L’uomo e l’ambiente

Recensione di “Io sono Charlotte Simmons” di Tom Wolfe

Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons, Mondadori

Con ogni probabilità, la più argomentata confutazione della tesi che sostiene l’esistenza di un rapporto diretto di influenza tra l’uomo e il suo ambiente (con il secondo che agisce sul primo) la si deve allo scrittore americano Tom Wolfe, che ha scelto, per esporla e dimostrarne, se non l’esattezza scientifica, di certo l’incontestabile verità immediata, il mezzo espressivo che meglio domina e più lo rappresenta: il romanzo. Io sono Charlotte Simmons è nello stesso tempo una storia di formazione, un perfido esercizio di stile, un divertissement letterario che ha come proprio bersaglio una spietata critica sociale e soprattutto un ritratto al vetriolo del sistema dell’istruzione superiore americana. È infatti nel cuore di quell’eccellenza tanto sbandierata quanto universalmente riconosciuta, nel centro esatto di quel microcosmo di abbacinante splendore dove in perfetto equilibrio convivono (o almeno così sembra a prima vista) tradizione e modernità, dove il diritto alla studio è una realtà e dove le sole chiavi d’accesso ai più prestigiosi atenei sono merito e capacità, che egli ambienta il suo racconto. È qui, in questa sorta di “paradiso realizzato dalla mano dell’uomo”, più precisamente nello splendore della Dupont University, che giunge, proveniente dal North Carolina, Charlotte Simmons, ragazza raffinata, beneducata, di notevole cultura, nonché, ed è questa la cosa che conta di più, studentessa così brillante da essersi meritata una borsa di studio. Continua a leggere L’uomo e l’ambiente

Una purezza quasi metafisica

Recensione di “L’accademia dei detective” di Alexander McCall Smith

Alexander McCall Smith, L’accademia dei detective, Tea

Apparentemente, non esiste problema a Gaborone, capitale del Botswana, che non possa essere affrontato e risolto con dell’ottimo the rosso da sorseggiare più e più volte nel corso di una giornata, pacati confronti in famiglia e al lavoro, costanti richiami all’importanza delle virtù dell’onestà e della trasparenza, cui è necessario restare sempre fedeli, e un pizzico di fortuna. Sembra dunque, che , almeno a prima vista, non ci sia difficoltà a Gaborone, città la cui “naturale innocenza” resiste tenacemente alle lusinghe della corruzione, dell’illegalità, del degrado umano, sociale e politico, che non possa essere superata in modo tutto sommato semplice, con una ricetta quasi alla portata di tutti, che mescola la buona volontà del singolo e della comunità con l’insperato, ma sempre tempestivo (e soprattutto benevolo) intervento del caso. E forse è per questa ragione che proprio qui ha potuto prosperare la Ladies’ Detective Agency N. 1, la prima agenzia investigativa del Paese diretta da una donna, la signora Precious Ramotswe. Moglie felice e appagata del bravissimo meccanico JLB Matekoni (uomo di specchiata dirittura morale) e detective di indubbie capacità, Precious Ramotswe è la protagonista indiscussa di una serie di deliziosi gialli d’atmosfera (sempre attraversati da una leggerezza di fondo capace di rendere più che gradevole la lettura, di stemperare in delicate sfumature di intelligente ironia anche le situazioni più cupe, di affrontare temi delicati, in qualche caso addirittura drammatici, senza mai abbandonare un vitale, corroborante ottimismo di fondo) scritti da Alexander McCall Smith (il primo libro, Le lacrime della giraffa, lo trovate recensito qui). Ne L’accademia dei detective, tredicesima avventura della signora Ramotswe, forse per la prima volta nella sua vita la determinata investigatrice si trova alle prese con inciampi e rovesci al di là della sua portata: da un momento all’altro, infatti, la sua agenzia si ritrova nel bel mezzo di un inestricabile groviglio che coinvolge amici carissimi, persone che, tanto per Precious, quanto per la sua assistente, la signora Makutsi, fresca sposa del giovane e facoltoso Phuti Radiphuti, proprietario del mobilificio Double Comfort, sono importantissime. Continua a leggere Una purezza quasi metafisica

Una terra che ha radici nel cielo

Recensione di “Una casa per Mr. Biswas” di V. S. Naipaul

Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Una casa per Mr. Biswas, Adelphi

L’amaro frutto di un raggiro, la beffa, l’ultima, la più cocente, di una stagione lunga quanto un’intera vita e costellata di rovesci, di ingenuità pagate a carissimo prezzo, di pietà negate e sterili furori, di mute gelosie ed esibiti disprezzi, di patetiche lotte intestine e amori immaturi, di irraggiungibili felicità e quotidiane umiliazioni. Eppure, malgrado tutto ciò, un simbolo, una dimostrazione, una rivendicazione colma d’orgoglio; la testimonianza concreta di una battaglia condotta con coraggio, in nome di una coerenza zoppicante, imprecisa, a tratti perfino comica ma mai abbandonata, mai rifiutata, mai abiurata, e di valori difesi come la più limpida espressione di sé, come l’irrinunciabile, ultimo bastione perduto il quale un uomo perde il diritto a considerarsi tale. Questo, un caotico tutto, una filosofia impazzita, un clownesco e disperato mondo alla rovescia che contiene ogni cosa e il suo contrario, una “terra che ha radici nel cielo” dove nulla è come dovrebbe essere e dove gli opposti senza sosta urtano l’uno contro l’altro senza annullarsi e senza che alcuna composizione di ordine superiore possa darsi, è la casa, lo spazio privato per eccellenza, il rifugio, il riparo, la tregua concessa dagli affanni di ogni giorno, per Mohun Biswas, povero figlio di immigrati indiani a Trinidad, nato sotto una cattiva stella e perseguitato da un’avversità davvero singolare che lo rende incapace di comprendere le lezioni che provengono dai propri numerosissimi errori, e dunque, in ultima analisi, di migliorarsi. Biswas (Mr. Biswas, come viene chiamato fin dalle primissime pagine del romanzo, a sottolineare l’assenza della sua fanciullezza, l’inesistenza di quegli anni cruciali nei quali, crescendo, si fa esperienza del mondo imparando a prenderne le misure, a difendersi da esso e a concedergli fiducia e credito le rare volte in cui le circostanze lo permettono) è l’indimenticabile protagonista del romanzo Una casa per Mr. Biswas dello scrittore trinidadiano (poi naturalizzato britannico) Vidiadhar Surajprasad Naipaul, scomparso di recente e insignito, nel 2001, del premio Nobel per la Letteratura. Continua a leggere Una terra che ha radici nel cielo

Tekel Upharsin

Recensione di “Labirinto di morte” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Labirinto di morte, Fanucci

“La teologia di questo romanzo non è l’equivalente di alcuna religione conosciuta. Essa nasce dallo sforzo […] di sviluppare un sistema di pensiero religioso, astratto e logico, basato sull’arbitrario postulato che Dio esista […]. La visuale di questo romanzo è altamente soggettiva; con ciò voglio dire che in ogni momento la realtà è vista non direttamente ma indirettamente, cioè per il tramite della mente di uno dei personaggi […]. «Tekel Upharsin», in aramaico, significa «Egli ha pesato, ora essi dividono». L’aramaico era la lingua parlata da Cristo. Ci dovrebbe essere più gente come lui”. Nella premessa a Labirinto di morte (in Italia edito da Fanucci nella traduzione di Vittorio Curtoni), Philip K. Dick illustra ai lettori il tema cardine del suo romanzo: il rapporto, la relazione tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra la realtà e la finzione. In questo senso, l’esistenza di Dio, ipotizzata nel lavoro del grande scrittore americano, spalanca un universo di possibilità narrative potenzialmente infinito, un vero e proprio labirinto, al cui interno, tuttavia, è quasi impossibile orientarsi, poiché il farsi certezza del trascendente, e il conseguente mutare della preghiera, della supplica (e della fede che, in differenti gradi intensità, le accompagna) in semplice richiesta, in una burocratica domanda non dissimile da quelle che si inoltrano al capoufficio e che tanto l’uno quanto l’altro possono arbitrariamente accogliere o respingere, la reductio della divinità a mero fatto, finiscono solo per moltiplicare l’esistente e dunque per allargare ancora di più lo spazio del possibile, delle cose che possono accadere, delle probabilità che potrebbero verificarsi. Così, il raggiungimento di un obiettivo, o la realizzazione di un desiderio, che in un mondo nel quale l’esistenza di un Demiurgo fosse esclusivamente legata alla volontà di credere dei singoli e delle masse dipenderebbe dalla perseveranza, dagli sforzi, dai sacrifici delle persone coinvolte – senza dimenticare il caso e la fortuna – e solo in minima parte alla decisione di un Creatore nei confronti del quale non v’è sicurezza alcuna, in un mondo differente, dove il soprannaturale fosse null’altro che un aspetto del naturale, qualsiasi traguardo si potrebbe raggiungere altrettanto bene impegnandosi a fondo in un’azione concreta o concentrandosi nella preghiera. Ed è proprio in questo modo, con una preghiera accolta, che Ben Tallchief, uno dei personaggi (quattordici in tutto) di Labirinto di morte, riesce ad abbandonare il proprio odiato lavoro su un’astronave e a ritrovarsi sul pianeta Delmak-O assieme a un eterogeneo gruppo di scienziati e tecnici; obiettivo, dare il via alla colonizzazione. Continua a leggere Tekel Upharsin

