Il cavaliere innamorato dei sogni

Recensione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Rizzoli

Il nobiluomo Alonso Chisciano (a tutti noto come Don Chisciotte), divorato dall’amore per i romanzi cavallereschi al punto da divenire lui stesso protagonista delle avventure lette avidamente per anni, è forse il più puro degli eroi. Perché è la sua anima a essere eroica, ed è la sua sensibilità incorrotta e libera a guidarlo; a spingerlo, inizialmente, a vendere gran parte dei suoi possedimenti (e a investire in libri il ricavato dei suoi magri affari) e poi a trascinarlo con sé nel liquido abbraccio del sogno, della vita da sempre immaginata e desiderata. Miguel de Cervantes, nel meraviglioso Don Chisciotte della Mancia, ritrae l’allampanato Alonso con viva partecipazione; la comunione con il suo personaggio (e attraverso lui del lettore con Chisciotte) è piena, limpida, autentica. Certo, il grande autore spagnolo non risparmia né sarcasmo né beffarda ironia; fin da subito taccia il protagonista del romanzo di pazzia e si diverte fargli vivere situazioni assurde, grottesche, umilianti perfino, dalle quali il cavalier Don Chisciotte esce immancabilmente malconcio. Ma il mondo, che in ogni momento sembra in grado di schiacciare l’ardimentoso Chisciotte e che alla visionaria ingenuità dei suoi occhi e della sua mente oppone, di volta in volta, squallore, miserie, meschinità, intrighi e raggiri di ogni genere, che sembra impastato soltanto di volgarità e ignoranza, per quanto non dia tregua a questo improbabile “guerriero cortese” non riesce comunque a fiaccare il suo spirito. Continua a leggere Il cavaliere innamorato dei sogni

Elisabetta e la donna di carta

Recensione di “La vergine nel giardino” di Antonia S. Byatt

Antonia S. Byatt, Il vergine nel giardino, Einaudi

Vivere nei libri, attraverso essi, tradursi in parole scritte, in versi, in dotte discussioni sullo stile, sulla grandezza, sul significato della letteratura e sul suo tradimento, incarnarsi nella prosa, vestirsi di stile, agghindarsi con i versi e la poesia, urlare con la tragedia, sogghignare aiutati dalla leggerezza della commedia, esistere interpretando, vagliando, analizzando, studiando, mentre il mondo, ignorato, si va vecchio. Vivere come esseri di carta, non di carne e sangue, convincersi che ogni verità davvero degna di questo nome dimori nelle pagine e non fuori di esse, costruire un incantesimo, cercare di proteggersi in qualche modo dall’urto del reale e nonostante ciò finire travolti da tutto ciò che semplicemente è: dall’amore, dall’ambizione, dalla paura, dal desiderio di scoprire, conoscere, fare proprio quel che palpita oltre le colonne d’Ercole dell’alfabeto e delle sue possibilità. Qui, in una tensione continua tra idealità e concretezza, in un non luogo che è spirito, immaginazione, intuizione, intelligenza, terrore e follia, Antonia S. Byatt mette alla prova il suo talento di narratrice dando vita a La vergine nel giardino, primo capitolo di una quadrilogia ma soprattutto romanzo ricchissimo, così tanto da rischiare di essere soffocante, volutamente sovraccarico, ricercato fino all’eccesso nel linguaggio, condotto al di là di sé nell’ossessivo inseguire la perfezione stilistica, trasfigurato nel disegno dei personaggi, che paiono quasi irreali, che si muovono su uno sfondo menzognero (o se si vuole semplicemente truccato) – quello di una rappresentazione teatrale la cui protagonista è Elisabetta I – come marionette, versioni accademicamente letterarie di persone vere, autentiche, comuni. Continua a leggere Elisabetta e la donna di carta

Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Recensione di “Amatissima Poona” di Karin Fossum

