L’archeologia del riscatto

Recensione di “Tra donne sole” di Cesare Pavese

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

Un ritratto psicologico intriso di dolore e risentimento e nello stesso tempo un affresco sociale di impressionante durezza. E una filosofia archeologia del riscatto, l’esplorazione audace di un’anima in tumulto che si conclude con una sconfitta, con un’incondizionata resa all’assenza di senso. Un romanzo breve interamente giocato sulla vita dello spirito, sui sussulti emotivi, sui desideri, le illusioni, le rinunce, su quella trama di sogno di bisogni e fantasie che precipita come pioggia sulle delusioni e i compromessi della vita vissuta, della realtà quotidiana. Una narrazione in prima persona che rinuncia a qualsiasi superflua ricchezza stilistica, a ogni inutile sovrabbondanza, che non si preoccupa di cedere il passo all’eleganza formale; uno scrivere secco, diretto, un artigliare l’attimo dal sapore quasi animalesco, che svela un’urgenza di verità sentita prima di tutto come una necessità etica, e una protagonista impegnata più a celarsi che a mostrarsi, più a nascondere la propria saggezza, il proprio sapere di uomini e cose, imparato sulla propria pelle come si impara la fatica, nello stesso modo in cui si fa esperienza della cattiveria, collezionando cicatrici la cui memoria non teme il passare del tempo, che a parteciparla, una donna che torna là dove era stata bambina, e da dove, bambina, era fuggita per dimenticare umiliazioni e stenti, a incontrare un destino cui credeva di aver voltato le spalle per sempre. Continua a leggere L’archeologia del riscatto

L’uomo meccanico e il creatore di sogni

Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori

La fantasia, l’immaginazione; la precisione, l’esattezza; l’amore, la solitudine; il ricordo, il rimpianto. E l’universo delle parole e delle immagini che tutto contiene, il simile come l’opposto, e la suggestione del passato, della storia, di una stagione della vita colma di entusiasmo e gioia, che si intreccia con il sogno, il desiderio, la speranza. Sullo sfondo, una città addormentata e indifferente, assediata dall’inverno, ridotta al silenzio dalla gelida carezza della neve, che solo nel chiuso della stazione ferroviaria brulica di voci, di pensieri, di segreti. E nella stazione, tra cunicoli e stanze nascoste, un ragazzo orfano e un automa meccanico costruito soltanto in parte, un uomo fatto di ingranaggi, di ruote dentate e pulegge e perni e cremagliere che attende di essere rimesso in sesto, di tornare a funzionare, di raccontare la sua storia. E infine un vecchio, un vecchio amareggiato e stanco, proprietario di un chiosco di giocattoli, nascosto nel suo negozio come un animale nella tana. Il materiale narrativo de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick è tutto qui, in un pugno di personaggi ottimamente caratterizzati e in un’ambientazione affascinante e insolita, e in sé, occorre riconoscerlo, non ha nulla di notevole; eppure l’autore, quasi fosse un alchimista, o un mago (o più probabilmente un abilissimo illusionista) in grado di trasformare il più vile degli elementi nel più nobile dei metalli, prende le mosse da questa curiosita semplicità e finisce per dar vita a qualcosa di splendido e per molti versi indimenticabile: egli infatti ricostruisce, intrecciando mirabilmente verità e finzione, gli anni più fecondi e felici di Georges Méliès, uno dei padri del cinema, colui che primo portò sullo schermo il fantastico, l’impossibile, il meraviglioso. “Ho atteso a lungo”, scrive Selznick al termine del suo romanzo, nelle pagine dedicate ai ringraziamenti, “di scrivere una storia su Georges Méliès, ma questa storia ha iniziato a prendere davvero forma quando ho letto un libro intitolato Edison’s Eve: A Magical History of the Quest for Mechanical Life di Gaby Wood. Il libro parlava della collezione di automi di Méliès, che fu donata a un museo, dove venne dimenticata in una soffitta umida per essere infine buttata via. Ho immaginato un ragazzo che trovava le macchine nella spazzatura e in quel momento sono nati Hugo e questa storia”.

