Una teoria di atrocità

Recensione de “I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Corbaccio

22 settembre 1915, la stampa europea riceve un comunicato ufficiale francese. Vi si annuncia qualcosa di terribile, qualcosa che, al di là della felice contingenza riportata, apre uno squarcio sulla storia intesa come oscuro labirinto d’umane atrocità. «Perseguitati dai Turchi» – ecco quanto afferma il documento francese – «circa 5.000 Armeni, tra cui 3.000 donne, fanciulli e vecchi, si erano rifugiati verso la fine di luglio nel massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia, dove erano riusciti fino ai primi di settembre a tener testa agli aggressori; ma da allora gli approvvigionamenti e le munizioni cominciarono a venir meno, ed essi erano sul punto di soccombere inevitabilmente, quando riuscirono a segnalare ad un incrociatore francese la loro grave situazione. Gli incrociatori della squadra francese, che facevano il blocco delle coste della Siria, recarono subito soccorso e poterono assicurare lo sgombero dei 5.000 Armeni, che vennero trasportati a Porto Said, dove ricevettero la migliore accoglienza e furono installati in un accampamento provvisorio”. Da quello che altro non è se non un asciutto resoconto dei fatti, lo spiraglio di una finestra dal quale tanto la paziente ricerca dello storico quanto la fantasia del narratore possono ricavare materiale per documentare le ferocissime repressioni messe in atto dall’esercito ottomano nei confronti della minoranza armena (la cui confessione religiosa era cristiana), che causarono un vero e proprio genocidio (si stima che i morti toccarono l’impressionante cifra di 1,5 milioni) e gli eroici atti di resistenza a questa terrificante e sistematica strategia di annientamento, lo scrittore austriaco di origine ebrea Franz Werfel ha tratto invece spunto per un’opera che contiene in sé tanto l’esattezza della ricostruzione quanto l’epica – ma più ancora la pietas di un’avventura dello spirito dall’impronta universale ed eterna. Continua a leggere Una teoria di atrocità

Rinascere, forse

Recensione di “Un mese in campagna” di James Lloyd Carr

James Lloyd Carr, Un mese in campagna, Fazi Editore

La guerra e l’orrore da una parte; il suo ossessivo ricordo e il tentativo di sfuggirgli dall’altra. E nel mezzo, l’intervallo quasi miracoloso di un’estate, il placido splendore della campagna inglese, la maestà silenziosa di una chiesa, la scoperta delle vite degli altri, chiuse nel cerchio imperfetto e solidale di un minuscolo, sonnolento villaggio, il richiamo dei secoli trascorsi, che respira in un affresco del quattordicesimo secolo da riportare alla luce, e infine l’amore, che un incontro improvviso risveglia. Accomodato in una prosa lieve e splendida, non priva d’ironia e insieme venata di tristezza, di quell’acuta nostalgia che sempre si accompagna alla memoria di ciò che è stato e che mai più potrà essere di nuovo, questo semplice (e tuttavia ricchissimo) materiale narrativo germoglia in un romanzo di non comune fascino, poetico quanto può esserlo una fiaba, prezioso nel modo in cui lo sono le storie inventate per stupire, incantare, sedurre, acuto e profondo come una riflessione, autentico e sincero come una confessione. Continua a leggere Rinascere, forse

L’incolmabile distanza

Recensione di “Uomini e topi” di John Steinbeck

John Steinbeck, Uomini e topi, Bompiani

Uomini e topi è il piccolo grande capolavoro dell’America del Novecento. Ed è, insieme a Furore, l’opera di John Steinbeck più venduta nel mondo. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937, ancora oggi è tra i libri di testo più usati nelle scuole di tutti i Paesi di lingua inglese. In Italia piacque a Cesare Pavese che infatti lo tradusse nel 1938 per Bompiani. Ai suoi occhi, cioè agli occhi di un autore che di lì a qualche anno avrebbe scritto i Dialoghi con Leucò, Uomini e topi – con quei due personaggi, George Milton e Lennie Small, sproporzionatamente veri – apparve subito per quel che è. Un’allegoria medievale ambientata in un’America che lui, Pavese, non avrebbe mai visto ma sulla cui letteratura ci ha lasciato una cruciale testimonianza: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciò a essere la ‘speranza del mondo’ accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno quei giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”. Continua a leggere L’incolmabile distanza

Un angelo a mezzanotte

Recensione di “Il posto delle bacche” di Evgenij Evtusenko

Evgenij Evtusenko, Il posto delle bacche, Einaudi

L’epilogo, con l’immensità dello spazio spalancata dinanzi allo sguardo orgoglioso e sperduto dell’uomo; il misterioso, ipnotico scintillare di miliardi di stelle che invita a riflettere sul mistero della creazione e sulla fioca ma caparbia luce gettata dalla scienza su quell’oscurità che ovunque è compagna di tutto ciò che vive, respira e pensa; il pulsare tumultuoso, così simile al forsennato galoppare del cuore di un neonato, del pianeta, la sua bellezza quasi indicibile, lo schiudersi, agli occhi, al cuore, all’anima e all’intelletto di colui che la contempla, del suo grembo generoso, di quella natura, insieme ospitale e matrigna, la cui è essenza è più impenetrabile di quella del cosmo infinito. Dalla volta celeste dell’epilogo,  cavalcata, come fosse un destriero, con dolcezza ed entusiasmo, dall’eroico astronauta Gagarin, esempio e modello per la Russia e il mondo, uomo mite il cui sorriso gentile nasconde tanto le sue personali sofferenze quanto il suo continuo indagare i perché ultimi dell’esistenza; il suo senso, il suo scopo, quel che è necessario fare per esistere con dignità – “Ciolkovskij l’aveva detto proprio bene: «Tutte le nostre conoscenze – passate, presenti, future – non sono nulla nei confronti di ciò che non sapremo mai». Questo non è triste: è meraviglioso. Quando esiste l’infinito dell’inconcepibile, la stessa conoscenza può sperare nell’infinito. Anche l’uomo ha una simile speranza, perché l’uomo è conoscenza che conosce se stessa. La ragione suprema dell’universo non è una cosa distinta dall’uomo. L’uomo ne è una parte. Forse addirittura la principale” – al romanzo, la cui storia fiorisce dentro un’altra immensità, in qualche misura simile, quantomeno per i pensieri e i sentimenti che ispira, alla nera vastità trapunta d’astri del cielo: quella della taiga siberiana. Continua a leggere Un angelo a mezzanotte

Diario di una persecuzione

Recensione di “Anne Frank, la biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colon

Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard
Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard

Da sempre, la vittima più famosa della Shoah è protagonista di qualsivoglia mezzo di comunicazione. Il fumetto non fa eccezione. Tra tutte le versioni prodotte negli anni, però, l’opera a nuvolette più importante è probabilmente questa biografia a fumetti, quella “ufficiale”, realizzata con la supervisione de La casa di Anne Frank di Amsterdam e già proposta in Italia da RCS Libri. Questa volta è Mondadori Comics a ripubblicarla, in una elegante edizione cartonata, in collaborazione con Rizzoli Lizard. Non si tratta di una riproduzione a fumetti del celeberrimo Diario, ma della vera e propria biografia della giovane ebrea tedesca. Particolare non secondario, visto che – come spiega Sergio Luzzatto nell’introduzione al volume – il Diario non ha avuto una storia lineare come in molti hanno pensato per anni, ma ha avuto più versioni: la prima, quella scritta di getto dalla ragazza, fu revisionata e corretta da lei stessa in un secondo momento, prima della sua deportazione; seguì una terza versione, quella realizzata da Otto Frank, suo padre e unico sopravvissuto della famiglia, miscelando le due precedenti. E anche quest’ultima è stata rivisitata dalla Fondazione Anna Frank negli anni seguenti. Continua a leggere Diario di una persecuzione

Una madre e un uomo

Recensione di “Il buio fuori” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi
Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi

L’impreciso, zoppicante fluire di un tempo eterno, inconoscibile e trascendente è il respiro di una terra desolata e moribonda, è l’eco di un silenzio cupo calato come tenebra sul mondo, è il cieco labirinto di stagioni replicate la cui primordiale, purissima violenza si rovescia incessante su uomini e cose. In questo tempo estraneo e silenzioso, sordo alla compassione, vagano naufraghe e disperate le genti, aggrappate a brandelli di sentimenti che hanno la patetica fragilità di preghiere semidimenticate, a occasioni di socialità stentate come la memoria dei vecchi, a barbagli improvvisi di pietà e amore; qui la vita è tutto e niente, è la fatica di un parto anonimo in una baracca isolata nella foresta e l’esplodere di un giovane corpo di madre che con ogni fibra chiama a sé il proprio figlio e insieme l’inspiegabile rifiuto di un padre (che della madre è anche fratello) e la sua decisione di liberarsi del neonato abbandonandolo tra i boschi. Continua a leggere Una madre e un uomo

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Il compagno segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli
Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli

Un racconto di formazione che ha l’angosciosa cupezza dell’incubo e il ritmo trascinante dell’avventura. Un’esplorazione, nel medesimo tempo, simbolica e reale, del sé attraverso il confronto con l’altro. Un viaggio metaforico, terribile e denso d’incognite, preludio di una traversata che consacrerà definitivamente uomo e capitano colui che la responsabilità di condurla a buon fine. Un rapporto indefinito, mai del tutto accessibile, mai completamente cristallino, tra l’interiorità del singolo e tutto ciò che le sta di fronte, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e il mondo; un rapporto che è causa di tutto, dal quale ogni cosa dipende, che si ha l’urgenza di comprendere, di svelare nello stesso modo in cui si svela un mistero, e che tuttavia non si può fare altro che vivere. L’uomo, la sua enigmatica natura, e il legame che egli intreccia con i suoi simili e con quella possente, invincibile divinità che è la natura, sono al centro del travolgente racconto di Joseph Conrad intitolato Il compagno segreto, a proposito del quale Andrea Zanzotto, nella bella introduzione all’edizione dell’opera pubblicata da Rizzoli (con testo inglese a fronte e traduzione di Pietro De Logu), scrive: “Un componimento come Il compagno segreto sembrerebbe costruito a bella posta per offrire lo spunto ai più diversi ricami della critica, anzi delle più diverse metodologie critiche, e nello stesso tempo si presenta come freschezza che riesce a bilanciare il proprio impeto spontaneo entro una forma perfettamente conclusa e armonizzata. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Malthus e la scommessa mancata

Recensione di “Conto alla rovescia” di Alan Weisman

Alan Weisman, Conto alla rovescia, Einaudi
Alan Weisman, Conto alla rovescia, Einaudi

Julian Simon, economista del Cato Institute, think tank di chiaro indirizzo liberista e “autore di The Ultimate Resource II, secondo il quale l’ingegnosità umana avrebbe scongiurato l’esaurimento delle risorse naturali […] nel 1980 scommise mille dollari con [Paul] Ehrlich e due fisici di Berkeley, John Holdren e John Hart, che nei dieci anni successivi il prezzo di cinque metalli a loro scelta – preziosi o d’uso industriale – non sarebbe salito per colpa della loro scarsità. I tre selezionarono cromo, rame, nichel, stagno e tungsteno e, dieci anni dopo, persero la scommessa: non avevano saputo prevedere una recessione globale negli anni Ottanta che avrebbe azzerato la domanda di metalli industriali […]. Il risultato fu una manna pubblicitaria per i liberisti […]. Tuttavia nel nuovo millennio parecchi economisti – e «The Economist» a Londra – hanno notato che l’unico errore di Ehrlich è stato la tempistica: dieci anni dopo, lui e i suoi amici avrebbero vinto la scommessa. Ehrlich ne avrebbe vinta anche una seconda, e stavolta fu lui a proporla a Simon: che 15 indicatori ambientali – tra cui la temperatura globale, la concentrazione di CO2, le terre coltivate e coltivabili, le foreste e la conta dello sperma umano – avrebbero segnato un peggioramento nel giro di un decennio. Simon non accettò la sfida”.

Julian Simon e Paul Ehrlich, quest’ultimo “uno degli ecologisti più stimati del mondo, vincitore del premio Crafoord, assegnato dall’Accademia reale svedese delle scienze alle discipline non previste dal premio Nobel, oltre che di un premio MacArthur, un premio Heinze […] e il Distinguished Scientist Award dell’American Istitute of Biological Sciences” rappresentano opposti (e inconciliabili) punti di vista in un dibattito che si fa ogni giorno più urgente e che riguarda la sovrappopolazione mondiale (stime sulla cui esattezza nessuno più dubita prevedono che entro il 2050 la Terra ospiterà 10 miliardi di persone); un dibattito che nella sua essenzialità può essere riassunto nei seguenti interrogativi: il nostro pianeta è in grado di tollerare una così forte pressione demografica? E se sì, per quanto tempo ancora prima che si verifichino catastrofi dalle inimmaginabili conseguenze? Dove trovare (il che significa come produrre) le risorse per nutrire un così esorbitante numero di esseri umani? E come assicurare loro accettabili standard di vita?

E ancora, come, a fronte della preponderanza di una sola specie tra le altre, l’unica, tra l’altro, in grado di modificare l’ambiente circostante per adattarlo alle proprie esigenze, difendere la biodiversità, inestimabile patrimonio dal quale dipende la sopravvivenza del mondo intero? A questi quesiti, a ciò che rappresentano e agli scenari che prefigurano tenta di dare risposta il giornalista americano Alan Weisman nel suo documentatissimo libro-inchiesta Conto alla rovescia: in oltre 500 pagine, Weisman racconta del suo giro del mondo e dei suoi incontri con scienziati, demografi, ecologisti, medici, economisti, ambientalisti, leader politici e autorità religiose, e illustra come i termini della scommessa Simon-Ehrlich rappresentino oggi le uniche alternative a disposizione di un ecosistema sull’orlo del collasso.

Da una parte l’ottimismo tecnocratico di chi, come Simon, è convinto che il sapere umano e il progresso scientifico troveranno una soluzione ai problemi che oggi ci affliggono (scarsità di risorse, inquinamento, riscaldamento globale, deforestazione, estinzione di centinaia di specie, progressivo aumento della popolazione), cosa del resto già accaduta in passato con la “Rivoluzione Verde” di Norman Borlaug; dall’altra la convinzione di ecologisti e demografi che sia essenziale ragionare in termini di decrescita, e pensare, tanto a livello economico quanto a livello sociale, a nuovi modelli matematici di riferimento fondati non più sulla possibilità di una crescita indefinita, quanto su un riequilibrio di quel che è oggi disponibile (terra e acqua) e su una contrazione della popolazione (da attuarsi, va da sé, in modo incruento, ma con decisione).

Dalla Palestina (dove la guerra tra israeliani e arabi ancora oggi si combatte a colpi di figli) all’Africa, dall’India, che presto deterrà il discutibile primato di nazione più popolosa al mondo, alla Cina che per prima ha dato un taglio al tasso di natalità adottando la politica del figlio unico (politica della quale il volume analizza in dettaglio il rapporto costi-benefici), dal continente europeo afflitto dalla “crescita zero” al Pakistan, potenza nucleare dove l’esorbitante popolazione, e con essa lo scandaloso squilibrio tra ricchi e poveri, sono direttamente proporzionali all’assenza pressoché totale di qualsiasi strategia di pianificazione familiare e a un tasso di analfabetismo (specie tra le donne) che tocca picchi drammatici, fino all’ipertecnologico Giappone, dove il calo demografico è già una realtà, il viaggio di Weisman non solo offre un fondamentale bagaglio di conoscenze che nessuno può più permettersi di ignorare, ma solleva il cruciale problema dell’assunzione di responsabilità.

Battersi a favore di un cambiamento epocale del nostro modo di vivere, educare a un consumo consapevole e a un rispetto ambientale che non sia di facciata, promuovere la contraccezione, mettere in discussione l’ancestrale istinto alla moltiplicazione, significa prendersi carico del domani di tutti, significa chiedere, anzi pretendere, sacrifici gravosi al fine di dare un futuro al nostro più che precario presente. D’altro canto, confidare nelle risorse della scienza e dell’ingegno umano non vuol necessariamente dire peccare di miopia o di superbia, bensì considerare quel che è già a nostra disposizione e orientare tutto quel che sappiamo e possiamo fare (che è davvero molto) in un processo di sviluppo a lungo termine che abbia, come suoi punti cardine, la stabilizzazione delle popolazioni, la riduzione dello spreco di cibo e la massimizzazione della produzione alimentare, da ottenersi però con il minimo contributo possibile dei suoi elementi fondamentali: acqua e azoto.

