L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […]. Sembrerebbe […] a prima vista legittima una lettura del testo in chiave psicologica e psicoanalitica. La relazione tra madre e figlia appare difatti come un modello esemplare di […] patologica relazione simbiotica; per la madre Erika è una palese sostituzione del marito (non a caso le due donne dormono nello stesso letto) su cui proiettare aspettative e frustrazioni di vita; per la figlia l’anziana signora è un’istanza irrevocabile, a cui adeguare i propri desideri e comportamenti […]. È stato tuttavia fatto notare come una simile lettura non aggiunga sostanzialmente nulla di nuovo a quanto già contenuto nel romanzo […]. Si potrebbe anzi persino essere tentati dal considerare La pianista come una parodia degli studi psicoanalitici o della letteratura di consumo sul rapporto madre-figlia […]. Ma è davvero malata Erika Kohut? Rappresenta questa donna solo un caso disperato, da rubricare negli annali della psiche femminile? […]. In realtà il romanzo non rappresenta i sintomi di un caso psichiatrico, ma i fenomeni di una dinamica sociale, nella loro dimensione linguistica […]. La brutalità del mondo «sano» dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti”. Così Luigi Reitani, nel saggio che conclude lo splendido, spiazzante, labirintico romanzo di Elfriede Jelinek intitolato La pianista (in Italia pubblicato da SE nella traduzione di Rossana Sarchielli), analizza il lavoro dell’autrice austriaca (premio Nobel per la Letteratura nel 2004) confrontandolo con l’omonima riduzione cinematografica diretta da Michael Haneke e premiata a Cannes nel 2001. Cos’è, esattamente, La pianista, si chiede Reitani? E nel provare a rispondere al quesito avanza in primo luogo spiegazioni negative, individuando quel che il romanzo non è e sottolineando come il testo, fin dalle primissime righe, tenda a nascondersi, a celare se stesso. Amante delle sperimentazioni, Jelinek infatti costruisce una storia che nella sua semplicità quasi disarmante (una figlia non più giovane, divorata da una madre che non le ha mai concesso di realizzare se stessa come persona autonoma, si scinde per non soccombere; è una inflessibile e inavvicinabile docente di pianoforte e una figlia fedele e nello stesso tempo, o meglio nel poco, pochissimo tempo che riesce a sottrarre all’instancabile vigilanza della mamma, è un magmatico, elettrico scontrarsi di pulsioni che la portano ad amare e odiare il proprio corpo di donna, a bramare e rifiutare il proprio essere donna, a soddisfare gli appetiti della carne umiliando se stessa attraverso il più scadente voyeurismo; un giorno, questo essere incompleto, sofferente e teso verso una libertà che fatica persino a concepire e che desidera tanto quanto teme, deve affrontare il corteggiamento sempre più aperto e spavaldo di uno dei suoi migliori allievi, il giovane e avvenente Walter Klemmer) si avvita in un incessante gorgo di metafore, similitudini, giochi espressivi, citazioni mascherate, ghignante sarcasmo, e in questo modo muta forma quasi a ogni pagina, rendendo ardua la messa a fuoco della sua protagonista, dell’insegnante Erika perduta dentro se stessa.
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Il vasto territorio dell’antiromanzo

Recensione di “La donna del tenente francese” di John Fowles

John Fowles, La donna del tenente francese, Mondadori

Inghilterra, 1867, una storia d’amore. In estrema sintesi, La donna del tenente francese, uno dei più noti romanzi di John Fowles, pubblicato nel 1969, è tutto qui. Uno straripare di sentimenti, un acuto dramma passionale che si consuma in un’età che tutti crediamo di conoscere, quella vittoriana, nella quale a prevalere sui moti del cuore sono la rigorosa obbedienza al dovere e il supino, militaresco ossequio alle convenzioni sociali. Ma è davvero questo l’Ottocento inglese? Non è piuttosto qualcosa di assai diverso da ciò che siamo soliti figurarci, per esempio “un’epoca nella quale la donna era sacra [ma] si poteva comprare una ragazza di tredici anni per poche sterline, o pochi scellini se la si voleva soltanto per un’ora o due?”. Era davvero pudicizia estrema nelle forme, nei discorsi e nella condotta l’Ottocento di Sua Maestà Vittoria e non invece un’età “nella quale si costruirono più chiese che in tutta la precedente storia del paese [mentre] a Londra una casa su due era un bordello?”. Siamo certi fosse la stagione delle virtù vissute, incarnate, sposate e non una lunga, contraddittoria e scomposta parentesi nel corso della quale “la santità del matrimonio (e della castità prematrimoniale) era esaltata da ogni pulpito, in tutti gli editoriali e nei pubblici comizi [e nello stesso tempo quella in cui i] grandi personaggi pubblici – dal futuro re in giù – conducevano una vita assolutamente scandalosa?”. E ancora quella che vide “gradatamente umanizzato il sistema penale [ma dove tuttavia] la flagellazione era talmente diffusa che un francese cercò seriamente di dimostrare che il marchese De Sade dove essere d’origine inglese?”. E dove, se ancora non bastasse, “il corpo femminile era più che mai celato a occhi indiscreti, e i meriti degli scultori erano valutati in base alla loro capacità di scolpire donne nude?”. Nel chiedersi – e soprattutto nel chiedere retoricamente al lettore tutto questo, superata ormai la metà del romanzo e a vicenda quasi del tutto raccontata – John Fowles chiude il cerchio di un’opera non comune per fascino e originalità, nella quale il rispetto delle regole del romanzo (e all’interno di esso, quale specie di un genere, del prodotto letterario vittoriano inglese, di cui sono impeccabile espressione la puntualità della ricostruzione d’ambiente e la precisione del disegno dei personaggi, dai protagonisti fino alle comparse) si fonde con una studiata decostruzione dell’idea stessa di vicenda narrata.
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Un libro con Giancarlo

Recensione di “Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone

Lorenzo Marone, Un ragazzo normale, Feltrinelli

Giancarlo Siani, giornalista pubblicista de ‘ll Mattino’, è stato ammazzato dalla camorra sotto la sua abitazione, nel quartiere residenziale del Vomero, il 23 settembre 1985. Per rendergli giustizia e capire il perché del suo assassinio ci sono voluti dodici anni e tre pentiti. Nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i fratelli Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio e Ciro Cappucci e Armando Del Core come esecutori materiali. Nel suo articolo apparso sulle colonne de ‘ll Mattino’ il 10 giugno dell’ottantacinque, Giancarlo arrivò a ipotizzare che l’arresto del boss Valentino Gionta fosse stato possibile grazie a una soffiata della famiglia Nuvoletta, alleata dei Corleonesi di Totò Riina che erano interessati a spodestare il boss Gionta per porre fine alla guerra con il clan dei Bardellino. Siani si tirò contro le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, passavano come ‘infami’, e ne fu sentenziata, perciò, la morte. L’organizzazione del delitto richiese circa tre mesi, durante i quali furono eseguiti appostamenti e perlustrazioni della zona da parte dei sicari […]. Questi sono i fatti. Il romanzo, però, non è e non vuol essere un resoconto degli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, né si propone il compito di rivelare verità o aneddoti privati. Non è un libro su Giancarlo insomma, ma un libro con Giancarlo”. Lorenzo Marone, autore del delicato e bellissimo Un ragazzo normale (Feltrinelli), spiega così il suo romanzo, un omaggio timido a un giovane giornalista che aveva scelto di non chiudere gli occhi narrato in toni innocenti, quasi fiabeschi, attraverso la mediazione di un’età unica, quella della preadolescenza. Protagonista del lavoro di Marone, infatti, è il dodicenne Mimì, figlio dei custodi di uno stabile al Vomero, costretto nei due locali della portineria oltre che con mamma e papà, con la sorella Beatrice, di sei anni più grandi, due nonni e un cane. Povero ma tutt’altro che infelice, appassionato di letteratura, scienza, di ogni cosa che abbia a che fare con il sapere e la cultura, attratto dall’eloquenza, dal buon parlare, da un ricco vocabolario da sfoggiare in famiglia e con gli amici, Mimì è una specie di curiosa eccezione nel suo quartiere. Un ragazzo normale, certo, un ragazzo come tanti, ma nello stesso tempo qualcosa di diverso, una persona cui il calcio interessa poco, che comprende a fatica il delirio di gioia che travolge la città (e i suoi cari) all’annuncio dell’acquisto di Maradona, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, da parte del Napoli; un ragazzo il cui migliore amico è il figlio di salumiere ma che ai giochi in strada ama alternare esperimenti (nonché esercitarsi nella trasmissione del pensiero). E infine un ragazzo che si innamora perdutamente di una giovane che a fatica si accorge di lui, una fanciulla bellissima e benestante, quasi inavvicinabile e che pure Mimì in qualche misura, a prezzo di enormi sforzi, riesce a raggiungere. Merito delle parole, delle parole contenute nelle pagine dei libri.
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Güero

