Un’angoscia reale

Recensione di “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna, La regola dei pesci, Einaudi

Non un giallo e neppure un mystery. Un romanzo d’avventura, forse, e di formazione, ma non soltanto questo. Qualcosa che può apparire come una sorta di confessione ma che in realtà non è che un urlo lanciato verso il nulla, una resa, un abbandono, la consapevolezza di una frattura non colmabile, di una distanza che niente può più ridurre. Nulla, neppure l’amore. La scomparsa di quattro ragazzi, quattro studenti liceali appena diventati maggiorenni, con la quale si apre l’intenso romanzo di Giorgio Scianna, La regola dei pesci, è un tuffo vertiginoso in un mondo che, pur essendo in qualche misura anche il nostro mondo, ci è quasi completamente sconosciuto. La scrittura semplice e diretta dell’autore, che immediatamente conduce la narrazione in medias res, con la sparizione che è un dato di fatto acquisito e la voce narrante (quella di uno dei ragazzi scomparsi, che un giorno, per ragioni che verranno svelate nel corso della storia, fa ritorno a casa) che ne racconta la genesi, l’antefatto e infine la messa in opera, la sua realizzazione concreta, ha la virtù rara della sincerità e, quel che più conta, una preziosissima nobiltà. Scianna, infatti, non narra per giudicare e neppure per denunciare o per lanciare grida d’allarme – il suo piuttosto, come ben spiega nella nota posta a conclusione del romanzo, è un sussurro d’angoscia, ma ancora una volta ciò che illumina questo sussurro, quel che gli dà la forza di essere voce, è la capacità dell’autore di tramutare il suo bisogno, la sua urgenza, finanche la sua paura in uno stimolo alla ricerca di un perché, di una ragione – ma per tentare di comprendere. Continua a leggere Un’angoscia reale

La terra, il mare, il ricordo

Recensione di “Era estate a quel tempo” di Nicoletta Verzicco

Nicoletta Verzicco, Era estate a quel tempo, Besa Editore

Il canto di sirena della terra e del mare, il richiamo irresistibile della bellezza, l’abbacinante splendore di luoghi che sono insieme tempo e spazio, perché è attraverso loro che spazio e tempo respirano, accogliendo nel loro grembo il disordinato procedere dell’uomo. La perfezione, impossibile da comprendere, di una natura accondiscendente e buona, colma di misericordia e pazienza, che senza sosta si offre alla curiosità di chi l’avvicina e silenziosa racconta la propria storia, il suo lento, millenario procedere inciso nelle rughe ocra dei contrafforti e delle pianure, segnato dai contorni inconfondibili degli ulivi, robusti e umili, scandito dallo slancio prepotente dei fichi d’india, capaci, quasi fossero incantesimi, di germogliare dalla sterilità della roccia. Qui, in una Puglia descritta con trascinante entusiasmo e nel medesimo tempo con pudore, con puro desiderio e con modestia, con una specie di timoroso rispetto costantemente tramutato, nelle raffinate sfumature di una prosa leggera eppure densissima di significato, in una forma d’amore contemplativo che sfiora la devozione, è ambientato Era estate a quel tempo di Nicoletta Verzicco, dolente romanzo psicologico e racconto di viaggio sospeso tra passato e presente. Continua a leggere La terra, il mare, il ricordo

Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Recensione di “Itinerario dell’anima a Dio” di San Bonaventura da Bagnoregio

San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerario dell’anima a Dio, Bompiani

“Boezio si era proposto di tradurre in latino l’intera opera di Platone e di Aristotele e di mostrare la sostanziale concordanza del loro pensiero, ma è noto che egli non riuscì a portare avanti questo programma. Nulla ci è pervenuto delle sue eventuali traduzioni di Platone e, per quanto riguarda le traduzioni aristoteliche, ci sono giunte soltanto quelle delle Categorie e del De Interpretatione […]. Tuttavia, nonostante l’assenza di fonti dirette, il mondo cristiano venne ugualmente a contatto […] con un certo numero di tesi platoniche e neoplatoniche che, più di altre, sembravano venire incontro all’esigenza cristiana di garantire la spiritualità dell’anima umana ed il suo ritorno a Dio: si pensi, ad esempio, alle ‘prove’ platoniche dell’immortalità dell’anima e allo schema metafisico neoplatonico dell’exitu e del reditus, per cui la realtà procede da Dio e a Lui ritorna. La tonalità religiosa del pensiero platonico e, ancor più, di quello neoplatonico favorì pertanto la loro progressiva integrazione nella visione cristiana della realtà e contribuì a rendere possibile quello stretto coordinamento di fede e ragione che caratterizza le sintesi di pensiero elaborate nel mondo latino almeno fino alla metà del XII secolo. A partire da questa data, e fino alla fine del XII secolo, l’Occidente cristiano conobbe una svolta radicale nel campo del sapere, che si tradusse nella progressiva penetrazione […] di una vasta letteratura filosofica e scientifica, comprendente l’intero corpus aristotelico, accompagnato dai commenti greci e arabi e dagli scritti più significativi del pensiero arabo ed ebraico. In tal modo l’Occidente cristiano veniva per la prima volta a contatto con una visione del mondo costruita senza alcun riferimento al dato rivelato e nella quale la ragione indagava con rigore ed accortezza ogni aspetto del reale, senza tuttavia riferirlo mai a un Dio creatore e provvidente. Questo poneva problemi assai gravi ai pensatori cristiani e suscitava reazioni contrastanti nei confronti del pensiero aristotelico”. Continua a leggere Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Suggestio falsi

Recensione di “Processo a Galileo” di Giorgio de Santillana

Giorgio de Santillana, Processo a Galileo, Mondadori

“Questo studio fu impostato a suo tempo come semplice premessa a una edizione critica del Massimi Sistemi nella traduzione inglese secentesca del Salusbury. Via via, però, che tentavo di rintracciare il profilo di quella vicenda giudiziaria che si erge all’orizzonte dei tempi moderni mi rendevo conto di quanto esso apparisse incerto e mutevole; e mi fu meraviglia notare come anche ciò che era stato messo in chiaro dalla scrupolosa storiografia dell’Ottocento si fosse nuovamente ricoperto di nubi […]. Scrisse una volta M. de Bonald: ‘È tempo di restaurare, di contro all’autorità dell’evidenza, l’evidenza dell’autorità’. Queste parole […]esprimono assai bene la confusione in cui si dà opera a inflettere la vicenda galileiana nel senso di ragioni tutt’altro che storiche. Che essa abbia suscitato tutto un apparato difensivo è ben comprensibile. Fu per decenni il cavallo di battaglia del libero pensiero contro l’oscurantismo; da ambe le parti fu malmenata la verità senza esclusione di colpi […]. La vicenda galileiana non è dunque solo il punto di partenza dei tempi moderni, essa in un certo senso li riassume. Ortega y Gasset, secondo cui quella che intendiamo per civiltà moderna è un’isola nel tempo che viene a conchiudersi nell’età nostra, ‘sotto ai nostri piedi’, ha fatto di Galileo, in un suo bel libro, il simbolo di essa. Rievocando gli antichissimi riti di trapasso, egli ci ricorda come i romani noverassero tra i loro numi Adeona, deità dell’arrivo, e Abeona che s’invocava sul partire. ‘Se vogliamo, dice, cristianizzare i vocaboli, nulla può parere più giustificato che di fare Galileo patrono abeona del nostro partirci dalla modernità, patrono adeona del nostro entrare in un futuro grave di mistero’”.. Continua a leggere Suggestio falsi

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

L’archeologia del riscatto

Recensione di “Tra donne sole” di Cesare Pavese

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

Un ritratto psicologico intriso di dolore e risentimento e nello stesso tempo un affresco sociale di impressionante durezza. E una filosofia archeologia del riscatto, l’esplorazione audace di un’anima in tumulto che si conclude con una sconfitta, con un’incondizionata resa all’assenza di senso. Un romanzo breve interamente giocato sulla vita dello spirito, sui sussulti emotivi, sui desideri, le illusioni, le rinunce, su quella trama di sogno di bisogni e fantasie che precipita come pioggia sulle delusioni e i compromessi della vita vissuta, della realtà quotidiana. Una narrazione in prima persona che rinuncia a qualsiasi superflua ricchezza stilistica, a ogni inutile sovrabbondanza, che non si preoccupa di cedere il passo all’eleganza formale; uno scrivere secco, diretto, un artigliare l’attimo dal sapore quasi animalesco, che svela un’urgenza di verità sentita prima di tutto come una necessità etica, e una protagonista impegnata più a celarsi che a mostrarsi, più a nascondere la propria saggezza, il proprio sapere di uomini e cose, imparato sulla propria pelle come si impara la fatica, nello stesso modo in cui si fa esperienza della cattiveria, collezionando cicatrici la cui memoria non teme il passare del tempo, che a parteciparla, una donna che torna là dove era stata bambina, e da dove, bambina, era fuggita per dimenticare umiliazioni e stenti, a incontrare un destino cui credeva di aver voltato le spalle per sempre. Continua a leggere L’archeologia del riscatto

