La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Continua a leggere La fiabesca anima d’Irlanda

Belfast, la colpevole

Recensione di “Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson

Robert McLiam Wilson, Ripley Bogle, Fazi

Può esistere un destino già segnato? Si può davvero nascere “sotto una buona stella” e, in conseguenza di ciò, avere la fortuna come propria alleata, godere di un qualche salvacondotto che consenta di uscire indenni dai problemi, anzi di non incontrarli neppure? E se cose di questo genere possono accadere, è possibile anche che si verifichi l’opposto? È pensabile che un “destino avverso” prenda forma nel momento stesso in cui si viene al mondo? “Certo”, risponde senza esitazione Ripley Bogle, il giovanissimo senzatetto protagonista dell’omonimo romanzo d’esordio di Robert McLiam Wilson, “basta vedere la luce a Belfast”, crocevia di odi religiosi tra protestanti e cattolici, devastata terra di tutti e di nessuno dove a dominare sono povertà, ignoranza, alcolismo e soprattutto violenza, una violenza brutale, cieca, ignobile, animalesca, esercitata in ogni possibile forma. Una violenza che è esatta misura di quanto l’uomo sia distante da se stesso. “Non è stata colpa mia, è stata colpa di Belfast”, confessa Bogle, ridotto all’ombra di se stesso a poco più di vent’anni, schiacciato dalle durezze della vita di strada, distrutto dal gelo di Londra, dalla morsa implacabile di quel suo clima così particolare, che appartiene solo e soltanto alla città, alle sue strade e alle sue piazze invase dai turisti e che non conosce tregua, non conosce estate – “[…] un lento, inesorabile brivido freddo sta risalendo dal mio coccige al fegato e sono bagnato, bavoso e fradicio […]. Giugno. Amabile, gelido giugno. È piuttosto curioso quanti inglesi siano convinti che il mese di giugno si trovi in estate […]. Assolutamente no! Solo noi, i poveri, i senzatetto, i vagabondi, conosciamo la verità siberiana di un giugno inglese. Siamo i suoi alleati e i suoi confidenti. Ci diamo del tu con il suo laccio gelato e i suoi morsi di brina” – in fuga dalla propria vita e malgrado ciò costretto a ripercorrerla, a ricordarla, a tornare ancora e ancora sulle scelte del passato dal dilatarsi del tempo, dai giorni lunghissimi, interminabili nel cui soffocante abbraccio i barboni lentamente muoiono, dalle ore di luce, desolatamente vuote come le stanze di case abbandonate, cui seguono quelle, terribili, della notte, dove l’ossessivo pensiero di sé e della propria abiezione si ritrae come marea per lasciare il posto all’elaborazione di strategie di sopravvivenza. Continua a leggere Belfast, la colpevole

