La pace, prezzo dello sterminio

Recensione di “Il complotto contro l’America” di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi

Un tradimento epocale, qualcosa di così sconvolgente e inaspettato da far svanire ogni certezza, da trasformare, nello spazio di un istante, un intera nazione e tutti i valori sui quali si fonda (e sui quali poggiano le vite dei suoi cittadini) nel suo tragico contraltare. Una coscienza collettiva che d’improvviso giunge all’inimmaginabile e sabota se stessa per abbracciare l’ignoto, per gettarsi fiduciosa in un baratro di parole d’ordine tanto semplici quanto del tutto prive di senso: “Votate per Lindbergh o votate per la guerra”. È il 1940, l’Europa brucia sotto il fuoco della terrificante potenza bellica nazista, gli ebrei del Vecchio Continente, a decine di migliaia, cadono vittime della follia sterminatrice di Adolf Hitler, e negli Stati Uniti il nuovo campione dell’isolazionismo e della neutralità a tutti i costi, l’eroe dell’aria Charles Augustus Lindbergh, candidato del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, sconfigge il Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt e inaugura una nuova stagione per il Paese, una stagione segnata da rapporti più che cordiali con la Germania del “Reich millenario” e da un trasparente appoggio ideologico tanto alla sua immediata politica d’aggressione quanto al suo piano di sterminio razziale, parte di un più ampio disegno globale volto a stroncare la “perniciosa influenza ebraica” in ogni campo dell’umano vivere e sapere, influenza che, a parere dello stesso Lindbergh, del suo vice Burton Kendall Wheeler, anche nei democraticissimi e tolleranti Stati Uniti ha ormai preso fin troppo piede e va arginata, fermata, o meglio stroncata del tutto, sradicata.  Continua a leggere La pace, prezzo dello sterminio

Il nodo inestricabile

Recensione di “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi

“Alexa, e gli altri ospiti, e forse anche Georgina, capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, da sempre convinte che la vita vera fosse altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire; nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenze, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze”. Forse è proprio qui la barriera insormontabile, nella strutturale incapacità dell’Occidente, finanche il più aperto, il più evoluto, il più progressista, di comprendere su scala più vasta di quella nazionale il concetto di mobilità sociale. Quel desiderio, quel bisogno, quella necessità che a volte assume le sinistre fattezze dell’ossessione di fare qualcosa, centrare un obiettivo, realizzarsi, inseguire (e raggiungere) la vita che ci si è immaginati, quell’andare un po’ più in là di dove sono arrivati i nostri padri, e prima di loro i nostri nonni, quel superarli per poi essere applauditi proprio da coloro abbiamo lasciato indietro, che abbiamo battuto, e che per anni e anni si sono sacrificati in ogni modo possibile affinché noi potessimo fare esattamente quello: lasciarceli alle spalle, progredire, avvicinare anche di un solo gradino in più il mistero della felicità. Continua a leggere Il nodo inestricabile

Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Voce narrante non protagonista

Recensione di “Quelli” di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, Quelli, Rizzoli

“Questa è un’opera storica in forma narrativa… veduta cioè in una prospettiva personale, che è poi il solo tipo di storia possibile. Negli anni 1962-1967 insegnai inglese nell’Università di Detroit, una scuola diretta dai Gesuiti e frequentata da parecchie migliaia di studenti, molti dei quali pendolari. Durante tale periodo conobbi la “Maureen Wendall” di questo racconto. Era stata mia allieva in un corso serale e, alcuni anni dopo, mi scrisse e facemmo conoscenza. Le sue numerose difficoltà e complicazioni mi assillarono e mi affascinò la storia della sua vita come una possibile storia, attratta forse da lei a causa di certe affinità tra noi due – come ella fa rilevare in una delle sue lettere. La mia sensazione iniziale per quanto concerneva la sua vita fu: «Questa dev’essere fantasia, non è possibile che sia tutto vero!». La sensazione più definitiva fu: «Questo è il solo genere di fantasia che sia reale». E così il romanzo Quelli, che in realtà concerne ‘loro’ specifici e non è semplicemente una tecnica letteraria per riferirsi a noi tutti, si basa soprattutto sui numerosi ricordi di Maureen. Le sue osservazioni, quando era possibile, sono state incluse alla lettera nel racconto, e io devo i voluminosi particolari di questo romanzo alla terribile ossessione di lei per la propria vicenda personale”. Così Joyce Carol Oates introduce i lettori al suo romanzo intitolato Quelli, pubblicato nel 1969 e ambientato in massima parte una Detroit da incubo, lacerata dalle tensioni razziali e pronta a divorare se stessa in una rivolta (scatenatasi il 23 luglio 1967 e durata per ben quattro giorni) ricordata come una delle sommosse più sanguinose della storia degli Stati Uniti d’America. Continua a leggere Voce narrante non protagonista

Finché morte non vi separi

Recensione di “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Horace McCoy

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli?, Terre di Mezzo Editore

Un imputato, un giudice e una sentenza sul punto di essere pronunciata. E una condanna prossima a essere eseguita. Una condanna per omicidio. Una condanna per un assassinio a sangue freddo che tuttavia potrebbe non essere stato altro che un atto di pietà, una disperata richiesta di aiuto finalmente compresa, raccolta e accolta, soddisfatta. Una sentenza, pronunciata nel pieno rispetto di tutte le leggi vigenti, le umane come le divine, e tra il principio e la fine di essa, tra il principio e la fine di tutto, il ricordo di come le cose si sono svolte, di quel che è accaduto. Si snoda con un lungo flashback, all’interno del quale il legame con il presente è sfumato, fragile, quasi che il qui e ora non avesse importanza né significato alcuno, lo splendido, intensissimo romanzo di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?; un flashback che ha allo stesso tempo il disordine del flusso di coscienza e la precisione della testimonianza, la parzialità del resoconto e l’onestà piena, commossa e pura della confessione. Nel racconto innocente di un giovane, McCoy, senza darlo a vedere, disegna il ritratto sconvolgente di un’America spezzata dalla Grande Depressione, nella quale si sopravvive masticando sogni e dove le dorate porte di Hollywood, in apparenza a portata di mano, non sono che un crudele miraggio. Continua a leggere Finché morte non vi separi

Cristo delle trincee

Recensione di “E Johnny perse il fucile” di Dalton Trumbo

Dalton Trumbo, E Johnny prese il fucile, Bompiani

Cosa resta di un giovane tornato dalle trincee del primo conflitto mondiale senza più volto, cieco, sordo, muto e privo di tutti e quattro gli arti? Cosa si può dire di lui? Che è morto anche se il suo cuore non si è fermato? Che è vivo perché il suo cervello non smette di pensare e di inviare impulsi elettrici a quel che resta della sua carne, al tronco e allo stomaco violentato da un tubo d’acciaio attraverso cui passa l’indispensabile nutrimento? Cosa possono dire i medici di questo ragazzo, ferito tra milioni di feriti, mutilato tra milioni di mutilati eppure così diverso da ciascuno di loro da essere un caso unico al mondo? Di averlo salvato? Di averlo condannato? Di essere riusciti in un miracolo o di aver dato corso a un orrore indicibile? E cosa può dire di se stesso questo ragazzo? Cosa può pensare? Cosa può desiderare? Cosa può sperare? Di fronte a tutte queste domande, molte delle quali destinate a rimanere senza risposta (o per dir con più esattezza destinate a non avere una risposta soddisfacente), ossessivamente ripetute a se stesso, si trova, come dinanzi a una parete liscia e immensa impossibile da scalare, l’ex soldato Joe Bonham, protagonista di E Johnny prese il fucile dello sceneggiatore americano Dalton Trumbo. Continua a leggere Cristo delle trincee

Il gelido inverno del Maine

Recensione di “I ragazzi Burgess” di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi Editore

Il successo professionale e l’armonia familiare non sono che maschere, finzioni, artifici; l’autorevolezza costruita ad arte e la studiata sicurezza di sé dozzinali trucchi da artista di strada, maldestri scongiuri e incongrue formule magiche utili forse a tenere lontana la verità, a ignorare la spietata realtà dei fatti, ma del tutto inconsistenti quando in gioco ci sono le persone e la loro salvezza. E l’oggi, il presente, il qui e ora, è semplicemente una striscia di sabbia sulla quale incessante si rovescia il respiro liquido dei ricordi, dei rimorsi, delle ossessioni e dei sensi di colpa, cancellando, nella sua eterna ronda di sentinella, ogni distanza da ciò che è stato, ogni tentativo di fuga dalle cose che sono accadute, ogni possibile reinterpretazione di quel che è successo, del passato così come si è svolto, perché noi siamo le scelte che abbiamo compiuto, la strada che abbiamo percorso, quell’unica strada imboccata fra le migliaia di percorsi possibili, tra le innumerevoli alternative che si spalancano dinanzi a ciascuno alla vigilia di una decisione da prendere. A comporre la trama del presente, dunque, è prima di tutto la nostra responsabilità verso quel che abbiamo compiuto nel passato; e a formare il tessuto dei nostri giorni sono la consapevolezza di questa responsabilità, il coraggio di accettarla o il bisogno, l’ansia, terribile come un morbo, di sfuggirle. Ed è proprio tra il ricordo di una tragedia (che è memoria, certo, ma che soprattutto è incubo) e la responsabilità di essere stato causa (o una delle cause) del suo scatenarsi, del suo irrompere, che si muove il bellissimo e crudele romanzo di Elizabeth Strout I ragazzi Burgess, dramma familiare narrato quasi come un flusso di coscienza, nel quale il piano temporale che dovrebbe inquadrare di volta in volta l’azione risulta fuori fuoco, instabile, “disturbato” dal sussultare dei ricordi, di un passato che sembra aspettare soltanto l’occasione propizia per tornare a farsi sentire, per trasformarsi da semplice oggetto chiuso nel proprio inviolabile mondo interiore a voce dell’anima, dello spirito, del cuore. Continua a leggere Il gelido inverno del Maine

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

L’incolmabile distanza

Recensione di “Uomini e topi” di John Steinbeck

John Steinbeck, Uomini e topi, Bompiani

Uomini e topi è il piccolo grande capolavoro dell’America del Novecento. Ed è, insieme a Furore, l’opera di John Steinbeck più venduta nel mondo. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937, ancora oggi è tra i libri di testo più usati nelle scuole di tutti i Paesi di lingua inglese. In Italia piacque a Cesare Pavese che infatti lo tradusse nel 1938 per Bompiani. Ai suoi occhi, cioè agli occhi di un autore che di lì a qualche anno avrebbe scritto i Dialoghi con Leucò, Uomini e topi – con quei due personaggi, George Milton e Lennie Small, sproporzionatamente veri – apparve subito per quel che è. Un’allegoria medievale ambientata in un’America che lui, Pavese, non avrebbe mai visto ma sulla cui letteratura ci ha lasciato una cruciale testimonianza: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciò a essere la ‘speranza del mondo’ accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno quei giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”. Continua a leggere L’incolmabile distanza