Karin Fossum, Amatissima Poona, Frassinelli

Un uomo che desidera amare ed essere amato ma che dei suoi sentimenti, che non conosce, e di cui non ha mai fatto davvero esperienza, ha quasi paura. Un uomo che sogna, immagina, fantastica, e che un giorno, trascinato da una forza che sente quasi come estranea ma che pure, in qualche modo, proviene da lui, da quel che prova, riesce a dare concretezza, a tramutare in realtà, ciò che ha sempre voluto, e si ritrova catapultato da un anonimo paesino norvegese al caotico arcobaleno di colori, suoni e umanità di una megalopoli indiana: Bombay. Qui quest’uomo, quasi avesse avuto un appuntamento con il destino, senza difficoltà alcuna conosce una donna, se ne innamora, ricambiato, e decide di sposarla. Per la coppia appena nata, la cerimonia nuziale in India non è che il primo passo di una nuova vita che si annuncia colma di felicità; la strada è già tracciata e non rimane che percorrerla: l’uomo, che si chiama Gunder, tornerà per primo in Norvegia, e una volta giunto a casa preparerà ogni cosa per l’arrivo della moglie, l’amata, amatissima Poona. Rivelerà alla sorella, sua unica parente, che si è sposato, e poco alla volta, passo dopo passo, la presenterà agli altri abitanti del luogo, un pugno di anime, volti noti, una comunità tranquilla, amichevole, solidale, che, Gunder ne è certo, gioirà con lui, con lui e con Poona, per il matrimonio, e accoglierà la donna come un dono, l’aiuterà a integrarsi, le darà una mano con la lingua, con usanze che lei non conosce, e in men che non si dica la farà sentire perfettamente a suo agio. Per Poona, Gunder lo sa, è il suo cuore a dirglielo, sarà come essere nata lì. Allo stesso tempo antefatto e cuore del romanzo Amatissima Poona di Karin Fossum, questa tenera, delicatissima e tragica storia d’amore – che si interrompe prima ancora di iniziare nel momento in cui Poona, atterrata in Norvegia, non trova ad attenderla all’aeroporto il marito, costretto a correre in ospedale a causa di un grave incidente d’auto occorso alla sorella, finita in coma, si smarrisce nel tentativo di raggiungere casa sua e va incontro a una morte orribile – si apre all’analisi di inquietanti profili psicologici. Continua a leggere Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Il culo del povero

Recensione di “Jubiabà” di Jorge Amado

Jorge Amado, Jubiabà, Einaudi

“Il vecchio si è svegliato. Trema dal freddo. È tornato il vento che annuncia il temporale. Avvolge e circonda il treno che oscilla sulle rotaie […]. – I poveracci devono soffrire. Certi nascono per godere: e sono i ricchi. Gli altri per soffrire: e sono i poveri. È così fin da quando esiste il mondo […]. Il povero è così infelice che quando la merda sarà denaro, il culo del povero non cacherà più…”. È con queste parole che un uomo ormai vicino alla morte, viaggiatore clandestino su un treno diretto a Bahia, si arrende alla propria sorte, che è la sorte di tutti coloro che sono venuti al mondo in povertà, dei neri del Brasile, dei neri della bellissima e terribile città di Bahia, luogo di santità e perdizione, libertà e schiavitù, prostituzione e religiosità, spiritualismo e carnalità, terra che ha la saggezza antica di generazioni e che trattiene in sé il dolore delle madri e dei figli, le cui lacrime, i cui singhiozzi, sono nutrimento per il suo ventre muto e fecondo, che senza sosta, obbediente all’imperativo della natura, germoglia. E queste parole, accolte con un misto di allegria e scetticismo, ascolta Antonio Balduino, giovane, forte e ribelle ragazzo nero di Bahia, cresciuto amando più di altra cosa la libertà e la vita di strada, attratto dalla nobile grandezza dei fuorilegge, dall’orgoglio dei cangaceiros, i leggendari banditi del sertão basiliano, e, non ultimo, conquistato dalla profonda sapienza del santone e stregone Jubiabà, capace tanto di chiamare a sé, nelle notti di macumba, le divinità che distanti guardano le piccole e meschine vite degli uomini, quanto di lanciare potentissime fatture amorose in grado di legare per sempre le coppie, o di restituire all’amante tradita e abbandonata il compagno fuggito. Mendicante, imbattibile pugile, artista circense, compositore di samba e canzoni eroiche, e ancora lavoratore di fatica nelle piantagioni di tabacco, amatore instancabile (e insieme innamorato fedele dell’unica donna desiderata fin da bambino e mai conquistata, la bianca, virginale Lindinalva) e molto altro ancora, Antonio Balduino, da tutti conosciuto come Baldo, è il canagliesco, irresistibile protagonista di Jubiabà, tenero e tragico romanzo di formazione d’avventura di Jorge Amado. Continua a leggere Il culo del povero

