personaggi, dai protagonisti fino alle comparse) si fonde con una studiata decostruzione dell’idea stessa di vicenda narrata.
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Un libro con Giancarlo

Recensione di “Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone

Lorenzo Marone, Un ragazzo normale, Feltrinelli

Giancarlo Siani, giornalista pubblicista de ‘ll Mattino’, è stato ammazzato dalla camorra sotto la sua abitazione, nel quartiere residenziale del Vomero, il 23 settembre 1985. Per rendergli giustizia e capire il perché del suo assassinio ci sono voluti dodici anni e tre pentiti. Nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i fratelli Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio e Ciro Cappucci e Armando Del Core come esecutori materiali. Nel suo articolo apparso sulle colonne de ‘ll Mattino’ il 10 giugno dell’ottantacinque, Giancarlo arrivò a ipotizzare che l’arresto del boss Valentino Gionta fosse stato possibile grazie a una soffiata della famiglia Nuvoletta, alleata dei Corleonesi di Totò Riina che erano interessati a spodestare il boss Gionta per porre fine alla guerra con il clan dei Bardellino. Siani si tirò contro le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, passavano come ‘infami’, e ne fu sentenziata, perciò, la morte. L’organizzazione del delitto richiese circa tre mesi, durante i quali furono eseguiti appostamenti e perlustrazioni della zona da parte dei sicari […]. Questi sono i fatti. Il romanzo, però, non è e non vuol essere un resoconto degli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, né si propone il compito di rivelare verità o aneddoti privati. Non è un libro su Giancarlo insomma, ma un libro con Giancarlo”. Lorenzo Marone, autore del delicato e bellissimo Un ragazzo normale (Feltrinelli), spiega così il suo romanzo, un omaggio timido a un giovane giornalista che aveva scelto di non chiudere gli occhi narrato in toni innocenti, quasi fiabeschi, attraverso la mediazione di un’età unica, quella della preadolescenza. Protagonista del lavoro di Marone, infatti, è il dodicenne Mimì, figlio dei custodi di uno stabile al Vomero, costretto nei due locali della portineria oltre che con mamma e papà, con la sorella Beatrice, di sei anni più grandi, due nonni e un cane. Povero ma tutt’altro che infelice, appassionato di letteratura, scienza, di ogni cosa che abbia a che fare con il sapere e la cultura, attratto dall’eloquenza, dal buon parlare, da un ricco vocabolario da sfoggiare in famiglia e con gli amici, Mimì è una specie di curiosa eccezione nel suo quartiere. Un ragazzo normale, certo, un ragazzo come tanti, ma nello stesso tempo qualcosa di diverso, una persona cui il calcio interessa poco, che comprende a fatica il delirio di gioia che travolge la città (e i suoi cari) all’annuncio dell’acquisto di Maradona, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, da parte del Napoli; un ragazzo il cui migliore amico è il figlio di salumiere ma che ai giochi in strada ama alternare esperimenti (nonché esercitarsi nella trasmissione del pensiero). E infine un ragazzo che si innamora perdutamente di una giovane che a fatica si accorge di lui, una fanciulla bellissima e benestante, quasi inavvicinabile e che pure Mimì in qualche misura, a prezzo di enormi sforzi, riesce a raggiungere. Merito delle parole, delle parole contenute nelle pagine dei libri.
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Il bianco e il nero

