2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

Lo splendore del “romanzo-non romanzo”

Recensione de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil

Robert Musil, L'uomo senza qualità. Newton
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Newton Compton

Sospeso tra possibilità e impossibilità, congelato nel passaggio tra potenza e atto, espressione di tutto ciò che può essere espresso e nello stesso tempo muto abisso d’inesprimibilità, L’uomo senza qualità di Robert Musil, una delle opere più significative del Novecento letterario, ha nella contraddizione, nel rifiuto esasperato e testardo dell’univocità, tanto il proprio atto fondativo quanto la propria finalità. Romanzo che punta alla perfezione della forma letteraria negando se stesso e la propria ragion d’essere, tentativo, sempre frustrato e tuttavia sempre rinnovato, di cogliere il tempo, inafferrabile eppure concreto, “presente”, del divenire di ogni cosa, il capolavoro di Musil racchiude in sé la ricchezza d’esperienze di un’intera vita e si caratterizza come “autobiografia essenziale”, come voce di un io insaziabile e impotente, come sguardo ansioso di raggiungere l’orizzonte e superarlo, come un’architettura filosofica che ha l’assoluto come proprio oggetto d’indagine e come un desiderio, prepotente e imperfetto, che a quello stesso assoluto pretende d’ancorarsi, anche se da una prospettiva opposta a quella del pensiero sistematico.

Monumentale quaderno d’appunti e note, inquieto “zibaldone” d’emozioni e riflessioni, vastissima e profonda storia dell’uomo, enciclopedia delle scienze e del sapere, memoria nostalgica di una civiltà splendida (quella incarnata dalla plurisecolare dinastia asburgica) ormai giunta al tramonto e lucida previsione di un’irreversibile crisi spirituale (che si consumerà nella tragedia del primo conflitto mondiale e poi nei bui anni del dopoguerra, che prepareranno, nella Germania sconfitta e umiliata, l’avvento del nazismo), L’uomo senza qualità utilizza lo schema narrativo del romanzo nel tentativo di dare ordine a un materiale composito, ricchissimo e per sua intrinseca natura caotico; così, messa da parte come inessenziale qualsiasi questione di stile, ignorata qualsiasi considerazione squisitamente estetica legata al linguaggio, al ritmo della prosa, il lavoro a cui è chiamato l’autore di questo “romanzo-non romanzo”(eccezion fatta per il ricorso all’ironia e all’osservazione tanto acuta quanto sarcastica e amara delle cose e degli uomini, che sono i tratti distintivi della scrittura di Musil), ambientato in una Vienna magnifica ma in qualche modo già decadente, come fosse stata colpita a morte dagli sconvolgimenti prossimi venturi, è quello esaltante e annichilente della sistematizzazione, della critica rivisitazione del passato alla luce nuova di un oggi che pretende, hegelianamente, il diritto a proclamarsi “determinazione ultima del concetto” e dunque fine della storia, suo senso e sua verità, proprio nel momento in cui è prossimo a precipitare nel nero baratro del disordine sociale, economico e politico.

“Nano” sulle spalle dei giganti, Robert Musil si assume il compito del testimone e contemporaneamente veste i panni sgargianti e un po’ folli del visionario; al cospetto di un presente che non può mai essere del tutto svelato né spiegato, egli si sforza di riepilogare il passato e di interpretare – in un’affascinante Babele semantica abitata allo stesso modo dalle scienze esatte, dalla psicologia, dalla filosofia, dal fuoco della spiritualità e dalla vertigine dell’estasi artistica – tanto ciò che è quanto ciò che è stato; e immediatamente dopo, nel continuum assicurato dalla costruzione romanzesca, si fa, aristotelicamente, poeta, ed esplora il mondo sconosciuto e infinito del possibile, del molteplice, del poter essere (o meglio, del “potrebbe essere”), specchio metafisico del dover essere (o se si vuole di ciò che è, di quel che è sotto i nostri occhi).

