Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico? E che voglia dare ragione di questa impossibilità? Motivarla? O che abbia le spalle abbastanza larghe per gettarsi in una disputa lessicografica (sulla lingua inglese, ma per certi versi applicabile a ogni lingua), conscio del fatto che legati alla lessicografia ci sono questioni ideologiche e politiche di portata straordinaria? Oppure che se la senta di riflettere sulle implicazioni etiche (e non solo) di una dieta non vegetariana (magari partendo, perché siamo sempre negli Stati Uniti d’America, dal frequentatissimo Festival dell’aragosta del Maine)? In una parola, a chi potrebbe venire in mente di scrivere un saggio, o meglio una serie di saggi, o meglio ancora un insieme di appunti sui più diversi argomenti, sui più disparati temi, e poi organizzarli in tutto organico il cui denominatore comune non deve essere cercato nella molteplicità dei temi trattati, bensì nel modo di affrontarli, nella capacità di porsi le domande giuste (intese come le più interessanti, quelle davvero ineludibili, che vanno al cuore della questione) su ciascuno di essi al solo scopo di donare proprio le domande, i quesiti, i dubbi (e non, come ci si aspetterebbe, le possibili risposte) al lettore? A David Foster Wallace, uno dei più originali e intelligenti scrittori contemporanei, romanziere di assoluto talento che, a parere di chi scrive, riesce a dare il meglio di sé in qualcosa che romanzo non è. E infatti la raccolta di saggi (definizione non inesatta ma neppure del tutto soddisfacente) Considera l’aragosta, che oltre a quanto appena elencato si occupa della tragedia dell’11 settembre 2001, di John McCain e della sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2000, di Fedor Michailovic Dostoevskij, del fenomeno delle talk radio, della biografia dell’ex campionessa di tennis Tracy Austin (e delle biografie dei grandi atleti in genere), è tutto fuorché un romanzo senza essere un saggio, né uno zibaldone di pensieri sparsi, né una semplice raccolta di scritti, né qualcosa di inquadrabile in una qualsivoglia categoria letteraria.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di orgini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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Yog-Sothoth

Recensione di “Racconti 1927-1930” di Howard Phillips Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft, Tutti i racconti 1927-1930, Mondadori

“Che Lovecraft sia soprattutto un sognatore è cosa che nessuno vorrà mettere in dubbio, anche alla luce della sua produzione; ma è di quelli che posseggono l’invidiabile capacità di gettare un ponte tra il mondo dei sogni e quello della veglia, finché poco a poco l’uno trascolora nell’altro in un amalgama originalissimo. Fin dall’infanzia la notte gli porta alcune immagini ricorrenti: enormi altopiani deserti sui quali giganteggiano colossali rovine; abissi senza fondo che si spalancano su altre sfere di realtà; celle e corridoi sotterranei che si snodano sotto le fondamenta di edifici familiari, mettendo in comunicazione il mondo della superficie con un netherworld gravido di segreti; esseri mostruosi che riempiono, al tempo stesso, di meraviglia e terrore. Lovecraft confessa: ‘Se io mi siedo alla scrivania con l’intenzione di scrivere un racconto, è molto probabile che non ci riesca. Ma se scrivo per mettere sulla carta le immagini di un sogno, tutto cambia completamente’. Egli si sente posseduto, costretto dai sogni […]. Nasce così il mito di Cthulhu, che ruota intorno a una serie di entità spaventose non di questo spazio, ma i cui nomi sembrano sapientemente ricavati da un dizionario di mitologia anagrammata: Azathoth, Yog-Sothoth ‘il dio cieco e idiota che gorgoglia blasfemità al centro dell’universo’, Nyarlathotep messaggero dell’olimpo degenere e via dicendo […]. La controparte terrestre di questo ribollire di dei e demoni è rappresentata dagli Stati della Nuova Inghilterra, che Lovecraft vede segnati da colpe antiche e sotterranei connubi con le entità malefiche. A differenza dei grandi ossessi del New England (Hawthorne, in primo luogo) Lovecraft si compiace di quest’atmosfera corrotta e decadente, anzi ne calca le tinte: e siccome nessuna città umana, nemmeno la maledetta Salem, potrebbe esser degna degli orrori cosmici che gli è caro immaginare, ne inventa di nuove: Arkham, Innsmouth, Kingsport, Dunwich. Gli ultimi due son quasi villaggi, piccole comunità arretrate che esemplificano i guasti a cui può portare il sesso tra consanguinei e il commercio con entità malsane. Innsmouth è un caso a parte, una colonia di sanguemisto da far rizzare i capelli; Arkham, in cui alcuni vedono la trasfigurazione fantastica di Salem, è invece una città dotta e universitaria, al centro della valle del fiume Miskatonic e vero e proprio fulcro delle più inquietanti invenzioni lovecraftiane”. Nel disegnare la geografia fantastica (ma non per questo irreale) di Howard Phillips Lovecraft, Giuseppe Lippi, autore dell’introduzione al volume intitolato Tutti i racconti 1927-1930 (in Italia edito da Mondadori con traduzione, oltre che dello stesso Lippi, di Claudio De Nardi e Gianna Lonza), introduce il lettore a quelli che sono i temi cardine della narrativa di questo straordinario e originalissimo autore, prematuramente scomparso nel 1937 a soli quarantasette anni d’età, temi che, se da un lato senz’altro riconducono al romanzo gotico, dall’altro se ne discostano, svelando l’esistenza di nuovi confini letterari.
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Singolo, famiglia, popolo

