La composta perfezione di un arazzo

Recensione di “Il libro dei bambini” di A.S. Byatt

A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Cosa potrebbe succedere se si decidesse di forzare qualcosa che, pur essendo inevitabile, giunge senza preavviso? Quali conseguenze può scatenare una sfida lanciata al destino, al caso, alla vita? Quale misterioso peccato si commette nel momento in cui si decide che la bellezza, che prima o poi dovrà comunque attraversare la strada della nostra esistenza, può essere addomesticata, resa mansueta, e condotta obbediente fino alla porta di casa? È forse tracotanza fabbricare le corde che cattureranno lo spirito errabondo della felicità? E se anche fosse così, se anche si trattasse di smisurato orgoglio, se anelare all’assoluto significasse voler prendere il posto di Dio, non sono forse immagine e somiglianza di Dio le creature umane? Non sono, esse, uno dei suoi innumerevoli specchi? Di una felicità costruita ad arte e attraverso l’arte alimentata, di un sogno ininterrotto e vigile fatto di parole, di racconti, di libri, di invenzioni, di sussulti di menti geniali che con identico ardore hanno spiccato balzi verso il Paradiso e si sono lasciati scivolare nei più cupi e atroci abissi infernali, racconta in un romanzo indimenticabile, per il quale non è esagerato usare l’impegnativo termine di capolavoro, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt, autrice del magnifico e lacerante Il libro dei bambini. Continua a leggere La composta perfezione di un arazzo

L’impossibile riforma di uomini, cose, istituzioni e costumi

Recensione di “Il Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori
Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori

La leggerezza di uomo fatto interamente di fumo riflette il miracolo creativo dell’immaginazione, simboleggia la libertà pura del pensiero, richiama quella felice anarchia dell’intelletto che, come un folletto dispettoso, apre le porte della realtà al colorato disordine del fantastico; l’esistere al limite dell’inconsistenza di un uomo composto soltanto di fumo è la dolce eco di una fantasia inesauribile e travolgente, assetata d’inaspettato e capace di dar vita ai mondi in cui desidera abitare, di popolare terre sconosciute, di ridisegnare il vero. La delicata assurdità, la follia gentile di un uomo che è semplicemente fumo è insieme un’artistica dichiarazione d’intenti e uno sfumato (ma non per questo opaco) “manifesto” politico, è la raffinatezza giocosa di un “romanzo futurista”, di pagine studiatamente stralunate da cui emerge, limpida, una “metafisica” dell’imperfezione, una “teoria universale” dell’ingiustizia. L’uomo di fumo, la buffa, “impossibile” creatura di nome Perelà, è il protagonista di un’opera originalissima e felice intitolata Il Codice di Perelà, sorta di novella sperimentale, o se si vuole di ardito antiromanzo, pubblicato nel 1911 dallo scrittore, poeta e giornalista Aldo Palazzeschi. In una prosa quasi sognante, che fa pensare alla grazia innocente delle favole, l’autore racconta la parabola di un uomo di fumo che, dopo aver vissuto per ben trentatré anni nella cappa di un camino, alla morte delle tre donne che quel camino avevano fino ad allora alimentato (e dalle cui sillabe iniziali dei nomi, Pena, Rete e Lama, egli ricava il proprio: Perelà), lascia la propria casa per andare alla scoperta del mondo. Accolto dall’entusiastica curiosità delle persone che incontra, acclamato da cittadini comuni e autorità del paese in cui si ritrova al punto da venir designato come nuovo estensore del Codice Legislativo, Perelà appare come un dono della Provvidenza; il suo atteggiamento dimesso, il fanciullesco candore, la cortese disponibilità all’ascolto – che altro non sono se non l’espressione di un’alterità assoluta, di una essenziale diversità – dapprima gli guadagnano il favore del popolo ma ben presto gli si ritorcono contro; nel momento in cui, per emulare l’incorporea natura di Perelà e trasformarsi in una senziente nuvola di fumo, un uomo decide di darsi fuoco, la creatura diviene bersaglio di ogni sorta di accuse e additata, quale figura astuta e ingannatrice (nonché causa prima di dolore e afflizione), al disprezzo di ognuno: “La mia opinione dunque… la mia opinione dunque… la mia opinione è molto semplice, ed è questa precisamente: da un pezzo nella nostra terra non s’è fatto che seminare fumo, e ora la terra incomincia a fumare, mi sembra un fatto logico, naturale, naturalissimo. Se voi seminate nella terra chicchi di granoturco o di frumento, raccoglierete spighe di granoturco e di frumento, avete seminato fumo in abbondante quantità e raccogliete abbondante messe di fumo, non potete raccogliere fascine di legna. Deste un valore eccessivo a un fatto che non lo meritava, parve non ci fosse di meglio al mondo che il fumo, parve che con esso le più gravi questioni si potessero risolvere, non s’ebbe più che fumo davanti agli occhi, uomini e donne vestiti di quel colore, feste, balli, banchetti dati in suo onore, inni in sua lode, onore e lode di quale cosa, di che? […]. Voi lo avete innalzato? E voi lo riabbassate al giusto livello. Ma molto in giù […] fino in fondo. Gli avete affidato opere gravissime senza valutare quale sproposito formidabile stavate commettendo? E voi gliele togliete quelle opere, ma presto, subito, senza por tempo in mezzo. E soprattutto… allontanatelo dalla società, date retta a me, cercate il modo di farlo scomparire al più presto”.