A viaggiare in entrambe queste dimensioni, a viverle, a cercare di dar loro significato (e riuscirci vorrebbe dire dar significato anche a sé), è il protagonista de L’uomo senza qualità, il poco più che trentenne Ulrich, che, incapace di dare una direzione alla propria esistenza, entra a far parte dell’Azione Parallela, comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe (la data fatidica è il 2 dicembre 1918, la stessa nella quale i tedeschi celebreranno il trentennale del regno di Guglielmo II).

Alla ricerca dell’“idea”, della soluzione originale, e geniale, e prettamente austriaca che renderà unico quel grande momento, Ulrich si smarrisce definitivamente, proprio come si smarrisce, fino a consumarsi nella sterilità del nulla, l’Azione Parallela stessa, simbolo del disfacimento di una nazione, che l’autore impietosamente satireggia apostrofandola con il cacofonico titolo di Cacania, di un impero, di una pagina di storia. Intanto, attorno a Ulrich, altri personaggi si muovono, e nel farlo evocano grandi temi (l’innocenza e la colpa, l’amore, il “superuomo” nietzscheano e il suo contraltare, l’uomo “senza qualità”) destinati a suscitar quesiti, rinfocolare dubbi, accendere aspri dibattiti e, senza mai giungere a soluzione, a perdersi nei mille rivoli di questo romanzo-fiume che la storia della letteratura ci ha consegnato incompiuto ma che incompiuto è nato e che proprio in questa sua forma fluida si offre alle diverse generazioni di lettori: continuamente mutevole, eternamente cangiante, come l’eracliteo fiume “nelle cui acque non ci si può bagnare due volte”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, nell’edizione Newton Compton (collana I Mammut), è di Irene Castiglia. La bella introduzione è di Micaela Latini. Buona lettura.

Sull’Atlantico incombeva un’area di bassa pressione; si muoveva verso oriente in direzione di quella di alta pressione che si trovava sulla Russia, senza manifestare ancora la tendenza a eluderla, spostandosi verso nord. Le isotere e le isoterme facevano il loro dovere. La temperatura dell’aria era nella norma rispetto alla temperatura media annua, rispetto a quella del mese più freddo come a quella del mese più caldo e all’oscillazione mensile aperiodica della temperatura. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi lunari, quelle di Venere, dell’anello di Saturno e di molti altri fenomeni significativi corrispondevano alle previsioni degli annuari astronomici, Il vapore acqueo nell’aria aveva la elasticità massima e l’umidità era scarsa. In poche parole, che, seppure un po’ fuori moda descrivono molto bene questo stato di cose: era un bella giornata di agosto dell’anno 1913.

Teplotaxl, il mago

Recensione de “Il mago dei numeri” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Il mago dei numeri, Einaudi
Hans Magnus Enzensberger, Il mago dei numeri, Einaudi

Provate a immaginare il severo fisico e matematico Leonhard Euler trasformato in un bizzarro professore di nome Boiler, Bertrand Russell, una delle menti logico-scientifiche più brillanti del Novecento, vestire i buffi panni di Lord Ruzzolo, e Leonardo Fibonacci, il geniale inventore della serie numerica che porta il suo nome, cambiato in un improbabile signor Bonaccione. E ancora figuratevi i numeri mascherati come fosse carnevale e le ferree regole di calcolo che li riguardano applicate per gioco – con le radici quadrate diventate rape, le potenze saltelli, i numeri primi principi e i fattoriali ribattezzati bum! – in una sorta di giro di giostra dove però tutto funziona, ogni conto torna, e quel che più importa, ogni operazione è divertente, di più, uno spasso. Aggiungete a tutto questo un ragazzino di dodici anni di nome Roberto, non troppo amante della matematica, un irascibile diavoletto che di numeri sa tutto o quasi e che un bel giorno decide di fare di quel ragazzo il proprio allievo e comincia a popolare i suoi sogni e otterrete Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger, delizioso e delicato viaggio alla scoperta uno dei più affascinanti universi della conoscenza (quello delle scienze esatte) scritto per i più piccoli ma adatto a un pubblico di tutte le età.

