Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.

Il tempo non cancella niente

Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Guanda
Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Guanda

Una prosa commossa e amara, stretta ai ricordi e bagnata di rimpianto, disillusione e dolore; un presente che nasconde dentro di sé il passato come fosse una colpa e che d’improvviso si libera del rimorso mostrando ferite e cicatrici, esponendo all’incerto giudizio del mondo la propria vergogna: una grigia eredità di sopraffazione e morte. Una confessione, recitata come una preghiera, o balbettata come una richiesta di perdono, che si intreccia a un’indagine, a un caso, al sorprendente ritrovamento di un cadavere sul fondo di un lago islandese che, per imprecisate ragioni, si sta prosciugando. Questo il contesto narrativo e tematico di Un corpo nel lago di Arnaldur Indridason, giallista islandese inventore dell’ombroso e tormentato agente di polizia Erlendur Sveinsson, protagonista di una ricca serie di romanzi (di uno di essi, Un caso archiviato, ho già scritto di recente in questo blog). Interamente costruita sullo scorrere del tempo, che l’autore fa coincidere con una progressiva (ma non per questo meno traumatica) presa di coscienza, con una violenta perdita dell’innocenza, con il feroce scardinamento di un’utopia politica e umana, quest’opera è un intenso dramma della memoria raccontato con gli accenti vibranti di un j’accuse e insieme con le cadenze ricche di suspense di un noir e di un thriller spionistico. In linea con il continuo alternarsi di scarti temporali, l’azione ha due differenti riferimenti geografici: il primo è Lipsia, dove, nei primissimi anni settanta, un gruppo di studenti islandesi di specchiata fede socialista viene invitato per studiare all’università; il secondo l’Islanda (che negli anni più cupi della Guerra Fredda aveva una grande importanza strategica ed era oggetto di un’aspra contesa tra America e Unione Sovietica), che nel restituire un corpo affondato decenni prima in un lago assieme a una ricetrasmittente riporta d’attualità la storia e i suoi orrori. Orrori che come un cancro si sono generati proprio a Lipsia, città modello di quella rivoluzione egualitaria che ha prima sedotto e poi brutalmente tradito intere generazioni. Nel dare voce alla sofferta rievocazione di uno di quegli studenti, che negli anni di Lipsia perse, oltre a tutto ciò in cui credeva, la donna che amava e ogni speranza di futuro, Indridason accompagna il lettore allo scoperta degli eventi che hanno condotto all’omicidio dell’uomo ricomparso sul fondo del lago in secca svelando inconfessabili segreti e oscuri moventi sui quali, con estrema fatica, cercano di far luce Sveinsson e i suoi colleghi.

Abile a mescolare realtà e fantasia, lo scrittore islandese si offre con sincera partecipazione emotiva alla sua storia; dà corpo e credibilità al sostanziale senso di estraneità che i poliziotti provano verso una stagione ormai trascorsa che non hanno vissuto sulla propria pelle e che non conoscono se non per sommi capi, e con la quale ora, per colpa di un corpo non identificato, sono costretti a confrontarsi, e nello stesso tempo spalanca, dinanzi ai ricordi di un uomo vinto, ogni possibile forma d’espressione della sofferenza, dell’impotenza, di una sterile rabbia che non conosce requie: “A volte, quando ripensava al passato, sentiva l’odore del quartier generale di Dittrichring, la puzza soffocante di moquette sporca, sudore e paura. Ricordava anche il fetore acido dello smog di carbone che aleggiava sopra la città e che alle volte oscurava persino il sole […]. Tornò in sé sentendo il dolore alla mano. Spesso, quando ripensava agli eventi accaduti in Germania Est, serrava i pugni finché le mani non gli facevano male. Rilassò i muscoli, si sedette sulla sedia, e si chiese, come sempre, se si sarebbe potuto evitare quello che era accaduto. Se avrebbe potuto fare qualcosa d’altro. Qualcosa per poter cambiare il corso degli eventi. Non arrivava mai a una conclusione”. Nel momento in cui il cerchio si chiude, e l’inchiesta, recuperati tutti i frammenti del passato, riesce finalmente a far luce sul mistero dell’uomo affogato nel lago, tutto quel che resta ai protagonisti è la consapevolezza, acuta e tragica, della propria fragilità, della propria assoluta insignificanza. Come fossero fatti di un’identica sostanza, eroismi e tradimenti, erosi dall’inarrestabile incedere degli anni, alla neutra luce del presente perdono di senso, d’importanza, di valore; a custodirli, come sogni, o più probabilmente come incubi, non restano che i cuori e le anime straziate di chi, una volta, scelse di farli propri, di incarnarli, di vivere in loro nome. “La questione è molto semplice” disse Lothar, “o sei comunista o non lo sei”. “No”, ribatté. “non hai capito, Lothar. O sei un essere umano o non lo sei”.

Un corpo nel lago è un romanzo doloroso e appassionante, una storia abitata in egual misura da pietà e miseria; è il resoconto, onesto e sincero, di una sconfitta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Guanda, è di Silvia Cosimini. Buona lettura.
Rimase immobile a lungo a fissare le ossa, come se fosse impossibile che si trovasse lì. Almeno quanto lo era che ci si trovasse lei. All’inizio aveva pensato a una delle pecore che spesso annegavano nel lago, finché non si era avvicinata, aveva visto il cranio semisommerso sul fondo e aveva scorto le forme di uno scheletro umano. Le costole fuoriuscivano dalla sabbia. Sotto si distingueva il profilo delle ossa del bacino e dei femori. Lo scheletro era disteso sul fianco sinistro. La donna vedeva il lato destro del teschio, le orbite vuote e tre denti nell’arcata superiore.

La morte, inciampo della storia

Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio
Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio

Accade, a volte, che un omicidio, per quanto brutale, per quanto tragico, sia soltanto un incidente, un inconveniente che rischia di rovinare un piano grandioso studiato nei minimi dettagli, un inciampo, un capriccio, uno scherzo maligno del caso. Accade, a volte, che a vestire i panni semplici e terribili del boia sia la sfortuna, e che uccidere sia solo un affannoso tentativo di rimettere le cose a posto. Accade, quando in gioco ci sono secoli di storia, quando si combatte perché i diritti calpestati di un intero popolo, cui viene impedito con la forza di vivere liberamente nella propria terra, vengano finalmente riconosciuti, quando i tiranni, timorosi di perdere il potere, inaspriscono ancor di più il loro giogo, che la morte di qualcuno non valga neppure un pensiero, che non venga presa in considerazione, che esistere e cessare di farlo siano la medesima cosa. Niente altro che facce di una stessa medaglia. Cardine di ogni romanzo giallo, principio e fine della sua struttura narrativa, il delitto di sangue muta drasticamente di sostanza ne La leonessa bianca di Henning Mankell, terzo volume dedicato alle inchieste del commissario Wallander (delle prime due, Assassino senza volto e I cani di Riga, ho già scritto in questo blog), e diviene, per l’appunto, fatto accidentale, momento di per sé insignificante all’interno di un disegno tanto complesso quanto sconvolgente. Muovendosi su differenti piani temporali e geografici (il romanzo si apre in Sudafrica al principio del Novecento), lo scrittore svedese incorpora nell’architettura classica della narrazione poliziesca sia le atmosfere torbide del romanzo spionistico sia la rovente attualità dell’analisi politico-sociale e dà vita a un’opera che si legge d’un fiato, ricca di colpi di scena e popolata da personaggi di grande spessore, perfettamente delineati nella psicologia e nel carattere. In questo romanzo corposo e seducente, trascinante nel ritmo e limpido nello stile, Mankell guarda al Sudafrica dei primi anni Novanta (quando il Paese, governato dal presidente de Klerk, si preparava ad abolire definitivamente il regime di apartheid e Nelson Mandela, uscito di prigione dopo 26 anni, guidava le masse verso una rivoluzione pacifica ed epocale) come a uno dei capitoli fondamentali della storia umana. E lo racconta da par suo, prendendo le mosse dalla presenza boera nel Paese, dalla convinzione di quel popolo di essere destinato da Dio alla sovranità assoluta sui neri, per arrivare fino al diabolico complotto ordito da un’irriducibile élite bianca al fine di mantenere intatto il proprio dominio.

