La cometa e l’ateo virtuoso

Recensione di “Pensieri sulla cometa” di Pierre Bayle

Pierre Bayle, Pensieri sulla cometa, Laterza (2 volumi)

Il Seicento. Il Grand Siècle. La temperie culturale è vivacissima. Baruch Spinoza suscita scandalo e infinite polemiche con la pubblicazione delle sue opere, il Tractatus Theologico-Politicus, l’Ethica more geometrico demonstrata; la legge di gravitazione universale di Isaac Newton spalanca nuovi orizzonti alla scienza; lo stesso Newton e Leibniz giungono, ciascuno per proprio conto (disputandosene poi a muso duro la paternità) alla scoperta del calcolo infinitesimale. L’umanità si schiude alla modernità così come noi la conosciamo. In questo secolo di giganti, un brillante erudito francese, che la storia del pensiero ha colpevolmente lasciato in ombra, offre il suo contributo all’edificazione di una razionalità finalmente adulta, che basta a se stessa, libera da superstizioni, credenze, miraggi alchemici, illusioni fideistiche. E traccia la rivoluzionaria figura dell’ateo virtuoso, dell’uomo (e perché no del genere umano tutto) che può essere buono, e condursi secondo principi di onestà e di rispetto di sé e degli altri, semplicemente seguendo il proprio buon senso ed evitando degradanti sudditanze verso qualsivoglia divinità. Lo fa in un’opera allo stesso tempo polemica e divulgativa, i Pensieri sulla cometa, riflessione sincera e appassionata sulle reazioni di terrore scatenate dall’avvistamento di una cometa, dai più considerata presagio di imminenti sventure.  Continua a leggere La cometa e l’ateo virtuoso

All’ombra di favole senza morale

Recensione di “Favole” di Jean de La Fontaine

Jean de La Fontaine, Favole, Bur

Regalare alla favola il lirismo espressivo dei versi e nello stesso tempo strapparla all’insegnamento morale che ne costituisce, fin da Esopo e Fedro, il fine dichiarato. Jean de La Fontaine, che Stendhal definì il più grande poeta di Francia, nelle sue Favole, pubblicate a partire dal 1668, sembra farsi beffe di ogni santificata tradizione letteraria, di ogni canone riconosciuto, e propone ai lettori un’opera completamente nuova, rivoluzionaria, il cui unico legame con il passato è la volontà ferma di trasfigurarlo. Edonista ed epicureo, discepolo entusiasta di Rabelais e della sua concezione disincantata e follemente sarcastica degli uomini e della vita, e nello stesso tempo sensibile alla dottrina filosofica ed etica del giansenista Pierre Gassendi – fiero oppositore del rigoroso razionalismo cartesiano – La Fontaine, che amava descriversi attraverso il motto “la diversità è la mia divisa”, trova proprio nelle contraddizioni insanabili del suo animo inquieto l’ispirazione prima per il proprio lavoro. Nella finta ingenuità del suo comporre, nelle descrizioni a volte buffe, altre volte comiche, altre ancora tragiche, di animali, uomini, piante e cose, della natura tutta, il grande maestro francese veste i panni neutri dell’osservatore del grande spettacolo del mondo; guarda alla realtà per quella che è, la racconta così come la percepisce, nello stesso modo in cui la legge e ne fa esperienza. Continua a leggere All’ombra di favole senza morale

L’uomo condannato

Recensione di “Normance” di Louis-Ferdinand Céline

Louis Ferdinand Céline, Normance, Einaudi

Il tempo dilatato dal ricordo, il passato, cicatrice della memoria, l’ossessivo ripresentarsi di quel che è accaduto trasfigurato di volta in volta dalla rabbia, dal delirio, dal desiderio, dalla paura, dalla volontà caparbia di non arrendersi, di non tradire se stessi. Più di qualsiasi altro scrittore, Céline ha reso letteratura la propria vita, ha donato al suo spirito indomito e malato il miracolo irripetibile di un linguaggio multiforme, fiammeggiante e tragico, capace di affacciarsi al sublime e di tossire roco come una bestemmia masticata a mezza voce, talmente coraggioso da riuscire a smascherare la verità (anche la più atroce, anche la più meschina) e nello stesso tempo così intossicato da se stesso, dalla propria delirante grandezza, da sprofondare in incubi grotteschi. Normance, un assoluto capolavoro di scrittura, pubblicato da Gallimard nel 1954, segna una tappa importante nel percorso artistico ed esistenziale del grande scrittore francese. Più di Viaggio al termine della notte e di Morte a credito (le sue opere più note), infatti, questo romanzo mette al centro l’uomo Céline e insieme lo smembra, riducendolo ad attore tra gli altri (o meglio a spettatore) di un evento esterno: la guerra. Continua a leggere L’uomo condannato

