Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Rinascere, forse

Recensione di “Un mese in campagna” di James Lloyd Carr

James Lloyd Carr, Un mese in campagna, Fazi Editore

La guerra e l’orrore da una parte; il suo ossessivo ricordo e il tentativo di sfuggirgli dall’altra. E nel mezzo, l’intervallo quasi miracoloso di un’estate, il placido splendore della campagna inglese, la maestà silenziosa di una chiesa, la scoperta delle vite degli altri, chiuse nel cerchio imperfetto e solidale di un minuscolo, sonnolento villaggio, il richiamo dei secoli trascorsi, che respira in un affresco del quattordicesimo secolo da riportare alla luce, e infine l’amore, che un incontro improvviso risveglia. Accomodato in una prosa lieve e splendida, non priva d’ironia e insieme venata di tristezza, di quell’acuta nostalgia che sempre si accompagna alla memoria di ciò che è stato e che mai più potrà essere di nuovo, questo semplice (e tuttavia ricchissimo) materiale narrativo germoglia in un romanzo di non comune fascino, poetico quanto può esserlo una fiaba, prezioso nel modo in cui lo sono le storie inventate per stupire, incantare, sedurre, acuto e profondo come una riflessione, autentico e sincero come una confessione. Continua a leggere Rinascere, forse

L’invenzione della nivola

Recensione di “Nebbia” di Miguel de Unamuno

Miguel de Unamuno, Nebbia, Fazi Editore

Il personaggio e il suo creatore, la finzione e la realtà, l’estro e la logica, il sonno e la veglia, il sogno e il pensiero, la morte e la vita. Coppie di opposti che forse sono la medesima cosa, o forse non sono altro che un inganno, una burla, un metafisico gioco di specchi, un labirinto impossibile, un enigma che non ha soluzione. E un narrare che rincorre stesso lungo una circolarità eterna che sembra comprendere ogni cosa, riassumere ogni contraddizione, assorbirla in unità e poi nuovamente farla esplodere in mille rivoli di dubbi, di ragionamenti, di sofismi, di domande senza risposta, di riflessioni che nel loro continuo, inafferrabile fluire è come se facessero il verso all’intera storia della filosofia, e che sempre si esauriscono in uno stanco sospiro d’incertezza. In questa ragnatela di dilemmi, i misteri più grandi, l’esistere e l’amare, fanno da sostrato a un racconto dolce e stralunato che ha la sottile impalcatura della fantasia, dell’intuizione improvvisa, e l’importuna tenacia del sospetto, del rovello interiore che non concede pace; un racconto che consapevolmente ignora qualsiasi canone e procede deciso verso nuove terre, nuove orizzonti, e in questo cammino si fa nivola, oggetto letterario sconosciuto, regno della libertà e delle possibilità infinite, luogo dello spirito nel quale a dominare sono il gioco, la confusione, l’indeterminatezza. “Quest’idea di chiamarla nivola […] fu un’altra ingenua astuzia per imbrogliare i critici. È un romanzo e un romanzo come qualsiasi altro scritto che sia presentato sotto questo nome; ossia che così si chiami perché in questo caso essere è chiamarsi. E che significano quelle dichiarazioni che è passato il tempo dei romanzi o dei poemi epici? Finché vivranno i romanzi passati, vivrà e rivivrà il romanzo. Si tratta di risognare la storia”. Continua a leggere L’invenzione della nivola

Sii ciò che sei

Recensione di “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda

L’idea che siano commedia, riso e umorismo la più genuina e fedele interpretazione del dramma, che nella contagiosa leggerezza del loro codice espressivo abiti la comprensione del male, e un viaggio a ritroso nel passato compiuto con piena coscienza di tutto quel che è accaduto da allora a oggi, vestito della limpida consapevolezza dei fatti, gravato dal peso delle decisioni prese (e delle conseguenze che da quelle decisioni sono scaturite), dei rimorsi accumulati, dei rimpianti rimasti ad appassire lungo la strada e a tratti risvegliati, come tormenti, dall’ingovernabile sussulto dei ricordi. E il lento divenire di tutte le cose, il respiro di ciò che è vivo che muta le quotidiane esistenze, che incessantemente conduce il noto verso l’ignoto, che apre le porte all’inaspettato. Così, il legame tra ciò che è stato e ciò che è non è un correre lungo i binari di una strada definita, non è semplicemente ricostruire l’immutabile, illuminare la morta eternità delle cose trascorse, bensì uno zigzagare del pensiero e della fantasia; è l’incedere ubriaco dei sentimenti, l’anarchico vagabondare di un frammento di memoria che nel suo effimero splendore ne illumina un altro, il quale a sua volta ammicca a un terzo, che ancora svela il successivo, finché quest’abbozzato filo d’Arianna non diviene percorso, e il percorso trama del labirinto. Continua a leggere Sii ciò che sei

