Discorso Giusto, Discorso Ingiusto

Recensione de “Le nuvole” di Aristofane

Aristofane, Le Nuvole, Bur

Una satira accesa di rancore e di rimpianto, una comicità immediata, folgorante, che insiste sulla deformazione grottesca dei caratteri, sulla genialità delle soluzioni linguistiche, sulla sorpresa l’imprevedibilità e il paradosso; un meccanismo narrativo perfetto, il cui procedere scatena nel lettore una tempesta di emozioni contrastanti che tuttavia miracolosamente convivono tra loro: liberatori scoppi di risa, indignazione, malinconia e spensieratezza. Le commedie di Aristofane (massima espressione, insieme alla tragedia, della produzione teatrale della Grecia classica) sono assoluti capolavori d’ironia, il più delle volte feroce, accanita, deliberatamente perfida, sono ritratti magistralmente deformati della realtà politica, sociale e culturale del tempo, sono il manifesto dei pensieri e delle convinzioni del suo autore. Attraverso queste opere, Aristofane prende posizione su numerosi temi di grande importanza, come per esempio la guerra le sue tragiche conseguenze (negli Acarnesi e con ancora maggior forza, e impressionante modernità, nella Lisistrata, la cui protagonista è una donna che invita tutte le donne di Grecia a non concedersi più ai loro uomini per costringerli a smettere di uccidersi tra loro), la difesa della democrazia ateniese dal pericolo di una sua corruzione (ne I Cavalieri), la nostalgia per la perduta grandezza letteraria (ne Le Rane, dove sferra un attacco violentissimo a Euripide), e riesce persino a ritagliare uno spazio per le utopie, i sogni e i desideri (rappresentati, non senza sfumature di dolente dolcezza, ne Gli Uccelli, i cui protagonisti, Euelpide e Pisetero, disperando di riuscire a vivere tra gli altri uomini decidono di fondare una città nuova tra cielo e terra, e nelle Ecclesiazuse, che vede Atene governata, naturalmente con saggezza e un pizzico di doverosa e spassosa cattiveria, da un’assemblea di donne). Discorso a parte in questo contesto meritano Le Nuvole, che Aristofane fece mettere in scena nel 423, durante la festa delle Grandi Dionisie; bocciata dal pubblico e difesa con rabbia, anche se non con altrettanta convinzione, dall’autore (che prima la definì la sua opera migliore e poi la sottopose a profonda rielaborazione), questa commedia e un chiaro atto d’accusa nei confronti delle nuove correnti di pensiero diffuse ad Atene, da lui identificate nella sofistica e qui riassunte nella figura di un Socrate ridicolizzato senza pietà e dipinto come un disonesto e cialtronesco affabulatore. Continua a leggere Discorso Giusto, Discorso Ingiusto

Morale e filosofia morale

Recensione di “La morale popolare greca all’epoca di Platone e Aristotele” di Kenneth James Dover

Kenneth J. Dover, La morale popolare greca all’epoca di Platone e Aristotele, Paideia

“In uno degli ultimi capitoli dell’Introduzione alle Lezioni di storia della filosofia, incentrato sulla «Distinzione della filosofia dalle altre discipline affini», Hegel distingue tra «filosofia» e «filosofia popolare» e indica come tipicamente pertinenti a quest’ultima gli scritti di Cicerone […]. Quando poi cerca di render chiara la differenza tra filosofia propriamente detta e filosofia popolare, indica un carattere tipico della riflessione etica ciceroniana, e cioè l’assiduo ricorso all’autorità del consensum gentium […]. È il criterio per cui è «vero» (ma anche «buono», «giusto», e inversamente «turpe», «iniquo», ecc.) ciò che tale appare ad una vasta comunità di persone, e che quindi non necessariamente, e forse anzi di rado, collima con la riflessione filosofica del singolo pensatore. Nel che appunto risiede, per Hegel, la sua «popolarità». «Popolare» è dunque, secondo questa intuizione hegeliana, un pensiero o un sistema di valori, un’etica in primo luogo […] che intenda corrispondere alle convinzioni e alle inclinazioni di un vasto gruppo sociale, una «maggioranza» (che sia o si senta tale in ragione del proprio peso sociale e culturale)”. La distinzione hegeliana tra elaborazione di un pensiero e condivisione di una generica serie di norme e codici comportamentali, così ben riassunta da Luciano Canfora, costituisce tanto il punto di partenza quanto il fondamento dell’importante saggio di Kenneth James Dover intitolato La morale popolare greca all’epoca di Platone e Aristotele (edizioni Paideia, traduzione di Livio Rossetti), uno studio corposo e dettagliatissimo (oltre 500 pagine che si leggono d’un fiato e appassionano quanto e più di un romanzo) che intende indagare, e fare luce per quanto possibile, il tessuto etico di una società di cui Platone e Aristotele sono, prima ancora che cittadini eminenti, simbolo di un preciso tempo storico. Continua a leggere Morale e filosofia morale

Al crocevia di Edipo

Recensione di “Aristotele e la giustizia poetica” di Margaret Doody

Margaret Doody, Aristotele e la giustizia poetica, Sellerio

Un buffo incontro con Menandro, bambino di dieci anni che già sogna di scrivere intrecci di irresistibile comicità amatissimi dal pubblico, e un omicidio terribile che si consuma al crocevia di Edipo, in quello stesso luogo che vide lo sfortunato eroe greco, in fuga dallo spaventoso oracolo della Pizia, farsi inconsapevole strumento della propria rovina. Corre lungo i binari paralleli della commedia e del dramma Aristotele e la giustizia poetica, terzo romanzo della serie creata dalla scrittrice e studiosa canadese Margaret Doody (il primo, Aristotele detective, se vi interessa, lo trovare recensito qui, e il secondo, Aristotele e il giavellotto fatale, qui). Ambientato nel 332 a.C., in un momento di profonda crisi e grandi cambiamenti per Atene e la Grecia tutta, con Alessandro il Grande che marcia alla conquista della Persia, Aristotele e la giustizia poetica procede per accumulo; sono numerosi, infatti, gli enigmi che l’intelligenza del grande filosofo, anche in questo caso aiutato dal giovane amico e discepolo Stefanos, è chiamato a risolvere; in primo luogo l’insinuarsi sottile e maligno, in forma di paura e di sospetto, di ciò che di più oscuro vi è nei miti che sono la sostanza della cultura e delle tradizioni greche (siamo a febbraio, e Atene si prepara a celebrare l’Antesteria, la Festa dei Fiori, che culmina nella Notte dei Fantasmi, quando, secondo alcuni, le anime dei morti tornano dall’Ade per mettere a segno vendette, infliggere tormenti, terrorizzare), poi la misteriosa scomparsa di un’ereditiera, che ha tutta l’aria di essere un rapimento, e infine una catena di delitti. Continua a leggere Al crocevia di Edipo

Il santo pagano

Recensione di “Vita di Apollonio di Tiana” di Filostrato

Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi

“I devoti di Pitagora di Samo dicono che non era nativo della Ionia, ma era stato un tempo Euforbo a Troia ed era rivissuto dopo la morte, avvenuta secondo il racconto di Omero. E narrano che egli rifiutava vestimenti tratti da animali morti, e che per mantenersi puro si asteneva da ogni cibo che avesse avuto vita e dai sacrifici […]. Apollonio osservò principi affini a questi, e in questo modo ancora più divino di Pitagora seppe accostarsi alla sapienza e sollevarsi al di sopra dei tiranni: ma benché sia vissuto in tempi non remoti né troppo recenti, gli uomini non lo conoscono ancora per la vera sapienza, che esercitò da filosofo e secondo virtù. Della sua personalità alcuni esaltano un aspetto, altri un altro; e dato che si incontrò con i Magi in Babilonia, con i Bramani dell’India e con i Ginnosofisti che vivono in Egitto, vi è pure chi lo ritiene un mago e lo accusa di avere praticato la stregoneria: ma lo fa per ignoranza”. Romanzo d’avventura, “racconto fantastico”, agiografia, nostalgica rievocazione dell’età aurea del mito, la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato (scritto per espresso desiderio di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo), è un’opera tanto splendida e lussureggiante quanto curiosa e originale. Continua a leggere Il santo pagano

Siracusa, ombra dell’idea

Recensione de “La settima lettera”
di Vintila Horia

Vintila Horia, La settima lettera, Rizzoli
Vintila Horia, La settima lettera, Rizzoli

“Il lettore moderno possiede l’indiscreta prerogativa di potersi addentrare nei casi quotidiani e nei recessi dell’anima di un Kafka, di una Woolf, o di quanti altri affidarono a lettere e diari le angosce e le gioie delle proprie giornate. E quando pure manchino autografe testimonianze, vengono in soccorso documenti, memorie di contemporanei, la tendenza stessa a riflettere fatti della vita e moti dell’interiore nell’opera letteraria. Quest’uso era già consueto presso i Romani; ma per l’epoca in cui la Grecia fu grande, sulla realtà personale di letterati e pensatori si possiedono scarne e frammentarie tracce, che trapelano a fatica entro un sistema culturale retto da una severa norma di oggettivazione […]. L’opera letteraria e filosofica di Platone era stata famosa e importante; ma anche alla sua vita non erano mancati momenti di grandezza, ed essa aveva lasciato un segno nella memoria dei contemporanei e dei posteri […]. Nella sua biografia c’era soprattutto un episodio che restava avvolto in un’aura di magnanimità e mistero. Quale impulso interiore l’aveva spinto per tre volte a lasciare la sua Atene per la Sicilia, precipitandosi nella generosa quanto disperata impresa di fondare un nuovo ordine politico e sociale, che avesse il proprio epicentro proprio a Siracusa?”. Nella densa introduzione a La settima lettera dello scrittore rumeno Vintila Horia pubblicata da Rizzoli (collana La Scala, traduzione di Orsola Nemi), Dario Del Corno illumina senso e obiettivi di questo originalissimo lavoro, insieme dotta e raffinata rivisitazione romanzesca di un’avventura filosofica e viaggio, reale e metaforico, alla scoperta di un uomo e di un pensatore la cui opera e il cui esempio stanno a fondamento della cultura occidentale. Continua a leggere Siracusa, ombra dell’idea

5 alfa reduttasi

Jeffery Eugenides, Middlesex, Mondadori
Jeffrey Eugenides, Middlesex, Mondadori

“Cantami, o diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva! Cantami di come fiorì sui pendii del Monte Olimpo, due secoli e mezzo or sono, tra capre che belavano e olive che rotolavano. Cantami le nove generazioni per cui viaggiò sotto mentite spoglie, sopito nel sangue inquinato della famiglia Stephanides. E cantami la Provvidenza, che sotto forma di massacro lo risvegliò per trasportarlo, come fa con i semi il vento, fino in America, dove le piogge industriali lo fecero precipitare su quel fertile terreno del Midwest che era il ventre di mia madre”. Le parole di un essere umano, di una creatura nata due volte, “bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 […] maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974”, sospese, nel semiserio richiamo dell’età d’oro della classicità, tra l’ineluttabilità feroce e implacabile della tragedia e un’amara consapevolezza di sapore aristofanesco, rabbiosa, selvaggia e cupa nelle proprie riflessioni e tuttavia non priva di spensieratezza, e adorna persino di una sorta di allegro fatalismo, aprono – coinvolgendo fin da subito il lettore in una vicenda dolorosa e dolcissima, nella quale senza sosta si rincorrono amore e rimorso, colpa e sacrificio, e dove ogni cosa è sfiorata dalle gelide dita di un segreto tormento scatenato da un peccato abbracciato con coscienza pura e cuore traboccante di desiderio – lo splendido romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, vincitore nel 2003 del premio Pulitzer per la Narrativa. Eugenides, americano di nascita ma greco d’origine (i genitori di suo padre erano emigrati negli Stati Uniti dalla Grecia), guarda un po’ alla storia della sua famiglia, e un po’ a quella scritta nei libri di scuola nel raccontare l’odissea della famiglia Stephanides, cominciata al principio del XX secolo nel piccolo villaggio di Bitinio, in Asia Minore, non lontano “dall’antica Brussa, capitale dell’Impero ottomano”. Qui, Desdemona Stephanides, nonna della voce narrante nata due volte (protagonista indiscussa dell’opera e nello stesso tempo personaggio tra gli altri, ritratto di una ricca galleria di indimenticabili figure), si dedica in tranquillità alla coltivazione dei bachi da seta in compagnia del fratello Eleutherios, detto Lefty. I sentimenti che uniscono i due giovani non hanno nulla di sconveniente anche se Eleutherios fa sempre più fatica a nascondere l’attrazione che prova per la sorella; e quando (è il 1922) i Turchi mettono a ferro e fuoco la regione per strapparla dalle mani dei Greci che l’avevano invasa e conquistata soltanto tre anni prima, i due fratelli sono costretti a fuggire per sottrarsi a un massacro indiscriminato. È così che la folle suggestione di trasformarsi da fratello e sorella in marito e moglie, accarezzata per qualche fugace momento con quella specie di languida tristezza con la quale, al risveglio, si cerca di trattenere lo sfilacciarsi di un piacevole sogno, diviene realtà: Eleutherios, grazie a una buona dose di coraggio, faccia tosta e fortuna (e soprattutto per merito dell’aiuto ricevuto dal dottor Philobosian, un medico armeno che, in seguito al massacro della propria famiglia da parte dei Turchi, partirà per l’America proprio in compagnia di Eleutherios e Desdemona), trova posto su una nave diretta dall’altra parte dell’Atlantico. Ed ecco che durante il viaggio verso una nuova vita, quella nuova vita comincia a formarsi: Eleutherios corteggia Desdemona come fosse una ragazza conosciuta per caso durante il viaggio, lei accetta quella garbata, splendida finzione fino al punto da crederla vera; dapprima accoglie grata le galanterie di quell’uomo che fino a non molto tempo prima era solo il suo amatissimo fratello, poi, raggiante, capitola, e lo sposa: “La cerimonia ebbe luogo sul ponte; in mancanza dell’abito da sposa Desdemona aveva la testa coperta da uno scialle di seta preso in prestito […]. I due sposi ballarono la danza di Isaia. Fianco contro fianco, tenendosi per mano con le braccia incrociate, Desdemona e Lefty girarono attorno al capitano, una, due, tre volte, dipanando il bozzolo della futura vita insieme”.

In America, l’ombra della felicità si confonde con quella della colpa e del rimorso. Desdemona e il fratello-consorte, stabilitisi presso una loro cugina e suo marito, hanno un figlio, Milton. Ogni timore sulla sua salute risulta infondato, e Desdemona arriva a credere che nessuno, né Dio né il destino, la punirà per ciò che ha fatto. Ma la voce narrante, quella vita nata due volte cui la scrittura di Eugenides dona l’onniscienza degli dei della tragedia classica e insieme la lucida disillusione dei pallidi eroi della modernità, quella ragazza-ragazzo, biologicamente incerta tanto quanto è psicologicamente compatta, e che si svela, nella gioia e nella sofferenza, in un continuo slittamento di piani temporali (nel suo passato di bambina circondata dall’amore puro dei genitori e presa alla sprovvista dai capricci del suo corpo, e nel suo presente di uomo che finalmente sa chi è e che proprio per questo fugge ogni rapporto, si nega ogni coinvolgemento emotivo, ogni slancio passionale), resta in agguato. Finché non giunge anche per lei il tempo di venire alla luce. È Milton, il figlio di Desdemona, a chiudere il cerchio. Sposa Tessie, la figlia della cugina presso cui gli sposi-fratelli erano andati ad abitare, e da lei ha due figli; un maschio, Chapter Eleven, del tutto normale, e una meravigliosa bambina, Calliope, nel cui corredo genetico l’incesto che ha dato origine a tutto e le successive consanguineità fanno fiorire un gene mutato, sviluppano un particolare enzima che fa di Calliope uno pseudoermafrodito, una femmina il cui organo riproduttivo nasconde, al proprio interno, un pene e due testicoli in embrione, una ragazza dalla natura genetica maschile.

La scoperta della condizione di Calliope, le conseguenze che ne derivano, la verità che giunge inaspettata, come un improvviso rovescio di pioggia, come un secondo battesimo, pur essendo l’ossatura di Middlesex, pur tenendo il lettore incollato a ogni riga, pur commuovendo, sconvolgendo, muovendo in egual modo alla pietà e all’ilarità, non rappresentano il cuore dell’opera, che riluce nel disegno perfetto dei personaggi, nella sincera umanità con la quale vengono ritratti, e più ancora (ed è senz’altro questo il suo pregio maggiore) nella sensibilità dell’autore, capace di offrire, lasciandola intatta da pregiudizi e prese di posizione, una storia delicata, difficile, spinosa e controversa. Una storia, nella sua essenzialità, bellissima.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.

Devota fuorilegge

Sofocle, Antigone, Garzanti
Sofocle, Antigone, Garzanti

“L’eroe sofocleo rifiuta gli appelli alla ragione e le implorazioni, le preghiere, non intende ascoltare, dovrebbe imparare e non lo fa, non sa cedere, adattarsi, non accetta vincoli di sorta […]. Comunque vadano giudicate, queste persone incarnano dei valori […], Antigone è devota in modo ossessivo alla legge morale […]. Gli atteggiamenti mentali di certe controfigure (Ismene nell’Antigone […]) sottolineano maggiormente la durezza adamantina del protagonista […]. Attraverso Ismene, Sofocle dimostra anche come sia trasmissibile l’eroismo attraverso l’esempio, come esso abbia più forza del pensiero razionale”. Verità contro ragione, dunque, e giustizia contro obbedienza; nel preciso, puntuale ritratto che Umberto Albini fa dei personaggi che popolano e animano le tragedie di Sofocle si svela il senso ultimo degli immortali capolavori del grande autore greco: le tragedie non sono altro che il compiersi di un destino già scritto, cui non si sfugge non per il capriccio o la volontà ubriaca di un qualche dio, ma perché ciò che incarna l’eroe è qualcosa che trascende ogni umana imperfezione, ogni tentennamento, ogni debolezza; è l’assolutezza intangibile di un principio. A questo genere di principi, fondamenta di un universo etico che fugge qualsiasi compromesso e la cui purezza vale il più estremo dei sacrifici, è possibile soltanto consacrarsi, votarsi, donarsi, accettando, come inevitabile conseguenza, l’annullamento di sé. Così, le tragedie di Sofocle rappresentano allo stesso tempo la più alta e preziosa e nobile esaltazione dell’individualità e la sua negazione feroce, il suo sacrificio consapevole, la cancellazione della singolarità nella piena fedeltà a ciò che è eterno, che precede e legittima l’esistere di ogni umano consesso.

Al centro di questo crocevia, lungo la linea di confine che separa e unisce autoaffermazione e annichilimento, si colloca Antigone, protagonista dell’omonima tragedia, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C., nel corso delle Grandi Dionisie. Insieme figlia e sorella di Edipo, vittima incolpevole di un fato maligno, Antigone, in quest’opera meravigliosa e terribile, trascende la propria natura e si fa strumento di una giustizia che è legge inviolabile della coscienza. Conclusa la battaglia per la conquista di Tebe (che ha visto fronteggiarsi Eteocle e Polinice, i due fratelli di Antigone), Creonte, re della città, ha decretato che avrà sepoltura soltanto uno dei due, Eteocle, che a difesa di Tebe si è battuto, mentre Polinice verrà lasciato sulla nuda terra, preda delle fiere e delle intemperie. A questa spaventosa decisione, figlia di un prepotente desiderio di vendetta, di un’ansia spasmodica di rivincita, Antigone si oppone in nome della pietà e dell’amore; uomo, sostiene Antigone, è soltanto colui che si sforza di conservare viva in sé la scintilla della compassione, che rinuncia al tirannico esercizio del potere per mantenersi saldo nel rispetto di consuetudini che sono parte della sua stessa essenza. È dunque la ribellione di tutto ciò che è umano quella cui dà voce Antigone; è la rivolta della vita, e della dignità che le appartiene, contro la brutalità cieca e ignobile della forza, del diritto piegato all’interesse di parte. Incarnazione di un principio, di un dovere non scritto e proprio per questo universale, Antigone affronta da sola la sua battaglia: la sorella Ismene, priva del suo coraggio e orfana del suo senso di giustizia, non se la sente di starle accanto, e quando, incalzata dal tragico precipitare degli eventi , muterà atteggiamento, sarà la sessa Antigone a scacciarla, rimproverandole una pavidità che non può in alcun modo essere tollerata né giustificata, perché troppo alta è la posta in gioco. Armata soltanto del proprio convincimento, divenuta ella stessa quella legge morale che si è assunta il compito di difendere a qualunque costo (malgrado il decreto emanato da Creonte, Antigone darà sepoltura al fratello e rivendicherà il suo gesto, finendo per essere condannata a morte), questa donna sventurata e fiera accetta di rinunciare alla propria esistenza per non oltraggiare, tradendola, quella verità dell’anima e del cuore che sola custodisce il significato ultimo del suo essere nel mondo: “A lui, laggiù, darò una fossa. Dopo l’azione morirò. Sarà esaltante. M’allungherò al suo fianco, sua. Al fianco d’uno mio. Devota fuorilegge. È fatale: dovrò farmi accettare dai sepolti più tempo che da questa gente viva. Sì, là sotto sarà il mio fermo sonno”.

Sovrumana fino al punto di non aver più nulla di umano, la generosità di Antigone è foriera di drammi, dispensatrice di lutti; è lo sguardo sdegnato del dio che punisce l’alterigia dell’uomo e l’insensatezza della sua crudeltà

Eccovi lincipit. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

Ci apparteniamo, Ismene, occhi di sorella. Edipo, lascito d’umiliazioni… Ne sai tu una, e quale, che non farà matura, Zeus, per la nostra coppia d’esistenze? No, no. Non esiste strazio, errore cieco ovunque, non c’è piaga, barbarie, che non abbia visto, e veda, io, radici d’umiliazioni tue, e mie. Oggi nuovamente. Parlano di ordini assoluti, fatti gridare per la gente a Tebe da lui, dal generale, in queste ore. Che sarà? Hai sentito anche tu? Forse no, forse a te è oscura la manovra d’odio che umilia chi è più tuo.

Stretto nella parola del dio

Sofocle, Edipo a Colono, Garzanti
Sofocle, Edipo a Colono, Garzanti

“Molti nel passato m’hanno detto lo sterminio rosso dei tuoi occhi. Quindi so chi sei, tu, figlio di Laio […]. Questi stracci, la faccia disgraziata gridano che sì, sei tu […]. Ti capisco. Mi sono fatto uomo anch’io in casa d’altri, come te. La morte in faccia, ho visto, più di chiunque, in scontri e rischi in terre strane. Perciò non volgerei le spalle a un pellegrino, come te, ora, senza tentare di risollevarlo. Sono solo un uomo. Giorno teso nel futuro non è proprietà mia: no, non più che tua”. Scintillano di umanissima pietà, e non, come ci si potrebbe aspettare, di regale concessione, le parole con cui Teseo, signore della città di Atene, accoglie Edipo cieco e mendico, parricida suo malgrado, ignaro consorte di sua madre e incolpevole fratello dei suoi figli, in cerca di un luogo dove attendere la fine dei suoi tormentati, dolorosissimi giorni. Nel primo discorso di Teseo, nella solidarietà offerta al supplice, nel generoso slancio della creatura mortale, cieca al pari di Edipo sul domani, su quel che sarà, e in balia dei decreti del dio, della sua volontà come dei suoi capricci, della sua vendetta e della sua giustizia, il solco incolmabile che divide cielo e terra si fa misura narrativa e tematica della potente tragedia sofoclea Edipo a Colono. Al travolgente succedersi di eventi che caratterizza l’Edipo re (di cui ho già scritto) e che culmina con la sconvolgente scoperta (da parte di Edipo) dell’enormità del suo delitto, segue nell’Edipo a Colono, una sorta di stasi; il dolente incedere di Edipo, accompagnato nel suo peregrinare da una delle figlie, la caparbia Antigone, è specchio del suo faticoso, duro interrogarsi sull’ineluttabilità del dolore e sul mistero insolubile tanto del divino quanto dell’umano. Inconsapevole strumento di un destino già scritto, che non soltanto non è stato in grado di fuggire ma che ha, seppur senza intenzione, contribuito a trasformare in realtà, l’Edipo ritratto da Sofocle in questa tragedia potente e commossa è un uomo la cui saggezza è pari solo alla stanchezza che gli grava su cuore e membra; allo stesso tempo forgiato e distrutto da una sofferenza indicibile, egli non ha tuttavia ancora concluso il proprio calvario. Dinanzi ai suoi occhi ormai privi di luce, infatti, la violenza delle passioni umane torna a scatenarsi: Tebe, la città su cui un tempo ha regnato, è ora oggetto d’aspra contesa, e i suoi due figli maschi, Eteocle e Polinice, si sfidano armati per la sua conquista. Né a questa lotta è estraneo il reggente Creonte, che, vestito di finta pietà (a muoverlo non è la pena per la sorte toccata a Edipo bensì la sentenza espressa da un oracolo, secondo la quale prenderà Tebe chi riuscirà a ottenere l’appoggio del vecchio esule), si reca da Edipo per convincerlo a tornare: “Uomo del dolore, Edipo, ascolta me. Raggiungi la tua casa. Coro di voci, di folla, ti chiama da Tebe. Ed è giusto. Spicco io, tra gli altri, io, che non credo di avere nelle vene sangue basso, e mi macero al tuo male, vecchio. Guarda, come sei ridotto: profugo, che brancola, rimbalza senza mete”.

Così, l’inesplicabilità del divino, il determinismo oscuro dei decreti del fato cui è impossibile sfuggire, l’incombere del disastro e il suo verificarsi (e il loro infallibile coincidere, che è il senso ultimo della tragedia classica), che nell’Edipo re avevano trovato espressione nel racconto magnifico e straziante della progressiva presa di coscienza dell’eroe (che passo dopo passo diventava la maschera mostruosa di se stesso), nell’Edipo a Colono tornano a inquietare il lettore e lo spettatore in una forma forse più sfumata ma certo non meno dirompente: edipo, sacrificato alla verità implacabile dell’oracolo, come un oracolo (impotente ma lucidissimo) è costretto a vivere il proprio tramonto: dapprima implorato e poi minacciato da Creonte, che per ottenere il suo ritorno a Tebe non esita a rapire entrambe le figlie (che gli verranno poi restituite sane e salve dal coraggioso e leale Teseo), egli viene anche raggiunto da Polinice, che, proprio come Creonte prima di lui, tenta di ingraziarsi il padre per assicurarsi la vittoria nello scontro che lo attende. E a tutti Edipo risponde con furente amarezza, rimproverando la follia e l’insensatezza cui si condanna chi non intende comprendere la propria natura: “Disumano. Impugnavi tu potere e scettro, ora nel pugno di tuo fratello in Tebe, quando fiondasti nell’estraneo mondo me, tuo padre, fuggitivo carico di stracci, che tu adesso fissi, e piangi, entrato nel mio cerchio di dolore, compagno della mia caduta, Singhiozzi? Non ha senso […]. Non c’è nel tuo domani il colpo che sprofonda Tebe. Crollerai tu, sangue, addosso, come lebbra. Tu, e l’altro, del tuo sangue, morte pari […]. Con questo nelle orecchie va’ sulla tua strada, ripeti a tutta Tebe, alle tue lance amiche, che sono tue speranze: ecco l’eredità di Edipo, spartita nei suoi figli!”. Intanto, annunciata da prodigi che simboleggiano l’assoluta alterità tra l’eternità degli dei d’Olimpo e la fragile finitezza umana, Edipo si avvicina al termine dei suoi patimenti terreni, a quel nulla del corpo e dei sensi che è salvezza per ogni creatura mortale.

Eccovi l’inizio della tragedia. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Spiazzo, cinto da magico bosco. Un masso. Sullo sfondo l’acropoli di Atene. Appare Edipo. Occhi spenti. Lo regge Antigone).

Figlia, sono spento, grigio. Antigone, in che spazi siamo? C’è vita, case, di che gente? Chi s’aprirà a Edipo perso nello spazio, gli regalerà qualcosa, oggi, una miseria? Pretende molto poco, e trova sempre meno. Ma mi sfamo, e vivo. La pazienza! Mi fa scuola il mio soffrire, questo impasto d’anni interminabili. Poi, il mio spirito. Figlia, se vedi da fermarci, vicino a passi d’uomo, o a cerchio magico di dei, fammi riposare, quieto. Voglio domandare dove siamo. Dobbiamo avere certezze, qui, noi pellegrini da gente della terra. Ci risponderanno, credo, e noi eseguiremo!

Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

L’universo puro e feroce del mito

Sofocle, Edipo re, Garzanti
Sofocle, Edipo re, Garzanti

Di fronte agli inappellabili decreti del fato, la libertà dell’uomo non è che un fardello, il disperato piangere del neonato che con tutte le sue forze chiede di essere nutrito, rivendica il suo diritto a esistere, ma che può vivere solo per volontà altrui. L’oscurità e l’ignoto, materia dei suoi giorni, condannano all’impotenza, alla sterilità la sua volontà, le sue deliberazioni, ogni suo sforzo. E il suo futuro, ignorato, assume i contorni tragici e ineluttabili della punizione, della vendetta, nel momento in cui l’uomo, ribellandosi alla propria cecità, rifiutandosi di arrendersi al non sapere, armato soltanto di sospetti, dubbi e paure, sfida i propri limiti e prova a farsi tessitore del suo destino vestendosi d’onniscienza, ammantandosi di divinità. Non importa che questo suo affannarsi abbia il bene, o il tentativo di scongiurare il male, a proprio fine; non importa che a spingerlo siano la pietà, l’amore per la verità, l’eroismo, perché all’uomo non è consentito varcare i propri confini, procedere al di là di se stesso, disfarsi della propria mortalità, della propria imperfezione. Perché, come scrive Umberto Albini, “le cose divine […] non si possono scoprire, per quanti sforzi uno faccia”. Nel confronto tra umanità e divinità e nella sottomissione brutale, ingiusta, terribile della prima alla seconda, in un severo e trascendentale codice etico, che è legge ferrea dettata agli uomini e non docile strumento modellato dalle loro scelte, si raccoglie uno dei temi cardine dell’opera di Sofocle, e il grande autore greco lo approfondisce fino ad arrivare alle più estreme conseguenze nellEdipo re, primo capitolo del “trittico tebano” (che comprende anche Edipo a Colono e Antigone), unanimemente considerato il suo capolavoro. Edipo, eroe solo, come soli sono tutti i protagonisti delle tragedie sofoclee – ed è ancora Albini, nella ricca prefazione all’edizione Garzanti della trilogia, a definirne i caratteri essenziali con queste parole: “Sofocle […] crea una serie di figure monolitiche nella grandezza. Sono degli individui isolati, fuori del tempo, intransigenti, che procedono diritti per la loro strada: sono apparentati dalla caparbietà, dall’orgoglio, dalla rigidezza della linea di condotta. Vivono in un assoluto che rifiuta il compromesso […], sono al servizio di un’unica idea -, deve fronteggiare, da amato sovrano di Tebe, un’epidemia di peste. E sarà proprio la sua determinazione, sarà il prepotente desiderio di liberare i suoi sudditi da quel flagello, a condurlo alla rovina. Edipo, infatti, scopre, grazie al cognato Creonte, inviato a Delfi a interrogare Apollo sulle cause del morbo, che Tebe è stata colpita da quella maledizione a causa dell’omicidio del precedente re della città, Laio, ucciso lungo una strada, a un incrocio, per mano di alcuni briganti che non sono ancora stati catturati e puniti. Ma indovini e profeti, proprio quando sembrano offrire a Edipo una facile soluzione ai suoi travagli, gli spalancano dinanzi l’abisso. A compiere il primo passo è Tiresia, che, convocato dal sovrano affinché lo aiuti nella sua caccia ai colpevoli, dapprima rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste, poi, incalzato dalla determinazione e dall’ira del suo signore, che giunge ad accusarlo di ordire un complotto ai suoi danni, gli rivela la verità che fino a quel momento ha custodito: è lui, Edipo l’assassino di Laio.

A questo punto, il macigno che impediva alla montagna di franare è stato smosso e nulla più può arrestare il compiersi del destino scritto dagli dei. Anzi, ogni azione tentata in questo senso si risolve nel suo contrario, a sottolineare sempre più l’inutilità, addirittura la follia del procedere dell’uomo quando ha l’ardire di respingere la propria sorte. Così, alla moglie Giocasta, che gli dice di non preoccuparsi troppo delle profezie, perché proprio una profezia aveva predetto a Laio che sarebbe morto per mano del figlio (che per questo lui ha fatto uccidere), mentre invece a finirlo sono stati dei briganti a un incrocio, Edipo non replica nulla, ma nella sua anima si addensano le perplessità e i timori perché egli, in fuga da quelli che credeva i suoi genitori naturali (re di Corinto), dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, proprio a un incrocio aveva incontrato e ucciso un uomo, che potrebbe essere Laio. E in realtà proprio così sono andate le cose; Edipo, che per intervento di un messo giunto ad annunciargli la morte di Polibo, re di Corinto, scopre di essere figlio adottivo (salvato dalla pietà di un pastore, cui il suo vero padre, Laio, lo aveva affidato affinché lo uccidesse), deve affrontare la verità: pur avendo fatto ogni sforzo per sfuggire al proprio fato, egli ha adempiuto la profezia; ha ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allo stesso tempo sua consorte e sua madre, e con lei ha generato quattro figli, che gli sono anche fratelli. Di fronte all’abominio, causato dalla pietà semplice di un uomo incapace di uccidere un neonato, Giocasta si uccide, mentre Edipo si acceca, condannandosi all’esilio.

Incolpevole eppure in qualche modo responsabile della propria terribile sorte, Edipo paga la sua sete di verità, la volontà di conoscere quel che soltanto agli dei è dato sapere, e in pari tempo sconta, nel modo più amaro, la sua mancata accettazione del decreto divino, la sua sterile fuga da se stesso. La nobiltà del parricidio mancato si muta del peggiore dei peccati (lassassinio del padre, il matrimonio e la congiunzione carnale con la madre) perché espressione di una tensione alla libertà che l’uomo non può pretendere per sé. Nell’universo puro e feroce del mito, nel suo splendore privo di innocenza, non si rinuncia a quel che si è, alla propria umanità, se non per brama di elevarsi al divino. Ed è, questo, un desiderio che non ha diritto ad alcun perdono, che non  merita pietà.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Edipo). Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi. Edipo leggendario, polo di voi tutti. (Al Sacerdote di Zeus). Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.