La soave irruenza delle parole

Recensione di “La vita davanti a sé” di Romain Gary

Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza Editore

Essere ebrei può significare molte cose. Tra queste, lo sterminio nazista evitato per un soffio, una vecchiaia difficile segnata dalla precarietà e dalle malattie, un corpo sgraziato di quasi un quintale di peso utile solo a procurare affanni, e non ultima una casa al sesto piano di un palazzo malandato e privo d’ascensore. E oltre tutto questo, essere ebrei può significare un agrodolce passato da prostituta e un presente che a quella vita di strada si intreccia così strettamente da trasformare, per coloro che ancora si guadagnano il pane con il sesso mercenario, una donna qualunque in una specie di dono della provvidenza. Essere ebrei, nella periferia parigina dell’immediato secondo dopoguerra, può significare vestire i tragicomici panni di Madame Rosa, la “puttana buona” (ex puttana, in verità) che nella sua casa ospita e mantiene i figli delle colleghe, che a causa del loro lavoro – e soprattutto di quanto stabilito dalla legge, che impedisce a queste persone di prendersi cura della propria prole – non possono tenere con sé i loro bambini. E Madame Rosa, nutrita dall’affetto ingenuo e spavaldo di uno dei suoi figliocci, ricordata con rabbia e amore, disegnata nella disperazione, nelle lacrime e nelle risa, trattenuta in un soffocare di abbracci e in pazzi girotondi di parole, è tra gli indimenticabili protagonisti di un romanzo dolcissimo e terribile, scintillante di pietà e ruvido d’amarezza: La vita davanti a sé, pubblicato da Romain Gary (nome d’arte di Romain Kacev) nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar e vincitore, quello stesso anno, del prestigioso Premio Goncourt. Voce narrante del romanzo è Momò (Mohammed in realtà), un ragazzino arabo di dieci anni (che forse però di anni ne ha quattordici) che, gli occhi neri spalancati alla vita che ha davanti a sé, racconta con disarmante sincerità i suoi giorni bagnati di povertà e purezza in compagnia di altri bambini, tutti “figli di puttane” come lui. Continua a leggere La soave irruenza delle parole

L’inafferrabile scrivere

Recensione de “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Garzanti

“Una voce apocrifa del flaubertiano Dictionnaire des idées réçues potrebbe definire Flaubert con queste parole: «In lui coesistevano un romantico che trovava banale la realtà, e un realista che trovava vuoto il romanticismo, e un artista che trovava grottesco il borghese e un borghese che trovava pretenziosi gli artisti; il tutto nella prospettiva di un misantropo che trovava tutti ridicoli». Questa definizione, certo arguta, appartiene in realtà a Emile Faguet, eminente rappresentante della storiografia letteraria francese alla fine del XIX secolo, e costituisce una simpatica dichiarazione d’impotenza: Flaubert è irriducibile alle grandi classificazioni della letteratura”. Così, nell’introduzione a L’educazione sentimentale pubblicata da Garzanti nella traduzione di Giovanni Raboni, Lanfranco Binni presenta al lettore Gustave Flaubert; facendo sua una “dichiarazione d’impotenza”. Gustave Flaubert è uno scrittore che non si lascia inquadrare, capace allo stesso tempo di essere espressione (ed espressione sublime) delle correnti letterarie del suo tempo e di procedere lontanissimo da esse, lungo una traiettoria eccentrica che obbedisce unicamente alla sua personale forza creatrice, agli sconvolgimenti di un’intuizione, al bisogno insopprimibile di raccontare il mondo e le sue miserie, di smascherarlo abbandonandosi all’onnipotenza dell’arte, “consapevolezza estrema della totalità dell’universo […], grande sintesi del tutto”. Continua a leggere L’inafferrabile scrivere

Gli uomini mentono troppo

Recensione di “Pantomima per un’altra volta” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, Einaudi

L’attesa nervosa e il precipitarsi della fuga, l’esilio e la cattura, il carcere e la degradazione, e infine il ritorno in patria, il cerchio che finalmente si chiude e che proprio nel momento in cui si chiude viene scardinato dalla memoria, dal risentimento, dalla vendetta, dall’allucinazione, dal bisogno insopprimibile, dalla vitale necessità di scrivere storie per riscrivere la storia. «Nel fondo di questa miseria si forma un libro nonostante tutto […]. La ricamatura del Tempo è musica […]. Io sono ai ricordi…»; l’oscurità dell’oggi è una linea d’ombra, un passaggio quasi invisibile, inavvertito al mondo, dal quale erompono i fuochi d’artificio di un passato brandito con selvaggio orgoglio, come fosse lo scalpo di un nemico vinto – “Ferro per ferro! Alé! Guardia! e tutta la lama, e a fondo! pettorale! dove che eravate all’agosto ’14?… ridomando!… no nelle Fiandre?… né Charloroi?…» – e assieme a esso il fiammeggiare osceno, lo scandalo violento di una condizione vissuta come suprema ingiustizia e denunciata a piena voce, urlata, esposta nuda agli occhi di tutti come il vile accanimento del trionfatore nei confronti del vinto: «Oh ma mica solo che la pellagra al ciuffo del culo! L’Articolo 75 e la Sbarra! quattro mandati annullati, rimessi su! […]. Voi mi fare cagare con Brasillach! Ha manco avuto il tempo di raffreddarsi, l’hanno fucilato a caldo! Me, è l’imputridimento di anni qua in questo buco con le otarie a destra, sinistra, di fronte, che io tollero no! I sorveglianti coi fischietti neppure! Più l’Hortensia e i suoi lazzi! Anche così decaduto qua come sono è mica sopportabile, raccontabile! A meno di ridere, beninteso!». Continua a leggere Gli uomini mentono troppo

Tardi, a diciott’anni

Recensione de “L’amante” di Marguerite Duras

Marguerite Duras, L'amante, Feltrinelli
Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli

Una famiglia pietrificata, attraversata dall’assenza, dal silenzio, dal dolore. Sprofondata nell’abisso di follia della madre, ferita dalla tetra malvagità del fratello maggiore, umiliata dalla sua meschinità, colpita al cuore dalla prematura morte di un altro fratello e infine abbandonata dalla sorella, donna-bambina di appena quindici anni splendente nel suo corpo acerbo. Una famiglia immobile nel tempo, ritratta quasi per caso in foto dove compaiono soltanto volti, espressioni, occhiate, accenni di sorriso; immagini anonime, che non spiegano, non rivelano, non raccontano ma al contrario celano, nascondono, fuggono dalla curiosità degli sguardi sottraendo loro particolari su particolari. Una famiglia sperduta, senza tempo né radici, estranea ai luoghi nei quali vive e agisce, lontana tanto dall’Indocina degli anni trenta del Novecento quanto dalla Francia occupata dai nazisti e poi dal Paese liberato. Una famiglia annientata dalla storia. Continua a leggere Tardi, a diciott’anni

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!

Chi ha fame ha diritto; chi vota regna

Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton
Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton

“[…] il 3 aprile 1862 Les Misérables fa la sua comparsa nelle librerie parigine, al prezzo di dodici franchi, preceduto da un eccezionale battage pubblicitario. Nel pomeriggio dello stesso giorno ne sono stati venduti – letteralmente contesi dai lettori – quasi quattromila esemplari. Si ricorre a riffe e a collette pur di procurarsi una copia; si organizzano giochi a premi, estrazioni a sorte, rappresentazioni di marionette e ombre cinesi, tableaux vivants, pantomime. Jean Valjean, Fantine, Cosette, Marius, Javert, Gavroche, i Thénardier, monsignor Bievenue sembrano uscire di prepotenza dalle pagine del libro facendosi di carne e di sangue. Un tale successo […] per un romanzo giudicato «rivoluzionario», che Lamartine definisce «pericolosissimo», sembra vanificare perfino i disegni della «liberticida» […] legge Riancey […], che imponendo una tassa di cinque centesimi su ogni copia di giornale contenente l’appendice l’aveva resa, in pratica, economicamente insostenibile. Anche per questo, molto probabilmente, Les Misérables conosce subito una dignità editoriale «da libreria», cosa che, tra l’altro, gli gioverà non poco nella considerazione della haute letteraria. Baudelaire, ammirato e commosso, lo saluta come «un libro di carità»; George Sand […] lo definisce, per poi contraddirsi, «immondo»; Flaubert lo trova «volgare»: i lettori ne decretano il trionfo”. Opera monumentale, romanzo splendido e terribile, architettura retorica magnifica e sublime capace di sacrificare all’appassionato elogio del vero, del buono, del giusto e del bello ogni verosimiglianza, I miserabili, il cui straordinario successo editoriale Riccardo Reim ben riassume nell’introduzione al volume pubblicato da Newton Compton (nella traduzione di E. De Mattia) è allo stesso tempo un labirinto intricatissimo e oscuro e un orizzonte vibrante di luce affacciato sull’infinito. Lo sguardo del suo autore, che di tutto ciò che narra è allo stesso tempo cronista e testimone, storico e filosofo, sembra voler spaziare ovunque, indagare, con l’attenzione esasperata e minuziosa dell’investigatore unita alla capacità d’astrazione dello scienziato, del teorico, il destino degli ultimi e le sorti del mondo, la miseria del singolo e il trionfante procedere della storia verso l’avvenire, la giustizia sociale e la libertà, gli inciampi degli uomini e i tranelli in cui cadono le nazioni, gli aspri rivolgimenti delle anime e delle coscienze e le rivoluzioni dei popoli. Voce del dolore, della sofferenza, del sacrificio, del riscatto, della sorte cieca e matrigna come dell’imperscrutabile e tuttavia perfetta e infallibile provvidenza divina, Victor Hugo intreccia, nel suo travolgente affresco letterario, il minuscolo e l’immenso, l’ingiustizia atroce (e nonostante ciò il più delle volte ignorata) causata dalla vile oppressione del più forte ai danni del più debole, e il sorgere e il tramontare di imperi, il crollare nella polvere e nell’ignominia di secolari dinastie di principi e re, la notte di Napoleone a Waterloo e la discesa agli inferi del potatore Jean Valjean, divenuto ladro per necessità e tramutato in galeotto, in abietto rifiuto della società da una giustizia miope e sorda, del tutto incapace di comprensione e pietà. Timoniere coraggioso, a tratti perfino spavaldo, di una retorica nobile e fiammeggiante, Victor Hugo elegge l’assoluto a propria stella polare letteraria e in tal modo si fa scultore della forma, riformatore dello stile, artista bizzarramente geniale dell’architettura narrativa; il suo narrare, stupefacente lavoro d’alchimista, trasforma il romanzo in una torrenziale congestione di fatti, in un crocevia di eventi drammatici che sembrano avere in sé, o meglio negli intangibili decreti di Dio, la propria ragione. In questa fittissima trama, i personaggi, ridotti a meri simboli di virtù e vizio e proprio per questo, agli occhi del lettore, trasfigurati in caratteri indimenticabili, eroici, sovrumani (nell’abiezione come nell’estasi del sacrificio), sono strumenti di una volontà trascendente, tasselli della “pietosa intelligenza del caso” grazie ai quali, seppure attraverso spaventose “vie della croce”, il bene finisce per trionfare.

Non c’è dunque contraddizione alcuna tra l’estrema semplicità dell’intreccio (riassumibile negli sforzi del protagonista Jean Valjean, forzato senza colpa, per redimersi) e la complessità del contesto storico, politico e sociale nel quale Victor Hugo fa respirare il romanzo; al contrario, l’una si completa naturalmente nell’altra. Il particolare trova la propria ragione e la propria verità nel generale, la sete di giustizia dell’uomo si riversa, allo stesso modo in cui un fiume giunge al mare, in quella del popolo e lì si fa rivoluzione, l’affrancamento dalla povertà e dall’ignoranza di uno non è che il riflesso del progresso di tutti, l’eco gioiosa dei passi del mondo, inarrestabile nella sua marcia verso il domani.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Nel 1815, monsignor Charles-François-Bienvenu Myriel era vescovo di Digne. Era un vecchio di circa settantacinque anni; occupava la sede di Digne dal 1806.