Barney Panofsky o Mordecai Richler?

Mordechai Richler, La versione di Barney, Adelphi
Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi

Che nei fatti l’autobiografia di Barney Panofsky sia, in tutto o in parte, la biografia dello scrittore canadese Mordecai Richler importa poco. Conta, invece, e parecchio, capire quanto siano sovrapponibili nella prosa, nello stile e nel respiro narrativo l’autore de La versione di Barney (pubblicato nel 1997 e diventato un successo internazionale nel 2001 anche, se non soprattutto, a causa della morte di Richler) e il suo personaggio. Perché è esattamente qui, nello scioglimento di questo curioso dilemma letterario che l’indiscutibile talento di Mordecai Richler oltrepassa finalmente il confine che lo separa dal genio o inciampa nella propria presunzione e finisce per recitare stancamente una parte le cui virtù, ormai fruste, si trasformano in vizi. Panofsky, ricco ebreo ormai anziano, ha alle spalle una vita di dissolutezze, piaceri e rimorsi, e un debito con la propria coscienza che forse non potrà mai saldare. Ed è proprio per raccontare la sua verità, la sua “versione” di quel che è accaduto, che decide di scrivere un’autobiografia, o per dir meglio un’autodifesa, una replica alla più terribile e infamante delle accuse pubblicata in un libro scritto da un compagno di gioventù di Barney: quella di essere un assassino. E non un assassino qualsiasi, ma l’omicida del proprio migliore amico, Bernard “Boogie “ Moskovitch, brillante scrittore naufragato nella droga e in ogni altra sorta di bizzarri eccessi. Barney, tre mogli – morta suicida la prima; sposata con troppa leggerezza e abbandonata in fretta la seconda; amata con tutto se stesso, tradita e amaramente rimpianta l’ultima – e altrettanti figli che non sanno se sia più faticoso (e sterile) provare a comprenderlo oppure ad amarlo, rivendica con il balbettante e patetico orgoglio del colpevole suo malgrado le scelte folli, gli anni gettati al vento, gli scrupoli ignorati e lo sfrenato egoismo; e ricorda con la nostalgia impotente dei vecchi la stagione in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano (gli anni cinquanta a Parigi), quella della povertà cui nessuno sfuggiva esibita come un vanto e del miraggio della ricchezza sbeffeggiato con raffinato, intellettuale compiacimento. Nella sua arruffata apologia, l’eterno ragazzo Barney gode dei peccati commessi nel momento stesso in cui li elenca, difende la sua passione inestinguibile per le donne e l’alcol ma non si stanca di ripetere che anche la peggiore amoralità obbedisce a un proprio codice etico. E non uccide. Non ho ammazzato Boogie. Il resto è uno sfrenato viaggio sulle montagne russe di un’indifferenza che potrebbe essere sovrumana se non fosse squisitamente umana, di un cinismo che ha il carattere della rivincita astiosa che il povero di spirito si prende nei confronti di chi è migliore di lui – avrei anch’io voluto scrivere come tanti dei miei amici, ammette con una punta di vergogna, invece ho fatto successo, e soldi, producendo spazzatura per la televisione – di una sete di vivere che nasconde tanto il bisogno di essere perdonato quanto il desiderio di avere una seconda possibilità.

Ma quanto c’è, davvero, nelle pagine di questo libro-confessione, di Barney Panosfky, e quanto invece c’è di Mordecai Richler? In che misura l’umorismo greve, scombinato e spesso fiacco che attraversa il romanzo è frutto degli elementari mezzi espressivi di Barney e non finissima elaborazione narrativa del suo creatore? Perfettamente mimetizzato nel suo eroe da quattro soldi, attratto fino alla fascinazione dalle scorrettezze di un mascalzone che muove tanto al riso quanto alla pietà, Richler forse cede al personaggio più di quanto un autore dovrebbe fare e per eccesso di realismo castiga la propria scrittura demolendone i maggiori punti di forza. Il ritmo della narrazione, l’allegria scanzonata, il garbo pungente delle battute, l’agilità della prosa (qualità che si ritrovano, per esempio, nel bellissimo Solomon Gursky è stato qui), in questo romanzo soffocano, sacrificate da un verbosità eccitata e maldestra che in più di un’occasione sfiora pericolosamente la noia. Eppure La versione di Barney non è un romanzo infelice; sa coinvolgere, commuovere, ha trovate più che buone (su tutte, i numerosi errori di cui sono disseminate le memorie di Barney; causati, si scoprirà a tempo debito, dai primi accenni del morbo di Alzheimer che l’ha colpito), ma nonostante ciò non convince. Perché non convince l’ipotesi che un autore così meravigliosamente dotato sia stato capace di mettere da parte la propria maestria per scrivere come avrebbe scritto un dilettante. Tuttavia, se quel che è accaduto è proprio questo, allora La versione di Barney merita di essere salutata come l’opera di un genio. A voi l’onere della decisione.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Matteo Codignola. Buona lettura.
Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice la troika di Barney Panofsky), la natra della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba. Il tempo, le febbri, questo il titolo della messa cantata di Terry, è in uscita per i tipi del Gruppo (chiedo scusa, il gruppo, si scrive così), una piccola casa edirice di Toronto che gode di lauti sussidi governativi e pubblica (su carta riciclata, potete scommetterci la testa) anche un mensile, «la buona terra».

