Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

Tralfamadore. E poi Dresda

Recensione di “Mattatoio n. 5”
di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Chiamata a esprimere l’inesprimibile, a dare voce (e dunque, almeno in qualche misura, anche un perché, una ragione) a orrori così spaventosi da non poter essere neppure immaginati, la parola si scopre capace di superare di se stessa; trova lo slancio necessario a ridisegnare la propria geografia semantica, arriva a nutrirsi di quella folle, generosa anarchia che sola le permette di reinventarsi nella forma, nello stile, nell’architettura narrativa, e in tal modo replica alla realtà d’incubo con la quale è chiamata a misurarsi con l’abbagliante esultanza di un miracolo creativo. Chiamato a raccontare uno dei più insensati massacri della storia – “È tutto accaduto, più o meno […]. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati […]. Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane” – l’atto dello scrivere, del descrivere, del replicare un fatto, volta le spalle alla propria tragica insufficienza per aprirsi a una dimensione nuova, a uno spettro vocale sconosciuto dove a dominare è ancora l’accadimento in sé, ma non più nella sua oscena nudità, bensì nel travestimento iperbolico e dolcemente fantastico della fiaba, del racconto stralunato, dell’invenzione innocente e purissima. Così, l’eccidio di Dresda, il terrificante bombardamento alleato che tra il 14 e il 15 febbraio del 1945 causò, con la distruzione pressoché totale della città, 135.000 vittime (per rendersi conto della gravità della strage basti pensare che la bomba atomica americana sganciata su Hiroshima provocò, al suo impatto, la morte di 71.379 persone) si fa tappa del peregrinare nello spazio e nel tempo dell’anonimo, tenero e grottesco Billy Pilgrim, protagonista dello splendido e intensissimo Mattatoio n. 5, uno dei romanzi più celebri (e più riusciti) di Kurt Vonnegut. Uomo qualunque rapito dagli alieni, condotto sul pianeta Tralfamadore e divenuto in forza di ciò (e suo malgrado) mite custode dei segreti del tempo, della vita e della morte, Pilgrim non è semplicemente l’alter ego dell’autore; plasmato dal delicato sussurro della comicità di Vonnegut, cresciuto nel trasparente liquido amniotico di una prosa che, come una pietosa mano, carezza la piagata superficie di ciò che è per conoscerla, impararla e restituirla intatta alla coscienza di ciascuno, Billy Pilgrim è l’antieroe senza peccato gettato nella spietata arena della ferocia umana. Ed è soltanto attraverso il suo sguardo limpido, attraverso la sua ingenuità di fanciullo, attraverso le sue esperienze uniche e incomunicabili (che tuttavia egli cerca di condividere con il maggior numero possibile di persone, incurante della sprezzante incredulità che le sue parole suscitano) che l’insensato massacro di Dresda (e con esso la sanguinosa metastasi della guerra) può trovare forma.

Abbigliata con gli sgargianti abiti clowneschi che Pilgrim, quasi senza rendersene conto, fa indossare a tutto ciò che vive, la guerra diventa d’improvviso materia narrativa; la beffarda metamorfosi letteraria cui, grazie all’immaginazione di Billy Pilgrim, la costringe Vonnegut, tramuta la sua cupa presenza d’ombra nell’evanescente e disarmata rappresentazione di una pellicola bellica, per di più trasmessa al contrario, dalla fine all’inizio anziché dal principio alla conclusione: “Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra […]. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre individui perfetti di nome Adamo ed Eva”. E in questa dissoluzione quasi magica della guerra, in questo tocco di gentile insensatezza che ha l’immenso potere di dare senso a qualcosa che non ha nessuna ragione, nessuna giustificazione, anche Dresda l’innominabile può dissolversi e trovare pace, può essere descritta, e ricordata, per ciò che è davvero stata nell’esatto momento in cui, talmente disseminata di crateri e macerie da ricordare la luna, la luna stessa romanticamente richiama nel fiorire di pensieri e ricordi di Billy Pilgrim, l’uomo che ha viaggiato nello spazio e nel tempo, che ha conosciuto la morte e la vita e che sa, perfettamente sa, che né per l’una né per l’altra mette conto piangere e disperarsi.