Weisman, autore nel 2007 del celebre Il mondo senza noi, non è un testimone neutrale; per la salvezza del mondo che descrive (il nostro mondo) egli ritiene che si debba senza indugio percorrere la strada indicata da Ehrlich, quella che nel XVIII secolo aprì Thomas Robert Malthus con la pubblicazione del Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società; questa radicata convinzione, tuttavia, non è in alcun modo d’ostacolo alla sua ricerca: Conto alla rovescia, infatti, è un’inchiesta rigorosa e trasparente, condotta con piena onestà intellettuale, ed è soprattutto un lavoro rispettoso di un principio metodologico che dovrebbe essere alla base di qualsiasi indagine giornalistica e che lo stesso Weisman così riassume al principio del libro: “Di rado i giornalisti rivendicano una certa profondità, quale che sia il loro campo: il nostro lavoro è andare a caccia di chi vive sulla sua pelle o dedica la propria carriera allo studio di ciò su cui stiamo indagando e porgli domande possibilmente sensate, così magari riusciamo a capire anche noialtri […]. Io ho fatto così, in più di venti paesi e per oltre due anni”.

In pari tempo coinvolgente e inquietante, Conto alla rovescia è un’opera più che riuscita. Senza rinunciare a una piacevole raffinatezza formale, questo lavoro ha un enorme valore divulgativo. Sa destare attenzione, e una volta letto le domande che pone non cessano di farsi udire, di presentarsi in tutta la loro urgenza dinanzi a noi, obbligandoci a rivedere, alla luce di ciò che ci hanno fatto scoprire e comprendere, ogni nostra scelta, non importa quanto piccola, ordinaria e (apparentemente) insignificante essa ci appaia.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Alessandra Montrucchio. Buona lettura.

Gerusalemme, un freddo venerdì pomeriggio di gennaio, prima dello Shabbat. Sul Monte del Tempio il sole invernale, approssimandosi all’orizzonte, tinge l’oro della Cupola della roccia di un arancione sanguigno. Un’aureola rosea di polvere e gas di scarico proveniente da est circonfonde il prezioso metallo della Cupola; sul Monte degli Ulivi, il richiamo pomeridiano del muezzin alla preghiera islamica è appena terminato.

Metastasi d’uomini e cose

Recensione de “Il figlio” di Philipp Meyer

Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi
Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi

L’epopea magnifica e tragica di una famiglia; la nascita di una nazione e l’annientamento di un Paese; lo sterminio di interi popoli, di civiltà antiche come la terra stessa, e l’emergere di nuove razze dominanti destinate, nell’infinito, circolare succedersi di vita e morte, a essere spazzate via e sostituite. Senza sosta e senza senso. L’eterno ritorno del sangue, della violenza, della brutalità cieca, della logica elementare, spietata e inequivocabile, della sopraffazione; oltre un secolo e mezzo di storia che altro non è se non un intrecciarsi misero e superbo di destini personali, un pallido brillare di esistenze singole perdute nell’immensità senza tempo del mondo, nello sterminato, incomprensibile splendore del cielo stellato, nel palpitante respiro del vento, nell’argenteo gorgogliare delle acque.