La musicale prosa del fallimento

Martin Amis, L'informazione, Einaudi
Martin Amis, L’informazione, Einaudi

Un raffinato esercizio di scrittura che ha per tema la scrittura stessa, o meglio gli scrittori, il loro lavoro e la (spesso eccessiva) considerazione di sé che lo alimenta. Una tragicomica avventura, un romanzo irresistibilmente divertente e dolcemente crepuscolare, una riflessione disincantata e perfida sul mondo dell’editoria (e più in generale della cultura letteraria) che pagina dopo pagina assume i contorni del compiaciuto disvelamento di un segreto: la letteratura – specie, se non soprattutto, nei suoi migliori esponenti – non ha nulla di nobile, anzi è un desolante compromesso al ribasso. E non importa granché che questo sia tutto fuorché un segreto, cioè che si tratti di una verità di pubblico dominio (sospettata da molti ma conosciuta davvero da pochissimi), perché a fare la differenza non è ciò che si sa ma quel che si ha il coraggio di dire a voce alta, in questo caso di scrivere a chiarissime lettere. E il romanziere e saggista britannico Martin Amis, nel suo L’informazione, di coraggio, di più, di autentica spavalderia, dimostra di averne in abbondanza, o almeno quanto basta per alimentare, in egual misura, il suo prodigioso talento letterario, la sua cristallina vocazione allo humour grottesco e pungente e più di tutto un’assoluta mancanza di qualsivoglia forma di pietà e comprensione nei confronti del suo (e nostro) prossimo, frutto, impossibile non rendersene conto, di una conoscenza dell’uomo che sfiora la perfezione. Protagonisti de L’informazione sono due romanzieri quarantenni, amici da una vita: da una parte Richard Tull, che dopo un promettente inizio di carriera (due romanzi pubblicati, la benevola attenzione della critica, tanti progetti per il futuro), ha sposato – dietro saggio consiglio – la sua “ossessione sessuale”, è diventato padre di due gemelli e quasi contemporaneamente è sprofondato in un limbo d’oblio che non ha la maturità né di accettare né di sopportare; dall’altra Gwyn Barry, spiantato signor nessuno senza arte né parte che un bel giorno partorisce un romanzo che è la quintessenza dell’insignificanza – Amelior, storia (?) di un gruppo di giovani di differenti etnie che, in uno scenario agreste di virginale bellezza, si trascina bovinamente per centinaia di pagine discettando, nel modo più educato e neutro possibile, di economia domestica, tecniche di coltivazione della terra, idiozie astronomiche (dunque astrologiche) e quantaltro; per il resto, niente conflitti, niente sesso, niente crisi di coscienza, né suicidi né reciproci odi o rivalità; in una parola, niente di niente… – e ottiene un (inspiegabile, specie per Richard Tull) successo planetario. Costretto a specchiarsi due volte nel proprio fallimento – la prima considerando la propria situazione personale; l’incapacità a rinunciare al proprio ruolo di scrittore (che peraltro nessuno è disposto a riconoscergli), il “lavoro” che, come fosse una condanna, corrisponde a questo status (recensore di monumentali biografie di autori di terz’ordine nonché redattore della più che opaca Tantalus Press, casa editrice a pagamento) e, immancabile, un romanzo intitolato Senza titolo praticamente impossibile da leggere (chiunque ci provi, dopo poche pagine comincia a soffrire di malanni mai avuti in precedenza); la seconda assistendo all’apoteosi di Gwyn, sul quale dovrebbe anche scrivere una biografia (tema: cosa fa un romanziere di successo quando non scrive romanzi di successo? E come si sente, come si sente veramente, un romanziere di successo consapevole di essere un romanziere di successo?) – Tull ha un unico scopo nella vita, vendicarsi dell’amico-rivale, stroncarne in qualche modo (in qualsiasi modo) la carriera letteraria, vederlo sprofondare, o in alternativa annientarlo fisicamente, pestarlo (anzi no, farlo pestare) a sangue, ridurlo a vegetare (un po’ come i suoi eroi di Amelior) in un letto d’ospedale, ogni osso del corpo frantumato con professionale diligenza.