Autore dal multiforme talento, Enzensberger (già citato di recente in questo blog per lo splendido Hammerstein, o dell’ostinazione, che trovate qui), pur senza essere un matematico di professione (o forse proprio per questo), spiega con intelligente e irresistibile semplicità la meraviglia dei numeri, insegnando allo stesso tempo a non temerne la complessità e a lasciarsi conquistare dalla loro chiarezza. “Di magico i numeri hanno che sono semplici”, dice il mago dei numeri a un incredulo Roberto. “In fondo non ti serve nemmeno la calcolatrice. Per cominciare ti basta una sola cosa: l’uno. Puoi farci quasi tutto”.

E come ogni matematico, o per dir meglio scienziato che si rispetti, il mago dimostra le proprie affermazioni, e comincia facendo vedere a Roberto come, semplicemente moltiplicando il numero uno per se stesso, si ottengano tutte le altre cifre da due a nove e per di più leggibili indifferentemente da destra e da sinistra (se non ci credete, provate a moltiplicare 11111×11111; e non preoccupatevi, usate pure la calcolatrice, il mago dei numeri di sicuro non se la prenderà per questo…). Comincia così, con il sogno un po’ strambo di una notte, l’indimenticabile avventura di Roberto (e dei lettori con lui) nel mondo delle cifre, delle figure geometriche, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, degli insiemi, delle permutazioni e perfino dei paradossi (quello del mentitore) e dei problemi insolubili (quello del commesso viaggiatore); e nell’arco di dodici notti trascorse tra grotte, foreste, deserti e suggestivi paesaggi innevati (perché anche i fiocchi di neve sono matematica), il giovane studente fino ad allora impaurito dalla matematica digerita a fatica sui banchi di scuola impara ad entusiasmarsi per i mille segreti racchiusi nei numeri.

Assiste allo spettacolo unico dei numeri principi (che compaiono sempre fra qualsiasi numero superiore a uno e il suo doppio), giocando con le noci di cocco scopre la straordinaria caratteristica dei numeri triangolari (volete farvi un’idea? Allora scrivete su una riga i numeri da uno a sei e su quella sotto, incolonnando ogni numero a quello della prima riga, i numeri da sette a dodici in ordine crescente, poi sommateli. Ora, se vi dovesse capitare di calcolare quante matite vengono distribuite in una classe composta da dodici alunni se al primo viene data una matita, al secondo due, al terzo tre e via di questo passo, potreste, invece che sommare luno al due al tre eccetera…, trovare la somma utilizzando i numeri triangolari; vi basterebbe moltiplicare la cifra ottenuta prima per sei, perché il numero totale delle matite corrisponde esattamente al sesto numero della serie dei numeri triangolari), impara che la natura parla il linguaggio della matematica (celebre sentenza contenuta ne Il Saggiatore di Galileo Galilei che l’autore magistralmente esemplifica utilizzando lepri, alberi e i numeri di Fibonacci-Bonaccione) e soprattutto che in questo mondo che sembra così astruso, ripetitivo e arido non c’è proprio la possibilità di annoiarsi, perché i numeri, tutti i numeri, hanno sempre in serbo qualcosa che non ti aspetti, una particolarità, un modo di comportarsi che li rende diversi da tutti gli altri, una reazione eccentrica che fa sì che una determinata dimostrazione, costata magari centinaia di anni di lavoro di decine e decine di persone, non possa mai dirsi davvero conclusa. “[…] questo”, dichiara il mago dei numeri con evidente soddisfazione, “significa solo che la matematica non finisce mai. E aggiungo: meno male. Resta sempre qualcosa da fare, caro Roberto”.

E subito dopo, incapace di resistere al fascino dei numeri, si congeda dal suo allievo, che ormai ha imparato abbastanza, con queste parole: “E per questo adesso mi devi scusare. Domani mattina voglio infatti dedicarmi all’algoritmo del simplesso semplice per i politopi…”. Un rompicapo cui un giorno, il mago dei numeri ne è certo, si dedicherà anche Roberto. Probabilmente con gioia.

Preziosa favola senza tempo, arricchita dalle bellissime illustrazioni a colori di Rotraut Susanne Berner, Il mago dei numeri è un libro incantevole. Perfetto per chiarezza espositiva, racconta la matematica nel modo in cui dovrebbero essere raccontate tutte le “materie”: con passione sincera.

Permettetemi, prima di chiudere, di ringraziare mia moglie Francesca, che con la matematica non è mai andata granché d’accordo (ancora oggi ci litiga spesso) e cui pure va il merito di avermi fatto conoscere questo libro. A pensarci bene, quale migliore dimostrazione del suo valore?

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Einaudi, è di Enrico Gianni. Buona lettura.
Da un po’ di tempo ormai, Roberto si era stufato di sognare: faccio sempre la figura del cretino, pensava. Nei sogni veniva spesso inghiottito da un orrendo pescione che oltretutto puzzava tremendamente. Oppure gli capitava di essere su uno scivolo che non finiva mai. Gridava “Ferma!” o “Aiuto!”, ma non c’era niente da fare, la velocità aumentava e aumentava e alla fine Roberto si svegliava in un bagno di sudore. Ma lo fregavano anche quando desiderava moltissimo qualcosa, tipo una bicicletta da corsa con almeno ventiquattro rapporti. Allora sognava che la bici – viola metallizzata – lo stesse aspettando in cantina. Era un sogno incredibilmente dettagliato. La vedeva lì, a sinistra, accanto allo scaffale dei vini, e sapeva addirittura il numero della combinazione del lucchetto: 12345. Era un giochetto da ragazzi ricordarsela! Roberto si svegliava in piena notte, ancora mezzo addormentato prendeva la chiave e in pigiama barcollava giù per quattro piani – e invece della bici cosa trovava, lì accanto allo scaffale dei vini? Un topo, un topo morto. Lo avevano fregato! C’era cascato come un pollo.

Il pensiero libero, maledetto dalla tirannide

 

Baruch Spinoza, Etica
Baruch Spinoza, Etica

Assiomi, definizioni. E proposizioni rigorosamente dimostrate. E infine corollari e scolii. Un impianto certo, solido, mutuato dal procedere della geometria per spiegare nel modo più chiaro e distinto possibile la realtà (dunque Dio e la natura, considerate una sola e medesima sostanza, e insieme l’uomo, il suo carattere e il suo modo di condursi nel mondo). Questa l’architettura, magnifica e ardita, dell’Ethica ordine geometrico demonstrata di Baruch Spinoza, filosofo geniale e “maledetto”, interprete di una razionalità moderna, intransigente e pura; sprezzante nel rifiutare ogni compromesso, ogni debolezza, e nobile nel porsi come unica, insostituibile stella polare di un’esistenza degna e autenticamente virtuosa. Fiero avversario di tutti i nemici della libertà di pensiero (dogmatismo, superstizione, uso tirannico della religione), Spinoza è un pensatore “empio” ed “eretico” (accuse che gli vennero mosse al momento della sua espulsione dalla comunità ebraica di Amsterdam e di nuovo gli furono rinfacciate in occasione della pubblicazione del Tractatus theologico-politicus) nella misura in cui è, aristotelicamente, un discepolo del vero. La conoscenza adeguata della natura (dunque di Dio) e tutto ciò che da questo conoscere si può dedurre con assoluta certezza è infatti la sola autorità che egli riconosce e alla quale è disposto a sottomettersi; una volta stabilito che cosa debba intendersi per Dio, che cosa per natura, una volta determinati i loro attributi (conoscibili soltanto nelle forme dell’estensione e del pensiero), una volta dimostrato che l’uomo è semplicemente parte della natura e non “il fine ultimo della creazione”, e che egli non è libero nella misura in cui crede di esserlo ma lo è, in un senso molto più forte, quando “agisce secondo le leggi della propria natura sforzandosi di conservare il proprio essere”, ecco gettate le fondamenta di un’etica “di ragione” che, come scrive Silvano Tagliagambe dopo aver rilevato come la filosofia spinoziana abbia interessato perfino Antonio Damasio, uno dei maggiori neuroscienziati contemporanei, “rivela un’impostazione sorprendentemente attuale dell’annosa questione del rapporto tra la mente e il corpo […]. Un certo grado di felicità deriva dall’agire in conformità con la nostra tendenza all’autoconservazione […] il bene e il male non sono rivelati, ma vengono scoperti, sul piano individuale, proprio attraverso i dispositivi per l’autoconservazione di cui siamo dotati, appetiti ed emozioni naturali ma anche la capacità di conoscere e ragionare […]. Buone sono allora da considerarsi le azioni che, mentre recano vantaggio all’individuo, non ne danneggiano altri […]. Spinoza ci sta dunque dicendo che la felicità coincide con il potere di essere liberi dalla tirannia delle emozioni negative. La felicità, di conseguenza, non è una ricompensa per la virtù: è la stessa virtù”.

Umanista sincero e profondissima mente analitico-speculativa, Spinoza visse con dignità estrema il proprio destino di filosofo (che egli identificò nella beatitudine tutta terrena di una vita teoretica), sopportando con pazienza e fortezza d’animo affanni, tribolazioni e inimicizie, conseguenza di un’autonomia di pensiero cui non volle mai rinunciare. 

Eccovi, in luogo dell’incipit, parte dell’appendice alla prima parte dell’Ethica, nella quale Spinoza dimostra quanto sia illusorio il concetto di libertà che gli uomini applicano a se stessi e quanto assurda l’argomentazione sulle cause finali e specialmente su Dio come principale causa finale. Buona lettura.
Basterà qui porre come fondamento ciò che tutti devono riconoscere: cioè che tutti gli uomini nascono senz’alcuna conoscenza delle cause delle cose, e che tutti hanno un appetito di ricercare il loro utile, e ne hanno coscienza. Da ciò segue infatti, in primo luogo, che gli uomini credono di essere liberi perché hanno coscienza delle proprie volizioni e del proprio appetito, mentre alle cause dalle quali sono disposti ad appetire e a volere non pensano neanche per sogno, poiché non ne hanno conoscenza. Segue in secondo luogo che gli uomini agiscono sempre in vista d’un fine, cioè in vista dell’utile che appetiscono, donde accade che essi bramino sempre di conoscere soltanto le cause finali delle cose compiute, e si acchetino appena le abbiano apprese, perché, cioè, non hanno più nessuna ragione di proporsi altri dubbi […]. Poiché, inoltre, in sé e fuori di sé, trovano non pochi mezzi che contribuiscono non poco al raggiungimento del loro utile, come, per esempio, gli occhi per vedere, i denti per masticare, le erbe e gli animali per l’alimentazione, il sole per illuminare, il mare per nutrire pesci; da ciò è accaduto che essi considerino tutte le cose della natura per il conseguimento del loro utile. E poiché sanno d’aver trovato questi mezzi, ma non di averli apprestati, hanno tratto da ciò motivo per credere che ci sia qualche altro che li abbia apprestati per il loro uso […]. E quindi hanno ammesso che gli Dei dirigano tutte le cose per l’uso degli uomini allo scopo di legarli a sé e di essere tenuti da essi in sommo onore: dal che è derivato che ciascuno ha escogitato secondo il proprio modo di sentire maniere diverse di prestar culto a Dio affinché Dio lo amasse al di sopra degli altri e dirigesse tutta la natura a profitto della sua cieca cupidigia e della sua insaziabile avidità. 

Il viaggio geometrico-filosofico di Edwin Abbott

 

Si colloca a cavallo di più generi (o forse ne inventa uno proprio, nato dall’incontro tra la divertita efficacia dell’allegoria e la denuncia puntuale e ineludibile dell’utopia negativa) Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni, bizzarria narrativa del reverendo Edwin A. Abbott pubblicata per la prima volta (in forma anonima) nel 1882. Probabilmente non sbaglia chi vede in quest’opera, che sposa l’ordinato procedere di uno studio scientifico a una piacevolissima leggerezza espressiva – venata, in più di un’occasione, da sprazzi di preziosa ironia – un’acida satira della società vittoriana, ma questa non è che una delle molte letture possibili, e a ben vedere neppure la più importante. Flatlandia, infatti, proprio come i mondi di cui narra, è un libro costruito sulla complessità, è l’elaborazione di un’ipotesi possibile (il che significa logicamente plausibile) rappresentata in forma di gioco, di garbata provocazione intellettuale. Una domanda fondamentale, quella sulla natura e i limiti della conoscenza, si cela nel quieto argomentare di Abbott, ed egli la pone al lettore con cautela, ma anche con decisione; così, in una sorta di gioiosa riproposizione del platonico mito della caverna, presenta un mondo nel quale esistono due sole dimensioni, dove ogni cosa è piatta e non esiste la possibilità di concepire una terza dimensione (l’altezza), e dopo averlo fatto introduce in questa realtà un solido ad annunciare l’esistenza dell’inimmaginabile, quella di una dimensione nuova. Naturalmente, tutti gli abitanti del regno bidimensionale, abituati a credere soltanto a quel che i sensi indicano loro come reale, cioè la presenza tangibile di un universo totalmente piatto, rifiutano di dare ascolto al nuovo arrivato, con ciò dimostrando l’assunto dell’autore (non dichiarato ma comunque manifesto): il vero sapere è prima di tutto disponibilità all’apprendimento, apertura verso ciò che è nuovo, altrimenti si tratta soltanto di erudizione fine a stessa, sterile quando non addirittura perniciosa (e poco importa che il quadrato, protagonista del racconto, seguendo i ragionamenti della sfera tridimensionale finisca per riconoscere la realtà della dimensione sconosciuta, perché nel suo mondo nessuno lo seguirà e lui verrà perseguitato).
Ma Flatlandia non è la sola a brancolare nel buio delle proprie inattaccabili certezze; le complessità dei mondi, infatti, non assicurano la saggezza dei rispettivi abitanti. Se gli elementi tridimensionali possono permettersi di dare per scontata l’esistenza delle due dimensioni (così come quella della singola dimensione) aiutati da null’altro che dalla loro natura, e sembrar così più intelligenti rispetto a forme geometriche più semplici, non per questo riescono a spingersi oltre i confini stabiliti dalla conoscenza sensibile che li guida, e allo stesso modo degli abitanti del mondo bidimensionale non prendono in considerazione l’eventualità di un universo a quattro dimensioni. Abbott, fedele al proprio illuminante sarcasmo, non si avventura in polemiche prese di posizione tese a dimostrare agli ambienti accademici del proprio tempo (facilmente individuabili nelle figure a più di una dimensione, complesse rispetto a quelle che abitano i mondi inferiori eppure fragilissime quanto ad armamentario logico e capacità immaginativa) l’ipotetica esistenza di una quarta dimensione (che la teoria della relatività di Einstein individua nel tempo, variabile indispensabile negli studi astronomici dal momento che, quando entrano in gioco distanze sovrumane e velocità come quella della luce, le leggi fisiche utilizzate per leggere e spiegare fenomeni molto più semplici da sole non sono più sufficienti), bensì procede a una spassosa reductio ad absurdum. Come in un viaggio a ritroso nel tempo, lo scrittore e saggista inglese (che fu anche ottimo insegnante) porta le sue forme geometriche a contatto non con universi maggiormente articolati di quelli nei quali vivono ma con realtà più semplici, e li mette a confronto con gli elementi di cui sono costituiti, ed ecco che quel che per una forma a due dimensioni è l’ovvio e il vero, per una a dimensione unica è pura follia. Quando il quadrato, cittadino di Flatlandia, si addormenta alla fine di una giornata in gran parte trascorsa “ricreandosi con la geometria” ecco che in sogno visita Linelandia, terra a una sola dimensione, ne incontra il sovrano e ha con lui un vivacissimo scambio di opinioni; e al sovrano che contesta ogni sua “bidimensionale affermazione” – “Voi mi chiedete di credere che vi è un’altra Linea oltre quella indicata dai miei sensi, e un altro moto oltre quello di cui mi rendo conto ogni giorno. In cambio, io vi chiedo di descrivermi a parole o di indicarmi col moto quell’altra Linea di cui parlate. Invece di spostarvi, vi limitate a far sfoggio di qualche arte magica per sparire e ritornare visibile, e invece di una lucida descrizione del vostro nuovo Mondo, mi venite semplicemente a raccontare il numero e le dimensioni di una quarantina dei miei sudditi, che sono cose note a ogni fanciullo della mia capitale” – replica stizzito: “Essere abbruttito! Vi ritenete la perfezione dell’esistenza, mentre in realtà siete quanto di più debole e imperfetto ci sia al mondo. Pretendete di vedere, e non vedete altro che un Punto! Vi vantate di dedurre l’esistenza da una Linea Retta; ma io le posso vedere, le Linee Rette, e sono in grado di dedurre l’esistenza di angoli, Triangoli, Quadrati, Pentagoni, Esagoni, e perfino di Circoli. Perché sprecare altro fiato? Vi basti sapere che io sono il completamento del vostro essere incompleto. Voi siete una Linea, ma io sono una Linea di Linee, che al mio paese si chiama Quadrato”.
 