Chi nasce e muore popolo

Recensione di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini

Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori
Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori

La storia sfiora e insieme sommerge una via oscura e lercia di Firenze; qui è ovunque il lezzo di miseria, ogni respiro è fatica, e ogni notte il greve sonno dei vinti è una resa allo sfinimento dei corpi provati dal lavoro quotidiano. Qui, tra le case addossate le une alle altre, l’aria è pesante e immobile d’estate e un gelido schiaffo d’inverno; qui le stagioni, come qualsiasi altra cosa del resto, sono peccati da scontare. Eppure qui la vita esplode in variopinti fuochi d’artificio di gioia e sofferenza, si accende nelle schermaglie amorose dei giovani e si fortifica nella lealtà delle coppie di più lunga data; divampa nelle invidie per le altrui fortune, si consuma, come un’anima dannata, nella curiosità sempre frustrata di tutto conoscere e tutto sapere per subito saziarsi nell’illusoria rivincita della maldicenza spacciata per verità, della menzogna propalata al solo scopo d’offendere, di ferire, di colpire al cuore il proprio bersaglio. La storia sfiora e insieme sommerge la fiorentina via del Corno,  Continua a leggere Chi nasce e muore popolo

La contro-storia di ieri

Recensione di “Contro-passato prossimo” di Guido Morselli

Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi
Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi

Non il futuro alternativo che, nel rispondere alla domanda (così letterariamente feconda) cosa sarebbe successo se svela la propria intrinseca fragilità, pagando all’ebbrezza di una libertà creativa pressoché sconfinata il tributo (forse troppo alto) di una plausibilità negata, e neppure il tempo essenzialmente fantastico e tuttavia ben più solido e coerente della distopia, quel domani d’ombra che come un male muto ma tragicamente vigile si annida nelle imperfezioni dell’oggi pronto, al concorrere di poche, terribili circostanze, a farsi verità, a divenire realtà (tanto impensabile quanto concreta). Quel che ci si trova di fronte leggendo Contro-passato prossimo di Guido Morselli, forse l’opera più ambiziosa e geniale dello scrittore bolognese, è un tempo radicalmente nuovo, una magnifica frattura della continuità, un delizioso scarto della ragione, una preziosa bizzarria capace di ridisegnare, con scientifica puntualità, e con una cura del dettaglio così sistematica da lasciare allo stesso tempo affascinati e stupefatti, la storia recente.

Ai fatti così come sono accaduti Morselli non oppone eventi che non si sono verificati (né mai potranno più essere), né è suo interesse indagare le ragioni per le quali le cose sono andate in un determinato modo e non in un altro e dunque provare a immaginare quale altra piega la storia avrebbe potuto prendere; di queste evanescenti prospettive, di questi sogni a occhi aperti la storia della letteratura ha padri in abbondanza, uno in più non solo non porterebbe arricchimento, ma rischierebbe di avvicinare la saturazione. Così, Morselli volta le spalle a tutti i possibili se e alle loro implicazioni (splendide e sterili) per dare vita a una vera e propria contro-storia, a un “universo parallelo” di fatti in tutto e per tutto speculare a quel che noi conosciamo e studiamo.

Ed è, quella di Guido Morselli, una contro-storia degna di essere letta e imparata, una finestra spalancata su un paesaggio la cui sostanzialità non può venir negata dalla metafisica evidenza del non essere. A un tempo romanzo storico e filosofico, Contro-passato prossimo muove l’assalto alla fortificata e in apparenza inespugnabile cittadella del “fatto”, di ciò che è innegabilmente successo, di quel che contribuisce a determinare il nostro essere e il nostro vivere, e al posto di queste cose, insostituibili, certo, ma ancora una volta solo in apparenza, egli presenta un altro passato, identico al primo quanto a verosimiglianza, con le medesime potenzialità di divenire storia, e lo racconta con la fluidità e l’esattezza di chi è chiamato a narrare nient’altro che quel che è successo.

E allora ecco che la Grande Guerra così come crediamo di ricordarla, con i suoi vincitori, i suoi vinti e le sue battaglie, sbiadisce, appassisce, perde consistenza, si sfilaccia in una impalpabile ipotesi di fantasia mentre al suo posto prende forma un “contro-passato prossimo” che vede trionfare gli sconfitti e soccombere i trionfatori, che agli sfiancanti, atroci e inumani scontri di trincea e ai massacri perpetrati grazie all’uso dei gas sostituisce la fulminea perfezione della “Edelweiss Expedition”, capolavoro strategico-tattico che permette all’Austria, quasi senza colpo ferire, di occupare l’Italia settentrionale e imprimere una svolta decisiva al conflitto. Compiuto il primo passo, scritta un’altra storia che ha la stessa validità della storia che crediamo nostra (ma è davvero così?), Morselli procede con lucida coerenza: la geopolitica di Contro-passato prossimo, infatti, è un ordine del mondo che non lascia spazio all’invenzione fine a se stessa, che non concede nulla al paradosso che è parte integrante del racconto basato sulla retorica del come sarebbero andate le cose se…?

Dal punto di vista della razionalità dell’opera, dunque – una razionalità sposa dell’assurdo, se si vuole, ma proprio per questo ancor più meravigliosa e scintillante – Contro-passato prossimo non ha punti deboli né cedimenti di sorta; non a caso l’autore, che lascia che il suo fiammeggiante estro trovi sfogo in una ironia pacata ma sempre pungente e in una raffinatezza stilistica di raro splendore, può spingersi, senza mai arrivare a forzare l’equilibrio del romanzo, o a minarne la credibilità, fino alla congiunzione di due universi paralleli, ospitando nella sua contro-storia, e in ruoli di primissimo piano, i protagonisti della nostra storia: “Giolitti, successore designato al ministro uscente, vide il Re a Roma il pomeriggio successivo. Accettò ‘con riserva’, ebbe tre incontri (non di più) con altrettanti suoi amici, compreso un certo prelato che lo teneva in contatto col Vaticano. Non gli occorrevano maggiori consultazioni: la sera alle nove, tornato al Quirinale, scioglieva la riserva”.

Romanzo ricchissimo (di suggestioni, di riflessioni, di autentica, cristallina bellezza) Contro passato-prossimo è un lavoro che non si dimentica. Un’ipotesi retrospettiva; così ha scelto di sottotitolarlo il suo autore, un’ipotesi che merita il piacere della lettura, della conoscenza e finanche dello studio, perché raramente la storia della letteratura ce ne ha regalata una così carica di immaginazione e insieme così impregnata di realtà.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Sera del 15 aprile 1910 (lunedì di Pasqua). In un suo Cahier des choses à revoir, peraltro portante nel risguardo il timbro del K. K. Kriegsministerium, 8° Sektion, Historicher Dienst, annotava, grafia meticolosa a dispetto delle scosse del treno: «Visitato con meraviglia la chiesa di Röschenen (Tirolo). Intemperante decorazione. Da ricordare: l’altare di sinistra. Lo sovrasta un morbido lenzuolo, più che sudario, di marmo, sventolando i lembi traforati di trine».

Cinquemila anni più le spese

Recensione di “Un destino ridicolo” di Fabrizio De André e Alessandro Gennari

Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi
Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

La bellezza silenziosa dei luoghi, lo scintillare del mare e il respiro quieto della terra; quella città unica che è Genova, stretta attorno al segreto brulicare di vita dei suoi vicoli, affacciata sull’acqua con lo stesso innocente trasporto con il quale il volto acceso di gioia di un fanciullo accoglie una promessa mantenuta, e la vergine meraviglia della Sardegna, il suo spirito selvaggio e senza tempo, la sua voce arcaica, primordiale. Qui, tra strade intricate come foreste e boschi fitti di alberi secolari che così tanto, e così sorprendentemente, richiamano l’occasionale dedalo dei quartieri poveri, dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, un pugno di uomini e donne, cuori e anime gravati in egual modo dalla tragedia e dalla commedia, si affannano alla vita, artigliano i giorni con la stessa voracità con cui i neonati appena espulsi dal grembo materno bramano aria e luce. Non si tratta di eroi, né di gigli, nonostante ciò queste persone sono, forse più di tante altre, “figli di questo mondo” (e magari ne sono anche le prime vittime) ed esattamente così li disegna il suo autore, restituendoci, tra le pagine di un romanzo giallo carico d’ironia (e soprattutto d’umana pietà) caratteri protagonisti di indimenticabili canzoni. In Un destino ridicolo, opera prima (e purtroppo anche ultima) di Fabrizio De André, scritta a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicata da Einaudi, l’eco delle note e delle strofe, dei versi del grande cantautore ligure risuona limpida; impossibile non immaginarsi, nelle descrizioni cariche d’amore e d’angoscia di Genova, quella “città vecchia” i cui abitanti, se giudicati con il solido buon senso borghese, dovrebbero venir condannati a “cinquemila anni più le spese”, così come riesce semplice e immediato riscoprire nella Sardegna ritratta con passione d’amante la culla di tradizioni, suoni, miserie e splendori celebrata in brani quali Zirichiltaggia, Monti di Mola, Disamistade. E tuttavia il romanzo, che sembra insistere più del necessario sulla continuità con la musica (non a caso, nel novero dei personaggi ci sono anche un cantautore, Fabrizio, uno scrittore, Alessandro, e una ragazza che ispira a Fabrizio una indimenticabile canzone), non è soltanto lo specchio della luminosa carriera artistica di De André, né il raffinato divertimento di un intellettuale; Un destino ridicolo, infatti, è prima di tutto un ottimo romanzo, un lavoro che senza dubbio ha divertito i suoi demiurghi, ma nel quale, oltre alla spensieratezza, oltre al riso liberatorio e strafottente che finisce sempre per aver la meglio sulle lacrime, e al di là degli odiosi ostacoli della violenza e della morte, rughe e inciampi dell’ininterrotta, infinita linea della vita, si intravede uno sguardo sulle cose, un’idea del mondo, una visione dell’uomo. De André e Gennari raccontano con accenti picareschi le avventure (che hanno l’agrodolce sapere della sconfitta, di un fallimento che, certo, genera rabbia e frustrazione, ma a conti fatti quel che scatena davvero è uno sberleffo, un ghigno, un’alzata di spalle) di un pugno di emarginati, le cui esistenze, però, traboccano d’emozioni, di sincerità, e si consumano in una purezza d’intenti che nulla ha a che vedere con ciò che è lecito e ciò che non lo è, con i confini etici tracciati dalla legge (“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va/perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”, ecco cos’altro sembra di sentire leggendo Un destino ridicolo), danno al romanzo una struttura ordinata e un ritmo ben scandito e nello stesso tempo frenetico, sparigliano le carte mettendo in scena cupi misteri e scambi di persona, e più di tutto vestono d’una prosa esuberante e deliziosamente vanesia il loro amore disinteressato per quegli ultimi che non saranno mai primi.

Così, Un destino ridicolo finisce per rivelarsi molto più di una gradevolissima lettura; pagina dopo pagina germoglia, cresce, porta con sé il lettore in un viaggio quasi di sogno sospeso tra paradiso e inferno; e ancora una volta, seminascosta tra prostitute, lenoni, mascalzoni da quattro soldi, sequestratori improvvisati e psichiatri prestati al crimine, a emergere è quella verità pallida e indistruttibile che non si stanca di ripeterci che dai diamanti non nasce niente mentre “dal letame nascono i fior”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Li aveva sognati tante volte, in quegli anni, senza capirne il motivo, con maschere azzurre come il cielo di luglio e mantelli di vento che gli vorticavano intorno e lo facevano ansimare nel sonno. Poi d’improvviso si faceva notte e un ragazzo più grande compariva nel cortile di un carcere ballando in controfuoco una danza scomposta; incoronato d’aglio si proclamava re dei braccianti e reggeva tra le mani una testa di cane tagliata a metà.