Il gelido inverno del Maine

Recensione di “I ragazzi Burgess” di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi Editore

Il successo professionale e l’armonia familiare non sono che maschere, finzioni, artifici; l’autorevolezza costruita ad arte e la studiata sicurezza di sé dozzinali trucchi da artista di strada, maldestri scongiuri e incongrue formule magiche utili forse a tenere lontana la verità, a ignorare la spietata realtà dei fatti, ma del tutto inconsistenti quando in gioco ci sono le persone e la loro salvezza. E l’oggi, il presente, il qui e ora, è semplicemente una striscia di sabbia sulla quale incessante si rovescia il respiro liquido dei ricordi, dei rimorsi, delle ossessioni e dei sensi di colpa, cancellando, nella sua eterna ronda di sentinella, ogni distanza da ciò che è stato, ogni tentativo di fuga dalle cose che sono accadute, ogni possibile reinterpretazione di quel che è successo, del passato così come si è svolto, perché noi siamo le scelte che abbiamo compiuto, la strada che abbiamo percorso, quell’unica strada imboccata fra le migliaia di percorsi possibili, tra le innumerevoli alternative che si spalancano dinanzi a ciascuno alla vigilia di una decisione da prendere. A comporre la trama del presente, dunque, è prima di tutto la nostra responsabilità verso quel che abbiamo compiuto nel passato; e a formare il tessuto dei nostri giorni sono la consapevolezza di questa responsabilità, il coraggio di accettarla o il bisogno, l’ansia, terribile come un morbo, di sfuggirle. Ed è proprio tra il ricordo di una tragedia (che è memoria, certo, ma che soprattutto è incubo) e la responsabilità di essere stato causa (o una delle cause) del suo scatenarsi, del suo irrompere, che si muove il bellissimo e crudele romanzo di Elizabeth Strout I ragazzi Burgess, dramma familiare narrato quasi come un flusso di coscienza, nel quale il piano temporale che dovrebbe inquadrare di volta in volta l’azione risulta fuori fuoco, instabile, “disturbato” dal sussultare dei ricordi, di un passato che sembra aspettare soltanto l’occasione propizia per tornare a farsi sentire, per trasformarsi da semplice oggetto chiuso nel proprio inviolabile mondo interiore a voce dell’anima, dello spirito, del cuore. Continua a leggere Il gelido inverno del Maine

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

L’incolmabile distanza

Recensione di “Uomini e topi” di John Steinbeck

John Steinbeck, Uomini e topi, Bompiani

Uomini e topi è il piccolo grande capolavoro dell’America del Novecento. Ed è, insieme a Furore, l’opera di John Steinbeck più venduta nel mondo. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937, ancora oggi è tra i libri di testo più usati nelle scuole di tutti i Paesi di lingua inglese. In Italia piacque a Cesare Pavese che infatti lo tradusse nel 1938 per Bompiani. Ai suoi occhi, cioè agli occhi di un autore che di lì a qualche anno avrebbe scritto i Dialoghi con Leucò, Uomini e topi – con quei due personaggi, George Milton e Lennie Small, sproporzionatamente veri – apparve subito per quel che è. Un’allegoria medievale ambientata in un’America che lui, Pavese, non avrebbe mai visto ma sulla cui letteratura ci ha lasciato una cruciale testimonianza: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciò a essere la ‘speranza del mondo’ accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno quei giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”. Continua a leggere L’incolmabile distanza

Una minuziosa poetica del cuore

Recensione di “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NN Editore

L’amore impetuoso che lento sfiorisce nell’abitudine all’affetto; il quotidiano, ormai incapace di sorprendere, accolto con la stessa gentile noncuranza con cui si mormora il buongiorno a chi si incrocia lungo la via; e la cortesia impeccabilmente indossata, dispensata con generosità, ma talmente anonima, fredda e distante nella sua severa veste di atto compiuto per dovere da ferire, da mutarsi in gesto crudele. E l’assalto improvviso e indecifrabile della morte, il suo inevitabile accadere che tuttavia coglie sempre impreparati, travolgendo, sconvolgendo, mandando all’aria ogni equilibrio. E con la morte, dinanzi a quello spietato apparire che abbandona i vivi a una gravosa eredità di rimorsi e rimpianti, all’inquieto abbraccio di dolori subiti e inflitti, il dono possibile di anni diversi, di qualcosa che non sia quel che è già stato, o che somigli a ciò che il tempo ha già osservato e giudicato ma ne lavi le imperfezioni, gli errori, le mancanze. La morte, come ultimo possibile risveglio di coloro che ai morti sopravvivono. Continua a leggere Una minuziosa poetica del cuore