Recensione di “Germinale” di Émile Zola

Émile Zola, Germinale, Mondadori

Singolo, famiglia, popolo. Pietosa e laica Trinità dell’esistere quotidiano, la cui Passione è la fatica bestiale del lavoro, sono fame e stenti, è la fatalistica rassegnazione che grava sul capo di chi, dalla nascita, ha imparato soltanto a chinarlo, a dire “sì signore”, ad accettare, è l’ossessione della carne, solo piacere (almeno in apparenza) non avvelenato dalla ricattatoria mediazione del denaro, sempre insufficiente, e insieme eterno ritorno della schiavitù, della miseria, dell’impotenza, rinnovarsi di quella suprema ingiustizia che è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Singolo, famiglia, popolo. Laica e pietosa Trinità del dolore e della morte che può giungere improvvisa, prematura, conseguenza tra le tante di un impiego che è disumana fatica, che spoglia uomini e donne di ogni possibile dignità per vestirli solo di sorda resistenza e meccanico agire. Singolo, famiglia, popolo. Trinità dannata cui più nulla è rimasto di santo, e che derubata e afflitta si avvia all’alba lungo la strada di una Via Crucis che ha l’amaro sapore dell’unica eternità conosciuta dai mortali: quella che si conclude con lo sfinimento della vecchiaia, con l’ultimo respiro esalato. Di questa Trinità così insopportabilmente umana racconta con indimenticabili accenti Émile Zola nel suo meraviglioso e terribile Germinale (1885), cronaca naturalista e insieme fiammeggiante architettura letteraria centrata sulle spaventose condizioni sopportate dai minatori – chiamati a estrarre carbone dalle viscere della terra – di un distretto industriale nel nord della Francia. Singolo è l’indiscusso protagonista dell’opera, il giovane Stefano Lantier, che in mezzo a quel derelitto esercito del sottosuolo finisce quasi per caso ma i cui bisogni, le cui rivendicazioni, finisce ben presto per sposare, trascinato e poi travolto dal suo idealismo generoso e ingenuo, ma singoli sono anche tutti coloro accanto ai quali Lantier vive: la bella Caterina che egli ama fin dal primo incontro, il rude Cheval, compagno di Stefano nella fatica quotidiana, fratello addirittura nella inaccettabile degradazione del lavoro, e nonostante ciò confinato dalla bruciante gelosia che lo consuma nell’odioso ruolo di avversario, di rivale acerrimo; l’anarchico Souveraine, convinto che nulla possa cambiare l’intollerabile ordine delle cose che vede la borghesia dominare e il popolo minuto soccombere se non un’universale sollevazione armata che precipiti il mondo così come lo si conosce nel sangue e nella morte e in quella crudele fonte battesimale gli consenta di rinasce in forma finalmente rinnovata e monda; l’infelice Hennebeau, direttore della miniera, l’uomo più invidiato dagli operai per il suo potere e la sua ricchezza e che pure, imprigionato in un matrimonio infelice, ferito dai continui tradimenti della consorte, chiuso in un rancoroso, tragico silenzio, guarda a quegli uomini sempre in pericolo di morire di fame con invidia; non esiterebbe un istante, il ricco Hennebau, a scendere nelle viscere della terra, a divenire lui stesso l’ultimo degli ultimi se in cambio di tutto ciò potesse avere quel che gli uomini alle sue dipendenze posseggono senza neppure fare mostra di accorgersene: la felicità perfetta data dalla libertà d’amare e di essere riamati, il dono dei figli, un casa cui tornare, certo vuota di beni ma colma di persone, d’occhi, respiri, parole, abbracci. Continua a leggere Singolo, famiglia, popolo