Il giorno di Leopold

James Joyce, Ulisse, Mondadori
James Joyce, Ulisse, Mondadori

Il particolare e l’universale, il linguaggio e lo stile, il significato e il simbolo. E il tempo, che è insieme il semplice trascorrere delle ore e la sincronia di eventi diversi, e i richiami all’attualità e alla storia, e il loro mescolarsi alle ossessioni personali, ai traumi, ai pensieri e ai sogni, alle convinzioni, alla letteratura e alla poesia, alle invettive e ai rimorsi, e il loro annegare nel furore delle fedi contrapposte, nel cristiano e nell’ebreo, in quel Dio fatto uomo che non è tutti gli uomini. E l’epica messa in burla, ridotta a squallida parodia; alterchi verbali le battaglie, rari soprassalti di dignità gli eroismi, straripante, volgare fisicità la bellezza dei corpi, calcolo d’interesse l’ingegno, nostalgia, tradimento e prostituzione l’amore, caducità, debolezza fin troppo umana la morte. Così è il 16 giugno 1904, la giornata raccontata da James Joyce in Ulisse, riconosciuto capolavoro dello scrittore irlandese nonché opera tra le più significative dell’intera storia della letteratura: un enciclopedico labirinto, un immenso, impetuoso fiume di riflessioni, suggestioni, provocazioni, artifici e invenzioni sulla cui superficie danza, fragile e insistente, l’increspatura di un’umanità moribonda e dispersa aggrappata a simulacri di pietà e misericordia. Nelle strade di Dublino instancabilmente percorse da Leopold Bloom (il protagonista del romanzo di Joyce, un mite uomo di mezza età che si guadagna da vivere come procacciatore di inserzioni pubblicitarie per un giornale), nel parallelismo tra il suo inquieto e a tratti squallido vagabondare e le peregrinazioni dell’eroe omerico, nella fatica del ritorno alla sua casa e ai suoi affetti prende forma la vicenda tragica di una ricerca e di un abbandono, di un desiderio sfiorato che appassisce in un lutto. Risuona, nel contrasto stridente tra la semplicità estrema della trama del romanzo (un giorno qualsiasi di un uomo come tanti, a Dublino, dalle 8 del mattino alle 2 di notte, e un carosello di figure di contorno ad animare le sue ore) e il suo dipanarsi – dilatato in un migliaio di pagine di ininterrotte, sorprendenti, rivoluzionarie soluzioni stilistico-formali, di tecniche narrative sempre diverse, che di volta in volta si ispirano a canoni consolidati, se ne prendono gioco, ne saggiano i limiti espressivi , li reinventano, li vestono d’eccessi grotteschi, li caricano di simboli, di rimandi, e ancora di acrobazie sintattiche, di virtuosismi espressivi talmente vertiginosi e assoluti da riuscire a dar vita a nuove parole, a nuovi concetti, a intere grammatiche avviluppate come viti intorno al tralcio di un’onomatopea, dell’intensità di un colore, della fuggevole anarchia di un pensiero – l’eco patetica e commossa di una relazione mancata. La famiglia cui Ulisse cerca con tutte le sue forze di tornare si riflette distorta e spezzata nell’odissea di Leopold Bloom, nel medesimo tempo comica e amara; nel ricordo pungente dell’amore ormai finito per la moglie Molly (Penelope), che proprio nel corso di questo giorno lo tradirà, nel dolore accecante per il proprio piccolo, perso anni addietro dopo solo undici giorni di vita, nel suo bisogno, nella sua sete d’essere padre, che lo porta ad avvicinarsi all’altro protagonista del romanzo, Stephen Dedalus (Telemaco), giovane intellettuale che l’autore presenta come fosse un orfano (con la madre “bestialmente morta” e un padre vivo e vegeto ma profondamente detestato) e che la sollecitudine di Bloom accarezza solamente prima che quel ragazzo, così diverso da lui, così lontano e inafferrabile, fugga lontano, nello sterile corto circuito della sua mente, nel suo sguardo silenzioso e impotente sul mondo.

L’indistinto brulicare di vita di Dublino, il suo inintelligibile sovrapporsi di voci, sono il contraltare della muta sconfitta di Leopold Bloom nello stesso modo in cui l’architettura volutamente elementare (intendendo con questo termine ciò che viene ridotto all’essenziale, una sorta dunque di rasoio di Occam della materia del racconto) della storia contenuta in Ulisse lo è dello splendido e complesso mosaico della sua articolazione. L’una cosa è l’opposto dell’altra e insieme la sua spiegazione, la sua conclusione, il suo aristotelico passaggio dalla potenza all’atto; il naufragio di un giorno è la compiuta manifestazione della desolazione di una vita intera, una vita che ha in sé, come la giornata che la simboleggia, amore e morte, speranza e delusione, generosità e grettezza, rabbia e perdono, Dio e demonio. In un’ubriacante (ed estenuante, e anche per questa ragione inebriante) fluidità di linguaggio che è forse l’unica possibile traduzione della sostanziale ingovernabilità dell’essere e della vita, Joyce ci consegna un mondo intero, studiato in lunghi periodi di veglia e contemplato nella sfrenata libertà del sogno.

Prima di salutarvi, lasciandovi come sempre all’incipit del romanzo (traduzione, per Mondadori, di Giulio De Angelis), mi permetto di consigliarvi anche la lettura di James Joyce di Stefano Manferlotti (edizioni Rubbettino) agile ed esaustiva introduzione al grande scrittore irlandese, alla sua epoca e ai suoi lavori. Buona lettura.

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli era sorretta delicatamente sul dietro dalla mite aria mattutina.

Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

Wilde, poeta della vita, esteta del dolore

 

Oscar Wilde, Il delitto di Lord Arthur Savile e altri racconti, BUR
Oscar Wilde, Il delitto di Lord Arthur Savile e altri racconti, BUR

L’eleganza perfetta della prosa, il motteggio squisito, il gusto vivo per il paradosso, l’intelligenza acutissima, il sarcasmo acuminato e crudele offerto con inimitabile grazia come un dono e ingentilito da un’arguzia talmente sottile da divenir genio, il linguaggio naturalmente ricco, incantevole, il raffinato, sicuro danzare lungo il crinale (invisibile ai più) di ogni possibile sfumatura di significato, la dedizione assoluta all’arte pura, alla disincarnata essenzialità dell’esperienza estetica. Quel che rende inimitabile e splendido lo stile di Oscar Wilde è universalmente noto, né sorprende, o entusiasma, il fatto che le sue opere, divenute classici fin dal loro primo apparire, riescano a vivere incorrotte al di fuori del tempo continuando ad affascinare milioni di lettori e a essere oggetto di approfonditi studi. In una parola, Wilde, per tutti o quasi, è la letteratura, per questo su di lui è stata detta e scritta qualunque cosa, e con così tanta generosità da far persino dubitare ci sia così tanto da elucubrare e interrogarsi su un autore che, per sua stessa ammissione, si è limitato a mettere “il talento nell’arte, riservando il genio alla vita vissuta”. Non v’è dubbio, sia chiaro, che il grande maestro irlandese meriti per intero l’attenzione di cui ha goduto fino a oggi (e che, si può esser certi, continuerà ad avere in futuro), né che la sua scrittura sia inesauribile quanto a bellezza, capacità di suggestionare, divertire, commuovere, provocare, ferire; tuttavia, per una sorta di “logica dell’assurdo” che non sarebbe dispiaciuta allo scrittore, questa partecipata attenzione, che mette in primo piano, esaltandole, le caratteristiche distintive della produzione letteraria di Wilde, rischia di lasciarne in ombra un aspetto fondamentale: la profonda, dolente sincerità e la tormentata umanità che stillano da ogni sua pagina.

Al di là dei raffinati arabeschi sintattici, delle sontuose descrizioni d’ambiente, dei dialoghi pungenti, irriverenti, spiazzanti, degli intrecci nitidi, della superba costruzione dei caratteri, c’è un filo rosso che lega tra loro le opere di Oscar Wilde, quelle che nascono dalle reali sofferenze e dalle umiliazioni patite dall’uomo, esteta e amante talmente appassionato da non poter essere compreso (e dunque accettato) dal proprio tempo – la lacerante lettera-sfogo indirizzata dal carcere di Reading al giovane Alfred Douglas, causa prima delle sue disgrazie, e pubblicata grazie agli sforzi del leale amico Robert Ross con il titolo di De Profundis; La ballata del carcere di Reading, data alle stampe nel 1898, a soli due anni dalla morte, che nella controllata cadenza del componimento poetico esplora gli abissi nei quali sprofondano coscienza di sé e dignità dell’uomo costretto in regime di detenzione – e quelle nate esclusivamente dalla feconda libertà del suo genio creativo – le impietose commedie di costume (Il ventaglio di lady Windermere, L’importanza di chiamarsi Ernesto), il cui magistrale meccanismo comico mette a nudo volgarità, debolezze e ipocrisia della sclerotizzata morale vittoriana lasciandola esposta, nuda, all’insostenibile imbarazzo della propria condizione, il capolavoro riconosciuto, Il ritratto di Dorian Gray, rivendicazione orgogliosa dell’autonomia assoluta dell’arte, della sua intangibilità etica, della sua primogenitura perfino rispetto alla vita, e infine le fiabe e i racconti intessuti di malinconiche metafore e struggenti allegorie, che l’autore definiva “studi in prosa volti in forma fantastica e intesi in parte per i bambini e in parte per coloro che hanno mantenuto la capacità di gioire e di stupirsi”.
Proprio le fiabe e i racconti, veri e propri capolavori calati in una sognante, agrodolce atmosfera che della realtà non riporta che flebili eco, e che a un primo sguardo sembrano segnare una sorta di frattura con il resto degli scritti di Wilde, ne rappresentano invece la piena continuità. Le storie contenute nella raccolta intitolata Il delitto di Lord Arthur Savile, per esempio, nelle quali lo splendore formale dell’arte di narrare di Wilde sembra bastare a se stesso e rendere quasi superfluo il contenuto, non sono meri esercizi di stile (gradevolissimi ma nella sostanza sterili); in essi, proprio come nel De profundis, anche se naturalmente con ben diverso accento e urgenza, lo scrittore guarda all’uomo, lo cerca come un nuovo Diogene, soffermandosi con sguardo divertito sulle sue debolezze senza tuttavia dimenticare di registrare con ironico compiacimento le eccezioni positive (come nel delizioso Il modellomilionario). E ancor più vicini ai “fatti della vita” e a coloro che li compiono sono altre raccolte, come Il principe felice, ricco di apologhi sulla stupidità umana, sull’ambizione, sui sentimenti traditi (L’amico devoto), e La casa dei melograni, le cui pagine cariche di pessimismo (Il figlio delle stelle) non offrono nessun facile conforto pur non chiudendo del tutto le porte alla possibilità della redenzione.
Nel dispensare gioia e stupore a tutti coloro che ancora hanno voglia e capacità di provare questi sentimenti, Wilde non smette neppure per un momento di parlare della vita, della sua come della nostra. Lo fa raccontando meravigliosamente, accendendo la fantasia, accompagnandoci, con l’amore di un padre, fin nel liquido orizzonte del sogno, e poi, delicatamente, sussurrandoci all’orecchio che è tempo di riaprire gli occhi al mondo. Quello stesso mondo che l’ha esaltato, condannato al carcere e infine a morte.
Eccovi l’incipit del racconto Il delitto di Lord Arthur Savile. Buona lettura.
Era l’ultimo ricevimento di lady Windermere prima di Pasqua, e casa Bentinck era perfino più affollata del solito. Vi erano intervenuti sei ministri di gabinetto appena reduci da una seduta, con tutte le loro decorazioni e i nastri di riconoscimento; le donne più belle indossavano i loro abiti eleganti, e all’estremità della galleria di quadri se ne stava impettita la principessa Sophia di Karlsrühe, una massiccia signora dall’aspetto tartaro, con degli occhietti neri, e magnifici smeraldi, la quale parlava un pessimo francese a voce altissima e rideva sboccatamente a ogni frase che le veniva rivolta. C’era davvero un incredibile miscuglio di persone. Splendide duchesse si intrattenevano affabilmente con i radicali più estremisti, predicatori famosi strusciavano le loro marsine a coda contro quelle di eminenti scettici pensatori. Un’intera corte di vescovi inseguiva di sala in sala un’avvenente primadonna; sullo scalone si evidenziava un gruppo di accademici reali, travestiti da artisti, e si diceva che una volta la sala da pranzo fosse stata zeppa di luminari intellettuali. Effettivamente quella fu una delle serate meglio riuscite di lady Windermere, tanto che la principessa rimase lì fino alle undici e mezzo passate.