Sii ciò che sei

Recensione di “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda

L’idea che siano commedia, riso e umorismo la più genuina e fedele interpretazione del dramma, che nella contagiosa leggerezza del loro codice espressivo abiti la comprensione del male, e un viaggio a ritroso nel passato compiuto con piena coscienza di tutto quel che è accaduto da allora a oggi, vestito della limpida consapevolezza dei fatti, gravato dal peso delle decisioni prese (e delle conseguenze che da quelle decisioni sono scaturite), dei rimorsi accumulati, dei rimpianti rimasti ad appassire lungo la strada e a tratti risvegliati, come tormenti, dall’ingovernabile sussulto dei ricordi. E il lento divenire di tutte le cose, il respiro di ciò che è vivo che muta le quotidiane esistenze, che incessantemente conduce il noto verso l’ignoto, che apre le porte all’inaspettato. Così, il legame tra ciò che è stato e ciò che è non è un correre lungo i binari di una strada definita, non è semplicemente ricostruire l’immutabile, illuminare la morta eternità delle cose trascorse, bensì uno zigzagare del pensiero e della fantasia; è l’incedere ubriaco dei sentimenti, l’anarchico vagabondare di un frammento di memoria che nel suo effimero splendore ne illumina un altro, il quale a sua volta ammicca a un terzo, che ancora svela il successivo, finché quest’abbozzato filo d’Arianna non diviene percorso, e il percorso trama del labirinto. Continua a leggere Sii ciò che sei

Una madre e un uomo

Recensione di “Il buio fuori” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi
Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi

L’impreciso, zoppicante fluire di un tempo eterno, inconoscibile e trascendente è il respiro di una terra desolata e moribonda, è l’eco di un silenzio cupo calato come tenebra sul mondo, è il cieco labirinto di stagioni replicate la cui primordiale, purissima violenza si rovescia incessante su uomini e cose. In questo tempo estraneo e silenzioso, sordo alla compassione, vagano naufraghe e disperate le genti, aggrappate a brandelli di sentimenti che hanno la patetica fragilità di preghiere semidimenticate, a occasioni di socialità stentate come la memoria dei vecchi, a barbagli improvvisi di pietà e amore; qui la vita è tutto e niente, è la fatica di un parto anonimo in una baracca isolata nella foresta e l’esplodere di un giovane corpo di madre che con ogni fibra chiama a sé il proprio figlio e insieme l’inspiegabile rifiuto di un padre (che della madre è anche fratello) e la sua decisione di liberarsi del neonato abbandonandolo tra i boschi. Continua a leggere Una madre e un uomo

La pubertà letteraria di Arturo

Recensione di “La strada per Los Angeles” di John Fante

John Fante, La strada per Los Angeles, Einaudi
John Fante, La strada per Los Angeles, Einaudi

“Non si capisce John Fante se non lo si legge alla luce dell’italoamericanità. Ma lo si capisce ancor meno se si assume l’elemento etnico come esclusivo, se si considera l’intera sua opera, ribollente distillato autobiografico, all’interno del paradigma etnico-familiare. In realtà, l’italoamericanità di John Fante […] si situa un passo avanti rispetto alla personalità della maggior parte degli altri scrittori italoamericani a lui coevi […], giacché non si risolve nella semplicità di una scelta tematica […] ma si complica e si arricchisce nel confronto con modelli letterari alti e aggiornati, e non si dà al di fuori di una ostinata, coraggiosa ricerca di stile”. Continua a leggere La pubertà letteraria di Arturo

Tre fotografie

Recensione di “L’orologiaio di Everton” di Georges Simenon

Georges Simenon, L'orologiaio di Everton, Adelphi
Georges Simenon, L’orologiaio di Everton, Adelphi