Selznick, scrittore e illustratore, guarda ai secoli passati, allo stupore e all’incredulità che suscitavano nel pubblico le creazioni degli scienziati settecenteschi (la papera di Jacques de Vaucanson, il bambino scrivano di Pierre Jaquet-Droz, di professione orologiaio), e sceglie, come simbolo tanto della libertà creatrice quanto delle potenzialità della conoscenza, del sapere, in special modo di quello matematico, un automa meccanico, un “miracolo scientifico” in grado di imitare alla perfezione il comportamento di un uomo in carne e ossa. E da tutto questo, dall’attrazione che sull’illusionista Méliès, sul cineasta Méliès, sull’uomo che inventava nuovi mondi e li regalava non a un pubblico di “banchieri, casalinghe e commessi” ma a “stregoni, sirene, viaggiatori, avventurieri, illusionisti” (quel che ciascuno di noi realmente è), esercitava la vita meccanica, lesistenza artificiale replicabile in laboratorio, egli racconta del giovanissimo Hugo, figlio di un orologiaio prematuramente scomparso, custode (come lo zio cui è andato in affidamento dopo la scomparsa dei genitori) degli orologi della stazione ferroviaria di Parigi, che nel chiuso della sua stanza-rifugio, nascosto agli occhi di tutti, si dedica a ricostruire un misterioso uomo meccanico cui fino all’ultimo giorno della sua vita aveva lavorato il padre. E quell’uomo artificiale, creatura fra le mille altre del genio instancabile di Méliès, ormai anziano, incattivito, sconfitto dalla realtà che nei suoi film aveva talmente abbellito da renderla irriconoscibile, condurrà, dopo mille peripezie, il giovane dall’anziano, come un figlio dal proprio genitore, e a entrambi, proprio come potrebbe fare un uomo dotato di sentimenti, volontà e raziocinio, un essere vivente, restituirà speranza e voglia di rimettersi in gioco, di ricominciare.

Selznick racconta con intensità e dolcezza, rendendo il giusto omaggio a entrambi i propri talenti e alternando a testi brevi e incisivi splendide immagini in bianco e nero che sono parte integrante della vicenda; non mancano neppure riproduzioni dei fondali dei film di Méliès, eco del commosso ricordo di ciò che era stato e che il cineasta aveva fatto ogni sforzo per dimenticare: “I miei genitori facevano scarpe […]. Volevano che lavorassi nella loro fabbrica, ma io detestavo le scarpe. L’unica cosa che mi piaceva di quella fabbrica erano le macchine. Ho imparato ad aggiustarle da solo, e intanto sognavo di andarmene e diventare un illusionista. Così, quando sono stato abbastanza grande, ho venduto la mia quota della fabbrica e ho comprato un teatro specializzato in spettacoli di magia. Mia moglie mi faceva da assistente. Eravamo felicissimi. Avevo un laboratorio speciale sul retro, dove costruii il mio automa, che al pubblico piacque moltissimo. Poi i fratelli Lumière inventarono il cinema. Mi innamorai a prima vista di quella invenzione e chiesi loro di vendermi una cinepresa. I Lumière rifiutarono e fui costretto a costruirmene una da solo, usando i pezzi avanzati dall’automa. Presto scoprii che non ero stato l’unico illusionista a passare al cinema. Molti di noi capirono che era stato inventato un nuovo tipo di magia e volevano tutti farne parte. La mia bellissima moglie divenne la mia musa. Girai centinaia di film e pensavamo che non sarebbe mai finita. Come sarebbe potuto accadere? Poi arrivò la guerra e quando terminò c’era troppa competizione e tutto andò perduto”.

