Il problema, insolubile e irrinunciabile, dell’infinito

Maurice Merleau-Ponty, L'occhio e lo spirito, SE
Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, SE

“La scienza manipola le cose e rinuncia ad abitarle […]. Essa è, ed è sempre stata, quel pensiero mirabilmente attivo, ingegnoso, disinvolto, quel partito preso di trattare ogni essere come «oggetto in generale», cioè come se non fosse niente per noi e tuttavia si trovasse predestinato ai nostri artifici. Ma la scienza classica conserva il senso di opacità del mondo, ed era il mondo che intendeva raggiungere con le sue costruzioni”. Così scrive nella sua ultima opera – L’occhio e lo spirito (1960) – il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, riprendendo fin dal principio del saggio, nella severa critica allo “scientismo” e alla sua pretesa oggettività, la sua battaglia contro un pensiero che, rinunciando all’imprescindibile categoria (filosofica, emotiva, ma soprattutto fattuale, reale, concreta) del sé, dell’io, si priva dell’unico fondamento su cui poggia la nostra possibilità di conoscere ciò che è esatto, ciò che è bello e ciò che è buono. Infuenzato dalla lezione di Edmund Husserl e dalla radicalità della sua fenomenologia, sedotto dall’esistenzialismo (e in modo particolare da Sartre, dal quale però si allontanerà polemicamente), Merleau-Ponty, nell’ambito del pensiero novecentesco, è una voce originale e suggestiva. Il suo richiamo all’esperienza, alla conoscenza così come siamo soliti intenderla, la sua sottolineatura della centralità della dimensione della corporeità e più ancora di quella della percezione, considerata come una sorta di “atto primo” del sapere, sono parte di un’architettura teoretica affascinante; attenta, certo, a non perdersi in astrazioni sterili, a evitare gli azzardi della metafisica, ma altresì lontana da ogni semplificazione eccessiva, da ogni immediatezza, e curiosa di esplorare ogni aspetto dell’agire etico-estetico-razionale dell’uomo, dal linguaggio all’arte, quest’ultima studiata nelle sue più diverse forme, dal cinema, alla letteratura, alla pittura. Ed è proprio alla pittura che Merleau-Ponty dedica L’occhio e lo spirito, interrogandola, come scrive Claude Lefort nella postfazione all’edizione italiana pubblicata da SE (collana Piccola Enciclopedia), “quasi fosse la prima volta […]. Egli cerca, una volta di più, le parole dell’inizio, parole, per esempio, capaci di definire ciò che costituisce il miracolo del corpo umano, il suo inesplicabile prender vita, non appena avviato il muto colloquio con gli altri, il mondo e se stesso – e anche la fragilità di tale miracolo”.

In questa indagine “archeologica”, rinnovata, che dalla fenomenologia trae la forza (teorica e programmatica) di spingersi fin dentro il cuore del proprio oggetto di studio, Merleau-Ponty prende le mosse da noi, dal nostro “esserci”, per giungere a ciò di questo “esserci” è manifestazione. Egli cita Cézanne – “La natura è all’interno” – per spiegare come quel che consideriamo lessenza dell’arte (e che si manifesta nella nostra visione dell’opera) è qualcosa che ci appartiene profondamente, con la quale abbiamo una comunanza di natura: “Qualità, luce, colore, profondità, che sono laggiù davanti a noi, sono là soltanto perché risveglino un’eco nel nostro corpo, perché esso li accolga”. Il senso del lavoro pittorico, dunque, riposa nella sua contemplazione, nell’atto di vedere ciò che è rappresentato; il soggetto del quadro e il soggetto che lo esamina esistono su uno stesso piano, si compenetrano, e pur non arrivando a fondersi restano comunque uniti in un modo che non è possibile ignorare. Così l’arte (quella figurativa in particolare) diviene, nell’interpretazione di Merleau-Ponty, una filosofia a tutti gli effetti; libera dalla concezione volgare che la vuole semplice imitazione di un “vero” che il filosofo francese non si prende neppure il disturbo di definire, essa ci colma interamente, parlando tanto all’occhio (cioè al corpo) quanto allo spirito (cioè all’anima, e alla mente): “La visione è l’incontro di tutti gli aspetti dell’Essere, come a un crocevia”. E come ogni filosofia che si rispetti, anche la pittura ha la propria ragione ultima non in una tensione verso l’esaustività ma in una costante ricerca, in un susseguirsi di ipotesi, di teoremi, di quesiti e di tentativi di risposta applicati al problema, insolubile e irrinunciabile, dell’infinito: “L’idea di una pittura universale, di una totalizzazione della pittura, di una pittura totalmente realizzata, è un’idea senza senso. Durasse ancora milioni d’anni, il mondo, per i pittori, se ne resteranno, sarà ancora da dipingere, finirà senza essere stato conquistato.

Eccovi l’inizio della già citata postfazione di Claude Lefort (la traduzione è di Anna Sordini). Buona lettura.
L’Oeil et L’Esprit è l’ultimo scritto che Merleau-Ponty poté portare a termine. André Chastel gli aveva chiesto un contributo per il primo numero di «Art de France». Egli ne fece un saggio, al quale consacrò gran parte dell’estate di quell’anno (1960) che doveva essere quello delle sue ultime vacanze. Niente faceva allora presagire l’improvviso arresto cardiaco di cui sarebbe rimasto vittima nella primavera successiva. Stabilitosi, per due o tre mesi, nella campagna provenzale, non lontano da Aix, al Tholonet, nella casa – «La Bertrane» – che gli aveva affittato un pittore, godendo del piacere che procurava un luogo fatto per essere abitato, ma soprattutto gioendo quotidianamente di un paesaggio che reca per sempre l’impronta dell’occhio di Cézanne, Merleau-Ponty reinterroga la visione, e al tempo stesso la pittura.

Come pallide stelle al giungere dell’alba

Recensione di “Fervore di Buenos Aires” di Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi

È un esercizio allo stesso tempo arduo e seducente approcciare l’opera poetica di un autore splendido e complesso come Jorge Luis Borges (di cui ho già scritto in questo blog). Scrittore magnifico, ineguagliabile per ricchezza stilistica e profondità tematica, ma soprattutto uomo di lettere e di cultura nel senso più pieno e nobile del termine, Borges nacque (e non solo cronologicamente) nel lieve sussurro dei versi. Ha forma lirica il suo giovanile entusiasmo per la bellezza, l’amore geloso per Buenos Aires riverbera limpido in brevi quadri descrittivi che rapiti raccontano angoli e scorci della città colti quasi per caso, per una benevola disattenzione del fato, o degli dei, risuona forte, nelle sue pagine, una certa spavalderia espressiva (caratteristica dell’ultraismo, movimento d’avanguardia che aveva contribuito a creare), ma accanto a tutte queste cose, che in qualche modo definiscono il perimetro all’interno del quale si muove il Borges poeta, già si intravedono, come pallide stelle al giungere dell’alba, alcuni dei nodi fondamentali del suo inesausto narrare in prosa: l’enigma del tempo, che inaspettatamente ci si rivela (In quell’ora in cui la luce ha una finezza di sabbia/entrai in una strada ignota, aperta in nobile spazio di terrazza […] Solo dopo pensai che quella strada della sera era estranea,/come ogni casa è un candelabro dove le vite degli uomini ardono come candele isolate,/che ogni immediato nostro passo cammina sul Golgota), la simbolica immensità del labirinto, al cui interno vive ogni senso e ogni assenza di esso, e che Buenos Aires (specie in Fervore di Buenos Aires, il primo libro di poesie pubblicato), considerata come un luogo-non luogo dal suo cittadino più illustre, appare destinata ad incarnare (I miei passi claudicarono quando stavano per calpestare l’orizzonte/e restai tra le case, quadrangolate in isolati differenti ed uguali/come se fossero tutte quante monotoni ricordi ripetuti di un solo isolato), il mistero della vita e della morte e lo spazio sconfinato della filosofia e della metafisica, che non è se non un ramo della letteratura fantastica (Ciecamente reclama durata l’anima arbitraria/quando l’ha assicurata in vite altrui, quando tu stesso sei lo specchio e la replica/di coloro che non raggiunsero il tuo tempo e altri saranno (e sono)/la tua immortalità sulla terra).     

