Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

Vernichtungslager

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

L’erudito e lo stolto

Recensione di “Yoshe Kalb” di Israel J. Singer

Israel J. Singer, Yoshe Kalb, Adelphi
Israel J. Singer, Yoshe Kalb, Adelphi

Galizia, a cavallo tra XIX e XX secolo. Qui, in una terra che per i gentili è soltanto la provincia più settentrionale dell’Impero Austro Ungarico, un’area povera e contadina situata tra Polonia e Ucraina, e che il colorato, chiassoso, imperfetto, palpitante mondo dell’ebraismo chassidico popola di vita, tradizioni, magia ed esoterismo, carica di simbologia e misticismo, benedice e maledice nel nome di Dio e dei più santi tra i santi e benevolmente lascia prosperare all’ombra degli affari (leciti e illeciti) dei rabbini e delle comunità da loro guidate, i destini di un popolo vengono forgiati, e il suo futuro scritto. Qui, dove ogni cosa che abbia valore è oggetto di studi interminabili, di preghiere e invocazioni ripetute fino allo sfinimento e di furibonde controversie dottrinali, gli appetiti terreni e la brama d’assoluto, come sposi riuniti sotto il baldacchino nuziale, annullano le rispettive differenze in una superiore unità, cancellano le contraddizioni nella comune aspirazione alla felicità e all’abbondanza.

Qui, nel microcosmo di un villaggio e di una corte (specchio fedele di una realtà più ampia e complessa ma nella sostanza sempre identica a se stessa), Israel J. Singer, con ogni probabilità la voce più limpida, sincera e ricca di quella brulicante realtà sociale, politica ed economica che la ferocia nazista cancellerà quasi del tutto, ambienta uno dei suoi romanzi più riusciti e ambiziosi, Yoshe Kalb, travolgente, beffarda e lucidamente tragica riflessione sulla perdita d’identità che è definitiva, irrimediabile rinuncia a sé di un singolo come di una moltitudine.

L’ebreo Singer rivendica con orgoglio la propria appartenenza a ciò che descrive, e in forza di questa comunione (dello spirito come della carne) egli racconta con una sorta di gioiosa sfrenatezza; i suoi personaggi, ritratti con affetto ma senza alcuna gratuita partigianeria, abbondano nella generosità e nei vizi, tracimano nei sentimenti nello stesso, scomposto modo in cui si abbandonano alle suppliche. Febbrile come l’ambiente che descrive, la prosa di Israel J. Singer lascia senza fiato; sfiora rispettosa il composto mormorio delle voci salmodianti di una sinagoga per poi esplodere nella grottesca confusione di un litigio tra mendicanti; riecheggia disordinata e volgare nelle contrattazioni di mercanti e uomini d’affari a una fiera e subito dopo si chiude nel silenzioso dolore di una moglie trascurata dal consorte o negli spasmi della volontà di un mistico, di continuo messa alla prova dalle tentazioni del mondo.

E in questa polifonia di voci, nella quale miracolosamente nulla stona, ma dove anzi l’ordine altro non è che coincidenza d’opposti – mirabili, in questo senso, le pagine che aprono il romanzo, dedicate alla presentazione dei rabbini di Nyesheve e Rackmanivke, radicalmente diversi l’uno all’altro in tutto, “grossolano, irsuto, massiccio” il primo, “magro come un giunco, la barba rada, nerissima, striata di grigio […] talmente lindo da essere quasi lustro” il secondo, i cui figli, poco più che ragazzi, stanno per sposarsi – l’autore fa emergere il protagonista del suo lavoro, l’enigmatico, umbratile, inafferabile Nahum, nel medesimo tempo essenza dellortodossia ebraica e sua malattia mortale. Rampollo del rabbino di Rachmanivke, “fragile e slanciato come il padre, o meglio, come una fanciulla; nervoso e sensibile come la madre, da cui aveva ereditato la debole costituzione aristocratica […] sempre immerso nelle speculazioni mistiche, nei sogni della Qabbalah”, Nahum sposa senza amore Serele, la figlia ignorante e grossolana del rabbino di Nyesheve, ma si accende di passione (che inutilmente cerca di controllare) per la quarta moglie di quest’ultimo, la ribelle Malka, che per lui concepisce un’identica ossessione.