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un romanzo prezioso, una lettura adatta a ogni età (come dimostra il bellissimo film che ne ha tratto, nel 2011, Martin Scorsese), un esperimento perfettamente riuscito.

Eccovi, invece dell’incipit, la breve prefazione a cura del professor H. Alcofrisbas (scoprirete chi è alla fine del romanzo, e sarà una bella sorpresa, non l’unica, peraltro, celata tra le pagine di questo libro). La traduzione, per Mondadori, è di Fabio Paracchini. Buona lettura.

La storia che sto per svelarvi ha inizio nel 1931, sotto i tetti di Parigi. Qui incontrerete un ragazzo di nome Hugo Cabret, che un giorno, tanto tempo fa, scoprì un misterioso disegno che cambiò la sua vita per sempre. Ma prima che voltiate pagina, voglio che immaginiate voi stessi, seduti nel buio, come all’inizio di un film. Sullo schermo sorgerà il sole fra pochi istanti e la macchina da presa inquadrerà una stazione nel cuore di una città. In un atrio pieno di gente vedrete finalmente un ragazzo che si muove rapidamente. Seguitelo, perché quello è Hugo Cabret. La sua mente è piena di segreti e sta aspettando che la sua storia abbia inizio.

Il dovere di non restare in silenzio

Recensione di “Blonde” di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani
Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani

La ricerca ossessiva della perfezione come talismano contro il terrore della morte, come formula magica (la sola possibile) in grado di arginare il dolore, di offrire momenti di tregua alla spaventosa fatica di vivere, di proteggere dalla rabbia del mondo, dalla sua invidia cieca, dalla sua insaziabile sete di annientamento. La ricerca ossessiva della perfezione come testarda espressione di sé, come difesa, strenua e disperata, della propria dignità di essere umano e insieme come rivendicazione orgogliosa di una non comune personalità artistica. La ricerca ossessiva, maniacale della perfezione – che si fa strategia di sopravvivenza, darwiniana tensione verso l’evoluzione e la salvezza – come filo rosso e chiave interpretativa (e persino stilistica) di una biografia talmente intensa, suggestiva e commovente da avere il sapore di un testamento spirituale, talmente ancorata alla verità (a quella del cuore, dell’emozione, del sentimento, che si lega inestricabilmente a quella fredda, cronachistica e inerte dei fatti, delle registrazioni documentali, delle testimonianze consegnate agli archivi, e le offre respiro, dignità e bellezza senza mai chiedere nulla in cambio, senza pretendere, dal lettore, gratuiti atti di fiducia né sostituirsi a ciò che è stato ufficialmente rubricato come attendibile, confermato come accaduto) da travolgere di slancio, sottolineandone la sostanziale, profonda, scandalosa inadeguatezza, la pur corretta definizione di romanzo (e non, si badi, di romanzo qualsiasi, bensì di romanzo monumentale, meraviglioso, magistrale, impareggiabile) ispirato alla vita di una celebrità, per imporsi innanzitutto come “storia”, come racconto, come sincero omaggio della memoria al verificarsi di una tragedia che come un’epidemia possiede il maligno, misterioso potere di contagiare tutti. Con lo splendore sublime di una scrittura senza uguali per ricchezza descrittiva, profondità d’analisi e potenza espressiva a rendere magnifico, regale, l’abito dimesso del dovere. Il dovere di non restare in silenzio, che è forse il solo compito cui allo scrittore che abbia qualcosa da dire e il talento necessario a dirla, non è lecito sottrarsi.