L’omicidio di Nelson Mandela per opera di un killer di colore. Questo è quanto si propongono i boeri coinvolti nel piano eversivo. Un atto che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, che scatenerebbe la rabbiosa reazione del popolo sudafricano, delle masse confinate nelle baraccopoli, nei ghetti, nelle periferie abbandonate, in autentici gironi infernali come Soweto, tumorale ammasso di baracche di lamiera cresciuto a dismisura ai confini dell’area urbana di Johannesburg, e che consentirebbe a chi è ancora formalmente al potere di reagire con la massima durezza e in tal modo di riconquistare le posizioni perdute. Esautorando il “traditore” de Klerk e insediando al suo posto un boero degno di questo nome. E Kurt Wallander, commissario di polizia di provincia, ignaro o quasi perfino dell’esistenza del Sudafrica (figurarsi della sua situazione), si ritrova d’improvviso invischiato in questa ragnatela d’odio secolare e di violenza indicibile perché chi ha ordito tutto questo ha pensato che non ci fosse luogo migliore della tranquilla e tutto sommato ancora innocente Svezia per addestrare il killer, spedito lì assieme a un ex ufficiale del Kgb, responsabile della sua preparazione. Sfortunatamente, però, è proprio in Svezia, o per dir meglio in Scania, nella propaggine meridionale del Paese, che ogni cosa comincia a disfarsi; nella casa isolata in cui il futuro assassino di Mandela e il suo istruttore si stanno preparando, infatti, capita per errore una donna, Louise Akerblom, un’agente immobiliare, moglie e madre felice, finita lì per colpa di una svolta sbagliata. Aveva un appuntamento, quella donna, con una persona interessata a vendere la sua casa; è bastato che commettesse un errore, un banalissimo errore, per ritrovarsi a tu per tu con il suo assassino. “Hai visto qualcosa che non avresti mai dovuto vedere, hai visto qualcuno che non è mai stato qui” sembra dire lo sguardo duro, glaciale dell’uomo che la fissa per un lunghissimo istante prima di ucciderla sparandole un colpo in testa. È la fine per la povera signora Akerblom, mentre per Wallander questo delitto segna l’inizio di un’indagine che metterà a dura la prova le sue certezze di uomo e di poliziotto e lo costringerà a spalancare gli occhi su abissi di dolore e ingiustizia che credeva inimmaginabili.

Magnificamente sospeso tra invenzione e realtà, La leonessa bianca è un romanzo affascinante, un giallo potente che con coraggio guarda oltre se stesso, prende posizione, si assume responsabilità e finisce per fare della finzione, pur nel pieno rispetto del suo status di forma d’arte, un efficace strumento di lotta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.
Sudafrica 1918. Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani. Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Koppler, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni dopo qualche settimana. Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Nessuno dei tre aveva la benché minima idea che quel loro incontro in un bar di Kensington avrebbe avuto un’importanza storica. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno. Neppure Henning Koppler, che fu quello che avanzò la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l’intera società sudafricana, si rendeva conto della portata o delle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.

La tragica farsa delle spie

Recensione de “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Graham Greene, Il nostro agente all'Avana, Mondadori
Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Mondadori

Jim Wormold è un rappresentante di aspirapolvere. Lavora all’Avana, ha una figlia di diciassette anni, fervente cattolica, il cui carattere, particolarmente vivace e spigliato, sembra contraddire la sua adesione al credo (o perlomeno ai modi di comportarsi che raccomanda), qualche amico (uno in particolare, il dottor Hasselbacher, un anziano medico tedesco) e una spigliata immaginazione. Quest’ultima, tuttavia, è una caratteristica che ignora di possedere, almeno fino a quando non incontra il signor Hawthorne, agente segreto al servizio di Sua maestà britannica deciso ad arruolarlo, a fare di lui il primo anello di una rete di spie che riferisca tutto quanto accade sull’isola, dilaniata dal conflitto tra l’esercito fedele ad dittatore Batista e i rivoltosi capeggiati da Fidel Castro.

Wormold, che nulla sa né vuole sapere di politica internazionale, complotti, strategie, intercettazioni, rapporti inviati e ricevuti, inizialmente crede che l’approccio di Hawthorne sia uno scherzo, poi pensa a un equivoco, infine si convince che la situazione sia seria (per quanto del tutto assurda), dunque vera. Che fare allora? Rifiutare, naturalmente. Non è certo possibile improvvisarsi spie. Rinunciare, senza dubbio. Voltare le spalle a quella pazzesca offerta. Che però, almeno stando a quel che ne dice Hawthorne, che opera in Giamaica, è molto ben pagata. E Wormold di soldi ha bisogno, un po’ perché gli affari non girano (del resto, a chi possono interessare gli aspirapolvere in tempi di quasi guerra civile? Se poi la casa produttrice ci mette del suo e decide di chiamare l’ultimissimo modello Pila Atomica, come sperare di riuscire a vendere quanto basta per mantenersi?) e un po’ perché sua figlia, la bellissima Milly, ha gusti raffinati e uno stile di vita decisamente dispendioso. Dunque perché non stare al gioco di Hawthorne (o almeno fingere di farlo) e diventare l’agente all’Avana del servizio segreto inglese? In fondo, quanto sarà mai difficile fingere di lavorare per Londra? Riuscire a ingannare gli uomini di Sua Maestà?

L’impianto narrativo de Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (pubblicato nel 1958), splendido classico della letteratura, leggero ed elegantissimo nella prosa e ricco di intelligente humour e pungente sarcasmo, è insieme semplice e geniale; è una parodia, una farsa (di un periodo storico e delle sue ossessioni, ma anche dei meccanismi del potere, del suo operare cieco, in una parola disumano, o per dir meglio antiumano), e una riflessione amara sulle scelte personali e sulle loro conseguenze, troppo spesso imprevedibili. Non v’è dubbio che Wormold sia un impostore, eppure ciò che lo spinge ad agire in quel modo, a prendersi gioco di un intero servizio segreto, non è ambizione, né brama di ricchezza o di potere, ma solo la preoccupazione di un padre desideroso di offrire alla figlia una vita degna di questo nome, un’istruzione adeguata, un futuro.

Se quel che era cominciato come un gioco poco alla volta diventa un dramma, e poi una vera e propria tragedia, se delle vite vengono sacrificate, la responsabilità è certo dell’innocuo rappresentante di aspirapolvere, ma insieme a lui salgono sul banco degli imputati tutti i protagonisti di questo scintillante romanzo. Hawthorne, innanzitutto, la cui imbarazzante incapacità di giudizio è pari solo alla propria scandalosa sopravvalutazione di sé, poi il gran capo dell’intelligence, a tal punto colpito dalla straordinarietà delle rivelazioni del nuovo agente (che racconta di una fantomatica serie di installazioni militari in costruzione sulle montagne, accludendo disegni che altro non sono se non copie, riadattate per l’occasione, dei componenti meccanici degli aspirapolvere) da non pensare nemmeno per un momento di indagare più a fondo, di verificare, il dottor Hasselbacher, il cui passato è oscuro (e assai pericoloso), la squadra di agenti che Londra invia per aiutare Wormold, e infine il mellifluo, insinuante e crudele capitano Segura, ufficiale di polizia al servizio del regime innamorato della giovane Milly e disposto, pur di conquistarla, a lasciare una fin troppo ampia libertà d’azione a suo padre.

