La memoria delle api

Recensione di “Il sentiero” di Peter May

Peter May, Il sentiero, Einaudi

Il filo spezzato dei ricordi. La verità nascosta da un’amnesia, da un passato che scompare d’improvviso per lasciare posto a un immediato che si fa abisso, a un qui e ora fatto di nulla, a un folle accumularsi di sensazioni per le quali non esiste spiegazione. L’urgenza dei bisogni del corpo, della sofferenza della carne, la sete da placare, la fame che lascia senza fiato, il freddo che non si riesce a combattere, lo stordimento di una stanchezza cui è quasi impossibile resistere; e in mezzo a tutto questo l’enigma insolubile della propria identità perduta. Ma perduta quando? Perduta dove? E più di tutto, per quale ragione perduta? Si apre così, con queste domande terribili, rese ancora più spaventose dalla consapevolezza che non esiste, per nessuna di esse, risposta immediata, e che forse non ne verrà mai trovata alcuna, Il sentiero di Peter May, thriller mozzafiato che ancora una volta, come già accaduto per la bellissima Trilogia di Lewis (i cui romanzi trovate recensiti in questo blog; L’isola dei cacciatori di uccelli qui; L’uomo di Lewis qui e L’uomo degli scacchi qui) ha per protagonista l’isola di Lewis e Harris, nell’arcipelago delle Ebridi Esterne. Fin dal principio May porta il lettore nel cuore della storia narrata; un uomo, infatti, il personaggio principale, riprende i sensi su una spiaggia; è completamente bagnato, privo di forze, e non ha idea di chi sia. Il mistero, dunque, è una cosa sola con colui che dovrebbe scioglierlo, o meglio, è incarnato dalla persona che ha il compito di risolverlo; per questo May sceglie di raccontare in prima persona, per restituire in tutta la sua complessità e potenza il senso di spaesamento e terrore che prova il suo personaggio, e poi, poco alla volta, per trasmettere la precarietà di ogni nuova conoscenza acquisita, la difficoltà con la quale il più piccolo dettaglio relativo a quella che è stata la propria vita e che ora non è più nulla viene recuperato, e non ultimo la disperazione da cui si viene travolti nel momento in cui la strada che si è deciso di imboccare si rivela una falsa pista.
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… E imparai a raccontare

Recensione di “Racconti indiani” di Jaime de Angulo

Jaime de Angulo, Racconti indiani, Adelphi

“Pochi uomini riescono a trascendere la propria origine etnica e le proprie tradizioni culturali, al punto di penetrare e comprendere intimamente la vita di un popolo straniero. Jaime de Angulo era uno di quegli uomini. I quarant’anni che egli passò tra gli indiani Pit River della California gli permisero di identificarsi con i suoi compagni a un grado tale che, si può ben dire, non vi era sentimento loro che non fosse anche suo […]. Jaime de Angulo si rendeva conto – sia razionalmente sia intuitivamente – che la trasposizione linguistica di una certa atmosfera, di sentimenti e di fantasie non può essere affidata a eruditi. Solo mediante il ponte della sua immaginazione creativa, egli poteva far superare ai suoi lettori le barriere di una lingua straniera e di una cultura notevolmente diversa, verso un apprezzamento reale e cosciente. Era un antropologo di professione, ma anche se in questo libro si ritrovano alcuni risultati delle sue ricerche, esso è stato scritto da un poeta. Altri scrittori, e Geoffrey Chaucer tra questi, si sono serviti della descrizione di un viaggio immaginario come di una struttura su cui stendere il manto colorato della fiaba e della poesia con cui hanno affascinato i loro lettori. Se Jaime de Angulo non avesse fatto altrettanto, quell’omogeneità e quel sapore che fanno del suo racconto un’opera d’arte sarebbero andati in gran parte perduti […]. Chi poi crede che la pulce acquatica abbia rubato l’ombra di Jaime de Angulo, quando egli si curvò per l’ultima volta sull’acqua prima di una morte immatura, ebbene, questi ha torto: la sua ombre diventerà lunga, sempre più lunga sulla terra e sul popolo che egli amò”. Riposano per intero in queste ispirate parole di Carl Carmer la bellezza e il senso di Racconti indiani di Jaime de Angulo – 1887-1950 – (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Romano Mastromattei), saggio che non somiglia a nessun altro e che nel suo essere un documento di studio si veste dell’entusiasmo e della meraviglia di un racconto che nasce al solo scopo di affascinare, coinvolgere, sedurre e di essere, senza che sia necessario farne mostra, veicolo di conoscenza, di saggezza. Continua a leggere … E imparai a raccontare

Naturgemälde

Recensione di “L’invenzione della natura” di Andrea Wulf

Andrea Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, Luiss University Press

“Descritto dai suoi contemporanei come l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone […] Humboldt influenzò molti dei più grandi pensatori, artisti e scienziati del suo tempo. Thomas Jefferson lo considerava tra i principali artefici della ‘bellezza’ della sua epoca. Charles Darwin scrisse che ‘niente mi ha mai infervorato tanto come la lettura di Personal Narrative di Humboldt’, affermando che senza di lui non si sarebbe mai imbarcato sul Beagle, né avrebbe mai concepito Origin of Species. Sia William Wordsworth che Samuel Taylor Coleridge fecero propria nei loro componimenti poetici la concezione humboldtiana della natura. Il più riverito tra gli scrittori naturalisti americani, Henry David Thoreau, nei libri di Humboldt trovò una risposta al dilemma di come riuscire a essere poeta e, insieme, naturalista: il suo Walden sarebbe stato un libro assai diverso senza Humboldt. Simón Bolívar, il rivoluzionario che liberò il Sud America dal dominio spagnolo, attribuì a Humboldt “la scoperta del Nuovo Mondo e Johann Wolfgang von Goethe, il più grande di tutti i poeti tedeschi, dichiarò che trascorrere qualche giorno con Humboldt era come ‘aver vissuto qualche anno’”. Figura unica nella storia del pensiero scientifico, Alexander von Humboldt, rampollo di un ricca e aristocratica famiglia prussiana nato nel 1769, fu naturalista appassionato, viaggiatore instancabile ed entusiasta, studioso di straordinario vigore e altrettanto eccezionale curiosità, conversatore torrenziale e brillante, e ancora artista, poeta, scrittore e saggista, conferenziere ammiratissimo, padre del pensiero ecologista e convinto liberale in politica (per tutta la sua vita avversò lo schiavismo e denunciò le ingiustizie e le atrocità delle politiche coloniali), e plasmò con le sue conoscenze e le sue intuizioni il mondo così come lo vediamo oggi; ne scoprì le leggi, ma soprattutto insegnò a considerarlo in modo nuovo, a vederlo sotto una prospettiva mai considerata prima, e da questa prospettiva ad amarlo, a proteggerlo, a prendersene cura nello stesso modo in cui ci si prende cura di una creatura viva, uomo o animale che sia. Alexander von Humbolt, colui che, tra moltissime altre cose, “inventò le isoterme – le linee della temperatura e della pressione che si vedono sulle odierne mappe climatiche – e scoprì l’equatore magnetico […] ma soprattutto, ed è la cosa più importante, rivoluzionò il nostro modo di concepire il mondo naturale trovando connessioni ovunque”, e che “fu il primo scienziato a parlare di cambiamento climatico dannoso indotto dall’uomo” è raccontato nello splendido e documentatissimo lavoro di Andrea Wulf intitolato L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza (In Italia pubblicato da Luiss University Press nella traduzione di Lapo Berti). Continua a leggere Naturgemälde

Lo straccivendolo e il Quarto Reich fantasma

Recensione di “La scomparsa di Josef Mengele” di Olivier Guez

Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, Neri Pozza

Una salvezza ottenuta nell’anonimato, anzi peggio, un naufragio evitato grazie a una menzogna, all’umiliazione di una falsa identità, alla vergogna di un passato inventato al solo fine di coprire trascorsi reali, anni vissuti nella gloria, nell’ebrezza di un’onnipotenza quasi divina, nella realizzazione di un destino grandioso: essere il padre di una nuova razza, la razza perfetta dei dominatori del mondo. È l’estate del 1949, e quel che resta dell’ingegnere genetico Josef Mengele, giunto assieme a migliaia d’altri reietti in Argentina dopo il collasso del regime hitleriano, è un documento della Croce Rossa Internazionale a nome di Helmut Gregor. Comincia così, con i sogni infranti di un uomo che forse più di qualsiasi altro (se si esclude il führer Adolf Hitler) ha incarnato il delirio genocida del Terzo Reich, La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez (in Italia pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Margherita Botto), romanzo che supera i confini della semplice biografia per calarsi, più che nel mistero di una fuga, in una sorta di resoconto politico, nella fotografia di un “mondo alla rovescia” che il secondo conflitto ha forse irrimediabilmente distrutto, minato nelle fondamenta, consumato nello stesso modo in cui un cancro consuma un corpo. In questo quadro, Guez, pur senza quasi mai spostare il fuoco della sua attenzione dal singolo cui l’opera è intitolata, riduce Mengele a nient’altro che un’insignificante pedina di un gioco ben più grande, un gioco che l’Argentina peronista si illude di poter condurre. Continua a leggere Lo straccivendolo e il Quarto Reich fantasma