La più sincera dichiarazione d’amore

Recensione di “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti

La passione assoluta, accecante, che ti lega in modo indissolubile a una persona e, proprio in conseguenza di ciò, ti dona la libertà più inebriante, quella del palpitare frenetico del cuore, delle pazzie compiute tra scrosci di riso e brividi di desiderio, della frenesia di una fanciullesca gioia, che della vita assapora soltanto la maestà benevola dell’estate, il miracolo dello splendore naturale, la benedizione gloriosa del giorno e il quieto abbraccio delle notti stellate. La passione, e poi la morte che di netto la tronca, la spezza, riducendola a un sottile filo di memorie fradicio di lacrime. E ancora la vita, che, faticosa come un vecchio malfermo sulle gambe, torna a fare capolino, a sussurrare, a elargire i suoi doni piccoli e grandi, e infine, improvvisa, supera su stessa cancellando ogni confine tra possibile e impossibile, facendosi beffe della realtà, della logica, della scienza e del buon senso, sovvertendo qualsiasi regola in nome del proprio vulcanico esserci, di quell’esistere al di là di tutto e di tutti che è il passo decisivo che si compie nel momento in cui, cessata la stentata sopravvivenza assicurata dai pensieri e dalle preghiere di quelli che ci hanno conosciuti e amati, ci si slancia loro incontro in risposta a un desiderio struggente e irresistibile, alla volontà di non arrendersi all’odiosa dittatura della finitezza del corpo. Inno alla vita, dunque, alla vita e alla sua bellezza, che va colta attimo dopo attimo, che va incessantemente goduta, nello stesso modo in cui si gode un’amante, con identica sensualità; questo è lo splendido, sognante, spassoso, delicato e vivacissimo Dona Flor e i suoi due mariti, forse il romanzo più famoso del grande scrittore brasiliano Jorge Amado. Continua a leggere La più sincera dichiarazione d’amore

La puntualità effimera del vero

Recensione di “L’altra Grace” di Margaret Atwood

23 luglio 1843, un atroce fatto di sangue sconvolge il Canada. Thomas Kinnear, un ricco possidente di origini scozzesi e la sua governante (e amante, all’epoca incinta), Nancy Montgomery, vengono brutalmente assassinati; l’autore, o gli autori di questo duplice assassinio sono lo stalliere James McDermott, irlandese ombroso e collerico e la giovanissima (appena sedicenne) cameriera Grace Marks, anch’essa irlandese, giunta in Canada assieme alla sua famiglia dopo un tragico viaggio in nave nel corso del quale ha perduto l’amata madre ritrovandosi sola con un padre violento e alcolizzato e diversi fratelli e sorelle cui badare. Compiuto il delitto e sottratti denaro, oggetti di valore e vestiti dalla casa, i due fuggono diretto verso gli Stati Uniti, ma il loro viaggio è di breve durata. Non appena giungono in America, infatti, vengono raggiunti e catturati; l’inchiesta stabilisce con relativa facilità la loro colpevolezza e il processo (che curiosamente prende in considerazione il solo delitto Kinnear) si conclude con una duplice condanna alla pena capitale. McDermott viene giustiziato il 21 novembre di quello stesso anno, mentre Grace, sulle cui effettive responsabilità fin dal principio non è stato possibile fare piena chiarezza, difesa con coraggio e perizia dall’avvocato Kenneth MacKenzie, vede la sua pena di morte commutata in ergastolo. Avrà salva la vita, ma non uscirà mai più di prigione. Conoscerà invece, oltre che il rigore del carcere, le sofferenze, le angherie e le umiliazioni del manicomio, nel quale viene rinchiusa per diverso tempo in seguito a una diagnosi, poi rivista e infine definitivamente rigettata, di pazzia. Ma chi è, davvero, Grace Marks? E qual è stato il suo ruolo nella strage? Quella ragazzina dal viso grazioso e innocente non è altro, come sostiene una parte della pubblica opinione morbosamente attratta dal fatto di cronaca e dai suoi protagonisti, che una vittima della ferocia di McDermott, una povera giovane terrorizzata, costretta dalle continue minacce del suo persecutore – che avrebbe potuto ucciderla con la stessa facilità con cui aveva eliminato i suoi odiati datori di lavoro – a obbedirgli, oppure, come ritiene gran parte della gente, nonché alcuni dei medici che hanno avuto “in cura” Grace, è una subdola, glaciale manipolatrice che, utilizzando la propria avvenenza e promettendo ricompense di natura sessuale al fin troppo semplice McDermott lo ha utilizzato come strumento per i suoi orrendi fini? Queste domande (rimaste fino a oggi senza risposta) fanno da sostanza narrativa allo splendido romanzo di Margaret Atwood intitolato L’altra Grace, che prendendo le mosse da una storia realmente accaduta e mescolando ai dati oggettivi reperiti la libertà della creazione letteraria, dà vita a un’altra vicenda (L’altra Grace è di fatto un’altra storia, un possibile diverso svolgimento di ciò che le cronaca ha consegnato alla memoria, o per dir meglio all’oblio collettivo), a un oscuro, inquietante e morboso viaggio nel sottosuolo dei sentimenti, delle passioni, degli amori e delle vendette personali. Continua a leggere La puntualità effimera del vero

Cronaca, romanzo, atto d’amore

Recensione di “Il Messico insorge” di John Reed

John Reed, Il Messico insorge, Einaudi

“Francisco I. Madero rovesciò la dittatura del generale Porfirio Díaz senza troppa fatica, dopo una tempestosa campagna elettorale e un breve movimento armato, tra il novembre 1910 e il maggio 1911 […]. Madero, figlio di ricchi proprietari terrieri, era un uomo buono e generoso, ma gli mancava la capacità di cogliere gli immensi problemi politici e sociali creati dalla lunga dittatura di Díaz. Giunto alla presidenza grazie a un voto popolare plebiscitario entusiasta, la sua prima mossa fu di abbandonare quelle stesse masse che gli avevano dato il potere […]. Il 27 novembre 1911 il leader contadino Emiliano Zapata insorse contro il governo Madero […]. Pochi mesi dopo, gli allevatori e i latifondisti reazionari dello stato settentrionale del Chihuahua finanziavano uno dei più prestigiosi ‘capi della rivoluzione’, Pascual Orozco. Questi raccolse un esercito e marciò verso sud, verso la capitale, con l’intenzione di restaurare al potere il governo reazionario; ma lungo la strada fu fermato e sconfitto da Victoriano Huerta, un ex generale porfirista […]. All’alba del 9 febbraio 1913 una comune ribellione militare […] si propagò a diverse guarnigioni […]. A schiacciare la rivolta il presidente Madero inviò il generale Huerta […]. Improvvisamente, il 19, Huerta prese aperta posizione contro il governo Madero, e in una drammatica scena al Palazzo Nazionale arrestò Madero e lo costrinse a dimettersi. Il 22 […] Huerta fece assassinare Madero […]. Un mese dopo l’assassinio del presidente Madero, comparvero, sulle strade di campagna, forti gruppi a cavallo di quegli stessi guerriglieri che avevano portato al potere Madero, e che egli aveva miopemente congedato e disciolto. Uno di essi , Francisco Villa – che rimarrà per sempre nella storia col nome di Pancho Villa – era stato smobilitato da Madero, e poi incarcerato per gli intrighi del generale Huerta […]. Con l’aiuto di Carlos Jaúregui, un giovane impiegato del tribunale militare, Villa evase dal carcere di Santiago Tlatelolco, e il 26 dicembre 1912 giunse negli Stati Uniti. Jaúregui, oggi settantenne colonnello in pensione ricorda: ‘Eravamo al El Paso, nel Texas, e ci preparavamo a tornare in Messico dopo aver saputo dell’assassinio di Madero. Era il 6 marzo 1913, poco dopo le dieci di una notte buia […]. Attraversammo il fiume a cavallo, e ben presto fummo accolti dalla prima salva di proiettili. Erravamo in otto, guidati da Villa’. Quegli otto uomini, capeggiati da Villa, furono la scintilla e l’origine della famosa Divisione del Nord […]. Pochi mesi dopo, nel gennaio 1914, Villa trasferì il suo quartier generale nella città di Chihuahua, capitale dello stato. Fu in quei giorni che vidi, nell’ufficio telegrafico dove lavoravo, un giovane giornalista yankee. Ci venne cinque o sei volte, a Ciudad Juárez o a Chihuahua. Era alto, magro, biondo, col naso all’insù”. Datate settembre 1968, queste brevi memorie di Renato Leduc fanno da introduzione a Il Messico insorge, cronaca della vittoriosa rivoluzione costituzionalista condotta da Villa scritta con intensa partecipazione, dichiarata partigianeria (verso i ribelli) e incontestabile rigore dal giornalista John Reed, che divenne celebre narrando gli eventi della Rivoluzione d’Ottobre nel volume Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Continua a leggere Cronaca, romanzo, atto d’amore

Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Recensione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori

“Quando il romanzo di Henry Miller Tropico del Cancro apparve nel 1935, ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, ovviamente condizionata in alcuni dal timore d’apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono, ci furono T.S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound […]. Tropico del Cancro è un romanzo in prima persona, o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller stesso sostiene che è una biografia vera e propria, ma il ritmo e la narrazione sono propri del romanzo. È la storia della Parigi americana, ma non secondo i comuni criteri, in quanto gli americani che vi compaiono risultano persone senza quattrini. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano e il cambio del franco era basso, Parigi fu invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e fannulloni di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai […]. È di questo mondo […] che Miller scrive, ma egli si limita alla sua parte più oscura, a quel margine sottoproletario che ha potuto sopravvivere alla crisi economica perché composto in parte di autentici artisti e in parte di autentici furfanti […]. Nessun materiale letterario poteva essere meno promettente. Quando Tropico del Cancro fu pubblicato gli italiani invadevano l’Abissinia, e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. I centri intellettuali del mondo erano Roma, Mosca e Berlino. Non sembrava il momento in cui un romanzo di pregio considerevole dovesse essere scritto su degli americani falliti in cerca di qualcuno che offrisse loro da bere al Quartiere Latino. Naturalmente un romanziere non è obbligato a scrivere direttamente di storia contemporanea, ma un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale o un perfetto idiota […]. Ma di tanto in tanto compare un romanzo che si apre su tutto un nuovo mondo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare […]. Miller ha una sfumatura di questa particolarità […] leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto dall’essere intesi. ‘Quest’uomo sa tutto di me’ voi pensate, ‘ha scritto tutto questo proprio per me’. È come udire una voce che vi parla, una cordiale voce americana, priva di qualsiasi gigioneria, scevra di finalità moralistiche, con solo l’implicito assunto che siamo tutti uguali. Per il momento vi siete liberato delle menzogne e delle semplificazioni, della stereotipata, burattinesca caratteristica della solita narrativa, anche se eccellente, e vi trovate di fronte alle identificabili esperienze degli esseri umani […]. Perché la verità è che molte persone comuni, forse una vera e propria maggioranza, parlano e si conducono esattamente come in questo romanzo”. Continua a leggere Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Di nuovo a Roma

Recensione di “Se ricordi il mio nome” di Carla Vistarini

Carla Vistarini, Se ricordi il mio nome, Corbaccio

Un paradiso tropicale e fondi praticamente illimitati cui attingere per i propri bisogni possono tenere a bada le preoccupazioni ma contro solitudine e nostalgia si rivelano armi spuntate, soprattutto se quel che manca, se ciò verso cui il pensiero incessantemente torna è il viso dolce di una bambina incontrata per caso, la cui vita, anche se per un brevissimo periodo di tempo, è diventata una cosa unica con la tua. Così non sorprende trovare nuovamente Smilzo, l’analista finanziario caduto in disgrazia e trasformatosi dapprima in un senzatetto qualunque e poi in eroe nel bel romanzo d’esordio di Carla Vistarini intitolato Se ho paura prendimi per mano (recensito qui), alle prese con sentimenti che non riesce in alcun modo a governare ma che, pur nella lancinante sofferenza che gli causano, hanno il merito di farlo sentire vivo e ancora importante (almeno per qualcuno, almeno per la “sua” adorata piccolina), nel nuovo lavoro della scrittrice, autrice e sceneggiatrice italiana: Se ricordi il mio nome. In quello che è, a tutti gli effetti, il seguito della storia narrata nel primo romanzo, Carla Vistarini riannoda tutti i fili mescolando sapientemente leggerezza, ironia e azione; rispetto a quanto già accaduto la situazione non pare granché mutata, eppure in qualche modo tutto è differente. In primo luogo perché l’autentica protagonista di entrambi i libri, la bambina (costantemente in pericolo di vita a causa dell’avidità degli adulti e della loro totale mancanza di scrupoli), è cresciuta (ha solo un anno in più, in realtà, ed è ancora decisa a non parlare a nessuno e a lasciare che a esprimere il suo diffidente disprezzo per il mondo, dal quale restano esclusi soltanto la mamma e Smilzo, “l’uomo buono”, sia il suo balbettante e quasi onomatopeico “andate a quel paese!”), ed è decisamente più combattiva di quanto chi intende farle del male sia disposto a credere, poi perché il complotto nel quale si trova invischiata è allo stesso tempo più semplice, più diretto e più letale di quello naufragato nel libro precedente, e infine e soprattutto perché Smilzo non è fisicamente accanto alla sua piccola meraviglia. Continua a leggere Di nuovo a Roma

Così scandalosamente deforme

Recensione di “La peste” di Albert Camus

Albert Camus, La peste, Bompiani

Orano è una città che sembra volontariamente rinunciare alla bellezza, alla grazia. Un luogo “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali né fruscii di foglie”, dove “il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo […], la primavera si annuncia soltanto con la qualità dell’aria o coi cesti di fiori che i ragazzi portano dai sobborghi”. In questa città, circondata dall’eterna meraviglia del mare e pigramente sazia del suo abbraccio, della sua presenza fedele, l’estate è un flagello di fuoco “che incendia le case troppo asciutte e copre i muri d’una cenere grigia” e l’inverno è la sola stagione capace di regalare giornate di tregua. Ed è qui, in questo strano microcosmo, in questo reticolo unico di strade che ospita uomini e donne capaci di vivere, lavorare e amare in un solo modo, con meccanica frenesia e con il preciso obiettivo di ottenere la massima soddisfazione personale, che in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tutto precipita in un incubo. Simbolo, modello di ogni organizzato consesso sociale, esempio dunque dell’umanità tutta e della terra stessa, Orano si fa universale, crocevia di qualsiasi lingua, di quel che si conosce come di quel che si ignora, di ciò che è patrimonio del mondo e di ciò di cui il mondo è mancante, orfano, e soprattutto si trasforma nel centro perfetto da cui si irradiano tanto il bene quanto il male. Continua a leggere Così scandalosamente deforme