Può un destino comune spiegare l’improvviso deragliare di un’esistenza, l’accecante esplodere di una tragedia? O forse la verità che crediamo di intravedere affacciandoci fin sull’orlo dell’abisso non è che un’illusione, un fuoco fatuo, una caverna scavata dall’istinto di sopravvivenza in fondo alla quale seppellire tutto ciò che della vita non comprendiamo, il dolore che con generosità feroce dispensa, le speranze tramutate in delusioni, gli affetti mutati in fredda indifferenza? Ruota intorno a questi interrogativi, narrativamente calati nella drammatica odissea di un padre che scopre il proprio figlio nel momento in cui questo giovane così amato e così distante compie un gesto inatteso e terribile, distruggendo in un sol colpo la propria vita e quella del genitore, L’orologiaio di Everton, brevissimo e folgorante romanzo di Georges Simenon che, attraverso un magistrale utilizzo degli elementi minimi del romanzo (un protagonista e pochissimi personaggi di contorno; un’ambientazione poco più che accennata e che tuttavia risalta proprio in virtù della sua assenza, del silenzio che l’accompagna, dell’anonimato nel quale è sprofondata; caratterizzazioni psicologiche anch’esse quasi monche, parziali, insufficienti, a sottolineare la sostanziale incomprensibilità dell’animale uomo, il suo essere un enigma per il quale non c’è soluzione; e, non ultima, la sincerità piena dei dialoghi, la chiarezza assoluta dei discorsi diretti, che nella rinuncia a qualsiasi possibile equivoco, a ogni genere di inganno, svelano la loro sterilità, la loro insufficienza), riflette sulla solitudine cui ognuno di noi è condannato, vista a un tempo come condizione “metafisica”, connaturata al nostro essere vivi nello stesso modo in cui lo è il respiro, e come manifesta “realtà sociale”, inevitabile conseguenza di una rete di rapporti (in primo luogo familiari) così fragili da sfiorare l’inconsistenza.

Routine, abitudine, sinonimo (ingannevole, naturalmente) di sicurezza, di certezza; è su questa pietra angolare che Simenon costruisce il proprio splendido edificio letterario; egli descrive con precisione estrema, nel ritmo lento di una prosa attenta a ogni dettaglio, il quotidiano sempre uguale a se stesso di un uomo come tanti, l’orologiaio Dave Galloway, un uomo sul quale non sembrerebbe esserci nulla da raccontare (ma già qui, ecco emergere la prima sorpresa, perché la vita di Galloway non è affatto priva di interesse; egli, come tutti, nel corso degli anni ha lottato, sofferto, vinto, e soprattutto perso le sue battaglie, al punto che nei gesti costantemente ripetuti che scandiscono le sue giornate con la stessa precisione dei congegni meccanici di cui per lavoro si occupa è possibile intravedere, più che un innato desiderio di quiete, un rifugio da tempeste emotive che hanno lasciato tanti, troppi segni) e nel farlo prepara il momento successivo, quello nel quale, di nuovo, tutti gli sforzi dell’uomo per assicurare un riparo a sé (e attraverso sé al proprio figlio) si rivelano vani: “Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice…”.

Tradito (ma si tratta davvero di un tradimento? O non è piuttosto la prova dell’esistenza di un legame, dell’unico legame possibile, tra le generazioni?) dal figlio, Galloway, in un istante che, come un incubo, si dilata a dismisura, precipita dal suo mondo in un universo sconosciuto; scopre che il suo ragazzo è scappato rubandogli il furgone, che assieme a lui si è allontanata la sua fidanzatina e che i due, durante la fuga, hanno ucciso un uomo per derubarlo e impossessarsi della sua auto.