Un procedere per miraggi

Recensione di “Affetti collaterali” di Eleonora Molisani

Eleonora Molisani, Affetti collaterali, Giraldi

Come una messa a fuoco impossibile, come un’incolmabile divaricazione, come la distanza allo stesso tempo illusoria e terribilmente reale che separa lo sguardo dal miraggio che occhi colmi di desiderio e disperazione hanno creato. E ancora come una particolare forma di cecità, un cortocircuito dell’anima e dei sensi che nasconde la realtà, la sua presenza, il suo incessante manifestarsi per sostituirla con un’immaginazione battezzata nel rimpianto, con una fantasia ubriaca di rancore, con silenzi ingombri di tutte le parole che non sono state dette quando era il momento giusto per pronunciarle e che ora si consumano nell’urlo strozzato di rivendicazioni espresse solo in parte, di minacce abortite, di vendette pianificate in ogni dettaglio e poi messe da parte, nell’inconfessata speranza di non doversene servire mai. Così è il labirinto di esistenze perdute che Eleonora Molisani disegna nel suo secondo, intenso romanzo intitolato Affetti collaterali (Giraldi Editore). Se nel suo lavoro d’esordio, la raccolta di racconti Il buco che ho nel cuore ha la tua forma (nel caso vi interessasse la recensione, la trovate qui), la giornalista e scrittrice milanese guardava alle derive, ai naufragi, al deragliare che ognuno di noi, spesso senza accorgersene, sfiora ogni giorno della sua vita, e raccontava con implacabile durezza d’accenti l’umana tragedia dell’assenza di pietà, in questa sua nuova fatica esplora, con una radicalità e un coraggio che suscitano ammirazione e lasciano storditi, l’ombra di infelicità e disordine che uomini e donne portano con sé, quasi fosse il fardello d’Atlante, non tanto per la responsabilità di aver fatto scelte sbagliate, ma per una sorta di essenziale incapacità di comprendere la propria natura e di dare a essa voce e dignità. Continua a leggere Un procedere per miraggi

