Gli ultimi marxisti

 

Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza
Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza

Una prosa che stilla sangue, incisa nel dolore puro, affamata d’amore e nutrita di disperazione, sfinita come un corpo malato, avvelenata come il morso di un cane rabbioso, fradicia di sterile ferocia, consumata da un odio incontrollato, instabile, sfuocato come lo sguardo miope di un uomo cui abbiano rubato l’unico paio di occhiali che possedeva, prigioniera di un desiderio di vendetta talmente forte da esplodere in fuochi d’artificio letterari di vertiginoso splendore, abissale mestizia e crudele, intollerabile verità. L’autobiografica tetralogia di Edward St Aubyn (composta dai romanzi Non importa, Cattive notizie, Speranza e Latte materno), rampollo di una delle più antiche e aristocratiche famiglie della Cornovaglia, pubblicata in un unico volume da Neri Pozza, è un lucido incubo esistenziale raccontato con la spietata esattezza della cronaca (come se lo spezzarsi di una vita, o il dispotico esercizio della violenza che ogni generazione si sente in diritto di  infliggere alla successiva in una folle coazione a ripetere che sembra negare alla radice l’idea stessa che possa esserci anche solo un’ombra di razionalità, e soprattutto di misericordia, nei modi in cui si declina il nostro essere al mondo, potessero essere narrati come una storia qualsiasi) e nello stesso tempo un  terrificante viaggio nell’incomprensibilità del male, nel rigoglioso giardino infernale dove senza sosta germogliano i frutti della sua devastazione. Riflesso, come lo è un corpo nei mille frammenti di uno specchio frantumato, nella perfezione colma d’ira e di un sarcasmo tanto velenoso quanto impotente della sua scrittura, St Aubyn affida al proprio alter ego Patrick Melrose l’inestricabile groviglio dei propri sentimenti e la volontà ferrea di autodistruzione che ne ha segnato adolescenza e giovinezza, unica possibile risposta all’umiliazione, alla devastazione fisica e psicologica subita all’età di cinque anni, quando per la prima volta il padre ha abusato sessualmente di lui. Scompostamente mimetizzato nel proprio cristallino talento, nella raffinatezza delle descrizioni d’ambiente, nella malvagità squisita e preziosa dei disegni psicologici e del ritratto di un mondo abitato da persone convinte che l’elogio della propria inattualità sia il solo contributo dovuto a una società disprezzata per lascito ereditario  – “C’è bisogno di almeno un centinaio di questi fantasmi per generare una sola identità, per giunta incerta e tutt’altro che raccomandabile […]. Sono le stesse persone che hanno popolato la mia infanzia: tutte ottuse e testarde, apparentemente sofisticate ma in realtà ignoranti come capre […]. Sono gli ultimi marxisti […]. Gli ultimi esseri umani convinti che tutto si possa spiegare con la classe sociale di appartenenza. Quando quella dottrina sarà stata abbandonata da un pezzo a Mosca e a Pechino, continuerà a fiorire sotto i tendoni d’Inghilterra. Anche se la maggior parte di loro ha il coraggio di un verme […] e il vigore intellettuale di una pecora stecchita, sono i veri eredi di Marx e Lenin” – St Aubyn prova a distinguere l’uomo e il personaggio, il suo, tuttavia, si rivela uno sforzo vano.  

In ogni pagina del suo capolavoro, infatti, che dell’autobiografia ha la sincerità piena ma non un’ombra di stucchevole e ricattatorio egocentrismo, riecheggia una domanda destinata a restare senza risposta, la domanda che lo ha spinto fin quasi al suicidio per abuso di alcol e droga: perché è accaduto quello che è accaduto? Perché sono stato violentato a cinque anni, e poi ancora e ancora? Perché mia madre, alcolista e a sua volta vittima di ingiustizie, non ha opposto che indifferenza e silenzio a tutto questo? Nel cono d’ombra di questo interrogativo Edward St Aubyn ha vissuto gran parte della vita, prigioniero della verità incorporea del dover essere, quella nella quale avrebbe dovuto vivere, nella quale avrebbe avuto, come chiunque altro, il diritto di vivere (“Nessuno”, scrive con una semplicità che non ammette né repliche né contraddizioni di sorta, “dovrebbe fare una cosa del genere a un altro essere umano”), e proprio come il suo alter ego, è riusciuto a liberarsi (seppur parzialmente, imperfettamente) del proprio tormento nel momento in cui ha trovato la forza, il coraggio, la dignità di condividere il suo segreto, di mostrare il suo corpo piagato, di svelare la cicatrice che gli ematomi e i lividi causati dalle siringhe, dall’eroina, dalla cocaina, dalle iniezioni di qualsiasi sostanza possa considerarsi iniettabile, hanno per anni inutilmente tentato di nascondere. 

Indimenticabile canto di un’anima, I Melrose è un romanzo che scorre sottopelle e paralizza come un veleno; ipnotico come un canto sommesso e annichilente come lo scoppio di una bomba, lo stile di St Aubyn, per quanto studiato, non ha nulla di artificioso; nel descrivere con sovrabbondanza di dettagli “quel che a nessuno dovrebbe accadere”, dà forma compiuta al suo opposto, la realtà, quella cui tutti apparteniamo, e che non conosce pietà. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Alle sette e mezzo del mattino, con la biancheria stirata la sera prima, Yvette scendeva per il vialetto, diretta verso casa. I sandali battevano leggeri mentre arricciava gli alluci perché non le si sfilassero, e la cinghia rotta la costringeva a barcollare sul selciato pieno di solchi. Al di sopra del muro e all’ombra dei cipressi che costeggiavano il viale, vide il dottore che trafficava in giardino. In vestaglia azzurra e con gli occhiali scuri inforcati, anche se era ancora troppo presto perché il sole di settembre si fosse affacciato da dietro la montagna di roccia calcarea, il dottore dirigeva un getto forte d’acqua dal tubo di gomma che stringeva nella sinistra verso la colonna di formiche che avanzava operosa sul ghiaietto ai suoi piedi.
 

L’entropia, l’Apocalisse, la letteratura

 

Thomas Pynchon. V., Rizzoli
Thomas Pynchon. V., Rizzoli

Molteplice come i nomi cui può fare riferimento, o come i luoghi (reali o fantastici) che suggerisce alla memoria e all’immaginazione; complessa, come la verità che sembra promettere ma che continuamente sfugge, in un gioco di rimandi, di relazioni impossibili e di disordine creativo nel quale, come nell’immobile eterno ritorno dell’araba fenice, principio e fine coincidono; multiforme, come le divinità antiche, la cui onnipotenza si traduceva nell’atto di volontà con il quale trasformavano se stessi in qualsiasi cosa decidessero di diventare, e i sogni, e infine la realtà stessa, considerata da tanti punti di vista quanti sono coloro che la vivono, la sperimentano, la interpretano (forme apparentemente diverse della sostanziale sottomissione a essa). V., opera prima di Thomas Pynchon (pubblicata nel 1963), una semplice lettera suscettibile di essere qualsiasi cosa come nessuna cosa, è un romanzo che ha in sé l’esplosività generatrice di una cosmogonia e la leggerezza irresponsabile di uno scherzo perfetto, la cui riuscita obbedisce a un’unica condizione, quella di non tener conto delle conseguenze cui darà vita; è l’atto puro del narrare che trascende se stesso e divora, nel momento stesso del parto, tutto ciò che fa nascere. Fin dall’esordio, il grande scrittore americano ha ben chiari in mente i temi che daranno sostanza all’intero suo lavoro (uno dei più significativi dell’intera storia della letteratura), e che egli declinerà, con quella duplicità che gli è essenziale e che lo rivela più di qualsiasi altra caratteristica, sempre nello stesso modo eppure in forme continuamente diverse (anche se a ben guardare ogni romanzo di Pynchon si può considerare come la tessera un unico puzzle, che forse non verrà mai completato per il semplice fatto che non è possibile completarlo, proprio come non è possibile mettere in fila tutti i numeri, pur avendo noi un’idea ben chiara della loro infinità); la ricerca, infruttuosa ma ineludibile, di un significato, di un senso, del fondamento filosofico dell’uomo e del mondo, e la collezione dei segni, degli indizi, e delle non rare prove che dimostrano come il solo significato possibile dell’esistenza delle cose sia la loro condanna al dissolvimento. Come scrive Guido Almansi nella prefazione all’edizione del romanzo edita da Rizzoli (collana La Scala), “Thomas Pynchon è il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna. I suoi mostruosi romanzi, alcuni di mole e ambizioni gigantesche, sono monumenti di sapienza enciclopedica ed esoterica, anche se sono composti esclusivamente di frammenti, dell’immondizia della cultura e della società, delle rovine di un sapere antico ormai in frantumi. È il labirinto distrutto (o esploso) che Paul Klee rievoca nel titolo di un suo quadro. Gli eroi dei suoi libri cercano faticosamente di raccogliere assieme le rovine del mondo per dare sostanza all’idea, insensata, che il mondo continui a essere sensato”.  

