Tre fratelli allo specchio

Recensione di “Gli altri” di Margaret Peterson Haddix

Margaret Peterson Haddix, Gli altri, HarperCollins

Cosa ha a che fare il rapimento di tre bambini (il più grande ha solo dodici anni) in Arizona con la vita di una famiglia che abita in Ohio? Nulla, verrebbe da dire, se non fosse che le persone rapite, due maschi, Chess e Finn (il maggiore e il minore) e la loro sorella, Emma, si chiamano esattamente come i tre fratelli dell’Ohio. Né le somiglianze finiscono qui, perché chi è scomparso è anche nato esattamente lo stesso giorno in cui ha visto la luce il terzetto dell’Ohio. Tre nomi identici, tre età identiche, tre date di nascita identiche. Una coincidenza? Difficile crederlo. Una straordinaria serie di coincidenze? Una bizzarria del caso? Forse. Se non fosse che la mamma di Chess, Emma e Finn, i bambini che non sono stati portati via da dei criminali sconosciuti e condotti chissà dove, alla notizia del loro rapimento, reagisce come se a subire quella terribile sorte fossero stati i suoi figli e non quelli di una coppia sconosciuta, cui chissà perché è saltato in mente di chiamare i loro bambini proprio Finn, Chess ed Emma. E se non fosse che, sempre la mamma, d’improvviso annuncia che deve assentarsi per lavoro (lei, che non lo fa mai, o quasi) e che non sa per questo starà via (lei, che al massimo si allontana per un paio di giorni). Prende le mosse da qui, da un antefatto che si colloca già nel bel mezzo della narrazione, il romanzo per ragazzi Gli altri di Margaret Peterson Haddix (primo capitolo della serie dedicata alla famiglia Greystone (quelli che non sono scomparsi e naturalmente la loro mamma, il cui “viaggio di lavoro” si trasforma ben presto in un complicatissimo mistero), un’avventura trascinante e ricca di colpi di scena raccontata, capitolo dopo capitolo, secondo il punto di vista dei tre protagonisti, bambini come tanti, alle prese con l’angoscia, la paura e il senso di smarrimento da cui vengono colti, anzi travolti, non appena comprendono che quella in cui sono stati catapultati è tutt’altro che una situazione consueta e che, cosa peggiore di tutte, la loro mamma è scomparsa, ma anche capaci di far ricorso a tutte le loro riserve di coraggio, al loro entusiasmo, a un ostinato ottimismo e soprattutto all’amore infinito che ognuno di loro nutre per la mamma (il papà lo hanno perso quando il più grande dei tre, Chess, aveva solo quattro anni), per riuscire a risolvere quella incredibile vicenda. La prosa semplice e vivace della Haddix coinvolge il lettore, che immediatamente prende le parti dei giovanissimi protagonisti – e della loro alleata Natalie, la figlia preadolescente, e fintamente ribelle, della signora Morales, cui la mamma di Finn, Chess ed Emma, prima di partire in fretta e furia, ha affidato i suoi bambini – e assieme a loro prova a sciogliere i molti enigmi della storia. 
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“Non tanto perché piove, ma perché piove tardi”

Recensione di “Caratteri” di Teofrasto

Teofrasto, Caratteri, Garzanti

“L’attività di Teofrasto fu volta essenzialmente al consolidamento del grandioso piano di sistemazione dello scibile, promosso da Aristotele. L’enorme catalogo delle sue opere conta ben 229 titoli, che comprendono studi di storia naturale, di politica, di etica, di psicologia, di teoria letteraria, di polemica contro le scuole rivali […]. Di esse, comunque, la gran maggioranza è costituita da pubblicazioni scientifiche, riguardanti soprattutto la botanica, la zoologia e la mineralogia. Questa produzione si è perduta quasi tutta; ci rimangono due studi di botanica […] e un’operetta gradevolissima, ma di ardua classificazione: i Caratteri […]. Essa consiste in una rassegna di tipi umani, ciascuno dei quali dominato da un particolare difetto di comportamento, non tanto grave da provocarne la messa al bando dalla società, ma sufficiente a renderne grottesca l’immagine. La lettura dell’operette provoca subito una sensazione di ambiguità. L’indice e le prime parole di ogni capitolo, infatti, si presentano con un aspetto razionale e rigoroso […]. Il numero tondo, 30, fa subito pensare a un’organicità di concezione; la struttura dei capitoli, sempre uguale a se stessa, possiede in apparenza il rigore del testo scientifico; così pure il ripetersi, quasi sistematico, di certe situazioni, che servono a illuminare di volta in volta i Caratteri. Tale sensazione di rigore, però, viene subito smentita a mano a mano che ci si addentra nella lettura: il tono, generalmente faceto, e spesso comico, richiama senza dubbio quello del teatro, e ciò che sembrava rigore di classificazione diventa ben presto nella mente del lettore una babele di atti sconvenienti, consumati da personaggi spesso simili fra di loro, in una scena urbana trasformata nel palcoscenico di un teatro delle maschere. In realtà, viene frustrato il desiderio di chi si lascia irretire dalle promesse di razionalità, che sembrano implicite nella struttura esteriore dell’operetta, e cerca di mettere a fuoco un ordine teorico che, a ben vedere, non esiste; nello stesso tempo, viene in parte frustrato il tentativo di leggere il testo come un’opera letteraria. Evidentemente, nessuna delle due letture è quella giusta”. Così, di fronte a un bivio che non ammette scelte di sorta, dal momento che si sa già che nessuna delle strade presentate è in grado di condurre a una meta, lascia il lettore dei Caratteri di Teofrasto, filosofo e botanico discepolo di Aristotele (e poi guida della sua scuola), Massimo Vilardo, il cui maggior merito nell’analisi di quest’opera, nel medesimo tempo affascinante e sfuggente, sta proprio nella sottolineatura della sua sostanziale inafferrabilità
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Talleyrand e la blasfema bugia socratica

Recensione di “La rovina di Kasch” di Roberto Calasso

Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Bompiani

“Il Nap di Naphta era l’uomo più ricco della terra. Ma la sua vita era la più breve e la più triste fra quelle di tutti gli uomini. Perché ogni Nap di Naphta doveva governare la sua terra solo per un certo numero di anni. Durante il suo regno i sacerdoti osservavano gli astri ogni sera, offrivano sacrifici e accendevano i fuochi. Mai una sera dovevano sospendere le loro preghiere e i loro sacrifici, altrimenti perdevano di vista il cammino di un astro e allora non sapevano quando, secondo la loro regola, il re doveva essere ucciso. Così si andò avanti per lungo tempo. Un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, i sacerdoti osservavano gli astri e riconoscevano il giorno in cui il re doveva essere ucciso. E una volta venne di nuovo il giorno della morte di un re […]. Il passato pre-cristiano è tutto un lungo processo di eufemizzazione, edulcorazione del sacrificio. Con Cristo, il sacrificio ritrova improvvisamente la sua crudezza, torna a svelarsi linciaggio – e al tempo stesso il ciclo del sacrificio viene sigillato, perché nessun sacrificio potrà far seguito a quello di Cristo, se non una continua commemorazione del sacrificio: la Messa, che pretende di sfuggire all’effusione di sangue […]. Più che l’atto di assimilare un pezzo di pane e qualche sorso di vino al corpo e al sangue del dio-vittima, ciò che segna una cesura invalicabile rispetto al precedente è che d’ora in poi non si uccidono più animali sugli altari […]. Con l’era cristiana scompare dal rito l’effusione di sangue: premessa per il dissolversi del rito stesso. Il passo successivo esige una versione secolare del sacrificio, col regicidio: Carlo I, quindi Luigi XVI, doppio sigillo; e, anche qui, un singolo, irreversibile fatto, l’uccisione di quella vittima, vale a introdurre un’età in cui non solo non si dovranno sgozzare i capri sugli altari, ma neppure commemorare i re decapitati. Poi la parola ‘sacrificio’ torna a trionfare nell’agosto 1914. Non si tratta ora di un meschino essere singolo: una intera generazione di anonimi viene innalzata alla nobiltà della vittima e calata nelle fosse, che ora sono trincee”. È l’idea di sacrificio (e la sua traduzione pratica nei secoli) il cuore narrativo di La rovina di Kasch di Roberto Calasso, non un romanzo, né un saggio e neppure uno zibaldone di riflessioni sparse, piuttosto, come suggerisce il sottotitolo, un arcipelago di storie, un’opera complessa, labirintica, volutamente opaca che guarda all’infinità del tempo e delle generazioni e al moltiplicarsi (anch’esso potenzialmente sconfinato) dei punti di vista – storico, filosofico, antropologico, poetico, letterario, scientifico, mitico – adottati per raccontare. Ognuna di queste prospettive, ci dice Calasso, in qualche misura rimanda a tutte le altre, le richiama, direttamente o attraverso le suggestioni più sorprendenti, permettendo a chi si assume la responsabilità della parola di operare il miracolo che della parola è l’essenza stessa: dire tutto, esprimere ogni cosa
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Nessuno ci ha insegnato