A tutti l’autore offre la possibilità di fermarsi, di riflettere, di porre fine a quel gigantesco equivoco,di aggiustare le cose, ma nessuno di loro la coglie. Che sia per vigliaccheria, opportunismo o stupidità, poco importa; Greene, senza mai rinunciare al suo tono scanzonato, allegro, al gusto della provocazione, narra con perfetta consequenzialità, come se la vicenda fosse una partita a scacchi (o meglio a dama, gioco preferito da Segura, e a un certo punto anche da Wormold, che sfida il capitano a un inedito, indimenticabile incontro) e ogni mossa conducesse inevitabilmente a un’altra. Fino al disvelamento della verità, il traguardo finale che tutti, fino all’ultimo e con ogni mezzo, hanno cercato di evitare. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, collana Oscar Scrittori Moderni, è di Adriana Bottini). Buona lettura.
“Quel negro che passa là in strada le assomiglia, Mr Wormold” disse il dottor Hasselbacher, in piedi nel Wonder Bar. Era tipico del dottor Hasselbacher, dopo un’amicizia di quindici anni, continuare a rivolgersi a Wormold in modo così formale: con lui, l’amicizia procedeva lenta e certa come una diagnosi scrupolosa. Forse sul letto di morte, quando il dottore fosse venuto a tastargli il polso ormai impercettibile, Wormold sarebbe diventato Jim. Il negro era cieco da un occhio e aveva una gamba più corta dell’altra; portava un cappello di feltro senza età e dalla camicia stracciata trasparivano le costole, come in una nave in demolizione.

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.

Spionaggio psicologico

Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori
Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori

Difficile che un romanzo di spionaggio offra più di una trama coinvolgente, un buon crescendo della tensione, qualche azzeccato colpo di scena, una conclusione all’altezza delle premesse (e delle aspettative suscitate nel corso della lettura). Difficile, dicevo, a meno che l’autore non sia Graham Greene. Indiscusso maestro del genere, ma soprattutto finissimo narratore, Greene “contamina” (in realtà sarebbe più esatto dire arricchisce, impreziosisce) i suoi intrecci stemperandoli nell’ironia, in qualche caso parodiandoli apertamente, oppure utilizzandoli come mera facciata dietro la quale costruire approfondite riflessioni psicologiche o veri e propri studi sul comportamento umano. Nell’affascinante Il fattore umano, Graham Greene, attraverso il racconto delle avventure dell’agente del Foreign Office britannico Maurice Castle e del suo assistente Arthur Davis, esplora, come nei migliori romanzi psicologici, il conflitto radicale tra fedeltà alle regole e lealtà verso se stessi, e ne segue gli sviluppi fino alle più drammatiche conseguenze. L’incalzante procedere della vicenda, il susseguirsi delle sorprese e dei ribaltamenti di prospettiva, l’avanzare delle indagini, il formarsi dei sospetti, il loro rafforzarsi così come il loro dissolversi, persino le non rare parentesi di spensieratezza, sono allo stesso tempo uno spettacolo impeccabilmente messo in scena per avvincere il lettore e un messaggio in codice la cui decifrazione svela la reale consistenza del romanzo, la sua “vera natura”, che ne fa quasi un saggio.

Il fattore umano è un’opera densa di significati, esaltante, seducente, che dalla prima all’ultima pagina chiama il lettore al confronto. E continua a sollecitarlo anche a romanzo concluso.

Prima del romanzo, l’autore ha ritenuto di scrivere qualche riga di precisazione; non credo possa esserci miglior invito alla lettura. Eccovelo.

Un romanzo ambientato in un qualsiasi servizio segreto deve necessariamente contenere non pochi elementi di fantasia, poiché descrizioni realistiche violerebbero quasi certamente qualche clausola di qualche legge sui segreti di stato. L’operazione Zio Remo è soltanto un parto della fantasia dell’autore (e confido che tale rimanga), e immaginari sono tutti i personaggi, inglesi, africani, russi o polacchi. Al contempo, per citare Hans Andersen, un autore molto saggio che preferì sempre lavorare di fantasia, “con la realtà vengono foggiate le nostre storie immaginare”.