I campi russi e la morte

Recensione di “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj

Andrej Belyj, Il colombo d'argento, Rizzoli
Andrej Belyj, Il colombo d’argento, Rizzoli

Il colombo d’argento è percorso dal tema dello spazio russo o, meglio, dei ‘campi russi’. Darjalskij, il protagonista, fugge verso i ‘campi russi’, che gli infliggeranno la morte. È un’epoca, quella, in cui tutta la letteratura russa fugge verso le profondità dello spazio russo, cerca rifugio nell’etnografismo, nel topografismo, nella religiosità degli immensi spazi rurali della Russia […]. No, non è una metafora: Belyj si interessa ai ‘campi russi’ nel modo più concreto possibile. Quando era studente in scienze naturali ha scritto una tesi di laurea sulle ‘forre’ nella Russia centrale […]. Ma c’è un’altra chiave, più efficace. A quel tempo Belyj si interessa appassionatamente alle sette russe. È quello, del resto, un periodo di infatuazione generale per tutti i settari della Russia, quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti o i Molokani, e soprattutto i famosi ‘clysty’ e i dissidenti dei ‘clysty’: gli ‘scoptsy’, che praticano l’autocastrazione […]. I Fratelli si chiamano tra loro ‘colombi’, e le loro ‘radenie’, o riunioni mistiche ed erotiche, che terminavano con tranches e spesso con l’accoppiamento carnale dei ballerini tra loro, esercitavano un grande fascino sulla generazione simbolista […]. L’eresia degli ‘uomini di Dio’ (o ‘clysty’) è sorta in Russia nella metà del 17° secolo. Per loro, lo Spirito Santo, soffiando a suo talento, traforma gli uomini in ‘cristi’ (‘clysty’ ne è la forma corrotta), in quali, in certe comunità, si adorano reciprocamente. E chi è Cristo e chi è Madre di Dio. Uomini e donne sono vestiti di bianco e gli stati di trance, durante le danze rituali, vengono portate fino all’estasi”. Continua a leggere I campi russi e la morte

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

Tralfamadore. E poi Dresda

Recensione di “Mattatoio n. 5”
di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Chiamata a esprimere l’inesprimibile, a dare voce (e dunque, almeno in qualche misura, anche un perché, una ragione) a orrori così spaventosi da non poter essere neppure immaginati, la parola si scopre capace di superare di se stessa; trova lo slancio necessario a ridisegnare la propria geografia semantica, arriva a nutrirsi di quella folle, generosa anarchia che sola le permette di reinventarsi nella forma, nello stile, nell’architettura narrativa, e in tal modo replica alla realtà d’incubo con la quale è chiamata a misurarsi con l’abbagliante esultanza di un miracolo creativo. Chiamato a raccontare uno dei più insensati massacri della storia – “È tutto accaduto, più o meno […]. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati […]. Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane” – l’atto dello scrivere, del descrivere, del replicare un fatto, volta le spalle alla propria tragica insufficienza per aprirsi a una dimensione nuova, a uno spettro vocale sconosciuto dove a dominare è ancora l’accadimento in sé, ma non più nella sua oscena nudità, bensì nel travestimento iperbolico e dolcemente fantastico della fiaba, del racconto stralunato, dell’invenzione innocente e purissima. Così, l’eccidio di Dresda, il terrificante bombardamento alleato che tra il 14 e il 15 febbraio del 1945 causò, con la distruzione pressoché totale della città, 135.000 vittime (per rendersi conto della gravità della strage basti pensare che la bomba atomica americana sganciata su Hiroshima provocò, al suo impatto, la morte di 71.379 persone) si fa tappa del peregrinare nello spazio e nel tempo dell’anonimo, tenero e grottesco Billy Pilgrim, protagonista dello splendido e intensissimo Mattatoio n. 5, uno dei romanzi più celebri (e più riusciti) di Kurt Vonnegut. Uomo qualunque rapito dagli alieni, condotto sul pianeta Tralfamadore e divenuto in forza di ciò (e suo malgrado) mite custode dei segreti del tempo, della vita e della morte, Pilgrim non è semplicemente l’alter ego dell’autore; plasmato dal delicato sussurro della comicità di Vonnegut, cresciuto nel trasparente liquido amniotico di una prosa che, come una pietosa mano, carezza la piagata superficie di ciò che è per conoscerla, impararla e restituirla intatta alla coscienza di ciascuno, Billy Pilgrim è l’antieroe senza peccato gettato nella spietata arena della ferocia umana. Ed è soltanto attraverso il suo sguardo limpido, attraverso la sua ingenuità di fanciullo, attraverso le sue esperienze uniche e incomunicabili (che tuttavia egli cerca di condividere con il maggior numero possibile di persone, incurante della sprezzante incredulità che le sue parole suscitano) che l’insensato massacro di Dresda (e con esso la sanguinosa metastasi della guerra) può trovare forma.

Abbigliata con gli sgargianti abiti clowneschi che Pilgrim, quasi senza rendersene conto, fa indossare a tutto ciò che vive, la guerra diventa d’improvviso materia narrativa; la beffarda metamorfosi letteraria cui, grazie all’immaginazione di Billy Pilgrim, la costringe Vonnegut, tramuta la sua cupa presenza d’ombra nell’evanescente e disarmata rappresentazione di una pellicola bellica, per di più trasmessa al contrario, dalla fine all’inizio anziché dal principio alla conclusione: “Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra […]. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre individui perfetti di nome Adamo ed Eva”. E in questa dissoluzione quasi magica della guerra, in questo tocco di gentile insensatezza che ha l’immenso potere di dare senso a qualcosa che non ha nessuna ragione, nessuna giustificazione, anche Dresda l’innominabile può dissolversi e trovare pace, può essere descritta, e ricordata, per ciò che è davvero stata nell’esatto momento in cui, talmente disseminata di crateri e macerie da ricordare la luna, la luna stessa romanticamente richiama nel fiorire di pensieri e ricordi di Billy Pilgrim, l’uomo che ha viaggiato nello spazio e nel tempo, che ha conosciuto la morte e la vita e che sa, perfettamente sa, che né per l’una né per l’altra mette conto piangere e disperarsi.

Indimenticabile romanzo-capolavoro, Mattatoio n. 5 è un’opera fondamentale, una lettura necessaria, carica di bellezza, pietà e dolore; è, insieme, testimonianza eterna e necessario insegnamento, entrambi narrati in una lingua che è tutte le lingue degli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Luigi Brioschi. Buona lettura.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

Finché dura la corrente

Thomas Pynchon, La cresta dell'onda, Einaudi
Thomas Pynchon, La cresta dell’onda, Einaudi

Il complotto contro l’America è un prodotto squisitamente americano; è l’aggravarsi inconsapevole del processo di involuzione di un organismo sociale la cui idea di libertà è impallidita nell’utilitaristico concetto di merce; è la contraddizione (inesplosa ma niente affatto dormiente) tra il diritto rivendicato all’autodeterminazione di ciascuno e di tutti e l’asservimento – che di momento in momento si fa più forte – di tutti e di ciascuno alle logiche del mercato, del profitto, all’imperativo categorico dell’assurdo che pretende una crescita continua all’interno di un mondo dalle risorse tutt’altro che infinite; è la menzogna planetaria di internet, luogo-non luogo dell’utopia finalmente realizzata, della “democrazia compiuta” imperante, dell’“informazione libera” diffusa a piene mani, della “verità” alla portata di tutti fondata sul controllo: “Tutti connessi insieme, impossibile che si perda qualcuno, non può succedere. Fai il passo seguente, connettili ai telefoni cellulari, e avrai un Web completo di sorveglianza cui non si potrà sfuggire […]. Spaventoso. Quello che sognano al Pentagono, legge marziale che si allarga a tutto il mondo”. L’America non è mai stata innocente, scrive James Ellroy al principio di American Tabloid (1995), primo, splendido capitolo della sua “Trilogia Americana”; diciotto anni più tardi, la sua affermazione, trasformata, nel geniale “laboratorio letterario” di Thomas Pynchon, nella grottesca maschera comica di se stessa ma ribadita nella sua essenziale esattezza, nella sua inconfutabilità, è il fondamento del magnifico e vorticoso romanzo La cresta dell’onda, ennesimo capolavoro (d’ironia e lucidità) del grande scrittore statunitense. Nel raccontare l’odissea della sua protagonista, l’analista antifrode Maxine Tarnow (siamo nel 2001, nei mesi che precedono, e poi in quelli che seguono, la tragedia dell’11 settembre, cui l’autore non dedica che una manciata di pagine, con ciò sottolineando quanto il crollo delle Torri Gemelle sia stato forse il momento più terribile, ma non certo il più oscuro e nemmeno il peggiore di un folle gioco al massacro nel quale gli Stati Uniti non sono che uno degli attori in campo, un tassello tra gli altri), Pynchon, attento a non prendersi mai troppo sul serio, a “ubriacare” di irresistibile comicità ogni ragionamento, ogni tesi, ogni conclusione cui, attraverso i suoi personaggi, giunge, indossa i panni che gli sono più congeniali, quelli del narratore onnisciente, del deus ex machina, la cui osservazione dei fatti è allo stesso tempo divertita e disperata. Così, egli ambienta la sua storia nel momento in cui il miracolo della “new economy” si fa illusione, tra le macerie delle migliaia di “start up” .com lanciate sul mercato e fallite (e dove tuttavia, per chiunque abbia un po’ di fantasia, sappia ignorare gli scrupoli e non manchi di sano spirito imprenditoriale occasioni e opportunità non mancano di certo), per intrecciare inestricabilmente virtuale e reale. Ingaggiata da un amico regista (ed ecco che torna la dicotomia tra ciò che si vede e ciò che è), Maxine si trova a indagare su una società di sicurezza informatica (dall’improbabile nome di hashslingrz.com) i cui utili, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale del settore, continuano a crescere vertiginosamente; ed è seguendo le tracce dell’inchiesta che, quasi senza rendersene conto, precipita in un abisso che altro non è se il presente che tutti conosciamo incontrato però al principio di un giorno qualsiasi, poco dopo essersi appena alzato dal letto, non ancora truccato a dovere per presentarsi ai miliardi di esseri umani che lo aspettano davanti allo schermo di un computer o in mezzo a una strada. E il presente (e con esso forse il passato, e quasi certamente il futuro) orfano di belletto ha l’aspetto ripugnante dell’infantile nazismo degli Stati Uniti, impegnati a cercare di governare il mondo imponendo il proprio ordine attraverso mirate azioni “politico-militari” piuttosto che risoluti a conquistarlo direttamente; ha il volto sfigurato d’odio di un terrorismo che uccide più per compulsione che in obbedienza a un disegno che se anche esistesse nessuno sa con certezza chi lo ha architettato né a quale scopo; ha il sorriso sfuggente e maligno di internet, terra vergine dove è davvero possibile solo e soltanto ciò che alcuni vogliono e dove l’alternativa a quel che è, la “seconda vita” da costruire assecondando solo i propri desideri garantita da un software sperimentale (Departure, presto modificato dai suoi creatori in Deep Archer, corsia preferenziale verso il buco nero del web sommerso), si rivela un vicolo cieco e non un salvifica via di fuga.

Quel che si vede prima del trucco, dunque, non è che una teoria di devastazione, un labirinto d’orrori dal quale è quasi impossibile uscire, un luna park scintillante d’angoscia al cui ipnotico canto di sirena fatto di luci, suoni e colori non si riesce a resistere, ma che potrà durare soltanto finché qualcuno non si deciderà a staccare la corrente. 

Eccovi l’incipit del romanzo. L’eccellente lavoro di traduzione, per Einaudi, è, ancora una volta, di Massimo Bocchiola. Buona lettura.

È il primo giorno di primavera del 2001 e Maxine Tarnow, anche se qualcuno nel database l’ha ancora sotto Loeffler, sta accompagnando a scuola i suoi figli. Sí, forse non hanno più l’età per essere accompagnati, forse è Maxine che ancora non vuole rinunciare, sono solo un paio di isolati, e sulla strada per andare al lavoro, e poi le piace. Quindi?