Se tutto questo è vero, non esiste miglior omaggio da tributare a Pynchon del tentativo di riassumere un libro che ha a proprio oggetto una totalità indistinta (V., in fondo, è anche la prima lettera di quella che è forse la madre di tutte le illusioni, la verità); così, ecco due personaggi tra loro opposti, Benny Profane (uno schlemil, figura della tradizione culturale ebraica che ha il nostro imperfetto corrispettivo in una persona goffa, impacciata, imbranata specialmente in tutto quel che ha a che fare con la manualità; un uomo, come spiega ancora Almansi, cui, “per riprendere il vecchio aneddoto che circolava a Parigi al tempo dell’esistenzialismo trionfante, le fette di pane tostato […] cadono per terra sempre dalla parte imburrata […]. «Sorry», «mi dispiace», è la sua parola abituale), di professione cacciatore di alligatori nelle fogne di New York, e Stencil, figlio d’arte, anch’egli cacciatore, ma di complotti globali, e di una donna, per l’appunto V., che già aveva ossessionato il padre e che forse è soltanto una donna, forse un automa, forse un ibrido, la totalità incompiuta di cose tra loro inconciliabili. Queste le coordinate di lettura, anche se non si ribadirà mai abbastanza che nei viaggi organizzati da Thomas Pynchon la sola cosa di cui si può tranquillamente fare a meno è la bussola. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Giuseppe Natale). Buona lettura.
1955, la vigilia di Natale. Benny Profane, jeans neri, giubbotto di pelle scamosciata, scarpa da ginnastica e cappellone da cow-boy, si trovava a passare da Norfolk, in Virginia. Essendo uno che si lasciava facilmente prendere dagli attacchi di nostalgia, aveva pensato di fare un salto al Sailor’s Grave, la bettola sulla East Main dove un tempo si ritrovavano i marinai del suo vecchio cacciatorpediniere. Era passato per l’Arcade. Alla fine della galleria, prima di sbucare in East Main, s’era trovato davanti un vecchio cantante di strada, armato di una chitarra e di un barattolo vuoto per l’elemosina. Più in là, un furiere capo stava cercando di pisciare nel serbatoio di una macchina, una Packard Patrician del ’54, sostenuto dall’incoraggiamento di cinque o sei allievi marinai che lo attorniavano.

Un tragico destino d’irraggiungibilità

 

Italo Svevo, Senilità
Italo Svevo, Senilità

“Non esiste unanimità più perfetta del silenzio” scrisse nel 1927 Italo Svevo riferendosi, con malcelata amarezza, all’universale indifferenza che accolse la prima pubblicazione di Senilità. Un’accoglienza, o meglio un’assenza di accoglienza, che ferì così profondamente l’animo dell’autore da indurlo a voltare le spalle alla pagina scritta per ben venticinque anni. A questa colpevole miopia critica (purtroppo non infrequente nella storia della letteratura, che è tanto storia di bellezza quanto cronaca dei torti da essa subiti, dei fraintendimenti sopportati) mise fine James Joyce la cui “parola generosa” – l’espressione è di Svevo –  nei confronti del romanzo rese possibile un seconda edizione e offrì un’occasione di riscatto ai “distratti” di ogni ordine e grado. Storia “d’amore e d’inettitudine”, Senilità è un’esplorazione d’impronta quasi dostoevskijana del sottosuolo umano; Emilio Brentani, il protagonista (principale ma non unico) del romanzo, ha i tratti del suo creatore, ma Svevo abbandona ben presto la strada semplice dell’autobiografia per scavare nell’interiorità del suo personaggio, nelle sue frustrazioni, nel confuso bisogno d’affetto e attenzione che è la sola costante della sua vita e insieme la sua più grande tragedia. In questo modo Brentani e tutti coloro che fanno parte del suo mondo chiuso – la sorella Amalia, “non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino”, che Emilio non può, o forse non riesce, o più probabilmente non vuole considerare nello stesso mondo in cui considera le altre donne, quelle da cui è attratto; Angiolina, l’apparente contraltare di Amalia, colei che Emilio vorrebbe amare a modo proprio, dettando le condizioni della relazione ma alla quale poi finisce per consegnare tutto se stesso, arrendendosi al crescere di un sentimento che non può in alcun modo controllare; lo scultore Stefano, il migliore amico di Emilio e in realtà colui che lo stesso Emilio elegge a proprio modello, cercando in ogni modo di essere come lui, e odiandosi, e odiandolo, per i ripetuti fallimenti in cui cade – diventano simboli di un’esistenza a metà, di una sostanziale incapacità di vivere, di una condizione ineliminabile di infelicità causata da un desiderare infantile, assillante, che ha nell’aspirazione all’onnipotenza la causa prima della propria sterilità. È l’affanno con cui i personaggi di Senilità cercano il proprio appagamento a svelare la falsità del loro essere; ognuno, infatti, guarda all’altro da sé come al proprio compimento (Emilio all’amico Stefano, Amalia ad Angiolina, e Angiolina a un amore diverso da quello che accetta di vivere – marginalmente, peraltro – con Emilio), affidando quel che è, di più, quel che vorrebbe essere a un tragico destino d’irrangiungibilità. Il sogno spezzato, naturalmente, si muta in dramma, e l’infelicità, dapprima assaporata come sottile tormento interiore, si fa realtà concreta nel devastante comparire della morte, nello stillare impietoso del veleno dell’inimicizia, che tutto corrompe.

La scrittura di Svevo, disciplinata e leggera come un respiro, accompagna gli eventi narrati come se descrivesse ogni cosa da un altro tempo, da una prospettiva lontana che guarda agli eventi come a qualcosa di già accaduto; in questo procedere a prima vista tranquillo, tuttavia, a ogni passo si spalancano gli abissi dell’animo umano, e l’autore ce li restituisce intatti, palpitanti d’orrore e di speranza, mostrandoci anime messe a nudo, amputati capolavori d’ombra che senza requie ci sussurrano all’orecchio, implorando la nostra pietà.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’incipit di Senilità, mi permetto una breve nota personale. È appena uscito anche in edizione cartacea, dopo la pubblicazione in ebook avvenuta lo scorso gennaio, il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, coedizione Priamo-Meligrana (se siete interessati, trovate in questo blog una bellissima recensione del libro, a firma Eleonora Molisani, giornalista del settimanale Mondadori Tu Style). Vorrei anche in questa sede ringraziare di cuore gli editori; a voi, nel caso voleste leggere il romanzo, segnalo che le primissime copie sono in vendita alla libreria “Il mio libro”, via Sannio 18, Milano e ad Asiago; presto saranno anche alla libreria “Le Querce” di Lido degli Estensi.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti -. La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

Cronache di anime perse

Eleonora Molisani, giornalista di Tu Style, ha letto Foglie di tabacco di Marco Crestani e ne ha scritto una recensione appassionata, di grande intensità emotiva. Ha raccontato il libro nello stesso modo in cui lo ha vissuto, con slancio, con quell’impeto del cuore e della testa che solo la bellezza e l’arte intrisa di verità e umana pietà sanno evocare. Ringrazio dunque di tutto cuore Eleonora per il suo nuovo contributo al blog e Marco Crestani per il suo prezioso romanzo.
Buona lettura a tutti.
Lo spunto di questa originale opera di Marco Crestani potrebbe essere un grande classico: l’eterna lotta tra guardie e ladri, che poi dovrebbe tradursi in quella più generica tra buoni e cattivi. Solo che questa volta i “cattivi” hanno i volti emaciati e i colori sbiaditi di una piccola e antica comunità di contrabbandieri, residenti nel Canale di Brenta alla fine dell’Ottocento. Uomini e donne sfiancati dalla fame e dal bisogno, in una terra senza possibilità di sopravvivenza, se non quella di coltivare tabacco in cambio di pochi soldi per il grande monopolista: lo Stato, unico detentore dei diritti sulle preziose e redditizie foglie. L’autore si è messo sulle tracce di queste biografie dimenticate, ha rovistato negli archivi dei tribunali, trovato l’esito di quei processi, foto corrose dal tempo e note personali cadute nel dimenticatoio della storia e ha fatto una magia. Si è nutrito di quella poca verità e ha creato storie originali, pezzi di vita sospesi in un territorio franco, tra il racconto e la poesia. Ha tratteggiato immagini, momenti, emozioni. Ha lasciato molte di queste cronache volutamente interrotte. Alcune addirittura allo stadio embrionale di pure suggestioni: sta poi al lettore proseguire il viaggio da solo. Viaggiare con la fantasia verso altri orizzonti.
Non c’è nemmeno una riga di troppo. Un pensiero ridondante. C’è il contadino che si innamora della ragazza “bene”, la madre di famiglia che svende la dignità per sfamare i figli, c’è il giovane senza speranze e futuro, ma anche l’anziano a cui tocca ancora fare certi lavori sporchi di persona. E poi c’è quella che non ne può più di vedere i suoi sogni infrangersi ogni giorno contro il muro di quelle montagne. A cui un’amica – l’unica che sa leggere – narra di un mondo altrove, fatto di spiagge bianche e mari di cristallo. Gli esseri umani sognano, hanno paura, piangono, ma soprattuto violano la legge sempre con un gran peso sul cuore. Come se nel cercare profitto da un pugno di foglie di tabacco “rubate” allo Stato fosse contenuto non solo il loro destino ma la reputazione dell’intero genere umano. Attorno c’è la natura incombente della valle: “C’era un mormorio nella notte, un fruscio lontano, una specie di musica fluttuante. Forse non era che un sogno, o la febbre, oppure il mormorio del sangue nella testa… Non era il sibilo del vento nella boscaglia, e nemmeno lo scricchiolio della neve. Eppure era un fruscio melodioso, come un canto sommesso di molte voci, che pareva salire dalla terra”. E c’è l’odore della resina, il sibilo dell’aria, la compagnia discreta dei voli nel cielo.
Insomma, questa piccola opera, tenera e struggente, è un esperimento originale e coraggioso. Che non pretende di spiegare o insegnare, ma accompagna per mano in un vagare assorto, dove mondi scomparsi sembrano volere, a tutti i costi, comunicare ancora con noi.

