Il santo pagano

Recensione di “Vita di Apollonio di Tiana” di Filostrato

Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi

“I devoti di Pitagora di Samo dicono che non era nativo della Ionia, ma era stato un tempo Euforbo a Troia ed era rivissuto dopo la morte, avvenuta secondo il racconto di Omero. E narrano che egli rifiutava vestimenti tratti da animali morti, e che per mantenersi puro si asteneva da ogni cibo che avesse avuto vita e dai sacrifici […]. Apollonio osservò principi affini a questi, e in questo modo ancora più divino di Pitagora seppe accostarsi alla sapienza e sollevarsi al di sopra dei tiranni: ma benché sia vissuto in tempi non remoti né troppo recenti, gli uomini non lo conoscono ancora per la vera sapienza, che esercitò da filosofo e secondo virtù. Della sua personalità alcuni esaltano un aspetto, altri un altro; e dato che si incontrò con i Magi in Babilonia, con i Bramani dell’India e con i Ginnosofisti che vivono in Egitto, vi è pure chi lo ritiene un mago e lo accusa di avere praticato la stregoneria: ma lo fa per ignoranza”. Romanzo d’avventura, “racconto fantastico”, agiografia, nostalgica rievocazione dell’età aurea del mito, la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato (scritto per espresso desiderio di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo), è un’opera tanto splendida e lussureggiante quanto curiosa e originale. Continua a leggere Il santo pagano

Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Recensione di “Itinerario dell’anima a Dio” di San Bonaventura da Bagnoregio

San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerario dell’anima a Dio, Bompiani

“Boezio si era proposto di tradurre in latino l’intera opera di Platone e di Aristotele e di mostrare la sostanziale concordanza del loro pensiero, ma è noto che egli non riuscì a portare avanti questo programma. Nulla ci è pervenuto delle sue eventuali traduzioni di Platone e, per quanto riguarda le traduzioni aristoteliche, ci sono giunte soltanto quelle delle Categorie e del De Interpretatione […]. Tuttavia, nonostante l’assenza di fonti dirette, il mondo cristiano venne ugualmente a contatto […] con un certo numero di tesi platoniche e neoplatoniche che, più di altre, sembravano venire incontro all’esigenza cristiana di garantire la spiritualità dell’anima umana ed il suo ritorno a Dio: si pensi, ad esempio, alle ‘prove’ platoniche dell’immortalità dell’anima e allo schema metafisico neoplatonico dell’exitu e del reditus, per cui la realtà procede da Dio e a Lui ritorna. La tonalità religiosa del pensiero platonico e, ancor più, di quello neoplatonico favorì pertanto la loro progressiva integrazione nella visione cristiana della realtà e contribuì a rendere possibile quello stretto coordinamento di fede e ragione che caratterizza le sintesi di pensiero elaborate nel mondo latino almeno fino alla metà del XII secolo. A partire da questa data, e fino alla fine del XII secolo, l’Occidente cristiano conobbe una svolta radicale nel campo del sapere, che si tradusse nella progressiva penetrazione […] di una vasta letteratura filosofica e scientifica, comprendente l’intero corpus aristotelico, accompagnato dai commenti greci e arabi e dagli scritti più significativi del pensiero arabo ed ebraico. In tal modo l’Occidente cristiano veniva per la prima volta a contatto con una visione del mondo costruita senza alcun riferimento al dato rivelato e nella quale la ragione indagava con rigore ed accortezza ogni aspetto del reale, senza tuttavia riferirlo mai a un Dio creatore e provvidente. Questo poneva problemi assai gravi ai pensatori cristiani e suscitava reazioni contrastanti nei confronti del pensiero aristotelico”. Continua a leggere Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

Suggestio falsi

Recensione di “Processo a Galileo” di Giorgio de Santillana

Giorgio de Santillana, Processo a Galileo, Mondadori

“Questo studio fu impostato a suo tempo come semplice premessa a una edizione critica del Massimi Sistemi nella traduzione inglese secentesca del Salusbury. Via via, però, che tentavo di rintracciare il profilo di quella vicenda giudiziaria che si erge all’orizzonte dei tempi moderni mi rendevo conto di quanto esso apparisse incerto e mutevole; e mi fu meraviglia notare come anche ciò che era stato messo in chiaro dalla scrupolosa storiografia dell’Ottocento si fosse nuovamente ricoperto di nubi […]. Scrisse una volta M. de Bonald: ‘È tempo di restaurare, di contro all’autorità dell’evidenza, l’evidenza dell’autorità’. Queste parole […]esprimono assai bene la confusione in cui si dà opera a inflettere la vicenda galileiana nel senso di ragioni tutt’altro che storiche. Che essa abbia suscitato tutto un apparato difensivo è ben comprensibile. Fu per decenni il cavallo di battaglia del libero pensiero contro l’oscurantismo; da ambe le parti fu malmenata la verità senza esclusione di colpi […]. La vicenda galileiana non è dunque solo il punto di partenza dei tempi moderni, essa in un certo senso li riassume. Ortega y Gasset, secondo cui quella che intendiamo per civiltà moderna è un’isola nel tempo che viene a conchiudersi nell’età nostra, ‘sotto ai nostri piedi’, ha fatto di Galileo, in un suo bel libro, il simbolo di essa. Rievocando gli antichissimi riti di trapasso, egli ci ricorda come i romani noverassero tra i loro numi Adeona, deità dell’arrivo, e Abeona che s’invocava sul partire. ‘Se vogliamo, dice, cristianizzare i vocaboli, nulla può parere più giustificato che di fare Galileo patrono abeona del nostro partirci dalla modernità, patrono adeona del nostro entrare in un futuro grave di mistero’”.. Continua a leggere Suggestio falsi

