Una terra che ha radici nel cielo

Recensione di “Una casa per Mr. Biswas” di V. S. Naipaul

Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Una casa per Mr. Biswas, Adelphi

L’amaro frutto di un raggiro, la beffa, l’ultima, la più cocente, di una stagione lunga quanto un’intera vita e costellata di rovesci, di ingenuità pagate a carissimo prezzo, di pietà negate e sterili furori, di mute gelosie ed esibiti disprezzi, di patetiche lotte intestine e amori immaturi, di irraggiungibili felicità e quotidiane umiliazioni. Eppure, malgrado tutto ciò, un simbolo, una dimostrazione, una rivendicazione colma d’orgoglio; la testimonianza concreta di una battaglia condotta con coraggio, in nome di una coerenza zoppicante, imprecisa, a tratti perfino comica ma mai abbandonata, mai rifiutata, mai abiurata, e di valori difesi come la più limpida espressione di sé, come l’irrinunciabile, ultimo bastione perduto il quale un uomo perde il diritto a considerarsi tale. Questo, un caotico tutto, una filosofia impazzita, un clownesco e disperato mondo alla rovescia che contiene ogni cosa e il suo contrario, una “terra che ha radici nel cielo” dove nulla è come dovrebbe essere e dove gli opposti senza sosta urtano l’uno contro l’altro senza annullarsi e senza che alcuna composizione di ordine superiore possa darsi, è la casa, lo spazio privato per eccellenza, il rifugio, il riparo, la tregua concessa dagli affanni di ogni giorno, per Mohun Biswas, povero figlio di immigrati indiani a Trinidad, nato sotto una cattiva stella e perseguitato da un’avversità davvero singolare che lo rende incapace di comprendere le lezioni che provengono dai propri numerosissimi errori, e dunque, in ultima analisi, di migliorarsi. Biswas (Mr. Biswas, come viene chiamato fin dalle primissime pagine del romanzo, a sottolineare l’assenza della sua fanciullezza, l’inesistenza di quegli anni cruciali nei quali, crescendo, si fa esperienza del mondo imparando a prenderne le misure, a difendersi da esso e a concedergli fiducia e credito le rare volte in cui le circostanze lo permettono) è l’indimenticabile protagonista del romanzo Una casa per Mr. Biswas dello scrittore trinidadiano (poi naturalizzato britannico) Vidiadhar Surajprasad Naipaul, scomparso di recente e insignito, nel 2001, del premio Nobel per la Letteratura. Continua a leggere Una terra che ha radici nel cielo

Tra quaranta e cinquanta dollari

Recensione di “A sangue freddo” di Truman Capote

Truman Capote, A sangue freddo, Garzanti

Chi sono davvero Perry Edward Smith e Richard (Dick) Eugene Hickock? Secondo la giustizia americana due assassini senza scrupoli che la notte tra il 14 e il 15 novembre del 1959, a Holcomb, Kansas, penetrarono a scopo di rapina – una cinquantina di dollari in tutto il magro bottino – nella fattoria della famiglia Clutter e dopo aver legato tutti i componenti della famiglia (il padre, la madre e due dei loro figli presenti, Kenyon e Nancy; le altre due figlie, Beverly ed Eveanna, più grandi d’età, non vivevano già più con i genitori) li uccisero brutalmente. Secondo Truman Capote, che di questo atroce delitto, delle indagini che ne seguirono e soprattutto dei due responsabili raccontò in quello che probabilmente è il suo lavoro più celebre, A sangue freddo, dettagliato resoconto giornalistico mescolato a racconto, la coppia di criminali è qualcosa di molto simile a un rompicapo, un tragico mistero che abita una regione dai confini indistinti, una terra d’ombra e sofferenza i cui cittadini sono tanto le umane miserie dell’infanzia negata, dell’alcolismo e dell’indifferenza, quanto le dure condizioni materiali imposte dalla povertà e le insidie invisibili ma eccezionalmente potenti rappresentate dalla malattia mentale, dalla dissociazione psicotica della personalità, dal delirio della schizofrenia paranoide. Continua a leggere Tra quaranta e cinquanta dollari

Non si risolve una tragedia nascondendola

 

Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi
Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi

Nella prigione di un corpo malato, che rende soffocante e insopportabile anche la raffinata ospitalità di un albergo, l’accogliente organizzazione delle camere, la sobria architettura degli spazi comuni; e da qui nell’abisso di un rapporto mai nato e d’improvviso esploso in una forma d’amore corrotta, disturbata, ossessiva, in un furente germogliare di irrazionale passione, in una pretesa d’esclusività sorda alla colpa e alla vergogna e testardamente ignara della realtà e delle sue regole, del vivere sociale e delle sue leggi, della morale e dei suoi dettati. In questo gorgo, in questo imbuto di emozioni, desideri e paure, in questa fredda e patetica fantasmagoria di sogni impossibili, Guido Morselli ambienta una delle sue opere letterarie più belle e difficili, Un dramma borghese, storia penosa e tragica dell’amore di una figlia, appena diciottenne, per il padre che non ha quasi mai visto e insieme al quale trascorre qualche giorno di vacanza (in realtà rovinata da malanni di cui entrambi cadono vittime) nei pressi del lago di Lugano. Morselli impone alla propria scrittura un rigore assoluto; lungo i territori indistinti e sempre mutevoli del romanzo psicologico, egli non si perde, né permette al racconto di scomporsi, sfilacciarsi, mancare d’intensità; così, il febbrile nascere e svilupparsi di un rapporto che trova entrambi gli attori impreparati (il padre da una parte, che ha sempre rinunciato al proprio ruolo, preferendo alla responsabilità genitoriale quella ben più comoda della professione – corrispondente dalla Germania di un importante giornale – e affidando l’educazione della sua unica figlia alla quotidianità regolata e stantia di un collegio; dall’altra la ragazza, che a metà strada tra ingenuità stolida e incosciente perversione immagina, forse anche a causa dell’età ormai adulta, di poter essere una figlia perfetta solo divenendo nel medesimo tempo anche moglie del proprio padre) e che sembra sempre sul punto di deragliare, sprofondare nell’inferno dell’incesto, viene con ferrea regolarità richiamato ai fatti, riportato alla banale evidenza delle cose, da un indugiare quasi fastidioso sulla fisicità dei protagonisti. Le malattie di entrambi vengono minuziosamente descritte, i bisogni dei corpi (il nutrimento, certo, ma anche la pulizia e le fondamentali necessità, dal sonno al lavoro di vescica e sfintere) ricapitolati, affinché a prendere il sopravvento non sia il cortocircuito emotivo e il dramma resti chiuso nel proprio quadro borghese, in quella riflessione più infastidita che davvero tormentata che sa guardare ai problemi, quali che siano, quasi esclusivamente dal punto di vista della loro pubblica “presentabilità”.  

Morselli, in questo romanzo claustrofobico, irritante, sospeso nello spazio e nel tempo come un respiro trattenuto troppo a lungo, si prende licenza di raccontare con l’egoistica familiarità di un diario personale e pare disinteressarsi completamente della squisitezza stilistica del suo lavoro; in realtà, egli chiede al lettore uno sforzo, la capacità di superare proprio quel velo di perbenismo tipico di una certa classe sociale che ammanta di fumo ogni cosa (proprio come la nebbia che, alzandosi dal lago, nasconde il paesaggio che circonda i protagonisti, costringendoli di nuovo a un rapporto fisico, materiale, e soprattutto esclusivo e terribile nella sua inevitabilità, con i mobili della camera, il letto in primo luogo) per giungere al cuore della sua narrazione, a quella “vita non vissuta” (la vita del lavoro, del collegio, dei giorni di villeggiatura, di vacanza, che vorrebbero porsi come semplice parentesi di normalità in un contesto che di normale non ha nulla, e che proprio per questo segnano l’inizio della fine) che è l’autentico “dramma borghese”, perché è vigliaccheria, rinuncia, scorciatoia, abbandono. Ancora una volta Morselli non solo dà prova di un talento letterario cristallino, ma si dimostra coraggioso, potente nel suo fervore etico e letterario, capace di affrontare i nodi più scomodi del nostro essere uomini (e del nostro essere vivi) senza rifugiarsi in nessuna comoda sovrastruttura (né ideale, né tantomeno religiosa) e senza vestirsi di verità o di preconfezionate certezze. Con un’umiltà che commuove, Guido Morselli, indaga, esplora, domanda; leva la propria voce per cercare di comprendere, offrendoci, quasi con noncuranza, capolavori. 

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Così distante quel tempo, e privo di ogni attinenza con la mia vita quel mondo di sentimenti, di interessi, di azioni. Perché ho sognato poco fa, di pieno giorno, seduto di fronte alla finestra chiusa, quell’episodio insignificante, del resto ben dimenticato? Una notte di pioggia, al declino del favoloso Agosto ’43, sullo Jonio; siamo ossessionati dalle incursioni dei commandos, che sbarcano di sorpresa, assalgono le nostre postazioni, fanno saltare ponti e linee elettriche, catturano prigionieri. Devo consegnare ordini a un nostro osservatorio isolato, interrato da qualche parte in una zona a bosco, che poi risulterà non più lunga di un chilometro e larga assai meno, non lontano dalla costa. Abbiamo lasciato le moto sulla litoranea, ci siamo internati, io e il sottufficiale che mi accompagna, contando su una lampadina che si spegnerà quasi subito: e non sappiamo che trappola sia il fango della macchia mediterranea quando piove da due giorni, che arcano avvilente il buio e il silenzio della notte in un folto di piante selvaggiamente intricate.
 

Oggetto della letteratura è la conoscenza dell’essere umano

Recensione de “La testa perduta di Damasceno Monteiro” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli

È possibile che la verità sia anche una questione di stile, che la forma abbia un legame essenziale con la sostanza, che la filosofia, oltre a quello della chiarezza, abbia il dovere, squisitamente letterario, della fascinazione, e che allo stesso modo ogni altra forma scrittura, dalla cronaca giornalistica al dettato di una sentenza, debba possedere la qualità indispensabile della leggibilità; in una parola, che tocchi alla bellezza il compito improbo di provare a spazzare via le tenebre della menzogna, dell’ignoranza e della violenza. Espressione di un determinato sistema di valori, di nitide scelte etiche, di una ben precisa visione del mondo, questo genere di raffinatezza, ben lungi dal ridursi a sterile eco di un imprecisato dover essere, è in realtà la sola opposizione possibile al tragico disordine del mondo.

Impara a comprenderlo, nel corso di una dolorosa, sconvolgente esperienza personale che segnerà per sempre la sua vita, il reporter Firmino, giovane idealista innamorato della giustizia sociale e del marxismo umanistico di Geörgy Lukács spedito da Lisbona a Oporto per scrivere di un orrendo caso di cronaca (il cadavere di un uomo rinvenuto privo della testa). Qui, il protagonista del bellissimo e dolente romanzo di Antonio Tabucchi La testa perduta di Damasceno Monteiro si troverà faccia a faccia con inimmaginabili abissi d’abiezione; toccherà con mano la logica spietata del potere, vedrà leggi piegarsi all’arbitrio del più forte e colpevoli di innominabili atrocità godere delle più vergognose impunità; avrà tuttavia anche modo di conoscere un avvocato, un uomo di vastissima cultura e di ancor più profonda umanità, e sarà grazie a lui che Firmino capirà quanto sia importante resistere a ogni ingiustizia, soprattutto quando le possibilità di riparare i torti sono minime.

Quest’uomo corpulento, che sembra trovare la citazione giusta per ogni argomento di conversazione e i cui discorsi profumano tanto d’ironia quanto d’amaro disincanto, questo filosofo del diritto ed esteta della letteratura, che vorrebbe, con il teologo francese Marcel Jouhandeau, uno scrittore in ogni giuria, perché “l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano, e […] non c’è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali”, spiegherà a Firmino, tanto con l’esempio quanto con il suo dotto, torrenziale conversare, la necessità di porre un argine a una deriva politica e sociale che è prima di tutto corruzione delle coscienze.

La prosa di Tabucchi, miracolosamente lieve nel raccontare la notte più buia dell’essere umano, parte da un fatto realmente accaduto (l’uccisione di Carlos Rosa, un cittadino portoghese di 25 anni, nelle stanze di un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, periferia di Lisbona, e il successivo ritrovamento del suo corpo, seviziato e decapitato, in un parco pubblico) per dar vita a un intreccio solido e avvincente, che in un girotondo di generi (dal thriller al romanzo di formazione, dalla riflessione filosofica al pamphlet di denuncia sociale), commuove, entusiasma, spaventa, indigna, persuade.
Sullo sfondo di una città narrata con il quieto entusiasmo dell’amante, lo scrittore toscano, prematuramente scomparso nel 2012, affronta con preziosa onestà intellettuale temi spinosi ma ineludibili; su tutti quello della giustizia (specialmente quella negata), spiegando senza possibilità d’equivoco che, per quanto sia senz’altro auspicabile che i colpevoli vengano puniti e le vittime in qualche misura risarcite, quel che è davvero fondamentale, per ogni persona, è non cessare mai di impegnarsi per ottenere ciò cui si ha diritto, a maggior ragione nei momenti in cui del diritto si fa quotidianamente strame.
Quella con cui tutti i Firmino del Portogallo hanno a che fare, spiega l’avvocato, soprannominato Loton per la sua impressionante rassomiglianza con il grande attore Charles Laughton (che vestì proprio i panni dell’avvocato nello splendido dramma Testimone d’accusa, diretto da Billy Wilder), “è la peggiore borghesia […] nata negli ultimi vent’anni: soldi, incultura e tanta a arroganza. È gente terribile”.
Gente terribile, che Tabucchi descrive con la sua prosa agile, sfumata, delicata eppure puntuale, tagliente, chirurgica. Gente ignobile, cui bisogna contrapporre l’irresistibile non violenza del sapere, di un umanesimo temperato da comprensione, pietà e bellezza, e la scelta di un’esistenza nel medesimo tempo concreta e letteraria. Perché è solo nelle cose, e nelle pagine che le raccontano, che tutti noi abitiamo.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato un anno prima Agostino da Silva, detto Franz il tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell’alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l’esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse tra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.