Paperopoli, BillGheiz e l’aspirapolvere

Recensione di “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, Einaudi

A un posto che potrebbe essere ovunque è legittimo dare un nome di fantasia, e se si tratta di un luogo di lavoro nel quale a dominare incontrastati non sono la sacralità del produrre né l’imperativo categorico del guadagno ma l’arte sottilissima della manipolazione psicologica e del raggiro affabulatorio (finalizzati entrambi, va da sé, da un a parte allo sfruttamento intensivo delle “risorse umane” – e le virgolette, quasi superfluo sottolinearlo, sono più che d’obbligo – e dall’altra al raggiungimento di vertiginosi picchi di vendita, e dunque in ultima analisi al successo economico, al già citato e famigerato guadagno, certo, ma ottenuto come?) allora la più spigliata creatività deve applicarsi non solo ai luoghi, ma anche a coloro che li popolano, e persino a ciò che fanno, alle cose di cui si occupano. E così, eccoci a Paperopoli, base operativa di un “call center” (e qui le virgolette servono per sverniciare dall’elegante patina inglese la realtà dei fatti, che si rivela come un soffocante stanzone di uno scantinato dove anguste postazioni composte da sedia, minuscola scrivania, computer e telefono, il tutto con vista su un muro tappezzato di inflessibili parole d’ordine su cosa è doveroso dire “quando si sta lavorando” e soprattutto su cosa è assolutamente necessario evitare di dire “mentre si è impegnati a svolgere la propria occupazione” esauriscono l’arredamento) guidato con mano fermissima e lungimiranza da navigato statista dall’immancabile “padrone della baracca”, un amministratore delegato che potrebbe chiamarsi solo e soltanto BillGheiz (e infatti così si chiama) e da un braccio destro donna campionessa mondiale di carriera che risponde all’epiteto poco lusinghiero ma assai chiarificatore (in termini di qualità umana e scaltrezza professionale) di Hermann. Paperopoli, il luogo, BillGheiz, il capo, Hermann, il suo vice responsabile dell’operatività, e infine Camilla, la voce narrante, una delle tante ragazze chiamate a fare “il lavoro più bello del mondo”; piazzare il rivoluzionario aspirapolvere (ma il termine è riduttivo per un elettrodomestico capace di fare tutto, ma davvero tutto; così tanto avveniristico e indispensabile che non si capisce come sia stato possibile arrivare fino alla modernità presente senza averlo avuto al proprio fianco, né come riesca, oggi, il popolo intero a non pretenderlo come diritto inalienabile) Kirby, meraviglia partorita dalla genialità ingegneristica a stelle e strisce. È su questo palcoscenico (che in realtà è il ring di un sanguinoso incontro di pugilato esistenziale, dove a vincere è sempre e solo l’“imprenditore” – le virgolette restano indispensabili, non dimentichiamolo mai – e a lasciarci corpo, anima e dignità sono le telefoniste, ragazze che, spesso senza accorgersene, barattano se stesse per molto meno di un piatto di lenticchie, cioè per circa 200 euro mensili) che Michela Murgia, raccontando un’esperienza personale, e cioè utilizzando, come lei stessa dichiara, “la scrittura come mezzo per reagire a qualcosa contro il quale nessun’altra reazione sembrava possibile”, ambienta il suo Il mondo deve sapere, blog tanto comico e brillante da essere tragico nella sua scandalosa verità, divenuto romanzo (pubblicato da Einaudi), e rappresentazione teatrale, e film, e, non ultimo, strumento di riscatto ed emancipazione dell’autrice. Continua a leggere Paperopoli, BillGheiz e l’aspirapolvere

Un’odissea oltre l’Olocausto

Recensione di “Il pane del ritorno” di Franca Cancogni

Franca Cancogni, Il pane del ritorno, Bompiani

Per chi nasce ebreo è perversa fortuna avere un’unica misura della sofferenza. Per chi è figlio d’Israele alla sommità, così come alla base del proprio dolore, della propria deriva esistenziale, sembra non esserci altro che l’inumano sterminio della Shoah, l’Olocausto, il genocidio nazista. Per coloro che discendono da Abramo non pare possibile immaginare altra strada percorribile oltre quella che ha condotto milioni di persone ai cancelli dei campi di sterminio. Un’unica misura, dunque. Una fortuna. O meglio, la maschera ignobile che indossa la tragedia quando in un mondo alla rovescia nel quale nulla è come dovrebbe essere perfino la peggiore delle sorti è qualcosa, una carta da giocare, in confronto al destino toccato a coloro che sono stati annientati. Ma non c’è e non può esserci una sola pietra di paragone, né un univoco metro di giudizio dell’umiliazione del torto e della sopraffazione, perché molteplici, molteplici al punto da essere infinite o quasi, sono le forme della persecuzione, e fiammeggiante la fantasia degli aguzzini, e creativa in modo quasi artistico la loro propensione alla ferocia, alla bestialità. Così, chi nasce ebreo, chi ha Israele nel sangue, può avere conosciuto l’atrocità del nazismo solo attraverso i libri e le testimonianze indirette, può avere saputo solo a cose fatte dei milioni di assassinati, e nonostante ciò raccontare con piena legittimità un’altra Odissea, narrare di altre angosce, disperarsi per altre morti, ricordare con rabbia impotente o amaro rimpianto separazioni forzate e miserie d’incubo, riassaporare nell’umido calore di lacrime silenziose brevi parentesi di felicità, improvvisi squarci di luce nella tenebra quasi uniforme di un’ostilità che non conosce riposo. Ed è esattamente questa la storia che racconta Franca Cancogni, sceneggiatrice e traduttrice, nel suo bellissimo e straziante romanzo d’esordio intitolato Il pane del ritorno (Bompiani), l’estenuante battaglia per la vita di una ragazza ebrea adottata poco più che bambina (assieme alla sorella) da un ricco mercante uzbeko e poi costretta dalla storia e dai suoi rivolgimenti a lasciarsi tutto alle spalle e ad andare profuga in Iran, Afghanistan e India prima di raggiungere la Palestina, terra contesa e tormentata, dove ad attendere la sua famiglia nel frattempo costituitasi tra mille difficoltà e patimenti, sono ancora una volta guerra, odio, inimicizia. Continua a leggere Un’odissea oltre l’Olocausto

