“Sono Nando… detto Ferdi”

Recensione di “Prosciutto e uova verdi” di Dr. Seuss

Dr. Seuss, Prosciutto e uova verdi, Giunti

Quando possiamo dire, di un cibo, che ci fa impazzire, o al contrario che ci induce a fuggire a gambe levate non appena qualcuno decide di portarlo in tavola? Dopo averlo assaggiato, naturalmente. Dopo aver messo alla prova noi stessi e ciò che è stato preparato e aver compreso, grazie alle sensazioni di piacere o di disgusto da cui siamo stati attraversati, cosa ci piace e cosa, all’opposto, detestiamo. Ma è davvero sempre così? Siamo davvero certi di dare una possibilità a qualsiasi piatto (e con ciò a noi che lo proviamo)? Non è forse vero che in parecchi casi – guarda caso tutti relativi a quel che diciamo di non amare – a rispondere in vece nostra è qualcosa di molto simile a un pregiudizio? Un non mi piace di natura quasi metafisica? Un non lo voglio (o più semplicemente un netto no) che non poggia su esperienza alcuna? Se ci fermiamo a pensare non possiamo che ammettere che le cose stiano così. Quel che ci rifiutiamo di mangiare, spesso è qualcosa che non abbiamo mai nemmeno sfiorato. Ma questo, potrebbe obiettare qualcuno, è ciò che fanno abitualmente i bambini, i più piccoli; è tipica della loro età l’ostinazione critica verso certe preparazioni; la verdura in modo particolare, ma può capitare che i capricci tocchino anche alla frutta, alla pasta, al riso, alla carne… Poi, per fortuna, si cresce, e queste resistenze, una dopo l’altra, cadono. Se anche ne rimane qualcuna, che male può esserci? D’accordo, rifiutarsi di mangiare per nessun’altra ragione che non sia la convinzione (indifendibile, ma cosa importa?) che quel che viene offerto non piace a propri è un modo di fare tipico dei fanciulli, ma questo non significa certo che una situazione simile, solo con protagonisti diversi, anzi opposti (un adulto che non vuole in nessun caso mangiare e un bambino che cerca in ogni modo di convincerlo a provare, comportandosi proprio nella stessa identica maniera in cui si comportano genitori alle prese con figli riottosi, e cioè cercando di superare le resistenze proponendo il cibo nei modi più originali e fantasiosi) non possa darsi. In fondo, non abbiamo riconosciuto che qualche resistenza l’abbiamo portata con noi attraverso gli anni? Così, sono proprio un adulto tenacemente “bambinesco” nella sua decisione di non mangiare a nessun costo e un vivacissimo bambino di nome “Nando… detto Ferdi”, che d’improvviso compare con un vassoio colmo di una improbabile delizia, i protagonisti dello splendido, divertentissimo, irrefrenabile Prosciutto e uova verdi di Dr. Seuss, deliziosa filastrocca in rima baciata (degna di nota l’ottima traduzione di Anna Sarfatti per Giunti Junior) che mette in burla il rituale dell’offerta-respinta che sempre si ripete dinanzi a un piatto preventivamente giudicato “cattivo”. 
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Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Il romanzo di Danton (e Gabrielle)

Recensione di “Un posto più sicuro” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, Un posto più sicuro, Fazi Editore

“Ho cominciato a scrivere romanzi nel 1974. Avevo ventidue anni e ho scelto la Rivoluzione francese perché pensavo che fosse la cosa più sorprendente e interessante accaduta nella storia universale. Quarant’anni dopo sono ancora alla ricerca di un avvenimento che mi susciti maggior sorpresa. Quando oggi andiamo a visitare Versailles, la su agghiacciante grandiosità è rimasta intatta. Le mura, le pareti, trasudano ancora l’alterigia dell’ancien régime. È noto che la Francia del 1789 era quasi alla bancarotta, che il terreno per la Rivoluzione era pronto: eppure viene da chiedersi, come hanno osato? Uomini, donne normali contro quel potere, quella certezza, quella presunzione di diritti acquisiti da così lungo tempo? L’impressione resta sempre la stessa”. Riposa probabilmente qui, tra queste righe, il senso della bellissima, trascinante opera che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione francese e che in questo secondo volume, intitolato Un posto più sicuro (la recensione del primo romanzo, La storia segreta della rivoluzione, la trovate qui), ancora una volta edito da Fazi nella traduzione di Giuseppina Oneto, vede imporsi la figura di Danton, vero e proprio burattinaio dei tragici eventi che si susseguono senza sosta e che hanno, a loro fulcro, il massacro del Campo di Marte del luglio 1791. Senza mai cessare di seguire i personaggi attraverso i quali ha scelto di raccontare la dissoluzione della monarchia francese (e con essa il decisivo mutare della storia, il suo indirizzarsi verso la modernità), Hilary Mantel trova il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra vicissitudini personali e rivolgimenti generali; da una parte offre alla sua prosa il respiro intimo del diario (di Danton, della moglie Gabrielle), dall’altra lascia che la scrittura si faccia indistinta voce delle masse, che il suo andamento sia quello travolgente e disperato della rabbia, che il suo obiettivo svanisca nella furente cecità dell’istinto e la soddisfazione (effimera) venga colta nell’incoscienza dell’attimo consumato quasi per inerzia. Così, a conquistare il lettore è dapprima l’ordine di La Fayette, che intima alle sue truppe di sparare sulla folla riunita per sostenere una petizione che chiede la deposizione del re (è il 17 luglio del 1791), poi lo stordimento di un Robespierre sconvolto da ciò cui ha assistito impotente, colto di sorpresa da una marmaglia soldatesca per le strade di una Parigi diventata d’improvviso ai suoi occhi più estranea e lontana della Luna, più inconoscibile dei disegni di Dio, e ancora la ferina sete di sangue di un gruppo di patrioti (che forse sono solo assassini, o forse semplicemente persone rese da circostanze impossibili da comprendere qualcosa di innominabile) capace, dinanzi agli occhi atterriti di Camille Desmoulins di fare a pezzi il suo amico di un tempo, Louis Suleau, l’infame monarchico, e infine l’incolore voce di Gabrielle, che risponde alla curiosità di chi desidera sapere per quale motivo lei e Danton dormano in letti separati spiegando: “Lui agita le braccia perché sogna di combattere, non so contro chi”.
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Ci-devant

Recensione di “La storia segreta della rivoluzione” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, La storia segreta della rivoluzione, Fazi Editore

Traducibile con “precedentemente”, il termine ci-devant nei burrascosi anni della Rivoluzione Francese venne utilizzata per indicare i nobili spogliati del loro titolo. Una parola sola, qualcosa di innocuo, assurta a simbolo di un passato con cui si sono chiusi tutti i conti, diventata l’emblema di ciò che non potrà più tornare. Una parola e null’altro, ma così terribile (e nel medesimo tempo tanto feconda) da contenere in sé la distruzione del vecchio mondo e le prime scintille di una realtà nuova. Prende le mosse da qui – e in questa sorta di sotterraneo fiume fatto di avvenimenti all’apparenza poco o punto importanti e di vicende private prosegue in un continuo, sottilissimo gioco di rimandi – lo splendido lavoro letterario dedicato da Hilary Mantel ai tragici ed esaltanti fatti del 1789. Divisa in tre volumi, la storia della Rivoluzione Francese viene narrata da altrettanti punti, quelli di Camille Desmoulins, Georges Jacques Danton e Maximilien de Robespierre, personaggi di primissimo piano in quegli anni, che Hilary Mantel restituisce al lettore in tutta la loro complessità, senza trascurarne debolezze, cadute, ossessioni né mancando di riconoscerne la grandezza, l’eccezionalità, il coraggio. Nel seguire da vicino l’intera parabola umana e politica di questi uomini, la scrittrice inglese racconta antefatti e conseguenze dei rivolgimenti francesi superando di slancio tanto la fredda accuratezza della ricostruzione storica quanto la fragile suggestione del libero moro creativo; la sua scelta (felicissima) la pone in qualche modo all’interno degli eventi, consentendole di leggerli – e di presentarceli – come se li stesse vivendo, come se li scoprisse (e fosse perciò costretta a cercare di comprenderli, di decifrarli) nel momento in cui si verificano o in cui minacciano di esplodere. Così la Rivoluzione, in ogni sua fase, somiglia all’avvicinarsi di una tempesta, a quell’improvviso correre della storia che sempre precede le peggiori catastrofi, mentre il suo farsi, il suo mutarsi da semplice possibilità a ineluttabile certezza viene salutato da attonito stupore, da una sorpresa enorme e muta cui soltanto il caso, l’attimo da cogliere senza indugio, offre la scintillante opportunità della voce, dell’urlo rivolto alle folle che d’improvviso delle folle diviene coscienza, delle folle si fa verità e dalle folle e per le folle pretende giustizia, e libertà, e uguaglianza, e fraternità. Ma soprattutto brama sangue, il sangue dei responsabili, dei colpevoli.
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“Se avessimo una fantastica…”

Recensione di “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi

Scrive Novalis: “Se avessimo anche una fantastica, come una logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”. Prende le mosse da qui, da questa intuizione – splendida perché feconda – la Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, un libro unico, che verrebbe voglia di definire magico se solo si riuscisse a credere ai libri magici (ma non è forse leggendo gioielli come questo che può compiersi il miracolo? Non è forse perdendosi nell’arte di inventare storie che si giunge a rendere possibile l’impossibile, a dotarsi di ali e finalmente volare?), un saggio coltissimo e meravigliosamente semplice capace di regalare sorprese a ogni pagina, di stupire, affascinare, coinvolgere, divertire, e quel che più conta insegnare senza mai dare l’impressione di farlo, o per dir con più esattezza senza mai volerlo fare. Perché il fantastico, la fantasia, l’invenzione, la creatività non sono “materie d’esame”, non sono un insieme di regole da mandare a memoria, una lezione da imparare da cima a fondo per far bella figura all’interrogazione e portarsi a casa un buon voto, non sono oggetto di verifica, sono l’esatto opposto di tutto questo, e insieme (se ben comprese, s’intende, ma soprattutto se vissute come meritano, e cioè con la spontaneità, la libertà e la gioia che suscitano e che sempre e ovunque le accompagna) ciò che sta alla base e in qualche modo fonda la scuola così come la conosciamo e ne facciamo esperienza, con tutto il suo corollario di pedantesca istituzionalizzazione e di pratiche che replicano se stesse anno dopo anno, quasi che il tempo non fosse altro che un trascurabile accidente. Ma cosa significa esattamente inventare storie? E perché è così importante? E come può qualcosa che in fondo somiglia a un gioco (e che forse è davvero soltanto un gioco) rivestire così tanta centralità? Ecco la risposta di Rodari, che è anche il passo d’avvio dell’indimenticabile avventura letteraria, culturale e più di tutto umana rappresentata dalla Grammatica della fantasia: “Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allungano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari […]. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere”.
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Indiretto libero

Recensione di “L’assomoir” di Émile Zola

Émile Zola, L’assomoir, Mondadori

“Non c’era mai stato niente di paragonabile [in letteratura] al giorno delle nozze della coppia Coupeau, al loro fantastico pellegrinaggio in processione per le strade di Parigi sotto la pioggia, alla loro visita inzaccherata alle sale del Louvre, dove si perdono come nel labirinto di Creta, e al loro arrivo infine, affamati ed esasperati, alla guinguette dove cenano a un tanto a testa, pagando ognuno per sé, e dove noi ci sediamo accanto a loro, in mezzo all’unto e al sudore, e finiamo per abbandonarci, un po’ commossi e un po’ disgustati, alle loro spiritosaggini, alle loro miserabili, grottesche cattiverie. Ho parlato molto del meccanicismo di [Émile] Zola; ma qui c’è davvero, quasi insopportabile, il senso della vita”. Così Henry James, nell’analizzare uno dei momenti al tempo stesso più lirici e tragicomici di L’assomoir – “primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia l’odore del popolo” secondo il giudizio espresso dall’autore – riassume ed esalta la straordinaria potenza narrativa di quest’opera e la sua tensione verso un’autenticità che sfiori l’assoluto, capace di restituire la realtà per ciò che è, con precisione piena, con impressionante brutalità. Non c’è spazio, in questo lavoro di Zola (settimo romanzo della serie dei Rougon-Macquart), per la pietà, né lo scrittore intende indulgere ad analisi sociologiche o a riflessioni economico-politiche che possano in qualche modo rendere ragione dello stato miserando del sottoproletariato urbano parigino che egli, con accenti così vivi, descrive. Émile Zola, nelle oltre 500 pagine de L’assomoir, che disegnano la terribile, oscena discesa agli inferi di una famiglia per concludersi con il suo annientamento (la protagonista principale è una donna, Gervaise, ma accanto a lei uguale importanza ha il marito, il lattoniere Coupeau, vittima, al pari dei suoi amici operai, del demone dell’alcol), indossa gli abiti da lavoro dei suoi personaggi, si appropria della libertà sguaiata del loro dialetto (l’argot delle periferie, il parlato spiccio delle bettole, dei capannelli che si formano nella penombra dei portoni, l’eruttare violento, acido dei litigi che squassano la miseria delle case colme solo di rabbia e disperazione, il bisbigliare invidioso e la pornografica curiosità del pettegolezzo, che quasi per riflesso condizionato inventa quel che non sa, precipitando lo squallore della verità in un abisso ancor più nero e fetido), li segue nei loro giorni perduti, nelle loro esistenze consumate prima ancora di essere vissute, e infine li osserva deragliare, perdersi e morire con la distaccata diligenza di uno studioso, limitando la sua scrittura, la prosa, a quel che è, a quel che accade. Egli dunque dà vita a un “romanzo non-romanzo”, a una cronaca, a un’inchiesta; testimonia senza prendere posizione. Molte delle sue pagine sono di una durezza che lascia senza fiato; L’assomoir non si sporge verso il lettore, non ammicca, non seduce; squaderna piuttosto, con freddezza implacabile; indica, mostra.
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Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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Perché nascere è precipitare nel caos

Recensione di “Il 42° parallelo” di John Dos Passos

John Dos Passos, Il 42°parallelo, BUR

“Il 42° parallelo ha un inizio cupo. Travolgente nella tristezza che spalanca davanti al lettore. Ai cui occhi si affaccia un paesaggio miserabile: baracche di legno, strade fangose, il freddo, gli effluvi, la salute malcerta degli abitanti. È l’emigrazione – in questo caso irlandese – che paga il suo tributo. E il romanzo comincia con una storia di lotta e di disperazione: «Quell’inverno ci fu uno sciopero alle Manifatture Chadwick e papà perse il posto». Essenziale come un colpo di martello. Fateci caso. Uno dei motori che accendono le storie di Dos Passos è l’improvviso restringersi dell’orizzonte. La chiusura prospettica che liquida un individuo, una famiglia, una città. Eppure, è solo dall’azzeramento improvviso del presente che il futuro può davvero riaprirsi, donare quella speranza che ogni anima in pena invoca. I personaggi di Dos Passos ne sembrano consapevoli, per questo si mettono in moto: con rabbia, disperazione, curiosità e ambizione. C’è un solerte dinamismo che li anima e rende il loro essere squisitamente americani il tratto distintivo dall’Europa. Anche se, poi, molti fili rinviano al Vecchio Continente. Al suo laboratorio di cultura sociale, all’esperienza marxista e sindacale, che proprio negli anni Venti e Trenta mostra ancora il proprio potere di seduzione sugli intellettuali americani. Da tutto ciò deriva il temerario indottrinamento politico vissuto da certi personaggi del 42° parallelo. La loro scelta etica. Sebbene Dos Passos non scada nelle forme del propagandismo letterario, ha, tuttavia, alle spalle un solido movimento di opinione le cui punte letterarie sono rappresentate dai romanzi di Upton Sinclair, Jack London e dagli scritti di John Reed. L’America degli Anni Venti e Trenta vede espandersi il culto del proletariato, i cui malumori intridono le pagine di Dos Passos”. Nella prefazione di Antonio Gnoli al bellissimo romanzo di John Dos Passos, atto primo della sua trilogia americana, dato alle stampe nel 1930 e in Italia pubblicato da BUR nella traduzione deliziosamente inattuale di Cesare Pavese, a emergere con forza sono i contenuti, i temi portanti del lavoro dello scrittore statunitense; in una parola l’intrinseca robustezza argomentativa del suo raccontare. Dos Passos, insomma, almeno in questa fase del suo percorso letterario e umano, è scrittore politico e critico sociale, è narratore impegnato, che lotta in prima linea, è autore che per ciò che scrive può senza scandalo essere accostato a un contemporaneo come il portoghese Saramago – (Il 42° parallelo e Cecità sono forse i due maggiori romanzi eminentemente politici del XX secolo) – ma, oltre a ciò, e proprio nelle travolgenti pagine del 42° parallelo, è sperimentatore ardito delle possibilità espressive del linguaggio, è inventore di codici, è alchimista della narrazione.
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