Indimenticabile romanzo-capolavoro, Mattatoio n. 5 è un’opera fondamentale, una lettura necessaria, carica di bellezza, pietà e dolore; è, insieme, testimonianza eterna e necessario insegnamento, entrambi narrati in una lingua che è tutte le lingue degli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Luigi Brioschi. Buona lettura.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Diciotto minuti

Recensione di “Scia di morte” di Erik Larson

Erik Larson, Scia di morte, Neri Pozza Editore
Erik Larson, Scia di morte, Neri Pozza Editore

“Ho cominciato a raccogliere informazioni sul Lusitania seguendo un impulso scaturito dal mio metodo di letture voraci e promiscue. Quello che ho scoperto mi ha affascinato e sconvolto allo stesso tempo. Credevo di sapere già tutto quanto c’era da sapere su quella tragedia ma, come spesso accade approfondendo le ricerche su un dato argomento, non ho impiegato molto ad accorgermi di quanto mi sbagliassi. Ma soprattutto mi sono reso conto che, sepolta sotto i dettagli ingarbugliati dell’evento – intenzionalmente ingarbugliati, per certi aspetti -, c’era qualcosa di semplice e appagante: una gran bella storia. Mi affretto ad aggiungere, come sempre, che questo non è un romanzo. Tutti i virgolettati provengono da memorie, lettere, telegrammi o altri documenti storici. Il mio scopo era cercare di rimettere ordine tra le ramificazioni del fatto reale e, lo ammetto, i risvolti romanzeschi della vicenda del Lusitania, consentendo così ai lettori di rivivere l’esperienza proprio come l’avevano vissuta all’epoca i protagonisti”. Apprezzato autore di “non fiction” (opere dalla solida architettura romanzesca ma nelle quali nessun dettaglio è frutto d’invenzione), il giornalista e scrittore americano Erik Larson racconta, nell’incalzante Scia di morte, l’ultimo viaggio del transatlantico Lusitania, orgoglio della Marina Mercantile britannica affondato da un sommergibile tedesco U-20 il 7 maggio del 1915 al largo delle coste irlandesi (occorsero solo diciotto minuti perché quel colosso dei mari colasse a picco), e insieme l’intreccio di circostanze (frutto del caso, ma anche di deliberate decisioni, spesso tutt’altro che trasparenti, prese dalle massime autorità militari inglesi) che ha reso possibile il terrificante evento e le personali vicende di alcuni dei passeggeri, che la storia ha reso testimoni di una delle sue pagine più buie. Come negli altri suoi lavori – Il giardino delle bestie e Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen, di cui ho già scritto in questo blog – Larson affida alla fluidità della prosa il compito di tramutare in “materia narrativa” l’enorme messe di documenti alla base della sua dettagliatissima ricostruzione; dalla descrizione degli ambienti esterni e interni della nave (il compiaciuto sfarzo della prima classe, le particolarità ingegneristiche che facevano del Lusitania la nave civile più veloce tra quelle in servizio, l’accento sui materiali da costruzione utilizzati, il disegno dei diversi ambienti, dagli immensi locali che ospitavano le caldaie fino alla stiva, dove erano sistemati, accanto ai bagagli dei viaggiatori, oggetti di ben altro genere, compresi rifornimenti assai utili allo sforzo bellico) all’analisi delle imperfette ma comunque pericolosissime “macchine di morte” tedesche, gli U-Boot, i sommergibili per mezzo dei quali l’esercito del Kaiser fu sul punto di vincere la Grande Guerra – Larson dedica pagine splendide, di straordinario interesse, al modo in cui questi mezzi venivano usati, e alla grande perizia richiesta a comandante ed equipaggio affinché rendessero al meglio, così come alle condizioni di vita a bordo, spesso estreme – dalla complessa situazione politica mondiale, con al centro la neutralità degli Stati Uniti d’America, che gli inglesi e i loro alleati avrebbero voluto avere a fianco mentre lo schieramento opposto a più riprese mostrava di non temere, all’intricato gioco di spionaggio e controspionaggio, che vedeva i britannici, in grado di intercettare e decodificare praticamente tutti i messaggi scambiati tra le forze navali tedesche, godere di un vantaggio di inestimabile valore inspiegabilmente mai utilizzato, se non in un’ottica difensiva (e del tutto ignorato per quel che riguardava il Lusitania, partito da New York con destinazione Liverpool, e la sua necessaria protezione una volta giunto in acque considerate teatro di guerra), fino al destino dei singoli, cui toccarono in egual misura paura, sgomento, eroismo, miracolosa salvezza e l’anonima fine in abissi che non restituirono più i corpi inghiottiti, Erik Larson, in un continuo alternarsi di capitoli che intende offrire al lettore i differenti punti di vista dei protagonisti della vicenda, non solo restituisce il passato, non solo contribuisce a far luce sui numerosi aspetti ancora oscuri legati a quell’affondamento (in massima parte fortuito, certo, e tuttavia così gravido di conseguenze), ma recupera intatto lo spirito di un’epoca che vedeva nel progresso tecnologico una promessa di benessere e felicità, una promessa così salda e infallibile che finanche una guerra mondiale, con il suo immenso carico di morte, poteva al massimo offuscare ma di sicuro non tradire.