Letteraria giovinezza

Recensione di “Lady Susan” di Jane Austen

Jane Austen, Lady Susan, Newton Compton

“Le opere secondarie di un grande scrittore sono sempre interessanti, perché ci offrono la migliore critica dei suoi capolavori. Qui sono più visibili le sue difficoltà, qui è meno abilmente celato il metodo con cui risolve”. È con le parole di Virginia Woolf che Ornella De Zordo apre la sua introduzione a Lady Susan (edito da Newton Compton nella traduzione di Daniela Paladini), lavoro di una Jane Austen appena ventenne che, tanto per la struttura narrativa (si tratta di un romanzo epistolare), quanto per la scelta dei caratteri (e in particolar modo per la figura principale, quella Lady Susan, fresca vedova e madre non proprio irreprensibile, sul cui conto circolano dicerie e pettegolezzi tutt’altro che lusinghieri), richiama subito alla mente quella che con ogni probabilità è l’opera più crudele della storia della letteratura: Le relazioni pericolose, di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos (nel caso siate interessati a leggerne la recensione, la trovate qui). Ma cosa ci dice, esattamente, della Austen letterariamente matura di Ragione e sentimento ed Emma questo suo squisito e perfido esercizio letterario? Per prima cosa che non di un mero esercizio si tratta, ed è ancora De Zordo a chiarirlo. “Lady Susan”, scrive infatti ”ci riporta a un’epoca precedente rispetto all’universo narrativo dei più noti romanzi austeniani, sia per la scelta formale che si colloca nella tradizione tipicamente settecentesca di Richardson, sia per la tipologia di personaggi appartenenti a una società aristocratica popolata di libertini e coquettes che nelle narrazioni successive verranno sostituiti dai protagonisti di quella middle class i cui comportamenti Austen rappresentò in modo esemplare con sguardo penetrante e impietoso. Eppure Lady Susan è qualcosa di più di un esercizio, di una ripresa pedissequa dello stile epistolare, e già fa intravedere il piglio beffardo che caratterizzerà i romanzi più riusciti, nei quali lo spirito ribelle della scrittrice verrà più sapientemente camuffato […]. Al centro sta il vecchio tema della capacità di seduzione di un femminile cinico e disinvolto, ma si affaccia già il motivo tipicamente austeniano della condizione di dipendenza economica, oltre che sociale, delle donne”. Continua a leggere Letteraria giovinezza