Il gelido inverno del Maine

Recensione di “I ragazzi Burgess” di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi Editore

Il successo professionale e l’armonia familiare non sono che maschere, finzioni, artifici; l’autorevolezza costruita ad arte e la studiata sicurezza di sé dozzinali trucchi da artista di strada, maldestri scongiuri e incongrue formule magiche utili forse a tenere lontana la verità, a ignorare la spietata realtà dei fatti, ma del tutto inconsistenti quando in gioco ci sono le persone e la loro salvezza. E l’oggi, il presente, il qui e ora, è semplicemente una striscia di sabbia sulla quale incessante si rovescia il respiro liquido dei ricordi, dei rimorsi, delle ossessioni e dei sensi di colpa, cancellando, nella sua eterna ronda di sentinella, ogni distanza da ciò che è stato, ogni tentativo di fuga dalle cose che sono accadute, ogni possibile reinterpretazione di quel che è successo, del passato così come si è svolto, perché noi siamo le scelte che abbiamo compiuto, la strada che abbiamo percorso, quell’unica strada imboccata fra le migliaia di percorsi possibili, tra le innumerevoli alternative che si spalancano dinanzi a ciascuno alla vigilia di una decisione da prendere. A comporre la trama del presente, dunque, è prima di tutto la nostra responsabilità verso quel che abbiamo compiuto nel passato; e a formare il tessuto dei nostri giorni sono la consapevolezza di questa responsabilità, il coraggio di accettarla o il bisogno, l’ansia, terribile come un morbo, di sfuggirle. Ed è proprio tra il ricordo di una tragedia (che è memoria, certo, ma che soprattutto è incubo) e la responsabilità di essere stato causa (o una delle cause) del suo scatenarsi, del suo irrompere, che si muove il bellissimo e crudele romanzo di Elizabeth Strout I ragazzi Burgess, dramma familiare narrato quasi come un flusso di coscienza, nel quale il piano temporale che dovrebbe inquadrare di volta in volta l’azione risulta fuori fuoco, instabile, “disturbato” dal sussultare dei ricordi, di un passato che sembra aspettare soltanto l’occasione propizia per tornare a farsi sentire, per trasformarsi da semplice oggetto chiuso nel proprio inviolabile mondo interiore a voce dell’anima, dello spirito, del cuore. Continua a leggere Il gelido inverno del Maine

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Le stanze dei rimpianti

Recensione di “Allontanarsi” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Allontanarsi, Fazi Editore

La fine della guerra è lo spalancarsi di un baratro che d’improvviso inghiotte tutto quanto il conflitto aveva lasciato in sospeso. L’Inghilterra, l’orgogliosa nazione capace di piegare la Germania hitleriana, è un Paese in ginocchio, che fatica a riprendersi, e malgrado abbia più di una ragione per gioire manca della forza necessaria per farlo. Ed è in questo Paese di cenere e silenzio che, quasi fossero spettri atterriti dalla prospettiva ormai inevitabile di tornare a incarnarsi, di ricominciare a essere quel che erano stati prima di questa lunga, tragica parentesi di morte e miseria, si muovono e agiscono gli uomini e le donne della famiglia Cazalet, protagonisti della saga scritta da Elizabet Jane Howard giunta, con Allontanarsi (pubblicato, come i precedenti tre libri, da Fazi Editore nella bella traduzione di Manuela Francescon), al quarto volume. Allo stesso tempo delicata e incisiva, la scrittura dell’autrice, più ancora che negli altri romanzi, si immerge nell’interiorità dei suoi personaggi, ne mette in luce le debolezze, le fragilità, e insieme ne sottolinea il coraggio; misura la nobiltà e il valore delle scelte dei singoli rapportandole al più generale contesto storico e sociale. Allontanarsi, splendida e malinconica riflessione sullo smarrimento esistenziale, sembra presentare in una luce completamente nuova caratteri che i lettori credevano ormai di conoscere; così, il rispetto del continuum narrativo e temporale si spezza nel ramificarsi della storia, impegnata a seguire le personali vicissitudini dei diversi componenti della famiglia, tutte giunte a un drammatico punto di rottura proprio a causa della conclusione del secondo conflitto mondiale. Continua a leggere Le stanze dei rimpianti

L’incolmabile distanza

Recensione di “Uomini e topi” di John Steinbeck

John Steinbeck, Uomini e topi, Bompiani

Uomini e topi è il piccolo grande capolavoro dell’America del Novecento. Ed è, insieme a Furore, l’opera di John Steinbeck più venduta nel mondo. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937, ancora oggi è tra i libri di testo più usati nelle scuole di tutti i Paesi di lingua inglese. In Italia piacque a Cesare Pavese che infatti lo tradusse nel 1938 per Bompiani. Ai suoi occhi, cioè agli occhi di un autore che di lì a qualche anno avrebbe scritto i Dialoghi con Leucò, Uomini e topi – con quei due personaggi, George Milton e Lennie Small, sproporzionatamente veri – apparve subito per quel che è. Un’allegoria medievale ambientata in un’America che lui, Pavese, non avrebbe mai visto ma sulla cui letteratura ci ha lasciato una cruciale testimonianza: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciò a essere la ‘speranza del mondo’ accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno quei giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”. Continua a leggere L’incolmabile distanza

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo