Inchiostro rosso sangue

Recensione di “Il maestro della testa sfondata” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Guanda

Tutto comincia poco dopo le cinque di una fredda mattina. Il palcoscenico è l’incolore, depressa periferia milanese. L’architettura nata povera degli edifici popolari, le strade invase dalla fanghiglia, il cemento dell’urbanizzazione stretto d’assedio dal verde selvatico di una campagna che sembra non volerne sapere di farsi città, l’esibita miseria delle roulotte di fortuna di un campo nomadi, strette le une alle altre nella grottesca imitazione di un abbraccio. Comincia tutto qui, agli estremi confini di una Milano che faticosamente cerca di stirare le proprie membra, di ingrandirsi, svilupparsi, crescere. Siamo alla fine degli anni Settanta e nel silenzio del quartiere Barona, al capolinea di un autobus, viene ritrovato un cadavere. Si tratta del conducente del mezzo, ucciso con inaudita ferocia, la testa ridotta a un grumo di carne e sangue. Perché un semplice lavoratore, un uomo dalla vita in apparenza tranquilla e trasparente (una moglie, due figli, un appartamento decoroso e nulla più in una zona come tante, di quelle che conosci solo se ci abiti) è stato ammazzato? E perché in un modo così brutale? E ancora per quale ragione l’assassino, dopo averlo finito, ha voluto ulteriormente umiliare il cadavere spogliandolo dei calzoni e lasciandolo seminudo, le terga oscenamente esposte, nel bel mezzo dell’autobus? E infine perché quell’autobus è fermo a un capolinea che non è il proprio? A tutte queste domande deve rispondere il commissario Melis, poliziotto capace, paziente, dotato sia di grande capacità di ragionamento sia di buon intuito, spigoloso di carattere ma non burbero, e soprattutto sinceramente affezionato a ciascuno degli uomini che coordina e dirige, una squadra di immigrati meridionali che se non brilla per preparazione culturale è di certo ricca di umanità e saldamente ancorata a valori per i quali non esiste (o meglio non dovrebbe esistere) prezzo. Creatore di questo eterogeneo ma equilibrato e felice microcosmo è lo scrittore milanese Hans Tuzzi (pseudonimo di Adriano Bon; in questo blog, se vi interessa, trovate qui la recensione di un altro suo lavoro, Perché Yellow non correrà, seconda indagine del commissario Melis), che in questo suo romanzo d’esordio, intitolato Il maestro della testa sfondata, introduce il lettore nel mondo raffinato e quasi esoterico del collezionismo dei libri antichi e rari (di cui è profondo conoscitore). Il commissario Melis, infatti, non ci mette molto a scoprire che l’ucciso arrotondava i propri guadagni lavorando nel tempo libero per un libraio antiquario; e quando si rende conto che pochi giorni prima dell’omicidio proprio quell’uomo è morto in circostanze sospette (per un infarto sembra, ma molte cose possono provocare un infarto, una minaccia per esempio, o un ricatto), ecco che in lui si radica la certezza che i due avvenimenti siano legati tra loro.  
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La “scienza romantica” del cervello

Recensione di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi

Cos’è esattamente e cosa significa l’espressione “Geografia del mondo”? E qual è il senso di una frase come “il mondo dietro una canzone”? E cosa studia la “scienza romantica”? A tutte queste domande offre una risposta la definizione di “paesaggio interiore”, quell’insieme di sensazioni, emozioni, esperienze, ricordi, attese, desideri, sogni e con essi quella delicatissima ingegneria chimico-fisica del cervello che presiede a un’architettura unica, irripetibile, che non è possibile studiare più di quanto sia possibile scomporre in fattori primi un flusso di coscienza ma che va conosciuta, o per dir meglio, esplorata, con il rigore della scienza e l’entusiastica curiosità dell’appassionato, con l’attenzione dell’esperto e la spontaneità dell’innamorato, con l’approccio del medico e l’incorrotta pietà da cui a volte, per una sorta di miracolo, l’uomo è toccato. Questa personale geografia, che pur essendo patrimonio singolo parla la lingua degli universali, è allo stesso tempo salute e malattia, è difficoltà, tragedia, impotenza, ed è sovrabbondanza, luce così intensa e forte da abbacinare e tenebra impenetrabile, esasperata vitalità e tetro silenzio, pura gioia e muta resa, ed è lo spazio mentale e fisico lungo il quale si dipanano le storie che compongono il meraviglioso libro di Oliver Sacks intitolato L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Clara Morena). Neurologo, psichiatra, scienziato e non ultimo umanista (proprio come lo è stato uno dei suoi maestri, il russo Alexandr Romanovic Lurija, da Sacks più volte citato – è sua l’espressione “scienza romantica” – e unanimemente riconosciuto come il fondatore della neuropsicologia) Oliver Sacks narra storie ai limiti dell’incredibile, avventure da barone di Munchausen della mente e del corpo occorse ai suoi pazienti, tutti affetti da gravi patologie cerebrali; nel raccontare, tuttavia, l’autore, pur senza omettere nulla del quadro clinico preso in esame, trascende la concretezza della malattia, del danno così come siamo abituati a considerarla, in quella sorta di abito di severa astrattezza con il quale guardiamo a una minaccia che non comprendiamo se non come potenziale pericolo, per giungere, esattamente nello stesso modo in cui si comporta il male ma dalla prospettiva opposta, all’uomo considerato nella sua integrità (non importa quanto fragile, quanto instabile), perché questa questa completezza è l’essenza dell’essere umano, il suo senso ultimo, ed essa, malgrado le devastazioni causate dalle patologie, non viene mai realmente meno. Scrive infatti Sacks: “Il termine preferito della neurologia è «deficit», col quale si denota una menomazione o l’inabilità di una funzione neurologica […]. Ad attrarre il mio interesse […] sono stati non tanto i deficit in senso tradizionale, quanto le turbe neurologiche che colpiscono il sé. Queste turbe possono essere di vari tipi, possono derivare da un eccesso non meno che da un indebolimento di una funzione, e pare ragionevole considerare queste due categorie separatamente. Ma va detto fin dall’inizio che una malattia non è mai semplicemente una perdita o un eccesso, che c’è sempre una reazione, da parte dell’organismo o dell’individuo colpito, volta a ristabilire, a sostituire, a compensare e a conservare la propria identità, per strani che possano essere i mezzi usati: e lo studio o l’orientamento di questi mezzi, non meno che lo studio dell’insulto primario al sistema nervoso, è parte fondamentale del nostro lavoro di medici”.
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Molto più di un secolo

Recensione di “L’Italia nel Novecento” di Miguel Gotor

Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi

Una storia d’Italia. Un quadro politico, economico, sociale e di costume che prende le mosse dagli ultimi anni del XIX secolo – per la precisione dal momento più buio e terribile della guerra d’Abissinia, la battaglia di Adua, che segnò una cocente sconfitta per l’esercito italiano, che fu “non una pugna, ma un macello” – e giunge fino alla rivoluzione tecnologico-digitale nella quale siamo immersi, che ancora una volta, come già tante volte accaduto nel passato di questo Paese, registra vincitori e vinti: i grandi colossi del web da una parte, lo sterminato esercito di “consumatori” della Rete, in grande maggioranza ignari della tragica marginalità del loro ruolo dall’altra. Vincitori e vinti che, ciascuno per la propria parte, continuano a decidere il destino di una terra e di un popolo che sembrano strutturalmente incapaci di farlo da sé. Una storia d’Italia cronologicamente breve eppure ricchissima, densa, nella quale ogni cosa sembra fondersi con tutte le altre, un racconto che è quasi un filo d’Arianna da seguire passo dopo passo nel tentativo di districare un intreccio tanto complesso da somigliare a un problema per il quale non esiste soluzione, a un paradosso il cui solo compito è mostrare la fallacia che distrugge dalle fondamenta un intero sistema e contro il quale nessuna misura risulta efficace. Tutto questo è L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor – il cui illuminante sottotitolo, che è anche il filo rosso della narrazione, recita Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon – lettura appassionante, impreziosita da uno stile allo stesso tempo asciutto e di grande eleganza, che a una prima parte in qualche misura limitata ai confini della ricerca storiografica pura e della ricostruzione puntuale (la caduta dell’esecutivo Crispi, le luci e le ombre dell’Italia liberale giolittiana, la controversa stagione del trasformismo) fa seguire, superata la tragica parentesi del primo conflitto mondiale, un’analisi politico-sociale di un’Italia vittoriosa e nonostante ciò in ginocchio, prossima a scivolare nell’abbraccio ideologico del fascismo. Scrive a questo proposito l’autore: “Nonostante la vittoria [nella Grande Guerra] l’Italia non evitò le conseguenze della crisi economica a causa dell’arretratezza del sistema politico e del perdurare degli scompensi di ordine sociale. Le dure condizioni di vita del dopoguerra si saldarono con le tensioni rimaste irrisolte tanto da rendere la situazione incandescente: il ceto medio soffriva a causa dell’inflazione che aveva diminuito il potere d’acquisto degli stipendi e si sentiva incalzato dal nuovo protagonismo operaio, temendo lo spettro del declassamento sociale; i contadini, reduci dal fronte, pretendevano il rispetto delle promesse fatte per indurli a combattere, ossia una riforma agraria che distribuisse loro le terre; gli operai, rimasti impressionati dalla rivoluzione bolscevica, avevano radicalizzato le proprie rivendicazioni, chiedendo una partecipazione diretta alla gestione delle imprese sul modello dei soviet. Nel loro complesso le classi dirigenti liberali non riuscirono ad assecondare il processo di democratizzazione in atto favorendo l’allargamento della base sociale e politica dello Stato. Anzi: soffocarono sul nascere il tentativo di passare da un regime liberale a uno compiutamente democratico e, con l’avvento del fascismo, si realizzò una chiusura reazionaria che – come spesso sarebbe accaduto nella storia d’Italia – assunse le sembianze retoriche della rottura rivoluzionaria” . 
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“Sono Nando… detto Ferdi”