Sorella morte

Recensione di “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, Mondadori

Cinque sorelle, cinque adolescenti che scelgono di darsi la morte, di spezzare la trama quasi invisibile delle loro esistenze in un’estate in apparenza identica a tutte le altre, nel caldo opprimente di un mese di giugno segnato dall’invasione fragile delle crisope, insetti la cui vita si esaurisce in ventiquattr’ore. “Era giugno, la stagione delle crisope, l’epoca dell’anno in cui le spoglie di quegli insetti effimeri ricoprono la città. Levandosi a nugoli dalle alghe che vivono nelle acque inquinate del lago, vanno ad annerire finestre, ad ammantare automobili e lampioni, a tappezzare i dock municipali e a ornare di festoni il sartiame delle barche a vela: una schiuma volante, brunastra, con il dono perenne dell’ubiquità”. Cinque sorelle, Cecilia, Therese, Bonnie, Lux e Mary Lisbon – involontario centro di gravità di un sobborgo residenziale come tanti, fuoco dell’attenzione, dei desideri, e infine dei ricordi intrisi di dolore, rimorso, umiliazione e ignoranza di amici e compagni di scuola che, nel tempo dilatato che la giovinezza si concede per conoscere se stessa, silenziosi, goffi e sinceri avevano amato quelle figure quasi irreali con un’intensità che mai più sarebbero stati capaci di provare – che incarnano il mistero insolubile dell’essere, che si misurano con l’incomprensibilità del mondo, presente allo stesso modo nella soffocante miopia delle regole educative imposte dai genitori ai propri figli e nelle grandi e piccole ingiustizie, nelle tragedie, nelle follie che squarciano individui, famiglie, città e interi continenti. Cinque sorelle, e un piccolo, definito universo che ruota loro attorno e le osserva attonito disintegrarsi, farsi nulla prima ancora di giungere a essere qualcosa, raccontati con accenti di commosso candore e umanissima grazia da Jeffrey Eugenides nel suo splendido romanzo d’esordio, Le vergini suicide, in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Cristina Stella. Continua a leggere Sorella morte

Naturgemälde

Recensione di “L’invenzione della natura” di Andrea Wulf

Andrea Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, Luiss University Press

“Descritto dai suoi contemporanei come l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone […] Humboldt influenzò molti dei più grandi pensatori, artisti e scienziati del suo tempo. Thomas Jefferson lo considerava tra i principali artefici della ‘bellezza’ della sua epoca. Charles Darwin scrisse che ‘niente mi ha mai infervorato tanto come la lettura di Personal Narrative di Humboldt’, affermando che senza di lui non si sarebbe mai imbarcato sul Beagle, né avrebbe mai concepito Origin of Species. Sia William Wordsworth che Samuel Taylor Coleridge fecero propria nei loro componimenti poetici la concezione humboldtiana della natura. Il più riverito tra gli scrittori naturalisti americani, Henry David Thoreau, nei libri di Humboldt trovò una risposta al dilemma di come riuscire a essere poeta e, insieme, naturalista: il suo Walden sarebbe stato un libro assai diverso senza Humboldt. Simón Bolívar, il rivoluzionario che liberò il Sud America dal dominio spagnolo, attribuì a Humboldt “la scoperta del Nuovo Mondo e Johann Wolfgang von Goethe, il più grande di tutti i poeti tedeschi, dichiarò che trascorrere qualche giorno con Humboldt era come ‘aver vissuto qualche anno’”. Figura unica nella storia del pensiero scientifico, Alexander von Humboldt, rampollo di un ricca e aristocratica famiglia prussiana nato nel 1769, fu naturalista appassionato, viaggiatore instancabile ed entusiasta, studioso di straordinario vigore e altrettanto eccezionale curiosità, conversatore torrenziale e brillante, e ancora artista, poeta, scrittore e saggista, conferenziere ammiratissimo, padre del pensiero ecologista e convinto liberale in politica (per tutta la sua vita avversò lo schiavismo e denunciò le ingiustizie e le atrocità delle politiche coloniali), e plasmò con le sue conoscenze e le sue intuizioni il mondo così come lo vediamo oggi; ne scoprì le leggi, ma soprattutto insegnò a considerarlo in modo nuovo, a vederlo sotto una prospettiva mai considerata prima, e da questa prospettiva ad amarlo, a proteggerlo, a prendersene cura nello stesso modo in cui ci si prende cura di una creatura viva, uomo o animale che sia. Alexander von Humbolt, colui che, tra moltissime altre cose, “inventò le isoterme – le linee della temperatura e della pressione che si vedono sulle odierne mappe climatiche – e scoprì l’equatore magnetico […] ma soprattutto, ed è la cosa più importante, rivoluzionò il nostro modo di concepire il mondo naturale trovando connessioni ovunque”, e che “fu il primo scienziato a parlare di cambiamento climatico dannoso indotto dall’uomo” è raccontato nello splendido e documentatissimo lavoro di Andrea Wulf intitolato L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza (In Italia pubblicato da Luiss University Press nella traduzione di Lapo Berti). Continua a leggere Naturgemälde