Magnifico, raffinatissimo “romanzo non-romanzo”, Scia di morte è una lettura travolgente, un tesoro di notizie, aneddoti e curiosità di irresistibile fascino, “una gran bella storia”, per dirla con le parole dello stesso Larson, o meglio ancora un armonico insieme di gran belle storie, storie che vorremmo non avessero fine.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Laura Prandino. Buona lettura.

La sera del 6 maggio 1915, mentre la sua nave si avvicinava alle coste dell’Irlanda, il comandante William Thomas Turner lasciò la plancia e si recò nel salone di prima classe, dove i passeggeri stavano partecipando a un concerto con numeri amatoriali, intrattenimento abituale delle traversate della Cunard. L’ambiente era spazioso e accogliente, con pannelli di mogano e moquette verde e gialla, e camini alti più di quattro metri che si fronteggiavano dalle due pareti contrapposte. Di solito Turner tendeva a evitare quel tipo di serate a bordo perché non amava gli obblighi mondani del comando, ma non era una serata normale e aveva delle notizie da comunicare.

Vernichtungslager

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

La storia replicata

Recensione de “I ragazzi venuti dal Brasile” di Ira Levin

Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori
Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori

Da una parte la storia vera e propria, il passato, quel che è accaduto e per questo ci appartiene; dall’altra la storia possibile (o probabile), in una parola tutto ciò che sarebbe potuto succedere se soltanto determinate circostanze si fossero svolte in modo differente da come si sono effettivamente verificate. Considerati come materiale narrativo, come scenari alternativi dentro cui far vivere una vicenda, il certo e l’ipotetico hanno identico fascino, pari potenzialità, medesima ricchezza contenutistica. La loro differenza, squisitamente formale, non riflette altro che la personale preferenza di chi sceglie l’uno in luogo dell’altro; tuttavia a questi orizzonti è possibile guardare anche da un’altra prospettiva, valorizzandone non più ciò che li distingue ma, all’opposto, quel che li avvicina, quel che può renderli terreno comune di un racconto. E proprio questo fa lo scrittore statunitense Ira Levin nel suo celebre I ragazzi venuti dal Brasile, romanzo tanto fascinoso quanto inquietante che esplora il delirio nazista da un punto di vista davvero inedito. Il contesto da cui Levin prende le mosse è indiscutibilmente storico: il secondo conflitto mondiale è finito da tempo e l’esercito hitleriano è stato sconfitto. I più alti ufficiali nazisti sfuggiti al processo e alle condanne inflitte a Norimberga hanno trovato rifugio in Sudamerica e in alcuni di loro (uno in particolare, il famigerato dottor Josef Mengele) è germogliata un’idea insieme geniale e folle: non cercare di ricostruire, in una situazione storica radicalmente nuova rispetto a quella che vide fiorire la dittatura hitleriana, il movimento nazionalsocialista e riprendere il potere, bensì, replicare esattamente le condizioni che portarono Adolf Hitler al governo della Germania utilizzando, per riuscirci, lo stesso Adolf Hitler, o meglio un suo clone, creato dal dottor Mengele grazie a un lembo di pelle e a un campione di sangue del führer prelevati poco prima della sua