Ecco dunque che Fervore di Buenos Aires, pubblicato per la prima volta nel 1923 e abbondantemente rivisto in occasione di una nuova pubblicazione nel 1969 (è in questa versione che il libro compare nel primo volume delle opere complete edito da Mondadori, collana i Meridiani), si può considerare come un doppio esordio (e stanno qui, a mio giudizio, il fascino e la difficoltà richiamati in apertura, nei giochi di luce di una lettura che sembra sfidarti a coglierne tutte le sfumature) ; è infatti il canto di un giovane poeta e insieme l’annuncio di un viaggio in terre inesplorate e misteriose, e poi ancora più distante, fino ai confini di mondi confusamente intravisti.

A queste terre, a questi mondi, Jorge Luis Borges conduce il lettore attraverso i suoi racconti, i romanzi e i saggi, tracciando, nel solco di una sostanziale continuità esistenziale e artistica tra prosa e poesia (ribadita anche da quanto scrive nel prologo dell’edizione del 1969 di Fervore di Buenos Aires: “Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente […] il signore che adesso si rassegna e corregge […]. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo), un itinerario di conoscenza che non ha eguali nella storia della letteratura.  

Eccovi una delle poesie a mio avviso più intense e riuscite del libro: La rosa. Buona lettura.
La rosa, 
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza, 
quella del nero giardino nell’alta notte, 
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera, 
la rosa che risorge dalla tenue cenere
per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto, 
quella che sempre sta sola, 
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto, 
la rosa irraggiungibile. 

Il pensiero libero, maledetto dalla tirannide

 

Baruch Spinoza, Etica
Baruch Spinoza, Etica

Assiomi, definizioni. E proposizioni rigorosamente dimostrate. E infine corollari e scolii. Un impianto certo, solido, mutuato dal procedere della geometria per spiegare nel modo più chiaro e distinto possibile la realtà (dunque Dio e la natura, considerate una sola e medesima sostanza, e insieme l’uomo, il suo carattere e il suo modo di condursi nel mondo). Questa l’architettura, magnifica e ardita, dell’Ethica ordine geometrico demonstrata di Baruch Spinoza, filosofo geniale e “maledetto”, interprete di una razionalità moderna, intransigente e pura; sprezzante nel rifiutare ogni compromesso, ogni debolezza, e nobile nel porsi come unica, insostituibile stella polare di un’esistenza degna e autenticamente virtuosa. Fiero avversario di tutti i nemici della libertà di pensiero (dogmatismo, superstizione, uso tirannico della religione), Spinoza è un pensatore “empio” ed “eretico” (accuse che gli vennero mosse al momento della sua espulsione dalla comunità ebraica di Amsterdam e di nuovo gli furono rinfacciate in occasione della pubblicazione del Tractatus theologico-politicus) nella misura in cui è, aristotelicamente, un discepolo del vero. La conoscenza adeguata della natura (dunque di Dio) e tutto ciò che da questo conoscere si può dedurre con assoluta certezza è infatti la sola autorità che egli riconosce e alla quale è disposto a sottomettersi; una volta stabilito che cosa debba intendersi per Dio, che cosa per natura, una volta determinati i loro attributi (conoscibili soltanto nelle forme dell’estensione e del pensiero), una volta dimostrato che l’uomo è semplicemente parte della natura e non “il fine ultimo della creazione”, e che egli non è libero nella misura in cui crede di esserlo ma lo è, in un senso molto più forte, quando “agisce secondo le leggi della propria natura sforzandosi di conservare il proprio essere”, ecco gettate le fondamenta di un’etica “di ragione” che, come scrive Silvano Tagliagambe dopo aver rilevato come la filosofia spinoziana abbia interessato perfino Antonio Damasio, uno dei maggiori neuroscienziati contemporanei, “rivela un’impostazione sorprendentemente attuale dell’annosa questione del rapporto tra la mente e il corpo […]. Un certo grado di felicità deriva dall’agire in conformità con la nostra tendenza all’autoconservazione […] il bene e il male non sono rivelati, ma vengono scoperti, sul piano individuale, proprio attraverso i dispositivi per l’autoconservazione di cui siamo dotati, appetiti ed emozioni naturali ma anche la capacità di conoscere e ragionare […]. Buone sono allora da considerarsi le azioni che, mentre recano vantaggio all’individuo, non ne danneggiano altri […]. Spinoza ci sta dunque dicendo che la felicità coincide con il potere di essere liberi dalla tirannia delle emozioni negative. La felicità, di conseguenza, non è una ricompensa per la virtù: è la stessa virtù”.

Umanista sincero e profondissima mente analitico-speculativa, Spinoza visse con dignità estrema il proprio destino di filosofo (che egli identificò nella beatitudine tutta terrena di una vita teoretica), sopportando con pazienza e fortezza d’animo affanni, tribolazioni e inimicizie, conseguenza di un’autonomia di pensiero cui non volle mai rinunciare. 

Eccovi, in luogo dell’incipit, parte dell’appendice alla prima parte dell’Ethica, nella quale Spinoza dimostra quanto sia illusorio il concetto di libertà che gli uomini applicano a se stessi e quanto assurda l’argomentazione sulle cause finali e specialmente su Dio come principale causa finale. Buona lettura.
Basterà qui porre come fondamento ciò che tutti devono riconoscere: cioè che tutti gli uomini nascono senz’alcuna conoscenza delle cause delle cose, e che tutti hanno un appetito di ricercare il loro utile, e ne hanno coscienza. Da ciò segue infatti, in primo luogo, che gli uomini credono di essere liberi perché hanno coscienza delle proprie volizioni e del proprio appetito, mentre alle cause dalle quali sono disposti ad appetire e a volere non pensano neanche per sogno, poiché non ne hanno conoscenza. Segue in secondo luogo che gli uomini agiscono sempre in vista d’un fine, cioè in vista dell’utile che appetiscono, donde accade che essi bramino sempre di conoscere soltanto le cause finali delle cose compiute, e si acchetino appena le abbiano apprese, perché, cioè, non hanno più nessuna ragione di proporsi altri dubbi […]. Poiché, inoltre, in sé e fuori di sé, trovano non pochi mezzi che contribuiscono non poco al raggiungimento del loro utile, come, per esempio, gli occhi per vedere, i denti per masticare, le erbe e gli animali per l’alimentazione, il sole per illuminare, il mare per nutrire pesci; da ciò è accaduto che essi considerino tutte le cose della natura per il conseguimento del loro utile. E poiché sanno d’aver trovato questi mezzi, ma non di averli apprestati, hanno tratto da ciò motivo per credere che ci sia qualche altro che li abbia apprestati per il loro uso […]. E quindi hanno ammesso che gli Dei dirigano tutte le cose per l’uso degli uomini allo scopo di legarli a sé e di essere tenuti da essi in sommo onore: dal che è derivato che ciascuno ha escogitato secondo il proprio modo di sentire maniere diverse di prestar culto a Dio affinché Dio lo amasse al di sopra degli altri e dirigesse tutta la natura a profitto della sua cieca cupidigia e della sua insaziabile avidità. 

