Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Un’angoscia reale

Recensione di “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna, La regola dei pesci, Einaudi

Non un giallo e neppure un mystery. Un romanzo d’avventura, forse, e di formazione, ma non soltanto questo. Qualcosa che può apparire come una sorta di confessione ma che in realtà non è che un urlo lanciato verso il nulla, una resa, un abbandono, la consapevolezza di una frattura non colmabile, di una distanza che niente può più ridurre. Nulla, neppure l’amore. La scomparsa di quattro ragazzi, quattro studenti liceali appena diventati maggiorenni, con la quale si apre l’intenso romanzo di Giorgio Scianna, La regola dei pesci, è un tuffo vertiginoso in un mondo che, pur essendo in qualche misura anche il nostro mondo, ci è quasi completamente sconosciuto. La scrittura semplice e diretta dell’autore, che immediatamente conduce la narrazione in medias res, con la sparizione che è un dato di fatto acquisito e la voce narrante (quella di uno dei ragazzi scomparsi, che un giorno, per ragioni che verranno svelate nel corso della storia, fa ritorno a casa) che ne racconta la genesi, l’antefatto e infine la messa in opera, la sua realizzazione concreta, ha la virtù rara della sincerità e, quel che più conta, una preziosissima nobiltà. Scianna, infatti, non narra per giudicare e neppure per denunciare o per lanciare grida d’allarme – il suo piuttosto, come ben spiega nella nota posta a conclusione del romanzo, è un sussurro d’angoscia, ma ancora una volta ciò che illumina questo sussurro, quel che gli dà la forza di essere voce, è la capacità dell’autore di tramutare il suo bisogno, la sua urgenza, finanche la sua paura in uno stimolo alla ricerca di un perché, di una ragione – ma per tentare di comprendere. Continua a leggere Un’angoscia reale

Una malattia sociale

Recensione di “L’uomo al balcone” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Maj Siöwall, Per Wahlöö, L’uomo al balcone, Sellerio

Stoccolma, l’alba di un giorno qualsiasi. Lungo un copione fatto d’abitudini e ritualità, la città poco alla volta si risveglia, ricomincia a vivere. E un uomo, attento, la osserva, la studia in ogni particolare. Un uomo su un balcone. “L’uomo al balcone aveva osservato tutto ciò. Il balcone era di quelli ordinari, con la ringhiera di ferro e i lati di lamiera ondulata. Egli era rimasto con gli avambracci appoggiati alla ringhiera di ferro, e la brace della sua sigaretta era apparsa come un puntino rosso scuro nelle tenebre”. Nelle pagine de L’uomo al balcone, incalzante thriller scritto dalla coppia Maj SjöwallPer Wahlöö (inventori del celebre commissario capo Martin Beck, protagonista di una lunga serie di romanzi), la città è la vittima, ignara e indifesa, di una sorta di febbre, di un orribile contagio che sembra coglierla d’improvviso. Tutto si origina da un acuto stridere di contrasti. Continua a leggere Una malattia sociale

Finché morte non vi separi

Recensione di “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Horace McCoy

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli?, Terre di Mezzo Editore

Un imputato, un giudice e una sentenza sul punto di essere pronunciata. E una condanna prossima a essere eseguita. Una condanna per omicidio. Una condanna per un assassinio a sangue freddo che tuttavia potrebbe non essere stato altro che un atto di pietà, una disperata richiesta di aiuto finalmente compresa, raccolta e accolta, soddisfatta. Una sentenza, pronunciata nel pieno rispetto di tutte le leggi vigenti, le umane come le divine, e tra il principio e la fine di essa, tra il principio e la fine di tutto, il ricordo di come le cose si sono svolte, di quel che è accaduto. Si snoda con un lungo flashback, all’interno del quale il legame con il presente è sfumato, fragile, quasi che il qui e ora non avesse importanza né significato alcuno, lo splendido, intensissimo romanzo di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?; un flashback che ha allo stesso tempo il disordine del flusso di coscienza e la precisione della testimonianza, la parzialità del resoconto e l’onestà piena, commossa e pura della confessione. Nel racconto innocente di un giovane, McCoy, senza darlo a vedere, disegna il ritratto sconvolgente di un’America spezzata dalla Grande Depressione, nella quale si sopravvive masticando sogni e dove le dorate porte di Hollywood, in apparenza a portata di mano, non sono che un crudele miraggio. Continua a leggere Finché morte non vi separi

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

Chi nasce e muore popolo

Recensione di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini

Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori
Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori

La storia sfiora e insieme sommerge una via oscura e lercia di Firenze; qui è ovunque il lezzo di miseria, ogni respiro è fatica, e ogni notte il greve sonno dei vinti è una resa allo sfinimento dei corpi provati dal lavoro quotidiano. Qui, tra le case addossate le une alle altre, l’aria è pesante e immobile d’estate e un gelido schiaffo d’inverno; qui le stagioni, come qualsiasi altra cosa del resto, sono peccati da scontare. Eppure qui la vita esplode in variopinti fuochi d’artificio di gioia e sofferenza, si accende nelle schermaglie amorose dei giovani e si fortifica nella lealtà delle coppie di più lunga data; divampa nelle invidie per le altrui fortune, si consuma, come un’anima dannata, nella curiosità sempre frustrata di tutto conoscere e tutto sapere per subito saziarsi nell’illusoria rivincita della maldicenza spacciata per verità, della menzogna propalata al solo scopo d’offendere, di ferire, di colpire al cuore il proprio bersaglio. La storia sfiora e insieme sommerge la fiorentina via del Corno,  Continua a leggere Chi nasce e muore popolo