L’imprescindibile banco di prova della scrittura

 

Grandi eventi storici raccontati come se avessero un denominatore comune o fossero parti di un piano; fenomeni di massa minuziosamente descritti nella loro allucinante realtà; singoli destini che incontrano il mondo, o si scontrano con esso, e in questa collisione cercano il senso del loro esistere. Mentre ogni cosa accade in un’atmosfera d’incubo allo stesso tempo immaginifica e concreta, in un presente attraversato da un terrore sottile e senza nome. È in questo febbricitante scenario, in un tempo che non fatichiamo a riconoscere come nostro e che pure non riusciamo a credere ci appartenga davvero, in un’attualità che viviamo e abitiamo quasi senza averne coscienza, come se ci limitassimo a sognarla, che Don DeLillo ambienta lo splendido e inquietante Mao II, viaggio senza ritorno nel cuore malato della modernità. Grottesca, maligna, a tratti persino folle; e ancora violentemente cinica, apocalittica, complottistica, disperata, la prosa dello scrittore americano, uno dei più grandi e importanti autori del panorama letterario novecentesco, sembra condividere la natura, l’essenza del proprio oggetto d’indagine: universale nella trattazione dei temi (la trama di Mao II, in realtà solo un pretesto narrativo, si può scomporre in una serie di riflessioni sulla cultura di massa e il suo inconsapevole consumo, sull’inarrestabile esplodere della violenza, di cui il terrorismo è la manifestazione più evidente e con ogni probabilità anche più semplice, sul nostro agire individuale e collettivo, sulla letteratura e il suo compito, la sua missione, il suo dovere in una società sempre più disumanizzata), si scopre cieca, impotente e sterile quando si tratta di affrontare i problemi e cercare delle soluzioni. DeLillo descrive il caos, il disordine e l’irrazionale con la penetrante lucidità dello studioso e la puntualità asciutta del cronista; il suo sguardo sa essere freddo, determinato, concentrato sul proprio obiettivo (offrire al lettore un ritratto del presente), ma i suoi resoconti – a partire dalla magistrale, indimenticabile, superba descrizione dei matrimoni di massa celebrati dal reverendo Moon con cui si apre il romanzo – non sono che il primo passo, l’antefatto del libro. Essi rappresentano infatti l’imprescindibile banco di prova per la scrittura e le sue ambizioni: gli avvenimenti, i fatti, una volta raccontati si cristallizzano nella loro verità apparente (figlia del tempo, delle circostanze, delle interpretazioni, delle convenienze) per rinascere in forma di simbolo; ed è in questa nuova veste, dunque come “messaggio cifrato” della sostanziale incomprensibilità del mondo, che il segno scritto deve decrittarli, scomporli, trovare per loro l’adatta forma espressiva, disinnescarne la potenza distruttiva. Ma qui la parola fallisce e l’entropia trionfa. Romanziere geniale e raffinatissimo, DeLillo contrappone l’arte preziosa e potenzialmente ingannevole dell’immagine – la principale protagonista di Mao II è la fotografa Brita Nilsson, specializzata nel ritrarre scrittori – alla fatica della letteratura e alla sua voce strozzata, entrambe incarnate dalla figura di Bill McGray, autore di lavori di fondamentale importanza che ormai da tempo non pubblica più, anche se pare che il suo nuovo libro sia di prossima uscita. Uomo solitario e misantropo, McGray, protetto dal suo agente letterario (incuriosito, o meglio affascinato da Andy Warhol e dalle sue immagini in serie: “Procedette e alla fine si fermò in una stanza piena delle immagini del presidente Mao. Mao in fotocopia, Mao in serigrafia, Mao su carta da parati, Mao in polimero sintetico. Una serie di serigrafie era installata sopra una superficie più vasta di serigrafie su carta da parati, con la faccia del presidente color violaciocca che galleggiava ormai priva di legami con la fonte fotografica”), conduce vita ritirata, rifiuta incontri, interviste, dibattiti; e il suo silenzio, allo stesso tempo ostinato e malato (McGray fatica a scrivere, dunque fatica a parlare, a raccontare le cose, a spiegarle, a prendere posizione, a decifrare il simbolo che in mille avvenimenti deflagra tutto intorno a lui), è il silenzio dell’intelletto, della coscienza, dell’uomo, un silenzio coperto dal fragore assordante delle bombe, dal crepitio delle armi, dai sussurri cospiratori di un gruppo di persone che a Beirut tiene prigioniero un uomo, dalle preghiere della folla adorante che accompagna l’ultimo viaggio di Khomeini, dalla promessa d’amore che le migliaia di coppie sposate da Moon si scambiano  nella cornice imponente e assurda dello Yankee Stadium di New York, da tutto quello che ancora deve succedere ma che già riesce a farsi udire, come un tuono lontano che annuncia il prossimo temporale…
Mao II è un romanzo bellissimo e importante, è un rapinoso capolavoro di stile e un grido d’allarme di drammatica urgenza. È un libro che ci racconta con crudo e preciso realismo, e che per questo non possiamo permetterci di ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Delfina Vezzoli). Buona lettura.
Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d’America. In fila per due. L’eterno duetto ragazzo-ragazza, sbucano dalla pista al di là della staccionata sul centrocampo sinistro. La musica li attira sull’erba a dozzine, a centinaia, già troppi per contarli. Si ammassano così vicini, attraversando il vasto arco del fuoricampo, che l’effetto è quello di una trasformazione. Da una serie di coppie allacciate diventano un’onda ininterrotta, sempre più grande, che copre gli spazi aperti di blu marino e di bianco.

Il papà di Karen, dalla tribuna d’onore, non può fare a meno di pensare che proprio questo è il punto. Ora sono un unico corpo, una massa indifferenziata e la cosa lo turba. Punta il suo binocolo su una giovane donna, poi su un’altra e un’altra ancora. Tante colonne piantate così vicine. Non ha mai visto niente di simile, e non avrebbe mai immaginato che potesse succedere. Non è venuto qui per lo spettacolo, ma la cosa sta incominciando a stupirlo. Sono a migliaia adesso, quasi il contingente di una divisione, e la vecchia musica decorosamente strappalacrime suona vagamente sardonica. Sua moglie Maureen gli siede accanto. Oggi ha un’aria spavalda e vivace, tutta vestita di color caramella per scacciare lo scoramento che si sente dentro. Rodge capisce perfettamente. Li hanno avvertiti all’ultimo momento. Il tempo di saltare su un aereo, trovare un albergo, prendere la metropolitana, passare il controllo di sicurezza ed eccoli qui, a cercare di capirci qualcosa. Rodge non è privo di mezzi per far fronte alle brusche svolte delle tensioni dell’esperienza: ha una laurea, un’attività, un commercialista, un cardiologo e un fior di assicurazione sulla vita. Ma valgono sempre le sicurezze? C’è qualcosa là sotto che non avrebbe mai pensato di vedere in uno stadio: qualcosa di molto strano. Questi prendono un evento venerando e lo ripetono, lo ripetono, lo ripetono fino a far entrare nel mondo qualcosa di nuovo.

Un grande scrittore travestito da regista

Woody Alle, Saperla lunga, Bompiani
Woody Allen, Saperla lunga, Bompiani

1969. Woody Allen debutta al cinema con Prendi i soldi scappa (anche se in realtà il primo lungometraggio, Che fai, rubi?, di cui firma sceneggiatura e regia, è del 1966), spassoso e genialoide finto documentario che racconta le tragicomiche avventure di Virgil Starkwell, ladruncolo fallito capace solo di combinare pasticci. È l’inizio di una sensazionale carriera, segnata, certo, da alti e bassi come qualsiasi altra carriera, ma comunque splendida, inimitabile per molti aspetti; di più, “il curriculum cinematografico” di Allen è talmente ricco e affascinante da aver oscurato i numerosi altri talenti artistici del cineasta, primo fra tutti quello di scrittore (comico, o meglio umoristico, s’intende). Già dal suo primo lavoro (il folgorante Saperla lunga, pubblicato nel 1973), il lettore si accorge con gioia di trovarsi davanti a un maestro, a un autore talmente grande da potersi permettere di scherzare con la scrittura rispettandone in pieno (e addirittura esaltandole) regole, stile, peculiarità di genere, capacità di avvincere, conquistare, emozionare, e naturalmente divertire. 

Coltissimo conoscitore d’uomini, osservatore attento della realtà delle cose, spirito critico finissimo, Woody Allen traduce in irresistibili toni surreali la “folle normalità” dell’esistenza quotidiana; costruisce racconti brevi che sono altrettante istantanee di vita, si prende voluttuosamente gioco di tutto, specie degli argomenti più spinosi, più difficili, più lontani dall’idea stessa di parodia (la religione innanzitutto, da lui, ebreo, amata e odiata, la cultura “alta”, in primo luogo la filosofia, probabilmente letta, e compresa, da giovanissimo, ma mai digerita del tutto, il sesso, alfa e omega del suo percorso di uomo e artista – “provo un intenso desiderio di tornare nell’utero… Di chiunque”, recita una delle sue battute più belle – la morte, la tragedia incancellabile dello sterminio nazista), procedendo, senza logica apparente, dall’elaborazione di personali diari di memorie alle torride atmosfere hard boiled, da corrispondenze epistolari (memorabile quella del racconto intitolato “Il carteggio epistolare Gossage-Vardebiadan”, centrato su un’assurda partita a scacchi), fino al suo amore più grande, la sceneggiatura (in “La morte bussa”). Senza sforzo apparente, Allen scatena risate a non finire; nel suo mondo alla rovescia, nel quale il “principio di realtà” non è l’impossibile, ma semplicemente il contrario, l’esatto opposto di quel che normalmente accade (un po’ come se il mondo, e con lui ognuno di noi, si guardasse allo specchio e osservasse il proprio riflesso prendere vita), l’eccezione si fa regola e causa un dolce effetto di straniamento, di rassicurante leggerezza (perché com’è possibile avere paura di una realtà in cui perfino il Terzo Reich somiglia a una barzelletta?), che quasi per legge fisica muove a un’aperta, franca ilarità. Come scrive Umberto Eco nella prefazione all’edizione italiana del libro (Bompiani): “La sua comicità nasce sempre da una situazione normale rovesciata. Questo è il meccanismo più semplice, tanto che gli amici lo hanno soprannominato Allen Woody: ‘Portavo sempre una pallottola nel taschino all’altezza del cuore. Un giorno qualcuno mi ha tirato contro una Bibbia e la pallottola mi ha salvato la vita… Io e mia moglie non riuscivamo a tirare avanti così e allora ci siam detti: o facciamo una vacanza insieme o divorziamo; poi abbiamo deciso che un viaggio alle Bermude finisce in quindici giorni mentre un divorzio è una cosa che ti dura tutta la vita’. Talora invece il meccanismo è dato dall’inserzione violenta, nel corso di un discorso elevato, di elementi quotidiani, altrettanto veri e plausibili. Ecco Woody Allen che discute di metafisica: ‘Cosa conosciamo? Cioè cosa siamo sicuri di conoscere, o sicuri che conosciamo di aver conosciuto, se pure è conoscibile? Possiamo conoscere l’universo? Mio Dio, è già così difficile non perdersi in Chinatown…’. Oppure: ‘Il punto pertanto è: esiste qualcosa fuori di noi? E perché? E devono proprio fare tutto quel rumore?’”.  

Saperla lunga è un gran bel libro, scritto da un uomo di immenso talento, che regala autentiche perle di humour. Leggerlo è un piacere, un limpido godimento intellettuale: raffinato come il migliore dei vini, come il cioccolato più puro, come un frutto consumato fuori stagione. Leggerlo è farsi un regalo, volersi bene. Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Ero seduto nel mio ufficio a pulire la mia calibro trentotto e mi stavo chiedendo quale sarebbe stato il prossimo caso. Mi piace fare l’investigatore privato e, anche se di tanto in tanto qualcuno mi massaggia le gengive con un crick, il dolce profumo dei bigliettoni verdi mi convince che ne vale la pena. Per non dire poi delle pupe, una mia esigenza accessoria che antepongo solo al respirare. Questo è il motivo per cui, quando la porta del mio ufficio si spalancò per lasciar passare Heather Butkiss, una bionda dai lunghi capelli che entrò a lunghi passi dicendo di essere una modella per nudi a cui serviva il mio aiuto, le mie ghiandole salivari ingranarono la quarta. Ella indossava una minigonna ed un golfino aderente e il suo corpo descriveva una tale serie di parabole che avrebbe fatto venire l’infarto a un bue tibetano. 
“Cosa posso fare per voi, dolcezza?”. 
“Voglio che troviate qualcuno per mio conto”. 
“Una persona smarrita? Avete chiesto alla Polizia?”. 
“Non esattamente, Mr Lupowitz”. 
“Chiamatemi Kaiser, dolcezza. Va bene, allora chi è il tizio?”. 
“Dio”.

Un credo politico riflesso nel destino di un uomo

 

Jack London, Martin Eden, Mondadori
Jack London, Martin Eden, Mondadori

L’esaltazione del sogno e la disillusione radicale e senza appello della realtà. È tra questi inconciliabili estremi che si snoda il percorso di vita di Martin Eden, protagonista dell’omonimo romanzo di Jack London. Figura complessa e contraddittoria, questo giovane marinaio (per certi versi alter ego dello scrittore), illetterato o quasi, è a un tempo un convinto e cinico individualista e un uomo generoso e altruista, capace di sentimenti impetuosi e di grandi sacrifici; e London, battagliero autore politico, ne fa un simbolo (seppur tormentato e irrisolto) delle sue idee, del suo credo socialista. Dopo aver salvato un ragazzo di nome Arthur Morse da una rissa, Martin entra in contatto con un mondo, quello borghese, a lui completamente sconosciuto, e ne resta affascinato. All’infatuazione per l’ambiente, per le comodità e le raffinatezze che a lui sono sempre mancate – e ancor più per quella specie di aura di nobile eleganza che le persone di una determinata classe sociale sembrano naturalmente possedere – contribuisce in larga misura l’attrazione che fin dal primo incontro sente per Ruth, la sorella minore di Arthur.

È sulla spinta di questa sua passione che Martin decide di migliorare la propria condizione. Ritenendosi indegno di Ruth, non solo per la miseria materiale in cui versa ma anche per la sua ignoranza, per la quale prova vergogna, il giovane comincia a leggere e a studiare. Ma già al primo stadio della sua evoluzione – che dovrebbe condurre Martin a diventare una persona migliore di quel che è e che invece si rivelerà un tragico inganno – London elimina dalla vicenda che sta raccontando qualsiasi idealità, ogni apertura alla speranza; il principio di realtà che guida la narrazione svolge il proprio compito con tremenda efficacia presentando cose e persone nella desolazione della loro autentica essenza. Il giovane Martin, infatti, pur senza accorgersene (almeno inizialmente), non ci mette molto a imparare, a raggiungere il livello di Ruth, a discutere con lei da pari a pari; London si limita a descrivere i vari passaggi della sua crescita spirituale, dà al proprio stile la forma neutra della cronaca, del resoconto, ma nel farlo smaschera comunque la finzione che sta a fondamento dell’intera architettura capitalistico-borghese, che egli giudica, con inflessibile severità, come un puro e semplice blocco di potere scandalosamente povero di cultura e interessato soltanto all’accumulo di ricchezza.
Emblema di questo mondo impastato di falsità, opportunismo e volontà di prevaricazione è proprio Ruth, che al principio del romanzo sembra favorire il riscatto di Martin per poi rivelarsi colei che ne distrugge, una volta per tutte, umanità e voglia di vivere. Incapace di comprendere – proprio perché la sua sensibilità, e la cultura che ne è il primo e fondamentale nutrimento, non sono che inganno – il desiderio di Martin di dare un senso al proprio percorso di crescita intellettuale diventando scrittore, la ragazza gli rimprovera la mancanza di un’ambizione concreta, lo stato di profondissima indigenza in cui versa (gli sforzi del ragazzo non approdano a nulla, e London spende pagine e pagine di indimenticabile potenza espressiva per raccontare i meccanismi e le regole, anch’esse irrimediabilmente “borghesi”, cui obbedisce l’ambiente letterario, che con ostinazione respinge tutti i lavori di Martin) e infine lo abbandona.
E quando la fortuna arride all’esausto Martin Eden, cui la vita ha regalato il conforto di un unico amico, il poeta Brissenden, è ormai tardi; niente può più interessarlo, né la consacrazione come scrittore (Martin non scrive più, e gli editori, che sembrano non essersene nemmeno accorti, si contendono quelle stesse opere che fino a poco prima avevano rifiutato con sdegno e sufficienza – ed ecco che il processo industriale di riduzione a merce della cultura, in base al quale si pubblica quel che ha un mercato e null’altro, può dirsi completo), né l’amore – il timido, meschino pentimento di Ruth e il suo tentativo di ricucire con Martin rivelano, una volta ancora, la sua natura arida calcolatrice.
La vita, con le sue leggi che guidano la stragrande maggioranza degli esseri umani (ma non la totalità, come dimostrano le strazianti scelte dell’emarginato Brissenden), non lascia scelta a Martin, che, bersagliato dalla violenza del mondo, può soltanto voltare le spalle e chiudere gli occhi. Non importa quanto forte urli, dentro di lui, l’istinto di sopravvivenza.
Martin Eden è un limpido manifesto politico che ha il respiro di una tragedia individuale; è un libro che coinvolge (e in più di un’occasione travolge) e ferisce; che non smette di commuovere e far riflettere. Eccovi l’inizio, buona lettura.
Uno dei due aprì la porta con una chiave ed entrò, seguito da un giovanotto che si tolse il berretto con gesto imbarazzato. Aveva rozzi vestiti che odoravano di mare ed era chiaramente fuori posto nell’ampio atrio in cui si trovò. Non sapeva che fare del berretto e stava cercando di ficcarselo nella tasca del giaccone quando l’altro glielo prese. Ciò fu fatto con tranquillità e naturalezza e il giovanotto imbarazzato gliene fu grato. «Lui mi capisce», pensava. «E mi darà una mano».

Camminava alle calcagna dell’altro facendo oscillare le spalle e tenendo le gambe involontariamente divaricate, come se il pavimento si alzasse e si abbassasse seguendo le fluttuazioni e gli sbalzi del mare. Le ampie sale parevano troppo strette per la sua andatura dondolante e fra sé e sé egli era terrorizzato al pensiero che le sue larghe spalle potessero urtare contro gli stipiti delle porte o far cadere i minuscoli soprammobili posati sugli scaffali più bassi.