Naturalmente tutti i piani orditi da Richard ai danni del suo “caro amico” (dai più grossolani ai più machiavellici) finiscono per non concretizzarsi; un po’ perché Gwyn ha una fortuna sfacciata, e non solo dal punto di vista letterario (anche se è in quel campo che assesta i colpi migliori a Richard), e un po’ perché l’universo, l’universo intero così come lo conoscono (e spiegano) gli scienziati – Amis spende diverse pagine a raccontarci cos’è l’universo e cosa siamo noi in confronto a esso, a illustrare quale differenza corra tra il tempo come noi lo intendiamo e misuriamo e il tempo di vita del sole, a fare le debite differenze tra un pianeta, per esempio il nostro, che offre condizioni favorevoli alla vita, e uno nel quale non è neppure immaginabile pensare di abitare; ed ecco che ogni cosa, a partire dall’insulsa guerra Tull-Barry fino ad arrivare alle nostre personalissime rese dei conti, assume di colpo una diversa prospettiva – “ne ha le palle piene di Richard Tull”. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Come potrebbe l’universo non stancarsi di questo piagnucoloso incapace che in attesa di avere dal mondo un riconoscimento che non otterrà mai dimentica tutto ciò che nella sua vita ha un senso e per mantenersi, oltre a scrivere recensioni di libri a dir poco superflui, lavora per un editore a pagamento (“La pubblicazione privata”, scrive a questo proposito Amis, “ non è propriamente criminalità organizzata, ma ha stretti legami con la prostituzione. La Tantalus Press era un bordello […]. Gli scrittori […] pagavano. Mentre uno scrittore dovrebbe poter dire a voce alta di non averlo mai fatto a pagamento – mai in tutta la sua vita”)? Ed è proprio perché l’universo non ne può più di Richard Tull che a prevalere nella contesa è Gwyn Barry, un’altra nullità che non ha niente di vincente (a partire dal talento letterario), ma che differenza del suo avversario ha capito esattamente cosa desiderava dalla vita e cosa dovesse fare per ottenerlo.

L’informazione è un magnifico romanzo, una storia di affascinante brutalità che strappa risate con la stessa facilità con cui instilla amarezza e disincanto. È una lezione, di vita e di scrittura, impartita da un insegnante che tutti, almeno una volta, dovremmo aver la fortuna di incontrare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Gaspare Bona. Buona lettura.
Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere… Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai. Le donne – e possono essere mogli, amanti, muse macilente, pingui nutrici, ossessioni, divoratrici, ex, nemesi – si svegliano, si girano verso questi uomini e domandano con femminile bisogno di sapere: – Che cosa c’è? E gli uomini dicono: – Niente. No, non è niente, davvero. Solo un sogno triste. Solo un sogno triste, ma certo. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere. Richard Tull stava piangendo nel sonno.

Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.

La tragica farsa delle spie

Recensione de “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Graham Greene, Il nostro agente all'Avana, Mondadori
Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Mondadori

Jim Wormold è un rappresentante di aspirapolvere. Lavora all’Avana, ha una figlia di diciassette anni, fervente cattolica, il cui carattere, particolarmente vivace e spigliato, sembra contraddire la sua adesione al credo (o perlomeno ai modi di comportarsi che raccomanda), qualche amico (uno in particolare, il dottor Hasselbacher, un anziano medico tedesco) e una spigliata immaginazione. Quest’ultima, tuttavia, è una caratteristica che ignora di possedere, almeno fino a quando non incontra il signor Hawthorne, agente segreto al servizio di Sua maestà britannica deciso ad arruolarlo, a fare di lui il primo anello di una rete di spie che riferisca tutto quanto accade sull’isola, dilaniata dal conflitto tra l’esercito fedele ad dittatore Batista e i rivoltosi capeggiati da Fidel Castro.

Wormold, che nulla sa né vuole sapere di politica internazionale, complotti, strategie, intercettazioni, rapporti inviati e ricevuti, inizialmente crede che l’approccio di Hawthorne sia uno scherzo, poi pensa a un equivoco, infine si convince che la situazione sia seria (per quanto del tutto assurda), dunque vera. Che fare allora? Rifiutare, naturalmente. Non è certo possibile improvvisarsi spie. Rinunciare, senza dubbio. Voltare le spalle a quella pazzesca offerta. Che però, almeno stando a quel che ne dice Hawthorne, che opera in Giamaica, è molto ben pagata. E Wormold di soldi ha bisogno, un po’ perché gli affari non girano (del resto, a chi possono interessare gli aspirapolvere in tempi di quasi guerra civile? Se poi la casa produttrice ci mette del suo e decide di chiamare l’ultimissimo modello Pila Atomica, come sperare di riuscire a vendere quanto basta per mantenersi?) e un po’ perché sua figlia, la bellissima Milly, ha gusti raffinati e uno stile di vita decisamente dispendioso. Dunque perché non stare al gioco di Hawthorne (o almeno fingere di farlo) e diventare l’agente all’Avana del servizio segreto inglese? In fondo, quanto sarà mai difficile fingere di lavorare per Londra? Riuscire a ingannare gli uomini di Sua Maestà?

L’impianto narrativo de Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (pubblicato nel 1958), splendido classico della letteratura, leggero ed elegantissimo nella prosa e ricco di intelligente humour e pungente sarcasmo, è insieme semplice e geniale; è una parodia, una farsa (di un periodo storico e delle sue ossessioni, ma anche dei meccanismi del potere, del suo operare cieco, in una parola disumano, o per dir meglio antiumano), e una riflessione amara sulle scelte personali e sulle loro conseguenze, troppo spesso imprevedibili. Non v’è dubbio che Wormold sia un impostore, eppure ciò che lo spinge ad agire in quel modo, a prendersi gioco di un intero servizio segreto, non è ambizione, né brama di ricchezza o di potere, ma solo la preoccupazione di un padre desideroso di offrire alla figlia una vita degna di questo nome, un’istruzione adeguata, un futuro.

Se quel che era cominciato come un gioco poco alla volta diventa un dramma, e poi una vera e propria tragedia, se delle vite vengono sacrificate, la responsabilità è certo dell’innocuo rappresentante di aspirapolvere, ma insieme a lui salgono sul banco degli imputati tutti i protagonisti di questo scintillante romanzo. Hawthorne, innanzitutto, la cui imbarazzante incapacità di giudizio è pari solo alla propria scandalosa sopravvalutazione di sé, poi il gran capo dell’intelligence, a tal punto colpito dalla straordinarietà delle rivelazioni del nuovo agente (che racconta di una fantomatica serie di installazioni militari in costruzione sulle montagne, accludendo disegni che altro non sono se non copie, riadattate per l’occasione, dei componenti meccanici degli aspirapolvere) da non pensare nemmeno per un momento di indagare più a fondo, di verificare, il dottor Hasselbacher, il cui passato è oscuro (e assai pericoloso), la squadra di agenti che Londra invia per aiutare Wormold, e infine il mellifluo, insinuante e crudele capitano Segura, ufficiale di polizia al servizio del regime innamorato della giovane Milly e disposto, pur di conquistarla, a lasciare una fin troppo ampia libertà d’azione a suo padre.

A tutti l’autore offre la possibilità di fermarsi, di riflettere, di porre fine a quel gigantesco equivoco,di aggiustare le cose, ma nessuno di loro la coglie. Che sia per vigliaccheria, opportunismo o stupidità, poco importa; Greene, senza mai rinunciare al suo tono scanzonato, allegro, al gusto della provocazione, narra con perfetta consequenzialità, come se la vicenda fosse una partita a scacchi (o meglio a dama, gioco preferito da Segura, e a un certo punto anche da Wormold, che sfida il capitano a un inedito, indimenticabile incontro) e ogni mossa conducesse inevitabilmente a un’altra. Fino al disvelamento della verità, il traguardo finale che tutti, fino all’ultimo e con ogni mezzo, hanno cercato di evitare. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, collana Oscar Scrittori Moderni, è di Adriana Bottini). Buona lettura.
“Quel negro che passa là in strada le assomiglia, Mr Wormold” disse il dottor Hasselbacher, in piedi nel Wonder Bar. Era tipico del dottor Hasselbacher, dopo un’amicizia di quindici anni, continuare a rivolgersi a Wormold in modo così formale: con lui, l’amicizia procedeva lenta e certa come una diagnosi scrupolosa. Forse sul letto di morte, quando il dottore fosse venuto a tastargli il polso ormai impercettibile, Wormold sarebbe diventato Jim. Il negro era cieco da un occhio e aveva una gamba più corta dell’altra; portava un cappello di feltro senza età e dalla camicia stracciata trasparivano le costole, come in una nave in demolizione.

L’entropia, l’Apocalisse, la letteratura

 

Thomas Pynchon. V., Rizzoli
Thomas Pynchon. V., Rizzoli

Molteplice come i nomi cui può fare riferimento, o come i luoghi (reali o fantastici) che suggerisce alla memoria e all’immaginazione; complessa, come la verità che sembra promettere ma che continuamente sfugge, in un gioco di rimandi, di relazioni impossibili e di disordine creativo nel quale, come nell’immobile eterno ritorno dell’araba fenice, principio e fine coincidono; multiforme, come le divinità antiche, la cui onnipotenza si traduceva nell’atto di volontà con il quale trasformavano se stessi in qualsiasi cosa decidessero di diventare, e i sogni, e infine la realtà stessa, considerata da tanti punti di vista quanti sono coloro che la vivono, la sperimentano, la interpretano (forme apparentemente diverse della sostanziale sottomissione a essa). V., opera prima di Thomas Pynchon (pubblicata nel 1963), una semplice lettera suscettibile di essere qualsiasi cosa come nessuna cosa, è un romanzo che ha in sé l’esplosività generatrice di una cosmogonia e la leggerezza irresponsabile di uno scherzo perfetto, la cui riuscita obbedisce a un’unica condizione, quella di non tener conto delle conseguenze cui darà vita; è l’atto puro del narrare che trascende se stesso e divora, nel momento stesso del parto, tutto ciò che fa nascere. Fin dall’esordio, il grande scrittore americano ha ben chiari in mente i temi che daranno sostanza all’intero suo lavoro (uno dei più significativi dell’intera storia della letteratura), e che egli declinerà, con quella duplicità che gli è essenziale e che lo rivela più di qualsiasi altra caratteristica, sempre nello stesso modo eppure in forme continuamente diverse (anche se a ben guardare ogni romanzo di Pynchon si può considerare come la tessera un unico puzzle, che forse non verrà mai completato per il semplice fatto che non è possibile completarlo, proprio come non è possibile mettere in fila tutti i numeri, pur avendo noi un’idea ben chiara della loro infinità); la ricerca, infruttuosa ma ineludibile, di un significato, di un senso, del fondamento filosofico dell’uomo e del mondo, e la collezione dei segni, degli indizi, e delle non rare prove che dimostrano come il solo significato possibile dell’esistenza delle cose sia la loro condanna al dissolvimento. Come scrive Guido Almansi nella prefazione all’edizione del romanzo edita da Rizzoli (collana La Scala), “Thomas Pynchon è il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna. I suoi mostruosi romanzi, alcuni di mole e ambizioni gigantesche, sono monumenti di sapienza enciclopedica ed esoterica, anche se sono composti esclusivamente di frammenti, dell’immondizia della cultura e della società, delle rovine di un sapere antico ormai in frantumi. È il labirinto distrutto (o esploso) che Paul Klee rievoca nel titolo di un suo quadro. Gli eroi dei suoi libri cercano faticosamente di raccogliere assieme le rovine del mondo per dare sostanza all’idea, insensata, che il mondo continui a essere sensato”.  

Se tutto questo è vero, non esiste miglior omaggio da tributare a Pynchon del tentativo di riassumere un libro che ha a proprio oggetto una totalità indistinta (V., in fondo, è anche la prima lettera di quella che è forse la madre di tutte le illusioni, la verità); così, ecco due personaggi tra loro opposti, Benny Profane (uno schlemil, figura della tradizione culturale ebraica che ha il nostro imperfetto corrispettivo in una persona goffa, impacciata, imbranata specialmente in tutto quel che ha a che fare con la manualità; un uomo, come spiega ancora Almansi, cui, “per riprendere il vecchio aneddoto che circolava a Parigi al tempo dell’esistenzialismo trionfante, le fette di pane tostato […] cadono per terra sempre dalla parte imburrata […]. «Sorry», «mi dispiace», è la sua parola abituale), di professione cacciatore di alligatori nelle fogne di New York, e Stencil, figlio d’arte, anch’egli cacciatore, ma di complotti globali, e di una donna, per l’appunto V., che già aveva ossessionato il padre e che forse è soltanto una donna, forse un automa, forse un ibrido, la totalità incompiuta di cose tra loro inconciliabili. Queste le coordinate di lettura, anche se non si ribadirà mai abbastanza che nei viaggi organizzati da Thomas Pynchon la sola cosa di cui si può tranquillamente fare a meno è la bussola. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Giuseppe Natale). Buona lettura.
1955, la vigilia di Natale. Benny Profane, jeans neri, giubbotto di pelle scamosciata, scarpa da ginnastica e cappellone da cow-boy, si trovava a passare da Norfolk, in Virginia. Essendo uno che si lasciava facilmente prendere dagli attacchi di nostalgia, aveva pensato di fare un salto al Sailor’s Grave, la bettola sulla East Main dove un tempo si ritrovavano i marinai del suo vecchio cacciatorpediniere. Era passato per l’Arcade. Alla fine della galleria, prima di sbucare in East Main, s’era trovato davanti un vecchio cantante di strada, armato di una chitarra e di un barattolo vuoto per l’elemosina. Più in là, un furiere capo stava cercando di pisciare nel serbatoio di una macchina, una Packard Patrician del ’54, sostenuto dall’incoraggiamento di cinque o sei allievi marinai che lo attorniavano.

Giles, il Don Chisciotte che sconfisse il drago

 

J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani
J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani

Una terra che ha il nome fanciullesco e fantastico di Piccolo Regno, un protagonista, che non è altro che un umile contadino eppure si chiama come il più nobile dei nobili, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo (“perché in quell’epoca, molto tempo fa […] le persone erano dotate di nomi altisonanti”), una prosa gentile, colma di grazia, di misura, piacevole e rassicurante come una carezza e nello stesso tempo carica di suggestione e mistero come un innocuo segreto sussurrato all’orecchio di un bambino. E infine il soffio garbato e irresistibilmente dispettoso dell’ironia, della burla, dispensata come un omaggio sincero, di più, come una dichiarazione d’amore a un genere letterario che ha nella creatività, nell’invenzione, nella libertà sconfinata della fantasia, del desiderio e del sogno la propria prima ragion d’essere: il fantasy. Tutto questo è Il cacciatore di draghi di J.R.R. Tolkien, breve e delizioso racconto scritto e pubblicato nel 1949 (e da noi tradotto solo nel 1975). Non manca nulla, nel mondo disegnato dal grande scrittore britannico; ci sono giganti, cani parlanti, re, cavalieri (l’uno e gli altri, spogliati di ogni eroismo, sono il principale bersaglio della satira dell’autore, che si diverte a rappresentarli avidi, meschini, in qualche misura “bestiali”, supini all’arbitrio degli istinti), e naturalmente un drago, Chrysophylax Dives, astuto, immensamente ricco e soprattutto non molto coraggioso. Su questo affollato palcoscenico, tuttavia, nessuno di essi spicca, perché la storia non ha che un unico eroe, Aegidius, o meglio Giles, l’agricoltore dalla barba rossa. Narrando delle sue gesta (compiute più per caso che per reale volontà, quasi l’uomo fosse una sorte di antenato di Don Chisciotte, solo dotato di un po’ più di consapevolezza) Tolkien riduce a semplici comparse tutti gli altri attori trasformando le loro decisioni in altrettante occasioni di distinzione per Giles. Così, è con un sorriso compiaciuto, soddisfatto, sazio, che il lettore gode, assieme a Gilles, dei suoi successi; è in compagnia dell’agricoltore che assapora la gratitudine che interi villaggi gli tributano per essere stato capace di far fuggire il gigante che si era spinto fino a quelle terre – gli aveva sparato con il suo fucile, il suo “trombone”, e il colosso, pensando di essere stato punto da un insetto particolarmente fastidioso, si era deciso a tornare sui suoi passi, lasciandosi alle spalle una regione “così insalubre” – e gusta le libagioni che gli vengono riservate (“bevve gratis tanta birra da farvi galleggiare una barca; ciò a dire che ne ebbe quasi a sazietà, e tornò a casa cantando vecchi canti eroici”). Né l’atmosfera muta quando a un avversario se ne sostituisce un altro; Giles, infatti, con la medesima, fortunata noncuranza riservata al gigante affronta Chrysophylax Dives, e riesce ad averne ragione soltanto grazie alla sua spada, Mordicoda, una lama magica che si anima da sé ed esce dal proprio fodero ogni volta che un drago si trova nelle vicinanze.  

In un carosello di equivoci, scherzi e buffi incidenti, dunque, Giles si trasforma per la seconda volta in eroe, ma questi panni trova comunque il modo di meritarli (e di nuovo viene da pensare alla saggezza di Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, che, chiamato a dirimere una difficile controversia, risolve la questione con intelligenza e acume) quando rifiuta di consegnare al re il tesoro del drago e, aiutato proprio dall’animale, divenuto suo servitore, ne respinge gli armigeri. “Alla fine”, scrive Tolkien prendendo in prestito dal registro fiabesco (in fondo, tutta la sua avventura profuma di fiaba) il classico e vissero tutti felici e contenti, “Giles divenne Re, naturalmente: Re del Piccolo Regno. Venne incoronato a Ham col nome di Aegidius Draconarius; ma era più spesso noto come il Vecchio Giles del Serpente […]. Così Giles divenne infine vecchio e venerabile, e aveva una barba bianca lunga fino alle ginocchia, e una Corte molto rispettabile (nella quale i meriti venivano spesso premiati), e un ordine di cavalieri completamente nuovo […]. Bisogna ammettere che Giles dovette la sua ascesa in larga misura alla fortuna, anche se dimostrò una certa intelligenza nell’usarla. Fortuna e astuzia lo accompagnarono fino alla fine dei suoi giorni, con grande beneficio dei suoi amici e dei suoi vicini”. 

Eccovi l’incipit del racconto (la traduzione, edizione Bompiani, è di Isabella Murro, le illustrazioni che impreziosiscono il testo sono di Pauline Diana Baynes). Buona lettura.
Della storia del Piccolo Regno sono rimasti pochi frammenti, ma il caso ha voluto che un resoconto delle sue origini sia stato preservato:  una leggenda, forse, più che un resoconto, poiché è evidente che si tratta di una compilazione tarda, piena di cose straordinarie, tratte non da cronache fondate ma da ballate popolari alle quali l’autore fa spesso riferimento. Gli avvenimenti che registra appartengono già ad un passato a lui lontano; ciononostante pare che lui stesso abbia vissuto nelle terre del Piccolo Regno. Infatti le conoscenze geografiche che dimostra di avere (e non sono certo il suo forte) si riferiscono proprio a quel paese, mentre delle altre regioni a nord e a est, dimostra una totale ignoranza.

Tra il dio dell’amore e il dio della guerra

 

Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, Adelphi
Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, Adelphi

Da una parte la danza dionisiaca dello spirito, l’immateriale universo di pensieri, desideri e sentimenti il cui respiro libero non conosce restrizioni di sorta e ignora, con fanciullesca indifferenza, persino l’ordinato scorrere del tempo e le leggi della fisica; dall’altra l’imperio soffocante della materia, la dittatura spietata del reale, contro cui anche il più nobile dei sogni è destinato a infrangersi. Sono questi gli estremi lungo i quali si muove Marte in Ariete di Alexander Lernet-Holenia, romanzo di squisita raffinatezza, geniale e ricchissimo, che nel suo ellittico, iperbolico e grottesco narrare denuncia l’orrore fisico della guerra e la notte etica del nazismo con il tono gaio di un canto e la prosa vivace e primaverile di uno scherzo ben orchestrato, muovendosi con grazia e funambolica maestria lungo il sottile confine che separa verità e immaginazione. Nato da un’esperienza personale insieme curiosa e drammatica – Lernet-Holenia, che era stato ufficiale dell’esercito asburgico durante il primo conflitto mondiale, venne richiamato in servizio alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia – il romanzo ha il suo apparente protagonista nell’alter ego dell’autore (“un certo Wallmoden”), ma la sua avventura, nettamente distinta nelle due parti in cui si divide l’opera, non è che un pretesto per raccontare ben altro, e cioè il fiorire di un’anima toccata dall’amore e il suo successivo sacrificio, compiuto in nome di un dovere universale; più forte, certo, del destino di un singolo, ma per questa ragione anche talmente impersonale da risultare spogliato di qualsiasi umanità. Di stanza nei pressi Vienna, Wallmoden, senza neppure capire bene come, conosce l’affascinante e misteriosa baronessa Pistohlkors, della quale immediatamente si invaghisce, ma la donna, indecifrabile di carattere e sfuggente nei modi, finisce per attirarlo in un intricato gioco di seduzione nel quale ben presto si perde. In pari tempo cacciatore e preda, Wallmoden, ormai quasi del tutto dimentico del suo ruolo di ufficiale (a ricordargli chi è, e per quale motivo si trova a Vienna, è soltanto la decisione di farsi fare un paio di stivali nuovi, che darebbero maggior lustro alla sua uniforme), vive in una languida atmosfera di sogno, in un mondo nuovo dai contorni sfumati, nel quale la sola “realtà” è proprio la persona che si sforza in ogni modo di conquistare. Attorno a lei, come attori di una commedia, ruotano figure altrettanto inafferrabili, perdigiorno dai modi assai originali e dalla conversazione brillante che sembrano sapere tutto di Wallmoden, persino quali saranno le sue prossime mosse. Eppure, per quanto fonte di continuo imbarazzo, l’oscurità che circonda l’ufficiale Wallmoden è mille volte preferibile all’ordine e alla chiarezza del reggimento di cui fa parte, perché nella nebbia artificiale di quel corteggiamento senza capo né coda egli è vivo e consapevole di esserlo, è uomo, e lo è pienamente, mentre nel rigore e nella disciplina militaresca, nella chiarezza assoluta dell’ordine gerarchico, nel trasparente significato di simboli e parole d’ordine tutto ciò che lo caratterizza e distingue, rendendolo individuo, non ha alcun diritto di cittadinanza. Finché, d’improvviso come era cominciata, la lucida follia di Wallmoden si spegne nell’urgenza dei preparativi di guerra, e quel che un attimo prima era soltanto l’ultima notte da trascorrere prima di poter passare la giornata accanto alla baronessa finalmente conquistata non diventa il tempo brutale dei preparativi e delle marce alla volta del confine. E allora è il vento della realtà a spazzare via le nubi dell’eccitazione e della fantasia; sono i soldati estenuati dalla fatica e spaventati da ciò che li aspetta a sostituirsi agli uomini e ai ragazzi la cui vita è come rientrata in sé, ammutolita; è il caldo soffocante e maligno dell’estate declinante ma ancora vigorosa a bersagliare coloro che fino a qualche ora prima accarezzava gentile sussurrando suadenti promesse. 

Potente e incisiva, bizzarra e lieve, la sinfonia letteraria di Marte in Ariete si contraddistingue per il seducente contrappunto lirico e la garbata ironia che l’attraversano. La sua bellezza conquista tanto quanto la sua puntualità impressiona, perché Lernet-Holenia, esteta del sogno al pari del Cervantes autore del Don Chisciotte raccontato da Borges, è anche lucida coscienza del suo tempo e delle tenebre che lo hanno avvolto.

 Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Adelphi, è di Enrico Arosio). Buona lettura.
All’inizio dell’estate 1939, il protagonista – per non dire l’eroe – di questo veridico racconto, un certo Wallmoden, decise che con il 15 di agosto avrebbe cominciato un’esercitazione militare, assolvendo così un suo dovere. Tuttavia, gli sarebbe stato difficile dire il perché aveva scelto quella data e non un’altra. Infatti avrebbe potuto benissimo decidersi per il 1° settembre, anzi sarebbe stato più logico – e certo in seguito le differenze sarebbero state notevoli; e nessuno avrebbe avuto qualcosa da ridire nemmeno se egli si fosse presentato, poniamo, il 15 settembre o addirittura il 1° ottobre. Eppure raggiunse il suo reggimento, come abbiamo detto, già il 15 agosto. Più tardi dichiarò che quella data l’aveva escogitata di proposito, senza però aggiungere in base a che cosa. Aveva avuto la sensazione, disse soltanto, che qualcuno lo attendesse là proprio quel giorno. Ma chi poteva essere mai? Impossibile infatti che qualcuno lo aspettasse davvero al reggimento. Ancora nessuno lo conosceva, e quindi di sicuro il servizio non sarebbe stato differito per la sua assenza.
 

Un grande scrittore travestito da regista

Woody Alle, Saperla lunga, Bompiani
Woody Allen, Saperla lunga, Bompiani

1969. Woody Allen debutta al cinema con Prendi i soldi scappa (anche se in realtà il primo lungometraggio, Che fai, rubi?, di cui firma sceneggiatura e regia, è del 1966), spassoso e genialoide finto documentario che racconta le tragicomiche avventure di Virgil Starkwell, ladruncolo fallito capace solo di combinare pasticci. È l’inizio di una sensazionale carriera, segnata, certo, da alti e bassi come qualsiasi altra carriera, ma comunque splendida, inimitabile per molti aspetti; di più, “il curriculum cinematografico” di Allen è talmente ricco e affascinante da aver oscurato i numerosi altri talenti artistici del cineasta, primo fra tutti quello di scrittore (comico, o meglio umoristico, s’intende). Già dal suo primo lavoro (il folgorante Saperla lunga, pubblicato nel 1973), il lettore si accorge con gioia di trovarsi davanti a un maestro, a un autore talmente grande da potersi permettere di scherzare con la scrittura rispettandone in pieno (e addirittura esaltandole) regole, stile, peculiarità di genere, capacità di avvincere, conquistare, emozionare, e naturalmente divertire. 

Coltissimo conoscitore d’uomini, osservatore attento della realtà delle cose, spirito critico finissimo, Woody Allen traduce in irresistibili toni surreali la “folle normalità” dell’esistenza quotidiana; costruisce racconti brevi che sono altrettante istantanee di vita, si prende voluttuosamente gioco di tutto, specie degli argomenti più spinosi, più difficili, più lontani dall’idea stessa di parodia (la religione innanzitutto, da lui, ebreo, amata e odiata, la cultura “alta”, in primo luogo la filosofia, probabilmente letta, e compresa, da giovanissimo, ma mai digerita del tutto, il sesso, alfa e omega del suo percorso di uomo e artista – “provo un intenso desiderio di tornare nell’utero… Di chiunque”, recita una delle sue battute più belle – la morte, la tragedia incancellabile dello sterminio nazista), procedendo, senza logica apparente, dall’elaborazione di personali diari di memorie alle torride atmosfere hard boiled, da corrispondenze epistolari (memorabile quella del racconto intitolato “Il carteggio epistolare Gossage-Vardebiadan”, centrato su un’assurda partita a scacchi), fino al suo amore più grande, la sceneggiatura (in “La morte bussa”). Senza sforzo apparente, Allen scatena risate a non finire; nel suo mondo alla rovescia, nel quale il “principio di realtà” non è l’impossibile, ma semplicemente il contrario, l’esatto opposto di quel che normalmente accade (un po’ come se il mondo, e con lui ognuno di noi, si guardasse allo specchio e osservasse il proprio riflesso prendere vita), l’eccezione si fa regola e causa un dolce effetto di straniamento, di rassicurante leggerezza (perché com’è possibile avere paura di una realtà in cui perfino il Terzo Reich somiglia a una barzelletta?), che quasi per legge fisica muove a un’aperta, franca ilarità. Come scrive Umberto Eco nella prefazione all’edizione italiana del libro (Bompiani): “La sua comicità nasce sempre da una situazione normale rovesciata. Questo è il meccanismo più semplice, tanto che gli amici lo hanno soprannominato Allen Woody: ‘Portavo sempre una pallottola nel taschino all’altezza del cuore. Un giorno qualcuno mi ha tirato contro una Bibbia e la pallottola mi ha salvato la vita… Io e mia moglie non riuscivamo a tirare avanti così e allora ci siam detti: o facciamo una vacanza insieme o divorziamo; poi abbiamo deciso che un viaggio alle Bermude finisce in quindici giorni mentre un divorzio è una cosa che ti dura tutta la vita’. Talora invece il meccanismo è dato dall’inserzione violenta, nel corso di un discorso elevato, di elementi quotidiani, altrettanto veri e plausibili. Ecco Woody Allen che discute di metafisica: ‘Cosa conosciamo? Cioè cosa siamo sicuri di conoscere, o sicuri che conosciamo di aver conosciuto, se pure è conoscibile? Possiamo conoscere l’universo? Mio Dio, è già così difficile non perdersi in Chinatown…’. Oppure: ‘Il punto pertanto è: esiste qualcosa fuori di noi? E perché? E devono proprio fare tutto quel rumore?’”.  

Saperla lunga è un gran bel libro, scritto da un uomo di immenso talento, che regala autentiche perle di humour. Leggerlo è un piacere, un limpido godimento intellettuale: raffinato come il migliore dei vini, come il cioccolato più puro, come un frutto consumato fuori stagione. Leggerlo è farsi un regalo, volersi bene. Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Ero seduto nel mio ufficio a pulire la mia calibro trentotto e mi stavo chiedendo quale sarebbe stato il prossimo caso. Mi piace fare l’investigatore privato e, anche se di tanto in tanto qualcuno mi massaggia le gengive con un crick, il dolce profumo dei bigliettoni verdi mi convince che ne vale la pena. Per non dire poi delle pupe, una mia esigenza accessoria che antepongo solo al respirare. Questo è il motivo per cui, quando la porta del mio ufficio si spalancò per lasciar passare Heather Butkiss, una bionda dai lunghi capelli che entrò a lunghi passi dicendo di essere una modella per nudi a cui serviva il mio aiuto, le mie ghiandole salivari ingranarono la quarta. Ella indossava una minigonna ed un golfino aderente e il suo corpo descriveva una tale serie di parabole che avrebbe fatto venire l’infarto a un bue tibetano. 
“Cosa posso fare per voi, dolcezza?”. 
“Voglio che troviate qualcuno per mio conto”. 
“Una persona smarrita? Avete chiesto alla Polizia?”. 
“Non esattamente, Mr Lupowitz”. 
“Chiamatemi Kaiser, dolcezza. Va bene, allora chi è il tizio?”. 
“Dio”.

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.