… a conoscere il ghiaccio

Recensione di “I racconti di Kolyma” di Varlam Salamov

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi

Kolyma, Siberia. Una terra spoglia, coperta dai ghiacci per undici mesi l’anno, dove la temperatura arriva a toccare anche i sessanta gradi sotto zero e lo sputo gela in aria. È qui che negli anni più bui dello stalinismo vengono deportate decine di migliaia di persone, chiuse in campi di lavoro che in nulla differiscono dai lager nazisti e sfruttate in ogni modo possibile per disboscare, costruire strade, estrarre minerali (oro soprattutto) dai giacimenti. In questo scenario di orrore e di morte finisce anche Varlan Salamov. È il 1937; lo scrittore ha trent’anni e deve scontare una condanna per “attività controrivoluzionaria trockista”. Alla Kolyma Salamov rimarrà fino al 1953; riuscirà a sopravvivere, e soprattutto a non smarrire la propria umanità, cosa che in quella propaggine d’inferno fatta di nebbia gelida, cibo scarso, lavoro massacrante e violenza fisica e psicologica continua, equivale a un miracolo. È grazie a questo miracolo che sono nati I racconti di Kolyma, viaggio allucinante in quell’abisso di depravazione e atrocità che l’uomo, se messo nelle condizioni di farlo, è perfettamente in grado di concepire, realizzare e infliggere al suo prossimo. Continua a leggere … a conoscere il ghiaccio

Francesco, santo e uomo

Recensione di “Francesco d’Assisi” di Franco Cardini

Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Mondadori

Nella sterminata letteratura dedicata a San Francesco, l’agile volume scritto dallo storico e saggista Franco Cardini, edito da Mondadori nel 1991 e intitolato semplicemente Francesco d’Assisi, non si può certo considerare un’opera di rilevanza fondamentale, un testo centrale nello sviluppo degli studi sul fondatore dell’ordine Francescano. Si tratta tuttavia di un contributo interessante, che ha un suo indubbio valore, costruito come una biografia romanzata (con suggestioni linguistiche e stile narrativo quasi da romanzo) ma assai denso e preciso quanto a individuazione e utilizzo delle fonti e, quel che più conta, coraggioso nella formulazione di particolari ipotesi storiografiche. La cautela con cui l’autore procede nel suo delicato lavoro – di “Santo Francesco” Cardini non si limita a restituire la vita, né a proporne una lettura, tanto edificante quanto scontata, che ne evidenzi soltanto la virtuosa parabola religiosa, ma la colloca nel suo ambiente di riferimento, sottolineando quanto il tessuto economico e sociale del tempo, in Assisi, abbia avuto un ruolo concreto e niente affatto marginale nella formazione del carattere e delle convinzioni (non solo spirituali) di quella che diventerà una delle maggiori figure nella storia della Chiesa cattolica – non solo non indebolisce in alcun modo il quadro generale disegnato pagina dopo pagina, ma dà a esso la necessaria credibilità. Continua a leggere Francesco, santo e uomo

A Macondo, dove tutto ha inizio

Recensione di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori

Se fosse possibile dare realtà concreta al “libro di sabbia di Borges”, un volume infinito, privo di inizio, conclusione, centro e ordine, con ogni probabilità quel che prenderebbe corpo è il capolavoro di Gabriel García Márquez Cent’anni di solitudine. Un romanzo che sembra non avere confini; che si alimenta di storie differenti così inestricabilmente intrecciate fra loro da perdere ogni specificità e fondersi in un tutto più grande (allo stesso tempo caotico e armonioso); che con insuperabile genialità narrativa attraversa più generazioni oltrepassando le leggi del tempo e dando un senso nuovo al suo scorrere; che inventa una nuova geografia al di là di ogni latitudine e longitudine e sovrappone alla realtà l’inarrestabile slancio della fantasia, dell’immaginazione, delle tradizioni culturali che appartengono all’anima di un intero popolo e affondano nel mito, nel folclore, nella ritualità misteriosa delle formule magiche e nei segreti innominabili custoditi nelle profondità della terra, negli abissi del mare e nella vertiginosa infinità dei cieli. Marquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982, con questo splendido lavoro, che proprio Borges definì “al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”, sceglie l’iperbole come chiave interpretativa del vero, mette la storia in primo piano rispetto ai protagonisti che la interpretano e la vivono e lascia che il linguaggio le si adatti, si conformi a essa; così, il realismo magico, la ricchezza infinita delle sfumature narrative, la prosa sempre miracolosamente in equilibrio tra verità (che corrisponde a quel che normalmente si percepisce, a ciò che i filosofi chiamano conoscenza sensibile) e sogno (che è invece la percezione “allargata” dall’inventiva, da una creatività che sembra non conoscere requie e a ogni pagina rinnova se stessa), che sono tratti distintivi di gran parte della letteratura sudamericana, qui esplodono in tutto il loro fulgore e da mero strumento stilistico diventano cifra di un modo totalmente nuovo di scrivere, e soprattutto di raccontare. Continua a leggere A Macondo, dove tutto ha inizio

Le pieghe del reale e la verità perduta

Recensione di “Memorie del presbiterio” di Emilio Praga e Roberto Sacchetti

Emilio Praga, Roberto Sacchetti, Memorie del presbiterio, Mursia

Richiami manzoniani nella scelta dei luoghi e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, una struttura narrativa volutamente articolata che tuttavia rispetta con una diligenza perfino eccessiva stile e tecnica prima del romanzo d’appendice e poi del mystery, uno svolgimento sapiente della storia, che riserva non pochi colpi di scena, pagina dopo pagina cresce in tensione ma anche quando è prossima allo scioglimento finale continua a sfuggire al lettore, quasi fosse materia di un sogno, o forse di un incubo. Memorie del presbiterio, degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti (il primo lasciò il lavoro incompleto a causa della morte prematura, l’amico lo concluse ma non fece in tempo a vederne l’uscita in volume – il romanzo, nel frattempo, era stato pubblicato a puntate sulla rivista Il Pungolo – perché anch’egli si spense in giovanissima età, a soli trentaquattro anni), nel panorama letterario italiano occupa un posto a sé. Sembra un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura nella misura in cui lo sono gli autori ma nulla più; piacevole, coinvolgente perfino (come devono esserlo i “gialli” degni di questo nome), ma sempre a un livello poco più che superficiale, adatto – o meglio adattato – a gusti tutto sommato semplici, elementari. E indubbiamente è tutto questo, ma non è qui che il romanzo si esaurisce, è vero invece il contrario: Memorie del presbiterio si offre a una lettura immediata, a un consumo ingenuo, ma nel modo in cui racconta, nel dipanarsi progressivo della trama – che procede in parallelo con la reale scoperta dei personaggi, in principio presentati in un determinato modo e poco alla volta svelati, smascherati – affronta un tema centrale, quello della verità, della possibilità di conoscerla e di esprimerla. Continua a leggere Le pieghe del reale e la verità perduta

La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Continua a leggere La fiabesca anima d’Irlanda

“Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Recensione di “Resteranno i canti” di Franco Arminio

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani

Per Franco Arminio l’organo della vista sono le parole, molto prima degli occhi. Le parole sanno posarsi su dettagli che fino a un minuto prima erano invisibili, illuminandoli. Nascono nel silenzio, ma ridanno voce ai paesi spopolati. Sanno di essere fragili, ma non temono ‘il lupo nascosto dietro lo sterno’. In una perenne oscillazione tra uno scrivere che cerca la vertigine e uno scrivere che dà gloria all’ordinario, Arminio si muove senza tregua tra i due poli della sua poesia: l’amore e la Terra, il corpo e l’Italia, la morte e lo stupore. Si tratta di festeggiare quello che c’è e di cercare quello che non c’è. Fedeli ai paesaggi, seguendo la strada di una poesia semplice, diretta, non levigata, questi versi sono una serena obiezione al disincanto e alla noia. La politica, l’economia, le cosiddette scienze umane, sono gomme lisce nella neve. Solo la poesia ha le catene”. Con queste parole, nel risguardo di copertina, viene introdotta la splendida, intensissima raccolta di liriche di Franco Arminio intitolata Resteranno i canti, un viaggio del cuore, dell’anima e del suolo alle radici del mondo, un tremito dei sensi scossi dalla bellezza e dal timore, accarezzati dall’attesa e dal silenzio, vivificati dai versi, dalle voci, dai sussurri, dalla perfezione intatta delle sillabe, talmente preziose da dover essere raccolte sotto la bocca, “come una donna raccoglie il seme del suo amante”. La scrittura di Arminio è un’esplosione dolce, è la quiete della gravidanza e il luminoso trauma della nascita, è l’atto irrimediabile e colmo d’amore dell’esistere, è il lacerarsi liberatorio del sacco amniotico e il pianto sbigottito del neonato di fronte alla magnificenza delle cose; poi, come attimi, come squarci, come pause, come parentesi durante le quali il fiato si raccoglie per poter continuare a parlare, a raccontare, a mostrare, a indicare, perfino a segnare a dito nell’urgenza di partecipare, condividere, essere con qualcuno e di qualcuno, ecco giungere una pienezza diversa, la tranquilla brevità di alcune lettere (Lettera della fedeltà, Lettera dalla cenere), il concentrato ordine delle riflessioni (Elogio dell’inquietudine), il sereno abbandono della confessione (Istruzioni per l’uso, dove Arminio guarda alla poesia con commossa devozione e fedeltà, e a lei fratello e amante la conduce tra le genti: “Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna leggerla anche agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme. È bello leggere poesia in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesia agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche agli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata”. Continua a leggere “Come una donna raccoglie il seme del suo amante”