La conservazione dello status quo, l’allontanamento, non importa quanto brusco, quanto violento, di qualsiasi elemento perturbatore dell’equilibrio sociale, pur se narrato ancora con un tono a metà tra lo stupito e l’ironico, denso d’istintiva meraviglia e dunque in perfetta continuità stilistica con quell’atmosfera fiabesca che caratterizza l’intero romanzo, àncora l’avventura di Perelà a un ben precisa dimensione e contribuisce a inquadrare ogni accadimento (quel che è già avvenuto come ciò che ancora deve succedere) in una prospettiva politica e umana che senza fatica riconosciamo come nostra. Così l’invenzione si fa apologo, il sogno utopia e il suo tragico fallimento specchio di un eterno presente cui tutti apparteniamo. Come sovrani, e in pari tempo come sudditi.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe.. Re.. La…
– Voi sareste un uomo, per caso?
No. Io sono una povera vecchia, un uomo per caso sarete voi.
È vero, è vero, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
– Voi che cosa siete?
– Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero… e voi siete una povera vecchia, lo so, come
Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie. Sapreste dirmi se ciò che si vede in fondo a questa via è la città?
– Sì
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Il demone e il filosofo

 

Nikolaj Gogol, Il Vij, Sellerio Editore
Nikolaj Gogol, Il Vij, Sellerio Editore

Una prosa al crocevia tra tradizione popolare e mito, un linguaggio composito, che della prima ha l’asciutta essenzialità, il pratico insegnamento morale e l’elogio della scaltrezza, considerata come una delle forme più alte di saggezza, e della seconda la lussureggiante ricchezza dell’invenzione, la tensione della sorpresa, l’insinuante attrattività della paura, la suggestione del sogno e il dolce canto ipnotico della fantasia. Un cammino letterario di splendida originalità e di leggerezza inviolabile, un sussurro di bellezza e di terrore racchiuso in una manciata di pagine, un intreccio di emozioni confinato in un perimetro narrativo di dialoghi serrati e dettagliatissimi quadri d’ambiente. Tutto questo attende il lettore che si accinge ad affrontare Il Vij di Nikolaj Gogol, un racconto tanto breve quanto intenso, che ruota attorno a una figura fantastica, primo nutrimento di ogni genere di storie, quella del Vij, creatura inafferrabile a metà tra spirito, demone e aberrazione di natura (il Vij, nell’immaginario collettivo del popolo russo, è il re degli gnomi, e a caratterizzarlo sono in special modo gli occhi, le cui palpebre arrivano fino a terra), e al suo contraltare umano, il filosofo Chomà Brut, sintesi di un’umanità piena e imperfetta, sordida e ingenua, e più di ogni altra cosa semplice. Il filosofo Brut, scrive Gogol, “era d’indole allegra, gli piaceva molto star coricato e fumare la pipa; se poi beveva, non mancava di far venire dei musicanti e di ballare il tropàk. Egli assaggiava sovente lo staffile di cuoio, dicendo, con indifferenza assolutamente filosofica, che da quel che deve succedere non c’è scampo”. Solare espressione dell’energia della vita, della primordiale bontà del mondo che quotidianamente sperimentiamo, o quantomeno del suo sostanziale equilibrio, Chomà Brut affronta, nell’evolversi del racconto, il rovescio della medaglia di tutto che egli rappresenta (e per cui l’autore parteggia, senza tuttavia mai commettere l’errore di lasciarsi vincere dalla sua partigianeria e dunque evitando di compromettere la fragile perfezione della sua opera); l’oscurità, reale o immaginaria, del pentimento, del rimorso, della vigliaccheria, qualsiasi cosa che ci impedisca di essere noi stessi, e di esserlo a dispetto di quel che gli altri si aspettano da noi, il glaciale richiamo della morte, il lento consumarsi nella soffocante spirale del dolore.

In un’ideale scacchiera che alterna gelidi labirinti boschivi alla disadorna solitudine di stanze sigillate in un inutile sforzo di protezione, si consuma la lotta tra il filosofo e una vecchia strega, una battaglia che investe tanto il piano fisico quanto quello spirituale e dove alle prove di forza seguono gli scongiuri, le preghiere, gli esorcismi, finché la megera non rivela il suo vero volto e quello che sembra essere il trionfo del filosofo (e della vita) non muta, nel corso di una drammatica notte, nel suo contrario e poi, in un fragoroso, inarrestabile franare di tragici eventi, nella dissoluzione di ogni cosa, con il Vij, chiamato in soccorso dalle entità del male, che, ebbro della vittoria ottenuta sull’uomo e sulla chiesa che lo ospitava, non si accorge dell’approssimarsi della propria fine. “Il sacerdote che entrò si arrestò alla vista di una tale profanazione del santuario di Dio e non osò celebrare la messa funebre in un simile luogo. E così la chiesa rimase per sempre coi mostri aggrovigliati nelle porte e nelle finestre, si ricoprì di una selva di radici, d’erbacce, di pruni selvatici, e ora più nessuno potrà ritrovare la strada per giungervi”. 

Storia d’avventura, di terrore, di fantasia, racconto buono per ogni stagione, da narrare accanto al fuoco o nell’accogliente calore di un letto; memoria condivisa da donare come un’eredità alle generazioni che verranno, lascito testamentario di una comunità; impeccabile e vanitoso esercizio di stile di uno scrittore di assoluto, inconfondibile talento. La natura di questo piccolo gioiello letterario è multiforme, proprio come il suo “eroe”. Del resto, non è la comprensione del Vij quel che conta; la sola cosa importante è il nostro incontro con lui, e ciò che, grazie a Gogol, questo misterioso essere riesce a trasmetterci.
Eccovi l’incipit. La traduzione, per Sellerio Editore, è di Michele Vranianin. Buona lettura.
Non appena rintoccava in Kiev di mattina la campana abbastanza squillante che pendeva al portone del monastero dei Fratelli, ecco che da tutta la città accorrevano a frotte gli scolari e i bursaki. I grammatici, i retori, i filosofi e i teologi, con i quaderni sotto l’ascella, si trascinavano in classe. I grammatici erano ancora piccolini: camminando si davano degli spintoni e leticavano fra loro con la voce più acuta di soprano; quasi tutti avevano indosso abiti sbrindellati e sudici, e le tasche loro erano eternamente piene di ogni sorta di cianfrusaglie, come: aliossi, fischietti fatti con piccole penne, avanzi di focaccia, e talora persino qualche usignoletto, che mettendosi improvvisamente a gorgheggiare in mezzo all’insolito silenzio della classe, procurava al suo padrone i debiti colpi di bacchetta su entrambe le mani, e qualche volta anche le verghe di ciliegio

Giles, il Don Chisciotte che sconfisse il drago

 

J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani
J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani

Una terra che ha il nome fanciullesco e fantastico di Piccolo Regno, un protagonista, che non è altro che un umile contadino eppure si chiama come il più nobile dei nobili, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo (“perché in quell’epoca, molto tempo fa […] le persone erano dotate di nomi altisonanti”), una prosa gentile, colma di grazia, di misura, piacevole e rassicurante come una carezza e nello stesso tempo carica di suggestione e mistero come un innocuo segreto sussurrato all’orecchio di un bambino. E infine il soffio garbato e irresistibilmente dispettoso dell’ironia, della burla, dispensata come un omaggio sincero, di più, come una dichiarazione d’amore a un genere letterario che ha nella creatività, nell’invenzione, nella libertà sconfinata della fantasia, del desiderio e del sogno la propria prima ragion d’essere: il fantasy. Tutto questo è Il cacciatore di draghi di J.R.R. Tolkien, breve e delizioso racconto scritto e pubblicato nel 1949 (e da noi tradotto solo nel 1975). Non manca nulla, nel mondo disegnato dal grande scrittore britannico; ci sono giganti, cani parlanti, re, cavalieri (l’uno e gli altri, spogliati di ogni eroismo, sono il principale bersaglio della satira dell’autore, che si diverte a rappresentarli avidi, meschini, in qualche misura “bestiali”, supini all’arbitrio degli istinti), e naturalmente un drago, Chrysophylax Dives, astuto, immensamente ricco e soprattutto non molto coraggioso. Su questo affollato palcoscenico, tuttavia, nessuno di essi spicca, perché la storia non ha che un unico eroe, Aegidius, o meglio Giles, l’agricoltore dalla barba rossa. Narrando delle sue gesta (compiute più per caso che per reale volontà, quasi l’uomo fosse una sorte di antenato di Don Chisciotte, solo dotato di un po’ più di consapevolezza) Tolkien riduce a semplici comparse tutti gli altri attori trasformando le loro decisioni in altrettante occasioni di distinzione per Giles. Così, è con un sorriso compiaciuto, soddisfatto, sazio, che il lettore gode, assieme a Gilles, dei suoi successi; è in compagnia dell’agricoltore che assapora la gratitudine che interi villaggi gli tributano per essere stato capace di far fuggire il gigante che si era spinto fino a quelle terre – gli aveva sparato con il suo fucile, il suo “trombone”, e il colosso, pensando di essere stato punto da un insetto particolarmente fastidioso, si era deciso a tornare sui suoi passi, lasciandosi alle spalle una regione “così insalubre” – e gusta le libagioni che gli vengono riservate (“bevve gratis tanta birra da farvi galleggiare una barca; ciò a dire che ne ebbe quasi a sazietà, e tornò a casa cantando vecchi canti eroici”). Né l’atmosfera muta quando a un avversario se ne sostituisce un altro; Giles, infatti, con la medesima, fortunata noncuranza riservata al gigante affronta Chrysophylax Dives, e riesce ad averne ragione soltanto grazie alla sua spada, Mordicoda, una lama magica che si anima da sé ed esce dal proprio fodero ogni volta che un drago si trova nelle vicinanze.  

In un carosello di equivoci, scherzi e buffi incidenti, dunque, Giles si trasforma per la seconda volta in eroe, ma questi panni trova comunque il modo di meritarli (e di nuovo viene da pensare alla saggezza di Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, che, chiamato a dirimere una difficile controversia, risolve la questione con intelligenza e acume) quando rifiuta di consegnare al re il tesoro del drago e, aiutato proprio dall’animale, divenuto suo servitore, ne respinge gli armigeri. “Alla fine”, scrive Tolkien prendendo in prestito dal registro fiabesco (in fondo, tutta la sua avventura profuma di fiaba) il classico e vissero tutti felici e contenti, “Giles divenne Re, naturalmente: Re del Piccolo Regno. Venne incoronato a Ham col nome di Aegidius Draconarius; ma era più spesso noto come il Vecchio Giles del Serpente […]. Così Giles divenne infine vecchio e venerabile, e aveva una barba bianca lunga fino alle ginocchia, e una Corte molto rispettabile (nella quale i meriti venivano spesso premiati), e un ordine di cavalieri completamente nuovo […]. Bisogna ammettere che Giles dovette la sua ascesa in larga misura alla fortuna, anche se dimostrò una certa intelligenza nell’usarla. Fortuna e astuzia lo accompagnarono fino alla fine dei suoi giorni, con grande beneficio dei suoi amici e dei suoi vicini”. 

Eccovi l’incipit del racconto (la traduzione, edizione Bompiani, è di Isabella Murro, le illustrazioni che impreziosiscono il testo sono di Pauline Diana Baynes). Buona lettura.
Della storia del Piccolo Regno sono rimasti pochi frammenti, ma il caso ha voluto che un resoconto delle sue origini sia stato preservato:  una leggenda, forse, più che un resoconto, poiché è evidente che si tratta di una compilazione tarda, piena di cose straordinarie, tratte non da cronache fondate ma da ballate popolari alle quali l’autore fa spesso riferimento. Gli avvenimenti che registra appartengono già ad un passato a lui lontano; ciononostante pare che lui stesso abbia vissuto nelle terre del Piccolo Regno. Infatti le conoscenze geografiche che dimostra di avere (e non sono certo il suo forte) si riferiscono proprio a quel paese, mentre delle altre regioni a nord e a est, dimostra una totale ignoranza.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

Nel regno delle favole, dove dimora il giusto

 

Nell’ordinato mondo delle favole, dove esiste un equilibrio sostanziale e il bene e la virtù hanno il proprio premio e il male la necessaria punizione, è come se tutto quanto tornasse a respirare, le persone come le cose. È come se davvero esistesse un senso, se le logiche spesso folli (e ancor più frequentemente disumane) che ci imprigionano, venissero considerate per quel che sono davvero e messe da parte, in qualche modo sconfitte dalla semplicità, irriducibile e insuperabile, dell’esistere. Così, nelle favole – a torto considerate racconti a misura di fanciullo, storielle ricche solo d’ingenuità e buoni sentimenti – accade che si possa essere quasi felici anche in povertà, che non ci si debba rimproverare di avere una laurea in filosofia, malgrado oggi a nessuno interessi la filosofia e sia quasi impossibile trovare lavoro fidando solo su quel che hanno detto e scritto persone morte ormai da secoli, e che la lealtà, il coraggio, l’amore degli animali siano identici ai sentimenti provati dai migliori tra gli uomini, e alla fine, malgrado ostacoli e difficoltà, trionfino. Di tutto questo narra con commovente dolcezza Melania G. Mazzucco in Il bassotto e la Regina, apologo lieve e struggente che guarda la realtà d’oggi attraverso una particolare e felicissima chiave interpretativa: quella dell’innocenza fiabesca. La scrittrice italiana ambienta ai giorni nostri una vicenda bellissima e oscura, che prende le mosse dal crudele commercio illegale degli animali. In una città qualsiasi (che può essere qualsiasi città), un giovane rabbioso, infelice, cresciuto in mezzo agli stenti e capace di pensare soltanto al proprio personale profitto, gestisce un traffico assai redditizio: importa di contrabbando rari esemplari di animali – serpenti a sonagli, scimmie, iguane, perfino tartarughe leopardo – e li rivende a uomini privi di scrupoli quanto lui. Nasconde le bestie nella cantina di un palazzo finché non trova, per ciascun animale, il giusto acquirente; poi ricomincia. Una notte in quella cantina finisce anche Regina, splendida femmina di levriero afghano, e di lei si innamora perdutamente il bassotto Platone, innocuo cane da salotto di proprietà di Yuri, squattrinato studente di filosofia. Platone, “muso a punta, zampe corte e coda a pennello, folte sopracciglia sugli occhi neri e un mantello di pelo duro a spazzolargli la schiena”, non è che un piccolo e tenero animale; è abituato al tranquillo affetto del suo padrone, alla languida comodità di casa, e non immagina che al mondo possa esistere gente tanto malvagia da imprigionare degli animali e costringerli, a rischio della vita, a viaggiare chiusi un scatole di cartone da un capo all’altro del mondo solo per poterne fare merce di scambio, eppure, con immenso dolore, scopre che a Regina, così come a tutti gli altri animali segregati nello scantinato, è successo proprio questo. Sconvolto, ma soprattutto conquistato dalla bellezza senza pari di Regina, egli tenta in modo di aiutarla; dapprima cerca di alleviare la sua condizione raccontandole storie e cantandole canzoni, specie la sua preferita, la Ballata di Laika, il cane astronauta che diventò una stella, poi, quando capisce che Regina sta per essere venduta e si rende conto che non la vedrà più, in un disperato gesto di coraggio e d’amore, si lancia dal balcone di casa.
Molte altre cose accadono da quel momento – nella vita di Platone come in quella della Regina e poi di Yuri, del giovane cattivo, della tartaruga leopardo, troppo vecchia per avere dei compratori, troppo intelligente per non sapere fino a che punto può spingersi la cattiveria degli uomini e nello stesso tempo troppo saggia per non comprendere che la morte non è che un passaggio, un ponte da attraversare per raggiungere altri luoghi – e l’autrice, che lascia il racconto a un pappagallo in grado di parlare tutte le lingue del mondo, le descrive con animata passione e vivo coinvolgimento, senza ritrarsi di fronte alla violenza e all’abiezione (perché questa è una favola, certo, ma non una finzione), ma anche senza mai abbandonare quell’attrazione etica verso il dover essere che caratterizza le storie “a lieto fine”.
Il bassotto e la Regina è un omaggio limpido e nostalgico a una dimenticata purezza di sentimenti; è una storia garbata e autentica, che tocca tanto i registri sussurrati della fiaba quanto quelli disturbanti del dramma; la grande capacità di narrare della Mazzucco e il suo fascinoso equilibrio espressivo rendono questo libro (un centinaio di pagine di eccezionale intensità) adatto a tutti i lettori; ai giovani e ai giovanissimi, che nell’immediatezza descrittiva del pappagallo ritrovano intatta la palpitante l’essenzialità della loro incompleta esperienza del mondo, come a coloro che sono già maturi e che dell’animo umana conoscono bene contraddizioni, abissi e magnificenze. Meritano una citazione le belle illustrazioni di Alessandro Sanna (a partire da quella di copertina), che contribuiscono a rendere questa storia ancor più preziosa.

P.S. Permettetemi di dedicare queste righe a mia figlia Virginia, di cinque anni, che a questo libro si è appassionata, e alla mia compagna Francesca, che ha scelto Il bassotto e la Regina espressamente per lei e sera dopo sera, proprio come si fa con le favole, glielo ha letto, raccontato, interpretato. Rendendo vera ogni parola, ogni pagina.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.

