Un libro con Giancarlo

Recensione di “Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone

Lorenzo Marone, Un ragazzo normale, Feltrinelli

Giancarlo Siani, giornalista pubblicista de ‘ll Mattino’, è stato ammazzato dalla camorra sotto la sua abitazione, nel quartiere residenziale del Vomero, il 23 settembre 1985. Per rendergli giustizia e capire il perché del suo assassinio ci sono voluti dodici anni e tre pentiti. Nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i fratelli Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio e Ciro Cappucci e Armando Del Core come esecutori materiali. Nel suo articolo apparso sulle colonne de ‘ll Mattino’ il 10 giugno dell’ottantacinque, Giancarlo arrivò a ipotizzare che l’arresto del boss Valentino Gionta fosse stato possibile grazie a una soffiata della famiglia Nuvoletta, alleata dei Corleonesi di Totò Riina che erano interessati a spodestare il boss Gionta per porre fine alla guerra con il clan dei Bardellino. Siani si tirò contro le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, passavano come ‘infami’, e ne fu sentenziata, perciò, la morte. L’organizzazione del delitto richiese circa tre mesi, durante i quali furono eseguiti appostamenti e perlustrazioni della zona da parte dei sicari […]. Questi sono i fatti. Il romanzo, però, non è e non vuol essere un resoconto degli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, né si propone il compito di rivelare verità o aneddoti privati. Non è un libro su Giancarlo insomma, ma un libro con Giancarlo”. Lorenzo Marone, autore del delicato e bellissimo Un ragazzo normale (Feltrinelli), spiega così il suo romanzo, un omaggio timido a un giovane giornalista che aveva scelto di non chiudere gli occhi narrato in toni innocenti, quasi fiabeschi, attraverso la mediazione di un’età unica, quella della preadolescenza. Protagonista del lavoro di Marone, infatti, è il dodicenne Mimì, figlio dei custodi di uno stabile al Vomero, costretto nei due locali della portineria oltre che con mamma e papà, con la sorella Beatrice, di sei anni più grandi, due nonni e un cane. Povero ma tutt’altro che infelice, appassionato di letteratura, scienza, di ogni cosa che abbia a che fare con il sapere e la cultura, attratto dall’eloquenza, dal buon parlare, da un ricco vocabolario da sfoggiare in famiglia e con gli amici, Mimì è una specie di curiosa eccezione nel suo quartiere. Un ragazzo normale, certo, un ragazzo come tanti, ma nello stesso tempo qualcosa di diverso, una persona cui il calcio interessa poco, che comprende a fatica il delirio di gioia che travolge la città (e i suoi cari) all’annuncio dell’acquisto di Maradona, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, da parte del Napoli; un ragazzo il cui migliore amico è il figlio di salumiere ma che ai giochi in strada ama alternare esperimenti (nonché esercitarsi nella trasmissione del pensiero). E infine un ragazzo che si innamora perdutamente di una giovane che a fatica si accorge di lui, una fanciulla bellissima e benestante, quasi inavvicinabile e che pure Mimì in qualche misura, a prezzo di enormi sforzi, riesce a raggiungere. Merito delle parole, delle parole contenute nelle pagine dei libri.
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Il bianco e il nero

Recensione di “Terra di sangue” di Karin Brynard

Karin Brynard, Terra di sangue, E/O

Sudafrica. Huilwater è una delle tante fattorie ancora in mano alla popolazione bianca. L’apartheid, l’odiosa politica di segregazione razziale praticata ai danni della maggioranza nera del Paese è ormai una pagina di storia, ma le sue ferite, i suoi traumi, la scia di odio e la sete implacabile di vendetta che ha lasciato dietro di sé è ben più di una presenza, ben più di una minaccia, nelle città, nelle campagne, tra la gente. Così, sconvolge, agghiaccia, ma non sorprende (non del tutto, almeno) un duplice omicidio (l’ennesimo) compiuto in una fattoria non lontana dall’arido splendore del deserto: una donna bianca, un’artista, una pittrice di talento conosciuta e amata e la sua giovanissima figlia adottiva, assassinate in maniera brutale, terrificante, umiliate dalla mano che ha tolto loro la vita, oscenamente messe in posa come fossero elementi di una raccapricciante “messa in scena”. Si apre così, con la nudità feroce della morte, Terra di sangue, il serrato, travolgente thriller di Karin Brynard, in Italia pubblicato dall’editore E/O nella traduzione (dall’inglese, in origine il romanzo è stato scritto in afrikaans) di Silvia Montis. Protagonista indiscusso del romanzo è l’ispettore (bianco) Albertus Markus Beeslaar, la cui rappresentazione, pur non risparmiando ai lettori qualche cliché di troppo (come per esempio l’immancabile dolorosissimo passato, che causa al solerte e coraggioso poliziotto incubi e devastanti attacchi di panico), restituisce un personaggio credibile, complesso, le cui contraddizioni non hanno nulla di artificioso, senza dubbio intelligente ma per fortuna privo di quel genio infallibile e irritante (proprio per la sua intrinseca perfezione) che è caratteristica quasi universale degli investigatori letterari (specie se dilettanti). E forse proprio perché non si esercita a risolvere casi per fuggire la noia ma per la ben più prosaica ragione che viene pagato per farlo, Beeslaar al proprio arco non ha che le frecce che può vantare un qualsiasi coscienzioso lavoratore: serietà, tenacia, volontà, un rigoroso metodo di indagine e uno spiccato senso della giustizia.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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La lingua del mare