Costretto a fare i conti con questa nuova, terribile situazione, Galloway si ritrova in un territorio completamente sconosciuto; l’irruzione violenta della realtà nella quale è sempre vissuto senza mai veramente viverci, l’invadenza dei giornalisti a caccia di scoop, i muti giudizi di vicini, conoscenti, gente comune, il metodico lavoro investigativo della polizia, e più di tutto il folle comportamento di quel figlio che credeva di conoscere così bene, che prima di allora non gli aveva mai dato alcun motivo di preoccupazione (ma che forse soltanto adesso, dopo il suo gesto così eclatante e spaventoso, si rivela all’uomo che lo ha messo al mondo per ciò che realmente è), lo conducono, poco alla volta, a una nuova consapevolezza; ed ecco che Galloway, trasformato da un susseguirsi di eventi che non avrebbe avuto né la forza né la volontà di scatenare ma che qualcuno (non a caso suo figlio) ha messo in moto (anche) per lui affinché finalmente capisse, si rendesse conto, si destasse dal torpore, arriva a pensare, poi addirittura a credere, che questa totale mancanza di senso sia in realtà la sola cosa realmente sensata successa nella sua vita; il concludersi di un percorso cominciato prima di lui, il percorso di una ribellione, di una goffa ma tenace affermazione di sé: “Una mattina […] tirò fuori da una busta tre fotografie […]. La prima era una fotografia di suo padre all’età di trentotto anni, esattamente come Dave lo ricordava […]. La seconda era una foto di lui, quando aveva ventidue anni ed era appena stato assunto nell’officina di Waterbury. La terza foto era di Ben […]. Erano tutti e tre della stessa razza”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Laura Frausin Guarino. Buona lettura.

Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice… A quell’interrogativo e a molti altri – per esempio se fosse mai stato davvero felice – gli sarebbe toccato in seguito sforzarsi di dare una risposta.

Occam e i gangster

Recensione di “La chiave di vetro” di Dashiell Hammett

Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi
Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi

La scrittura scarna, essenziale, che riduce la narrazione a una cronaca di fatti, che si concentra unicamente su quel che viene compiuto, su ciò che si decide e sulle conseguenze cui dà luogo e lascia tutto il resto sullo sfondo, come cosa priva d’importanza; la sincerità rude di una prosa che non si lascia distrarre, immune alle lusinghe della bellezza, dell’armonia, della musicalità, indifferente al colore, alla ricchezza di dettagli, alla ricercatezza, sospettosa persino nei riguardi dell’approfondimento psicologico, in una parola, diffidente. Nell’universo letterario di Dashiell Hammett, a trionfare sembra essere il silenzio, a imporsi è una predisposizione che a prima vista potrebbe venir scambiata per cautela (se non addirittura per una specie di timidezza prossima alla paura), ma che in realtà riflette una ben precisa visione dell’uomo e della società; lo scrittore americano, infatti, che nella vita lavorò anche come investigatore per la famosa agenzia Pinkerton (attività che più di qualsiasi altra ispirò le sue opere, cupe e torbide storie di gangster e corruzione), nel suo costante “creare per negazione”, nel suo risoluto togliere spazio (e dunque legittimità) a tutto ciò che in una storia si può considerare superfluo – dall’ambientazione, per definire la quale qualche accenno è più che sufficiente, fino alla dettagliata definizione dei caratteri, che nulla aggiunge ai personaggi e alla loro statura etica, nettamente definita dal comportamento – offre al lettore una realtà certamente semplificata ma senza alcun dubbio vera, autentica, solida, e quel che più conta sempre attuale. Scrittore che preferisce non fidarsi troppo delle parole, considerate sfuggenti, traditrici (così facili come sono a vestire nuovi significati, a lasciarsi interpretare, a servire ora un interesse e un istante dopo l’interesse opposto), per affidarsi alla trasparente univocità dei fatti, e alla ferrea coerenza che pretendono da chi si assume la responsabilità di farli propri, Hammett costruisce storie che hanno il sapore eroicamente doloroso dei duelli d’onore; i suoi romanzi sono racconti di gesta, sono epica della vita di strada, leggende di giustizia e malavita, e a incarnarle sono uomini la cui unica capacità è l’azione, uomini come Ned Beaumont, protagonista dell’incalzante giallo La chiave di vetro, incallito giocatore d’azzardo, detective dilettante ma non privo di fiuto, braccio destro e consigliere di Paul Madvig, uomo d’affari con pochissimi scrupoli (e le cui fortune sono legate a doppio filo ad alcune figure politiche e al loro successo elettorale); non esattamente un santo, dunque, né un paladino senza macchia, e tuttavia una persona con un saldo codice d’onore, che non verrebbe mai meno alla parola data, che conosce e rispetta il valore dell’amicizia, alla quale non c’è cosa che non sacrificherebbe, a partire da se stesso. “Ned Beaumont, con in testa un cappello che non gli calzava perfettamente, seguì il facchino che portava le sue valigie attraverso la Grand Central Station verso l’uscita sulla Quarantaduesima Strada e salì in un tassì. Diede all’autista l’indirizzo di un albergo oltre Broadway e si appoggiò allo schienale accendendo un sigaro. Quel sigaro lo masticò più che fumarlo mentre il tassì arrancava verso Broadway nel traffico denso. In Madison Avenue un tassì verde, svoltando col semaforo rosso, andò a sbattere dritto dritto contro il tassì marrone di Ned Beaumont spingendolo verso una macchina ferma oltre l’incrocio in una pioggia di vetri infranti. Ned Baumont uscì veloce tra la piccola che subito s’era ammassata, disse che non s’era fatto male, rispose alle domande del poliziotto. Trovò il cappello che non gli calzava perfettamente e se lo rimise in testa. Trasportò le sue valigie su un altro tassì, diede il nome dell’albergo al conducente e si accartocciò in un angolo, pallido e coi brividi, finché duro la corsa”.