La selvaggia innocenza della natura, la sua eternità fragile scossa dalla ferocia dell’uomo, dalla sua sete inestinguibile di possesso, dalla sua volontà di distruzione; e la sua bellezza invincibile indifferente a ogni sfregio, a ogni insulto, il suo sovrumano, intoccabile, splendore, la sua scintilla divina che giorno dopo giorno sorprende gli occhi degli uomini come un dono inaspettato: “[…] un canyon cieco […] fluttuava […] per miglia sopra di noi, come se una catena montuosa fosse stata intagliata nella terra; c’era un lungo fiume splendente e mandrie di cervi […]. Era un vero canyon scolpito nella terra, ma riflesso da un miraggio nel cielo. Ed era ancora più grande di quanto apparisse nel miraggio: largo una decina di miglia e alto tremila metri, con muraglioni svettanti e torri e piramidi di roccia simili a punti d’osservazione, mesas e collinette isolate, sorgenti scintillanti che scorrevano fra la pietra rossa. C’erano pioppi e bagolari, e il fondovalle era ammantato di fiori selvatici […]. Al tramonto le pareti del canyon parevano incendiate, e in quella luce le nuvole in arrivo dalla prateria sembrano fumo, come se il Creatore stesse ancora forgiando la terra nella sua fucina”.

Si getta a precipizio fin dentro il cuore di un’età che ancora serba memoria dell’alba dell’uomo nel mondo, dei suoi passi terrorizzati e perduti tra immense distese d’erba e luce, e bruscamente se ne allontana (dimenticandola come ci si dimentica di tutto ciò che muore) per correre incontro a un presente d’incubo, ripugnante metastasi d’uomini e cose pazientemente creata, anno dopo anno, nel “laboratorio della civiltà”, lo splendido e travolgente romanzo Il figlio, opera seconda del giovane scrittore americano Philipp Meyer; nel canto dissonante delle voci di tre persone appartenenti alla stessa famiglia eppure così diverse tra loro da essere luna la nemesi dellaltra – il capostipite Eli, rapito bambino dai Comanche, con i quali rimane per tre anni finendo per amarli più di se stesso, tanto in gamba nel comprendere la terra e nell’accettarne le sue leggi, la sua giustizia netta e implacabile, quanto incapace di essere con e per gli altri, pur provando verso di loro un affetto profondissimo; il figlio Peter, fedele alla propria capacità di provare pietà fino al punto da non vederla sconfinare nella debolezza, da non vergognarsi di quella nobiltà pagata dall’assenza di scrupoli degli altri, a cominciare dal padre; e infine la pronipote Jeanne, erede risoluta e infelice di un impero nato dalla terra, dai pascoli e dal bestiame e poi cresciuto a dismisura grazie al petrolio – Meyer racconta l’America e nel farlo la scopre una seconda volta.

La sua scrittura fiammeggiante, eroica e sordida, battezzata nella meraviglia e nell’atrocità, ha la lealtà di una promessa e la dolorosa sincerità di una confessione. Ai suoi personaggi l’autore regala laceranti dilemmi senza risposta, ne descrive dubbi, rimorsi, fuggevoli istanti di gioia e quiete, dà forma e sostanza a Erinni urlanti di ricordi, che sacrificano al tormento ogni istante di vita, finché il dolore chiuso in quelle anime, come un fiume non più trattenuto dagli argini, arriva a bagnare di sangue e lacrime ogni angolo di quel mondo scomparso nel sangue e riforgiato nelle logiche di sterminio della ricchezza e della povertà, finché l’amore di Eli per i suoi fratelli indiani prima e per la moglie e i figli bianchi poi non si unisce alla morte subita e inflitta in quel cerchio perfetto di torti e ragioni, di prevaricazione e misericordia che tutti gli uomini ereditano semplicemente nascendo, finché Peter con il suo cuore colmo d’amore non giunge a covare pensieri di morte e Jeanne si trova costretta ad ammettere che tutto il suo bisogno d’amore, per quanto appagato, non serve a darle quel che davvero desidera: il rispetto di sé. Mentre il tempo, che tutto conosce degli uomini, silenzioso compie la sua opera, che forse è giustizia, forse vendetta.

Il figlio è un romanzo di rara bellezza, è un’odissea che profuma d’epica senza nulla concedere al mito, è polvere, sudore, ferite e piaghe; è lacrime, e corpi allacciati nell’amore e nella battaglia; è un viaggio, coraggioso e indimenticabile, verso la verità.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Cristiana Mennella. Buona lettura.