Tutto questo è Blonde di Joyce Carol Oates, implacabile e struggente ritratto dell’attrice-modella-cantante, o meglio della diva per eccellenza Marilyn Monroe, all’anagrafe Norma Jeane Baker, nata a Los Angeles l’1 giugno 1926, morta a Brentwood, in circostanze mai del tutto chiarite e al termine di un’esistenza tanto breve quanto tormentata, il 5 agosto 1962, uccisa dalla sua arte, dai suoi amanti, dai mariti, dai figli tanto desiderati e mai partoriti, stremata da crudeli sogni di felicità rimasti sempre inappagati, sfiancata dalle sue doti eccezionali, che come parassiti si nutrivano del suo corpo e delle sue energie nervose fino a lasciarla in balia di ogni genere di psicofarmaci, corrotta e sfruttata dai mercenari imperativi categorici hollywoodiani, ridotta alla consunzione dall’amore negatole dalla madre Gladys, affetta da schizofrenia paranoide e rinchiusa, per quasi tutta la vita di Marilyn, in un casa di cura per malati mentali (pubblica, negli anni in cui la figlia, bambina, trascorreva i momenti cruciali della propria esistenza in svariate case-famiglia, privata dal primo momento in cui “miss Monroe” fu in condizioni di accollarsi il costo della retta di mantenimento) e dall’assenza del padre, che la diva non conobbe mai.

L’americana Joyce Carol Oates, una delle autrici più significative e importanti nel panorama letterario novecentesco, ci regala il ritratto allo stesso tempo sfumato e preciso di una donna che per tutta la vita non ha fatto altro che inseguire se stessa; dipingendola senza partigianeria ma stillando dalla sua prosa corposa e vibrante una simpatia, o meglio un’empatia, una umanissima pietas che al lettore giunge come uno strozzato ma tenace urlo di protesta contro un destino terribile e ingiusto che si sarebbe potuto evitare (Marilyn avrebbe potuto salvarsi, o essere salvata, ci dice a più riprese, tra le righe a tuttavia con inequivoca chiarezza la Oates) ma che nessuno ha fatto nulla per scongiurare, questa brillantissima scrittrice svela Marylin Monroe più di quanto abbia fatto la sterminata letteratura che al suo mito, e ai misteri che l’hanno circondato e ancora lo circondano, è stata dedicata.

La Marilyn di Joyce Carol Oates è autenticamente Marilyn (lo è nella brutale descrizione della finzione del personaggio idolatrato da milioni di persone nel mondo, nella narrazione estenuata e rabbiosa delle interminabili sedute di trucco, nell’evocazione dello “spettro” Marilyn, che immancabilmente emerge per stregare tutti alla morte di Norma Jeane) ed è autenticamente Norma Jeane, una bella ragazza tra tante cui non è mai stato concesso (cui forse lei per prima non ha mai avuto coraggio bastante per concedere) il privilegio, prezioso e sottovalutato, di essere una qualunque.

Eccovi l’incipit. La più che encomiabile traduzione, per Bompiani, è di Sergio Claudio Perroni. Buona lettura e buon 2015 a tutti.

E giunse la Morte a perdifiato lungo il Boulevard nell’esangue luce color seppia. E giunse la Morte volando come in un cartone animato in sella a una massiccia e austera bici da postino. E giunse la Morte infallibile. La Morte inesorabile. La Morte che pedalava furiosamente. La Morte con dentro al solido cesto di vimini ancorato al sellino un pacco con la scritta CORRIERE ESPRESSO MANEGGIARE CON CURA. E giunse la Morte manovrando sapientemente la bici sgraziata in mezzo al traffico all’incrocio tra Wilshire e La Brea dove, per via dei lavori in corso, due corsie della Wilshire in direzione Ovest confluivano in una. Una Morte agilissima! Una Morte che faceva marameo agli attempati pestatori di clacson.

Un grande scrittore travestito da regista

Woody Alle, Saperla lunga, Bompiani
Woody Allen, Saperla lunga, Bompiani

1969. Woody Allen debutta al cinema con Prendi i soldi scappa (anche se in realtà il primo lungometraggio, Che fai, rubi?, di cui firma sceneggiatura e regia, è del 1966), spassoso e genialoide finto documentario che racconta le tragicomiche avventure di Virgil Starkwell, ladruncolo fallito capace solo di combinare pasticci. È l’inizio di una sensazionale carriera, segnata, certo, da alti e bassi come qualsiasi altra carriera, ma comunque splendida, inimitabile per molti aspetti; di più, “il curriculum cinematografico” di Allen è talmente ricco e affascinante da aver oscurato i numerosi altri talenti artistici del cineasta, primo fra tutti quello di scrittore (comico, o meglio umoristico, s’intende). Già dal suo primo lavoro (il folgorante Saperla lunga, pubblicato nel 1973), il lettore si accorge con gioia di trovarsi davanti a un maestro, a un autore talmente grande da potersi permettere di scherzare con la scrittura rispettandone in pieno (e addirittura esaltandole) regole, stile, peculiarità di genere, capacità di avvincere, conquistare, emozionare, e naturalmente divertire. 

Coltissimo conoscitore d’uomini, osservatore attento della realtà delle cose, spirito critico finissimo, Woody Allen traduce in irresistibili toni surreali la “folle normalità” dell’esistenza quotidiana; costruisce racconti brevi che sono altrettante istantanee di vita, si prende voluttuosamente gioco di tutto, specie degli argomenti più spinosi, più difficili, più lontani dall’idea stessa di parodia (la religione innanzitutto, da lui, ebreo, amata e odiata, la cultura “alta”, in primo luogo la filosofia, probabilmente letta, e compresa, da giovanissimo, ma mai digerita del tutto, il sesso, alfa e omega del suo percorso di uomo e artista – “provo un intenso desiderio di tornare nell’utero… Di chiunque”, recita una delle sue battute più belle – la morte, la tragedia incancellabile dello sterminio nazista), procedendo, senza logica apparente, dall’elaborazione di personali diari di memorie alle torride atmosfere hard boiled, da corrispondenze epistolari (memorabile quella del racconto intitolato “Il carteggio epistolare Gossage-Vardebiadan”, centrato su un’assurda partita a scacchi), fino al suo amore più grande, la sceneggiatura (in “La morte bussa”). Senza sforzo apparente, Allen scatena risate a non finire; nel suo mondo alla rovescia, nel quale il “principio di realtà” non è l’impossibile, ma semplicemente il contrario, l’esatto opposto di quel che normalmente accade (un po’ come se il mondo, e con lui ognuno di noi, si guardasse allo specchio e osservasse il proprio riflesso prendere vita), l’eccezione si fa regola e causa un dolce effetto di straniamento, di rassicurante leggerezza (perché com’è possibile avere paura di una realtà in cui perfino il Terzo Reich somiglia a una barzelletta?), che quasi per legge fisica muove a un’aperta, franca ilarità. Come scrive Umberto Eco nella prefazione all’edizione italiana del libro (Bompiani): “La sua comicità nasce sempre da una situazione normale rovesciata. Questo è il meccanismo più semplice, tanto che gli amici lo hanno soprannominato Allen Woody: ‘Portavo sempre una pallottola nel taschino all’altezza del cuore. Un giorno qualcuno mi ha tirato contro una Bibbia e la pallottola mi ha salvato la vita… Io e mia moglie non riuscivamo a tirare avanti così e allora ci siam detti: o facciamo una vacanza insieme o divorziamo; poi abbiamo deciso che un viaggio alle Bermude finisce in quindici giorni mentre un divorzio è una cosa che ti dura tutta la vita’. Talora invece il meccanismo è dato dall’inserzione violenta, nel corso di un discorso elevato, di elementi quotidiani, altrettanto veri e plausibili. Ecco Woody Allen che discute di metafisica: ‘Cosa conosciamo? Cioè cosa siamo sicuri di conoscere, o sicuri che conosciamo di aver conosciuto, se pure è conoscibile? Possiamo conoscere l’universo? Mio Dio, è già così difficile non perdersi in Chinatown…’. Oppure: ‘Il punto pertanto è: esiste qualcosa fuori di noi? E perché? E devono proprio fare tutto quel rumore?’”.  