Recensione di “Le strade di Laredo” di Larry McMurtry

Larry McMurtry, Le strade di Laredo, Einaudi

Joey Garza è un criminale. Un bandito inafferrabile che si muove lungo il confine tra Messico e Texas senza che nessuno quasi riesca a vederlo, rapina i passeggeri dei treni e uccide a sangue freddo chiunque gli capiti a tiro. Joey Garza è giovanissimo, è messicano ed è un güero, un uomo dalla pelle quasi bianca; è figlio di una donna bellissima, Maria, che ha avuto quattro mariti (uno dei quali hai venduto Joey agli Apache, facendo quasi impazzire di dolore la moglie) e, oltre a lui, altri due figli, Rafael, ritardato mentale, e Teresa, che dalla mamma ha ereditato la bellezza ma che è venuta al mondo cieca, Maria ama tutti i suoi figli allo stesso modo; cerca di proteggere Teresa e Rafael perché loro, a differenza di Joey, sono deboli e hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro, ma per tutti e tre prova il medesimo affetto. Joey però non ama sua madre, la odia, la vorrebbe vedere morta, anzi vorrebbe ucciderla lui stesso, così come vorrebbe uccidere i suoi fratelli, che per lui non sono niente; Joey odia sua madre perché la considera una puttana: l’ha vista giacere con i suoi mariti e ha trovato disgustose, indegne di una donna (di una qualsiasi donna non sia una puttana, che merita solo la peggiore delle morti per ciò che è, per quel che si è ridotta a essere) le cose che faceva. Così Joey Garza decide di abbandonare la sua famiglia e di uccidere; sa farlo, può farlo, è il migliore in quello che fa. Uccide, e nel farlo afferma se stesso, la sua superiorità, la sua infallibilità; uccide, e a ogni morte si avvicina a quella finale, quella che sogna da sempre, quella che infliggerà a Maria, Rafael e Teresa. È in questo cupo scenario di disperazione che Larry McMurtry ambienta il bellissimo e straziante Le strade di Laredo (in Italia pubblicato da Einaudi nella sontuosa traduzione di Margherita Emo e Cristiana Mennella), degno seguito del suo indimenticabile capolavoro, Lonesome Dove (la cui recensione trovate qui).
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Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico? E che voglia dare ragione di questa impossibilità? Motivarla? O che abbia le spalle abbastanza larghe per gettarsi in una disputa lessicografica (sulla lingua inglese, ma per certi versi applicabile a ogni lingua), conscio del fatto che legati alla lessicografia ci sono questioni ideologiche e politiche di portata straordinaria? Oppure che se la senta di riflettere sulle implicazioni etiche (e non solo) di una dieta non vegetariana (magari partendo, perché siamo sempre negli Stati Uniti d’America, dal frequentatissimo Festival dell’aragosta del Maine)? In una parola, a chi potrebbe venire in mente di scrivere un saggio, o meglio una serie di saggi, o meglio ancora un insieme di appunti sui più diversi argomenti, sui più disparati temi, e poi organizzarli in tutto organico il cui denominatore comune non deve essere cercato nella molteplicità dei temi trattati, bensì nel modo di affrontarli, nella capacità di porsi le domande giuste (intese come le più interessanti, quelle davvero ineludibili, che vanno al cuore della questione) su ciascuno di essi al solo scopo di donare proprio le domande, i quesiti, i dubbi (e non, come ci si aspetterebbe, le possibili risposte) al lettore? A David Foster Wallace, uno dei più originali e intelligenti scrittori contemporanei, romanziere di assoluto talento che, a parere di chi scrive, riesce a dare il meglio di sé in qualcosa che romanzo non è. E infatti la raccolta di saggi (definizione non inesatta ma neppure del tutto soddisfacente) Considera l’aragosta, che oltre a quanto appena elencato si occupa della tragedia dell’11 settembre 2001, di John McCain e della sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2000, di Fedor Michailovic Dostoevskij, del fenomeno delle talk radio, della biografia dell’ex campionessa di tennis Tracy Austin (e delle biografie dei grandi atleti in genere), è tutto fuorché un romanzo senza essere un saggio, né uno zibaldone di pensieri sparsi, né una semplice raccolta di scritti, né qualcosa di inquadrabile in una qualsivoglia categoria letteraria.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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Yog-Sothoth

