Inchiostro rosso sangue

Recensione di “Il maestro della testa sfondata” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Guanda

Tutto comincia poco dopo le cinque di una fredda mattina. Il palcoscenico è l’incolore, depressa periferia milanese. L’architettura nata povera degli edifici popolari, le strade invase dalla fanghiglia, il cemento dell’urbanizzazione stretto d’assedio dal verde selvatico di una campagna che sembra non volerne sapere di farsi città, l’esibita miseria delle roulotte di fortuna di un campo nomadi, strette le une alle altre nella grottesca imitazione di un abbraccio. Comincia tutto qui, agli estremi confini di una Milano che faticosamente cerca di stirare le proprie membra, di ingrandirsi, svilupparsi, crescere. Siamo alla fine degli anni Settanta e nel silenzio del quartiere Barona, al capolinea di un autobus, viene ritrovato un cadavere. Si tratta del conducente del mezzo, ucciso con inaudita ferocia, la testa ridotta a un grumo di carne e sangue. Perché un semplice lavoratore, un uomo dalla vita in apparenza tranquilla e trasparente (una moglie, due figli, un appartamento decoroso e nulla più in una zona come tante, di quelle che conosci solo se ci abiti) è stato ammazzato? E perché in un modo così brutale? E ancora per quale ragione l’assassino, dopo averlo finito, ha voluto ulteriormente umiliare il cadavere spogliandolo dei calzoni e lasciandolo seminudo, le terga oscenamente esposte, nel bel mezzo dell’autobus? E infine perché quell’autobus è fermo a un capolinea che non è il proprio? A tutte queste domande deve rispondere il commissario Melis, poliziotto capace, paziente, dotato sia di grande capacità di ragionamento sia di buon intuito, spigoloso di carattere ma non burbero, e soprattutto sinceramente affezionato a ciascuno degli uomini che coordina e dirige, una squadra di immigrati meridionali che se non brilla per preparazione culturale è di certo ricca di umanità e saldamente ancorata a valori per i quali non esiste (o meglio non dovrebbe esistere) prezzo. Creatore di questo eterogeneo ma equilibrato e felice microcosmo è lo scrittore milanese Hans Tuzzi (pseudonimo di Adriano Bon; in questo blog, se vi interessa, trovate qui la recensione di un altro suo lavoro, Perché Yellow non correrà, seconda indagine del commissario Melis), che in questo suo romanzo d’esordio, intitolato Il maestro della testa sfondata, introduce il lettore nel mondo raffinato e quasi esoterico del collezionismo dei libri antichi e rari (di cui è profondo conoscitore). Il commissario Melis, infatti, non ci mette molto a scoprire che l’ucciso arrotondava i propri guadagni lavorando nel tempo libero per un libraio antiquario; e quando si rende conto che pochi giorni prima dell’omicidio proprio quell’uomo è morto in circostanze sospette (per un infarto sembra, ma molte cose possono provocare un infarto, una minaccia per esempio, o un ricatto), ecco che in lui si radica la certezza che i due avvenimenti siano legati tra loro.  
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La clemenza, le condanne

Recensione di “I giorni del terrore” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, I giorni del terrore, Fazi Editore