Recensione di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo

Stefano DìArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli

“A sentire Alberto Savinio, «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru, che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radica Mar, morire». Ebbene, ambientato in un piccolo paese della riva siciliana dello Stretto di Messina, Horcynus Orca è un romanzo di morte e di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dalla guerra […]. Epica e religione? Epica sì: c’è ogni genere di letteratura in Horcynus Orca (dalla favola alla satira menippea, dal teatro alla narrativa lirica, la comicità e la tragedia, o i linguaggi bassi che ravvivano il sublime della popolare Opera dei Pupi). In quanto alla religione, c’è soprattutto quella laica dell’arte. Oppure quella pagana dei poveri pescatori che chiedono a ogni dio del mare di mandare molti pescispada e di tener lontani i delfini, o fere. Così li chiamano loro, che ci combattono quotidianamente come gli eroi di Ariosto in guerra con gli infedeli […]. L’opera di Stefano D’Arrigo, se per allegoria è il romanzo della fine del mondo, nella realtà racconta la fine del mondo in cui da millenni si sono avvicendati sullo Stretto di Messina i pescatori. Privi di scrittura, con parole povere quanto il loro cibo (il pescespada lo pescano ma non lo mangiano quasi mai, troppo lusso, troppo caro), essi comunicano anche ciò che il dialetto calabro-siculo non sa dire con precisione e che il narratore non può né intende dire naturalisticamente […]. Questo romanzo parla sempre di quanto vedi (il suo realismo, il suo nuovo realismo) e di quanto stravedi (il suo simbolismo, il suo ermetismo, il suo neoespressionismo). O più precisamente, il dato naturale è insieme metaforico: quanto può esserlo un tratto di mare stretto fra due sponde che, riempiendosi di corpi esanimi di marinai morti in guerra, può sembrare un fiume come l’Acheronte […]. Il romanzo di D’Arrigo possiede la solidità di chi racconta fatti veri, il funambolismo linguistico di chi fa acrobazie ignaro di quando e dove toccherà terra, la fantasia di un visionario che allunga le mani su un sogno che crede realtà […]. Romanzo globale, Horcynus Orca contiene ogni modo di narrare e di descrivere, di dialogare e di farsi musica. C’è la figuratività che dà rilievo ai personaggi e c’è il materico nel quale insegui quello di cui ignori il volto e il senso. C’è la comicità nei suoi vari gradi…. E ci si può commuovere più per la morte di due delfini che non per quella degli uomini […]. Ogni giorno ci sarà la fine del mondo e ogni giorno dovremo trovare il linguaggio nuovo in virtù del quale ottenere il rinvio della condanna. Horcynus Orca in affetti ha un linguaggio inaudito. Può anche sembrare talvolta sterile, autoreferenziale, manieristico ma, visto dal mare di D’Arrigo, ora il mondo è diverso. Il Sud? Non solo: questo romanzo dà nuova luce e musica a tutti i punti cardinali”.
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La storia e la galassia

Recensione di “Cronache della Galassia” di Isaac Asimov

Isaac Asimov, Cronache della Galassia, Mondadori

“La Trilogia Galattica di Isaac Asimov è il ‘ciclo’ fantascientifico più famoso […] del mondo […]. Eppure, se si confronta quest’opera così fortunata con altre grandi saghe spaziali, essa appare a prima vista assai meno ricca, e quasi incurante di quegli ingredienti tradizionalmente ritenuti capaci di attirare il lettore di fantascienza. L’infinita e paradossale varietà del cosmo è qui appena sfruttata, paura, orrore e meraviglia davanti all’ignoto non hanno parte nella composizione, armi, macchine, animali impensabili restano tra le quinte. Le impennate dell’immaginazione avveniristica sono ridotte al minimo […]. Perfino il ritmo della narrazione non ha quella concitata, incalzante rapidità che si accompagna di solito alle avventure tra le stelle. Dov’è allora il fascino di questo immenso affresco galattico, che lo rende così irresistibilmente leggibile? Anzitutto, proprio la sua immensità, o meglio, l’impressione d’immensità che riesce a suscitare […]. Come tutti i veri libri, la Trilogia punta più sull’evocativo che sul descrittivo, e la Galassia che ne è protagonista risulta infine credibile e grandiosa proprio perché Asimov, da quel vero scrittore che è, evita di prenderla di petto e si adopera per farla costantemente balenare tra le righe. Stabilito il tono […] per trattare una materia fredda e remota per definizione, costruita come una cassa di risonanza piena d’incalcolabili, misteriosi echi siderali, Asimov mette in moto la sua vasta trama, ispiratagli, come egli stesso ammette, dalla Decadenza e caduta dell’Impero Romano di Gibbon […]. Non c’è dubbio che la ragione fondamentale del successo della Trilogia sta nel fatto che si tratta di un libro di storia […]. Chi vi si addentra può non conoscere Gibbon, Toynbee o Marx, ma la sua reazione sarà certamente quella dell’amatore di storia che si aspetta dallo ‘specialista’ un racconto e insieme una spiegazione del racconto […]. E a libro chiuso, la più difficile delle domande. È questo ramificato e stupendo ‘sistema’ romanzesco a dovere tutto agli scrittori di storia, o non saranno invece questi, con le loro ben congegnate fabbricazioni, a dovere tutto all’arte dei romanzieri?”. Così Carlo Fruttero e Franco Lucentini introducono Cronache della Galassia, primo volume del capolavoro asimoviano che si impose ai lettori di ogni latitudine dapprima come Trilogia Galattica (gli altri due libri che la compongono sono Il crollo della Galassia centrale e L’altra faccia della spirale) poi con il titolo di Ciclo della Fondazione (con il numero dei volumi cresciuto fino a un totale di sette), spiegando che, certo, di fantascienza si tratta, ma prima ancora che di un ben preciso genere narrativo, in queste pagine è con la letteratura che si ha a che fare. Più precisamente con la letteratura e la storia. Con la letteratura e la scienza.
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La memoria delle api

Recensione di “Il sentiero” di Peter May

Peter May, Il sentiero, Einaudi

Il filo spezzato dei ricordi. La verità nascosta da un’amnesia, da un passato che scompare d’improvviso per lasciare posto a un immediato che si fa abisso, a un qui e ora fatto di nulla, a un folle accumularsi di sensazioni per le quali non esiste spiegazione. L’urgenza dei bisogni del corpo, della sofferenza della carne, la sete da placare, la fame che lascia senza fiato, il freddo che non si riesce a combattere, lo stordimento di una stanchezza cui è quasi impossibile resistere; e in mezzo a tutto questo l’enigma insolubile della propria identità perduta. Ma perduta quando? Perduta dove? E più di tutto, per quale ragione perduta? Si apre così, con queste domande terribili, rese ancora più spaventose dalla consapevolezza che non esiste, per nessuna di esse, risposta immediata, e che forse non ne verrà mai trovata alcuna, Il sentiero di Peter May, thriller mozzafiato che ancora una volta, come già accaduto per la bellissima Trilogia di Lewis (i cui romanzi trovate recensiti in questo blog; L’isola dei cacciatori di uccelli qui; L’uomo di Lewis qui e L’uomo degli scacchi qui) ha per protagonista l’isola di Lewis e Harris, nell’arcipelago delle Ebridi Esterne. Fin dal principio May porta il lettore nel cuore della storia narrata; un uomo, infatti, il personaggio principale, riprende i sensi su una spiaggia; è completamente bagnato, privo di forze, e non ha idea di chi sia. Il mistero, dunque, è una cosa sola con colui che dovrebbe scioglierlo, o meglio, è incarnato dalla persona che ha il compito di risolverlo; per questo May sceglie di raccontare in prima persona, per restituire in tutta la sua complessità e potenza il senso di spaesamento e terrore che prova il suo personaggio, e poi, poco alla volta, per trasmettere la precarietà di ogni nuova conoscenza acquisita, la difficoltà con la quale il più piccolo dettaglio relativo a quella che è stata la propria vita e che ora non è più nulla viene recuperato, e non ultimo la disperazione da cui si viene travolti nel momento in cui la strada che si è deciso di imboccare si rivela una falsa pista.
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Singolo, famiglia, popolo

Recensione di “Germinale” di Émile Zola

Émile Zola, Germinale, Mondadori

Singolo, famiglia, popolo. Pietosa e laica Trinità dell’esistere quotidiano, la cui Passione è la fatica bestiale del lavoro, sono fame e stenti, è la fatalistica rassegnazione che grava sul capo di chi, dalla nascita, ha imparato soltanto a chinarlo, a dire “sì signore”, ad accettare, è l’ossessione della carne, solo piacere (almeno in apparenza) non avvelenato dalla ricattatoria mediazione del denaro, sempre insufficiente, e insieme eterno ritorno della schiavitù, della miseria, dell’impotenza, rinnovarsi di quella suprema ingiustizia che è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Singolo, famiglia, popolo. Laica e pietosa Trinità del dolore e della morte che può giungere improvvisa, prematura, conseguenza tra le tante di un impiego che è disumana fatica, che spoglia uomini e donne di ogni possibile dignità per vestirli solo di sorda resistenza e meccanico agire. Singolo, famiglia, popolo. Trinità dannata cui più nulla è rimasto di santo, e che derubata e afflitta si avvia all’alba lungo la strada di una Via Crucis che ha l’amaro sapore dell’unica eternità conosciuta dai mortali: quella che si conclude con lo sfinimento della vecchiaia, con l’ultimo respiro esalato. Di questa Trinità così insopportabilmente umana racconta con indimenticabili accenti Émile Zola nel suo meraviglioso e terribile Germinale (1885), cronaca naturalista e insieme fiammeggiante architettura letteraria centrata sulle spaventose condizioni sopportate dai minatori – chiamati a estrarre carbone dalle viscere della terra – di un distretto industriale nel nord della Francia. Singolo è l’indiscusso protagonista dell’opera, il giovane Stefano Lantier, che in mezzo a quel derelitto esercito del sottosuolo finisce quasi per caso ma i cui bisogni, le cui rivendicazioni, finisce ben presto per sposare, trascinato e poi travolto dal suo idealismo generoso e ingenuo, ma singoli sono anche tutti coloro accanto ai quali Lantier vive: la bella Caterina che egli ama fin dal primo incontro, il rude Cheval, compagno di Stefano nella fatica quotidiana, fratello addirittura nella inaccettabile degradazione del lavoro, e nonostante ciò confinato dalla bruciante gelosia che lo consuma nell’odioso ruolo di avversario, di rivale acerrimo; l’anarchico Souveraine, convinto che nulla possa cambiare l’intollerabile ordine delle cose che vede la borghesia dominare e il popolo minuto soccombere se non un’universale sollevazione armata che precipiti il mondo così come lo si conosce nel sangue e nella morte e in quella crudele fonte battesimale gli consenta di rinasce in forma finalmente rinnovata e monda; l’infelice Hennebeau, direttore della miniera, l’uomo più invidiato dagli operai per il suo potere e la sua ricchezza e che pure, imprigionato in un matrimonio infelice, ferito dai continui tradimenti della consorte, chiuso in un rancoroso, tragico silenzio, guarda a quegli uomini sempre in pericolo di morire di fame con invidia; non esiterebbe un istante, il ricco Hennebau, a scendere nelle viscere della terra, a divenire lui stesso l’ultimo degli ultimi se in cambio di tutto ciò potesse avere quel che gli uomini alle sue dipendenze posseggono senza neppure fare mostra di accorgersene: la felicità perfetta data dalla libertà d’amare e di essere riamati, il dono dei figli, un casa cui tornare, certo vuota di beni ma colma di persone, d’occhi, respiri, parole, abbracci. Continua a leggere Singolo, famiglia, popolo

Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Continua a leggere Prim’attore e Deus ex machina

Il cavaliere innamorato dei sogni

Recensione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Rizzoli

Il nobiluomo Alonso Chisciano (a tutti noto come Don Chisciotte), divorato dall’amore per i romanzi cavallereschi al punto da divenire lui stesso protagonista delle avventure lette avidamente per anni, è forse il più puro degli eroi. Perché è la sua anima a essere eroica, ed è la sua sensibilità incorrotta e libera a guidarlo; a spingerlo, inizialmente, a vendere gran parte dei suoi possedimenti (e a investire in libri il ricavato dei suoi magri affari) e poi a trascinarlo con sé nel liquido abbraccio del sogno, della vita da sempre immaginata e desiderata. Miguel de Cervantes, nel meraviglioso Don Chisciotte della Mancia, ritrae l’allampanato Alonso con viva partecipazione; la comunione con il suo personaggio (e attraverso lui del lettore con Chisciotte) è piena, limpida, autentica. Certo, il grande autore spagnolo non risparmia né sarcasmo né beffarda ironia; fin da subito taccia il protagonista del romanzo di pazzia e si diverte fargli vivere situazioni assurde, grottesche, umilianti perfino, dalle quali il cavalier Don Chisciotte esce immancabilmente malconcio. Ma il mondo, che in ogni momento sembra in grado di schiacciare l’ardimentoso Chisciotte e che alla visionaria ingenuità dei suoi occhi e della sua mente oppone, di volta in volta, squallore, miserie, meschinità, intrighi e raggiri di ogni genere, che sembra impastato soltanto di volgarità e ignoranza, per quanto non dia tregua a questo improbabile “guerriero cortese” non riesce comunque a fiaccare il suo spirito. Continua a leggere Il cavaliere innamorato dei sogni