Recensione di “Terra di sangue” di Karin Brynard

Karin Brynard, Terra di sangue, E/O

Sudafrica. Huilwater è una delle tante fattorie ancora in mano alla popolazione bianca. L’apartheid, l’odiosa politica di segregazione razziale praticata ai danni della maggioranza nera del Paese è ormai una pagina di storia, ma le sue ferite, i suoi traumi, la scia di odio e la sete implacabile di vendetta che ha lasciato dietro di sé è ben più di una presenza, ben più di una minaccia, nelle città, nelle campagne, tra la gente. Così, sconvolge, agghiaccia, ma non sorprende (non del tutto, almeno) un duplice omicidio (l’ennesimo) compiuto in una fattoria non lontana dall’arido splendore del deserto: una donna bianca, un’artista, una pittrice di talento conosciuta e amata e la sua giovanissima figlia adottiva, assassinate in maniera brutale, terrificante, umiliate dalla mano che ha tolto loro la vita, oscenamente messe in posa come fossero elementi di una raccapricciante “messa in scena”. Si apre così, con la nudità feroce della morte, Terra di sangue, il serrato, travolgente thriller di Karin Brynard, in Italia pubblicato dall’editore E/O nella traduzione (dall’inglese, in origine il romanzo è stato scritto in afrikaans) di Silvia Montis. Protagonista indiscusso del romanzo è l’ispettore (bianco) Albertus Markus Beeslaar, la cui rappresentazione, pur non risparmiando ai lettori qualche cliché di troppo (come per esempio l’immancabile dolorosissimo passato, che causa al solerte e coraggioso poliziotto incubi e devastanti attacchi di panico), restituisce un personaggio credibile, complesso, le cui contraddizioni non hanno nulla di artificioso, senza dubbio intelligente ma per fortuna privo di quel genio infallibile e irritante (proprio per la sua intrinseca perfezione) che è caratteristica quasi universale degli investigatori letterari (specie se dilettanti). E forse proprio perché non si esercita a risolvere casi per fuggire la noia ma per la ben più prosaica ragione che viene pagato per farlo, Beeslaar al proprio arco non ha che le frecce che può vantare un qualsiasi coscienzioso lavoratore: serietà, tenacia, volontà, un rigoroso metodo di indagine e uno spiccato senso della giustizia.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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La lingua del mare

Recensione di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo

Stefano DìArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli

“A sentire Alberto Savinio, «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru, che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radica Mar, morire». Ebbene, ambientato in un piccolo paese della riva siciliana dello Stretto di Messina, Horcynus Orca è un romanzo di morte e di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dalla guerra […]. Epica e religione? Epica sì: c’è ogni genere di letteratura in Horcynus Orca (dalla favola alla satira menippea, dal teatro alla narrativa lirica, la comicità e la tragedia, o i linguaggi bassi che ravvivano il sublime della popolare Opera dei Pupi). In quanto alla religione, c’è soprattutto quella laica dell’arte. Oppure quella pagana dei poveri pescatori che chiedono a ogni dio del mare di mandare molti pescispada e di tener lontani i delfini, o fere. Così li chiamano loro, che ci combattono quotidianamente come gli eroi di Ariosto in guerra con gli infedeli […]. L’opera di Stefano D’Arrigo, se per allegoria è il romanzo della fine del mondo, nella realtà racconta la fine del mondo in cui da millenni si sono avvicendati sullo Stretto di Messina i pescatori. Privi di scrittura, con parole povere quanto il loro cibo (il pescespada lo pescano ma non lo mangiano quasi mai, troppo lusso, troppo caro), essi comunicano anche ciò che il dialetto calabro-siculo non sa dire con precisione e che il narratore non può né intende dire naturalisticamente […]. Questo romanzo parla sempre di quanto vedi (il suo realismo, il suo nuovo realismo) e di quanto stravedi (il suo simbolismo, il suo ermetismo, il suo neoespressionismo). O più precisamente, il dato naturale è insieme metaforico: quanto può esserlo un tratto di mare stretto fra due sponde che, riempiendosi di corpi esanimi di marinai morti in guerra, può sembrare un fiume come l’Acheronte […]. Il romanzo di D’Arrigo possiede la solidità di chi racconta fatti veri, il funambolismo linguistico di chi fa acrobazie ignaro di quando e dove toccherà terra, la fantasia di un visionario che allunga le mani su un sogno che crede realtà […]. Romanzo globale, Horcynus Orca contiene ogni modo di narrare e di descrivere, di dialogare e di farsi musica. C’è la figuratività che dà rilievo ai personaggi e c’è il materico nel quale insegui quello di cui ignori il volto e il senso. C’è la comicità nei suoi vari gradi…. E ci si può commuovere più per la morte di due delfini che non per quella degli uomini […]. Ogni giorno ci sarà la fine del mondo e ogni giorno dovremo trovare il linguaggio nuovo in virtù del quale ottenere il rinvio della condanna. Horcynus Orca in affetti ha un linguaggio inaudito. Può anche sembrare talvolta sterile, autoreferenziale, manieristico ma, visto dal mare di D’Arrigo, ora il mondo è diverso. Il Sud? Non solo: questo romanzo dà nuova luce e musica a tutti i punti cardinali”.
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