Recensione di “Racconti 1927-1930” di Howard Phillips Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft, Tutti i racconti 1927-1930, Mondadori

“Che Lovecraft sia soprattutto un sognatore è cosa che nessuno vorrà mettere in dubbio, anche alla luce della sua produzione; ma è di quelli che posseggono l’invidiabile capacità di gettare un ponte tra il mondo dei sogni e quello della veglia, finché poco a poco l’uno trascolora nell’altro in un amalgama originalissimo. Fin dall’infanzia la notte gli porta alcune immagini ricorrenti: enormi altopiani deserti sui quali giganteggiano colossali rovine; abissi senza fondo che si spalancano su altre sfere di realtà; celle e corridoi sotterranei che si snodano sotto le fondamenta di edifici familiari, mettendo in comunicazione il mondo della superficie con un netherworld gravido di segreti; esseri mostruosi che riempiono, al tempo stesso, di meraviglia e terrore. Lovecraft confessa: ‘Se io mi siedo alla scrivania con l’intenzione di scrivere un racconto, è molto probabile che non ci riesca. Ma se scrivo per mettere sulla carta le immagini di un sogno, tutto cambia completamente’. Egli si sente posseduto, costretto dai sogni […]. Nasce così il mito di Cthulhu, che ruota intorno a una serie di entità spaventose non di questo spazio, ma i cui nomi sembrano sapientemente ricavati da un dizionario di mitologia anagrammata: Azathoth, Yog-Sothoth ‘il dio cieco e idiota che gorgoglia blasfemità al centro dell’universo’, Nyarlathotep messaggero dell’olimpo degenere e via dicendo […]. La controparte terrestre di questo ribollire di dei e demoni è rappresentata dagli Stati della Nuova Inghilterra, che Lovecraft vede segnati da colpe antiche e sotterranei connubi con le entità malefiche. A differenza dei grandi ossessi del New England (Hawthorne, in primo luogo) Lovecraft si compiace di quest’atmosfera corrotta e decadente, anzi ne calca le tinte: e siccome nessuna città umana, nemmeno la maledetta Salem, potrebbe esser degna degli orrori cosmici che gli è caro immaginare, ne inventa di nuove: Arkham, Innsmouth, Kingsport, Dunwich. Gli ultimi due son quasi villaggi, piccole comunità arretrate che esemplificano i guasti a cui può portare il sesso tra consanguinei e il commercio con entità malsane. Innsmouth è un caso a parte, una colonia di sanguemisto da far rizzare i capelli; Arkham, in cui alcuni vedono la trasfigurazione fantastica di Salem, è invece una città dotta e universitaria, al centro della valle del fiume Miskatonic e vero e proprio fulcro delle più inquietanti invenzioni lovecraftiane”. Nel disegnare la geografia fantastica (ma non per questo irreale) di Howard Phillips Lovecraft, Giuseppe Lippi, autore dell’introduzione al volume intitolato Tutti i racconti 1927-1930 (in Italia edito da Mondadori con traduzione, oltre che dello stesso Lippi, di Claudio De Nardi e Gianna Lonza), introduce il lettore a quelli che sono i temi cardine della narrativa di questo straordinario e originalissimo autore, prematuramente scomparso nel 1937 a soli quarantasette anni d’età, temi che, se da un lato senz’altro riconducono al romanzo gotico, dall’altro se ne discostano, svelando l’esistenza di nuovi confini letterari.
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Singolo, famiglia, popolo

Recensione di “Germinale” di Émile Zola

Émile Zola, Germinale, Mondadori

Singolo, famiglia, popolo. Pietosa e laica Trinità dell’esistere quotidiano, la cui Passione è la fatica bestiale del lavoro, sono fame e stenti, è la fatalistica rassegnazione che grava sul capo di chi, dalla nascita, ha imparato soltanto a chinarlo, a dire “sì signore”, ad accettare, è l’ossessione della carne, solo piacere (almeno in apparenza) non avvelenato dalla ricattatoria mediazione del denaro, sempre insufficiente, e insieme eterno ritorno della schiavitù, della miseria, dell’impotenza, rinnovarsi di quella suprema ingiustizia che è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Singolo, famiglia, popolo. Laica e pietosa Trinità del dolore e della morte che può giungere improvvisa, prematura, conseguenza tra le tante di un impiego che è disumana fatica, che spoglia uomini e donne di ogni possibile dignità per vestirli solo di sorda resistenza e meccanico agire. Singolo, famiglia, popolo. Trinità dannata cui più nulla è rimasto di santo, e che derubata e afflitta si avvia all’alba lungo la strada di una Via Crucis che ha l’amaro sapore dell’unica eternità conosciuta dai mortali: quella che si conclude con lo sfinimento della vecchiaia, con l’ultimo respiro esalato. Di questa Trinità così insopportabilmente umana racconta con indimenticabili accenti Émile Zola nel suo meraviglioso e terribile Germinale (1885), cronaca naturalista e insieme fiammeggiante architettura letteraria centrata sulle spaventose condizioni sopportate dai minatori – chiamati a estrarre carbone dalle viscere della terra – di un distretto industriale nel nord della Francia. Singolo è l’indiscusso protagonista dell’opera, il giovane Stefano Lantier, che in mezzo a quel derelitto esercito del sottosuolo finisce quasi per caso ma i cui bisogni, le cui rivendicazioni, finisce ben presto per sposare, trascinato e poi travolto dal suo idealismo generoso e ingenuo, ma singoli sono anche tutti coloro accanto ai quali Lantier vive: la bella Caterina che egli ama fin dal primo incontro, il rude Cheval, compagno di Stefano nella fatica quotidiana, fratello addirittura nella inaccettabile degradazione del lavoro, e nonostante ciò confinato dalla bruciante gelosia che lo consuma nell’odioso ruolo di avversario, di rivale acerrimo; l’anarchico Souveraine, convinto che nulla possa cambiare l’intollerabile ordine delle cose che vede la borghesia dominare e il popolo minuto soccombere se non un’universale sollevazione armata che precipiti il mondo così come lo si conosce nel sangue e nella morte e in quella crudele fonte battesimale gli consenta di rinasce in forma finalmente rinnovata e monda; l’infelice Hennebeau, direttore della miniera, l’uomo più invidiato dagli operai per il suo potere e la sua ricchezza e che pure, imprigionato in un matrimonio infelice, ferito dai continui tradimenti della consorte, chiuso in un rancoroso, tragico silenzio, guarda a quegli uomini sempre in pericolo di morire di fame con invidia; non esiterebbe un istante, il ricco Hennebau, a scendere nelle viscere della terra, a divenire lui stesso l’ultimo degli ultimi se in cambio di tutto ciò potesse avere quel che gli uomini alle sue dipendenze posseggono senza neppure fare mostra di accorgersene: la felicità perfetta data dalla libertà d’amare e di essere riamati, il dono dei figli, un casa cui tornare, certo vuota di beni ma colma di persone, d’occhi, respiri, parole, abbracci. Continua a leggere Singolo, famiglia, popolo

Il cavaliere innamorato dei sogni

Recensione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Rizzoli

Il nobiluomo Alonso Chisciano (a tutti noto come Don Chisciotte), divorato dall’amore per i romanzi cavallereschi al punto da divenire lui stesso protagonista delle avventure lette avidamente per anni, è forse il più puro degli eroi. Perché è la sua anima a essere eroica, ed è la sua sensibilità incorrotta e libera a guidarlo; a spingerlo, inizialmente, a vendere gran parte dei suoi possedimenti (e a investire in libri il ricavato dei suoi magri affari) e poi a trascinarlo con sé nel liquido abbraccio del sogno, della vita da sempre immaginata e desiderata. Miguel de Cervantes, nel meraviglioso Don Chisciotte della Mancia, ritrae l’allampanato Alonso con viva partecipazione; la comunione con il suo personaggio (e attraverso lui del lettore con Chisciotte) è piena, limpida, autentica. Certo, il grande autore spagnolo non risparmia né sarcasmo né beffarda ironia; fin da subito taccia il protagonista del romanzo di pazzia e si diverte fargli vivere situazioni assurde, grottesche, umilianti perfino, dalle quali il cavalier Don Chisciotte esce immancabilmente malconcio. Ma il mondo, che in ogni momento sembra in grado di schiacciare l’ardimentoso Chisciotte e che alla visionaria ingenuità dei suoi occhi e della sua mente oppone, di volta in volta, squallore, miserie, meschinità, intrighi e raggiri di ogni genere, che sembra impastato soltanto di volgarità e ignoranza, per quanto non dia tregua a questo improbabile “guerriero cortese” non riesce comunque a fiaccare il suo spirito. Continua a leggere Il cavaliere innamorato dei sogni