Vi voglio raccontare la storia di un mio amico. Aveva il muso a punta, le zampe corte e la coda a pennello. Folte sopracciglia sugli occhi neri e un mantello di pelo duro a foderargli la schiena. Era sempre spettinato, come se avesse preso un colpo di vento. Aveva la barba, anche se era molto giovane. Usciva di casa tre volte al giorno: al mattino presto, nel tardo pomeriggio e la sera prima di andare a dormire. Non sapeva che si può vivere in un altro modo. Era un cane da salotto. Quelli come lui sono nati per fare compagnia agli uomini, come i peluche ai bambini. Hanno paura di restare soli, del buio e della notte. Tutto il resto del tempo lo passava scorrazzando per l’appartamento, seduto dietro la porta ad aspettare che il suo padrone rientrasse, oppure affacciato alla ringhiera del balcone, a guardare giù in strada. Guardava il semaforo, la vetrina del ristorante cinese, il chiosco dei giornali, i piccioni che becchettavano le briciole sul marciapiede e il gatto del macellaio, che presidiava la soglia del negozio.

Florandia, umbratile giardino del reale

Un racconto lungo, Fiori ciechi, che dà il titolo al libro, seguito da una storia più breve, Probobacter, segna l’esordio letterario di Maria Antonietta Pinna. Prima di parlare del suo scritto, tuttavia, è necessaria una premessa. Non conosco personalmente l’autrice, è uno dei “contatti” del mio profilo Facebook (così come io, per inevitabile reciprocità, sono uno dei suoi, e mi scuso se quel che dico può sembrare freddo, o peggio sgarbato; non intendo prendere le distanze dal mio resoconto, solo limitarmi a raccontare i fatti per come si sono svolti); tutto quello che so di lei è che le piace moltissimo leggere, scrivere, che ha visitato questo blog e che ne ha una buona opinione. Credo sia per questo motivo che qualche settimana fa, a ridosso della pubblicazione del suo lavoro, mi ha scritto chiedendomi la disponibilità a leggerlo, ed eventualmente a parlarne. Le ho risposto che mi faceva piacere avesse pensato a me, o anche a me, come possibile “recensore” (termine che non amo, preferisco considerarmi un appassionato che cerca di condividere l’amore per le “belle lettere”), che avrei senz’altro letto il libro – l’editore, Annulli, con diligente sollecitudine me lo ha fatto avere nel giro di qualche giorno – ma che non potevo garantirle che l’avrei fatto subito, e soprattutto ho messo in chiaro una cosa, la più importante: Fiori ciechi, proprio come tutti gli altri libri presenti sul blog, avrebbe avuto un suo spazio solo se l’avessi trovato interessante, coinvolgente, piacevole, sorprendente; in una parola, valido. Maria Antonietta si è detta completamente d’accordo; non cercava visibilità gratuita, pretendeva (mi è parso da se stessa prima che dagli altri) che il suo libro meritasse ogni spazio che riusciva a guadagnarsi, che convincesse. Per una fortunata circostanza ho avuto modo di leggerlo prima del previsto, e ne sono rimasto favorevolmente colpito. Maria Antonietta Pinna racconta con entusiasmo; la sua scrittura è viva, nervosa, eccitata, scorre fluida per immagini e nel suo procedere acquista spessore fin quasi a farsi oggetto. È materia duttile al servizio della fervida fantasia e della capacità immaginativa dell’autrice, e Maria Antonietta Pinna si diverte a plasmarla per dare vita a un’opera “volatile” e instabile come un composto alchemico.