Recensione di “Prosciutto e uova verdi” di Dr. Seuss

Dr. Seuss, Prosciutto e uova verdi, Giunti

Quando possiamo dire, di un cibo, che ci fa impazzire, o al contrario che ci induce a fuggire a gambe levate non appena qualcuno decide di portarlo in tavola? Dopo averlo assaggiato, naturalmente. Dopo aver messo alla prova noi stessi e ciò che è stato preparato e aver compreso, grazie alle sensazioni di piacere o di disgusto da cui siamo stati attraversati, cosa ci piace e cosa, all’opposto, detestiamo. Ma è davvero sempre così? Siamo davvero certi di dare una possibilità a qualsiasi piatto (e con ciò a noi che lo proviamo)? Non è forse vero che in parecchi casi – guarda caso tutti relativi a quel che diciamo di non amare – a rispondere in vece nostra è qualcosa di molto simile a un pregiudizio? Un non mi piace di natura quasi metafisica? Un non lo voglio (o più semplicemente un netto no) che non poggia su esperienza alcuna? Se ci fermiamo a pensare non possiamo che ammettere che le cose stiano così. Quel che ci rifiutiamo di mangiare, spesso è qualcosa che non abbiamo mai nemmeno sfiorato. Ma questo, potrebbe obiettare qualcuno, è ciò che fanno abitualmente i bambini, i più piccoli; è tipica della loro età l’ostinazione critica verso certe preparazioni; la verdura in modo particolare, ma può capitare che i capricci tocchino anche alla frutta, alla pasta, al riso, alla carne… Poi, per fortuna, si cresce, e queste resistenze, una dopo l’altra, cadono. Se anche ne rimane qualcuna, che male può esserci? D’accordo, rifiutarsi di mangiare per nessun’altra ragione che non sia la convinzione (indifendibile, ma cosa importa?) che quel che viene offerto non piace a propri è un modo di fare tipico dei fanciulli, ma questo non significa certo che una situazione simile, solo con protagonisti diversi, anzi opposti (un adulto che non vuole in nessun caso mangiare e un bambino che cerca in ogni modo di convincerlo a provare, comportandosi proprio nella stessa identica maniera in cui si comportano genitori alle prese con figli riottosi, e cioè cercando di superare le resistenze proponendo il cibo nei modi più originali e fantasiosi) non possa darsi. In fondo, non abbiamo riconosciuto che qualche resistenza l’abbiamo portata con noi attraverso gli anni? Così, sono proprio un adulto tenacemente “bambinesco” nella sua decisione di non mangiare a nessun costo e un vivacissimo bambino di nome “Nando… detto Ferdi”, che d’improvviso compare con un vassoio colmo di una improbabile delizia, i protagonisti dello splendido, divertentissimo, irrefrenabile Prosciutto e uova verdi di Dr. Seuss, deliziosa filastrocca in rima baciata (degna di nota l’ottima traduzione di Anna Sarfatti per Giunti Junior) che mette in burla il rituale dell’offerta-respinta che sempre si ripete dinanzi a un piatto preventivamente giudicato “cattivo”. 
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Una donna

Recensione di “Teresa Batista stanca di guerra” di Jorge Amado

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra, Einaudi

Chi è Teresa Batista? Una sgualdrina, una prostituta. Nient’altro? Un guerriero, un angelo, una santa protettrice. Ed è tutto qui o c’è ancora qualcosa? È una ballerina, la migliore ballerina del Brasile, è la regina del samba. Ed è la migliore e la più fedele delle amanti. Teresa Batista sa cosa significhi amare, amare davvero. Non c’è donna che lo sappia meglio di lei. Chi è, dunque, Teresa Batista? Qualcuno che fu derubato della sua giovinezza, qualcuno cui non fu permesso essere bambina, qualcuno che, nella più delicata, preziosa e fragile delle età della vita, patì sofferenze che “ben pochi patiscono all’inferno”; e tuttavia, malgrado tutto questo, o forse (e misteriosamente) proprio in forza di ciò, anche una persona capace, da sola, di superare “il peggio del peggio” e di approdare alla riva della salvezza e del riscatto “col sorriso sulle labbra”. Indimenticabile eroina partorita dal genio creativo dello scrittore brasiliano Jorge Amado, la bellissima e terribile Teresa Batista, protagonista del quasi omonimo romanzo Teresa Batista stanca di guerra sorge, nella sua complessità che pare inafferrabile pur nella sua sostanziale chiarezza, nella sua piena trasparenza, nel militaresco ordine del suo universo morale, da un insieme di storie che di continuo mescolano dramma e commedia, che offrono degli uomini, del loro essere e del loro agire, abissi e vette, miserie, abiezioni e splendori. Attraverso un dialogo immaginario con un interlocutore interessato a conoscere ogni particolare dell’incredibile vita di Teresa Batista, Amado introduce il racconto dei suoi momenti più significativi; gli anni durissimi dell’infanzia e della prima giovinezza, segnati dalla mancanza dei genitori e soprattutto dall’arrivo del crudele pedofilo Justiniano Duarte da Rosa, che convince gli zii a vendere la piccola e ne fa, per anni, la sua schiava sessuale infliggendole ogni sorta di torture e vessazioni nel tentativo di domarne il carattere fiero e ribelle. Poi, a libertà e dignità finalmente riconquistate, ecco che la prosa quasi magica di Amado trascolora in toni che, abbandonate cupezza e disperazione, si accendono dei colori vivi della battaglia; Teresa ora è una combattente, una donna senza paura che insegna a tutti con il suo esempio che “le differenze [tra le persone] si rivelano in tutto il loro peso e nel loro esatto valore soltanto quando si tratta di battersi con la morte, quando si combatte in campo aperto; e allora l’unica norma è l’integrità della persona. Tutto il resto sono soltanto sciocchezze, ragioni di denaro e di falsa sapienza”. Teresa è colei che, assieme alle prostitute di Buquím, affronta, e sconfigge, il terrificante flagello del vaiolo nero.
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“Lo alleveremo”

Recensione di “L’animale d’allevamento” di Oe Kenzaburo

Oe Kenzaburo, L’animale d’allevamento, Il Sole 24 Ore

«Finché non sapremo che cosa ne pensano in città, lo alleveremo». Così un padre risponde al proprio figlio, curioso di sapere cosa accadrà a un prigioniero di guerra, un soldato americano di colore precipitato con il suo aereo nei pressi di un villaggio giapponese fino a quel momento mai toccato dai bombardamenti. Il villaggio non è che un misero gruppo di case circondato da una natura rigogliosa e indifferente; la città qualcosa di lontano e sfuggente, una realtà circondata di nebbia, da immaginare, così come figure prossime all’inconsistenza sono gli adulti, presenze fantasmatiche impegnate nel lavoro, nell’elaborazione di strategie di sopravvivenza, chiuse in silenzi misteriosi. In quel luogo che pare sospeso nel tempo, dunque, dove la tragedia della guerra giunge come un’eco lontana, come un racconto fiabesco capace a un tempo di affascinare e atterrire, a dominare sono i bambini. È il loro sguardo a “spiegare” quel che accade, sono le loro parole a rendere “veri” i fatti, è ciò che i loro cuori e le loro menti trasfigurano a vestirsi d’autenticità; sono perciò i giochi dei più piccoli – come per esempio la caccia ai cani selvatici – a “narrare” la guerra, ad avvicinare l’indicibile esperienza della morte, a sfiorarla, sono le loro riflessioni a dare espressione (e forse persino senso, per quanto distorto) a ciò che i grandi affrontano magari con coraggio ma senza comprensione alcuna, e sono i loro comportamenti, le loro reazioni, a illuminare ogni cosa. E bambino è la voce narrante del racconto L’animale d’allevamento dello scrittore giapponese Oe Kenzaburo (premio Nobel per la Letteratura) vincitore del prestigioso premio Akutagawa.
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Il sommesso, tenace canto di quel che è giusto

Recensione di “Memed il falco” di Yashar Kemal

Yashar Kemal, Memed il falco, Giovanni Tranchida Editore

Una storia d’amore. Un racconto d’avventura. Un romanzo di formazione. Un rincorrersi d’emozioni in paesaggi da sogno e luoghi d’incubo. Una vicenda d’eroismo, giustizia, coraggio giocata sul filo sottilissimo della lealtà, della purezza dei sentimenti, di un’onestà profonda, solida come la terra. Tutto questo è Memed il falco, uno dei lavori più noti dello scrittore turco di origini curde Yashar Kemal, in Italia pubblicato da Giovanni Tranchida Editore nella traduzione di Antonella Passaro. Quel che immediatamente colpisce, nella scrittura di Kemal, è la sua semplicità quasi disarmante; la costruzione dell’intreccio non prevede sorprese, l’autore dapprima descrive il contesto ambientale, conduce chi legge ad ammirare lo splendore dei luoghi che saranno teatro delle vicende narrate e con esso anche la durezza che caratterizza quegli ambienti, il sacrificio quotidiano che pretende dall’uomo che vuole abitarla e sfruttarne le ricchezze. Compiuto questo primo passo, è la volta dei personaggi, introdotti dalle loro azioni e dalle loro parole; si potrebbe pensare, a una prima, superficiale occhiata, che si tratti di caratteri monodimensionali, privi di sfumature, dotati di un profilo monocorde; malvagi fin nella più intima fibra i cattivi, buoni in ogni circostanza i virtuosi; tutto ciò però, malgrado sia innegabile, non riflette per nulla una visione fin troppo schematica (nonché ottusamente manichea) del mondo, bensì è specchio di un’acuta visione etica dell’autore. Quel che Yashar Kemal mette in scena, infatti, non è che l’eterno conflitto, la battaglia inestinguibile tra la virtù e il vizio, o per dirla con altre parole, lo scontrarsi continuo dell’uomo con se stesso, il dinamico intrecciarsi della sua natura multiforme; gli eroi di Kemal, i luminosi come gli oscuri, non sono che momenti della mutevole anima dell’uomo, custode del più alto sentire come dei più perversi appetiti. Nell’architettura romanzesca dello scrittore turco questo scontro, piegandosi alle esigenze della narrazione, si incarna nel protagonista (il giovanissimo Memed che dà il titolo al romanzo, povero, come tutti gli altri abitanti del villaggio in cui vive, Degirmenolu, circondato da una distesa di cardi, piante maligne, cui “non piace la terra buona” e che attecchiscono solo dove il suolo è “ingrato, arido e secco”) e nel suo oppositore, il capo di quel misero insieme di capanne (nonché di altri quattro), Abdi Aga, vile e corrotto, capace di ogni arroganza con coloro che non hanno alcun mezzo di difendersi ma fondamentalmente codardo, pronto a fuggire a gambe levate persino dinanzi alla propria ombra non appena le cose minacciano di deviare dalla rotta pianificata.
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Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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