Quando la filosofia investiga

 

Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, Sellerio Editore
Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, Sellerio Editore

Un luogo chiuso (la palestra di un ginnasio), un tragico incidente (un giovane ucciso dal lancio di un giavellotto), l’indubbia identificazione del responsabile (colui che ha scagliato l’arma); tre elementi che, se non fossero costitutivi di un racconto giallo, basterebbero all’accertamento della verità. Invece rischiano di essere addirittura d’intralcio alla soluzione di quello che in realtà è un delitto, un diabolico assassinio. Questo lo scenario, impeccabile quanto a fedeltà alle regole auree del genere, di Aristotele e il giavellotto fatale, seconda avventura della saga letteraria nata dalla penna della canadese Margaret Doody (del suo primo libro, Aristotele detective, ho già scritto in questo blog) e che vede nei panni dell’investigatore protagonista nientemeno che il celebre filosofo fondatore della scuola peripatetica. Si tratta di uno scritto agilissimo (poco più di una sessantina di pagine, che comprendono anche un’introduzione di Beppe Benvenuto e una piacevole postfazione a cura di Luciano Canfora), che l’autrice costruisce con maestria puntuale e divertita, prestando la massima attenzione (come già accaduto nella prima opera, del resto) al rigore della costruzione storica e nel medesimo tempo affidando la soluzione di quello che ha tutta l’aria di essere un impossibile mistero alla disarmante consequenzialità della logica aristotelica (non a caso, il richiamo ante litteram a quello che sarà uno dei cardini del processo deduttivo di Sherlock Holmes – una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità – è trasparente). La prosa lieve della Doody conquista immediatamente il lettore, e lo stesso fa il ritratto del giovane Aristotele, risoluto nel seguire il proprio destino filosofico e insieme uomo tra gli uomini, affascinato, se non dalle frivolezze della vita, di certo dai suoi semplici piaceri, la buona tavola, la ricercatezza del vestire, il dono prezioso dell’amicizia. Il pensatore che la scrittrice canadese (di professione docente di letteratura comparata alla Notre Dame University) ci restituisce ha poco a che vedere con le riflessioni e gli studi che lo hanno reso immortale; egli infatti è quasi un simbolo, è la rappresentazione orgogliosa dell’intelletto che interviene a ristabilire ordine e logica (e dunque giustizia, intesa metafisicamente come equilibrio prima ancora che come opportuna misura sociale di equa distribuzione di ragioni, torti, colpe e responsabilità) in una trama lacerata da un evento improvviso e inaspettato. Con le sue investigazioni e la sua notevolissima capacità di analisi, Aristotele porta tra il popolo, rendendolo in tal modo autentico, quel che il mito e la religione hanno sempre indicato (e lodato) come caratteristica essenziale del divino: la forza di un intervento risolutore capace di spezzare il circolo vizioso del caos e della degenerazione morale.

Nei toni di un giallo raccontato con misura ed eleganza, Margaret Doody riflette con grande lucidità su temi squisitamente filosofici come la ricerca del vero, le sue conseguenze, l’esercizio del pensiero inteso quale unica strada verso un’esistenza davvero libera, incarnandoli in un modello di squisita perfezione. 
 
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, per Sellerio Editore, è di Rosalia Coci). Buona lettura.
«Certo», mi disse Aristotele, «il mio nuovo cappello mi ripara dalla pioggia, questo sì, ma a quanto pare l’acqua si accumula e poi cade dritta sul mulo, e a lui non fa certo piacere». Per chiarire il concetto, il filosofo mosse la testa; un ruscelletto d’acqua si riversò fuori dal petaso a tesa larga e piovve a cascata sul collo del mulo. L’animale si agitò con fare sdegnato e puntò le zampe sulla strada.
«Be», disse il suo padrone, guardando tristemente la cavalcatura, «potrei anche arrivarci a piedi al ginnasio di Arcandro. Potresti venire con me, magari solo per asciugarti». C’eravamo appena incontrati per strada. In quel rigido e umidissimo giorno d’inverno, Aristotele tornava dal Liceo in sella al suo mulo. Smontò, avvolse la briglia attorno a una pietra e s’incamminò a piedi lungo la stradina secondaria a nord dell’Acropoli.
 

“La mia patria sono stati i libri”

 

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi

È la lingua limpida e nel medesimo tempo quasi schiva della confessione, l’intatto alfabeto di un’anima che offre se stessa ma che in segreto teme la propria nudità imperfetta; è la prosa quieta e trattenuta di un’epistola cui è affidato il compito (quasi impossibile) di render manifesti il ritratto interiore di un uomo e il suo destino nell’identico modo in cui si riepiloga un qualsiasi accadimento, facendo la massima attenzione a mantenere tra sé e il fatto la giusta distanza, la necessaria neutralità; è la profondità di una saggezza antica e autentica, coltivata con amore e divenuta abito, costume, e la chiarezza di visione di un’esperienza concreta del mondo; è il dovere della rettitudine di colui che è chiamato a servire con coscienza il pubblico bene e la consapevole scelta del singolo in favore della virtù, sola testimonianza di un’esistenza degna di essere vissuta. È tutto questo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, opera composita, enigmatica e affascinante, che del romanzo ha l’ampio respiro e l’esemplare raffinatezza stilistica, del diario personale l’intensità, del racconto epistolare l’architettura, della riflessione filosofica il contenuto e dell’elegia il pacato splendore. Pubblicato nel 1951, le Memorie di Adriano racconta la vita dell’imperatore romano, che regnò nel II secolo d.C., dal 117 fino al 138 (anno della sua morte); a parlare di sé e del proprio ruolo è lo stesso Adriano, che in età ormai matura, sentendo approssimarsi la fine, decide di scrivere una lunga lettera al suo giovanissimo pupillo, e futuro imperatore, Marco Aurelio. Scrittrice di immenso talento, Marguerite Yourcenar è molto attenta, nella sua ricostruzione, all’esattezza del contesto storico, tuttavia questo lavoro di precisione scientifica, pur importante ed eseguito con rigore, resta estrinseco rispetto al significato ultimo del lavoro; quel che maggiormente interessa all’autrice, infatti, non è dar vita a un testo che possa leggersi anche come saggio, ma restituire il cuore di un uomo; tornare indietro di secoli rispetto al proprio tempo per ritrovare qualcosa che possa considerarsi un modello, un nucleo di verità spirituali capace di resistere ai secoli e di ripresentarsi, uguale a se stesso, a chiunque intenda farlo proprio.

L’affinità dell’imperatore e dell’uomo con la bellezza sublime e difficile del mondo, i suoi studi, l’umanesimo disilluso e caparbio ereditato dai Greci, tutto ciò che ha contribuito a fare di Adriano un sovrano illuminato, benedetto dalla storia, si apre, nel disegno letterario della scrittrice belga, a una dimensione che va oltre l’individuo e abbraccia una pluralità di coscienze, una ben determinata idea di umanità. “Il vero luogo natio”, fa dire Marguerite Yourcenar al suo personaggio, e la sua scrittura in questo passaggio cruciale è così intensa e carica di passione da rivelare, assieme al cuore dell’imperatore, quello della sua creatrice, “è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia patria sono stati i libri. In minor misura le scuole […]. Fino alla fine dei miei giorni sarò riconoscente a Scauro per avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ero ancora bambino, quando tentai per la prima volta di tracciare con lo stilo quei caratteri d’un alfabeto a me ignoto: cominciava per me la grande migrazione, i lunghi viaggi, e il senso d’una scelta deliberata e involontaria quanto quella dell’amore. Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il concetto diretto e vario della realtà, l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio  è stato detto in greco”.
Un azzardo felicissimo, un capolavoro costruito con meticolosa precisione, una geniale ispirazione; Memorie di Adriano è un romanzo che si adatta a qualsiasi definizione perché tutte in qualche modo le trascende, assumendole in sé. Ciò che si narra nelle sue pagine non è la storia di un uomo ma quella di un’età dell’uomo, di una condizione spirituale che gli appartiene per essenza ma che, malgrado questo, resta invisibile ai più. Ieri come oggi.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, nell’edizione Einaudi, è di Lidia Storoni Mazzolani). Buona lettura.
Mio caro Marco,

sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse digiuno ed eravamo d’accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d’un uomo che si inoltra negli anni ed è vicino a morire di un’idropisia al cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m’ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza d’un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana; l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e sangue. E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone.

Nel regno delle favole, dove dimora il giusto

 

Nell’ordinato mondo delle favole, dove esiste un equilibrio sostanziale e il bene e la virtù hanno il proprio premio e il male la necessaria punizione, è come se tutto quanto tornasse a respirare, le persone come le cose. È come se davvero esistesse un senso, se le logiche spesso folli (e ancor più frequentemente disumane) che ci imprigionano, venissero considerate per quel che sono davvero e messe da parte, in qualche modo sconfitte dalla semplicità, irriducibile e insuperabile, dell’esistere. Così, nelle favole – a torto considerate racconti a misura di fanciullo, storielle ricche solo d’ingenuità e buoni sentimenti – accade che si possa essere quasi felici anche in povertà, che non ci si debba rimproverare di avere una laurea in filosofia, malgrado oggi a nessuno interessi la filosofia e sia quasi impossibile trovare lavoro fidando solo su quel che hanno detto e scritto persone morte ormai da secoli, e che la lealtà, il coraggio, l’amore degli animali siano identici ai sentimenti provati dai migliori tra gli uomini, e alla fine, malgrado ostacoli e difficoltà, trionfino. Di tutto questo narra con commovente dolcezza Melania G. Mazzucco in Il bassotto e la Regina, apologo lieve e struggente che guarda la realtà d’oggi attraverso una particolare e felicissima chiave interpretativa: quella dell’innocenza fiabesca. La scrittrice italiana ambienta ai giorni nostri una vicenda bellissima e oscura, che prende le mosse dal crudele commercio illegale degli animali. In una città qualsiasi (che può essere qualsiasi città), un giovane rabbioso, infelice, cresciuto in mezzo agli stenti e capace di pensare soltanto al proprio personale profitto, gestisce un traffico assai redditizio: importa di contrabbando rari esemplari di animali – serpenti a sonagli, scimmie, iguane, perfino tartarughe leopardo – e li rivende a uomini privi di scrupoli quanto lui. Nasconde le bestie nella cantina di un palazzo finché non trova, per ciascun animale, il giusto acquirente; poi ricomincia. Una notte in quella cantina finisce anche Regina, splendida femmina di levriero afghano, e di lei si innamora perdutamente il bassotto Platone, innocuo cane da salotto di proprietà di Yuri, squattrinato studente di filosofia. Platone, “muso a punta, zampe corte e coda a pennello, folte sopracciglia sugli occhi neri e un mantello di pelo duro a spazzolargli la schiena”, non è che un piccolo e tenero animale; è abituato al tranquillo affetto del suo padrone, alla languida comodità di casa, e non immagina che al mondo possa esistere gente tanto malvagia da imprigionare degli animali e costringerli, a rischio della vita, a viaggiare chiusi un scatole di cartone da un capo all’altro del mondo solo per poterne fare merce di scambio, eppure, con immenso dolore, scopre che a Regina, così come a tutti gli altri animali segregati nello scantinato, è successo proprio questo. Sconvolto, ma soprattutto conquistato dalla bellezza senza pari di Regina, egli tenta in modo di aiutarla; dapprima cerca di alleviare la sua condizione raccontandole storie e cantandole canzoni, specie la sua preferita, la Ballata di Laika, il cane astronauta che diventò una stella, poi, quando capisce che Regina sta per essere venduta e si rende conto che non la vedrà più, in un disperato gesto di coraggio e d’amore, si lancia dal balcone di casa.
Molte altre cose accadono da quel momento – nella vita di Platone come in quella della Regina e poi di Yuri, del giovane cattivo, della tartaruga leopardo, troppo vecchia per avere dei compratori, troppo intelligente per non sapere fino a che punto può spingersi la cattiveria degli uomini e nello stesso tempo troppo saggia per non comprendere che la morte non è che un passaggio, un ponte da attraversare per raggiungere altri luoghi – e l’autrice, che lascia il racconto a un pappagallo in grado di parlare tutte le lingue del mondo, le descrive con animata passione e vivo coinvolgimento, senza ritrarsi di fronte alla violenza e all’abiezione (perché questa è una favola, certo, ma non una finzione), ma anche senza mai abbandonare quell’attrazione etica verso il dover essere che caratterizza le storie “a lieto fine”.
Il bassotto e la Regina è un omaggio limpido e nostalgico a una dimenticata purezza di sentimenti; è una storia garbata e autentica, che tocca tanto i registri sussurrati della fiaba quanto quelli disturbanti del dramma; la grande capacità di narrare della Mazzucco e il suo fascinoso equilibrio espressivo rendono questo libro (un centinaio di pagine di eccezionale intensità) adatto a tutti i lettori; ai giovani e ai giovanissimi, che nell’immediatezza descrittiva del pappagallo ritrovano intatta la palpitante l’essenzialità della loro incompleta esperienza del mondo, come a coloro che sono già maturi e che dell’animo umana conoscono bene contraddizioni, abissi e magnificenze. Meritano una citazione le belle illustrazioni di Alessandro Sanna (a partire da quella di copertina), che contribuiscono a rendere questa storia ancor più preziosa.

P.S. Permettetemi di dedicare queste righe a mia figlia Virginia, di cinque anni, che a questo libro si è appassionata, e alla mia compagna Francesca, che ha scelto Il bassotto e la Regina espressamente per lei e sera dopo sera, proprio come si fa con le favole, glielo ha letto, raccontato, interpretato. Rendendo vera ogni parola, ogni pagina.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.

Vi voglio raccontare la storia di un mio amico. Aveva il muso a punta, le zampe corte e la coda a pennello. Folte sopracciglia sugli occhi neri e un mantello di pelo duro a foderargli la schiena. Era sempre spettinato, come se avesse preso un colpo di vento. Aveva la barba, anche se era molto giovane. Usciva di casa tre volte al giorno: al mattino presto, nel tardo pomeriggio e la sera prima di andare a dormire. Non sapeva che si può vivere in un altro modo. Era un cane da salotto. Quelli come lui sono nati per fare compagnia agli uomini, come i peluche ai bambini. Hanno paura di restare soli, del buio e della notte. Tutto il resto del tempo lo passava scorrazzando per l’appartamento, seduto dietro la porta ad aspettare che il suo padrone rientrasse, oppure affacciato alla ringhiera del balcone, a guardare giù in strada. Guardava il semaforo, la vetrina del ristorante cinese, il chiosco dei giornali, i piccioni che becchettavano le briciole sul marciapiede e il gatto del macellaio, che presidiava la soglia del negozio.