Al centro di un intricato complotto, stretto tra omicidi, serie minacce alla sua incolumità e doppi giochi, arruolato suo malgrado e costretto a combattere la guerra senza quartiere che l’amico Madvig ha scatenato contro altri affaristi come lui, decisi a liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza, Beaumont non viene mai meno alla sua lealtà; il suo ritratto, che la penna di Hammett, così attenta all’indispensabile da parer guidata dal principio metodologico del “rasoio di Occam” (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem; non si devono moltiplicare gli elementi se non c’è necessità di farlo), fa emergere esclusivamente dalle sue decisioni, dalle prese di posizione (e da esplosioni di discorso diretto, simili a sfoghi, che hanno lo scopo di dare ragione di certi suoi comportamenti, una volta che il dado è stato tratto e non è più possibile fare marcia indietro), è quello imperfetto e nonostante ciò in qualche modo ideale dell’uomo; il ritratto di chi, di fronte a una scelta che non concede né scorciatoie né facili vie d’uscita, ha il coraggio di non sottrarsi, di non fuggire, di non rinunciare a se stesso.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione per Longanesi è di Elisa Morpurgo. Buona lettura.

I dadi verdi ruzzolarono sul tavolo verde, batterono simultaneamente sull’orlo e rimbalzarono indietro. Il primo si fermò quasi subito rivelando sulla faccia rivolta in alto sei puntolini bianchi in due file parallele. L’altro rotolò fino al centro del tavolo e si immobilizzò con un solo puntolino sulla faccia. Ned Beaumont borbottò a mezza voce: «Eh!» e i vincitori spazzarono via il denaro dal tavolo.

Diciotto minuti

Recensione di “Scia di morte” di Erik Larson

Erik Larson, Scia di morte, Neri Pozza Editore
Erik Larson, Scia di morte, Neri Pozza Editore

