Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico? E che voglia dare ragione di questa impossibilità? Motivarla? O che abbia le spalle abbastanza larghe per gettarsi in una disputa lessicografica (sulla lingua inglese, ma per certi versi applicabile a ogni lingua), conscio del fatto che legati alla lessicografia ci sono questioni ideologiche e politiche di portata straordinaria? Oppure che se la senta di riflettere sulle implicazioni etiche (e non solo) di una dieta non vegetariana (magari partendo, perché siamo sempre negli Stati Uniti d’America, dal frequentatissimo Festival dell’aragosta del Maine)? In una parola, a chi potrebbe venire in mente di scrivere un saggio, o meglio una serie di saggi, o meglio ancora un insieme di appunti sui più diversi argomenti, sui più disparati temi, e poi organizzarli in tutto organico il cui denominatore comune non deve essere cercato nella molteplicità dei temi trattati, bensì nel modo di affrontarli, nella capacità di porsi le domande giuste (intese come le più interessanti, quelle davvero ineludibili, che vanno al cuore della questione) su ciascuno di essi al solo scopo di donare proprio le domande, i quesiti, i dubbi (e non, come ci si aspetterebbe, le possibili risposte) al lettore? A David Foster Wallace, uno dei più originali e intelligenti scrittori contemporanei, romanziere di assoluto talento che, a parere di chi scrive, riesce a dare il meglio di sé in qualcosa che romanzo non è. E infatti la raccolta di saggi (definizione non inesatta ma neppure del tutto soddisfacente) Considera l’aragosta, che oltre a quanto appena elencato si occupa della tragedia dell’11 settembre 2001, di John McCain e della sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2000, di Fedor Michailovic Dostoevskij, del fenomeno delle talk radio, della biografia dell’ex campionessa di tennis Tracy Austin (e delle biografie dei grandi atleti in genere), è tutto fuorché un romanzo senza essere un saggio, né uno zibaldone di pensieri sparsi, né una semplice raccolta di scritti, né qualcosa di inquadrabile in una qualsivoglia categoria letteraria.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di orgini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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Yog-Sothoth

Recensione di “Racconti 1927-1930” di Howard Phillips Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft, Tutti i racconti 1927-1930, Mondadori

“Che Lovecraft sia soprattutto un sognatore è cosa che nessuno vorrà mettere in dubbio, anche alla luce della sua produzione; ma è di quelli che posseggono l’invidiabile capacità di gettare un ponte tra il mondo dei sogni e quello della veglia, finché poco a poco l’uno trascolora nell’altro in un amalgama originalissimo. Fin dall’infanzia la notte gli porta alcune immagini ricorrenti: enormi altopiani deserti sui quali giganteggiano colossali rovine; abissi senza fondo che si spalancano su altre sfere di realtà; celle e corridoi sotterranei che si snodano sotto le fondamenta di edifici familiari, mettendo in comunicazione il mondo della superficie con un netherworld gravido di segreti; esseri mostruosi che riempiono, al tempo stesso, di meraviglia e terrore. Lovecraft confessa: ‘Se io mi siedo alla scrivania con l’intenzione di scrivere un racconto, è molto probabile che non ci riesca. Ma se scrivo per mettere sulla carta le immagini di un sogno, tutto cambia completamente’. Egli si sente posseduto, costretto dai sogni […]. Nasce così il mito di Cthulhu, che ruota intorno a una serie di entità spaventose non di questo spazio, ma i cui nomi sembrano sapientemente ricavati da un dizionario di mitologia anagrammata: Azathoth, Yog-Sothoth ‘il dio cieco e idiota che gorgoglia blasfemità al centro dell’universo’, Nyarlathotep messaggero dell’olimpo degenere e via dicendo […]. La controparte terrestre di questo ribollire di dei e demoni è rappresentata dagli Stati della Nuova Inghilterra, che Lovecraft vede segnati da colpe antiche e sotterranei connubi con le entità malefiche. A differenza dei grandi ossessi del New England (Hawthorne, in primo luogo) Lovecraft si compiace di quest’atmosfera corrotta e decadente, anzi ne calca le tinte: e siccome nessuna città umana, nemmeno la maledetta Salem, potrebbe esser degna degli orrori cosmici che gli è caro immaginare, ne inventa di nuove: Arkham, Innsmouth, Kingsport, Dunwich. Gli ultimi due son quasi villaggi, piccole comunità arretrate che esemplificano i guasti a cui può portare il sesso tra consanguinei e il commercio con entità malsane. Innsmouth è un caso a parte, una colonia di sanguemisto da far rizzare i capelli; Arkham, in cui alcuni vedono la trasfigurazione fantastica di Salem, è invece una città dotta e universitaria, al centro della valle del fiume Miskatonic e vero e proprio fulcro delle più inquietanti invenzioni lovecraftiane”. Nel disegnare la geografia fantastica (ma non per questo irreale) di Howard Phillips Lovecraft, Giuseppe Lippi, autore dell’introduzione al volume intitolato Tutti i racconti 1927-1930 (in Italia edito da Mondadori con traduzione, oltre che dello stesso Lippi, di Claudio De Nardi e Gianna Lonza), introduce il lettore a quelli che sono i temi cardine della narrativa di questo straordinario e originalissimo autore, prematuramente scomparso nel 1937 a soli quarantasette anni d’età, temi che, se da un lato senz’altro riconducono al romanzo gotico, dall’altro se ne discostano, svelando l’esistenza di nuovi confini letterari.
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… E imparai a raccontare

Recensione di “Racconti indiani” di Jaime de Angulo

Jaime de Angulo, Racconti indiani, Adelphi

“Pochi uomini riescono a trascendere la propria origine etnica e le proprie tradizioni culturali, al punto di penetrare e comprendere intimamente la vita di un popolo straniero. Jaime de Angulo era uno di quegli uomini. I quarant’anni che egli passò tra gli indiani Pit River della California gli permisero di identificarsi con i suoi compagni a un grado tale che, si può ben dire, non vi era sentimento loro che non fosse anche suo […]. Jaime de Angulo si rendeva conto – sia razionalmente sia intuitivamente – che la trasposizione linguistica di una certa atmosfera, di sentimenti e di fantasie non può essere affidata a eruditi. Solo mediante il ponte della sua immaginazione creativa, egli poteva far superare ai suoi lettori le barriere di una lingua straniera e di una cultura notevolmente diversa, verso un apprezzamento reale e cosciente. Era un antropologo di professione, ma anche se in questo libro si ritrovano alcuni risultati delle sue ricerche, esso è stato scritto da un poeta. Altri scrittori, e Geoffrey Chaucer tra questi, si sono serviti della descrizione di un viaggio immaginario come di una struttura su cui stendere il manto colorato della fiaba e della poesia con cui hanno affascinato i loro lettori. Se Jaime de Angulo non avesse fatto altrettanto, quell’omogeneità e quel sapore che fanno del suo racconto un’opera d’arte sarebbero andati in gran parte perduti […]. Chi poi crede che la pulce acquatica abbia rubato l’ombra di Jaime de Angulo, quando egli si curvò per l’ultima volta sull’acqua prima di una morte immatura, ebbene, questi ha torto: la sua ombre diventerà lunga, sempre più lunga sulla terra e sul popolo che egli amò”. Riposano per intero in queste ispirate parole di Carl Carmer la bellezza e il senso di Racconti indiani di Jaime de Angulo – 1887-1950 – (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Romano Mastromattei), saggio che non somiglia a nessun altro e che nel suo essere un documento di studio si veste dell’entusiasmo e della meraviglia di un racconto che nasce al solo scopo di affascinare, coinvolgere, sedurre e di essere, senza che sia necessario farne mostra, veicolo di conoscenza, di saggezza. Continua a leggere … E imparai a raccontare

Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Continua a leggere Prim’attore e Deus ex machina

Sorella morte

Recensione di “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, Mondadori

Cinque sorelle, cinque adolescenti che scelgono di darsi la morte, di spezzare la trama quasi invisibile delle loro esistenze in un’estate in apparenza identica a tutte le altre, nel caldo opprimente di un mese di giugno segnato dall’invasione fragile delle crisope, insetti la cui vita si esaurisce in ventiquattr’ore. “Era giugno, la stagione delle crisope, l’epoca dell’anno in cui le spoglie di quegli insetti effimeri ricoprono la città. Levandosi a nugoli dalle alghe che vivono nelle acque inquinate del lago, vanno ad annerire finestre, ad ammantare automobili e lampioni, a tappezzare i dock municipali e a ornare di festoni il sartiame delle barche a vela: una schiuma volante, brunastra, con il dono perenne dell’ubiquità”. Cinque sorelle, Cecilia, Therese, Bonnie, Lux e Mary Lisbon – involontario centro di gravità di un sobborgo residenziale come tanti, fuoco dell’attenzione, dei desideri, e infine dei ricordi intrisi di dolore, rimorso, umiliazione e ignoranza di amici e compagni di scuola che, nel tempo dilatato che la giovinezza si concede per conoscere se stessa, silenziosi, goffi e sinceri avevano amato quelle figure quasi irreali con un’intensità che mai più sarebbero stati capaci di provare – che incarnano il mistero insolubile dell’essere, che si misurano con l’incomprensibilità del mondo, presente allo stesso modo nella soffocante miopia delle regole educative imposte dai genitori ai propri figli e nelle grandi e piccole ingiustizie, nelle tragedie, nelle follie che squarciano individui, famiglie, città e interi continenti. Cinque sorelle, e un piccolo, definito universo che ruota loro attorno e le osserva attonito disintegrarsi, farsi nulla prima ancora di giungere a essere qualcosa, raccontati con accenti di commosso candore e umanissima grazia da Jeffrey Eugenides nel suo splendido romanzo d’esordio, Le vergini suicide, in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Cristina Stella. Continua a leggere Sorella morte

Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Recensione di “Proust per bagnanti” di Emanuele Pettener

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana

C’è solo un essere più onnipotente di Dio: la madre. Madre che ci genera, impone la vita. E poi determina anche cosa sarà di noi, cosa “saremo”noi. Perché il come saremo dipende sostanzialmente dalla misura dell’amore che lei riuscirà a darci. Sarà quell’amore primitivo e originario che stabilirà che tipo di persone emotive saremo. Sempre e solo quell’amore. E tutti gli altri rapporti affettivi che si svilupperanno nel corso dell’esistenza saranno improntati al suo abbraccio, alle sue carezze e ai suoi sorrisi. E più ne avremo, più l’amore inietterà radici profonde dentro di noi, che ci salveranno da tutto. Quell’amore cieco e gratuito ci farà da scudo contro gli assalti della vita: garantirà immunità dalle cadute, suturerà cicatrici, riempirà voragini, ci guarirà dai dolori e dagli abbandoni che seguiranno. Ma quando quell’abbraccio manca, la nostra natura di esseri sentimentali si aggroviglia attorno a un’idea di amore estraneo, lontano e malato. E quelle domande sulla natura del non “amore” rimarranno sospese sulla nostra anima per sempre, investendo tutto, perfino la capacità dell’annullamento sensuale nei confronti dei nostri stessi figli. Oppure l’essere sentimentale si lancerà alla ricerca disperata di quell’amore perduto. E quella ricerca diventerà il nodo – spesso scorsoio – della sua esistenza. È una “recherche” per l’appunto proustiana, Proust per bagnanti, delizioso, piccolo romanzo di Emanuele Pettener nel quale cercare “il tempo perduto” corrisponde a immergersi nel ricordo – sempre attuale e bruciante nella vita dei protagonisti – del generatore eterno del bene e del male: la madre. Continua a leggere Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

La proprietà, la quantità

Recensione di “La sottile linea rossa” di James Jones

James Jones, La sottile linea rossa, Neri Pozza

“Bell giaceva col viso contro la roccia, rivolto a Witt. Witt era disteso con la testa girata. In silenzio, nell’afa ronzante d’insetti, senza muoversi si scambiarono un’occhiata […]. Qual era il potere che decideva che un uomo fosse ferito, o ucciso, in luogo di un altro? […]. Qui non c’era nessuna parvenza di significato. E le emozioni erano tante e così confuse da riuscire indecifrabili, non si potevano sbrogliare. Nulla era stato deciso, nessuno aveva imparato niente. Ma, cosa più importante di tutte, nulla sarebbe finito. Anche se avessero catturato l’intera catena, nulla sarebbe finito. Perché l’indomani, o il giorno seguente, o ancora il giorno dopo, sarebbero stati chiamati a rifare la stessa cosa, forse in circostanze ancora peggiori. Il concetto era così schiacciante, così inoppugnabile, da lasciarlo scosso […]. Lo lasciò tramortito. Un giorno sarebbe finita, come no, e quasi certamente a causa della produzione industriale, sarebbe finita con la vittoria. Ma quel punto nel tempo non aveva alcuna relazione con nessuno degli individui impegnati oggi. Alcuni uomini sarebbero sopravvissuti, ma nessun individuo poteva sopravvivere. C’era una discrepanza fra i sistemi di calcolo. Tutta la faccenda era troppo vasta, troppo complicata, troppo tecnologica perché un individuo vi avesse qualche importanza. Contavano solo i gruppi di uomini, le continuità di uomini, solo le quantità di uomini. Il peso di una simile proposizione era schiacciante, troppo grande per essere sostenuto”. Alla guerra, sconvolgente “fenomeno di massa”, tragedia e incubo collettivo che cancella ogni singolarità e finisce per trasformare l’uomo in una generalità astratta, in un plotone, una compagnia, una divisione; in un indistinto insieme addestrato alla meccanica obbedienza, all’automatica risposta a uno stimolo, a un comando, a un ordineFuoco! All’attacco! Ritirarsi! Ripiegare! Formare una linea! Un cuneo! Fuoco di copertura per coprire l’assalto! James Jones, nel bellissimo romanzo La sottile linea rossa, in Italia pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Vincenzo Mantovani, contrappone la coscienza dei soldati (un gruppo di uomini della compagnia C-come Charlie), il formicolare dei loro pensieri, il torrenziale scrosciare delle emozioni, l’altalena impazzita che li porta dal terrore all’esaltazione per sprofondarli di nuovo nella paura (e nella vergogna che questo sentimento oscuro e ineliminabile porta con sé) e costringerli, a un passo dalla morte, a chiedersi cosa davvero sia la vita, cosa significhi essere vivi, quale significato, quale senso esali da ogni respiro, da ogni battito di ciglia. Continua a leggere La proprietà, la quantità

“Non puoi capire davvero se non ci sei stato”

Recensione di “Matterhorn” di Karl Marlantes

Karl Marlantes, Matterhorn, Rizzoli

È difficile pensare che la guerra abbia le sue abitudini, che, proprio come la vita di ognuno di noi, si consumi nella routine, nella noia, nell’indifferente, automatica reiterazione di gesti, comportamenti, doveri da assolvere, corvée assegnate da portare a termine. Eppure è proprio così ed è forse questo l’aspetto più terrificante: la sua normalità. Non la tragedia incomprensibile dello scontro, il selvaggio crepitare delle armi, lo sconvolgimento psicofisico causato dai bombardamenti di obici e mortai, gli assalti feroci e disperati, i corpi mutilati, l’odio indotto per un nemico che in realtà non si conosce (e che dunque non si ha alcun motivo di odiare); non la folle paura di morire – che in realtà è la più limpida espressione della voglia di vivere – né la sete di sangue, né la presa di coscienza che uccidere, annientare, è un istinto naturale dell’essere umano; quel che rende la guerra la più infernale delle esperienze è la sua ripetitività, perché a riproporsi è l’ordinario, non l’eccezione. Nel suo splendido, lacerante Matterhorn, romanzo sulla guerra del Vietnam, Karl Marlantes, giovane laureato di Yale arruolatosi nel corpo dei marines nel 1968 e spedito al fronte, non lontano dal confine con il Laos, a combattere contro l’esercito nordvietnamita, racconta quel che ha vissuto concentrandosi proprio sull’assurdo paradosso che è poi la verità ultima del conflitto: la “banalità” del suo procedere. Continua a leggere “Non puoi capire davvero se non ci sei stato”