Saperla lunga è un gran bel libro, scritto da un uomo di immenso talento, che regala autentiche perle di humour. Leggerlo è un piacere, un limpido godimento intellettuale: raffinato come il migliore dei vini, come il cioccolato più puro, come un frutto consumato fuori stagione. Leggerlo è farsi un regalo, volersi bene. Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Ero seduto nel mio ufficio a pulire la mia calibro trentotto e mi stavo chiedendo quale sarebbe stato il prossimo caso. Mi piace fare l’investigatore privato e, anche se di tanto in tanto qualcuno mi massaggia le gengive con un crick, il dolce profumo dei bigliettoni verdi mi convince che ne vale la pena. Per non dire poi delle pupe, una mia esigenza accessoria che antepongo solo al respirare. Questo è il motivo per cui, quando la porta del mio ufficio si spalancò per lasciar passare Heather Butkiss, una bionda dai lunghi capelli che entrò a lunghi passi dicendo di essere una modella per nudi a cui serviva il mio aiuto, le mie ghiandole salivari ingranarono la quarta. Ella indossava una minigonna ed un golfino aderente e il suo corpo descriveva una tale serie di parabole che avrebbe fatto venire l’infarto a un bue tibetano. 
“Cosa posso fare per voi, dolcezza?”. 
“Voglio che troviate qualcuno per mio conto”. 
“Una persona smarrita? Avete chiesto alla Polizia?”. 
“Non esattamente, Mr Lupowitz”. 
“Chiamatemi Kaiser, dolcezza. Va bene, allora chi è il tizio?”. 
“Dio”.

E nell’uomo finì per riflettersi il mostro…

Mary Shelley, Frankenstein, Mondadori
Mary Shelley, Frankenstein, Mondadori

Una favola gotica, un racconto dell’orrore, un apologo amaro e crepuscolare sulla superbia dell’intelletto umano, sulla sua pretesa di violare, per mezzo del grimaldello delle scoperte scientifiche, i limiti imposti dalla natura e dalle sue leggi, fino ad arrivare al di là dell’immaginabile, alla vittoria sulla morte. Frankenstein, di Mary Shelley, nato quasi per gioco in una notte di pioggia del 1816 in una villa sul lago di Ginevra, è tra le opere che più hanno colpito l’immaginario collettivo (in gran parte per merito di teatro e cinema, che hanno trovato in questa storia una fonte di ispirazione pressoché inesauribile).

Il mostruoso essere cui il dottor Victor Frankenstein riesce a dare vita, e che immediatamente provoca in lui repulsione, disgusto, perfino un’ombra di rimorso (destinata a crescere a dismisura) per aver osato “sedere alla destra di Dio” e divenir creatore, è divenuto archetipo di ogni disordine, di ogni possibile deviazione; il suo terrificante aspetto, che muove al ribrezzo e alla paura, rende questo povero essere senza colpa, strappato all’oblio eterno da un delirante sogno di onnipotenza e di bellezza, una tragica maschera del male, ma a lui Shelley offre il conforto di una commovente misericordia, di una nobilissima pietà.
La vicenda, infatti, viene narrata attraverso tre differenti punti di vista: si parte con le lettere che l’esploratore Robert Walton invia alla sorella, si prosegue con il racconto del dottor Frankenstein, ritrovato proprio da Walton più morto che vivo nella desolazione del Mar Glaciale Artico e ospitato e rifocillato sulla sua nave, e poi si giunge – in un crescendo che al dramma mescola, con ammirevole virtuosismo e sincera partecipazione, lo straziante dolore dello scienziato, artefice della propria tragedia e della terribile sorte toccata ai suoi affetti più cari, e l’infinita desolazione del mostro – all’esperienza della creatura rievocata in prima persona. Un essere perduto fin dal suo primo respiro, costretto ad aprire gli occhi alla vita solo per ricevere il disprezzo del mondo, per essere investito dal suo odio feroce, per sperimentarne gli istinti più bassi e vili. Obbligato a vivere di nuovo solo per desiderare la morte con tutte le sue forze; con la medesima sensibilità di un uomo, e con la sua stessa inconsolabile sofferenza.
Racconto di eccezionale potenza espressiva, Frankenstein è un purissimo gioiello letterario. Leggetelo, non lo dimenticherete più.
Adesso lascio la parola all’autrice e ai suoi protagonisti. Prima Walton, poi Victor Frankenstein e infine la creatura. Buona lettura.
Alla signora Saville, Inghilterra
                                                                                             Pietroburgo, 11 dicembre 17—
Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro una fiducia crescente verso quanto ho intrapreso.
Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settembre che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento? Questa brezza, che arriva dalle regioni verso cui sto andando, mi dà un assaggio di quei climi ghiacciati. Incoraggiati da questo vento pieno di promesse, i miei sogni ad occhi aperti diventano più vividi e appassionati. Cerco invano di convincermi che il polo è il regno del gelo e della desolazione: alla mia fantasia si presenta sempre come una regione piena di bellezza e di delizia.
Sono d’origine ginevrina, e la mia famiglia è una delle più illustri di quella repubblica. I miei antenati sono stati per molti anni consiglieri e magistrati, e mio padre ha ricoperto diverse cariche con onore e stima di tutti. Era rispettato da quanti lo conoscevano per la sua integrità e la cura instancabile negli affari pubblici. Aveva trascorso gli anni giovanili perennemente impegnato nelle questioni del suo paese; una serie di circostanze gli aveva impedito di sposarsi prima, e fu solo sul declinare della vita che divenne marito e padre di famiglia.
«È con notevole difficoltà che ricordo la prima epoca della mia esistenza: tutti gli avvenimenti di quel periodo mi appaiono confusi e indistinti. Una strana molteplicità di sensazioni si impossessò di me, e io vidi, sentii, percepii suoni e odori tutto in una volta; e ci volle in verità molto tempo prima che imparassi a distinguere tra le funzioni dei vari sensi. Gradualmente, ricordo, una luce più forte mi stimolò i nervi, così fui costretto a chiudere gli occhi. L’oscurità scese allora su di me e mi spaventò; ma avevo appena avuto questa sensazione, che riaprii gli occhi (come ora capisco) e la luce vi entrò di nuovo a fiotti. Mi misi a camminare e, credo, scesi le scale; ma a un certo punto vi fu una notevole alterazione nelle mie sensazioni. Prima ero circondato da corpi scuri e opachi, impenetrabili al tatto e alla vista; ma ora mi accorsi che potevo muovermi liberamente, senza incontrare ostacoli che non potessi o superare o evitare. La luce divenne sempre più opprimente e, poiché a camminare il caldo mi stancava, cercai un posto che mi potesse dare un po’ d’ombra. Si trattava della foresta vicino a Ingolstadt; e qui mi sdraiai presso un ruscello per riposarmi dalla fatica, finché non mi sentii tormentato dalla fame e dalla sete. Ciò mi risvegliò dal mio stato di torpore, e mangiai delle bacche che crescevano sugli alberi o per terra, e placai la mia sete al ruscello; infine sdraiandomi, fui sopraffatto dal sonno.
Era buio quando mi svegliai; avevo freddo ed ero anche istintivamente un po’ spaventato a trovarmi così solo. Prima di andarmene dal tuo appartamento, sentendo freddo mi ero coperto con degli abiti, ma insufficienti a ripararmi dalla brina notturna. Ero un povero e infelice derelitto; non sapevo e non capivo niente, ma sentendomi invadere dalla pena mi sedetti e piansi».