Il viaggio geometrico-filosofico di Edwin Abbott

 

Si colloca a cavallo di più generi (o forse ne inventa uno proprio, nato dall’incontro tra la divertita efficacia dell’allegoria e la denuncia puntuale e ineludibile dell’utopia negativa) Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni, bizzarria narrativa del reverendo Edwin A. Abbott pubblicata per la prima volta (in forma anonima) nel 1882. Probabilmente non sbaglia chi vede in quest’opera, che sposa l’ordinato procedere di uno studio scientifico a una piacevolissima leggerezza espressiva – venata, in più di un’occasione, da sprazzi di preziosa ironia – un’acida satira della società vittoriana, ma questa non è che una delle molte letture possibili, e a ben vedere neppure la più importante. Flatlandia, infatti, proprio come i mondi di cui narra, è un libro costruito sulla complessità, è l’elaborazione di un’ipotesi possibile (il che significa logicamente plausibile) rappresentata in forma di gioco, di garbata provocazione intellettuale. Una domanda fondamentale, quella sulla natura e i limiti della conoscenza, si cela nel quieto argomentare di Abbott, ed egli la pone al lettore con cautela, ma anche con decisione; così, in una sorta di gioiosa riproposizione del platonico mito della caverna, presenta un mondo nel quale esistono due sole dimensioni, dove ogni cosa è piatta e non esiste la possibilità di concepire una terza dimensione (l’altezza), e dopo averlo fatto introduce in questa realtà un solido ad annunciare l’esistenza dell’inimmaginabile, quella di una dimensione nuova. Naturalmente, tutti gli abitanti del regno bidimensionale, abituati a credere soltanto a quel che i sensi indicano loro come reale, cioè la presenza tangibile di un universo totalmente piatto, rifiutano di dare ascolto al nuovo arrivato, con ciò dimostrando l’assunto dell’autore (non dichiarato ma comunque manifesto): il vero sapere è prima di tutto disponibilità all’apprendimento, apertura verso ciò che è nuovo, altrimenti si tratta soltanto di erudizione fine a stessa, sterile quando non addirittura perniciosa (e poco importa che il quadrato, protagonista del racconto, seguendo i ragionamenti della sfera tridimensionale finisca per riconoscere la realtà della dimensione sconosciuta, perché nel suo mondo nessuno lo seguirà e lui verrà perseguitato).
Ma Flatlandia non è la sola a brancolare nel buio delle proprie inattaccabili certezze; le complessità dei mondi, infatti, non assicurano la saggezza dei rispettivi abitanti. Se gli elementi tridimensionali possono permettersi di dare per scontata l’esistenza delle due dimensioni (così come quella della singola dimensione) aiutati da null’altro che dalla loro natura, e sembrar così più intelligenti rispetto a forme geometriche più semplici, non per questo riescono a spingersi oltre i confini stabiliti dalla conoscenza sensibile che li guida, e allo stesso modo degli abitanti del mondo bidimensionale non prendono in considerazione l’eventualità di un universo a quattro dimensioni. Abbott, fedele al proprio illuminante sarcasmo, non si avventura in polemiche prese di posizione tese a dimostrare agli ambienti accademici del proprio tempo (facilmente individuabili nelle figure a più di una dimensione, complesse rispetto a quelle che abitano i mondi inferiori eppure fragilissime quanto ad armamentario logico e capacità immaginativa) l’ipotetica esistenza di una quarta dimensione (che la teoria della relatività di Einstein individua nel tempo, variabile indispensabile negli studi astronomici dal momento che, quando entrano in gioco distanze sovrumane e velocità come quella della luce, le leggi fisiche utilizzate per leggere e spiegare fenomeni molto più semplici da sole non sono più sufficienti), bensì procede a una spassosa reductio ad absurdum. Come in un viaggio a ritroso nel tempo, lo scrittore e saggista inglese (che fu anche ottimo insegnante) porta le sue forme geometriche a contatto non con universi maggiormente articolati di quelli nei quali vivono ma con realtà più semplici, e li mette a confronto con gli elementi di cui sono costituiti, ed ecco che quel che per una forma a due dimensioni è l’ovvio e il vero, per una a dimensione unica è pura follia. Quando il quadrato, cittadino di Flatlandia, si addormenta alla fine di una giornata in gran parte trascorsa “ricreandosi con la geometria” ecco che in sogno visita Linelandia, terra a una sola dimensione, ne incontra il sovrano e ha con lui un vivacissimo scambio di opinioni; e al sovrano che contesta ogni sua “bidimensionale affermazione” – “Voi mi chiedete di credere che vi è un’altra Linea oltre quella indicata dai miei sensi, e un altro moto oltre quello di cui mi rendo conto ogni giorno. In cambio, io vi chiedo di descrivermi a parole o di indicarmi col moto quell’altra Linea di cui parlate. Invece di spostarvi, vi limitate a far sfoggio di qualche arte magica per sparire e ritornare visibile, e invece di una lucida descrizione del vostro nuovo Mondo, mi venite semplicemente a raccontare il numero e le dimensioni di una quarantina dei miei sudditi, che sono cose note a ogni fanciullo della mia capitale” – replica stizzito: “Essere abbruttito! Vi ritenete la perfezione dell’esistenza, mentre in realtà siete quanto di più debole e imperfetto ci sia al mondo. Pretendete di vedere, e non vedete altro che un Punto! Vi vantate di dedurre l’esistenza da una Linea Retta; ma io le posso vedere, le Linee Rette, e sono in grado di dedurre l’esistenza di angoli, Triangoli, Quadrati, Pentagoni, Esagoni, e perfino di Circoli. Perché sprecare altro fiato? Vi basti sapere che io sono il completamento del vostro essere incompleto. Voi siete una Linea, ma io sono una Linea di Linee, che al mio paese si chiama Quadrato”.
 
Al di là dei meriti scientifici del lavoro di Abbott (alcune sue conclusioni sono necessariamente superate e oggi appaiono perfino ingenue), la sua caratteristica migliore è il limpido “controcanto comico” che ne attraversa ogni pagina; si tratta di una forma di maieutica socratica che, con dolce spensieratezza e allo stesso tempo con il rigore stringente di un sillogismo, mette in guardia il lettore: rida pure del dogmatismo di quadrati e linee ma non dimentichi quanto spesso questa intransigenza, falsamente contrabbandata come sapere, sia propria dell’uomo, essere a tre dimensioni.
Eccovi l’incipit del racconto. Buona lettura.
Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.

Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma – consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti. Ahimé, ancora qualche anno fa avrei detto:«del mio universo», ma ora la mia mente si è aperta a una più ampia visione delle cose. In un paese simile, ve ne sarete già resi conto, è impossibile che possa darsi alcunché di quel che voi chiamate «solido». Può darsi però che crediate che a noi sia almeno possibile distinguere a prima vista i Triangoli e i Quadrati, e le altre figure che si muovono come ho spiegato. Al contrario, noi non siamo in grado di vedere niente di tutto ciò, perlomeno non in misura tale da poter distinguere una Figura da un’altra.