“Lucile Desmoulins e il generale Dillon furono processati per cospirazione e giustiziati il 24 germinale. Maximilien Robespierre fu giustiziato senza processo il 10 termidoro, il 28 luglio secondo il vecchio calendario. Lo stesso accadde al fratello Augustin, a Saint-Just e a Couthon. Philippe Le Bas si sparò”. Così, nella postilla a I giorni del terrore, romanzo che completa la trilogia che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione Francese (il primo volume, La storia segreta della rivoluzione, lo trovate recensito qui, il secondo, Un posto più sicuro, qui), la scia di morte che ha caratterizzato gli anni successivi all’esecuzione del re si chiude in uno scarno elenco di contabilità, quasi a sottolineare come le continue condanne e le esecuzioni, divenute ormai sommarie e accolte dal popolo con una sorta di stolida indifferenza, altro non fossero se non la misura tragica di un fallimento collettivo. È dunque la cronaca di una deriva, di una sconfitta, quella che l’autrice britannica narra in questo lavoro sontuoso e terribile, nel quale ogni pagina avvicina il lettore all’ineluttabilità di un naufragio che non ammette superstiti. Ancora una volta l’eccezionale talento della Mantel riluce nelle descrizioni d’ambiente, nei numerosi duelli verbali, dai quali le personalità coinvolte emergono con sempre maggiore nettezza mettendo a nudo contraddizioni, viltà, atti di eroismo, peccati di ogni genere, nel consumarsi progressivo degli “eroi del 1789” (che sono anche i protagonisti indiscussi della trilogia, gli amici-avversari Danton e Robespierre, e tra loro il giornalista Camille Desmoulins, la penna più acuta e temuta di Francia), che da burattinai onnipotenti cui l’intera nazione per lungo tempo ha guardato con ammirazione speranza si trasformano in cospiratori, in nemici della patria, in traditori che operano per il ritorno della monarchia, il cui scopo ultimo è favorire un’invasione di truppe straniere, barattare, in cambio di chissà quale ricompensa (nessuna accusa è in grado di dimostrarlo, di portare concrete prove a supporto), la Repubblica e il suo futuro, con il più odioso e umiliante dei regimi. Nelle magnifiche, travolgenti pagine di Hilary Mantel lo strumento, l’arma che inesorabile sfugge ai suoi demiurghi, ai suoi creatori, è di volta in volta il sospetto, la calunnia (o la verità abilmente mescolata alla menzogna), la costruzione, tassello dopo tassello, di tutto quel che serve per inchiodare gli oppositori politici al giudizio del Tribunale rivoluzionario prima e poi, con il drammatico precipitare degli eventi, al Comitato di Salute Pubblica
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Molto più di un secolo

Recensione di “L’Italia nel Novecento” di Miguel Gotor

Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi

Una storia d’Italia. Un quadro politico, economico, sociale e di costume che prende le mosse dagli ultimi anni del XIX secolo – per la precisione dal momento più buio e terribile della guerra d’Abissinia, la battaglia di Adua, che segnò una cocente sconfitta per l’esercito italiano, che fu “non una pugna, ma un macello” – e giunge fino alla rivoluzione tecnologico-digitale nella quale siamo immersi, che ancora una volta, come già tante volte accaduto nel passato di questo Paese, registra vincitori e vinti: i grandi colossi del web da una parte, lo sterminato esercito di “consumatori” della Rete, in grande maggioranza ignari della tragica marginalità del loro ruolo dall’altra. Vincitori e vinti che, ciascuno per la propria parte, continuano a decidere il destino di una terra e di un popolo che sembrano strutturalmente incapaci di farlo da sé. Una storia d’Italia cronologicamente breve eppure ricchissima, densa, nella quale ogni cosa sembra fondersi con tutte le altre, un racconto che è quasi un filo d’Arianna da seguire passo dopo passo nel tentativo di districare un intreccio tanto complesso da somigliare a un problema per il quale non esiste soluzione, a un paradosso il cui solo compito è mostrare la fallacia che distrugge dalle fondamenta un intero sistema e contro il quale nessuna misura risulta efficace. Tutto questo è L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor – il cui illuminante sottotitolo, che è anche il filo rosso della narrazione, recita Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon – lettura appassionante, impreziosita da uno stile allo stesso tempo asciutto e di grande eleganza, che a una prima parte in qualche misura limitata ai confini della ricerca storiografica pura e della ricostruzione puntuale (la caduta dell’esecutivo Crispi, le luci e le ombre dell’Italia liberale giolittiana, la controversa stagione del trasformismo) fa seguire, superata la tragica parentesi del primo conflitto mondiale, un’analisi politico-sociale di un’Italia vittoriosa e nonostante ciò in ginocchio, prossima a scivolare nell’abbraccio ideologico del fascismo. Scrive a questo proposito l’autore: “Nonostante la vittoria [nella Grande Guerra] l’Italia non evitò le conseguenze della crisi economica a causa dell’arretratezza del sistema politico e del perdurare degli scompensi di ordine sociale. Le dure condizioni di vita del dopoguerra si saldarono con le tensioni rimaste irrisolte tanto da rendere la situazione incandescente: il ceto medio soffriva a causa dell’inflazione che aveva diminuito il potere d’acquisto degli stipendi e si sentiva incalzato dal nuovo protagonismo operaio, temendo lo spettro del declassamento sociale; i contadini, reduci dal fronte, pretendevano il rispetto delle promesse fatte per indurli a combattere, ossia una riforma agraria che distribuisse loro le terre; gli operai, rimasti impressionati dalla rivoluzione bolscevica, avevano radicalizzato le proprie rivendicazioni, chiedendo una partecipazione diretta alla gestione delle imprese sul modello dei soviet. Nel loro complesso le classi dirigenti liberali non riuscirono ad assecondare il processo di democratizzazione in atto favorendo l’allargamento della base sociale e politica dello Stato. Anzi: soffocarono sul nascere il tentativo di passare da un regime liberale a uno compiutamente democratico e, con l’avvento del fascismo, si realizzò una chiusura reazionaria che – come spesso sarebbe accaduto nella storia d’Italia – assunse le sembianze retoriche della rottura rivoluzionaria” . 
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Fu guerra civile

Recensione di “La bella Resistenza” di Biagio Goldstein Bolocan

Biagio Goldstein Bolocan, La bella Resistenza, Feltrinelli

“Nella memoria e nella retorica di chi la Resistenza l’ha combattuta davvero, di chi ha visto cadere i propri compagni di lotta, la guerra del 1943-1945 è stata una guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco e il suo complice fascista, traditore della patria; è stata il sacrificio di un intero popolo che lavava l’onta e la vergogna della dittatura, combattendo a fianco degli Alleati la lotta finale contro la barbarie nazifascista. Per molti anni, i fascisti repubblichini che hanno combattuto a fianco della Germania nazista, e ancor più chi tra il 1944 e il 1945 ha indossato la divisa tedesca, sono stati considerati come traditori dell’Italia, rinnegati, indegni del nome di italiani. Ma c’è un problema aperto che ci impedisce di scrivere la parola ‘fine’ a questa storia. Coloro che combatterono dalla parte dei nazisti e dei fascisti, senza rinnegare Mussolini e anzi schierandosi al fianco di Hitler, non erano esseri alieni. Erano anch’essi italiani, al pari di quelli che presero la via della montagna e animarono la Resistenza. In questo senso, la guerra combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 è stata innegabilmente anche una guerra civile, cioè combattuta tra uomini e donne appartenenti alla stessa comunità nazionale. Per tanto tempo questa semplice verità è stata taciuta o negata. Per tutti coloro che si riconoscevano nella Repubblica democratica nata dalla resistenza ammettere che la guerra di liberazione fu una guerra civile significava correre un grande rischio: accordare dignità e onore ai nemici, mettendo sullo stesso piano morale e politico chi aveva combattuto per la libertà e la democrazia e chi aveva difeso la dittatura, l’antisemitismo e lo sterminio di sei milioni di ebrei, oltre a centinaia di migliaia di rom, testimoni di Geova, omosessuali e avversari politici. Una preoccupazione comprensibile. Molti fascisti, infatti, teorizzavano che il loro unico torto fosse stato quello di aver perso: se avessero vinto […] sarebbero stati loro gli eroi, gli ‘italiani’ veri, e i partigiani sarebbero stati i banditi e i traditori della patria […]. Anche per me è stato difficile accettare l’idea che la guerra di liberazione nazionale sia stata una guerra civile: così facendo, infatti, mi sembrava di concedere l’‘onore delle armi’ a dei criminali che avevano ucciso il nonno e lo zio di mio padre, che avevano emanato leggi orribili contro gli ebrei, costringendo mio padre e le sue sorelle ad abbandonare la scuola perché ritenuti inferiori […]. Nonostante la rabbia e il fastidio, alla fine, però, ho dovuto riconoscere alcuni principi molto semplici: la verità è un valore in sé; solo dalla verità nasce la consapevolezza; non bisogna aver paura delle parole, né della verità che esse esprimono. Io non ho più paura delle parole: quella combattuta tra il 1943 e il 1945 è stata una guerra civile che ha opposto italiani a italiani. Alcuni hanno vinto, altri hanno perso”. Così scrive, quasi al termine del suo libro, Biagio Goldstein Bolocan, autore di La bella Resistenza – L’antifascismo raccontato ai ragazzi (Feltrinelli), prendendo coraggiosamente posizione in merito a una questione di storia patria ancora aperta (e per molti versi sanguinante). Dopo aver narrato la dolorosa storia della propria famiglia, che subì le conseguenze delle leggi razziali; dopo aver sovrapposto, in capitoli alterni, le drammatiche vicende delle persone a lui più care a quadri di storia, riepilogando per sommi capi l’avvento del fascismo in Italia, la presa del potere da parte di Hitler in Germania, lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la vittoria finale degli Alleati al termine di cinque terribili anni di conflitto, Bolocan si schiera; il suo “antifascismo raccontato ai ragazzi” diventa così, da agile volume di divulgazione – punto di partenza per più che necessari approfondimenti – trasparente assunzione di responsabilità; nel vestire i panni dello storico prima di quelli dello scrittore egli si preoccupa di chiarire i termini della questione che intende affrontare, di non lasciare spazio agli equivoci.
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Si poteva anche chiamare così

Recensione di “Chiamalo sonno” di Henry Roth

Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti

“I termini del caso ‘Henry Roth’ – uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti, Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere ‘sprecato’ la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera ‘borghese’ nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica. Una casa editrice delle più importanti, la Scribrner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il ‘caso’: dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente […]. Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? […]. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento. Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce ed Elliot, la tradizione talmudica e lo humour yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa […]. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti familiari vissuti da un’attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo ‘ebraico’ o come romanzo ‘americano’, come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico”. Così Mario Materassi illustra Chiamalo sonno di Henry Roth (del quale, per Garzanti, è anche traduttore), opera per molti versi universale, crogiolo razziale e linguistico che nelle pagine del romanzo riverbera nella spontaneità dei dialetti più diversi (tedesco, italiano, yiddish e altri ancora), forse la testimonianza più forte della massiccia immigrazione straniera in America di inizio Novecento, per poi rapprendersi nella lingua particolarissima, inesplicabile e unica delle emozioni di un bambino, il protagonista indiscusso della storia, David Schearl, giunto dall’Austria con la madre negli sconosciuti Stati Uniti, la “terra dell’abbondanza e delle opportunità” per ricongiungersi al padre e qui gettato nel grembo sconosciuto e terrorizzante della vita
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Linguaggio, misura delle nostre vite

Recensione di “L’importanza di ogni parola” di Toni Morrison

Toni Morrison, L’importanza di ogni parola, Frassinelli

“[…] Ai fini della prosecuzione del mio discorso, vorrei che concordassimo sul fatto che in tutta l’istruzione che riceviamo, dalle varie scuole, ma anche a casa o per strada o altrove, che derivi dallo studio o dall’esperienza, avviene una sorta di progressione: passiamo dai dati alle informazioni alla conoscenza alla saggezza. Separare una cosa dall’altra, essere capaci di distinguerle, cioè capire le limitazioni e il pericolo derivanti dall’uso dell’una senza le altre, e nel contempo rispettare ciascuna categoria dell’intelligenza, è in genere l’obiettivo di un’istruzione seria. E, se siamo d’accordo sul fatto che esiste una progressione con uno scopo, allora vi accorgerete subito di quanto possa essere demoralizzante il progetto di trarre o costruire o fabbricare narrativa dalla storia, o di quanto sia facile, e allettante, presumere che i dati siano in realtà conoscenza. O anche che le informazioni siano saggezza. O che la conoscenza possa esistere senza dati. E capirete con quanta facilità, e quanto poco sforzo, una cosa possa mettersi in mostra travestita da un’altra. E con quanta rapidità possiamo dimenticare che la saggezza senza conoscenza, la saggezza senza alcun dato, è solo un’intuizione […]. L’altro problema […] era rappresentato dalla schiavitù […]. Come starci dentro senza arrendersi a essa? […]. Il problema era come togliere il potere immaginativo, il controllo artistico all’istituzione della schiavitù e collocarlo dove era giusto che stesse: nelle mani degli individui che la conoscevano, certo non meno degli altri, e cioè gli schiavi. Senza, però, liquidarla in fretta o sminuirne l’orrore. Perché il problema è sempre la pornografia della violenza. È molto facile scrivere di un argomento del genere e ritrovarsi nella posizione di un voyeur, scoprire che la violenza, le scene grottesche, il dolore e la sofferenza sono diventati la scusa stessa per leggere il libro; e provare un certo gusto a osservare le sofferenze altrui”. Toni Morrison, scrittrice statunitense Premio Nobel per la Letteratura nel 1993, riflette su letteratura, politica, società, diritti umani, razzismo, sul significato, o meglio sull’inestricabile groviglio di significati legati al colore della pelle, all’“appartenenza biologica”, concetto tanto astratto quanto pericoloso che da troppo tempo ormai (forse da sempre, un pensiero che dà vertigine) ha sostituito quello di consesso umano, nella raccolta L’importanza di ogni parola (in Italia pubblicata da Frassinelli nella traduzione di Silvia Fornasiero e Maria Luisa Cantarelli). 
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“Sono Nando… detto Ferdi”

Recensione di “Prosciutto e uova verdi” di Dr. Seuss

Dr. Seuss, Prosciutto e uova verdi, Giunti

Quando possiamo dire, di un cibo, che ci fa impazzire, o al contrario che ci induce a fuggire a gambe levate non appena qualcuno decide di portarlo in tavola? Dopo averlo assaggiato, naturalmente. Dopo aver messo alla prova noi stessi e ciò che è stato preparato e aver compreso, grazie alle sensazioni di piacere o di disgusto da cui siamo stati attraversati, cosa ci piace e cosa, all’opposto, detestiamo. Ma è davvero sempre così? Siamo davvero certi di dare una possibilità a qualsiasi piatto (e con ciò a noi che lo proviamo)? Non è forse vero che in parecchi casi – guarda caso tutti relativi a quel che diciamo di non amare – a rispondere in vece nostra è qualcosa di molto simile a un pregiudizio? Un non mi piace di natura quasi metafisica? Un non lo voglio (o più semplicemente un netto no) che non poggia su esperienza alcuna? Se ci fermiamo a pensare non possiamo che ammettere che le cose stiano così. Quel che ci rifiutiamo di mangiare, spesso è qualcosa che non abbiamo mai nemmeno sfiorato. Ma questo, potrebbe obiettare qualcuno, è ciò che fanno abitualmente i bambini, i più piccoli; è tipica della loro età l’ostinazione critica verso certe preparazioni; la verdura in modo particolare, ma può capitare che i capricci tocchino anche alla frutta, alla pasta, al riso, alla carne… Poi, per fortuna, si cresce, e queste resistenze, una dopo l’altra, cadono. Se anche ne rimane qualcuna, che male può esserci? D’accordo, rifiutarsi di mangiare per nessun’altra ragione che non sia la convinzione (indifendibile, ma cosa importa?) che quel che viene offerto non piace a propri è un modo di fare tipico dei fanciulli, ma questo non significa certo che una situazione simile, solo con protagonisti diversi, anzi opposti (un adulto che non vuole in nessun caso mangiare e un bambino che cerca in ogni modo di convincerlo a provare, comportandosi proprio nella stessa identica maniera in cui si comportano genitori alle prese con figli riottosi, e cioè cercando di superare le resistenze proponendo il cibo nei modi più originali e fantasiosi) non possa darsi. In fondo, non abbiamo riconosciuto che qualche resistenza l’abbiamo portata con noi attraverso gli anni? Così, sono proprio un adulto tenacemente “bambinesco” nella sua decisione di non mangiare a nessun costo e un vivacissimo bambino di nome “Nando… detto Ferdi”, che d’improvviso compare con un vassoio colmo di una improbabile delizia, i protagonisti dello splendido, divertentissimo, irrefrenabile Prosciutto e uova verdi di Dr. Seuss, deliziosa filastrocca in rima baciata (degna di nota l’ottima traduzione di Anna Sarfatti per Giunti Junior) che mette in burla il rituale dell’offerta-respinta che sempre si ripete dinanzi a un piatto preventivamente giudicato “cattivo”. 
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Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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