Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

La pace, prezzo dello sterminio

Recensione di “Il complotto contro l’America” di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi

Un tradimento epocale, qualcosa di così sconvolgente e inaspettato da far svanire ogni certezza, da trasformare, nello spazio di un istante, un intera nazione e tutti i valori sui quali si fonda (e sui quali poggiano le vite dei suoi cittadini) nel suo tragico contraltare. Una coscienza collettiva che d’improvviso giunge all’inimmaginabile e sabota se stessa per abbracciare l’ignoto, per gettarsi fiduciosa in un baratro di parole d’ordine tanto semplici quanto del tutto prive di senso: “Votate per Lindbergh o votate per la guerra”. È il 1940, l’Europa brucia sotto il fuoco della terrificante potenza bellica nazista, gli ebrei del Vecchio Continente, a decine di migliaia, cadono vittime della follia sterminatrice di Adolf Hitler, e negli Stati Uniti il nuovo campione dell’isolazionismo e della neutralità a tutti i costi, l’eroe dell’aria Charles Augustus Lindbergh, candidato del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, sconfigge il Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt e inaugura una nuova stagione per il Paese, una stagione segnata da rapporti più che cordiali con la Germania del “Reich millenario” e da un trasparente appoggio ideologico tanto alla sua immediata politica d’aggressione quanto al suo piano di sterminio razziale, parte di un più ampio disegno globale volto a stroncare la “perniciosa influenza ebraica” in ogni campo dell’umano vivere e sapere, influenza che, a parere dello stesso Lindbergh, del suo vice Burton Kendall Wheeler, anche nei democraticissimi e tolleranti Stati Uniti ha ormai preso fin troppo piede e va arginata, fermata, o meglio stroncata del tutto, sradicata.  Continua a leggere La pace, prezzo dello sterminio

Il genere, le specie

Recensione di “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli

San Felice Circeo, 29-30 settembre 1975. Due ragazze, una di diciannove, l’altra di diciassette anni, vengono sequestrate da tre giovani poco più che ventenni, tutti di buona famiglia, e ripetutamente seviziate. Una di loro muore in seguito alle violenze subite, l’altra miracolosamente sopravvive, riesce a chiedere aiuto, si salva e contribuisce all’immediata cattura di due dei responsabili; il terzo riuscirà a fuggire. Questi, in estrema sintesi, i fatti, così come si sono svolti e la cronaca, gli articoli di giornale e infine gli atti del processo a carico dei colpevoli li hanno restituiti alla pubblica opinione. E questo, dilatato a dismisura, aggirato, assediato, analizzato, scomposto, ignorato a bella posta per centinaia e centinaia di pagine e improvvisamente ripreso e messo al messo al centro di tutto, di ogni parola, di ogni riflessione, e ancora ripetuto infinitamente, come fosse la medesima scena di un film di continuo riproposta, o magari un intero film composto di un’unica scena, travestito da dilemma filosofico, mescolato a memorie personali, a confessioni, colorato di istanze politiche e problemi sociali, sezionato e studiato come un corpo nelle mani di un patologo, guardato al microscopio per individuarne l’infinitamente piccolo che lo compone e poi osservato con il telescopio, come una stella posta a siderale distanza, esattamente questo, l’evento terrificante, imprevedibile (o forse fin troppo prevedibile) che ha sconvolto un Paese intero rendendo manifesta a tutti una verità, una realtà che ci si era illusi bastasse tacere perché non si manifestasse, e cioè che l’orrore alberga ovunque, e che basta un nonnulla, un semplice concorso di circostanze favorevoli, o anche soltanto il naturale trascorrere del tempo, il suo maturare, perché si dia, si faccia, letteralmente, carne e sangue, è, o dovrebbe essere, l’argomento attorno a cui è costruito La scuola cattolica, monumentale lavoro di Edoardo Albinati, Premio Strega 2016.

Romanzo è scritto subito dopo il titolo e in più di un’occasione, leggendo le quasi 1.300 pagine che compongono il libro, viene spontaneo chiedersi se davvero di romanzo si tratti. Dal punto di vista squisitamente letterario, e dunque nelle scelte linguistiche, nell’ambientazione, nella costruzione dei personaggi e nel fluire della storia (ma esiste una storia qui? E se esiste, di che storia si tratta?), La scuola cattolica non può dirsi romanzo. Il suo autore, qui, non veste mai i panni del romanziere, non racconta, non narra, non si lascia mai andare al puro piacere della parola, rifiuta tanto l’incanto primigenio del suono quanto la potenza complessiva dell’insieme. Albinati non sembra scrivere per essere letto ma per rispondere a un bisogno, a una necessità, a un’urgenza. Il suo è un libro personale, intimo, un diario dal sapore ottocentesco, qualcosa cui egli si è accinto per sé solo, in obbedienza a una tensione interiore. Continua a leggere Il genere, le specie

Non avrò altro Dio all’infuori di me

Recensione di “Battuta di caccia” di Jussi Adler-Olsen

Jussi Adler-Olsen, Battuta di caccia, Marsilio

La violenza come puro atto di sopraffazione, come legittimazione del più forte, come diritto e insieme come aperta rivendicazione di una libertà assoluta; l’aggressione come sfrenatezza, come rito orgiastico, come delirio di onnipotenza, come lucida, terrificante allucinazione. E assieme a tutto questo l’omicidio, l’annientamento gustato come sanzione finale, come sigillo, come l’ultimo tassello di un puzzle composto di momenti decisivi, di attimi colti al momento giusto e vissuti, sfruttati, goduti fino in fondo, nella spietata certezza che non esista prezzo di pagare per chiunque abbia il coraggio necessario a non porsi limiti, che non possa esserci punizione possibile per tutti coloro che riconoscano di non avere altro Dio all’infuori di sé. Lungo queste spaventose coordinate, che la pazzia, la psicosi, l’alienazione mentale spiegano soltanto in parte e che, seppur non in misura così estrema, sembrano quasi “categorie di pensiero e d’azione” indotte da un mondo e da una realtà che si ostinano a vedere nel successo e a ogni costo e nell’autoaffermazione non solo e non tanto valori da difendere ma addirittura principi primi da insegnare, si snoda il coinvolgente romanzo giallo Battuta di caccia, scritto da Jussi Adler-Olsen (in Italia pubblicato Marsilio nella traduzione di Maria Valentina D’Avino). Fedele alle regole del thriller classico e allo stesso tempo originale innovatore del genere, Adler-Olsen rinuncia al principale cardine narrativo – l’indagine finalizzata alla scoperta del colpevole; fin dall’inizio del romanzo il lettore conosce l’identità dei responsabili – per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi principali del suo lavoro (un gruppo di ricchissime persone appartenenti all’alta società danese), cui contrappone l’ostinazione, la determinazione e il senso di giustizia del detective Carl Mørck, capo della Sezione Q della polizia di Copenaghen, piccolo dipartimento incaricato di occuparsi dei “casi di speciale interesse”, cioè di tutti quei fatti di sangue che non solo non sono stati risolti, ma che per le loro caratteristiche hanno destato particolare scalpore nell’opinione pubblica o hanno avuto, al di là del delitto o dei delitti commessi, conseguenze tragiche. Continua a leggere Non avrò altro Dio all’infuori di me

Il nodo inestricabile

Recensione di “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi

“Alexa, e gli altri ospiti, e forse anche Georgina, capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, da sempre convinte che la vita vera fosse altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire; nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenze, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze”. Forse è proprio qui la barriera insormontabile, nella strutturale incapacità dell’Occidente, finanche il più aperto, il più evoluto, il più progressista, di comprendere su scala più vasta di quella nazionale il concetto di mobilità sociale. Quel desiderio, quel bisogno, quella necessità che a volte assume le sinistre fattezze dell’ossessione di fare qualcosa, centrare un obiettivo, realizzarsi, inseguire (e raggiungere) la vita che ci si è immaginati, quell’andare un po’ più in là di dove sono arrivati i nostri padri, e prima di loro i nostri nonni, quel superarli per poi essere applauditi proprio da coloro abbiamo lasciato indietro, che abbiamo battuto, e che per anni e anni si sono sacrificati in ogni modo possibile affinché noi potessimo fare esattamente quello: lasciarceli alle spalle, progredire, avvicinare anche di un solo gradino in più il mistero della felicità. Continua a leggere Il nodo inestricabile