Pagani e cristiani in lotta per la verità

 

Celso, Discorso vero, Adelphi
Celso, Discorso vero, Adelphi

Gesù? Un ciarlatano, un impostore, un “mago”. E i suoi pretesi miracoli nient’altro che fole, invenzioni buone solo a circuire i semplici, a sedurre le loro menti e i loro cuori con l’inganno. E i convertiti? Persone in gran parte prive di raziocinio, inadatte alla speculazione filosofica, e come se non bastasse ultime tra gli ultimi, derelitte, appartenenti agli strati più infimi della società. L’attacco, virulento, greve, rancoroso al nuovo credo cristiano – che pur tra violenti ostracismi e impedimenti di ogni genere stava lentamente ma inesorabilmente sostituendosi alla declinante cultura pagana tanto nelle sue molteplici declinazioni dottrinali (rappresentate dalle diverse scuole di filosofia), quanto nel ben più delicato ambito della religione, legata all’interpretazione allegorica di miti antichissimi, gli stessi, peraltro, condivisi dal pensiero filosofico – data II secolo dopo Cristo e il suo autore è Celso, intellettuale raffinato, razionalista puro, interprete fedele, ortodosso, della tradizione platonica. Non inganni, tuttavia, il tono così ferocemente declamatorio (e a prima vista privo di reale consistenza, dunque incapace di confutare nel merito il proprio bersaglio polemico) contenuto nell’unica sua opera giunta fino a noi, Il discorso vero: Celso sa perfettamente che la battaglia ingaggiata contro la sempre più emergente fede cristiana è qualcosa di ben più profondo e importante di un semplice confronto (acceso quanto si vuole) tra differenti visioni del mondo e dell’uomo, o peggio di una sterile disputa colta; egli vede il mondo in cui è nato, nel quale si riconosce e di cui, orgogliosamente, si sente portavoce, minato alle basi da un sistema basato sulla superstizione, sull’assurdo, sull’invenzione di un Dio che invece di essere oggetto di esclusiva contemplazione intellettuale, invisibile, immobile e incorporeo, è simile all’uomo e con lui condivide addirittura la debolezza dei sentimenti, delle emozioni, e a questo stato di cose si ribella. Soprattutto perché su questa puerile e ingannatrice espressione del divino i cristiani hanno l’ardire di fondare un’antropologia e una cosmogonia che non solo si oppongono a quelle ellenistiche, ribaltandone gli assunti fondamentali, ma intendono addirittura sostituirle, conservandone le parti più utili. È dunque il possesso della verità, e la conseguente legittimità di esserne i soli custodi e rivelatori, quel che cristianesimo e paganesimo si contendono: la verità sul divino (immateriale e perfetta sostanza del mondo iperuranio conoscibile solo dall’intelletto o figura antropomorfa che umilia la nobiltà della pura ragione a favore di comunioni mistiche, estasi e preghiere?), sull’umano (l’uomo è creatura colpevole, macchiata per sempre da un peccato che in realtà non ha commesso, destinata alla sofferenza e promessa alla redenzione e alla felicità solo grazie al supino abbandono della fede o piuttosto un essere razionale, consapevole, responsabile, libero?), sulla natura (per quale ragione si deve accettare l’idea di un universo creato per l’uomo, perché egli lo domini, e dunque in qualche modo squilibrato, e non piuttosto quella di un universo opera di un principio ordinatore, che non privilegia alcuna creatura ma guarda soltanto alla perfezione dell’insieme?). È per questo che Celso non esita, nella sua invettiva, a screditare il nemico: non perché voglia accontentarsi dell’insulto fine a se stesso o non sia capace di andare oltre, ma perché è necessario che la nuova dottrina venga distrutta completamente, a tutti i livelli, dal più superficiale fino ai nodi cruciali.

Non a caso, della pericolosità dello scritto di Celso i cristiani si resero ben conto, al punto che della sua confutazione, circa un secolo dopo la diffusione dell’opera, venne incaricato il grande scrittore e teologo Origene di Alessandria, il cui maggior merito, tuttavia, non sta tanto nell’aver composto il poderoso trattato Contra Celsum(una puntuale controargomentazione delle tesi sostenute dal suo avversario), quanto nell’aver regalato, proprio grazie a questa opera, l’immortalità a quella del suo nemico. Andato infatti completamente perduto, Il discorso vero è giunto fino a noi proprio grazie a Origene, che nel combatterne le affermazioni le riporta nel suo testo. Spiega Giuliana Lanata nella prefazione all’edizione de Il discorso vero pubblicata da Adelphi, che Origene, “oberato […] da una quantità di lavoro che paradossalmente non gli lasciava quasi più tempo per la lettura del verbo divino […], cominciò con l’isolare, nell’attacco di Celso, alcuni temi fondamentali attorno a cui costruire il proprio discorso apologetico. Ma una risposta così strutturata richiedeva tempi di riflessione incompatibili con la frenetica attività editoriale di Origene, che, a partire dal ventisettesimo capitolo del primo libro del suo Contro Celso, fece ricorso a un sistema meno impegnativo e più rapido, adattando alle proprie esigenze il collaudato genere letterario, di origine alessandrina, del commentario, e facendo seguire, alla citazione più o meno letterale delle argomentazioni di Celso nell’ordine originario, le proprie confutazioni. Isolando, nel contesto origeniano, le citazioni da Celso […] si può ancora ricuperare, non senza problemi e incertezze, una buona parte del Discorso vero. Un bell’esempio di eterogenesi dei fini.
Testimonianza della temperie culturale che ha segnato uno dei periodi più significativi nella storia del pensiero occidentale, l’opera di Celso è una lettura entusiasmante, un magnifico esempio di tecnica letteraria e insieme il manifesto di una sofferenza sincera, di un dolore tanto profondo quanto profetico.
Eccovi, invece del consueto incipit, alcune sentenze di Celso. Buona lettura.
Libro I
4. La loro morale è banale, e in confronto a quella degli altri filosofi non insegna alcunché di straordinario o di nuovo.
69. «Il corpo di un Dio non potrebbe essere come il tuo, né potrebbe essere di un Dio un corpo generato come tu, Gesù, fosti generato».
Libro II
18. «Come mai, se aveva davvero predetto sia chi lo avrebbe tradito sia chi lo avrebbe rinnegato, non ebbero timore di lui in quanto Dio sì da non tradirlo o rispettivamente da non rinnegarlo? Eppure lo tradirono e lo rinnegarono, senza preoccuparsi affatto di lui».
31. «Ragionate in modo sofistico quando dite che il figlio di Dio è il logos stesso: ma pur annunciando che il logos è figlio di Dio presentate non un logos puro e santo, ma un uomo arrestato e crocifisso nel modo più ignominioso. Perché se veramente per voi il logos è figlio di Dio, avete anche la nostra approvazione».
48. «Lo abbiamo creduto figlio di Dio perché ha guarito i ciechi e gli storpi». «E a sentir voi ha anche resuscitato i morti».
54. «Da cosa vi siete lasciati attirare se non dal fatto che ha predetto che dopo morto sarebbe risorto?».
Libro IV
61. «Niente che nasca dalla materia è immortale. Tanto basti su questo punto: ché se poi uno è capace di ascoltare e di cercare ancora di più, saprà».
74. Affermano che Dio ha fatto l’universo per l’uomo. L’universo non è stato generato per l’uomo più che per gli animali privi di ragione.
Libro VII

27. Secondo i cristiani Dio sarebbe per natura un corpo, e un corpo di forma umana.

Il sapiente studia la verità. E osa dirla

 

Medico e filosofo, illuminista convinto, rigoroso ed entusiasta, Julien Offroy de La Mettrie fu principalmente un uomo coraggioso, che seppe cogliere e interpretare lo spirito nuovo del suo tempo e decise di lottare per difendere le sue idee. Allievo di Hermannus Boerhaave, medico e chimico olandese considerato uno dei grandi modernizzatori della medicina del XVIII secolo, La Mettrie approfondì in modo particolare gli studi di fisiologia e a più riprese si occupò delle alterazioni mentali conseguenti a traumi subiti dal sistema nervoso. Fu proprio grazie a queste esperienze (per certi versi rivoluzionarie) che il pensatore francese maturò, riguardo all’uomo, le convinzioni materialistiche che divennero cardine del suo pensiero e gli valsero attacchi virulenti e altrettanto feroci persecuzioni; al punto che il suo libro più famoso, L’uomo macchina, pubblicato nel 1748 in Olanda (Paese in cui aveva trovato riparo dopo essere fuggito dalla natia Francia), non solo venne pubblicamente condannato ma addirittura dato alle fiamme in piazza. Un odio implacabile, dunque, figlio principalmente della paura (del cieco fanatismo religioso in primis, per nulla disposto ad accettare una dottrina che dichiara l’uomo semplicemente una macchina, estremamente complicata, certo, ma pur sempre una macchina, all’interno della quale la componente spirituale dell’anima non ha più ragion d’essere, ma anche di una consolidata tradizione culturale e di pensiero che più di tutto teme di perdere il proprio incontrastato dominio, di vedere messe in dubbio, quando non apertamente contestate, le proprie verità, come per esempio la cartesiana attribuzione all’anima razionale delle attività cognitive superiori dell’uomo, cioè pensiero e volontà), ma soprattutto antimoderno e, seppur a un livello ancora embrionale, antiborghese. Per dirla con le parole di Giulio Preti, autore di una splendida e densissima postfazione all’edizione de L’uomo macchina pubblicata dalla Casa Editrice SE (collana L’Altra Biblioteca), “L’homme machine è una di quelle opere che, più di molte altre, valgono non tanto per sé quanto come documento ed espressione di un tempo, di un’epoca, di una mentalità. Più che una grande opera, è un’opera rappresentativa. Ma rappresentativa di una grande epoca e di un grane movimento di idee: l’Illuminismo. La borghesia non è sempre stata reazionaria: come tutte le classi, come tutti gli uomini ha conosciuto la propria giovinezza, ed è stata una giovinezza gloriosa, trionfante, potente, luminosa. Nell’età moderna, la borghesia europea ed americana si è affermata nel mondo come classe rivoluzionaria, come classe che ha voluto e saputo rinnovare radicalmente, adattare alle proprie esigenze e ai propri istinti di felicità uomini e cose, la natura esterna come le istituzioni e le leggi. Non bisogna giudicarla da quello che è oggi; ai suoi tempi questa classe ha saputo vincere le distanze, la fame, le malattie, i pregiudizi religiosi, i privilegi «per diritto divino», affermando la grande verità (che i borghesi di oggi non amano sentir ripetere) che gli uomini nascono liberi e uguali, senza differenza di origine, razza o classe sociale; affermando che l’uomo è sovrano nello Stato politico come è sovrano nella natura. Nel campo ideologico, l’espressione delle energie e delle aspirazioni della borghesia è stato il movimento filosofico e scientifico dell’Illuminismo […] caratterizzato da una decisa volontà di liberare la cultura, ivi comprese le istituzioni e i costumi, dall’impero di una tradizione che si reggeva solo perché tradizionale, e solo perché sorretta dagli interessi egoistici e classisti dei preti e dei vecchi aristocratici. Ma è caratterizzato anche da una grande fede nell’intelligenza, e nel potere di questa di portare l’uomo, attraverso una migliore conoscenza di se stesso e della natura, ad una vita, individuale e sociale, più felice. Il Seicento aveva visto il grandioso fenomeno della nascita della scienza moderna; il Settecento ne vede l’assetto e il mirabile sviluppo; fra i due secoli sta la gigantesca figura di Isaac Newton, che nella sua opera ne sintetizza uno aprendo l’altro. Il newtonianismo diventa l’indirizzo spirituale dominante nell’Inghilterra, e poi nell’Europa, del secolo XVIIII. «Newtonianismo» significa culto della ragione scientifica, di quella ragione che procede sicura nella conoscenza del mondo senza affidarsi a ragionamenti astratti e a priori e neppure esclusivamente alle apparenze sensibili, ma contemperando indagine sperimentale con ragionamento matematico. Esso, nel Settecento, va assai al di là delle intenzioni dello stesso Newton: diventa un appello all’esperienza e alla ragione contro tutte le forme di religione positiva (chiesastica), di dogmatismo e di fanatismo; non solo la conoscenza della natura, ma anche la conoscenza del cuore e della natura dell’uomo, delle leggi più utili, della morale, vengono affidate all’intelligenza scientifica, sottraendole alla tradizione e all’insegnamento di preti e monarchi”.
Manifesto orgoglioso di un nuovo antropocentrismo (con l’uomo posto al centro della ricerca scientifica e non più del mondo), L’uomo macchina, che si apre con una dedica al celebre anatomista tedesco Albrecht von Haller, cerca nel corpo, e solo nel corpo (nella macchina del corpo) la risposta a una delle irrinunciabili domande della filosofia: cos’è l’uomo? Stabilito che si tratta di una macchina, La Mettrie indica anche le discipline necessarie alla sua conoscenza, che dev’essere necessariamente a posteriori (non c’è spazio, qui, per nessuna metafisica aprioristica, che in realtà non è che vuoto chiacchiericcio): medicina, fisiologia, anatomia comparata, patologia. Attraverso esse è possibile, sostiene La Mettrie, comprendere anche il funzionamento della mente, e più ancora le sue disfunzioni; ed è esattamente qui, nell’analisi della pazzia e dell’alienazione (considerati stati riconducibili a danni fisicisubiti dal sistema nervoso) che L’uomo macchina dimostra tutta la sua modernità; il suo autore, infatti, chiede per coloro che compiono efferatezze in preda al delirio non le severe punizioni previste dal sistema penale in voga, bensì delle cure appropriate. La “riduzione” dell’essere umano a macchina, dunque, all’opposto di quanto sostenuto da avversari e detrattori di La Mettrie, non coincide con la sua degradazione ma con la sua più autentica rappresentazione.
Trattato agile, breve, estremamente chiaro e diretto nello stile espositivo, L’uomo macchina, pur non essendo un testo fondamentale, resta pur sempre un documento assai significativo; è un’opera coraggiosa e forte, una testimonianza della tenace volontà di progresso dell’uomo. Leggerla non è impossibile per chi sia digiuno di filosofia (la già citata edizione SE ha un ottimo apparato di note), anche se conoscere almeno a grandi linee il dibattito culturale dell’epoca (e i sistemi di pensiero di Cartesio, Locke, Leibniz e Malebranche) agevola non poco la comprensione del saggio.
Eccovi l’inizio. Il primo paragrafo, significativamente intitolato Critica dello spiritualismo, e parte del secondo, Ragione e rivelazione. Buona lettura.
Non basta che un sapiente studi la natura e la verità: deve anche osare dirla a vantaggio del piccolo numero di coloro che vogliono e possono pensare – infatti agli altri, che sono volontariamente schiavi dei pregiudizi, non è possibile di raggiungere la verità più che alle rane di volare.
Riduco a due i sistemi dei filosofi intorno all’anima umana: il primo, e più antico, è il sistema del materialismo; il secondo è quello dello spiritualismo.
I metafisici che hanno insinuato che la materia potrebbe avere la facoltà di pensare non hanno disonorato la loro ragione. Perché? Perché hanno il vantaggio (che in questo caso è davvero un vantaggio) di essersi espressi male. Infatti, chiedere se la materia possa pensare, considerandola soltanto in se stessa, è come chiedere se la materia possa segnare le ore. Si vede subito che noi eviteremo questo scoglio, contro il quale Locke ha avuto la disgrazia di urtare.
I leibniziani, con le loro monadi, hanno formulato una ipotesi inintelligibile: hanno piuttosto spiritualizzata la materia che materializzata l’anima. Ma come si può definire un essere la cui natura ci è completamente sconosciuta?
Descartes e tutti i cartesiani, fra i quali da molto tempo si annoverano i seguaci di Malebranche, hanno commesso lo stesso errore: hanno ammesso due sostanze distinte nell’uomo, come se le avessero viste e contate.
I più saggi hanno detto che l’anima non potrebbe conoscersi senza i lumi della fede,: tuttavia, nella loro qualità di esseri ragionevoli, hanno creduto di potersi riservare il diritto di esaminare quello che la Scrittura ha voluto dire con la parola spirito, di cui si serve quando parla dell’anima umana. E se nelle loro ricerche non si sono trovati d’accordo con i teologi, forse che questi ultimi lo sono fra di loro più di quanto lo siano gli altri?
Ecco in poche parole il risultato di tutte le loro riflessioni.
Se c’è un Dio, egli è autore della natura come della rivelazione: ci ha dato l’una per spiegare l’altra e la ragione per accordarle fra di loro.
Diffidare delle conoscenze che si possono attingere dai corpi animati equivale a considerare la natura e la rivelazione come due contrari che si distruggono, e di conseguenza è come osare sostenere questa assurdità: che Dio si contraddice nelle sue diverse opere, e ci inganna.

Dunque, se c’è una rivelazione, essa non può smentire la natura.

Poiché tutto accadde per divenire libro

Autore tra i più importanti della storia della letteratura, Jorge Luis Borges, romanziere eccelso, poeta sublime, saggista meticoloso, e ancora storico, filosofo, immaginifico creatore di storie e di mondi, è prima di tutto e per sua stessa ammissione un lettore. Un lettore infaticabile, curioso, coltissimo, attento. I suoi numerosi capolavori letterari sono un laboratorio scientifico, un’officina alchemica, un’irraggiungibile caverna all’interno della quale uno stregone, indifferente al trascorrere del tempo (o più probabilmente antico quanto il tempo stesso), trasforma in qualcosa di nuovo e perfetto miti, suggestioni, temi, argomenti, riflessioni e intuizioni per secoli raccontati e trasmessi attraverso i libri.

Come fosse un mosaico che muta al mutare dello sguardo che lo osserva, l’opera di Borges sembra non avere né inizio né fine; ogni suo lavoro, sia esso in prosa o in versi, è un viaggio, unico e irripetibile, nello sconfinato universo letterario, esplorato e restituito al lettore con eleganza d’esteta, passione d’amante e ineguagliabile talento narrativo. Non esiste, dunque, nella produzione del grande scrittore argentino, qualcosa che somigli a un “centro”, uno scritto che, più o meglio di altri, riveli qualcosa di particolarmente significativo dell’autore o dei suoi temi prediletti (in questo senso, è affascinante attribuire agli scritti di Borges la definizione di Dio elaborata dalla Scolastica e ripresa, tra gli altri, da Niccolò Cusano e Giordano Bruno; un cerchio infinito il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo), tuttavia, a mio avviso, ci sono libri che non possono non essere letti, e in special modo Finzioni, una raccolta di otto racconti indimenticabili per perfezione stilistica e originalità di contenuto.
Scrive Domenico Porzio nella bellissima prefazione all’opera omnia di Borges pubblicata da Mondadori  (due volumi, collezione I Meridiani, ma per quanto riguarda il solo Finzioni vi consiglio l’edizione Einaudi, tradotta e curata da Franco Lucentini): “Una memoria prodigiosa, nutrita da molteplici esperienze culturali, occidentali ed orientali, vigilata e accompagnata da una provocatoria reattività creativa. La ripetitiva vanità della Storia, le inappagate e cicliche interrogazioni delle filosofie e delle teologie, sollevate a materia di lucida e appassionata poesia. La proclamata certezza nell’equivalenza tra scrittura e lettura come momenti concomitanti e indispensabili all’accadimento del fatto estetico. L’inevitabile ribaltamento («il debole artificio di un argentino smarrito nella metafisica») nella irrealtà di ogni manifestazione del reale. Il meditato e risentito stupore, lo smarrimento gnostico, dinanzi all’insondabile destino dell’uomo e al mistero della creazione. La profonda, stoica commozione per le inutili speranze del progresso e delle rivoluzioni. L’idolatrica esplorazione dei miti e delle sorgenti delle antiche letterature e dell’epica da cui scaturì la poesia, poiché tutto accadde per divenire libro; il sospetto che anche la creazione sia un libro scritto dallo Spirito, del quale noi siamo le inconsapevoli lettere e parole. L’applicazione coinvolgente della tecnica della narrativa poliziesca per diramate e sorprendenti indagini speculative. Il dono e la conquista di una scrittura di ironico nitore e di classica semplicità. Una letteratura che è specchio implacabile e non rassegnato della nostra angoscia, della nostra crisi di identità, pur eludendo il tragico quotidiano. Un’avventura in versi e in prosa nell’immaginario, alla ricerca dei profetici frammenti di verità che lo Spirito ha elargito alla letteratura, mutevole caleidoscopio che ogni lettore modifica e ricrea. Sono queste alcune magie parziali che hanno progressivamente portato le pagine di Borges al centro di un’attenzione ormai planetaria”.
Di questa parziale magia è intrisa ogni riga di Finzioni, un libro di racconti unico nel suo genere, un’ininterrotta teoria di meraviglie nella quale la verità e il suo opposto si confondono fino ad annullarsi, fino ad annullare qualsiasi differenza fra loro. E quel che resta non è che bellezza, nella sua forma più pura.
P.S. Questa è la centesima scheda del blog. La dedico a Borges come personale omaggio a uno degli scrittori che più mi hanno influenzato. Spero che quanto ho scritto e riportato spinga qualcuno tra voi a scoprire Borges o a riscoprirlo (nel caso avesse già letto qualcosa di suo ma non ancora Finzioni).
Ora lascio la parola al grande argentino, non al primo dei racconti di Finzioni questa volta, ma alla sua premessa. Credo non possa esserci miglior invito alla lettura.
Gli otto scritti che compongono questa raccolta non hanno bisogno di chiarimenti importanti. L’ottavo (Il giardino dei sentieri che si biforcano) è poliziesco: i lettori assisteranno all’esecuzione e a tutti i preliminari di un delitto il cui scopo non ignorano, ma che non comprenderanno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo. Gli altri sono fantastici. Uno – La lotteria a Babilonia – non è del tutto esente da simbolismo. Non sono il primo autore del racconto La biblioteca di Babele; i curiosi della sua storia e preistoria potranno interrogare una certa pagina del numero 59 di «Sur», in cui figurano i nomi eterogenei di Leucippo e di Lasswitz, di Lewis Carroll e di Aristotele. In Le rovine circolari tutto è irreale; in Pierre Menard, autore del Chisciotte è irreale il destino che si impone il protagonista. La lista degli scritti che attribuisco a Menard non è divertentissima, ma non è arbitraria; è un diagramma della sua storia mentale…

Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in Sartor Resartus, Butler in The Fair Haven: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi. Questi sono: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius; Esame dell’opera di Herbert Quain; L’accostamento ad Almotasim. L’ultimo è del 1935; ho letto da poco The Sacred Fount (1901), il cui argomento generale è forse analogo. Nel delicato romanzo di James il narratore cerca di scoprire se sia A, o se sia B, a influire su C; nell’Accostamento ad Almotasim egli presenta o indovina, attraverso B, la remotissima esistenza di Z, che B non conosce.