Recensione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori

“‘Mi parli degli elementi drammatici nel Guglielmo Tell!’ ricorda Kropp, e mugghia contento.
‘Quali scopi si prefissero i poeti di Gottinga?’ incalza Müller, a un tratto severo.
‘Quanti figli ebbe Carlo il Temerario?’ replico io freddamente.
‘Lei, Bäumer, non concluderà mai nulla nella vita’ guaisce Müller.
Kropp vuol sapere ‘la data della battaglia di Zama’ ma io ribatto: ‘A Lei manca ogni serietà morale signor Kropp. Sieda: le do un tre’.
‘Quali erano secondo Licurgo i principali doveri del cittadino?’ mormora Müller, aggiustandosi sul naso un paio di lenti immaginarie.
‘Quanti abitanti fa Melbourne?’ replico pronto io. ‘ Come si può vivere senza sapere di queste cose?’.
‘Che cosa si intende per coesione?’ ricomincia lui.
Di tutta codesta roba molto non ricordiamo. Vero è che non ci è servita a nulla. Nessuno invece ci ha insegnato a scuola come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche come convenga cacciare ad uno la baionetta nella pancia, perché se si pianta tra le costole, vi rimane conficcata”.
La risposta impossibile alla domanda che cosa è la guerra? riposa qui, in questo brevissimo, tragico dialogo che si svolge tra i giovani protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. L’opera più nota dello scrittore tedesco di origine francese, apologo commovente e durissimo atto di accusa rivolto, prima ancora che al conflitto in sé, alla criminale retorica che da sempre lo alimenta, infiammando i cuori dei giovani (che spesso, senza che loro stessi ne siano consapevoli, palpitano di purezza e anelano a qualcosa in cui credere davvero, da amare appassionatamente, al quale votarsi) e precipitandoli nel più oscuro degli abissi, in un deserto etico assoluto dove la nobiltà dei sentimenti appassisce nella concretezza volgare e immediata del cameratismo e ogni conoscenza che non sia immediatamente traducibile in azione sul campo di battaglia non solo perde qualsiasi valore ma si svuota totalmente di senso. Il romanzo di Remarque è la cronaca di un disastro, della peggiore delle sconfitte, perché quel che narra è la perdita definitiva delle illusioni di una generazione, cinicamente condotta alla rovina dalla criminale retorica di cattivi maestri. La Grande Guerra, da cui la Germania uscì vinta sul campo e spezzata nello spirito, fa da sfondo al terribile destino cui va incontro un gruppo di studenti arruolatisi volontari, nella convinzione (indotta e menzognera) che il fronte, le trincee, le bombe, la fame, i pidocchi e il progressivo, fatale abbandono a uno stato di ferinità – cioè tutto ciò che, nei fatti, è la guerra, qualsiasi guerra – nulla avessero a che vedere con l’amor di patria e il dovere assoluto di manifestarlo.   

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Alle cose stesse

In ricordo di Massimo Bordin

Massimo Bordin, Una passione unica, Il Foglio

Si parla sempre di se stessi. Il più delle volte proprio quando si fa ogni sforzo per cercare di evitarlo. Io per esempio qui parlo di me tutte le volte in cui scrivo di un libro, e lo faccio non perché voglia o per chissà quale narcisismo patologico non ancora diagnosticato ma per il semplice fatto che provare a raccontare alcune pagine è dire anche perché mi sono piaciute così tanto e perché vorrei che altri le leggessero. Non dovrei dunque scusarmi del fatto che anche questa volta parlerò di me, eppure sento di doverlo farle, perché oggi dirò qualcosa di nuovo. Di nuovo e intimo. Oggi infatti voglio parlare di una radio cui devo per intero la mia coscienza civile (che valga qualcosa o nulla non è aspetto che conti perciò posso tralasciarlo senza particolari patemi); l’emittente in questione si chiama Radio Radicale e la ascolto tutti i giorni da circa trent’anni. La conobbi per puro caso, su segnalazione di un amico. Allora, io non lo sapevo perché per la politica non nutrivo alcun interesse (non mi interessavo di nulla, in realtà; amavo leggere, il resto era come se non esistesse), la radio aveva aperto i suoi microfoni al Paese; tutti potevano chiamare, dire quel che passava loro per la testa e le segreterie telefoniche, in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro, registravano ogni cosa per poi trasmetterla. Senza alcun intervento. Senza nessuna censura. Ascoltai per settimane un diluvio di sconcezze e le registrai su cassetta perché nulla poteva essere più spassoso per un ragazzo che sentire gente che senza sosta, da un capo all’altro d’Italia, ne insultava dell’altra e veniva a propria volta insultata in un folle gioco di rimandi dove a trionfare, ovviamente, erano espliciti richiami sessuali e scatologia. Una meraviglia. Qualcosa di ipnotico. Poi quell’esperienza, che passò in archivio con l’appellativo di “radio parolaccia” (mai titolo fu più azzeccato e puntuale), terminò e io cominciai a scoprire la radio. E la radio iniziò a spiegarmi il Paese in cui vivevo, a partire proprio dalla parentesi sociale di “radio parolaccia”; e assieme al Paese, a un’Italia di cui ero quasi del tutto inconsapevole ma che non avevo mai amato (e con la quale ancora oggi intrattengo pessimi rapporti), e che, complice gli interessati insegnamenti di mia madre, vedevo solo in frantumi di specchio nelle parole e nelle azioni dei suoi miti ed eroi – il teatro di Dario Fo, Franca Rame e Giorgio Gaber, le canzoni di Enzo Jannacci e Fabrizio De Andrè – me stesso. Lo fece soprattutto con gli interminabili soliloqui pannelliani, con i quali mi addormentavo la sera e mi risvegliavo al mattino e che scolpirono in me il senso di un agire autenticamente politico – bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non essere antipopolari, un coraggio, lasciatemelo dire, che il nostro Paese non ha mai conosciuto, e che purtroppo i Radicali non hanno mai avuto il consenso elettorale necessario a trasformare in azione, pur facendo, con il loro pugno di voti, autentici miracoli – e poi, da un giorno con l’altro, con la rassegna stampa del mattino; “Stampa e regime” si chiamava (e ancora si chiama così), altro titolo perfetto per questo Paese così imperfetto e sbagliato, e a condurla era Massimo Bordin. Bordin i giornali non si limitava a leggerli, le notizie non era semplicemente lì a darle; Massimo Bordin le cose le spiegava, riusciva a vedere oltre le parole, che spesso erano muri, o cortine fumogene, o inciampi d’azzeccagarbugli impreziositi d’aggettivi o di qualche desueto termine d’effetto, e arrivare alle cose; fosse stato un filosofo (ed era anche quello, Bordin, è stato anche quello) sarebbe stato il padre della fenomenologia, Edmund Husserl
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L’irraggiungibile prossimo tuo

Recensione di “E non disse nemmeno una parola” di Heinrich Böll

Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori

Un uomo consumato dalla guerra. Una città devastata dalle bombe. Un donna, una madre, stravolta dalla fatica, dal dolore, dall’amore. E un labirinto di solitudini, di voci sussurrate, di pensieri che si rincorrono tra vicoli sudici, sfilacciano come fumo di sigaretta nell’uniforme grigiore del cielo, affogano nello stordimento a buon mercato assicurato dall’acquavite. Ovunque la tirannia disperata della povertà, l’esasperazione di chi, costretto all’umiliazione della mendicità, ricorre alla violenza verso coloro che maggiormente ama, la sola possibile, la sola praticabile all’indomani di un conflitto che ha svelato all’uomo la più crudele e intollerabile delle verità: che non c’è alcuna ragione per annientare coloro che ti è stato ordinato di odiare, uomini e donne in cui senza difficoltà potresti riconoscerti ma che qualcun altro ha eletto al rango di tuoi nemici. Nel romanzo E non disse nemmeno una parola (in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano), Heinrich Böll mette in scena lo smarrimento di una Germania violentata dalla barbarie nazista attraverso il naufragio di due coniugi, Fred e Käte, i quali, pur amandosi ancora, vivono divisi, lontani l’uno dall’altra, e si incontrano solo di tanto in tanto, quando le precarie condizioni economiche lo consentono, in squallide camere d’albergo per trascorrere assieme qualche ora. Il romanzo, i cui capitoli riflettono alternativamente i punti di vista della coppia protagonista, è un continuo interrogarsi senza risposta su un presente cresciuto dentro le persone come una cellula tumorale, un tempo amaro, dove a dominare sono le macerie materiali degli edifici e delle strade e quelle spirituali di un’infelicità diffusa, di una resa che riecheggia nelle vuote formule di messe e preghiere ripetute nella penombra di chiese semideserte, nel conversare stentato degli avventori di un bar, nel chiasso forzato di una fiera, nell’ordinato avanzare di una processione religiosa che in marcia verso la misericordia di un Dio invisibile e irraggiungibile ricorda la squadrata, illusoria bellezza di battaglioni lanciati alla conquista di una vittoria intangibile forse più della divinità. “[…] Poi vennero i singoli parroci della città, fiancheggiati da grandi lampade portatili barocche, e mi accorsi di quanto fosse difficile avere un bell’aspetto nella veste secentesca del clero secolare. La maggioranza dei parroci non aveva la fortuna di possedere un volto ascetico, molti erano grassi e sembravano scoppiare di salute. Quasi tutti quelli che stavano sui marciapiedi, invece, erano malridotti, con un’aria esausta e un tantino smarrita […]. Fui attirato nel vortice della massa, che ora si stava accodando affannosamente per assistere alla funzione conclusiva in duomo. Tentai invano, per qualche tempo, di sgattaiolare a destra o a sinistra. Ma ero troppo stanco per farmi largo […]. Tutta quella gente mi faceva schifo e cominciai a odiarla. Fin dove arrivano i miei ricordi, so che ho sempre avuto una […] repulsione per i castighi corporali […]. Anche con i prigionieri di guerra. Ma da qualche mese […] provo spesso il desiderio di percuotere qualcuno in pieno viso, e talvolta ho picchiato i miei bambini, perché il loro chiasso mi irritava quando tornavo stanco dal lavoro. Li picchiavo forte, molto forte, ben sapendo che non era giusto ciò che stavo loro facendo, e mi spaventavo vedendo che perdevo il controllo di me stesso”. 
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Le pulci dei ratti

Recensione di “Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

Geraldine Brooks, Annus Mirabilis, Neri Pozza

Questo libro è un’opera di fantasia, ispirata dalla vera storia degli abitanti del villaggio di Eyam, nel Derbyshire. La prima volta che andai a Eyam fu del tutto per caso, nell’estate del 1990. Allora vivevo a Londra e lavoravo come corrispondente per il Medio Oriente del The Wall Street Journal. Tra un reportage e l’altro in posti bollenti e travagliati come Gaza e Baghdad, cercavo di rilassarmi un po’ nella campagna inglese. Fu durante uno di questi vagabondaggi o peregrinazioni […] che mi colpì un interessante segnale stradale, che indicava la via per il villaggio della peste. Fu lì che trovai la storia del travaglio dei suoi abitanti e della loro straordinaria decisione, raccontata in una teca posta all’esterno della chiesa di Saint Lawrence. La narrazione era così toccante e terribile, che mise radici nella mia immaginazione. Negli anni successivi, riportando le notizie di moderne tragedie da posti come la Bosnia e la Somalia, spesso il mio pensiero tornava a Eyam e cominciai a rendermi conto che questa era la storia che volevo raccontare più di tutte le altre. Questa sensazione si fece ancora più forte quando andai ad abitare in un villaggio rurale della Virginia, circa delle dimensioni di Eyam. Fu lì che la storia e i costi della quarantena divennero ancora più vividi. Mi chiesi cosa si sarebbe provato a fare una scelta del genere e scoprire poi che i due terzi dei tuoi vicini sarebbero morti entro un anno. Come ne sarebbero uscite la fede, le relazioni e l’ordine sociale? […] Come i suoi contemporanei del diciassettesimo secolo, Anna non sapeva cosa fosse la peste o come si diffondesse. La Yersinia pestis – peste bubbonica, morte nera, pestilenza – è un’infezione devastante di batteri che producono potenti tossine. Le enfiagioni della peste – i bubboni – sono linfonodi che si sono trasformati in tessuto necrotizzato ed emorragico. Entro uno o due giorni, un vasto numero di batteri invade il sangue, provocando una febbre che può superare i 42°, emorragia e trombosi. Fin dall’antichità si era osservata una moria di ratti che accompagnava la peste, ma solo nel 1898 uno scienziato, P.L. Simond, pubblicò sugli Annali dell’Istituto Pasteur una scoperta, da lui fatta, secondo la quale le responsabili della trasmissione della malattia agli esseri umani erano nel novanta per cento dei casi le pulci dei ratti infetti […]. Nel 1666 in Inghilterra la popolazione, colpita dal male, sbagliò bersaglio e credette che a diffondere la malattia fossero i gatti e i cani. Il conseguente massacro di questi animali eliminò i predatori dei ratti e dunque fece dilagare ancora di più la malattia. La peste esiste ancora. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne registra tra i mille e i tremila casi l’anno. Ma grazie agli antibiotici non si rischia più uno sterminio di massa”. Affascinata dalla tragica storia del villaggio inglese di Eyam, flagellato da un’epidemia di peste nel 1666, Geraldine Brooks, nel suo bel romanzo intitolato Annus Mirabilis la riprende e la racconta, modificandola nei personaggi e inventandone la voce narrante, Anna Frith, donna giovane e coraggiosa, madre di due splendidi figli, vedova di un minatore morto tragicamente a causa del suo difficile e pericolosissimo lavoro e domestica del rettore del villaggio, Michael Mompellion, rispettato e amato pastore del pugno di anime di quel villaggio che, di fronte alla peste, vincola tutti gli abitanti a un giuramento di sacrificio: una quarantena volontaria che impedisca al morbo di colpire e devastare gli abitati vicini
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Inchiostro rosso sangue

Recensione di “Il maestro della testa sfondata” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Guanda

Tutto comincia poco dopo le cinque di una fredda mattina. Il palcoscenico è l’incolore, depressa periferia milanese. L’architettura nata povera degli edifici popolari, le strade invase dalla fanghiglia, il cemento dell’urbanizzazione stretto d’assedio dal verde selvatico di una campagna che sembra non volerne sapere di farsi città, l’esibita miseria delle roulotte di fortuna di un campo nomadi, strette le une alle altre nella grottesca imitazione di un abbraccio. Comincia tutto qui, agli estremi confini di una Milano che faticosamente cerca di stirare le proprie membra, di ingrandirsi, svilupparsi, crescere. Siamo alla fine degli anni Settanta e nel silenzio del quartiere Barona, al capolinea di un autobus, viene ritrovato un cadavere. Si tratta del conducente del mezzo, ucciso con inaudita ferocia, la testa ridotta a un grumo di carne e sangue. Perché un semplice lavoratore, un uomo dalla vita in apparenza tranquilla e trasparente (una moglie, due figli, un appartamento decoroso e nulla più in una zona come tante, di quelle che conosci solo se ci abiti) è stato ammazzato? E perché in un modo così brutale? E ancora per quale ragione l’assassino, dopo averlo finito, ha voluto ulteriormente umiliare il cadavere spogliandolo dei calzoni e lasciandolo seminudo, le terga oscenamente esposte, nel bel mezzo dell’autobus? E infine perché quell’autobus è fermo a un capolinea che non è il proprio? A tutte queste domande deve rispondere il commissario Melis, poliziotto capace, paziente, dotato sia di grande capacità di ragionamento sia di buon intuito, spigoloso di carattere ma non burbero, e soprattutto sinceramente affezionato a ciascuno degli uomini che coordina e dirige, una squadra di immigrati meridionali che se non brilla per preparazione culturale è di certo ricca di umanità e saldamente ancorata a valori per i quali non esiste (o meglio non dovrebbe esistere) prezzo. Creatore di questo eterogeneo ma equilibrato e felice microcosmo è lo scrittore milanese Hans Tuzzi (pseudonimo di Adriano Bon; in questo blog, se vi interessa, trovate qui la recensione di un altro suo lavoro, Perché Yellow non correrà, seconda indagine del commissario Melis), che in questo suo romanzo d’esordio, intitolato Il maestro della testa sfondata, introduce il lettore nel mondo raffinato e quasi esoterico del collezionismo dei libri antichi e rari (di cui è profondo conoscitore). Il commissario Melis, infatti, non ci mette molto a scoprire che l’ucciso arrotondava i propri guadagni lavorando nel tempo libero per un libraio antiquario; e quando si rende conto che pochi giorni prima dell’omicidio proprio quell’uomo è morto in circostanze sospette (per un infarto sembra, ma molte cose possono provocare un infarto, una minaccia per esempio, o un ricatto), ecco che in lui si radica la certezza che i due avvenimenti siano legati tra loro.  
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La clemenza, le condanne

Recensione di “I giorni del terrore” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, I giorni del terrore, Fazi Editore

“Lucile Desmoulins e il generale Dillon furono processati per cospirazione e giustiziati il 24 germinale. Maximilien Robespierre fu giustiziato senza processo il 10 termidoro, il 28 luglio secondo il vecchio calendario. Lo stesso accadde al fratello Augustin, a Saint-Just e a Couthon. Philippe Le Bas si sparò”. Così, nella postilla a I giorni del terrore, romanzo che completa la trilogia che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione Francese (il primo volume, La storia segreta della rivoluzione, lo trovate recensito qui, il secondo, Un posto più sicuro, qui), la scia di morte che ha caratterizzato gli anni successivi all’esecuzione del re si chiude in uno scarno elenco di contabilità, quasi a sottolineare come le continue condanne e le esecuzioni, divenute ormai sommarie e accolte dal popolo con una sorta di stolida indifferenza, altro non fossero se non la misura tragica di un fallimento collettivo. È dunque la cronaca di una deriva, di una sconfitta, quella che l’autrice britannica narra in questo lavoro sontuoso e terribile, nel quale ogni pagina avvicina il lettore all’ineluttabilità di un naufragio che non ammette superstiti. Ancora una volta l’eccezionale talento della Mantel riluce nelle descrizioni d’ambiente, nei numerosi duelli verbali, dai quali le personalità coinvolte emergono con sempre maggiore nettezza mettendo a nudo contraddizioni, viltà, atti di eroismo, peccati di ogni genere, nel consumarsi progressivo degli “eroi del 1789” (che sono anche i protagonisti indiscussi della trilogia, gli amici-avversari Danton e Robespierre, e tra loro il giornalista Camille Desmoulins, la penna più acuta e temuta di Francia), che da burattinai onnipotenti cui l’intera nazione per lungo tempo ha guardato con ammirazione speranza si trasformano in cospiratori, in nemici della patria, in traditori che operano per il ritorno della monarchia, il cui scopo ultimo è favorire un’invasione di truppe straniere, barattare, in cambio di chissà quale ricompensa (nessuna accusa è in grado di dimostrarlo, di portare concrete prove a supporto), la Repubblica e il suo futuro, con il più odioso e umiliante dei regimi. Nelle magnifiche, travolgenti pagine di Hilary Mantel lo strumento, l’arma che inesorabile sfugge ai suoi demiurghi, ai suoi creatori, è di volta in volta il sospetto, la calunnia (o la verità abilmente mescolata alla menzogna), la costruzione, tassello dopo tassello, di tutto quel che serve per inchiodare gli oppositori politici al giudizio del Tribunale rivoluzionario prima e poi, con il drammatico precipitare degli eventi, al Comitato di Salute Pubblica
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Molto più di un secolo

Recensione di “L’Italia nel Novecento” di Miguel Gotor

Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi

Una storia d’Italia. Un quadro politico, economico, sociale e di costume che prende le mosse dagli ultimi anni del XIX secolo – per la precisione dal momento più buio e terribile della guerra d’Abissinia, la battaglia di Adua, che segnò una cocente sconfitta per l’esercito italiano, che fu “non una pugna, ma un macello” – e giunge fino alla rivoluzione tecnologico-digitale nella quale siamo immersi, che ancora una volta, come già tante volte accaduto nel passato di questo Paese, registra vincitori e vinti: i grandi colossi del web da una parte, lo sterminato esercito di “consumatori” della Rete, in grande maggioranza ignari della tragica marginalità del loro ruolo dall’altra. Vincitori e vinti che, ciascuno per la propria parte, continuano a decidere il destino di una terra e di un popolo che sembrano strutturalmente incapaci di farlo da sé. Una storia d’Italia cronologicamente breve eppure ricchissima, densa, nella quale ogni cosa sembra fondersi con tutte le altre, un racconto che è quasi un filo d’Arianna da seguire passo dopo passo nel tentativo di districare un intreccio tanto complesso da somigliare a un problema per il quale non esiste soluzione, a un paradosso il cui solo compito è mostrare la fallacia che distrugge dalle fondamenta un intero sistema e contro il quale nessuna misura risulta efficace. Tutto questo è L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor – il cui illuminante sottotitolo, che è anche il filo rosso della narrazione, recita Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon – lettura appassionante, impreziosita da uno stile allo stesso tempo asciutto e di grande eleganza, che a una prima parte in qualche misura limitata ai confini della ricerca storiografica pura e della ricostruzione puntuale (la caduta dell’esecutivo Crispi, le luci e le ombre dell’Italia liberale giolittiana, la controversa stagione del trasformismo) fa seguire, superata la tragica parentesi del primo conflitto mondiale, un’analisi politico-sociale di un’Italia vittoriosa e nonostante ciò in ginocchio, prossima a scivolare nell’abbraccio ideologico del fascismo. Scrive a questo proposito l’autore: “Nonostante la vittoria [nella Grande Guerra] l’Italia non evitò le conseguenze della crisi economica a causa dell’arretratezza del sistema politico e del perdurare degli scompensi di ordine sociale. Le dure condizioni di vita del dopoguerra si saldarono con le tensioni rimaste irrisolte tanto da rendere la situazione incandescente: il ceto medio soffriva a causa dell’inflazione che aveva diminuito il potere d’acquisto degli stipendi e si sentiva incalzato dal nuovo protagonismo operaio, temendo lo spettro del declassamento sociale; i contadini, reduci dal fronte, pretendevano il rispetto delle promesse fatte per indurli a combattere, ossia una riforma agraria che distribuisse loro le terre; gli operai, rimasti impressionati dalla rivoluzione bolscevica, avevano radicalizzato le proprie rivendicazioni, chiedendo una partecipazione diretta alla gestione delle imprese sul modello dei soviet. Nel loro complesso le classi dirigenti liberali non riuscirono ad assecondare il processo di democratizzazione in atto favorendo l’allargamento della base sociale e politica dello Stato. Anzi: soffocarono sul nascere il tentativo di passare da un regime liberale a uno compiutamente democratico e, con l’avvento del fascismo, si realizzò una chiusura reazionaria che – come spesso sarebbe accaduto nella storia d’Italia – assunse le sembianze retoriche della rottura rivoluzionaria” . 
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