Gli ordinari abiti di Satana

Recensione di “L’eterno filisteo” di Ödön von Horváth

Ödön von Horváth, L’eterno filisteo, Bompiani

Ödön von Horváth è stato abbattuto prima di essersi raccolto per l’ultima impresa. Ma la sua opera, pur frammentaria, basta già per farci presentire che questo poeta era nato come nessun altro per donare al romanzo tedesco un’esauriente ‘Demonologia del piccolo-borghese’. Gioventù senza Dio e Un figlio del nostro tempo sarebbero forse stati i primi volumi di questa Demonologia. Il piccolo-borghese, così come Horváth ce lo presenta, è meno il membro di una classe che l’uomo impietrito, l’uomo sordo e opaco che resiste allo spirito. Mentre l’uomo che sta all’ultimo o anche al primo gradino […] della scala sociale, si apre alla verità, l’incallito uomo medio lotta per la conservazione della menzogna, perché senza la menzogna affoga. È il luogotenente del diavolo sulla terra, è, anzi, lo stesso diavolo. In antitesi al Satana di Dostoevskij, che appare a Ivàn Karamazov, manca al diavolo di Horváth ogni sfondo spirituale romantico: è un piccolo, comune diavolo. Ma la sua capacità inventiva nel regno del malvagio-senzasenso è inesauribile. La volontà di far del male è il suo impulso determinante. Egli compie un assassinio nel momento stesso in cui pretende di piangere su un perduto amore”. Così Franz Werfel inquadra, nella prefazione al romanzo Un figlio del nostro tempo, scritta nel giugno del 1938, poche settimane dopo la prematura scomparsa del suo autore, il senso complessivo dell’opera di Ödön von Horváth, la sua chirurgica analisi politico-sociale di una Germania smarrita, consumata dall’umiliazione per la Grande Guerra perduta, devastata da un trattato di pace che l’ha privata finanche della dignità e pronta a concedere se stessa e il proprio lacerato onore a chiunque prometta di risollevarne le sorti, costi quel che costi. Continua a leggere Gli ordinari abiti di Satana

Munari e le donne

Recensione di “Le ragazze nello studio di Munari” di Alessandro Baronciani

Alessandro Baronciani, Le ragazze nello studio di Munari, Bao Publishing

Bruno Munari (1907-1998) è un vero e proprio punto di riferimento per generazioni di artisti, con opere divenute un esempio fisso e costante per grafici, illustratori e designer, oltre che per scultori, registi, disegnatori industriali… In una parola: un maestro. Difficile però pensare che il grande Munari, nonostante tutta la sua genialità, potesse anche solo immaginare che il suo metodo di lavoro venisse seguito per… gestire i rapporti di coppia! Eppure è proprio questo che fa Fabio, protagonista del graphic novel Le ragazze nello studio di Munari: un giovane milanese, un po’ con la testa fra le nuvole, che riesce a incartarsi in un complicatissimo rapporto sentimentale con tre ragazze quasi in contemporanea, Fedra, Chiara e Sonia. Come uscirne? Semplice: attraverso il metodo Munari! Il diagramma di flusso che parte da P, il problema, e arriva a S, la soluzione, passando per DP (definizione del problema), RD (raccolta dei dati), A (analisi) e C (creatività). Certo, Munari si riferiva al processo creativo di un progetto di design, ma Fabio ci si trova molto bene anche in quest’altro ambito. D’altra parte, anche lui è a suo modo un artista, innamorato dei libri antichi che vende nella sua bottega – che è anche la sua peculiare abitazione – nel pieno di Milano, negli stessi luoghi che furono del Maestro. Per 250 pagine, così, seguiamo Fabio nelle sue meditazioni autobiografiche, ricche di molti riferimenti alla storia dell’arte, al cinema, alla letteratura, in un fumetto-non-fumetto che usa pochissimo la classica nuvoletta: l’intera storia passa attraverso la voce fuori campo del protagonista, come in un film… “impegnato”. Continua a leggere Munari e le donne

Nell’anticamera del Reich

Recensione di “Fatherland” di Robert Harris

Robert Harris, Fatherland, Mondadori

Il Terzo Reich ha vinto la guerra, il genio militare di Hitler ha avuto ragione di ogni avversità, di ogni nemico, e il popolo tedesco ora domina il Vecchio Continente. A est, nella Russia quasi completamente soggiogata, tenaci sacche di resistenza danno ancora filo da torcere alle armate germaniche, ma si tratta ormai di ultimi fuochi, anche se questi fuochi ardono ormai da vent’anni. Il Terzo Reich ha trionfato; il nuovo ordine nato per vivere il proprio destino millenario ha cominciato il suo cammino. È il 1964, e il mondo intero ha compreso che è necessario tributare alla Germania l’onore e il rispetto che merita, che nessuna ostilità è più possibile; è il 1964 e gli Stati Uniti d’America, fino a questo momento lontani, diffidenti, guardinghi, si decidono per un’apertura: una visita ufficiale a Berlino del loro Presidente, Joseph Patrick Kennedy, un incontro al vertice con Adolf Hitler: “In armonia con il documentato desiderio del Führer e del Popolo del Reich della grande Germania di convivere nella pace e nella sicurezza con i paesi del mondo, e in seguito ad ampie consultazioni con i nostri alleati della Comunità Europea, il ministero per gli Affari Esteri del Reich, a nome del Führer, ha invitato oggi il presidente degli Stati Uniti d’America a visitare il Reich della grande Germania per colloqui personali destinati a promuovere una maggiore comprensione fra i nostri due popoli. L’invito è stato accettato. L’amministrazione americana ha comunicato questa mattina che Herr Kennedy intende incontrarsi con il Führer a Berlino in settembre. Heil Hitler! Viva la Germania!”. Continua a leggere Nell’anticamera del Reich

Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg