Così vicini, così lontani

 

Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore
Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore

Se è vero che l’unico amore eterno è quello impossibile, allora Lucia Grassiccia ha trovato le parole giuste per dimostrarcelo. Se è vero che ogni dolore è scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro, e non basta un’eternità a cancellarlo, allora Lucia Grassiccia ha trovato un modo per dircelo. Se è vero che ognuno si tiene stretta la solitudine come se fosse un’ancora o uno scudo, anche quando gli altri sono così prossimi da sembrare incollati come cemento armato, allora Lucia Grassiccia ha colto l’essenza della nostra attuale condizione di umani. In quello che leggo di solito cerco l’emozione che mi fa scordare di essere il lettore. Parole nuove per dire quello che tutti sappiamo. Alla fine la lettura è ascolto. Ascolto di qualcuno che, per talento o esperienza, riesce a darci uno spunto. Elevator, il romanzo di Lucia Grassiccia, siciliana di 28 anni, è una piccola rivelazione. Sia perché si rivela di inaspettata, imperfetta perfezione. Sia perché si rivela piano piano, “elevando” il lettore da un piano all’altro di un palazzo di sette piani. E’ un momento di emozioni verticali. Di quelle che – elevandosi – levano di torno la gravità. Nel viaggio, reale e metaforico, incontriamo un personaggio per piano, fino all’apoteosi dell’ultimo livello, abitato dal protagonista principale. Nessuno di loro ha un nome, a sottolineare l’alienazione e l’insignificanza di chi vive nell’indifferenza altrui. Irrimediabilmente reciproca. Ma, a parte le trovate geniali (ogni persona è identificata dalla presenza o dalla foggia dei baffi, pure le donne), il romanzo cattura per lo stile originale e per la poesia, volutamente malcelata. Ci trasporta in un carosello di situazioni reali e metaforiche, che dipingono a tinte sfumate le nevrosi, le paranoie, le distanze, i sentimenti e le emozioni del mondo moderno. Con tanto di spettatori e curiosi che “osservano da fuori”. Sullo sfondo, una storia d’amore romantica, un uomo che decide di abitare un ascensore per necessità (ha smesso di significare per se stesso nel momento in cui è morto l’oggetto del suo desiderio mai appagato) ma anche con uno scopo recondito: avvicinare, con la sua presenza misteriosa e disturbante, persone che, pur vivendo a un passo l’una dall’altra, non si sfiorano realmente mai.  

Il finale lo riassumo con le parole dell’autrice: “L’amante – pian piano – va in malora. Ma è felice di andarci per colpa della bellezza”. Per dire che anche un finale amaro può lasciare dolcezza in bocca (“E se la reale conseguenza del coraggio fosse la resa, piuttosto che l’avanzamento?”, la domanda finale secondo me merita una riflessione). All’ultima pagina, lasciamo questa prova acerba ma convincente con almeno due convinzioni: la prima è che davvero il talento non ha età, e questa considerazione riguarda la brava scrittrice di Modica. La seconda è un promemoria: disintegrare il muro ottuso della solitudine è impossibile senza tentare di guardare – ogni tanto – negli occhi e nell’anima di chi ci vive accanto.
(Eleonora Molisani) 

Come la volontà di Dio

 

Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori
Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori

Quanti segreti può nascondere un’anima? Quanto dolore tollerare?  Da quanto amore, e paura, e orgoglio, e menzogna, e bisogno di confessare la verità può essere attraversata una vita che sia davvero possibile vivere? Un’esistenza che ci sia consentito affrontare senza soccombere? A queste terribili domande si trova costretta a dare una risposta, fin dalla più tenera età, Rebecca Schwart, tenace e tragica protagonista de La figlia dello straniero di Joyce Carol Oates. Nel coinvolgente, impetuoso romanzo dell’autrice americana è il tema del viaggio (quello interiore della scoperta di sé e della propria accettazione; quello reale, narrato con grande intensità d’accenti come precipitosa fuga, come decisione estrema presa per salvarsi la vita, per non morire come un animale preso in trappola; quello concreto e nello stesso momento metafisico dello scorrere del tempo, che inevitabilmente finisce per metterci di fronte alle conseguenze delle nostre scelte) a scandire gli eventi e a dar loro significato. Il viaggio, inciso nelle carni dei genitori e dei fratelli più grandi di Rebecca, ebrei scappati dalla Germania nazista per evitare i campi di sterminio e approdati in America, che si conclude proprio al momento della sua nascita e  fin da subito ne segna il destino (“Tu sei nata qui, non ti faranno del male”, le ripete a più riprese il padre, becchino in una piccola cittadina di provincia, uomo distrutto dalle persecuzioni subite, roso dal cancro di una rabbia feroce che non può fare a meno di sfogare sui suoi familiari). E immediatamente dopo quella prima odissea, una seconda, estenuante peregrinazione: la scoperta del nuovo Paese, che per Rebecca va di pari passo con la conoscenza del mondo della propria infanzia, un mondo popolato  quasi soltanto da miseria, diffidenza, e sopratutto soffocato, ghermito dalla paterna mania di persecuzione che come una febbre, una malattia, un contagio, si estende da lui alla moglie, e ai figli, e infine tocca anche Rebecca, il cui cuore acerbo di bimba viene istruito a indurirsi, a celare ogni palpito (“Nel regno animale i deboli soccombono presto”). Così la piccola cresce in un’atmosfera quasi irreale di ottusa solitudine, la propria immaginazione come unica compagna di giochi, l’amore della madre implorato senza sosta, e senza risultato. Finché, un terribile giorno, la follia di suo padre Jacob esplode incontrollata, e la sua famiglia (o meglio, quel che ne era rimasto dopo l’abbandono di entrambi i figli grandi) cessa di esistere. E allora è tempo di un ennesimo viaggio per Rebecca, quello freddo e impersonale della burocrazia, dell’affidamento, da cui lei scappa non appena ha l’età giusta per farlo, aggrappata a fantasmi d’amicizia con un paio di coetanee. Ma la quiete di questa sua nuova vita è solo apparente, un fragile argine di normalità destinato a spezzarsi al giungere dell’amore, della passione; è l’incontro con Niles Tignor a far sbandare la giovanissima Rebecca, la sua straripante personalità a soggiogarla, la sua esperienza delle “cose del mondo” e delle donne (l’uomo ha circa il doppio dei suoi anni) a conquistarla. Lei si ne innamora, lui la desidera talmente da arrivare a sposarla (o da organizzare le cose per far sì che a lei sembri così) e dopo circa due anni (e un aborto causato da percosse) ecco nascere il loro figlio. Il loro primo e unico figlio. Un maschio. Ragione di vita per Rebecca, poco più di una curiosità che presto scolorisce in qualcosa di simile a un peso, o peggio a un fastidio, per il padre. Il padre, un uomo così diverso dal suo di padre, eppure in qualche modo così simile nel suo tranciare giudizi sugli uomini e il mondo, nel suo rifiuto cieco, cattivo di accettare confronti, di essere contraddetto, ostacolato, nella violenza cui sente il bisogno di ricorrere per affermare se stesso, per placare il proprio demone interiore, per riuscire a dormire. Sprofondato nel nero pozzo del sonno come fosse un bambino. E il giorno in cui Niles Tignor si accanisce anche sul bambino oltre che su di lei, Rebecca capisce che è necessario rimettersi in viaggio. Scappare, come avevano fatto i suoi genitori dai nazisti, far perdere le proprie tracce, affrontare la vastità dell’America senza fermarsi mai, il bambino sempre al suo fianco.  

Il tempo, le tappe di un cammino che sembra non aver conclusione, gli incontri, le menzogne dietro cui Rebecca (che ha cambiato nome a sé e al bambino) nasconde la propria vita, la sua lotta per resistere alla sofferenza, ai rimorsi, ai rimpianti, diventano, nella prosa calda e avvolgente della scrittrice americana, una via della Croce di personale redenzione (a spingere Rebecca ad andare avanti è l’amore incondizionato per il proprio figlio, la sua convinzione che un destino benevolo lo attenda da qualche parte e che a lei tocchi condurlo sano e salvo fino alla meta) e un’esplorazione insieme attonita (perché raccontata con gli occhi e il cuore di Rebecca) e disincantata (perché sussurrata dalla Oates) dell’America, della sua terra antica e cangiante e della sua gente, alle volte così semplice, alle volte così imperscrutabile. Come la volontà di Dio. 

La figlia dello straniero è un romanzo magnifico e appassionante; una storia intensa, di rapinosa bellezza, sospesa sull’abisso ma ostinatamente tesa, come una freccia scoccata verso il bersaglio, verso la salvezza.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, è di Giuseppe Costigliola). Buona lettura.
“Nel regno animale i deboli soccombono presto”. Era morto da dieci anni. Sepolto, il corpo straziato, da dieci anni. Senza nessuno che lo piangesse da dieci anni. Sarebbe lecito pensare che la figlia ormai adulta, moglie e madre, dopo tutto quel tempo si fosse sbarazzata di lui. Accidenti, se ci aveva provato! Lo odiava. Quegli occhi di brace, la faccia paonazza, come un pomodoro spellato. Si mordeva le labbra fino a farle sanguinare per quanto lo detestava. Lì dove si sentiva più vulnerabile, al lavoro. Alla Niagara Tubing, quando il rumore della catena di montaggio, ipnotico, la faceva cadere in trance: allora lo sentiva.

La tragica farsa delle spie

Recensione de “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Graham Greene, Il nostro agente all'Avana, Mondadori
Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Mondadori

Jim Wormold è un rappresentante di aspirapolvere. Lavora all’Avana, ha una figlia di diciassette anni, fervente cattolica, il cui carattere, particolarmente vivace e spigliato, sembra contraddire la sua adesione al credo (o perlomeno ai modi di comportarsi che raccomanda), qualche amico (uno in particolare, il dottor Hasselbacher, un anziano medico tedesco) e una spigliata immaginazione. Quest’ultima, tuttavia, è una caratteristica che ignora di possedere, almeno fino a quando non incontra il signor Hawthorne, agente segreto al servizio di Sua maestà britannica deciso ad arruolarlo, a fare di lui il primo anello di una rete di spie che riferisca tutto quanto accade sull’isola, dilaniata dal conflitto tra l’esercito fedele ad dittatore Batista e i rivoltosi capeggiati da Fidel Castro.

Wormold, che nulla sa né vuole sapere di politica internazionale, complotti, strategie, intercettazioni, rapporti inviati e ricevuti, inizialmente crede che l’approccio di Hawthorne sia uno scherzo, poi pensa a un equivoco, infine si convince che la situazione sia seria (per quanto del tutto assurda), dunque vera. Che fare allora? Rifiutare, naturalmente. Non è certo possibile improvvisarsi spie. Rinunciare, senza dubbio. Voltare le spalle a quella pazzesca offerta. Che però, almeno stando a quel che ne dice Hawthorne, che opera in Giamaica, è molto ben pagata. E Wormold di soldi ha bisogno, un po’ perché gli affari non girano (del resto, a chi possono interessare gli aspirapolvere in tempi di quasi guerra civile? Se poi la casa produttrice ci mette del suo e decide di chiamare l’ultimissimo modello Pila Atomica, come sperare di riuscire a vendere quanto basta per mantenersi?) e un po’ perché sua figlia, la bellissima Milly, ha gusti raffinati e uno stile di vita decisamente dispendioso. Dunque perché non stare al gioco di Hawthorne (o almeno fingere di farlo) e diventare l’agente all’Avana del servizio segreto inglese? In fondo, quanto sarà mai difficile fingere di lavorare per Londra? Riuscire a ingannare gli uomini di Sua Maestà?

L’impianto narrativo de Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (pubblicato nel 1958), splendido classico della letteratura, leggero ed elegantissimo nella prosa e ricco di intelligente humour e pungente sarcasmo, è insieme semplice e geniale; è una parodia, una farsa (di un periodo storico e delle sue ossessioni, ma anche dei meccanismi del potere, del suo operare cieco, in una parola disumano, o per dir meglio antiumano), e una riflessione amara sulle scelte personali e sulle loro conseguenze, troppo spesso imprevedibili. Non v’è dubbio che Wormold sia un impostore, eppure ciò che lo spinge ad agire in quel modo, a prendersi gioco di un intero servizio segreto, non è ambizione, né brama di ricchezza o di potere, ma solo la preoccupazione di un padre desideroso di offrire alla figlia una vita degna di questo nome, un’istruzione adeguata, un futuro.

Se quel che era cominciato come un gioco poco alla volta diventa un dramma, e poi una vera e propria tragedia, se delle vite vengono sacrificate, la responsabilità è certo dell’innocuo rappresentante di aspirapolvere, ma insieme a lui salgono sul banco degli imputati tutti i protagonisti di questo scintillante romanzo. Hawthorne, innanzitutto, la cui imbarazzante incapacità di giudizio è pari solo alla propria scandalosa sopravvalutazione di sé, poi il gran capo dell’intelligence, a tal punto colpito dalla straordinarietà delle rivelazioni del nuovo agente (che racconta di una fantomatica serie di installazioni militari in costruzione sulle montagne, accludendo disegni che altro non sono se non copie, riadattate per l’occasione, dei componenti meccanici degli aspirapolvere) da non pensare nemmeno per un momento di indagare più a fondo, di verificare, il dottor Hasselbacher, il cui passato è oscuro (e assai pericoloso), la squadra di agenti che Londra invia per aiutare Wormold, e infine il mellifluo, insinuante e crudele capitano Segura, ufficiale di polizia al servizio del regime innamorato della giovane Milly e disposto, pur di conquistarla, a lasciare una fin troppo ampia libertà d’azione a suo padre.

A tutti l’autore offre la possibilità di fermarsi, di riflettere, di porre fine a quel gigantesco equivoco,di aggiustare le cose, ma nessuno di loro la coglie. Che sia per vigliaccheria, opportunismo o stupidità, poco importa; Greene, senza mai rinunciare al suo tono scanzonato, allegro, al gusto della provocazione, narra con perfetta consequenzialità, come se la vicenda fosse una partita a scacchi (o meglio a dama, gioco preferito da Segura, e a un certo punto anche da Wormold, che sfida il capitano a un inedito, indimenticabile incontro) e ogni mossa conducesse inevitabilmente a un’altra. Fino al disvelamento della verità, il traguardo finale che tutti, fino all’ultimo e con ogni mezzo, hanno cercato di evitare. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, collana Oscar Scrittori Moderni, è di Adriana Bottini). Buona lettura.
“Quel negro che passa là in strada le assomiglia, Mr Wormold” disse il dottor Hasselbacher, in piedi nel Wonder Bar. Era tipico del dottor Hasselbacher, dopo un’amicizia di quindici anni, continuare a rivolgersi a Wormold in modo così formale: con lui, l’amicizia procedeva lenta e certa come una diagnosi scrupolosa. Forse sul letto di morte, quando il dottore fosse venuto a tastargli il polso ormai impercettibile, Wormold sarebbe diventato Jim. Il negro era cieco da un occhio e aveva una gamba più corta dell’altra; portava un cappello di feltro senza età e dalla camicia stracciata trasparivano le costole, come in una nave in demolizione.

Dentro le ascelle dei poveri a respirare

 

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra, Mondadori
George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra, Mondadori

Un romanzo che vive nella sottrazione, che si alimenta della nudità della scrittura nello stesso modo in cui altre opere vengono nutrite dal rigoglio espressivo della prosa, dall’eleganza della forma, e in tal modo riconosce all’essenziale realismo della cronaca piena dignità letteraria. A ben guardare un romanzo che nega se stesso per raccontarsi come esperienza , come vissuto, e rappresentare il senso ultimo del lavoro dello scrittore così com’è stato concepito dall’autore stesso: “Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: «Voglio produrre un’opera d’arte». Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare”. Così George Orwell (in Perché scrivo, 1946), parole che in quel momento suonavano come dichiarazione programmatica e manifesto politico (“Ogni riga di lavoro serio che ho prodotto dal 1936”, aggiunge infatti Orwell, “l’ho scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per il socialismo democratico così come lo intendo io”), ma che erano state anticipate, nel loro significato a un tempo universale ed emotivo, dal suo esordio, Senza un soldo a Parigi e a Londra, pubblicato nel 1933. Diario, libro di memorie, indagine sociologica, duro pamphlet di denuncia, Senza un soldo a Parigi e a Londra, che per ambientazione (la periferia, urbana ed esistenziale, di queste due metropoli e di coloro che sono costretti ad abitarvi, costruendo a fatica la propria sopravvivenza giorno dopo giorno) sembra richiamare suggestioni dickensiane, è un resoconto serrato, lucido e impietoso di quel che è, nei fatti, la condizione di povertà. È una diagnosi della miseria, e delle conseguenze che ha su coloro cui si abbatte, precisa come lo sarebbe quella di una malattia. Orwell non si concede scappatoie, né licenze artistiche; si limita a descrivere, come un disegnatore in una copia dal vero, a rappresentare quel che vede e vive, e lascia che siano le parole, spogliate di ogni orpello come lo sono gli uomini e le donne indigenti (dunque privati di tutto, o quasi), a colpire, scuotere, sconvolgere. “Nel complesso il primo contatto con la miseria è un fatto curioso. Ci avete pensato tanto, alla miseria: l’avete temuta tutta la vita, sapevate che prima o poi vi sarebbe piovuta addosso; ma in realtà tutto è totalmente, prosaicamente diverso. V’immaginavate che fosse una cosa semplicissima, e invece è quanto mai complicata. V’immaginavate che sarebbe stata terribile, ma è soltanto squallida e noiosa. Innanzitutto scoprite l’abiezione della miseria, gli espedienti ai quali vi costringe, le complicate meschinità, le pitoccherie […]. E poi ci sono i pasti, che rappresentano la difficoltà maggiore […]. Scoprite che cosa vuol dire avere fame […]. Scoprite il tedio, che è compagno inseparabile della miseria […]. Scoprite che quando un uomo va avanti una settimana a pane e margarina non è più un uomo; è solo un ventre con qualche organo accessorio”.  

Il rovescio della medaglia della miseria è la carità, lo sforzo che si compie per contrastarla, l’aiuto pubblico offerto dalle istituzioni a vagabondi, senzatetto, derelitti di ogni sorta. Un sistema che profuma di misericordia ma puzza del sudore e del sudiciume degli ospiti di dormitori e ospizi ammassati come bestie in camerate spoglie e fredde, distesi su tavolacci malamente coperti da lenzuola che nessuno si preoccupa mai di cambiare e lavare, e che è così compreso nella dignità del proprio ruolo da dimenticarne, troppo spesso (altra lezione dickensiana), l’autentico significato, e di conseguenza la misura, e l’umanità, incancellabile malgrado tutto, di coloro che di quell’attenzione dovrebbero beneficiare. L’umanità schiacciata di un ebreo affamato che divora con aria colpevole un pezzo di pancetta, e quella umiliata dall’assurdo rigore “rieducativo” preteso dai benefattori come un diritto: “[…] ho passato la notte in parecchi dormitori dell’Esercito della Salvezza e ho visto che, sebbene fra l’uno e l’altro ci sia qualche differenza, in tutti vige la stessa disciplina quasi militare […]. In alcuni ci sono anche funzioni religiose obbligatorie una o due volte la settimana, e chi non le frequenta deve lasciare il dormitorio. Il fatto è che nell’Esercito della Salvezza è talmente radicata l’abitudine di considerarsi un istituto di beneficienza, che non si può gestire nemmeno un dormitorio pubblico senza farlo puzzare di carità”. 

Scritto etico (e come tale anche profondamente politico), Senza un soldo a Parigi e a Londra non offre soluzioni. Non è, come ammette lo stesso Orwell, che una storia, un racconto che non ambisce né a insegnare né ad ammonire, ma che a colui che questa storia ha vissuto in prima persona qualcosa ha lasciato: “Non penserò mai più che tutti i vagabondi siano furfanti ubriaconi, non mi aspetterò gratitudine da un mendicante quando gli faccio l’elemosina, non mi sorprenderò se i disoccupati mancano di energia, non aderirò all’Esercito della Salvezza, non impegnerò i miei abiti, non rifiuterò un volantino, non gusterò un pranzo in un ristorante di lusso. Questo tanto per cominciare”.
Eccovi l’incipit (traduzione di Isabella Leonetti). Buona lettura.
Parigi, rue du Coq d’Or, le sette del mattino. Una sequela di urla strozzate e furibonde dalla strada. Madame Monce, la padrona dell’alberghetto di fronte al mio, era uscita sul marciapiede per apostrofare una pensionante del terzo piano. Aveva i piedi nudi infilati negli zoccoli e i capelli grigi appiccicati alla fronte.
MADAME MONCE: «Sacrée salope! Quante volte le ho detto di non schiacciare le cimici sulla carta da parati? Cosa crede, di averlo comprato, lalbergo? Non può buttarle dalla finestra come fanno tutti? Espèce de trainée».
LA DONNA DEL TERZO PIANO:«Va donc, eh! Vieille vache!».

L’istante, raggelato, in cui si vede davvero

 

William S. Burroughs, Pasto nudo, Adelphi
William S. Burroughs, Pasto nudo, Adelphi

L’apocalittica profezia di una rovina che sta compiendosi nel momento stesso in cui la si immagina, il disegno di un eterno presente, allo stesso tempo fantastico e scandalosamente autentico, che ha i contorni d’incubo della più brutale delle dittature (“Ogni cittadino di Annexia doveva presentare domanda formale per ottenere e successivamente portare sempre appresso una cartella piena di documenti. I cittadini erano passibili di fermo e l’Esaminatore […] dopo aver controllato ciascun documento vi apponeva un timbro. Nel corso dell’ispezione successiva si richiedeva al cittadino di mostrare i timbri debitamente apposti nel corso dell’ispezione precedente. Quando fermava un folto gruppo di persone l’Esaminatore controllava e timbrava soltanto le carte di alcuni. Quindi gli altri erano passibili di arresto perché i loro incartamenti non erano debitamente timbrati […]. I documenti rilasciati in inchiostro non indelebile sbiadivano e si trasformavano in vecchie polizze di pegno […]. A nessuno era permesso chiudere a chiave la porta e la polizia aveva dei passe-partout per ogni stanza della città”), e ancora il delirio, senza meta e senza fine, della tossicodipendenza, il penoso singhiozzare di un pensiero incapace di riconoscere se stesso, il perpetuo ripresentarsi dei medesimi orrori, delle ossessioni, dei desideri, volta a volta travestiti, mascherati dal piacere elettrico della cocaina, dalla morbida carezza della morfina, dall’irresistibile seduzione dell’eroina, dall’orgiastico vagabondare degli allucinogeni, dalle promesse d’abbandono moltiplicate negli specchi deformanti del fumo, delle pastiglie, delle siringhe. Tracce di tutto questo, e di molto altro ancora, solcano, come disperati graffi sul muro di una prigione, il labirinto narrativo di Pasto nudo di William S. Burroughs, opera impossibile da classificare (e per numerosi tratti quasi impossibile da leggere), groviglio inestricabile di esperienze sensoriali, vissuti psicologici e derive carnali, irrefrenabile biografia di un alienato, grottesco “io confesso” di una mente perdutamente innamorata del trauma, del disagio, caotico (ma dettagliatissimo) resoconto di una malattia.  

Forse nessuno come Jack Kerouac, che suggerì all’autore il titolo del suo lavoro, che significa, letteralmente, come scrive lo stesso Burroughs, “l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta” (che, se considerato nella sua essenzialità, trasforma il naturale atto di nutrirsi in qualcosa di agghiacciante, in un inimmaginabile atto di perversione), ha compreso Pasto nudo, il senso del suo continuo correre in cerchio tra rovine fisiche e metaforiche, la ragione ultima del richiamo spudorato al legame psicopatologico tra sesso e morte, il cupo, cieco orizzonte della droga che invade ogni pagina come fumo denso e racconta di una necessità che è sì quella di fuggire da una condizione giudicata insopportabile ma ben oltre questa prima, banalissima stratificazione di significato sembra essere il destino ultimo di un’umanità che non ha più nulla di umano (se mai lo ha avuto) e kafkianamente muta in ogni sorta di essere repellente (centopiede, moscibecco – creatura priva di fegato che si nutre esclusivamente di dolci e dal pene eretto secerne “un liquido che dà assuefazione prolunga la vita rallentando il metabolismo” – mangiacarne, rettile). Ma la di là di Kerouac e della sua lucidità, omaggio a un uomo che egli considerò un maestro, Pasto nudo continua a sfuggire, a bisbigliare una lingua universale e incomprensibile, ad attrarre i lettori come un canto di sirena per poi stritolare le menti e i cuori in un’allucinata iperbole di violenza e di abiezione che non conosce limiti né riposo: Burroughs, non so dire quanto consapevolmente, non ha offerto al suo pubblico (ammesso che abbia mai pensato di averne uno, o che lo abbia in qualche misura cercato) alcun strumento per comprendere il suo scritto, solo una bussola per orientarcisi, un principio, una legge, imperscrutabile e misteriosamente esatta come quelle che governano il mondo: “In quindici anni di tossicodipendenza ho potuto constatare con esattezza come opera il virus della droga. Esso forma una piramide, in cui un livello divora quello sottostante […] su su fino in cima, o alle cime, poiché esistono diverse piramidi della droga, tutte ugualmente interessate a sfruttare i popoli della terra e tutte costruite sui principi base del monopolio.
1- Non dare mai niente per niente
2- Non dare mai più di quel che si deve (prendere sempre per fame il cliente e farlo aspettare)
3- Riprendersi sempre tutto se possibile.
Lo Spacciatore si riprende sempre tutto”. 

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione (edizione Adelphi) è di Franca Cavagnoli. Buona lettura. E tanti auguri di buone feste a tutti.
Sento sul collo il fiato caldo della Legge, li sento che fanno le loro mosse, piazzano pupe diaboliche come informatori e canticchiano davanti al cucchiaino e al contagocce che butto via alla fermata di Washington Square, salto su un cancelletto girevole, scendo a precipizio due rampe di scale di ferro, prendo la metropolitana in direzione uptown… Una checca con l’aria da pubblicitario, giovane, carino, capelli a spazzola, targato Ivy League, mi tiene aperta la porta. Evidentemente sono il suo tipo. Sapete, uno di quelli che se la fa con baristi e tassisti, sempre lì a parlare dei ganci giusti e dei Dodger, e che chiama per nome il barman di Nedick’s. Un vero stronzo.

Gli ultimi marxisti

 

Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza
Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza

Una prosa che stilla sangue, incisa nel dolore puro, affamata d’amore e nutrita di disperazione, sfinita come un corpo malato, avvelenata come il morso di un cane rabbioso, fradicia di sterile ferocia, consumata da un odio incontrollato, instabile, sfuocato come lo sguardo miope di un uomo cui abbiano rubato l’unico paio di occhiali che possedeva, prigioniera di un desiderio di vendetta talmente forte da esplodere in fuochi d’artificio letterari di vertiginoso splendore, abissale mestizia e crudele, intollerabile verità. L’autobiografica tetralogia di Edward St Aubyn (composta dai romanzi Non importa, Cattive notizie, Speranza e Latte materno), rampollo di una delle più antiche e aristocratiche famiglie della Cornovaglia, pubblicata in un unico volume da Neri Pozza, è un lucido incubo esistenziale raccontato con la spietata esattezza della cronaca (come se lo spezzarsi di una vita, o il dispotico esercizio della violenza che ogni generazione si sente in diritto di  infliggere alla successiva in una folle coazione a ripetere che sembra negare alla radice l’idea stessa che possa esserci anche solo un’ombra di razionalità, e soprattutto di misericordia, nei modi in cui si declina il nostro essere al mondo, potessero essere narrati come una storia qualsiasi) e nello stesso tempo un  terrificante viaggio nell’incomprensibilità del male, nel rigoglioso giardino infernale dove senza sosta germogliano i frutti della sua devastazione. Riflesso, come lo è un corpo nei mille frammenti di uno specchio frantumato, nella perfezione colma d’ira e di un sarcasmo tanto velenoso quanto impotente della sua scrittura, St Aubyn affida al proprio alter ego Patrick Melrose l’inestricabile groviglio dei propri sentimenti e la volontà ferrea di autodistruzione che ne ha segnato adolescenza e giovinezza, unica possibile risposta all’umiliazione, alla devastazione fisica e psicologica subita all’età di cinque anni, quando per la prima volta il padre ha abusato sessualmente di lui. Scompostamente mimetizzato nel proprio cristallino talento, nella raffinatezza delle descrizioni d’ambiente, nella malvagità squisita e preziosa dei disegni psicologici e del ritratto di un mondo abitato da persone convinte che l’elogio della propria inattualità sia il solo contributo dovuto a una società disprezzata per lascito ereditario  – “C’è bisogno di almeno un centinaio di questi fantasmi per generare una sola identità, per giunta incerta e tutt’altro che raccomandabile […]. Sono le stesse persone che hanno popolato la mia infanzia: tutte ottuse e testarde, apparentemente sofisticate ma in realtà ignoranti come capre […]. Sono gli ultimi marxisti […]. Gli ultimi esseri umani convinti che tutto si possa spiegare con la classe sociale di appartenenza. Quando quella dottrina sarà stata abbandonata da un pezzo a Mosca e a Pechino, continuerà a fiorire sotto i tendoni d’Inghilterra. Anche se la maggior parte di loro ha il coraggio di un verme […] e il vigore intellettuale di una pecora stecchita, sono i veri eredi di Marx e Lenin” – St Aubyn prova a distinguere l’uomo e il personaggio, il suo, tuttavia, si rivela uno sforzo vano.  

In ogni pagina del suo capolavoro, infatti, che dell’autobiografia ha la sincerità piena ma non un’ombra di stucchevole e ricattatorio egocentrismo, riecheggia una domanda destinata a restare senza risposta, la domanda che lo ha spinto fin quasi al suicidio per abuso di alcol e droga: perché è accaduto quello che è accaduto? Perché sono stato violentato a cinque anni, e poi ancora e ancora? Perché mia madre, alcolista e a sua volta vittima di ingiustizie, non ha opposto che indifferenza e silenzio a tutto questo? Nel cono d’ombra di questo interrogativo Edward St Aubyn ha vissuto gran parte della vita, prigioniero della verità incorporea del dover essere, quella nella quale avrebbe dovuto vivere, nella quale avrebbe avuto, come chiunque altro, il diritto di vivere (“Nessuno”, scrive con una semplicità che non ammette né repliche né contraddizioni di sorta, “dovrebbe fare una cosa del genere a un altro essere umano”), e proprio come il suo alter ego, è riusciuto a liberarsi (seppur parzialmente, imperfettamente) del proprio tormento nel momento in cui ha trovato la forza, il coraggio, la dignità di condividere il suo segreto, di mostrare il suo corpo piagato, di svelare la cicatrice che gli ematomi e i lividi causati dalle siringhe, dall’eroina, dalla cocaina, dalle iniezioni di qualsiasi sostanza possa considerarsi iniettabile, hanno per anni inutilmente tentato di nascondere. 

Indimenticabile canto di un’anima, I Melrose è un romanzo che scorre sottopelle e paralizza come un veleno; ipnotico come un canto sommesso e annichilente come lo scoppio di una bomba, lo stile di St Aubyn, per quanto studiato, non ha nulla di artificioso; nel descrivere con sovrabbondanza di dettagli “quel che a nessuno dovrebbe accadere”, dà forma compiuta al suo opposto, la realtà, quella cui tutti apparteniamo, e che non conosce pietà. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Alle sette e mezzo del mattino, con la biancheria stirata la sera prima, Yvette scendeva per il vialetto, diretta verso casa. I sandali battevano leggeri mentre arricciava gli alluci perché non le si sfilassero, e la cinghia rotta la costringeva a barcollare sul selciato pieno di solchi. Al di sopra del muro e all’ombra dei cipressi che costeggiavano il viale, vide il dottore che trafficava in giardino. In vestaglia azzurra e con gli occhiali scuri inforcati, anche se era ancora troppo presto perché il sole di settembre si fosse affacciato da dietro la montagna di roccia calcarea, il dottore dirigeva un getto forte d’acqua dal tubo di gomma che stringeva nella sinistra verso la colonna di formiche che avanzava operosa sul ghiaietto ai suoi piedi.
 

L’entropia, l’Apocalisse, la letteratura

 

Thomas Pynchon. V., Rizzoli
Thomas Pynchon. V., Rizzoli

Molteplice come i nomi cui può fare riferimento, o come i luoghi (reali o fantastici) che suggerisce alla memoria e all’immaginazione; complessa, come la verità che sembra promettere ma che continuamente sfugge, in un gioco di rimandi, di relazioni impossibili e di disordine creativo nel quale, come nell’immobile eterno ritorno dell’araba fenice, principio e fine coincidono; multiforme, come le divinità antiche, la cui onnipotenza si traduceva nell’atto di volontà con il quale trasformavano se stessi in qualsiasi cosa decidessero di diventare, e i sogni, e infine la realtà stessa, considerata da tanti punti di vista quanti sono coloro che la vivono, la sperimentano, la interpretano (forme apparentemente diverse della sostanziale sottomissione a essa). V., opera prima di Thomas Pynchon (pubblicata nel 1963), una semplice lettera suscettibile di essere qualsiasi cosa come nessuna cosa, è un romanzo che ha in sé l’esplosività generatrice di una cosmogonia e la leggerezza irresponsabile di uno scherzo perfetto, la cui riuscita obbedisce a un’unica condizione, quella di non tener conto delle conseguenze cui darà vita; è l’atto puro del narrare che trascende se stesso e divora, nel momento stesso del parto, tutto ciò che fa nascere. Fin dall’esordio, il grande scrittore americano ha ben chiari in mente i temi che daranno sostanza all’intero suo lavoro (uno dei più significativi dell’intera storia della letteratura), e che egli declinerà, con quella duplicità che gli è essenziale e che lo rivela più di qualsiasi altra caratteristica, sempre nello stesso modo eppure in forme continuamente diverse (anche se a ben guardare ogni romanzo di Pynchon si può considerare come la tessera un unico puzzle, che forse non verrà mai completato per il semplice fatto che non è possibile completarlo, proprio come non è possibile mettere in fila tutti i numeri, pur avendo noi un’idea ben chiara della loro infinità); la ricerca, infruttuosa ma ineludibile, di un significato, di un senso, del fondamento filosofico dell’uomo e del mondo, e la collezione dei segni, degli indizi, e delle non rare prove che dimostrano come il solo significato possibile dell’esistenza delle cose sia la loro condanna al dissolvimento. Come scrive Guido Almansi nella prefazione all’edizione del romanzo edita da Rizzoli (collana La Scala), “Thomas Pynchon è il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna. I suoi mostruosi romanzi, alcuni di mole e ambizioni gigantesche, sono monumenti di sapienza enciclopedica ed esoterica, anche se sono composti esclusivamente di frammenti, dell’immondizia della cultura e della società, delle rovine di un sapere antico ormai in frantumi. È il labirinto distrutto (o esploso) che Paul Klee rievoca nel titolo di un suo quadro. Gli eroi dei suoi libri cercano faticosamente di raccogliere assieme le rovine del mondo per dare sostanza all’idea, insensata, che il mondo continui a essere sensato”.  

Se tutto questo è vero, non esiste miglior omaggio da tributare a Pynchon del tentativo di riassumere un libro che ha a proprio oggetto una totalità indistinta (V., in fondo, è anche la prima lettera di quella che è forse la madre di tutte le illusioni, la verità); così, ecco due personaggi tra loro opposti, Benny Profane (uno schlemil, figura della tradizione culturale ebraica che ha il nostro imperfetto corrispettivo in una persona goffa, impacciata, imbranata specialmente in tutto quel che ha a che fare con la manualità; un uomo, come spiega ancora Almansi, cui, “per riprendere il vecchio aneddoto che circolava a Parigi al tempo dell’esistenzialismo trionfante, le fette di pane tostato […] cadono per terra sempre dalla parte imburrata […]. «Sorry», «mi dispiace», è la sua parola abituale), di professione cacciatore di alligatori nelle fogne di New York, e Stencil, figlio d’arte, anch’egli cacciatore, ma di complotti globali, e di una donna, per l’appunto V., che già aveva ossessionato il padre e che forse è soltanto una donna, forse un automa, forse un ibrido, la totalità incompiuta di cose tra loro inconciliabili. Queste le coordinate di lettura, anche se non si ribadirà mai abbastanza che nei viaggi organizzati da Thomas Pynchon la sola cosa di cui si può tranquillamente fare a meno è la bussola. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Giuseppe Natale). Buona lettura.
1955, la vigilia di Natale. Benny Profane, jeans neri, giubbotto di pelle scamosciata, scarpa da ginnastica e cappellone da cow-boy, si trovava a passare da Norfolk, in Virginia. Essendo uno che si lasciava facilmente prendere dagli attacchi di nostalgia, aveva pensato di fare un salto al Sailor’s Grave, la bettola sulla East Main dove un tempo si ritrovavano i marinai del suo vecchio cacciatorpediniere. Era passato per l’Arcade. Alla fine della galleria, prima di sbucare in East Main, s’era trovato davanti un vecchio cantante di strada, armato di una chitarra e di un barattolo vuoto per l’elemosina. Più in là, un furiere capo stava cercando di pisciare nel serbatoio di una macchina, una Packard Patrician del ’54, sostenuto dall’incoraggiamento di cinque o sei allievi marinai che lo attorniavano.

Un tragico destino d’irraggiungibilità

 

Italo Svevo, Senilità
Italo Svevo, Senilità

“Non esiste unanimità più perfetta del silenzio” scrisse nel 1927 Italo Svevo riferendosi, con malcelata amarezza, all’universale indifferenza che accolse la prima pubblicazione di Senilità. Un’accoglienza, o meglio un’assenza di accoglienza, che ferì così profondamente l’animo dell’autore da indurlo a voltare le spalle alla pagina scritta per ben venticinque anni. A questa colpevole miopia critica (purtroppo non infrequente nella storia della letteratura, che è tanto storia di bellezza quanto cronaca dei torti da essa subiti, dei fraintendimenti sopportati) mise fine James Joyce la cui “parola generosa” – l’espressione è di Svevo –  nei confronti del romanzo rese possibile un seconda edizione e offrì un’occasione di riscatto ai “distratti” di ogni ordine e grado. Storia “d’amore e d’inettitudine”, Senilità è un’esplorazione d’impronta quasi dostoevskijana del sottosuolo umano; Emilio Brentani, il protagonista (principale ma non unico) del romanzo, ha i tratti del suo creatore, ma Svevo abbandona ben presto la strada semplice dell’autobiografia per scavare nell’interiorità del suo personaggio, nelle sue frustrazioni, nel confuso bisogno d’affetto e attenzione che è la sola costante della sua vita e insieme la sua più grande tragedia. In questo modo Brentani e tutti coloro che fanno parte del suo mondo chiuso – la sorella Amalia, “non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino”, che Emilio non può, o forse non riesce, o più probabilmente non vuole considerare nello stesso mondo in cui considera le altre donne, quelle da cui è attratto; Angiolina, l’apparente contraltare di Amalia, colei che Emilio vorrebbe amare a modo proprio, dettando le condizioni della relazione ma alla quale poi finisce per consegnare tutto se stesso, arrendendosi al crescere di un sentimento che non può in alcun modo controllare; lo scultore Stefano, il migliore amico di Emilio e in realtà colui che lo stesso Emilio elegge a proprio modello, cercando in ogni modo di essere come lui, e odiandosi, e odiandolo, per i ripetuti fallimenti in cui cade – diventano simboli di un’esistenza a metà, di una sostanziale incapacità di vivere, di una condizione ineliminabile di infelicità causata da un desiderare infantile, assillante, che ha nell’aspirazione all’onnipotenza la causa prima della propria sterilità. È l’affanno con cui i personaggi di Senilità cercano il proprio appagamento a svelare la falsità del loro essere; ognuno, infatti, guarda all’altro da sé come al proprio compimento (Emilio all’amico Stefano, Amalia ad Angiolina, e Angiolina a un amore diverso da quello che accetta di vivere – marginalmente, peraltro – con Emilio), affidando quel che è, di più, quel che vorrebbe essere a un tragico destino d’irrangiungibilità. Il sogno spezzato, naturalmente, si muta in dramma, e l’infelicità, dapprima assaporata come sottile tormento interiore, si fa realtà concreta nel devastante comparire della morte, nello stillare impietoso del veleno dell’inimicizia, che tutto corrompe.

La scrittura di Svevo, disciplinata e leggera come un respiro, accompagna gli eventi narrati come se descrivesse ogni cosa da un altro tempo, da una prospettiva lontana che guarda agli eventi come a qualcosa di già accaduto; in questo procedere a prima vista tranquillo, tuttavia, a ogni passo si spalancano gli abissi dell’animo umano, e l’autore ce li restituisce intatti, palpitanti d’orrore e di speranza, mostrandoci anime messe a nudo, amputati capolavori d’ombra che senza requie ci sussurrano all’orecchio, implorando la nostra pietà.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’incipit di Senilità, mi permetto una breve nota personale. È appena uscito anche in edizione cartacea, dopo la pubblicazione in ebook avvenuta lo scorso gennaio, il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, coedizione Priamo-Meligrana (se siete interessati, trovate in questo blog una bellissima recensione del libro, a firma Eleonora Molisani, giornalista del settimanale Mondadori Tu Style). Vorrei anche in questa sede ringraziare di cuore gli editori; a voi, nel caso voleste leggere il romanzo, segnalo che le primissime copie sono in vendita alla libreria “Il mio libro”, via Sannio 18, Milano e ad Asiago; presto saranno anche alla libreria “Le Querce” di Lido degli Estensi.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti -. La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

Cronache di anime perse

Eleonora Molisani, giornalista di Tu Style, ha letto Foglie di tabacco di Marco Crestani e ne ha scritto una recensione appassionata, di grande intensità emotiva. Ha raccontato il libro nello stesso modo in cui lo ha vissuto, con slancio, con quell’impeto del cuore e della testa che solo la bellezza e l’arte intrisa di verità e umana pietà sanno evocare. Ringrazio dunque di tutto cuore Eleonora per il suo nuovo contributo al blog e Marco Crestani per il suo prezioso romanzo.
Buona lettura a tutti.
Lo spunto di questa originale opera di Marco Crestani potrebbe essere un grande classico: l’eterna lotta tra guardie e ladri, che poi dovrebbe tradursi in quella più generica tra buoni e cattivi. Solo che questa volta i “cattivi” hanno i volti emaciati e i colori sbiaditi di una piccola e antica comunità di contrabbandieri, residenti nel Canale di Brenta alla fine dell’Ottocento. Uomini e donne sfiancati dalla fame e dal bisogno, in una terra senza possibilità di sopravvivenza, se non quella di coltivare tabacco in cambio di pochi soldi per il grande monopolista: lo Stato, unico detentore dei diritti sulle preziose e redditizie foglie. L’autore si è messo sulle tracce di queste biografie dimenticate, ha rovistato negli archivi dei tribunali, trovato l’esito di quei processi, foto corrose dal tempo e note personali cadute nel dimenticatoio della storia e ha fatto una magia. Si è nutrito di quella poca verità e ha creato storie originali, pezzi di vita sospesi in un territorio franco, tra il racconto e la poesia. Ha tratteggiato immagini, momenti, emozioni. Ha lasciato molte di queste cronache volutamente interrotte. Alcune addirittura allo stadio embrionale di pure suggestioni: sta poi al lettore proseguire il viaggio da solo. Viaggiare con la fantasia verso altri orizzonti.
Non c’è nemmeno una riga di troppo. Un pensiero ridondante. C’è il contadino che si innamora della ragazza “bene”, la madre di famiglia che svende la dignità per sfamare i figli, c’è il giovane senza speranze e futuro, ma anche l’anziano a cui tocca ancora fare certi lavori sporchi di persona. E poi c’è quella che non ne può più di vedere i suoi sogni infrangersi ogni giorno contro il muro di quelle montagne. A cui un’amica – l’unica che sa leggere – narra di un mondo altrove, fatto di spiagge bianche e mari di cristallo. Gli esseri umani sognano, hanno paura, piangono, ma soprattuto violano la legge sempre con un gran peso sul cuore. Come se nel cercare profitto da un pugno di foglie di tabacco “rubate” allo Stato fosse contenuto non solo il loro destino ma la reputazione dell’intero genere umano. Attorno c’è la natura incombente della valle: “C’era un mormorio nella notte, un fruscio lontano, una specie di musica fluttuante. Forse non era che un sogno, o la febbre, oppure il mormorio del sangue nella testa… Non era il sibilo del vento nella boscaglia, e nemmeno lo scricchiolio della neve. Eppure era un fruscio melodioso, come un canto sommesso di molte voci, che pareva salire dalla terra”. E c’è l’odore della resina, il sibilo dell’aria, la compagnia discreta dei voli nel cielo.
Insomma, questa piccola opera, tenera e struggente, è un esperimento originale e coraggioso. Che non pretende di spiegare o insegnare, ma accompagna per mano in un vagare assorto, dove mondi scomparsi sembrano volere, a tutti i costi, comunicare ancora con noi.

L’imprescindibile banco di prova della scrittura

 

Grandi eventi storici raccontati come se avessero un denominatore comune o fossero parti di un piano; fenomeni di massa minuziosamente descritti nella loro allucinante realtà; singoli destini che incontrano il mondo, o si scontrano con esso, e in questa collisione cercano il senso del loro esistere. Mentre ogni cosa accade in un’atmosfera d’incubo allo stesso tempo immaginifica e concreta, in un presente attraversato da un terrore sottile e senza nome. È in questo febbricitante scenario, in un tempo che non fatichiamo a riconoscere come nostro e che pure non riusciamo a credere ci appartenga davvero, in un’attualità che viviamo e abitiamo quasi senza averne coscienza, come se ci limitassimo a sognarla, che Don DeLillo ambienta lo splendido e inquietante Mao II, viaggio senza ritorno nel cuore malato della modernità. Grottesca, maligna, a tratti persino folle; e ancora violentemente cinica, apocalittica, complottistica, disperata, la prosa dello scrittore americano, uno dei più grandi e importanti autori del panorama letterario novecentesco, sembra condividere la natura, l’essenza del proprio oggetto d’indagine: universale nella trattazione dei temi (la trama di Mao II, in realtà solo un pretesto narrativo, si può scomporre in una serie di riflessioni sulla cultura di massa e il suo inconsapevole consumo, sull’inarrestabile esplodere della violenza, di cui il terrorismo è la manifestazione più evidente e con ogni probabilità anche più semplice, sul nostro agire individuale e collettivo, sulla letteratura e il suo compito, la sua missione, il suo dovere in una società sempre più disumanizzata), si scopre cieca, impotente e sterile quando si tratta di affrontare i problemi e cercare delle soluzioni. DeLillo descrive il caos, il disordine e l’irrazionale con la penetrante lucidità dello studioso e la puntualità asciutta del cronista; il suo sguardo sa essere freddo, determinato, concentrato sul proprio obiettivo (offrire al lettore un ritratto del presente), ma i suoi resoconti – a partire dalla magistrale, indimenticabile, superba descrizione dei matrimoni di massa celebrati dal reverendo Moon con cui si apre il romanzo – non sono che il primo passo, l’antefatto del libro. Essi rappresentano infatti l’imprescindibile banco di prova per la scrittura e le sue ambizioni: gli avvenimenti, i fatti, una volta raccontati si cristallizzano nella loro verità apparente (figlia del tempo, delle circostanze, delle interpretazioni, delle convenienze) per rinascere in forma di simbolo; ed è in questa nuova veste, dunque come “messaggio cifrato” della sostanziale incomprensibilità del mondo, che il segno scritto deve decrittarli, scomporli, trovare per loro l’adatta forma espressiva, disinnescarne la potenza distruttiva. Ma qui la parola fallisce e l’entropia trionfa. Romanziere geniale e raffinatissimo, DeLillo contrappone l’arte preziosa e potenzialmente ingannevole dell’immagine – la principale protagonista di Mao II è la fotografa Brita Nilsson, specializzata nel ritrarre scrittori – alla fatica della letteratura e alla sua voce strozzata, entrambe incarnate dalla figura di Bill McGray, autore di lavori di fondamentale importanza che ormai da tempo non pubblica più, anche se pare che il suo nuovo libro sia di prossima uscita. Uomo solitario e misantropo, McGray, protetto dal suo agente letterario (incuriosito, o meglio affascinato da Andy Warhol e dalle sue immagini in serie: “Procedette e alla fine si fermò in una stanza piena delle immagini del presidente Mao. Mao in fotocopia, Mao in serigrafia, Mao su carta da parati, Mao in polimero sintetico. Una serie di serigrafie era installata sopra una superficie più vasta di serigrafie su carta da parati, con la faccia del presidente color violaciocca che galleggiava ormai priva di legami con la fonte fotografica”), conduce vita ritirata, rifiuta incontri, interviste, dibattiti; e il suo silenzio, allo stesso tempo ostinato e malato (McGray fatica a scrivere, dunque fatica a parlare, a raccontare le cose, a spiegarle, a prendere posizione, a decifrare il simbolo che in mille avvenimenti deflagra tutto intorno a lui), è il silenzio dell’intelletto, della coscienza, dell’uomo, un silenzio coperto dal fragore assordante delle bombe, dal crepitio delle armi, dai sussurri cospiratori di un gruppo di persone che a Beirut tiene prigioniero un uomo, dalle preghiere della folla adorante che accompagna l’ultimo viaggio di Khomeini, dalla promessa d’amore che le migliaia di coppie sposate da Moon si scambiano  nella cornice imponente e assurda dello Yankee Stadium di New York, da tutto quello che ancora deve succedere ma che già riesce a farsi udire, come un tuono lontano che annuncia il prossimo temporale…
Mao II è un romanzo bellissimo e importante, è un rapinoso capolavoro di stile e un grido d’allarme di drammatica urgenza. È un libro che ci racconta con crudo e preciso realismo, e che per questo non possiamo permetterci di ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Delfina Vezzoli). Buona lettura.
Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d’America. In fila per due. L’eterno duetto ragazzo-ragazza, sbucano dalla pista al di là della staccionata sul centrocampo sinistro. La musica li attira sull’erba a dozzine, a centinaia, già troppi per contarli. Si ammassano così vicini, attraversando il vasto arco del fuoricampo, che l’effetto è quello di una trasformazione. Da una serie di coppie allacciate diventano un’onda ininterrotta, sempre più grande, che copre gli spazi aperti di blu marino e di bianco.

Il papà di Karen, dalla tribuna d’onore, non può fare a meno di pensare che proprio questo è il punto. Ora sono un unico corpo, una massa indifferenziata e la cosa lo turba. Punta il suo binocolo su una giovane donna, poi su un’altra e un’altra ancora. Tante colonne piantate così vicine. Non ha mai visto niente di simile, e non avrebbe mai immaginato che potesse succedere. Non è venuto qui per lo spettacolo, ma la cosa sta incominciando a stupirlo. Sono a migliaia adesso, quasi il contingente di una divisione, e la vecchia musica decorosamente strappalacrime suona vagamente sardonica. Sua moglie Maureen gli siede accanto. Oggi ha un’aria spavalda e vivace, tutta vestita di color caramella per scacciare lo scoramento che si sente dentro. Rodge capisce perfettamente. Li hanno avvertiti all’ultimo momento. Il tempo di saltare su un aereo, trovare un albergo, prendere la metropolitana, passare il controllo di sicurezza ed eccoli qui, a cercare di capirci qualcosa. Rodge non è privo di mezzi per far fronte alle brusche svolte delle tensioni dell’esperienza: ha una laurea, un’attività, un commercialista, un cardiologo e un fior di assicurazione sulla vita. Ma valgono sempre le sicurezze? C’è qualcosa là sotto che non avrebbe mai pensato di vedere in uno stadio: qualcosa di molto strano. Questi prendono un evento venerando e lo ripetono, lo ripetono, lo ripetono fino a far entrare nel mondo qualcosa di nuovo.