Di nuovo a Roma

Recensione di “Se ricordi il mio nome” di Carla Vistarini

Carla Vistarini, Se ricordi il mio nome, Corbaccio

Un paradiso tropicale e fondi praticamente illimitati cui attingere per i propri bisogni possono tenere a bada le preoccupazioni ma contro solitudine e nostalgia si rivelano armi spuntate, soprattutto se quel che manca, se ciò verso cui il pensiero incessantemente torna è il viso dolce di una bambina incontrata per caso, la cui vita, anche se per un brevissimo periodo di tempo, è diventata una cosa unica con la tua. Così non sorprende trovare nuovamente Smilzo, l’analista finanziario caduto in disgrazia e trasformatosi dapprima in un senzatetto qualunque e poi in eroe nel bel romanzo d’esordio di Carla Vistarini intitolato Se ho paura prendimi per mano (recensito qui), alle prese con sentimenti che non riesce in alcun modo a governare ma che, pur nella lancinante sofferenza che gli causano, hanno il merito di farlo sentire vivo e ancora importante (almeno per qualcuno, almeno per la “sua” adorata piccolina), nel nuovo lavoro della scrittrice, autrice e sceneggiatrice italiana: Se ricordi il mio nome. In quello che è, a tutti gli effetti, il seguito della storia narrata nel primo romanzo, Carla Vistarini riannoda tutti i fili mescolando sapientemente leggerezza, ironia e azione; rispetto a quanto già accaduto la situazione non pare granché mutata, eppure in qualche modo tutto è differente. In primo luogo perché l’autentica protagonista di entrambi i libri, la bambina (costantemente in pericolo di vita a causa dell’avidità degli adulti e della loro totale mancanza di scrupoli), è cresciuta (ha solo un anno in più, in realtà, ed è ancora decisa a non parlare a nessuno e a lasciare che a esprimere il suo diffidente disprezzo per il mondo, dal quale restano esclusi soltanto la mamma e Smilzo, “l’uomo buono”, sia il suo balbettante e quasi onomatopeico “andate a quel paese!”), ed è decisamente più combattiva di quanto chi intende farle del male sia disposto a credere, poi perché il complotto nel quale si trova invischiata è allo stesso tempo più semplice, più diretto e più letale di quello naufragato nel libro precedente, e infine e soprattutto perché Smilzo non è fisicamente accanto alla sua piccola meraviglia. Continua a leggere Di nuovo a Roma

Adolescenza, vita, morte, caso

Recensione di “Noi” di Richard Mason

Richard Mason, Noi, Einaudi

Una commedia che procede spedita verso la tragedia, che racconta con toni lievi e insieme con crudeltà (una crudeltà che è nei fatti, nelle cose, che stilla come veleno da quel che accade), l’età splendida e terribile dell’adolescenza, gli anni in cui ogni cosa sembra possibile, ogni traguardo raggiungibile. In Noi, il giovane scrittore inglese di origini sudafricane Richard Mason – qui al secondo romanzo dopo il grande successo ottenuto con il lavoro d’esordio, Anime alla deriva, pubblicato nel 2000 – intreccia quattro diversi destini e lascia che a narrarli siano, in una sorta di confessione, di espiazione mancata carica soltanto di dolore e rimpianto, i protagonisti (in capitoli agili, intitolati con i loro nomi e caratterizzati da una scrittura nervosa, incisiva, attraversata da dialoghi puntuti, gonfi di tensione). Mason costruisce il suo romanzo come un puzzle, una caccia al tesoro, nascondendo indizi e informazioni utili all’interno di una struttura a incastro che spazia lungo diversi piani temporali; il lettore incontra i suoi personaggi in età adulta, già devastati dalle ferite e dai traumi patiti durante la giovinezza e mai superati, e poco alla volta scopre quale terribile eredità ciascuno di loro si porti addosso. Conosce Julian Ogilvie, rampollo di una famiglia abbiente che si è arreso a se stesso e ai suoi sogni finendo per fare, senza amore né convinzione, l’insegnante, e immediatamente sperimenta il senso di vuoto della sua vita ordinaria, priva di sorprese, poi bruscamente si ritrova a tu per tu con Jake Hitchins, artista concettuale affermato ma soprattutto alcolista all’ultimo stadio, caparbiamente votato all’autodistruzione (“Mi osservo nello specchio del bagno […]. Ho gli occhi talmente rossi che sembro una foto mal fatta”, scrive impietoso Mason), e ancora eccolo di fronte ad Adrienne, simbolo, come il professor Ogilvie, della rinuncia, del compromesso, donna di notevole fascino che ha barattato il proprio diritto alla felicità con un matrimonio che le ha garantito ricchezza e un’invidiabile posizione in società e da allora ha imparato ad affrontare (e fingere di superare) problemi e angosce ricordando a se stessa che c’è sempre la possibilità di truccarsi e che, per sua fortuna, può disporre di cosmetici in abbondanza. Continua a leggere Adolescenza, vita, morte, caso

L’apparenza e la realtà

Recensione di “Madre notte” di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Madre notte, Feltrinelli

La prosa di Kurt Vonnegut non ha confini, abbraccia l’universale. È genialmente grottesca, certo, è ironica, beffarda, perfida, ma è soprattutto stralunata. Sembra che Vonnegut riesca ad affrontare ogni argomento, anche il più drammatico, con un’alzata di spalle e un sorriso disarmante; e che in tal modo riesca a disinnescarne la pericolosità, a esorcizzarne fantasmi e paure. Così, senza apparentemente fare altro che sfoggiare puntuto sarcasmo e iperboli tanto deliziose quanto sterili, questo bizzarro scrittore, a ragione considerato uno dei più importanti autori americani, si spinge con raffinata noncuranza fin nel cuore della realtà e ne esplora ogni angolo. E il lettore lo segue senza difficoltà; invitato, quasi sospinto da una scrittura fluida, armoniosa, intonata come un canto. In Madre notte, Vonnegut si misura con l’orrore nazista raccontando la singolare vicenda dell’americano Howard W. Campbell, rinchiuso in un carcere israeliano con l’accusa di aver fatto propaganda per il regime hitleriano. Continua a leggere L’apparenza e la realtà

La tragedia e l’opera buffa

Recensione di “Ghiaccio Nove” di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Ghiaccio Nove, Feltrinelli

Una prosa stralunata, scelte stilistiche che suonano casuali, pagine che sembrano crescere senza criterio, come fiori selvaggi, eppure stupiscono, affascinano, conquistano per armonia, bellezza e profondità. È prezioso l’apparente disordine creativo di Kurt Vonnegut, in assoluto uno degli scrittori più brillanti e sorprendenti del Novecento, perché non solo di geniale bizzarria si tratta; lo scrittore americano sceglie di raccontare quasi nascondendosi, alzando le spalle dinanzi ai temi che affronta, guardandoli da una distanza di sicurezza, come se non lo interessassero davvero, degnandoli di un’attenzione superficiale, di un sorriso appena abbozzato, a metà tra la noia e il pallido divertimento. E così Vonnegut colleziona arabeschi, intreccia paziente trame che profumano d’assurdo, accosta senza nessuna paura argomenti cruciali perché grazie al suo approccio clownesco, indifferente all’oscurità come alla luce, ne depotenzia alla radice l’importanza, riducendoli a materia narrativa qualsiasi. Continua a leggere La tragedia e l’opera buffa

L’innocenza perduta su un’isola

Recensione di “Il signore delle mosche” di William Golding

William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori

È il pensiero a darsi battaglia ne Il signore delle mosche, l’opera più celebre del romanziere britannico William Golding, Nobel per la Letteratura nel 1983. Quel che a prima vista sembra essere semplicemente un romanzo d’avventura, infatti, cela, tra le pieghe della trama, ben altra profondità. Golding immagina un conflitto planetario, ma lascia sullo sfondo la tragedia di questo scontro e se ne serve, almeno inizialmente, solo come artificio narrativo (l’agghiacciante significato simbolico della guerra, nella cui realtà il lettore precipita quasi senza accorgersene, perché il romanzo la presenta come un dato di fatto, emerge poco alla volta, pagina dopo pagina, nel progressivo crescere dell’intensità drammatica della storia). È in questo scenario caotico e violento che un gruppo di ragazzi, a causa di un incidente aereo, finisce, abbandonato a se stesso, su un’isola tropicale. Sono tutti giovanissimi, alcuni di loro addirittura poco più che bambini, e anche in questo caso, come già per la guerra, metafora e simbologia non potrebbero essere più evidenti. I bambini, per antonomasia, rappresentano l’innocenza e la purezza, e lo stesso può dirsi, almeno per una ben precisa corrente di pensiero, che ha in Rousseau uno dei suoi esponenti più noti, per la natura che li circonda. Il romanzo, dunque, al principio ci introduce a una situazione che potenzialmente è idilliaca. C’è la guerra, è vero, ma, isolati dal conflitto, ci sono dei bambini circondati dalla natura amica; loro possono dimostrare al mondo “civile” e tecnologico che sta distruggendo se stesso, al mondo degli adulti, che un’altra realtà è possibile, che l’uomo nasce buono, non corrotto, che la natura è madre e non matrigna, e che ogni devianza è figlia dell’educazione, del vivere sociale, del progresso (è ancora Rousseau che parla; è l’ingenuo eppur nobile ottimismo del mito del buon selvaggio che rivendica le proprie ragioni). Continua a leggere L’innocenza perduta su un’isola

La composta perfezione di un arazzo

Recensione di “Il libro dei bambini” di A.S. Byatt

A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Cosa potrebbe succedere se si decidesse di forzare qualcosa che, pur essendo inevitabile, giunge senza preavviso? Quali conseguenze può scatenare una sfida lanciata al destino, al caso, alla vita? Quale misterioso peccato si commette nel momento in cui si decide che la bellezza, che prima o poi dovrà comunque attraversare la strada della nostra esistenza, può essere addomesticata, resa mansueta, e condotta obbediente fino alla porta di casa? È forse tracotanza fabbricare le corde che cattureranno lo spirito errabondo della felicità? E se anche fosse così, se anche si trattasse di smisurato orgoglio, se anelare all’assoluto significasse voler prendere il posto di Dio, non sono forse immagine e somiglianza di Dio le creature umane? Non sono, esse, uno dei suoi innumerevoli specchi? Di una felicità costruita ad arte e attraverso l’arte alimentata, di un sogno ininterrotto e vigile fatto di parole, di racconti, di libri, di invenzioni, di sussulti di menti geniali che con identico ardore hanno spiccato balzi verso il Paradiso e si sono lasciati scivolare nei più cupi e atroci abissi infernali, racconta in un romanzo indimenticabile, per il quale non è esagerato usare l’impegnativo termine di capolavoro, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt, autrice del magnifico e lacerante Il libro dei bambini. Continua a leggere La composta perfezione di un arazzo

L’attualità del male

Recensione de “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead

Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea, Sur

L’idea di un inferno, di un luogo oltremondano di dolore, sofferenza e umiliazione nel quale espiare in eterno peccati e malvagità commessi in vita, presuppone, prima ancora di quella (al tempo stesso vendicativa e consolatoria) di giustizia, un’altra idea; quella che vede, nella spaventosa galleria di atrocità compiute dagli esseri umani ai danni del loro prossimo, gradi differenti di orrore, variazioni, per così dire, della “qualità” dell’abominio perpetrato. In quest’ottica, per esempio, picchiare qualcuno risulta meno grave che ucciderlo, mentre, sempre restando in tema, picchiarlo a sangue, cioè ridurlo in fin di vita a forza di botte, è qualcosa di peggio di una “semplice” scarica di pugni e calci. Se dunque esistono diversi tipi di peccato di cui ci è possibile macchiarsi, ne consegue che anche le relative punizioni saranno commisurate; ed ecco l’inferno così come lo conosciamo, una bilancia precisa e implacabile sui cui piatti tutto torna in equilibrio. Continua a leggere L’attualità del male

La grammatica dell’odio

Recensione di “La città e i cani” di Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa, La città e i cani, Einaudi

L’esuberanza fiammeggiante dell’adolescenza, il sorgere incerto dell’amicizia virile, il tumultuare, spesso ingovernabile, dei sentimenti, e la disciplina imposta del collegio militare, le regole ferree e il desiderio bruciante di trasgredirle, la voglia di rivendicare la propria unicità, di difenderla da tutto e da tutti, dai compagni di camerata come dalla maligna impersonalità di ufficiali e sottufficiali, maschere e tentacoli dell’istituzione, dall’uniforme sovrapporsi delle giornate sempre uguali a se stesse, segnate dai riti collettivi dell’appello, delle lezioni e delle esercitazioni. E su tutto, su ogni respiro, sul rincorrersi degli sguardi, il fiorire dei desideri, l’abbaiare degli insulti e il tramontare improvviso delle speranze, l’ombra nera della violenza e della morte. La città e i cani, romanzo d’esordio di un Mario Vargas Llosa appena ventiseienne, narra, nelle cadenze di un’autobiografia che di continuo cela se stessa invece di mostrarsi, che fugge in un labirinto di scarti temporali, nelle intermittenze nervose di una prosa priva di punti di riferimento, dove a parlare, a raccontare, sono voci sempre diverse, il tragico fallimento di un principio, di un’idea. Continua a leggere La grammatica dell’odio

Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Non avrò altro Dio all’infuori di me

Recensione di “Battuta di caccia” di Jussi Adler-Olsen

Jussi Adler-Olsen, Battuta di caccia, Marsilio

La violenza come puro atto di sopraffazione, come legittimazione del più forte, come diritto e insieme come aperta rivendicazione di una libertà assoluta; l’aggressione come sfrenatezza, come rito orgiastico, come delirio di onnipotenza, come lucida, terrificante allucinazione. E assieme a tutto questo l’omicidio, l’annientamento gustato come sanzione finale, come sigillo, come l’ultimo tassello di un puzzle composto di momenti decisivi, di attimi colti al momento giusto e vissuti, sfruttati, goduti fino in fondo, nella spietata certezza che non esista prezzo di pagare per chiunque abbia il coraggio necessario a non porsi limiti, che non possa esserci punizione possibile per tutti coloro che riconoscano di non avere altro Dio all’infuori di sé. Lungo queste spaventose coordinate, che la pazzia, la psicosi, l’alienazione mentale spiegano soltanto in parte e che, seppur non in misura così estrema, sembrano quasi “categorie di pensiero e d’azione” indotte da un mondo e da una realtà che si ostinano a vedere nel successo e a ogni costo e nell’autoaffermazione non solo e non tanto valori da difendere ma addirittura principi primi da insegnare, si snoda il coinvolgente romanzo giallo Battuta di caccia, scritto da Jussi Adler-Olsen (in Italia pubblicato Marsilio nella traduzione di Maria Valentina D’Avino). Fedele alle regole del thriller classico e allo stesso tempo originale innovatore del genere, Adler-Olsen rinuncia al principale cardine narrativo – l’indagine finalizzata alla scoperta del colpevole; fin dall’inizio del romanzo il lettore conosce l’identità dei responsabili – per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi principali del suo lavoro (un gruppo di ricchissime persone appartenenti all’alta società danese), cui contrappone l’ostinazione, la determinazione e il senso di giustizia del detective Carl Mørck, capo della Sezione Q della polizia di Copenaghen, piccolo dipartimento incaricato di occuparsi dei “casi di speciale interesse”, cioè di tutti quei fatti di sangue che non solo non sono stati risolti, ma che per le loro caratteristiche hanno destato particolare scalpore nell’opinione pubblica o hanno avuto, al di là del delitto o dei delitti commessi, conseguenze tragiche. Continua a leggere Non avrò altro Dio all’infuori di me