Munari e le donne

Recensione di “Le ragazze nello studio di Munari” di Alessandro Baronciani

Alessandro Baronciani, Le ragazze nello studio di Munari, Bao Publishing

Bruno Munari (1907-1998) è un vero e proprio punto di riferimento per generazioni di artisti, con opere divenute un esempio fisso e costante per grafici, illustratori e designer, oltre che per scultori, registi, disegnatori industriali… In una parola: un maestro. Difficile però pensare che il grande Munari, nonostante tutta la sua genialità, potesse anche solo immaginare che il suo metodo di lavoro venisse seguito per… gestire i rapporti di coppia! Eppure è proprio questo che fa Fabio, protagonista del graphic novel Le ragazze nello studio di Munari: un giovane milanese, un po’ con la testa fra le nuvole, che riesce a incartarsi in un complicatissimo rapporto sentimentale con tre ragazze quasi in contemporanea, Fedra, Chiara e Sonia. Come uscirne? Semplice: attraverso il metodo Munari! Il diagramma di flusso che parte da P, il problema, e arriva a S, la soluzione, passando per DP (definizione del problema), RD (raccolta dei dati), A (analisi) e C (creatività). Certo, Munari si riferiva al processo creativo di un progetto di design, ma Fabio ci si trova molto bene anche in quest’altro ambito. D’altra parte, anche lui è a suo modo un artista, innamorato dei libri antichi che vende nella sua bottega – che è anche la sua peculiare abitazione – nel pieno di Milano, negli stessi luoghi che furono del Maestro. Per 250 pagine, così, seguiamo Fabio nelle sue meditazioni autobiografiche, ricche di molti riferimenti alla storia dell’arte, al cinema, alla letteratura, in un fumetto-non-fumetto che usa pochissimo la classica nuvoletta: l’intera storia passa attraverso la voce fuori campo del protagonista, come in un film… “impegnato”. Continua a leggere Munari e le donne

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

Estinta innocenza

Recensione di “Zona” di Mathias Énard

Mathias Énard, Zona, Rizzoli
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine.

Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrante dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana.

A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca.

Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Énard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

Morire, alla fine della settimana di lavoro

Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato, Garzanti
Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato, Garzanti

“Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può più ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo antidroga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata di mente, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha la possibilità di ritrovarlo”. In questo brevissimo e folgorante capitolo iniziale de I milanesi ammazzano al sabato, quarto e ultimo romanzo di Giorgio Scerbanenco con protagonista il medico-poliziotto Duca Lamberti, si respira, più che in tutti gli altri, un’atmosfera dimessa di resa, un dolore sordo, la definitiva spossatezza della sconfitta. Oppressa da un destino di tragedia, la prosa di Scerbanenco graffia le pagine con furia e dipinge con i colori violenti della disperazione la storia qualunque di un padre e di una figlia, di un amore commovente e disarmato che nulla può contro la malvagità del mondo. Nel chiaroscuro di una città malata (la Milano amata e odiata che, magistralmente tratteggiata, fa da sfondo a tutti i romanzi che compongono questa indimenticabile saga noir), un giorno Amanzio Berzaghi, ex camionista menomato nel fisico e nello spirito da un gravissimo incidente e ridotto a svolgere lavoro d’ufficio in una grande ditta di trasporti, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia Donatella, una ragazza bellissima, dal fisico monumentale ma dalla mente fragile. A ventotto anni, Donatella ragiona come una bambina di dieci, e come una bambina di dieci anni, anzi più piccola ancora, vede la realtà. Non conosce malizia, ignora i pericoli e, quel che è peggio, nutre un’incosciente fiducia verso chiunque; è sufficiente che le si chieda qualcosa, qualsiasi cosa, perché lei dica sì. In quello splendido, scultoreo corpo di donna, la mente innocente di Donatella non conoscerebbe ansie, traumi o inimmaginabili brutalità se non fosse per gli appetiti che proprio quel corpo perfettamente sviluppato le scatena dentro: Donatella, infatti, conosce l’attrazione per gli uomini, assapora su di sé il desiderio e con tutta se stessa vuole soddisfarlo. “Il dottore dice che è una malattia”, spiega il vecchio Amanzio, la voce che esce a fatica, schiacciata dall’imbarazzo, dalla vergogna. “La mia bambina è una ragazza onesta, ma è malata, è una malattia, quella lì, che guarda tutti gli uomini, sorride, e qualunque cosa le dice un uomo, lei dice di sì”. E Duca, che ascolta attento quell’uomo così dignitoso e sfortunato, quel milanese che ha consacrato tutta la sua vita al lavoro e alla famiglia, che ha promesso a se stesso che lavorerà finché avrà fiato per respirare e forza per restare in piedi perché con i soldi guadagnati potrà continuare a prendersi cura della figlia, che altrimenti verrebbe chiusa in manicomio, sa che le cose stanno esattamente in questo modo.  “Sì, era una malattia. Duca lo sapeva, che aveva molti nomi, generici, come ‘ninfomania’ o tecnici, come estrite, eretismo. Non c’entrava  l’onestà, la morale, l’educazione, l’ambiente. Dall’interno del proprio corpo sorgeva una fiamma perenne di estro sessuale, che non si saziava mai e che conduceva il sofferente ad atti e comportamento socialmente, moralmente scorretto, e anche alla sua rovina, in ogni senso, anche fisico”.

Così, per proteggerla da se stessa e dai suoi ingovernabili appetiti ad Amanzio, vedovo da diverso tempo ormai, non è rimasto altro da fare che nasconderla a tutti, chiudendola in casa nelle ore in cui lui è assente per lavoro. Stabilita, grazie alla disponibilità dei suoi datori di lavoro, una routine che gli consente di tornare a casa per pochi minuti due volte al giorno, l’uomo si dedica interamente alla figlia, che ama di un amore tenero e incondizionato, e pur tra mille difficoltà riesce ad assaporare, assieme alla sua bambina, scampoli di serenità. Finché, un giorno, quel piccolo miracolo di sacrificio e  dedizione non viene travolto, schiacciato, dalla scomparsa di Donatella, e dal sospetto che a rapirla siano stati criminali decisi a sfruttare la sua ninfomania per fare soldi. Un piccolo, sordido racket della prostituzione; è questa la pista che decide di seguire Duca Lamberti. Un’intuizione giusta, che viene confermata nel peggiore dei modi, con il ritrovamento del cadavere straziato di Donatella. Chi l’ha uccisa l’ha fatto in preda alla rabbia, all’esasperazione; forse non è stato capace di tenere a bada la ragazza, di comprendere i suoi bisogni di bimba che emergevano tra un amplesso e l’altro, di tacitare le sue paure, e per farla stare finalmente zitta, per liberarsi una volta per tutte di lei, ha scelto la via più semplice, quella definitiva e spietata dell’assassinio. Ma la morte, specialmente quella di una ragazza innocente, porta con sé un’eredità di vendetta, quella lucida e fredda di Duca Lamberti, che intende punire come meritano i responsabili di quello scempio, e quella occasionale ma inarrestabile del mite Amanzio, che solo per un gioco del caso (una lettera anonima) viene a conoscenza dell’identità dei colpevoli, arriva da loro prima della polizia e li uccide. Giustiziere dilettante e dimesso, Amanzio ammazza per reazione, quasi senza volere; lo fa cosciente di commettere un grave errore, vittima, ancora una volta, di circostanze avverse, della sfortuna, persino di uno sfrontato calendario, che rappresenta l’ultima e più crudele beffa della sua vita: “Se quella lettera me la mettevano sotto la porta il martedì sera, per esempio, io il mercoledì dovevo andare a lavorare alla Gondrand perché era giorno feriale e sarei andato a lavorare, perché io a bottega, se non sono morto, ci vado sempre […]. Se non fosse stato sabato non l’avrei fatto, tutto questo disastro […]”. Parole semplici e terribili, spalancate su un incolmabile abisso di solitudine, cui Scerbanenco fa eco con gelido disincanto: “Un vecchio milanese lavora sempre, ogni giorno, durante tutta la settimana, anche se corta. Se commette qualche cosa che non va, la commette al sabato”.

Romanzo d’ombra, cupo e fosco, I milanesi ammazzano al sabato è un giallo palpitante e sussurrato; è intenso nel ritmo e tuttavia scorre sottopelle, in una specie di oscurità, di clandestinità narrativa, prigioniero di una scrittura trattenuta, castigata, quasi che l’abiezione raccontata non meritasse la dignità dell’espressione. Leggetelo, ma non prima di aver scoperto e conosciuto Duca Lamberti gustandovi gli altri romanzi: Venere privata, Traditori di tutti e I ragazzi del massacro, tutti presenti nel blog.

Eccovi, invece dell’incipit, il racconto dell’incidente occorso ad Amanzio. Buona lettura.
Poi l’aveva avuto, invece. Alla periferia di Brema, sull’enorme autotreno che veniva chiamato appunto Milano-Brema perché faceva quella linea. Usciti dall’autostrada, nella notte piovigginosa, sul fondo scivoloso dello stradone il Milano-Brema andava a neppure quaranta all’ora, lampeggiando a ogni incrocio, e anche a ogni sospetto od ombra, ma una stupidissima, ridicolissima, folleggiante Volkswagen con dentro un’intera famiglia, padre al volante, madre, due bambini e anche la suocera, uscì d’improvviso da un incrocio tenuto da un semaforo, passando col rosso, e Amanzio Berzaghi che attraversava tranquillo col verde, la vide e non poté fare altro che frenare disperatissimamente, ma non servì a molto: il Milano-Brema schiacciò la Volkswagen e la famiglia che conteneva, come un frantoio di pietra schiaccia le molli olive, e per la frenata il Milano-Brema slittò sul terreno viscido, si mise per traverso la strada, un motociclista che arrivava sparato in quel momento, vi andò contro e si ammazzò, e Amanzio Berzaghi batté col ginocchio contro l’intelaiatura del gigantesco cruscotto, i tendini, la rotula, fasci di muscoli e l’osso si ruppero, come quando si spezza un ramo, ma egli dall’abitacolo aveva visto quel mare di sangue fluire da quello schiaccio di Volkswagen che fuoriusciva dalle mastodontiche ruote dell’autotreno, sangue flottante ancora e illuminato dai fari di un’auto e poi di altre auto, arrivate in quel momento e reso fluente, cinematografico sangue per il fluire sempre più rabbioso della pioggia, e alla vista di quel sangue, più che per il dolore al ginocchio spezzato, nel pianto rauco del suo secondo pilota che ululava: ‘Mamma mia, li abbiamo ammazzati tutti’, svenne, e per farlo rinvenire gli avevano dato un bicchierone di Kirsch e continuavano a dargliene anche sull’autoambulanza che lo portava all’ospedale, così lui, che mai prima aveva bevuto alcoolici così forti, accontentandosi di un po’ di vino ai pasti, da quella volta, ogni volta che gli tornava in mente la strage, ogni volta che si sentiva infelice, angosciato, beveva una grappa.

A che serve che un mostro viva? E a che serve ucciderlo?

“La signorina Matilde Crescenzaghi fu Michele e Ada Pirelli, nubile, insegnava alla scuola serale Andrea e Maria Fustagni a una classe mista di ragazzi dai 13 ai vent’anni, la maggior parte dei quali erano stati in riformatorio, o avevano il padre alcolizzato o la madre dedita al meretricio, vi erano diversi tubercolosi e alcuni eredoluetici. Meglio sarebbe stato che la classe fosse stata tenuta da un sergente maggiore della legione straniera, e non da lei, fragile, delicata signorina della piccola borghesia dell’alta Italia”. Comincia così, con la presenza terribile e insensata della morte, di una morte violenta dispensata con intollerabile ferocia, I ragazzi del massacro, probabilmente il più cupo e amaro tra i romanzi gialli di Giorgio Scerbanenco. Sullo sfondo grigio e freddo di una Milano sconfitta, disillusa e stanca, il medico-poliziotto Duca Lamberti indaga sull’omicidio di una giovane docente di una scuola serale non lontana da piazzale Loreto: i suoi assassini, a quanto sembra, sono gli allievi, belve del tutto prive di pietà che prima di finirla si sono accaniti su di lei seviziandola, torturandola, brutalizzandola. Con un linguaggio duro, spigoloso, di sconvolgente attualità e che all’asciutta concretezza del resoconto di cronaca alterna il respiro ampio dell’interrogativo morale, della riflessione tormentata sulla necessità della norma di giustizia e sul senso e la misura della sua applicazione – “In un interrogatorio, quello che perde regolarmente è l’interrogante, perché – a meno che non si adoperi la forza fisica – l’interrogato cammina placido sulle bugie e le invenzioni e la legge non può fargli nulla”; e ancora, “A che serve arrestare un mostro? A che serve punirlo? A che serve ucciderlo? E a che serve che viva?” – Scerbanenco racconta una storia sordida di esistenze alla deriva; la sua Milano, così riconoscibile (bella persino) nel preciso disegno di vie e piazze, è un orizzonte che si stempera nell’illusorietà del miraggio, un luogo anonimo, lontano da coloro che lo abitano, ciascuno abbandonato nel proprio personale inferno. In questa città d’ombra e nebbia e pioggia e pianto crescono i fiori malati della disperazione e della vendetta, e cancerose eredità di rabbia e desiderio di rivalsa infettano madri, padri e figli come subdole malattie veneree. Alla cieca ferinità di uomini e donne esclusivamente asserviti agli imperativi biologici della vita, Duca Lamberti si sforza di opporre la propria umanità rude e autentica, la sua limpida capacità d’amore e il suo odio implacabile per ogni viltà, ogni prepotenza, ogni miseria, ogni vergogna del corpo e dell’anima; e più di tutto la sua laica pietà, che resiste e ostinata germoglia oltre l’orrore e il disgusto.
Fedele a un severo realismo, Scerbanenco non presenta il suo protagonista come un eroe; Duca Lamberti è soltanto un uomo, proprio come solo una donna è la sua compagna Livia Ussaro; la loro debolezza tuttavia è incorrotta, e gli errori compiuti conservano una sorta di primordiale innocenza, l’impronta di una volontà pura, di un disinteresse sincero, maturo e consapevole; Scerbanenco racconta il male, il suo farsi, la sua “banalità” sterminatrice con una lucidità che impressiona, spaventa e inquieta; egli sottomette la sua maestria narrativa all’urgenza di spiegare, di trovare un perché al dolore, una qualche ragione per il suo insensato esplodere, e pur sapendo (come uomo più ancora che come scrittore) che il suo continuo interrogarsi è destinato a restare senza risposta, egli non rinuncia a domandare, a cercare. Non esiste, nei gialli di Scerbanenco, quella brezza leggera di metafisico ottimismo che si respira in un qualsiasi classico di questo genere letterario (si pensi per esempio agli affascinanti romanzi di Agatha Christie); qui la verità non salva, non spiega, non offre riparo né consolazione o sicurezza, si limita a mettere ordine in ciò che è già accaduto, a illuminare un Grand Guignol che molti vorrebbero evitare di guardare, eppure è la sola cosa che conti davvero, perché è di verità che ha sete l’uomo.
I ragazzi del massacro è un romanzo teso e tagliente, un viaggio travolgente nel cuore di un incubo spaventoso e ordinario; è un giallo denso, potente e minaccioso come un cumulo di nubi temporalesche. È un libro impossibile da evitare e da dimenticare.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
«È morta cinque minuti fa,» disse la suora.
Duca Lamberti guardò oltre la sua spalla, verso il rozzo, appassionato viso di Mascaranti, e non disse nulla.
«La vuol vedere lo stesso?», disse la suora. Sapeva che erano i poliziotti venuti per interrogare la maestrina, ma interrogare una morta è un po’ difficile.
«Sì,» disse Duca.

Avevano già levato le coperte, lei stava in un antiquato, patetico baby-doll giallo, già stecchita, il viso alterato da una smorfia di sofferenza e dall’ematoma sotto l’occhio destro, l’armonia della fronte alterata anch’essa dal grosso ciuffo di capelli che bestialmente le avevano strappato, creando un’innaturale, tragicomica calvizie, tutto il torace rigonfio, arrotondato a botte per l’ingessatura, fatta in fretta, tanto per arginare lo strazio di tutte quelle costole rotte, erano tante, se non tutte, e comunque il chirurgo non aveva avuto il tempo di contarle. Ed era già arrivato l’omino con la bara a rotelle, come la chiamavano, che era un qualunque lettino a ruote, soltanto che invece delle lenzuola c’era un telone impermeabile grigio, per condurla giù, in frigo, ad aspettare l’autorizzazione per l’autopsia e c’era anche l’agente in divisa che riconobbe Duca e portò timidamente la mano alla visiera nel saluto. Era giovanissimo e disse ingenuamente, con qualche cosa di commosso nella voce che poteva sembrare insolito in un poliziotto: «È morta».