Al di là dei meriti scientifici del lavoro di Abbott (alcune sue conclusioni sono necessariamente superate e oggi appaiono perfino ingenue), la sua caratteristica migliore è il limpido “controcanto comico” che ne attraversa ogni pagina; si tratta di una forma di maieutica socratica che, con dolce spensieratezza e allo stesso tempo con il rigore stringente di un sillogismo, mette in guardia il lettore: rida pure del dogmatismo di quadrati e linee ma non dimentichi quanto spesso questa intransigenza, falsamente contrabbandata come sapere, sia propria dell’uomo, essere a tre dimensioni.
Eccovi l’incipit del racconto. Buona lettura.
Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.

Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma – consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti. Ahimé, ancora qualche anno fa avrei detto:«del mio universo», ma ora la mia mente si è aperta a una più ampia visione delle cose. In un paese simile, ve ne sarete già resi conto, è impossibile che possa darsi alcunché di quel che voi chiamate «solido». Può darsi però che crediate che a noi sia almeno possibile distinguere a prima vista i Triangoli e i Quadrati, e le altre figure che si muovono come ho spiegato. Al contrario, noi non siamo in grado di vedere niente di tutto ciò, perlomeno non in misura tale da poter distinguere una Figura da un’altra.

Oltre i confini dell’irrazionale

Contro il giorno di Thomas Pynchon, un vorticoso giro di giostra scientifico-matematico attorno a cui ruota un intero universo di irresistibili follie, ha un modello letterario. Si tratta di La stella di Ratner, romanzo che Don DeLillo – il solo scrittore, pare, che Pynchon si degni di frequentare – ha pubblicato nel 1976. Ne La stella di Ratner si racconta l’esperienza vissuta dal più giovane premio Nobel del mondo, il quattordicenne Billy Twillig, geniale mente matematica. Billy deve decifrare un messaggio di probabile origine aliena, un segnale proveniente dalla stella di Ratner che nessun scienziato è ancora riuscito a decodificare. Così, viene prelevato da casa e condotto in un centro di ricerca segretissimo, dove lavorano le migliori menti del pianeta.
Ed è a questo punto che la realtà e l’ordine e la razionalità trasfigurano nei rispettivi opposti. Il centro, infatti, sembra abbandonato a se stesso, privo di guida; tutti coloro che lo frequentano, e che Billy poco alla volta conosce, o sono impegnati in ricerche prive di senso, oppure millantano (o sembrano millantare) le proprie conoscenze.
Ironico fino alla beffa, DeLillo smonta pezzo dopo pezzo la rassicurante perfezione del linguaggio matematico calandolo nell’assurdo, un assurdo che i numeri condividono con coloro che li utilizzano.
Billy, il più giovane di tutti, il più piccolo, colui che per definizione dovrebbe essere ancora immaturo, è il solo che sembra immune al contagio dell’irrazionalità, della pazzia, della stupidità.