morte. Grazie al materiale organico in suo possesso, Mengele, rifugiatosi in Sudamerica, ha fatto nascere 94 bambini il cui codice genetico è la copia di quello di Adolf Hitler; in seguito, ciascuno di loro è stato dato in adozione a famiglie in tutto e per tutto simili a quelle in cui crebbe il tiranno. Ed è qui, al crocevia tra scienza, influsso dell’ambiente e calcolo delle probabilità (su 94 bambini cresciuti quanto più possibile nello stesso modo in cui venne allevato Hitler, è statisticamente possibile che irrompano nella storia un certo numero di Adolf Hitler e che tra essi uno finisca per diventare davvero, realizzando così una sorta di terrificante continuità storica, quell’Adolf Hitler suicidatosi a Berlino nel 1945) che l’opera di Levin prende le mosse.

Nel bel mezzo della realtà storica, dunque, il romanzo guarda al possibile (alle conseguenze che produrrebbe il disegno di Mengele se avesse successo) per poi fare un altro passo in avanti rimodellando il prossimo futuro su un passato in gran parte già scritto – “Sono in gioco il destino e la speranza della razza ariana”, rivela Mengele al gruppo di nazisti che dovranno proseguire il piano da lui avviato uccidendo i padri di tutti i bambini adottati così da replicare la perdita che subì Hitler in giovanissima età -; su questa complessa scacchiera, costruita con indiscutibile abilità, l’autore dà vita a un intreccio ricco di tensione (a contrastare Mengele è un suo acerrimo nemico, il “cacciatore di nazisti” Yakov Liebermann, venuto per puro caso a conoscenza del progetto), che alterna glaciali atmosfere da duello al torbido respiro del giallo. Lungo i binari di una scrittura semplice e forte, che non concede tregua al lettore, l’ingegnoso meccanismo narrativo concepito da Ira Levin affronta senza timore temi di straordinaria importanza (l’eredità, scomoda e inevitabile, dell’incubo hitleriano, il progresso medico-scientifico, il cui sviluppo potenzialmente illimitato scatena dilemmi etici, l’importanza della memoria, l’incerto confine che divide il legittimo diritto alla difesa della vittima di un’aggressione dal suo desiderio di rivalsa); alle questioni che squaderna l’autore non offre risposte certe, il suo punto di vista, tuttavia, emerge limpido tra le righe di un’opera che, pur non tradendo mai la propria vocazione di lettura d’evasione, non si sottrae al dovere di una presa di posizione morale: “Da principio desideravo soltanto vendetta”, confessa Liebermann a una conferenza, “vendetta per la morte dei miei genitori e delle mie sorelle, vendetta per gli anni che avevo passato nei campi di concentramento […] vendetta per tutte le morti, per gli anni di ognuno. Perché ero stato risparmiato, se non per ottenere vendetta? […]. Ma il guaio, con la vendetta […] è che, primo, non si riesce a ottenerla sul serio […] e, secondo, anche se ci si riuscisse, servirebbe poi a molto? […]. No. Così, ora voglio qualcosa di meglio della vendetta, e qualcosa forse altrettanto difficile da ottenere […]. Voglio il ricordo […]. Il ricordo. È difficile ottenerlo, perché la vita continua; ogni anno ci sono nuovi orrori: un Vietnam, attività terroristiche nel Medio Oriente e in Irlanda, assassinii […] e ogni anno […] l’orrore degli orrori, l’Olocausto, si allontana sempre più, si fa un tantino meno orribile”.

In perfetto equilibrio tra “verità” e invenzione, I ragazzi venuti dal Brasile è un piccolo gioiello, un romanzo che si legge d’un fiato, e che, nella coinvolgente leggerezza dell’avventura e nell’ombra cupa di un tragico destino sempre potenzialmente incombente, affascina, atterrisce, conquista.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Adriana Dell’Orto. Buona lettura.

Nelle prime ore di una sera del settembre 1974 un piccolo bimotore nero e argenteo planò su una pista secondaria dell’aeroporto Congonhas di São Paulo e, rallentando, rullò verso un hangar dove era in attesa un’automobile. Tre uomini, l’uno dei quali vestito di bianco, si trasferirono dall’aereo all’auto, che dal Congonhas s’avviò in direzione dei bianchi grattacieli del centro di São Paulo. Una ventina di minuti più tardi, l’automobile s’arrestò sull’Avenida Ipiranga, di fronte al Sakai, un ristorante giapponese che pareva un tempio.

L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Una parola terribile

Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori
Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori

“Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è tutto. Presto è la morte…”. Presto è il momento in cui Andreas, soldato dell’esercito hitleriano, protagonista del lungo, tragico racconto di Heinrich Böll intitolato Il treno era in orario, finirà i suoi giorni dilaniato da un’esplosione; presto è ogni attimo di lucidità nel quale egli sa con certezza che la sua ora è giunta; presto è l’atroce destino che condivide con gli altri ragazzi, è il devastato scenario di guerra che lo segue ovunque e dappertutto lo precede, e che ha reso uniforme ogni orizzonte; presto è il freddo, meccanico sferragliare del treno che lo riconduce al fronte; è l’urgente bisogno che sente di pregare per tutti coloro che soffrono, di chiedere a perdono a quelli cui ha fatto del male, di rivedere, anche solo per un istante, per una frazione di secondo, gli occhi di una donna che ha sentito su di sé ad Amiens, in Francia, durante un combattimento, poco prima di venir ferito. E presto è lo spazio angusto e soffocante di uno scompartimento ingombro di corpi, è l’atrocità di un destino condiviso per forza e non per scelta, il destino di chi va a uccidere e a essere ucciso, è l’odiosa spavalderia di chi, per farsi coraggio, difende, gridandola a squarciagola, la propria fede nell’invincibilità delle milizie del Reich, e la cupa disperazione di chi sa che ormai tutto è perduto; ed è la solidarietà che improvvisa si accende tra sconosciuti, è l’erompere di una confessione scatenata da un cenno di saluto, dalla semplicità di un sorriso; è l’ascolto benevolo, paziente, di una pena nel cui abisso è precipitata un’intera generazione. All’appuntamento con la propria morte Andreas si avvicina in compagnia di due improvvisati compagni di viaggio; un sottufficiale tradito dalla moglie e un ragazzo che, nell’isolamento di una trincea, è stato violentato dal suo superiore: “Sì […]. Proprio così. Mi ha sedotto un maresciallo. Sono completamente corrotto e infetto, e non c’è nulla al mondo che mi dia gioia […]. Per sei settimane non ci siamo mossi da una postazione sullo Sivas… tutt’intorno neanche una casa… neanche un muro crollato […]. Mio Dio […] ci ha sedotti, che altro c’è da dire? Finimmo tutti così… tranne uno. Quello non volle. Era anziano, aveva moglie, figli; la sera ci aveva mostrato spesso piangendo le fotografie dei suoi bambini… prima. Quello non voleva, si è divincolato, ha minacciato… era più forte di noi cinque messi assieme. E una notte che stava di guardia tutto solo, il maresciallo lo freddò con un colpo di pistola. È strisciato fuori della postazione e lo ha accoppato… alle spalle. Con la sua stessa pistola […]. E a sua moglie hanno spedito una lettera dicendo che lui era morto per la grande Germania nelle paludi di Sivas”. Della loro odissea, del loro smarrimento, della loro fragilità, sentimenti e stati d’animo che contrappone ai giganti di cartapesta della “grande Germania” e della guerra, strumento di conquista del “Reich millenario”, Böll racconta con vibranti accenti di dolorosa pietà; egli guarda a quell’inferno dei vivi con aperta compassione, e nel suo narrare timido e sussurrato, nel tentennante procedere di una prosa che ha il respiro mozzo della paura e riflette l’incespicare della mente in un foltissimo groviglio di pensieri ciechi e ricorrenti ossessioni – “La vita è bella, pensa, era bella. Dodici ore prima di morire devo riconoscere che la vita è bella, ma è troppo tardi. Sono stato ingrato, negando che esiste una gioia umana. E la vita era bella […]. Ho avuto una vita infelice… una vita mancata, come dicono, ho sofferto secondo per secondo sotto quest’odiosa uniforme […] e solo per un decimo di secondo ho conosciuto il vero amore umano, l’amore tra uomo e donna, che deve pur essere bello […]. Ho bevuto Sauterne… su una terrazza a Le Tréport […]. Per ultimo pensa ancora una volta agli ebrei di Cernovcy, poi gli vengono in mente gli ebrei di Leopoli, di Stanislav e di Kolomyja, e quei granatieri laggiù nelle paludi di Sivas […] e quella povera, brutta, freddolosa prostituta di Parigi, che ha respinto nella notte…” – dà corpo al più insopportabile degli assoluti, quello della solitudine, e disegna un mondo frammentato in unità isolate l’una dall’altra, anime e coscienze chiuse all’amore, alla comprensione, alla salvezza: “Andreas si sporge in avanti per guardare l’orologio […] e vede che sono le sei, le sei in punto. Un gelido spavento lo pervade tutto, ed egli pensa: Dio, Dio, che ne ho fatto del mio tempo, non ho fatto niente, non ho mai fatto niente, devo pregare, pregare per tutti”.