Mi hanno profetizzato che sarei vissuto fino a cent’anni e siccome li ho compiuti non vedo perché dovrei dubitarne. Non morirò da cristiano, ma il mio scalpo è intatto e se esiste un terreno di caccia eterno, lì sono diretto. Oppure allo Stige. Al momento credo che la mia vita sia stata fin troppo breve: quanto bene potrei fare se mi fosse concesso un altro anno in piedi. Invece sono inchiodato a questo letto, a farmela addosso come un poppante. Se il Creatore riterrà di darmi la forza mi incamminerò verso il fiume che attraversa il pascolo. L’ansa orientale del Nueces. Ho sempre preferito il Fiume del Diavolo. Nei miei sogni l’ho raggiunto per tre volte, ed è noto che nella sua ultima notte di vita mortale Alessandro Magno sgusciò fuori dal palazzo e cercò di calarsi nell’Eufrate, sapendo che se il suo corpo fosse scomparso, il popolo lo avrebbe creduto asceso al cielo come un dio. La moglie lo fermò sulla riva. Lo trascinò a casa perché morisse da semplice uomo. E poi mi chiedono perché non mi sono risposato.

C’è un modo di guardare la cavezza

Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti

La primordialità della terra, la tirannia spietata e tuttavia nobile (perché incorrotta) della vita, degli istinti che bramano soddisfazione, del corpo che soffoca la coscienza, zittisce i pensieri, ignora ogni principio, ogni morale, ogni scrupolo. L’essenza, la prima scintilla della creazione, l’esistere che precede il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, che è soltanto respiro, e sguardo, e appetito, e che è infinito, e neutro, come il mondo, le cui uniche leggi sono la luce del sole e le tenebre d’inchiostro, e la sopravvivenza, a qualunque costo. “Non c’è paura che tenga davanti alla fame, non c’è pazienza che la plachi, e, dove c’è fame, il disgusto semplicemente non esiste. Quanto alle superstizioni, alle credenze, a quelli che voi chiamereste principi, pesano meno di un fuscello al vento. Conoscete l’inferno del digiuno prolungato, il suo tormento esasperante, i suoi neri pensieri, la tetra ferocia che si alimenta di nascosto? […]. Un uomo deve fare appello a tutta la sua forza innata, per combattere adeguatamente la fame. È molto più facile affrontare un lutto, il disonore, la perdita della propria anima che questo genere di fame protratta”. Nel racconto-confessione del marinaio Marlow, voce narrante di Cuore di tenebra, riconosciuto capolavoro letterario di Joseph Conrad, echeggia maestoso – amplificato da una prosa magnetica e di rara potenza espressiva, capace di restituire in descrizioni brevi e perfette il ritmo vitale, incessante ed eterno, dell’aria e dell’acqua, il mistero impenetrabile della terra, alla quale, come a un dio senza nome, ci si accosta soltanto per fede, la verità inevitabile degli elementi, il loro palpitare, la loro sovrumana invincibilità: “Alberi, alberi, milioni di alberi, massicci, immensi, svettanti; e ai loro piedi, rasentando la sponda per vincere la corrente, arrancava il piccolo battello fuligginoso, come un indolente scarafaggio che si trascini sul pavimento di un ampio e nobile porticato – il conflitto, connaturato all’uomo, tra la violenza del diritto, della civiltà, e la resistenza passiva, testarda, di una natura silenziosa, incosciente, eppure in qualche misura senziente, vigile, inquieta, minacciosa: “La corrente fluiva liscia e veloce ma sulle sponde pesava una muta immobilità. Sembrava che tutti quegli alberi vivi, allacciati gli uni agli altri da liane e rampicanti, che ogni arbusto di quella viva boscaglia, fossero stati tramutati in pietra, dal rametto più sottile, alla foglia più leggera […]. Non si sentiva il più debole suono, di nessuna specie […]. Verso le tre del mattino, un grosso pesce saltò sull’acqua con un tonfo così sonoro che mi fece sobbalzare come se fosse stato sparato un colpo di arma da fuoco. Al sorgere del sole ci trovammo immersi in una nebbia bianca, calda e gommosa, più accecante ancora della notte. Non si spostava, né verso riva né in avanti: stava lì immobile intorno a noi, come una cosa solida. Si aprì uno spiraglio sulla torreggiante foresta d’alberi, sull’immenso intrico della giungla su cui dardeggiava la piccola palla del sole […] e poi la bianca saracinesca si riabbassò senza intoppi, come scivolando su guide ben oliate”.

Nelle vesti di Marlow, il grande scrittore polacco naturalizzato britannico trae ispirazione da una propria personale esperienza (un viaggio lungo il fiume Congo a bordo di uno scalcinato battello fluviale) e la stravolge colorandola d’incubo; il suo lucidissimo delirio stilistico incanta e terrorizza il lettore trascinandolo nel vortice di un’avventura, o meglio di un cammino iniziatico che si risolve in un’atroce discesa agli inferi. Al bellicoso tacere di una natura violentata e nonostante ciò intangibile, superiore, si contrappone il disordine dell’organizzazione coloniale, la voracità degli stranieri (degli europei tutti, denuncia Conrad), giunti in Africa al solo scopo di depredarne i tesori e fiaccati dall’immobile frenesia delle foreste, dal caldo, dalle malattie, dal tempo sempre uguale a se stesso, dal dilatarsi degli anni nel continuo ritorno di un unico giorno, dagli sguardi enigmatici degli abitanti di quei luoghi, asserviti ma non conquistati, mentre la sua eco distorta riverbera nella folle volontà di potenza di Kurtz, “uomo notevole”, agente della compagnia commerciale che in quel cuore di tenebra d’Africa era andata a cercare avorio e che più di chiunque altro si era spinto fin quasi al centro del cuore e fin quasi al punto più oscuro della tenebra, recuperando (con ogni mezzo, ricorrendo a ogni sorta di atrocità) più avorio di tutti, guadagnandosi la lealtà assoluta (di più, la loro devozione, il sacrificio delle loro vite) degli indigeni ma perdendo se stesso, tradendosi e consegnandosi all’orrore, arrendendosi al prezzo da pagare per mantenere in vita i suoi sogni, i suoi progetti, la sua megalomane utopia. Antieroe (eppure unico personaggio autentico tra i tanti “Mefistofele di cartapesta” che Marlow incontra nel procedere verso la sua meta, il luogo in cui Kurtz si è rifugiato), quest’uomo così diverso da tutti gli altri, malato e ormai vicino alla morte, è il simbolo della sconfitta di un’umanità intera, della sua corruzione, della sua perversione, e nonostante ciò ne costituisce in qualche misura anche un esempio, perché egli, pur nella sua pazzia, non fugge da quel che è, non rinnega i suoi atti, né si sottrae alle responsabilità che ne derivano. “Non è poi così irragionevole”, scrive Conrad, “che a un uomo il mondo lasci rubare un cavallo, mentre a un altro non permetta neanche di guardare la cavezza. Rubare un cavallo con decisione. Benissimo. L’ha fatto. Forse è anche capace di cavalcare. Ma c’è un modo di guardare la cavezza che farebbe menar le mani anche a un santo”.

Apologo, racconto di viaggio, storia d’avventura, j’accuse, Cuore di tenebra è un’opera splendida, trascinante e terribile; è una scintillante gemma letteraria, un classico, qualcosa di immortale, come le foreste, le acque e i cieli che dipinge.

Eccovi l’incipit; la traduzione, per Garzanti, è di Luisa Savaral. Buona lettura.

La Nellie ruotò sull’ancora senza far oscillare le vele, e restò immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi caduto e, dovendo ridiscendere il fiume, non ci restava che ormeggiare aspettando il flusso. L’estuario del Tamigi si apriva davanti a noi, simile all’imbocco di un interminabile viale. Al largo, il cielo e il mare si univano confondendosi e, nello spazio luminoso, le vele color ruggine delle chiatte che risalivano il fiume lasciandosi trasportare dalla marea, sembravano ferme in rossi sciami di tela tesa tra il luccichio di aste verniciate. Una bruma riposava sulle sponde basse, le cui sagome fuggenti si perdevano nel mare, L’aria era cupa sopra Gravesend, e più indietro ancora sembrava addensarsi in una desolata oscurità che incombeva immobile sulla più grande, e la più illustre, città del mondo.