Uomini e donne alla periferia di ogni cosa

Giovanni Testori, L'Arialda, Feltrinelli
Giovanni Testori, L’Arialda, Feltrinelli

La Milano florida e soddisfatta di sé del boom economico è un orizzonte lontano e amaro per gli eroi popolari di Giovanni Testori, esercito derelitto di uomini e donne che nella veemenza del carattere cela la vergogna per la propria condizione e allontana come può il fastidioso imbarazzo della miseria. La povertà materiale è la loro tragedia; l’assenza di mezzi e possibilità la condanna che devono scontare in vita; la rinuncia ai sogni la misura della loro straziante quotidianità. E la scrittura graffiante del grande autore milanese (romanziere, commediografo, critico d’arte), con il suo stile scarno, aggressivo, immediato, nervoso, semplice eppure potente, come soltanto la lingua cresciuta per le strade, lungo i  marciapiedi, all’ombra dei cortili e nelle osterie odorose di vino e fumo sa essere, è la loro voce, il loro canto soffocato e dolcissimo. Confinati alla periferia di ogni cosa, i personaggi testoriani si raccontano per ciò che sono – mostrandosi nudi tanto nell’esaltante purezza dei sentimenti quanto nell’abiezione più profonda delle viltà e delle perversioni – in una sorta di rivisitazione laica (così coraggiosa ed estrema da risultar lacerante) del sacramento della confessione. Personaggi fieri, indomiti, come la camiciaia Arialda, protagonista dell’omonima tragedia (parte del composito ciclo di opere intitolato I segreti di Milano) pubblicata da Feltrinelli e incorsa in un’assurda censura “per turpitudine e trivialità”. Arialda cerca nell’amore e nella liberatoria gioia del sesso il proprio riscatto, ma nel girone infernale degli abietti, dove è reclusa l’umanità dipinta da Testori, non esiste salvezza. Ciascuno infatti ha colpe da pagare, inconfessabili segreti da scontare, debiti contratti da saldare; quello di Arialda è suo fratello Eros, giovane bellissimo e omosessuale, disposto a vendersi, a cedere alle lusinghe del rispettabilissimo mondo borghese, sempre alla ricerca di uno sfogo per i propri innominabili appetiti, per accumulare denaro, e con il denaro la tanto sospirata autonomia, ma non per questo incapace di provare tenerezza, e autentica passione, per un altro giovane, Lino, anch’egli pronto a tutto pur di guadagnare soldi. Per i due fratelli l’amore si rivela un vicolo cieco, una brutale delusione: Arialda paga la “natura malata” del fratello, oggetto di chiacchiere e di scandali interessati, e vede naufragare la possibilità di sposare il fruttivendolo Amilcare Candidezza, vedovo e padre di due figli, Gino, seduttore incallito, e Stefano, detto “Quatrettti”, mellifluo, intrigante, sempre alla ricerca di pettegolezzi da sfruttare a proprio vantaggio; Eros invece scopre quanto poco conti, in un mondo corrotto, la forza del suo sentimento; egli infatti vorrebbe evitare a Lino  il degrado della prostituzione ma nulla può contro il desiderio dell’amato di comprarsi, il più presto possibile, una moto, in sella alla quale, per un atroce scherzo del destino, troverà prematuramente la morte.

Attorno a queste figure principali altri vinti si muovono: Gaetana “la terrona”, rivale dell’Arialda, la figlia Rosangela, infelice preda di Gino, Oreste Scotti, lenone e spacciatore.
Andata in scena il 22 dicembre del 1960 al Teatro Eliseo di Roma per la regia di Luchino Visconti e con Rina Morelli nei panni di Arialda, la pièce, l’anno successivo, a Milano, venne tolta dal cartellone dopo una sola replica; considerata opera oscena in base all’articolo 528 del Codice Penale per “la successione di situazioni ambientali e personali torbide ed erotiche nel corso delle quali nessun bene e nessun valore si salva”, L’Arialda cominciò proprio grazie a questo provvedimento a imporsi per la radicalità e la modernità dei suoi temi. Testori racconta la dignità dell’amore, del sentimento considerato nella sua essenzialità, o meglio nella sua universalità, senza nascondersi dietro comode (e false) distinzioni di genere: fratelli nel dolore e nella sconfitta, Arialda ed Eros lo sono anche in spirito. Amano, entrambi, al limite delle loro capacità; per amore si sacrificano, all’amore si concedono, esattamente nello stesso modo, ed è la società, quella società che alla luce del sole sdegnata respinge ciò che nel chiuso delle proprie stanze brama, ad abbatterli, non la natura di quel che provano.
Il dramma di Arialda ed Eros (e quello parallelo di Rosangela e Gaetana) ha il respiro della tragedia classica, e l’aspra sincerità d’accenti dell’autore coinvolge e commuove. In una parola, L’Arialda è un capolavoro.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
I prati e le siepi intorno alla cava. Sul fondo le ultime cave. Il tramonto, immenso, cupo e violento, va spegnendosi nel cielo. Rumori di macchine. Qualche voce, qualche richiamo. Entrano l’Angelo e l’Adele.
L’Adele Angelo?
L’Angelo Eh?
L’Adele Va’ che bello!
L’Angelo Bello, cosa?
L’Adele Lì, sulla cava. Non vedi che colori?
L’Angelo E cosa vuoi che m’importino i colori?
I due si abbracciano
L’Angelo Aspetta, Adele. Aspetta che metto giù la bici.
L’Adele No. È meglio andare avanti.
L’Angelo Ma un bacio, almeno uno…
I due tornano ad abbracciarsi
L’Adele Angelo, la bici…
Una pausa
L’Angelo Adele?
L’Adele Cosa?
L’Angelo Non so…
L’Adele Cos’è che non sai?
L’Angelo Stasera, a furia di baci, ti mangerei.
L’Adele E tu fallo.

L’Angelo Sì, e poi, quando t’ho mangiata?

Milano, metropoli in decomposizione

 

traditori_2Chiave d’accesso a una vicenda tanto intricata quanto sordida, il duplice omicidio con cui si apre Traditori di tutti di Giorgio Scerbanenco (pubblicato nel 1966 e insignito, due anni più tardi, del prestigioso Grand Prix de Littérature policière) è la rappresentazione – la più terribile e insieme la più vera – del disfacimento morale di una società. In una Milano traboccante d’orgoglio, che respira industrializzazione e modernità e nel fumo nero vomitato dalle ciminiere soffoca senza neppure accorgersene; che nel febbrile, selvaggio contagio dell’opulenza (da conquistare a tutti i costi, da ostentare) si corrompe e imputridisce come carne morta, Scerbanenco dà vita a un giallo magistrale, cupo nei toni, appassionante nell’intreccio, e racconta di un’indagine tormentata e complessa, che nella sua testarda ricerca della verità svela un’urgenza di giustizia che è ansia d’assoluto. Protagonista del romanzo, ancora una volta dopo l’esordio in Venere privata (di cui ho già scritto in questo blog), Duca Lamberti, medico di professione anche se radiato dall’albo (forse per troppa pietà, forse per coerenza, più probabilmente per entrambe le cose, monete scomode e fuori corso in una realtà dove imperano compromessi al ribasso e viltà, e dove il solo interesse che si persegue è quello personale) e poliziotto per vocazione. Tocca a lui cercare di far luce su quelle due morti misteriose, un uomo e una donna non più giovani finiti nel naviglio con la loro macchina e annegati come topi, perché una delle due persone uccise Duca la conosce bene – anche se desidererebbe con tutto se stesso non averla mai incontrata – e soprattutto perché quel che gli è accaduto ha troppe somiglianze con un altro tragico fatto avvenuto anni prima, la morte di un giovane, amico della vittima, e della sua ragazza, inghiottiti dal Lambro (erano anch’essi in macchina, una macchina che il ragazzo aveva avuto in prestito proprio dalla vittima, e che non sapeva guidare). E Duca indaga, spinto dal suo bisogno di restituire ordine e comprensibilità a un mondo perduto scava sempre più a fondo, e alla fine si ritrova alle prese con spietate organizzazioni criminali, trafficanti decisi a tutto pur di portare a termine i propri affari, squallidi (ma non per questo meno pericolosi) mercanti di carne e di sesso. A tu per tu con i “traditori di tutti” – criminali, bestie, feccia perché senza morale, non perché senza legge – Duca Lamberti si batte con tutte le sue forze per qualcosa di ben più importante della legalità; per lui, infatti, e forse soltanto per lui, quel che c’è in gioco nel lavoro del poliziotto non è l’ordine pubblico ma la difesa, strenua, di un’etica nella quale la collettività possa riconoscersi, e vivere con dignità. Guarda alla società quest’uomo tenace e solitario, pieno di compassione e di rabbia, alla sua salvezza e alla sua distruzione, estremi che ogni giorno di più, nella Milano che frenetica si fa metropoli, rischiano di toccarsi.
Come scrive Carlo Oliva nella prefazione all’edizione Garzanti del romanzo, “Duca Lamberti è un duro, ma come tutti i duri della letteratura noir, non è alieno da qualche contraddizione. Anche se non ha la fedina penale perfettamente in regola, è votato alla causa della giustizia e quindi odia i delinquenti, quelli che proprio non vogliono attenersi alle regole della convivenza civile, e manifesta nei loro confronti le intenzioni meno rassicuranti, ma non riesce a combatterli, come vorrebbe, con le loro stesse armi. Magari gli capiterà di mollare qualche sganassone, di sottoporre qualche indiziato a pressioni non del tutto convenzionali: succede in questo romanzo al gestore della Binaschina, il brutto ristorante vicino alla Certosa di Pavia in cui si intrecciano volgari commerci carnali e loschi traffici di portata internazionale. Ma i lettori vedranno che la sua è una violenza molto esteriore, sotto la quale si cela un sano, tradizionale, rispetto per i diritti civili di tutti, ‘traditori di tutti’ compresi”.
Con ogni probabilità Traditori di tutti è il miglior romanzo di Scerbanenco; lo è nel meccanismo narrativo, nel disegno dei personaggi, nell’evoluzione di Duca Lamberti (che diventa a tutti gli effetti poliziotto), nella chiarezza lacerante della sua denuncia, nella dichiarata volontà di non arrendersi, di non cedere, malgrado tutto, malgrado tutti. È un libro scritto magnificamente (perché Giorgio Scerbanenco è un grande autore), un libro bello e prezioso, il cui valore letterario coincide con quello etico.
Eccovi l’incipit. Buona Lettura.
Quando venne la televisione, il primo a metterla fu il mio fidanzato, il macellaio, tutta Ca’ Tarino voleva andare a casa sua a vederla, ma lui sceglieva, invitava i miei genitori, così andavo anch’io e così ci siamo fidanzati, al buio lui mi metteva una mano sulle ginocchia, poi saliva su, e appena ha potuto mi ha chiesto se ero vergine, io con quella mano sulle gambe e mia madre vicina m’infastidivo e gli ho risposto di sì, per prenderlo in giro: ero stata proprio ad aspettare lui.
È difficile uccidere due persone contemporaneamente, ma lei fermò l’auto al punto esatto, studiato più volte, quasi al centimetro, anche di notte, riconoscibile per il curioso, gotico e eiffeliano ponticello in ferro che scavalcava il canale e disse, fermando appunto l’auto nel centimetro quadrato voluto come una freccia si ferma quando centra nel centro del bersaglio: «Scendo a fumare una sigaretta, non mi piace fumare in macchina,» lo disse ai due seduti dietro, che erano i due che doveva uccidere, e scese senza attendere risposta, anche se quelli, gentilmente, intorpiditi dal grosso pranzo e anche dall’età, rocamente dissero sì, che scendesse pure, e liberi dalla sua presenza si disposero quasi a dormire meglio, vecchiotti e grassotti com’erano, tutti e due in impermeabile bianco, lei con la sciarpa di lana intorno al collo, di un colore avana fegatoso, simile a quello del collo, che la rendeva così più grassa, il viso che richiamava una grossa rana, e un tempo, invece, milioni di anni prima, non era ancora finita la guerra, la seconda guerra mondiale, era stata molto bella – così diceva, e lei, adesso, stava per ucciderla, insieme col suo compagno – qualcuno, ufficialmente, la chiamava Adele Terrini e a Buccinasco, invece, alla Ca’ Tarino, dove era nata e dove sapevano molte cose di lei, la chiamavano Adele la Troia, e suo papà, invece, che era americano e fesso, l’aveva chiamata Adele la Speranza.  

Ama e fa’ ciò che vuoi

 

È una Milano “città-involucro”, confortante come un’abitudine e nello stesso tempo misteriosa ed estranea, a tratti perfino impersonale, quella raccontata da Dino Buzzati nel romanzo Un amore. Scenario di straripante materialità – quella di strade, piazze ed edifici, descritti con la sincerità piena di una confessione screziata di rabbia trattenuta, di strisciante delusione, di commosso affetto – e luogo dell’anima nei cui spazi chiusi (appartamenti e stanze ingombri di intimità implorata come elemosina, di passioni fiammeggianti e di gelido cinismo) i sentimenti danzano il folle girotondo di un cortocircuito esistenziale, questa balbettante metropoli impigrita nel reale, così lontana dalla magia semplice e meravigliosa che contraddistingue la prosa del grande scrittore milanese, perfettamente sfumata tra il fiabesco e l’ombroso, è il teatro dell’iniziazione amorosa dell’architetto Antonio Dorigo, affermato professionista di mezza età incapace di costruire rapporti stabili con l’altro sesso. Dorigo, ostaggio di questa paralisi emotiva nei confronti delle donne, si rifugia in relazioni estrinseche, nel sesso mercenario, nella soddisfazione squisitamente fisica del desiderio, priva di complicazioni, di strascichi, di coinvolgimento. “Di fronte alla donna”, scrive Buzzati al principio del romanzo, dando vita a un magistrale ritratto psicologico del suo protagonista, “ non era più l’artista ormai quasi celebre, citato internazionalmente, il geniale scenografo, la personalità invidiata, l’uomo immediatamente simpatico, lui stesso si meravigliava di riuscire simpatico così subito ma con le donne era tutto diverso, egli diventava uno qualunque, scostante perfino, se ne era accorto un’infinità di volte, le donne restavano intimidite e più si sforzava di mostrarsi disinvolto e spiritoso, più era peggio, la donna lo guardava disorientata e quasi impaurita, ci voleva una grande confidenza perché egli ritrovasse se stesso e si mostrasse naturale ma per arrivare a una vera confidenza ce ne occorreva del tempo, gli inizi erano sempre stentati e laboriosi”. Ma la nuova ragazza che incontra, Laide, minorenne, ballerina alla Scala, proprio nel momento in cui l’uomo riflette sulla prostituzione, sulla sua “comodità”, sulla sua essenziale bellezza, sulla sua sostanziale neutralità etica – “che cosa meravigliosa la prostituzione […]. Crudele, spietata, quante ne restavano distrutte. Però che meravigliosa. Si stentava a credere che possibilità del genere potessero esistere nel mondo d’oggi, così regolamentato e squallido. Il sogno realizzato, a un colpo di bacchetta magica, per ventimila lire […]. C’era del male nel fare questo? Non mancavano a Dorigo gli scrupoli morali. Ma per quanto ci avesse pensato a lungo non era riuscito a trovare il punto debole. Se tutti facessero come me, sarebbe peggio o meglio? Si chiedeva. E non vedeva il possibile danno” – sconvolge ogni suo equilibrio e lo precipita nella spirale, dolcissima e tormentosa, dell’innamoramento.
Antonio Dorigo, sorpreso, sgomento, entusiasta, si scopre preda dell’amore, quell’amore cui aveva sempre guardato da lontano, quasi di sfuggita, senza mai capirlo (o magari comprendendolo alla perfezione, e proprio per questa ragione fuggendolo), e prigioniero delle sue sabbie mobili ritrova come per incanto il fuoco della giovinezza, sperimenta l’ebbrezza del volontario sacrificio di sé, il dolore dell’assenza della persona amata, lo scorrere del tempo, generoso e imperfetto come una carezza nei fuggevoli momenti di incontro (spasmodicamente cercati, voluti, morsi e consumati con la scomposta ferocia di un predatore), e maligno, impietoso, irraggiungibile, indomabile negli intervalli di forzata lontananza, dilatati a dismisura dall’ansia e dal desiderio. Ma ecco che fronte a lui, la giovanissima Laide, vendicativa maschera del destino, oppone al disperato coinvolgimento di Dorigo una paralizzante freddezza; protetta dal suo ruolo di prostituta, indossato con impeccabile professionalità, non si concede mai all’uomo se non nei termini del “contratto” stipulato tra loro, umiliandolo a più riprese, schernendone la debolezza. Finché tra i due il conflitto non esplode e tutto va in pezzi, finché la finzione del rapporto meretrice-cliente non cede all’erompere del sentimento, alla sua verità, alla sua innocenza. Debole, eppure in qualche modo invincibile.
Un amore è un romanzo di grande intensità, un’esplorazione coraggiosa e lieve delle ragioni del cuore che avvince dall’inizio alla fine. È unopera splendida, scintillante.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.
«Sono Tonino, buongiorno sign…»
«È lei. Quanto tempo che non si fa vedere. Come sta?»
«Non c’è male, grazie. Sa in questi tempi un mucchio di lavoro e così… senta potrei venire questo pomeriggio?»
«Questo pomeriggio? Mi faccia pensare… a che ora?»
«Non so. Alle tre, tre e mezza.»
«Tre e mezza d’accordo.»
«Ah senta, signora…»
«Dica, dica.»
«L’ultima volta, si ricorda?… insomma quella stoffa per essere sincero non mi finiva di piacere, vorrei…»
«Capisco. Purtroppo alle volte io stessa…»
«Qualcosa di più moderno, mi spiego?»
Sì, sì. Ma guardi ha fatto bene a telefonarmi oggi, c’è un’occasione… insomma vedrà che resterà soddisfatto.»
«Tessuto nero, preferibile.»
«Nero, nero, lo so, come il carbone.»
«Grazie, a più tardi allora.»
Mise giù la cornetta. Era solo nello studio. Anche Gaetano Maronni, il collega che occupava la stanza vicina, quel mattino era uscito.

Era una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi. Il lavoro procedeva bene.

Essere uomini o non esserlo. Senza vie di mezzo o scorciatoie

 

Testimonianza e analisi, registrazione dei fatti e loro interpretazione, cronaca storica e riflessione intimista, Uomini e no, capolavoro di Elio Vittorini, si può considerare, per struttura e scelta linguistica, quasi un romanzo sperimentale. L’opera, ambientata a Milano nel 1944, racconta la lotta partigiana di Enne 2, capitano dei Gruppi d’Azione Patriottica, cellule combattenti impegnate nella resistenza alle truppe nazifasciste, ma le sue gesta, gli attentati e le sanguinose rappresaglie scatenate per vendetta dai militari tedeschi, pur essendo il fulcro della narrazione, non la esauriscono. Accanto alla tragedia della guerra, infatti, alla disumanità dell’odio e della cieca volontà di annientamento, che trasformano le persone nel loro opposto (e qui troviamo la prima, possibile chiave di lettura dello splendido titolo del romanzo), si consuma il dramma personale di Enne 2, scandito dal suo infelice amore per Berta, donna sposata che, pur corrispondendo la passione di lui non trova la forza per abbandonare il marito e finisce per rovinare tutto, condannando, oltre a se stessa, anche l’amato, che decide di sacrificare la propria vita in un’ultima, disperata missione (“Sembra che io abbia un incantesimo in te”, confessa l’uomo a Berta durante un loro incontro, “che io debba vederti quando sono al limite. Quando ho voglia di perdermi. E quando ti vedo accade il contrario. E questo dico che sembra un incantesimo. Che appena ho raggiunto il limite debba ritrovarti e avere il contrario”). Nel raccontare la guerra, nel descrivere una Milano in rovina, ininterrotto cumulo di macerie fin dove lo sguardo riesce a correre, lo scrittore siciliano si affida spesso all’immediatezza del linguaggio parlato, del discorso diretto. Gli accadimenti, sia quelli estrinseci e terribili degli scontri (gli agguati degli uomini della Resistenza, le risposte violentissime dei soldati), sia le emozioni, le paure, le angosce e le speranze dei protagonisti, vengono proposte al lettore praticamente senza mediazione letteraria: le persone raccontano ciò che hanno fatto, visto, provato, e in tal modo condividono, apertamente e senza finzioni, non soltanto il mero fatto ma la maniera in cui lo hanno vissuto, compreso, interpretato, metabolizzato. Sarebbe un errore considerare questa precisa scelta espressiva di Vittorini esclusivamente dal punto di vista tecnico, perché le parole pronunciate, che sono flusso di coscienza, proprio come le folli logiche di guerra svelano gli uomini (e dunque anche coloro che non lo sono); la dicotomia insanabile tra la responsabilità che comporta “essere qualcuno” e l’abisso morale che caratterizza tutti coloro che “non sono capaci di essere” – il filo rosso che corre lungo tutto il libro – torna in più occasioni in forma di dubbio, ricerca, interrogazione, ed è per questo che l’autore dà voce alle sue creature, per provare a rispondere, attraverso loro, al quesito fondamentale dell’esistenza: ha senso vivere senza essere?
Uomini e no non è un libro politico, né un elogio della Resistenza. Certo, l’autore si schiera a favore della lotta di liberazione e avversa dichiaratamente la barbarie fascista e nazista, ma il suo mondo, abitato in egual misura dagli “uomini” e dai “no”, non è né semplice né scontato. Non basta essere un comandante sanguinario e implacabile come Cane nero – indimenticabili le pagine a lui dedicate, pagine sofferte, potentissime, cariche di indignazione, di rabbia, di disgusto – per meritarsi la vergognosa qualifica di “no”; la viltà di chi vive (verso sé, gli altri, la vita stessa) è una possibilità che alberga in ognuno, un pericolo, spesso una tentazione cui è difficile resistere. Vittorini lo sa, per questo neppure lui si sottrae all’impegnativa prova di un esame di coscienza. Come autore, come scrittore, si assume fino in fondo non soltanto la responsabilità del romanzo, ma interviene in esso, inserendosi nella vicenda con contributi personali (con pagine in corsivo al principio di alcuni capitoli), ragionando, mettendosi a nudo, perfino discutendo – grazie a quella sospensione di ogni ordine razionale che solo la letteratura rende possibile – con i personaggi che ha creato.
Romanzo di eccezionale intensità e di ineguagliabile spessore drammatico, raccontato, oltre che con immenso talento, con rara sincerità, Uomini e no è una di quelle opere “universali” capaci di parlare a ogni generazione. Nell’urgenza della sua ricerca etica, nel suo umanesimo disperatamente urlato, rivendicato malgrado tutto e tutti come unica possibile speranza, come sola via d’uscita (dalla guerra, ma non solo) è un’opera attualissima. Un punto di riferimento dal quale non è possibile prescindere.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura
I. L’inverno del ’44 a Milano è stato il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite».
«Dal 1908?» diceva l’uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni».
«Bene» il libraio diceva. «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908».
Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908.
Splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva; ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina nell’inverno; era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri, portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno» il libraio gli disse.
«Buongiorno».
«Che inverno, eh!».
«Che inverno è?».
«È l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo».
Si avvicinò l’uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?».

«Dal 1908» disse il libraio. «Dal 1908».

I milanesi ammazzano (non solo il sabato)

 

Duca Lamberti è un medico. Ed è anche un ex galeotto. Ha scontato tre anni di reclusione (ed è stato radiato dall’albo di categoria) per aver aiutato a morire una malata terminale. Ha violato la legge; ha osato smascherare l’ipocrisia perbenista della norma, che tollera qualsiasi cosa, purché compiuta nel perfetto silenzio e nel totale anonimato, ma non può accettare né sopportare chi, alla luce del sole e armato soltanto della propria coerenza, è pronto ad assumersi, per intero, la responsabilità delle proprie scelte.
L’universo morale di Duca Lamberti, splendido e indimenticabile personaggio inventato da Giorgio Scerbanenco e protagonista di quattro romanzi gialli (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano il sabato), è limpido, immediato; è impastato del dolente, disincantato realismo di chi conosce gli uomini e le mostruosità di cui sono capaci, e nello stesso tempo animato dalla rabbiosa volontà di non arrendersi al dolore, al disgusto, al male che, come per un diabolico pervertimento della natura, sembra germogliare dalle persone con impressionante fecondità. Così combatte, anche se sa di non poter vincere; cerca come può di arginare la marea.
L’eroismo di Lamberti è asciutto e scosso da brividi di stanchezza; non ha nulla di nobile, è soltanto la voce di un uomo che si leva ostinata a spezzare il silenzio di chi, per paura o per convenienza, resta a guardare gli orrori da cui è circondato, o peggio volta la testa dall’altra parte. E quella voce, nel gonfio verminaio di Milano, è come se chiamasse a raccolta spiriti affini, uomini e donne dimenticati tra strade e piazze che in qualche modo resistono, con coraggio, con tenacia, non importa a quale prezzo. Perché rinunciare al fardello della propria umanità equivale a perdere tutto. Sono uomini con cui sentirsi fratelli, e donne da amare, come Livia Ussaro, pronta a pagare fino in fondo la fedeltà a se stessa.
Tutto questo, le persone e la città nella quale si muovono, vivono e muoiono, che di volta in volta nasconde e svela abissi di abiezione, fragilità, ansie di vendetta, urgenze di giustizia e laceranti solitudini, Giorgio Scerbanenco lo racconta con crudo realismo ma senza impersonale freddezza. La sua scrittura, che molto deve all’essenzialità della cronaca nera, ha la dettagliata precisione dello scatto fotografico e la sensibilità del ritratto disegnato, della scelta del chiaroscuro, del particolare da evidenziare. Conquista il lettore spalancandogli gli occhi, mostrandogli che non esiste scarto tra le pagine che legge e il mondo che abita, dicendogli che probabilmente non c’è soluzione al male, che alla tragedia non si sfugge. Ma è proprio questa consapevolezza a escludere ogni possibilità di rinuncia: solo nei romanzi mediocri si lotta per vincere, nella realtà ci si batte per riuscire a vivere, o almeno per provare a farlo dignitosamente.
Venere privata, prima “inchiesta” di Duca Lamberti, è un romanzo bellissimo, che una volta iniziato non si riesce ad abbandonare. È il principio di un viaggio che vorrete percorrere fino in fondo.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura
«Come si chiama lei?»
«Marangoni Antonio, io sto lì, alla Cascina Luasca, sono più di cinquant’anni che tutte le mattine vado a Rogoredo in bicicletta».
«Non stare a perdere tempo con questi vecchi, torniamo al giornale».
«È lui che ha scoperto la ragazza, ce la può descrivere, se no dobbiamo passare all’obitorio e siamo in ritardo».
«Io l’ho vista quando è arrivata l’ambulanza, era vestita di celeste».
«Vestita di celeste. Capelli?».
«Scuri, ma non neri».
«Scuri, ma non neri».
«Aveva dei grandi occhiali da sole, rotondi».
«Occhiali da sole, rotondi».
«Non si vedeva quasi niente del viso, era coperto dai capelli».
«Andate via, non c’è niente da vedere».
«Non c’è niente da vedere, l’agente ha ragione, torniamo al giornale».
«Andate via, andate via. Non dovete andare a scuola?».
«Già, qui è pieno di ragazzini».
«Quando sono arrivato io si sentiva odore di sangue».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Si sentiva odore di sangue».
«Naturale, era dissanguata».
«Non si sentiva nessun odore, era passato troppo tempo, siamo arrivati qui con la camionetta».
«Dica, dica, agente».
«In questura vi dicono tutto, io sono qui per tenere lontano questa marmaglia, non parlo coi giornalisti. Ma non c’era odore di sangue, non ci può essere».
«L’ho sentito io, e ho il naso buono. Sono sceso di bicicletta perché dovevo spandere acqua, ho appoggiato la bicicletta in terra».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Mi sono avvicinato a quei cespugli, ecco, proprio quelli, e così ho visto la scarpa, il piede, insomma».
«Andate via, circolate, non c’è niente da vedere, tutta questa gente per vedere un pezzo di prato vuoto».
«Io al principio ho visto solo la scarpa, il piede dentro non lo vedevo, ho allungato la mano».
«Alberta Radelli, ventitré anni, commessa trovata a Metanopoli, località Cascina Luasca, il cadavere è stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali rotondi, io comincio a telefonare questo, poi torno a riprenderti».

«Allora ho sentito che dentro la scarpa c’era il piede e sono rimasto male, ho scostato tutte quelle erbacce e l’ho vista, si capiva subito che era morta.