Il loro rapporto proibito, che si consuma nell’immediatezza di rochi sussurri e fugaci sguardi fino al momento in cui, in una notte di delirio collettivo, le fantasie e i desideri troppo a lungo combattuti trovano l’agognata soddisfazione, sconvolge a tal punto Nahum da costringerlo a lasciare la sua casa e, dimentico di se stesso, a vagare per il mondo come penitente. Giunto a Bialogura fasciato da vesti lacere, a tenergli compagnia solo il Libro dei Salmi, che le sue labbra recitano senza sosta, Nahum diventa, senza quasi rendersene conto, Yoshe Kalb, Yoshe “il tonto”, un buono a nulla allontanato anche dai più poveri e derelitti, e finisce per lavorare alle dipendenze dello scaccino della sinagoga del villaggio.

Ma qui un’altra disavventura lo attende; Zivyah, la figlia ritardata dello scaccino, si invaghisce di lui e, respinta, si consola con altri, rimanendo incinta. Yoshe, accusato di esserne il seduttore, rinuncia a difendersi e viene unito in matrimonio alla ragazza. Fuggito (la prima notte di nozze) ancora una volta, decide di far ritorno a Nyesheve e di rivendicare il suo nome e la sposa abbandonata, ma non appena viene riabbracciato dalla comunità, ecco che un altro rabbino, proveniente proprio da Bialogura, lo accusa di essere Yoshe, consorte di Zivyah. Chi è dunque davvero l’uomo ricomparso a Nyesheve a turbare un’intera corte e il suo rabbino ormai ultrasettantenne? Il giovane timido e ritroso misteriosamente scomparso quindici anni prima, oppure un impostore che ha bestemmiato Dio nel modo più sconcio, tradito i suoi comandamenti e contaminato i suoi fratelli?

Per stabilirlo si riunisce un consesso di settanta rabbini e si dà inizio a un processo, ma non sarà la luce della verità a premiare gli sforzi di quella dotta e pia assemblea. Perché a confrontarsi, nel dibattito, non sono una menzogna e il suo opposto, bensì due incontestabili realtà, che tuttavia non possono coesistere: Yoshe Kalb, infatti, è Nahum e non lo è; il suo peccato, la sua maledizione, ciò che lo ha condotto a spogliarsi della sua identità, a rinnegarla, è ciò che lo ha tramutato in Yoshe, ma una volta indossati questi panni, la paura di non riuscire a dominare i suoi istinti, in qualche modo risvegliati da Zivyah, la stessa che lo aveva tormentato a Nyesheve, lo induce a tornare Nahum. Orgoglio e scandalo della sua gente, Nahum/Yoshe, che a tutte le domande dirette risponde “Non lo so”, è, nelle parole di uno dei suoi giudici, il Santo di Lizhane, “un morto errante nel caos del mondo”, spettro e simbolo di una fede e di un popolo giunti sull’orlo dell’abisso, serrati nel disumano abbraccio della modernità arrembante, morsi dallinnominabile abominio della secolarizzazione, braccati da un odio secolare che di lì a poco divamperà in una perfetta logica di sterminio.

Eccovi l’incipit del romanzo, preceduto da una bella introduzione del fratello minore di Israel, Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978. La traduzione, per Adelphi, è di Bruno Fonzi. Buona lettura.

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi. Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità, aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

Non c’è paese, per chi è vecchio

Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza
Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza

Per Sheldon Horowitz, ex marine ottantaduenne, eroe di guerra in Corea, vedovo e padre di un ragazzo morto durante il tragico conflitto in Vietnam, il presente non è che un continuo rimpianto del tempo trascorso. Per il soldato Sheldon Horowitz, per il patriota ebreo americano Sheldon Horowitz, a tal punto fedele alla propria nazione da sacrificare, per essa, il suo unico figlio, l’alba di ogni nuovo giorno non è che il rinnovarsi di un inestinguibile senso di colpa e insieme il ripetersi martellante, ossessivo, di domande destinate a rimanere senza risposta: “Perché io? Perché è toccato a me sopravvivere? Perché ho finito per perdere proprio le persone che ho amato di più? Perché, invece di proteggerle, le ho uccise? Perché, cieco e sordo all’amore e armato soltanto di una retorica ampollosa e inutile, ho assassinato mio figlio? E perché ho continuato a uccidere, rovesciando tutto il dolore per la sua perdita su mia moglie? Perché ho fatto questo?”. Protagonista del thriller Uno strano luogo per morire, applaudita opera prima di Derek B. Miller, Sheldon Horowitz è allo stesso tempo un personaggio e un modello, una sorta di confuso archetipo di un’indecifrabile modernità. La misura e il senso della sua vita riposano nei ricordi che custodisce, nella sala degli orrori della sua lucidissima memoria ferita, che senza sosta lo riporta ai momenti drammatici, terribili, immodificabili nei quali è stato costretto a prendere una decisione, a scegliere, e scegliendo ha plasmato non solo la sua esistenza, ma anche quella del figlio e della moglie. La seconda guerra mondiale, segnata da Hitler e dalla sua folle apocalisse antisemita, consumata nella silente connivenza di una buona fetta di mondo, orrori che Sheldon, all’epoca troppo giovane per imbracciare armi, non ha potuto combattere; poi la Corea, e la minaccia comunista a un ordine mondiale appena riconquistato, affrontata da cecchino, da eroe, e nonostante ciò così insopportabilmente carica d’atrocità da non meritare giustificazione, con la morte, spettro innominabile, a danzare beffarda tra la sabbia e il mare, a razziare anime, abbandonando al pianto dei commilitoni e alla disperazione dei parenti, corpi crivellati, membra mutilate, volti ridotti a maschere irriconoscibili. E ancora un nuovo incubo, il Vietnam, con Sheldon un’altra volta fuori gioco, questa volta perché gli anni che si porta appresso sono troppi, e il figlio Saul, prossimo a diventare a sua volta genitore, che parte per il fronte, nella borsa il corredo militare e il vuoto argomentare paterno che monotono batte sempre sugli stessi tasti: cosa significhi davvero essere uomo e cosa comporti compiere il proprio dovere, fare ciò che va fatto quando è necessario, quando la patria chiama. Saul che parte per non tornare più. Scorre il Novecento, secolo breve e terribile, nella coscienza afflitta, impotente e tormentata di Sheldon Horowitz, mentre ogni istante si incenerisce nell’attesa crudele di un’occasione di riscatto e svanisce impalpabile, volutamente inafferrabile, vanamente inseguito dall’amore della nipote Rhea, la figlia di Saul, che pur di trascorrere accanto all’uomo che l’ha cresciuta dopo la morte del papà il poco tempo che ancora rimane a Sheldon, intende convincerlo a lasciare New York e a trasferirsi a Oslo, dove lei vive assieme al marito.

È da qui, dall’arrivo del nonno di Rhea in Norvegia, che il romanzo prende le mosse. L’autore lascia che a descrivere il suo tempo, l’attualità, sia il sarcasmo brutale di Sheldon; che a riflettere l’impossibilità di comprendere (e forse anche di accettare) un mondo che ha smarrito se stesso pensino il sentenziare velenoso e arguto del vecchio, poi ecco che l’azione prende il sopravvento. In un giorno all’apparenza uguale a tanti altri, Sheldon, comodamente sistemato sul divano a leggere, sente rumori di lotta provenire dall’appartamento al piano di sopra; questione di qualche attimo ed ecco comparire, davanti alla porta d’ingresso di casa sua, una donna e suo figlio piccolo. È il momento che Horowitz attende da sempre, l’atto misericordioso di Dio (o della vita) che gli concede la possibilità di fare la cosa giusta, di emendarsi, almeno fino a un certo punto, per l’imperdonabile errore commesso con suo figlio. Così apre la porta (un semplice gesto, eppure gravido di conseguenze, proprio come gravidi di conseguenze sono stati i gesti non compiuti da tante, troppe persone durante l’olocausto nazista, quando decine, centinaia, migliaia di porte rimasero chiuse di fronte agli ebrei perseguitati, ai bambini piangenti, alle donne disperate, ai vecchi annichiliti ma con ancora scintille di vita a brillargli nelle pupille dilatate dalla paura) e fa entrare la donna e suo figlio. Un attimo di tregua, prima che ogni cosa acceleri di nuovo: la porta di casa sfondata da un uomo che con ogni probabilità è il compagno della donna e il padre del bambino, la mamma che gli si para davanti nel tentativo di fermarlo e viene uccisa a sangue freddo e Sheldon che prima si nasconde dentro un armadio con il piccolo e poi scappa assieme a lui in cerca di salvezza. Cuore della vicenda, naturalmente, è la narrazione della fuga del vecchio e del bambino, a più riprese intervallata dai ricordi di Sheldon, che nel ripercorrere l’intera sua vita, e gli sbagli compiuti, vede in quella giovanissima vita da salvare il mondo così come dovrebbe essere, un mondo capace di comprendere la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, e di schierarsi, come fece Onan, la cui parabola Sheldon racconta al piccolo, indifferente al fatto che i due parlino lingue diverse e dunque non si capiscano. “Viene ricordato come colui che sprecò il proprio seme […]. Ma come sono andate davvero le cose? Onan aveva un fratello, e suo fratello e sua moglie non riuscivano ad avere figli. Vai a sapere perché, Dio decide che quella famiglia ha bisogno di un bambino, così, come si usava a quei tempi, quando gli uomini sembravano tutti intercambiabili, Dio dice a Onan di recarsi nella tenda di suo fratello e fare shtup con la cognata. Ma per Onan è sbagliato. Entra nella tenda, convinto che Dio non possa vedere […] e inizia a masturbarsi. Esce dalla tenda, racconta a Dio di avere eseguito l’incarico e se ne va. Dio, visto che è Dio, si infuria con Onan […]. Ma io mi domando: perché Onan ha pensato che un ordine ricevuto da Dio potesse essere immorale? Che esistesse una moralità, un codice che risiedeva nelle parti più profonde dell’anima umana […] già in grado di separare cos’era giusto e cos’era sbagliato con una limpidezza capace di negare l’autorità più potente e navigare secondo la propria rotta? Quindi la vera domanda diventa: perché non ho potuto infondere un po’ di quella caratteristica in mio figlio, per munirlo del coraggio di mettermi in discussione, negare i miei stessi sentimenti, e rifiutare di partire per una guerra futile dove è stato ucciso? Per vivere più a lungo di me. Perché non ho potuto donare più di quella… qualsiasi cosa sia… a mio figlio?” .

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza Editore, è di Massimo Gardella. Buona lettura.

È una luminosa giornata estiva. Sheldon Horowitz è seduto all’ombra in un angolo tranquillo del Frgnerparken, a Oslo; la sedia pieghevole torreggia sulla tovaglia da picnic, per cui il cibo è fuori dalla sua portata. Sul piatto di carta in grembo è rimasto mezzo panino con karbonade che non gli piace. Giocherella con un dito sulla condensa della bottiglia di birra aperta poco prima, e per la quale ha ormai perso interesse.

La Terra delle Promesse

Michael Chabon, Il sinsacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli
Michael Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli

Da una parte la storia, i fatti così come si sono svolti, dall’altra l’invenzione, lo scarto brusco dell’immaginazione; e l’intrecciarsi di ciò che è stato e di quello che sarebbe potuto accadere che dà vita a un presente “senza tempo”, espressione di uno stato di cose nel quale realtà e possibilità coesistono senza contraddizione apparente e dove ogni accadimento, dal più banale al più straordinario, profuma d’incredulità, suggestiona come una specie di miracolo, stupisce, o meglio stordisce, come il tragicomico destino di un singolo, di un popolo, di una nazione, dell’intero mondo. Da una parte, dunque, il passato: l’orrore incancellabile dell’olocausto nazista e la battaglia per la vita, per il diritto alla vita, dei sopravvissuti allo sterminio, e dall’altra uno scenario spalancato su un’alternativa, rappresentata dalla distruzione del neonato stato di Israele, annientato nel 1948 dal feroce attacco sferrato da una coalizione di Paesi arabi. Cosa sarebbe successo se, al termine del secondo conflitto mondiale, lo stato di Israele non fosse nato? Che ne sarebbe stato degli ebrei? Dove avrebbero potuto trovare rifugio? Dove li avrebbe condotti la loro diaspora millenaria? Domande cui offre una risposta, puntuta e perfidamente ironica com’è nel suo stile, lo scrittore americano (di famiglia ebraica) Michael Chabon nel romanzo Il sindacato dei poliziotti yiddish, riflessione spassosa e grottesca (ma non priva di risvolti inquietanti) sul significato dell’ebraismo inteso tanto come fede religiosa quanto come appartenenza al sangue e alla terra, e dunque considerato sia da una prospettiva escatologica sia da un punto di vista politico-sociale. Chabon scommette sulla fantasia, sull’improbabilità, sull’assurdità del suo impianto narrativo – magistralmente sottolineato da una prosa vivacissima, ricca di metafore e giochi di parole, ridondante d’aggettivi e d’irresistibile ilarità nei dialoghi, spesso ridotti a un virtuoso scambio di arguti motteggi – e trasporta la terra promessa (o meglio, la terra concessa in sostituzione di una promessa mancata, oppure, per chi ancora ci crede, non ancora mantenuta) nel più sperduto angolo del pianeta: il distretto di Sitka, in Alaska. “Che genere di posto è il distretto di Sitka? […]. La dimora di cinque milioni di persone che lavorano sodo […]. Il frutto dell’ingegno di Harold Ickes, ministro dell’interno del presidente Franklin D. Roosevelt […]. Uno dei due soli distretti federali mai creati dal Congresso, lungo 240 chilometri e largo 40 nel punto più ampio […]. Un luogo di fede e di dubbio, di tecnologia innovativa e antichi rituali, di alci e matzot, di yiddish e inglese (ma anche di tedesco, ungherese, polacco russo) […]. Forse non sarà la Terra Promessa, ma di certo è la Terra delle Promesse. Ma quando, vi chiederete, verranno mantenute quelle promesse? Buffa come domanda…”.

Nell’infernale, febbrile luna park di Sitka, in un luogo che è simbolo d’abbandono e di sconfitta ma che, nonostante ciò, gli ebrei si sforzano ogni giorno di chiamare casa, nella desolazione di una geografia politica speculare all’inospitale indifferenza di quello spazio ghiacciato e buio dove la notte è “fatta di nebbia e della luce dei lampioni a vapori di sodio” e “ha la trasparenza offuscata delle cipolle cotte nel grasso di pollo”, il protagonista del romanzo – anarchico, travolgente divertissement letterario che mescola noir e spy story, esplora, oscillando tra scetticismo e astuto ammiccamento il più che complesso universo dell’ortodossia, elegge il gioco degli scacchi (e la sua storia) a trasparente allegoria della vita e naturalmente non dimentica di riflettere sull’amore – il detective della squadra omicidi Meyer Landsman, divorziato da poco ed eccessivamente dipendente dalla bottiglia (“Secondo i medici, gli psicologi e la sua ex moglie, Landsman beve per curarsi, per sintonizzare le valvole e i quarzi dei suoi stati d’animo con un rozzo martello fatto di slilovitz […]. Quando c’è da combattere il crimine, Landsman sfreccia per Sitka come se avesse un razzo impigliato nei pantaloni. È come se alle sue spalle suonasse una colonna sonora, con parecchie nacchere. Il problema sono le ore in cui non lavora, quando i pensieri volano fuori dalla finestra spalancata del suo cervello come pagine di verbale. A volte, per tenerle ferme, ci vuole un fermacarte bello pesante”), si ritrova a investigare sull’omicidio di un uomo, un certo Emanuel Lasker (scacchista e matematico tedesco che fu campione del mondo dal 1894 al 1921, quando fu sconfitto dal cubano José Raul Capablanca). Chi si cela davvero dietro la falsa identità di Emanuel Lasker? E perché è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca? E perché accanto a lui c’è una scacchiera con i pezzi abbandonati nel bel mezzo di una partita, anzi nel momento di un “finale ingarbugliato, con il re nero sotto scacco al centro e i bianchi in vantaggio di un paio di pezzi”? Per rispondere a queste domande (che non sono poi così diverse da quelle, già viste, su Sitka e sul perché gli ebrei sono finiti a vivere proprio qui) Landsman, assieme al compagno Berko e alla ex moglie Bina, che di colpo il detective si ritrova come capo (con le conseguenze che si possono immaginare per il suo equilibrio e la sua autostima), sarà costretto a mettere in gioco tutto se stesso, a ripensare non solo il suo essere ebreo, ma il suo essere ebreo tra ebrei, il suo essere laico e disilluso tra fedeli ultraortodossi e sbirro tenace e implacabile tra criminali incalliti. Perché “sono tempi strani per esser un ebreo”, tempi gravidi di sogni ma popolati d’incubi.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Matteo Colombo. Buona lettura.

Da nove mesi Landsman dorme all’Hotel Zamenhof e fino a ieri nessuno degli altri clienti era ancora riuscito a farsi ammazzare. Ora qualcuno ha piantato una pallottola in testa all’occupante della 208, un ebreo di nome Emanuel Lasker. «Al telefono non rispondeva, non apriva la porta» dice Tenenboym, il, portiere di notte dell’albergo, mentre tira giù dal letto Landsman. Landsman abita nella 505, con vista sull’insegna al neon dell’albergo sull’altro lato di Max Nordau Street. Si chiama Blackpool, la pozza nera, una parola che compare negli incubi di Landsman. «Ho dovuto forzare la porta». Il guardiano notturno è un ex marine che con la sua dipendenza da eroina ha chiuso negli anni Sessanta, tornato a casa dal macello della guerra di Cuba. Per la popolazione di tossici dello Zamenhof nutre un interesse materno.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.

Con gli occhi di una donna. E il cuore di una madre

Recensione di “A un cerbiatto somiglia il mio amore” di David Grossman

David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori
David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori

Si riflettono nelle ansie di una madre i travagli di un popolo, i traumi di una nazione, le ferite aperte di una comunità attraversata da guerre continue, conflitti feroci, isolati e disperati gesti di vendetta. Riverberano nell’anima fertile di una donna, nella sua ostinata volontà di vita, il fragore delle esplosioni, il rantolo dei moribondi, le urla agghiaccianti dei torturati e l’inumana determinazione degli aguzzini. Ed è attraverso gli occhi di una donna (e il cuore di una madre) che David Grossman, nel suo intensissimo romanzo intitolato A un cerbiatto somiglia il mio amore racconta la storia di dolore, persecuzione e colpa della sua terra, Israele. Una storia che prende avvio con la Guerra dei Sei Giorni, e con tre ragazzi di sedici anni, Avram, Orah e Ilan, ricoverati in un piccolo ospedale di Gerusalemme.

Grossman narra quasi con fatica, la sua prosa è nervosa, mutilata nelle frasi, confusa, stupefatta, lontana da quel che accade, incapace di decifrare la realtà, ma questa ardita (e assai felice) scelta stilistica altro non è che una limpida dichiarazione d’intenti: l’autore, da sempre impegnato a favore di una soluzione pacifica della questione arabo-israeliana, non si rifugia in una sterile neutralità letteraria e dà al romanzo un preciso indirizzo etico-politico. Così, l’insopprimibile presenza della guerra e la sua tragica centralità vengono relegate a rumore di fondo, ridotte a scampoli di coscienza sospesi tra sonno e veglia, ad attimi di lucidità nel sopore liquido della malattia; e mentre le armi crepitano, e a ogni colpo di cannone, a ogni esplosione, i muri dell’ospedale tremano, i tre ragazzi imparano a conoscersi, diventano amici, si legano così strettamente tra loro da diventare indispensabili gli uni agli altri; in una parola, vivono, proprio quando tutto intorno a loro muore.

Sopravvissuti al conflitto, salvati dall’amore reciproco e nello stesso tempo lacerati dall’intensità di quel sentimento, a distanza di anni da quell’esperienza Orah, Avram e Ilan sembrano possedere soltanto il ricordo di ciò che è stato; Orah ha sposato Ilan, ha avuto due figli e ha divorziato, Avram ha conosciuto le atrocità della prigionia e porta chiusa in sé una sofferenza impossibile da esprimere a parole, un patimento che nessun essere umano dovrebbe mai sperimentare. Orah ha organizzato un viaggio, intende partire con uno dei suoi figli, Ofer, che sta svolgendo il servizio militare ma è ormai prossimo al congedo. Orah attende che Ofer torni a casa sano e salvo, che si consumi, finalmente, il tempo sospeso dell’attesa, un gelido nodo scorsoio fatto di giorni e settimane e mesi trascorsi ad aspettare e scongiurare l’arrivo della peggiore delle notizie, quella della morte del proprio figlio, “ucciso dal nemico”. Ma il travaglio di Orah è destinato a non avere fine perché Ofer decide di prendere parte a un’incursione in Cisgiordania, una missione dalla quale potrebbe non tornare.
La consapevolezza di non poter resistere oltre in quella situazione spinge Orah a partire ugualmente, a sottrarsi, con gli unici mezzi che a disposizione (la speranza, l’allontanamento fisico da casa, dove i militari incaricati di informarla della morte di Ofer sarebbero andati a cercarla, svegliandola in piena notte, come prescrive il protocollo dell’esercito israeliano), a un destino che sente incombere come una maledizione; assieme a lei, in un viaggio che segnerà un possibile nuovo inizio, l’amico di vecchia data Avram, il giovane conosciuto e amato. Forse troppo, forse non abbastanza. Avram che dalla guerra era rimasto orribilmente sfregiato, che aveva sopportato così tanto e così a lungo da costringersi a dimenticare, a cancellare tutto per non morire, e che una volta libero, in ospedale, con intorno medici e infermieri impegnati a curare quel che restava del suo corpo aveva chiesto con un filo di voce: “Israele… esiste?”. Avram, che fin dal primo momento aveva amato Orah più di quanto lei avesse mai amato lui e Ilan, e che a Orah aveva donato tutto se stesso, aveva donato Ofer.
A un cerbiatto somiglia il mio amore è un romanzo fragile e potente, è una riflessione coraggiosa sull’uomo, sulla nobiltà dei suoi sentimenti e sulle tenebre che abita, è la testarda ricerca di un significato, di un perché, di una ragione che sia argine al caos del mondo, alla crudele insensatezza delle cose. La scrittura di Grossman (ottima la traduzione di Alessandra Shomroni) è ricca, bellissima, viva e colma di speranza come gli scenari naturali che descrive, ed è cupa e priva di luce come un’anima amputata. È giorno e notte.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
 
Ehi, tu, sta’ zitta!
Chi è?
Sta’ zitta! Hai svegliato tutti!
Ma io la tenevo per mano.
Che cosa?
Sul masso, eravamo sedute e…
Ma di che masso parli? Lasciami dormire.
A un tratto è caduta.
Stavi cantando nel sonno, ti rendi conto?
Ma se dormivo.
E urlavi!
Mi ha lasciato la mano, è caduta.
Basta, dormi.
Accendi la luce.
Sei impazzita?
Ho dimenticato…
Ci uccideranno se accendiamo la luce.
Aspetta…
Che c’è?
Cantavo?
Cantavi, urlavi, tutto insieme. Adesso sta’ zitta.
Cosa cantavo?
Cosa cantavi!?
Mentre dormivo, cosa cantavo?
E che ne so io? Urlavi. Ecco cosa cantavi. Cosa cantavo, cosa cantavo…
Ma tu hai detto che cantavo.
Era una canzone senza… non lo so. Basta, io…
Non te la ricordi?
Ma se sono più morto che vivo…
Ma chi sei?
Stanza numero tre.
Anche tu in quarantena?
Devo tornare in camera.

Non andare… Te ne sei andato? Ehi, aspetta… Se n’è andato… Ma cosa cantavo?