La Germania avvelenata dal nazismo e umiliata dalla guerra, centro di gravità de Il treno era in orario, rivive, come prepotente rimorso, nel giovane Fendrich, personaggio principale de Il pane dei verdi anni, racconto che chiude il volume centrato su una nascente storia d’amore. Simbolo di un Paese che vuole a tutti i costi dimenticare il proprio recente passato (e le proprie responsabilità), Fendrich, che quel passato sente nella carne, tormentata dai morsi di una fame impossibile da placare, e che nel medesimo tempo rappresenta, nella sua vita attiva di lavoratore e di oculato risparmiatore, il domani agognato da un intero popolo, abbandona ogni cosa nel momento in cui incontra Hedwig, la figlia del preside del ginnasio da lui frequentato: “Più tardi ho pensato spesso a come sarebbero andate le cose se non mi fossi recato a prendere Hedwig alla stazione: sarei entrato in una vita diversa, così come per sbaglio si sale in un treno diverso: una vita che allora, prima di conoscere Hedwig, mi pareva abbastanza tollerabile […] ma quella vita ch’era pronta per me come il treno sull’altro lato del marciapiede, il treno sul quale per poco non sarei salito, quella vita la vivo adesso nei miei sogni, e so che quanto allora mi sembrava abbastanza tollerabile sarebbe stato, invece, l’inferno”. Quel che il mondo intorno a lui giudica ribellione, per Fendrich non è che ritorno a se stesso, riappropriazione, risveglio; è presa di coscienza, dovere, ci insegna Böll, di ognuno e di tutti.

Eccovi l’inizio de Il treno era in orario. La traduzione, per Mondadori, è di Italo Alighiero Chiusano. Buona lettura.

Mentre attraversavano il buio sottopassaggio, udirono sopra di loro il fragore del treno che arrivava, e la voce sonora dell’altoparlante disse con dolcezza: «Tradotta militari in licenza, proveniente da Parigi per Przemysl, ferma a…».