Il santo pagano

Recensione di “Vita di Apollonio di Tiana” di Filostrato

Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi

“I devoti di Pitagora di Samo dicono che non era nativo della Ionia, ma era stato un tempo Euforbo a Troia ed era rivissuto dopo la morte, avvenuta secondo il racconto di Omero. E narrano che egli rifiutava vestimenti tratti da animali morti, e che per mantenersi puro si asteneva da ogni cibo che avesse avuto vita e dai sacrifici […]. Apollonio osservò principi affini a questi, e in questo modo ancora più divino di Pitagora seppe accostarsi alla sapienza e sollevarsi al di sopra dei tiranni: ma benché sia vissuto in tempi non remoti né troppo recenti, gli uomini non lo conoscono ancora per la vera sapienza, che esercitò da filosofo e secondo virtù. Della sua personalità alcuni esaltano un aspetto, altri un altro; e dato che si incontrò con i Magi in Babilonia, con i Bramani dell’India e con i Ginnosofisti che vivono in Egitto, vi è pure chi lo ritiene un mago e lo accusa di avere praticato la stregoneria: ma lo fa per ignoranza”. Romanzo d’avventura, “racconto fantastico”, agiografia, nostalgica rievocazione dell’età aurea del mito, la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato (scritto per espresso desiderio di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo), è un’opera tanto splendida e lussureggiante quanto curiosa e originale. Continua a leggere Il santo pagano

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

Tutto ciò che semplicemente è

Recensione di “Biografia – Un gioco scenico” di Max Frisch

Max Frisch, Biografia – Un gioco scenico, Feltrinelli

Lo sconfinato universo delle possibilità – dalle più grandi e significative a quelle in apparentemente senza importanza, che si adottano o si scartano quasi senza rendersene conto – racchiuso nello spazio finito (ma sempre cangiante) di un palcoscenico; e al centro, allo stesso tempo soggetto e oggetto dello spettacolo che sta per andare in scena, una vita vissuta e colui che, scegliendo passo dopo passo, decidendo, prendendo una direzione in luogo di un’altra, l’ha resa tale, disegnando assieme a essa se stesso, definendosi come persona, identificandosi in ogni scelta. In penombra, infine, un registratore, voce narrante di tutto ciò che da questo momento in avanti potrebbe accadere e vigile memoria di quel che è stato, che non è in potere dell’uomo modificare ma che la finzione del teatro, la sua capacità di travestirsi da qualunque cosa, di essere, anche solo per un breve momento, nell’illusione della recitazione e delle luci soffuse, qualsiasi accadimento altro rispetto a quello che è effettivamente successo, a quel che è stato, offre come seconda occasione, come un desiderio a lungo cullato che d’improvviso diviene realtà, come il dono benigno (o forse letale) di una capricciosa divinità. Questo l’impianto architettonico e narrativo del serrato, magnifico dramma di Max Frisch intitolato Biografia – Un gioco scenico, uno studio, una riflessione, una pièce, un mefistofelico divertissement, la dimostrazione, a priori e a posteriori, dell’impossibilità di qualsivoglia reale cambiamento dei dati di fatto, dell’inconsistenza del poter essere. Protagonista del bellissimo lavoro di Frisch è Kürmann, uno studioso che malgrado i notevoli successi accademici ottenuti non prova che infelicità, disperazione e sensi di colpa. La sua esistenza, infatti, costellata di scelte infelicissime, gli appare come una partita a scacchi giocata in modo dissennato, perduta già in apertura; per questa ragione egli è convinto, come lo sarebbe ogni scacchista che si rispetti, di poter fare ben altro, di poter addirittura ribaltare le sorti della battaglia, di riuscire dunque vincitore e non sconfitto come si ritrova a essere; tutto ciò di cui ha bisogno è una possibilità, la possibilità di rigiocare alcune mosse, di cambiare tattica, di fare altre scelte. Ma è proprio a questo punto, quando la richiesta del giocatore Kürmann , dello stratega Kürmann, viene soddisfatta, che il suo disegno, accuratamente preparato, va in pezzi; l’uomo infatti, rivivendo alcuni momenti particolarmente importanti della sua vita, si rende conto che ogni decisione presa, ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, obbediva in qualche modo a una necessità, a una sorta di metafisico meccanicismo.

Spalancate dinanzi a lui, nude di fronte alla sua sete di novità, di libertà, di ignoto, le alternative della sua vita, tutti quei “se” che un discorso fatto o non fatto, un impercettibile ritardo a un appuntamento, un amore accolto o rifiutato, un incontro anticipato o differito avrebbero condotto al vero, al reale, sfumano al contatto con quel che è successo (e che ordinatamente compare nel dossier del registratore, coscienza scomoda di Kürmann e insieme mero accadimento impossibile da ignorare tanto come cosa in sé quanto come atto primo di una serie di conseguenze che da esso si sono originate rendendolo parte non eliminabile di “tutto ciò che semplicemente è”), mutano di sostanza, regredendo da potenzialità a illusione; costretto a misurarsi con possibilità che alla prova dei fatti si rivelano impossibili, Kürmann naufraga nei suoi stessi desideri, affonda nelle sabbie mobili della propria impotente volontà; sulla scacchiera del suo esistere nessuna nuova mossa può venir giocata, per quanto egli si sforzi di trovare vie d’uscita, di ricominciare.

 Il suo passato, che egli porta scritto nella carne, che gli si è inciso nello spirito, che è il suo modo di essere e ragionare, che è perfettamente sovrapponibile a ciò che egli è come persona (perché egli è diventato il Kürmann in lotta con se stesso proprio in virtù delle decisioni che ha preso e che ora vorrebbe con tutto se stesso rimettere in discussione), è una corda tesa che gli impedisce di muoversi; al pari di un animale legato al guinzaglio, egli può solo permettersi minimi scarti,mutamenti di poco o nessun conto che non modificano la sostanza (e dunque il significato) di quel che è stato; Kürmann, in una parola, non può essere, nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto, sé e altro da sé; non gli è consentito lasciare la strada che lo ha condotto fin lì, e che con tutto se stesso vorrebbe cambiare, anzi cancellare, dimenticare, perché quella strada è la sua coscienza, e la sua coscienza è ciò che egli è. Perché non è permesso alla vita di Kürmann, come non lo è a qualsiasi altra esistenza, violare il principio di non contraddizione. Neppure nell’illusorio battito d’ali d’una quinta offerta ai rapaci sguardi degli spettatori.

Biografia  è un’opera magistrale; incalzante nel ritmo, di straordinaria profondità negli argomenti trattati, è una lettura splendida, indimenticabile, un gioiello filosofico-letterario di squisita fattura.

Invece dell’incipit, eccovi parte della sinossi della quarta di copertina. La traduzione dal tedesco, per Feltrinelli, è di Maria Gregorio. Buona lettura.

Le esperienze che viviamo sono realmente inevitabili? “Cosa succederebbe se…”si chiede il protagonista Kürmann e si figura le vicende della sua vita come un giocatore di scacchi calcola le mosse delle pedine: se almeno una volta avesse avuto la possibilità di non aver pensato o realizzato questa o quella mossa, avrebbe cambiato tutto il seguito della partita. E a Kürmann viene appunto offerta tale possibilità. Frisch gli affianca un personaggio complementare, un Registratore, che assiste il protagonista oggettivandolo e gli consente di realizzare effettiva varianti alla sua esistenza. Ci troviamo così di fronte non alla mera biografia di un uomo (con tanto di genitori, infanzia, studi, amori pre e postmatrimoniali, politica…), bensì alla sua risposta al fatto che col tempo si acquista inevitabilmente una biografia. Si rappresenta quel che è possibile solo sulla scena: ossia come una vita avrebbe potuto svolgersi diversamente, con una variazione delle possibilità vissute e non vissute, in uno spettacolo che non può essere altro che prova.

Teresa, Antigone e Abisag

Recensione di “La zia Tula” di Miguel de Unamuno

Miguel de Unamuno, La zia Tula, Marchese Editore

«I miei fratelli mi aiutavano in tutti i modi a servire Dio. Sebbene sentissi grande affetto per essi ed essi per me, ve n’era uno quasi della mia età che io preferivo. Ci riunivamo per leggere insieme la vita dei santi…» […]. Prima di terminare questo prologo ci sia permesso di fare un’altra osservazione che a qualcuno potrà sembrare una sottigliezza di linguistica e di filologia e che, invece, è di psicologia. Ma la psicologia è qualcosa di più della linguistica e della filologia? L’osservazione consiste nel fatto che come possediamo le parole paterno e paternità che derivano da pater, padre, e materno e maternità da mater, madre, e che non sono la stessa cosa […] è strano che accanto a fraterno e fraternità da frater fratello, non possediamo sororale o sororità, da soror, sorella. In latino vi è sororius, a, um, ciò che è della sorella, ed il verbo sororiare, crescere insieme. Ci diranno che la sororità equivale alla fraternità, ma non crediamo che sia così. Se in latino figlia avesse un appellativo con radice differente da quella di figlio, varrebbe la pena distinguere fra le due qualità di figlio. Sororità fu quella dell’ammirevole Antigone, questa santa del paganesimo ellenico […]. Inoltre le fondamenta della civilizzazione, la domesticità, sono sostenute dalle sorelle, dalle zie, o dalle spose in spirito, castissime, come quell’Abisag, la sulamita della quale è detto nel capitolo I del primo Libro dei Re, quella fanciulla che portarono al vecchio re Davide, ormai vicino alla morte, affinché lo sostenesse nelle ultime ore della sua vita, coprendolo e scaldandolo nel letto mentre dormiva. Ed Abisag sacrificò a lui la sua maternità, rimase vergine per lui – poiché Davide non la conobbe […]. E adesso che il lettore ha letto questo prologo – che non è necessario per capire ciò che segue – può far conoscenza con la zia Tula che, se seppe qualcosa di Santa Teresa […] forse nulla seppe di Antigone la greca e di Abisag l’ebrea”. Continua a leggere Teresa, Antigone e Abisag

Il gelido inverno del Maine

Recensione di “I ragazzi Burgess” di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi Editore

Il successo professionale e l’armonia familiare non sono che maschere, finzioni, artifici; l’autorevolezza costruita ad arte e la studiata sicurezza di sé dozzinali trucchi da artista di strada, maldestri scongiuri e incongrue formule magiche utili forse a tenere lontana la verità, a ignorare la spietata realtà dei fatti, ma del tutto inconsistenti quando in gioco ci sono le persone e la loro salvezza. E l’oggi, il presente, il qui e ora, è semplicemente una striscia di sabbia sulla quale incessante si rovescia il respiro liquido dei ricordi, dei rimorsi, delle ossessioni e dei sensi di colpa, cancellando, nella sua eterna ronda di sentinella, ogni distanza da ciò che è stato, ogni tentativo di fuga dalle cose che sono accadute, ogni possibile reinterpretazione di quel che è successo, del passato così come si è svolto, perché noi siamo le scelte che abbiamo compiuto, la strada che abbiamo percorso, quell’unica strada imboccata fra le migliaia di percorsi possibili, tra le innumerevoli alternative che si spalancano dinanzi a ciascuno alla vigilia di una decisione da prendere. A comporre la trama del presente, dunque, è prima di tutto la nostra responsabilità verso quel che abbiamo compiuto nel passato; e a formare il tessuto dei nostri giorni sono la consapevolezza di questa responsabilità, il coraggio di accettarla o il bisogno, l’ansia, terribile come un morbo, di sfuggirle. Ed è proprio tra il ricordo di una tragedia (che è memoria, certo, ma che soprattutto è incubo) e la responsabilità di essere stato causa (o una delle cause) del suo scatenarsi, del suo irrompere, che si muove il bellissimo e crudele romanzo di Elizabeth Strout I ragazzi Burgess, dramma familiare narrato quasi come un flusso di coscienza, nel quale il piano temporale che dovrebbe inquadrare di volta in volta l’azione risulta fuori fuoco, instabile, “disturbato” dal sussultare dei ricordi, di un passato che sembra aspettare soltanto l’occasione propizia per tornare a farsi sentire, per trasformarsi da semplice oggetto chiuso nel proprio inviolabile mondo interiore a voce dell’anima, dello spirito, del cuore. Continua a leggere Il gelido inverno del Maine

Le stanze dei rimpianti

Recensione di “Allontanarsi” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Allontanarsi, Fazi Editore

La fine della guerra è lo spalancarsi di un baratro che d’improvviso inghiotte tutto quanto il conflitto aveva lasciato in sospeso. L’Inghilterra, l’orgogliosa nazione capace di piegare la Germania hitleriana, è un Paese in ginocchio, che fatica a riprendersi, e malgrado abbia più di una ragione per gioire manca della forza necessaria per farlo. Ed è in questo Paese di cenere e silenzio che, quasi fossero spettri atterriti dalla prospettiva ormai inevitabile di tornare a incarnarsi, di ricominciare a essere quel che erano stati prima di questa lunga, tragica parentesi di morte e miseria, si muovono e agiscono gli uomini e le donne della famiglia Cazalet, protagonisti della saga scritta da Elizabet Jane Howard giunta, con Allontanarsi (pubblicato, come i precedenti tre libri, da Fazi Editore nella bella traduzione di Manuela Francescon), al quarto volume. Allo stesso tempo delicata e incisiva, la scrittura dell’autrice, più ancora che negli altri romanzi, si immerge nell’interiorità dei suoi personaggi, ne mette in luce le debolezze, le fragilità, e insieme ne sottolinea il coraggio; misura la nobiltà e il valore delle scelte dei singoli rapportandole al più generale contesto storico e sociale. Allontanarsi, splendida e malinconica riflessione sullo smarrimento esistenziale, sembra presentare in una luce completamente nuova caratteri che i lettori credevano ormai di conoscere; così, il rispetto del continuum narrativo e temporale si spezza nel ramificarsi della storia, impegnata a seguire le personali vicissitudini dei diversi componenti della famiglia, tutte giunte a un drammatico punto di rottura proprio a causa della conclusione del secondo conflitto mondiale. Continua a leggere Le stanze dei rimpianti

Rinascere, forse

Recensione di “Un mese in campagna” di James Lloyd Carr

James Lloyd Carr, Un mese in campagna, Fazi Editore

La guerra e l’orrore da una parte; il suo ossessivo ricordo e il tentativo di sfuggirgli dall’altra. E nel mezzo, l’intervallo quasi miracoloso di un’estate, il placido splendore della campagna inglese, la maestà silenziosa di una chiesa, la scoperta delle vite degli altri, chiuse nel cerchio imperfetto e solidale di un minuscolo, sonnolento villaggio, il richiamo dei secoli trascorsi, che respira in un affresco del quattordicesimo secolo da riportare alla luce, e infine l’amore, che un incontro improvviso risveglia. Accomodato in una prosa lieve e splendida, non priva d’ironia e insieme venata di tristezza, di quell’acuta nostalgia che sempre si accompagna alla memoria di ciò che è stato e che mai più potrà essere di nuovo, questo semplice (e tuttavia ricchissimo) materiale narrativo germoglia in un romanzo di non comune fascino, poetico quanto può esserlo una fiaba, prezioso nel modo in cui lo sono le storie inventate per stupire, incantare, sedurre, acuto e profondo come una riflessione, autentico e sincero come una confessione. Continua a leggere Rinascere, forse

L’incolmabile distanza

Recensione di “Uomini e topi” di John Steinbeck

John Steinbeck, Uomini e topi, Bompiani

Uomini e topi è il piccolo grande capolavoro dell’America del Novecento. Ed è, insieme a Furore, l’opera di John Steinbeck più venduta nel mondo. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937, ancora oggi è tra i libri di testo più usati nelle scuole di tutti i Paesi di lingua inglese. In Italia piacque a Cesare Pavese che infatti lo tradusse nel 1938 per Bompiani. Ai suoi occhi, cioè agli occhi di un autore che di lì a qualche anno avrebbe scritto i Dialoghi con Leucò, Uomini e topi – con quei due personaggi, George Milton e Lennie Small, sproporzionatamente veri – apparve subito per quel che è. Un’allegoria medievale ambientata in un’America che lui, Pavese, non avrebbe mai visto ma sulla cui letteratura ci ha lasciato una cruciale testimonianza: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciò a essere la ‘speranza del mondo’ accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno quei giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”. Continua a leggere L’incolmabile distanza

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

L’invenzione della nivola

Recensione di “Nebbia” di Miguel de Unamuno

Miguel de Unamuno, Nebbia, Fazi Editore

Il personaggio e il suo creatore, la finzione e la realtà, l’estro e la logica, il sonno e la veglia, il sogno e il pensiero, la morte e la vita. Coppie di opposti che forse sono la medesima cosa, o forse non sono altro che un inganno, una burla, un metafisico gioco di specchi, un labirinto impossibile, un enigma che non ha soluzione. E un narrare che rincorre stesso lungo una circolarità eterna che sembra comprendere ogni cosa, riassumere ogni contraddizione, assorbirla in unità e poi nuovamente farla esplodere in mille rivoli di dubbi, di ragionamenti, di sofismi, di domande senza risposta, di riflessioni che nel loro continuo, inafferrabile fluire è come se facessero il verso all’intera storia della filosofia, e che sempre si esauriscono in uno stanco sospiro d’incertezza. In questa ragnatela di dilemmi, i misteri più grandi, l’esistere e l’amare, fanno da sostrato a un racconto dolce e stralunato che ha la sottile impalcatura della fantasia, dell’intuizione improvvisa, e l’importuna tenacia del sospetto, del rovello interiore che non concede pace; un racconto che consapevolmente ignora qualsiasi canone e procede deciso verso nuove terre, nuove orizzonti, e in questo cammino si fa nivola, oggetto letterario sconosciuto, regno della libertà e delle possibilità infinite, luogo dello spirito nel quale a dominare sono il gioco, la confusione, l’indeterminatezza. “Quest’idea di chiamarla nivola […] fu un’altra ingenua astuzia per imbrogliare i critici. È un romanzo e un romanzo come qualsiasi altro scritto che sia presentato sotto questo nome; ossia che così si chiami perché in questo caso essere è chiamarsi. E che significano quelle dichiarazioni che è passato il tempo dei romanzi o dei poemi epici? Finché vivranno i romanzi passati, vivrà e rivivrà il romanzo. Si tratta di risognare la storia”. Continua a leggere L’invenzione della nivola