Pur facendo attenzione a costruire una storia, infatti, la giovane scrittrice sassarese evita di renderla riconoscibile, di darle un’identità precisa. Fiori ciechi, avventura d’amore e di guerra, di speranza e dolore ambientata nel regno fantastico di Florandia, è insieme metafora della nostra realtà (e qui, forse, si registra il limite maggiore di Maria Antonietta Pinna, che in più di un’occasione sceglie di sacrificare la notevole ricchezza stilistica della sua prosa con netti richiami alla nostra non felice attualità, lasciandosi andare a denunce rabbiose, senz’altro condivisibili ma purtroppo fuori contesto – “Mangiamo e beviamo finché possiamo mangiare e bere, e riempiamoci le tasche, arraffiamo quel che vogliamo!” sbraita il capopopolo dei garofani rossi alla vigilia di una guerra d’espansione scatenata esclusivamente per motivi d’interesse), agile racconto fiabesco che con misura ed equilibrio trascolora dai toni sognanti di una storia per bambini alle atmosfere inquietanti di una favola nera, ed espediente narrativo che d’improvviso scatta, cancella il mondo vegetale, i suoi splendori e le sue vergogne e lo ricompone sul palcoscenico di un teatro, riducendolo a squallida rappresentazione di un pugno d’attori ridicolmente vestiti di petali e gambi. Ma ecco che lo scenario muta di nuovo e Florandia diviene meta di un viaggio allucinante – di asimoviana memoria scrive l’autrice, citando uno dei grandi classici della letteratura fantascientifica – all’interno di un corpo umano, un viaggio alla ricerca della sola cosa che conti veramente: un’idea.
Fiori ciechi è un’ottima opera prima (anche il racconto che chiude il volume, Probobacter, è riuscito: l’autrice guarda a uno dei tanti problemi endemici del nostro Paese, quello dell’emergenza rifiuti, e costruisce un apologo beffardo e impietoso sul rapporto uomo-natura), brillante, incisiva, indovinata nel disegno dei caratteri ed efficace nell’ambientazione. Non è cosa da poco, specie per un esordio.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
«Nonno Petalo, racconta».
«La fine del mondo. Silenzio denso, palpabile, muto come un mafioso. Non c’è vento. Rais, il Sole, è scomparso nelle limpidità profonde della salsa acqua marina. Gli uccelli non cantano più. Non esistono. Nessun rumore di anima viva. Completa assenza. Vuoto, padrone dello spazio. Vertigine. Gli uomini e quasi tutti gli animali sono morti, fagocitati dal ventre stesso della terra. Quelli che restano sono come di gesso, pietrificati dagli eventi. Non riescono a esprimere alcun suono.

L’aria violacea crea un’atmosfera da incubo. Ghiaccio dappertutto. Un freddo terribile, pungente, che rompe le ossa. Peccato che non ci siano quasi più ossa da rompere, soltanto carambole di nuvole viola che si addensano nel cielo. Minacciose, tragiche e irreali. Nessun occhio può vederle, semplicemente perché non ci sono occhi. Non ci sono neppure angeli o demoni come ci si sarebbe aspettati. Dio non si vede da nessuna parte e neppure fa sentire la sua voce. Gaia, la Terra, freme di soddisfazione per aver annientato la razza umana. Stanca dell’idiozia di quei ridicoli animali a due gambe, ha agito. Dapprima tremiti leggeri, insistenti sussulti. Poi si è aperta in due e ha inghiottito tutto, senza distinzione. Quindi si è richiusa, non senza provare dolore. Il sangue innocente degli animali è stato sacrificato, ma non c’era nient’altro da fare, purtroppo. Rais, terrorizzato, continua a nascondersi. Gaia, sua amante, lo chiama. Per giorni egli evita di farsi vedere. Ha paura. Consente a Frost, il ghiaccio, di mordere la terra. Lei non si sottrae al freddo abbraccio. Il Sole, pazzo di gelosia, rispunta, scaccia le nuvole e si fa grande nel cielo. Con tutta la forza di cui dispone cerca di combattere contro il rivale e di strappare la sua amante di sempre da quel freddo amplesso. Rosso di rabbia, scioglie Frost e scalda la terra. Dai loro amori nasce un piccolo garofano».