La stella di Ratner è un romanzo esaltante, che diverte, conquista ed entusiasma fin quasi all’ultima pagina. L’affanno in cui DeLillo cade nell’ultimo tratto del libro è poco più di un peccato veniale, che nulla toglie alla grandezza dell’opera.
Eccovi uno dei primi incontri di Billy nel centro di ricerca. Il primo a parlare è uno scienziato, la domanda fulminante è di Billy. Poi una gara di conoscenze tra Billy e un altro matematico – naturalmente pretesa dall’altro – per stabilire il migliore tra i due. Spero che queste righe vi facciano venir voglia di scoprire tutto il resto.
–       Il problema è proprio questo. Non sappiamo che cosa significhi la trasmissione. Il Cervello spaziale ha stampato centinaia di interpretazioni senza giungere a nulla che si possa dire definitivo. Ugualmente hanno fallito decine di uomini e donne. Radioastronomi, esobiologi, matematici, fisici, criptoanalisti, paleografi, linguisti, linguisti computazionali, cosmolinguisti […]. Lei è la nostra ultima speranza, a quanto pare. Quando l’Esperimento sul campo numero uno è divenuto un’entità funzionante, mai, nemmeno nei nostri sogni più sfrenati avremmo pensato di essere tanto fortunati da ricevere così presto segnali provenienti da una superciviltà, e poi tanto sfortunati da essere incapaci di decifrarli. Siamo certi che si tratti di un qualche codice matematico. Probabilmente un codice numerico. La matematica è l’unico linguaggio che potremmo immaginare di avere in comune con altre forme di vita intelligenti nell’universo. A quanto mi pare di capire, non esiste realtà più indipendente dalle nostre percezioni e più fedele a se stessa della realtà matematica.
–       Scusi, ha scorreggiato?
–       È una questione seria – disse Schwarz. – Si sforzi di prestare attenzione.
–       Siamo in uno stanzino minuscolo dove non soffia un filo d’aria.
–       Questo potrebbe essere il giorno più importante della sua vita.
–       Abbia pietà.
–       Tre domande io, tre domante lei – disse Nut. – In caso di parità, un osservatore neutrale ne farà altre tre. Si vince con due serie su tre. Non risponda troppo rapidamente. Ci sono stratificazioni di significato.
–       Sono pronto.
–       Domanda numero uno. Un’equazione di grado n quante soluzioni può avere?
–       Può avere n soluzioni.
–       Non abbia fretta di dare la risposta giusta. Possono derivarne tragici errori.
–       È abbastanza ovvio. La risposta è n.
–       Domanda numero due. Ricordi: stratificazioni di significato. Utilizzando non più di due parole, come definirebbe una geometria che non sia euclidea?
–       Non euclidea
–       Domanda numero tre, Sta rispondendo troppo in fretta. Di quante dimensioni parlo quando dico «parecchie dimensioni»?
–       Di un gran numero di dimensioni, la cui quantità esatta non è però specificata.
–  La sintassi conta.