“Ho cominciato a raccogliere informazioni sul Lusitania seguendo un impulso scaturito dal mio metodo di letture voraci e promiscue. Quello che ho scoperto mi ha affascinato e sconvolto allo stesso tempo. Credevo di sapere già tutto quanto c’era da sapere su quella tragedia ma, come spesso accade approfondendo le ricerche su un dato argomento, non ho impiegato molto ad accorgermi di quanto mi sbagliassi. Ma soprattutto mi sono reso conto che, sepolta sotto i dettagli ingarbugliati dell’evento – intenzionalmente ingarbugliati, per certi aspetti -, c’era qualcosa di semplice e appagante: una gran bella storia. Mi affretto ad aggiungere, come sempre, che questo non è un romanzo. Tutti i virgolettati provengono da memorie, lettere, telegrammi o altri documenti storici. Il mio scopo era cercare di rimettere ordine tra le ramificazioni del fatto reale e, lo ammetto, i risvolti romanzeschi della vicenda del Lusitania, consentendo così ai lettori di rivivere l’esperienza proprio come l’avevano vissuta all’epoca i protagonisti”. Apprezzato autore di “non fiction” (opere dalla solida architettura romanzesca ma nelle quali nessun dettaglio è frutto d’invenzione), il giornalista e scrittore americano Erik Larson racconta, nell’incalzante Scia di morte, l’ultimo viaggio del transatlantico Lusitania, orgoglio della Marina Mercantile britannica affondato da un sommergibile tedesco U-20 il 7 maggio del 1915 al largo delle coste irlandesi (occorsero solo diciotto minuti perché quel colosso dei mari colasse a picco), e insieme l’intreccio di circostanze (frutto del caso, ma anche di deliberate decisioni, spesso tutt’altro che trasparenti, prese dalle massime autorità militari inglesi) che ha reso possibile il terrificante evento e le personali vicende di alcuni dei passeggeri, che la storia ha reso testimoni di una delle sue pagine più buie. Come negli altri suoi lavori – Il giardino delle bestie e Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen, di cui ho già scritto in questo blog – Larson affida alla fluidità della prosa il compito di tramutare in “materia narrativa” l’enorme messe di documenti alla base della sua dettagliatissima ricostruzione; dalla descrizione degli ambienti esterni e interni della nave (il compiaciuto sfarzo della prima classe, le particolarità ingegneristiche che facevano del Lusitania la nave civile più veloce tra quelle in servizio, l’accento sui materiali da costruzione utilizzati, il disegno dei diversi ambienti, dagli immensi locali che ospitavano le caldaie fino alla stiva, dove erano sistemati, accanto ai bagagli dei viaggiatori, oggetti di ben altro genere, compresi rifornimenti assai utili allo sforzo bellico) all’analisi delle imperfette ma comunque pericolosissime “macchine di morte” tedesche, gli U-Boot, i sommergibili per mezzo dei quali l’esercito del Kaiser fu sul punto di vincere la Grande Guerra – Larson dedica pagine splendide, di straordinario interesse, al modo in cui questi mezzi venivano usati, e alla grande perizia richiesta a comandante ed equipaggio affinché rendessero al meglio, così come alle condizioni di vita a bordo, spesso estreme – dalla complessa situazione politica mondiale, con al centro la neutralità degli Stati Uniti d’America, che gli inglesi e i loro alleati avrebbero voluto avere a fianco mentre lo schieramento opposto a più riprese mostrava di non temere, all’intricato gioco di spionaggio e controspionaggio, che vedeva i britannici, in grado di intercettare e decodificare praticamente tutti i messaggi scambiati tra le forze navali tedesche, godere di un vantaggio di inestimabile valore inspiegabilmente mai utilizzato, se non in un’ottica difensiva (e del tutto ignorato per quel che riguardava il Lusitania, partito da New York con destinazione Liverpool, e la sua necessaria protezione una volta giunto in acque considerate teatro di guerra), fino al destino dei singoli, cui toccarono in egual misura paura, sgomento, eroismo, miracolosa salvezza e l’anonima fine in abissi che non restituirono più i corpi inghiottiti, Erik Larson, in un continuo alternarsi di capitoli che intende offrire al lettore i differenti punti di vista dei protagonisti della vicenda, non solo restituisce il passato, non solo contribuisce a far luce sui numerosi aspetti ancora oscuri legati a quell’affondamento (in massima parte fortuito, certo, e tuttavia così gravido di conseguenze), ma recupera intatto lo spirito di un’epoca che vedeva nel progresso tecnologico una promessa di benessere e felicità, una promessa così salda e infallibile che finanche una guerra mondiale, con il suo immenso carico di morte, poteva al massimo offuscare ma di sicuro non tradire.

Magnifico, raffinatissimo “romanzo non-romanzo”, Scia di morte è una lettura travolgente, un tesoro di notizie, aneddoti e curiosità di irresistibile fascino, “una gran bella storia”, per dirla con le parole dello stesso Larson, o meglio ancora un armonico insieme di gran belle storie, storie che vorremmo non avessero fine.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Laura Prandino. Buona lettura.

La sera del 6 maggio 1915, mentre la sua nave si avvicinava alle coste dell’Irlanda, il comandante William Thomas Turner lasciò la plancia e si recò nel salone di prima classe, dove i passeggeri stavano partecipando a un concerto con numeri amatoriali, intrattenimento abituale delle traversate della Cunard. L’ambiente era spazioso e accogliente, con pannelli di mogano e moquette verde e gialla, e camini alti più di quattro metri che si fronteggiavano dalle due pareti contrapposte. Di solito Turner tendeva a evitare quel tipo di serate a bordo perché non amava gli obblighi mondani del comando, ma non era una serata normale e aveva delle notizie da comunicare.