Il cavaliere innamorato dei sogni

Recensione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Rizzoli

Il nobiluomo Alonso Chisciano (a tutti noto come Don Chisciotte), divorato dall’amore per i romanzi cavallereschi al punto da divenire lui stesso protagonista delle avventure lette avidamente per anni, è forse il più puro degli eroi. Perché è la sua anima a essere eroica, ed è la sua sensibilità incorrotta e libera a guidarlo; a spingerlo, inizialmente, a vendere gran parte dei suoi possedimenti (e a investire in libri il ricavato dei suoi magri affari) e poi a trascinarlo con sé nel liquido abbraccio del sogno, della vita da sempre immaginata e desiderata. Miguel de Cervantes, nel meraviglioso Don Chisciotte della Mancia, ritrae l’allampanato Alonso con viva partecipazione; la comunione con il suo personaggio (e attraverso lui del lettore con Chisciotte) è piena, limpida, autentica. Certo, il grande autore spagnolo non risparmia né sarcasmo né beffarda ironia; fin da subito taccia il protagonista del romanzo di pazzia e si diverte fargli vivere situazioni assurde, grottesche, umilianti perfino, dalle quali il cavalier Don Chisciotte esce immancabilmente malconcio. Ma il mondo, che in ogni momento sembra in grado di schiacciare l’ardimentoso Chisciotte e che alla visionaria ingenuità dei suoi occhi e della sua mente oppone, di volta in volta, squallore, miserie, meschinità, intrighi e raggiri di ogni genere, che sembra impastato soltanto di volgarità e ignoranza, per quanto non dia tregua a questo improbabile “guerriero cortese” non riesce comunque a fiaccare il suo spirito. Continua a leggere Il cavaliere innamorato dei sogni

Elisabetta e la donna di carta

Recensione di “La vergine nel giardino” di Antonia S. Byatt

Antonia S. Byatt, Il vergine nel giardino, Einaudi

Vivere nei libri, attraverso essi, tradursi in parole scritte, in versi, in dotte discussioni sullo stile, sulla grandezza, sul significato della letteratura e sul suo tradimento, incarnarsi nella prosa, vestirsi di stile, agghindarsi con i versi e la poesia, urlare con la tragedia, sogghignare aiutati dalla leggerezza della commedia, esistere interpretando, vagliando, analizzando, studiando, mentre il mondo, ignorato, si va vecchio. Vivere come esseri di carta, non di carne e sangue, convincersi che ogni verità davvero degna di questo nome dimori nelle pagine e non fuori di esse, costruire un incantesimo, cercare di proteggersi in qualche modo dall’urto del reale e nonostante ciò finire travolti da tutto ciò che semplicemente è: dall’amore, dall’ambizione, dalla paura, dal desiderio di scoprire, conoscere, fare proprio quel che palpita oltre le colonne d’Ercole dell’alfabeto e delle sue possibilità. Qui, in una tensione continua tra idealità e concretezza, in un non luogo che è spirito, immaginazione, intuizione, intelligenza, terrore e follia, Antonia S. Byatt mette alla prova il suo talento di narratrice dando vita a La vergine nel giardino, primo capitolo di una quadrilogia ma soprattutto romanzo ricchissimo, così tanto da rischiare di essere soffocante, volutamente sovraccarico, ricercato fino all’eccesso nel linguaggio, condotto al di là di sé nell’ossessivo inseguire la perfezione stilistica, trasfigurato nel disegno dei personaggi, che paiono quasi irreali, che si muovono su uno sfondo menzognero (o se si vuole semplicemente truccato) – quello di una rappresentazione teatrale la cui protagonista è Elisabetta I – come marionette, versioni accademicamente letterarie di persone vere, autentiche, comuni. Continua a leggere Elisabetta e la donna di carta

Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Recensione di “Amatissima Poona” di Karin Fossum

Karin Fossum, Amatissima Poona, Frassinelli

Un uomo che desidera amare ed essere amato ma che dei suoi sentimenti, che non conosce, e di cui non ha mai fatto davvero esperienza, ha quasi paura. Un uomo che sogna, immagina, fantastica, e che un giorno, trascinato da una forza che sente quasi come estranea ma che pure, in qualche modo, proviene da lui, da quel che prova, riesce a dare concretezza, a tramutare in realtà, ciò che ha sempre voluto, e si ritrova catapultato da un anonimo paesino norvegese al caotico arcobaleno di colori, suoni e umanità di una megalopoli indiana: Bombay. Qui quest’uomo, quasi avesse avuto un appuntamento con il destino, senza difficoltà alcuna conosce una donna, se ne innamora, ricambiato, e decide di sposarla. Per la coppia appena nata, la cerimonia nuziale in India non è che il primo passo di una nuova vita che si annuncia colma di felicità; la strada è già tracciata e non rimane che percorrerla: l’uomo, che si chiama Gunder, tornerà per primo in Norvegia, e una volta giunto a casa preparerà ogni cosa per l’arrivo della moglie, l’amata, amatissima Poona. Rivelerà alla sorella, sua unica parente, che si è sposato, e poco alla volta, passo dopo passo, la presenterà agli altri abitanti del luogo, un pugno di anime, volti noti, una comunità tranquilla, amichevole, solidale, che, Gunder ne è certo, gioirà con lui, con lui e con Poona, per il matrimonio, e accoglierà la donna come un dono, l’aiuterà a integrarsi, le darà una mano con la lingua, con usanze che lei non conosce, e in men che non si dica la farà sentire perfettamente a suo agio. Per Poona, Gunder lo sa, è il suo cuore a dirglielo, sarà come essere nata lì. Allo stesso tempo antefatto e cuore del romanzo Amatissima Poona di Karin Fossum, questa tenera, delicatissima e tragica storia d’amore – che si interrompe prima ancora di iniziare nel momento in cui Poona, atterrata in Norvegia, non trova ad attenderla all’aeroporto il marito, costretto a correre in ospedale a causa di un grave incidente d’auto occorso alla sorella, finita in coma, si smarrisce nel tentativo di raggiungere casa sua e va incontro a una morte orribile – si apre all’analisi di inquietanti profili psicologici. Continua a leggere Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Il culo del povero

Recensione di “Jubiabà” di Jorge Amado

Jorge Amado, Jubiabà, Einaudi

“Il vecchio si è svegliato. Trema dal freddo. È tornato il vento che annuncia il temporale. Avvolge e circonda il treno che oscilla sulle rotaie […]. – I poveracci devono soffrire. Certi nascono per godere: e sono i ricchi. Gli altri per soffrire: e sono i poveri. È così fin da quando esiste il mondo […]. Il povero è così infelice che quando la merda sarà denaro, il culo del povero non cacherà più…”. È con queste parole che un uomo ormai vicino alla morte, viaggiatore clandestino su un treno diretto a Bahia, si arrende alla propria sorte, che è la sorte di tutti coloro che sono venuti al mondo in povertà, dei neri del Brasile, dei neri della bellissima e terribile città di Bahia, luogo di santità e perdizione, libertà e schiavitù, prostituzione e religiosità, spiritualismo e carnalità, terra che ha la saggezza antica di generazioni e che trattiene in sé il dolore delle madri e dei figli, le cui lacrime, i cui singhiozzi, sono nutrimento per il suo ventre muto e fecondo, che senza sosta, obbediente all’imperativo della natura, germoglia. E queste parole, accolte con un misto di allegria e scetticismo, ascolta Antonio Balduino, giovane, forte e ribelle ragazzo nero di Bahia, cresciuto amando più di altra cosa la libertà e la vita di strada, attratto dalla nobile grandezza dei fuorilegge, dall’orgoglio dei cangaceiros, i leggendari banditi del sertão basiliano, e, non ultimo, conquistato dalla profonda sapienza del santone e stregone Jubiabà, capace tanto di chiamare a sé, nelle notti di macumba, le divinità che distanti guardano le piccole e meschine vite degli uomini, quanto di lanciare potentissime fatture amorose in grado di legare per sempre le coppie, o di restituire all’amante tradita e abbandonata il compagno fuggito. Mendicante, imbattibile pugile, artista circense, compositore di samba e canzoni eroiche, e ancora lavoratore di fatica nelle piantagioni di tabacco, amatore instancabile (e insieme innamorato fedele dell’unica donna desiderata fin da bambino e mai conquistata, la bianca, virginale Lindinalva) e molto altro ancora, Antonio Balduino, da tutti conosciuto come Baldo, è il canagliesco, irresistibile protagonista di Jubiabà, tenero e tragico romanzo di formazione d’avventura di Jorge Amado. Continua a leggere Il culo del povero

Un procedere per miraggi

Recensione di “Affetti collaterali” di Eleonora Molisani

Eleonora Molisani, Affetti collaterali, Giraldi

Come una messa a fuoco impossibile, come un’incolmabile divaricazione, come la distanza allo stesso tempo illusoria e terribilmente reale che separa lo sguardo dal miraggio che occhi colmi di desiderio e disperazione hanno creato. E ancora come una particolare forma di cecità, un cortocircuito dell’anima e dei sensi che nasconde la realtà, la sua presenza, il suo incessante manifestarsi per sostituirla con un’immaginazione battezzata nel rimpianto, con una fantasia ubriaca di rancore, con silenzi ingombri di tutte le parole che non sono state dette quando era il momento giusto per pronunciarle e che ora si consumano nell’urlo strozzato di rivendicazioni espresse solo in parte, di minacce abortite, di vendette pianificate in ogni dettaglio e poi messe da parte, nell’inconfessata speranza di non doversene servire mai. Così è il labirinto di esistenze perdute che Eleonora Molisani disegna nel suo secondo, intenso romanzo intitolato Affetti collaterali (Giraldi Editore). Se nel suo lavoro d’esordio, la raccolta di racconti Il buco che ho nel cuore ha la tua forma (nel caso vi interessasse la recensione, la trovate qui), la giornalista e scrittrice milanese guardava alle derive, ai naufragi, al deragliare che ognuno di noi, spesso senza accorgersene, sfiora ogni giorno della sua vita, e raccontava con implacabile durezza d’accenti l’umana tragedia dell’assenza di pietà, in questa sua nuova fatica esplora, con una radicalità e un coraggio che suscitano ammirazione e lasciano storditi, l’ombra di infelicità e disordine che uomini e donne portano con sé, quasi fosse il fardello d’Atlante, non tanto per la responsabilità di aver fatto scelte sbagliate, ma per una sorta di essenziale incapacità di comprendere la propria natura e di dare a essa voce e dignità. Continua a leggere Un procedere per miraggi