Il clown, maschera terribile del vero

Recensione di “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll

Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori
Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori

Nella prosa di Heinrich Böll, nell’inflessibile pretesa di verità che la contraddistingue, nella radicale severità del suo procedere, la Germania ferita dall’incubo hitleriano, il Paese devastato dalla guerra che a fatica si rialza, prova a ricostruirsi una dignità e nel giro di pochi anni trova la forza per riorganizzarsi tanto a livello politico quanto dal punto di vista economico, ha nello stesso tempo la sua voce e una fredda, lucidissima coscienza critica. Böll ferisce, squarcia, il suo è un accanimento feroce: la sua scrittura urla, ma non c’è traccia in essa del fiato corto e del rancore meschino propri degli sfoghi personali, perché il lamento del grande autore tedesco è quello di un’anima, di un popolo. Heinrich Böll riesce a essere carnale nelle sue opere, a dar vita a una letteratura quasi insopportabilmente fisica; il dolore che racconta, l’ansia di giustizia che si respira nelle sue pagine, il travaglio etico ed esistenziale che sopporta, la fiera lotta contro ogni menzogna, il dovere, sentito come irrinunciabile, di testimoniare il tragico passato della sua terra, di essere memoria degli orrori trascorsi, di ricordare, costi quello che costi, ciò che è stato a persone che più di tutto desidererebbero dimenticare, chiudere gli occhi, voltare le spalle a tutto quel che è accaduto, non sono semplicemente la sostanza narrativa dei suoi romanzi, sono il senso profondo del suo impegno, le ragioni sulle quali si fonda.

Böll scrive quel che vive, quel che prova, e lo fa dando alla parola scritta la medesima immediatezza che hanno i sentimenti; la bellezza del suo lavoro riposa quasi per intero nella sua autenticità, nella sua sincerità. E sincero fino alla brutalità è uno dei suoi capolavori, Opinioni di un clown, virulento j’accuse di un uomo comune (il clown Hans Schnier) deciso a non arrendersi alle logiche vili e compromissorie della società in cui vive. Offeso, umiliato, vinto pur senza mai essere stato domato, Schnier non è solo un simbolo universale (in lui, nel suo fallimentare percorso artistico, che si chiude a soli ventisette anni a causa di una caduta sul palcoscenico, l’autore rappresenta il popolo tedesco, in special modo le classi più povere), è lo specchio di una nazione. Il solo artificio letterario che Böll si permette è relativo alla vita del suo protagonista; le sue riflessioni, i suoi giudizi, le decisioni, il fulmineo naufragio della sua esistenza (la vicenda si apre e si chiude in una manciata di ore) originano da irrisolti traumi personali, come fossero questioni che riguardano soltanto lui, ma questo non è che un “trucco” narrativo: quel che Böll offre davvero al lettore, infatti, è il nudo ritratto della Germania.

Della Germania nazista prossima al collasso, descritta con compiaciuta perfidia attraverso il rapporto conflittuale tra Schnier e la madre, fervente patriota che manda a morire la figlia – arruolatasi “volontaria” nella Flak, la forza d’artiglieria contraerea perché “ciascuno deve fare la sua parte, per ricacciare gli yankees ebrei dalla nostra sacra terra tedesca” – dimentica del fatto “che un bel pacchetto delle azioni del carbone è da due generazioni nella mani della nostra famiglia. Da settant’anni gli Schnier fanno quattrini con il lavoro che la nostra sacra terra tedesca deve sopportare: villaggi foreste castelli cadono davanti alle loro scavatrici come le mura di Gerico”, e della nazione borghese e perbenista post bellica, che ha regolato troppo in fretta i conti con il proprio passato (al punto da considerare l’insegnante di Schnier, che negli ultimi giorni del regime spiegava agli alunni l’importanza “pedagogica” di fucilare i codardi disertori che non si sacrificavano per la patria, un uomo dal “coraggioso passato politico perché non fu mai iscritto al partito) e che prospera al riparo dal rimorso protetta dal perdono a buon mercato garantito dalla morale cattolica.

Morale meschina, opportunista, decisamente troppo legata alle “cose di questo mondo” per essere spirituale – “I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali” afferma il clown nel corso di una delle numerose telefonate che punteggiano la giornata raccontata nel romanzo – della quale Schnier è la prima vittima (ed ecco di nuovo il pretesto della questione privata: la fidanzata che lo ha da poco lasciato, Maria, cattolica, lo ha fatto perché spinta dalle continue pressioni provenienti dagli ambienti religiosi di riferimento, ostili alla coppia, non unita in matrimonio), ma che rischia di soffocare, con la propria calcolata falsità, l’architettura etica di una società. Giudice e giuria, Schnier legge le sue sentenze e formula le sue condanne affidandole all’impalpabilità del suo livore (è un uomo del popolo, è il popolo, il popolo tedesco, e il popolo tedesco è un popolo sconfitto): sa di non potere nulla, di combattere una guerra che ha già perduto, e allo stesso tempo sa di non poter addossare ad altri colpe che sono sue. Gli sbagli di Schnier, tuttavia, sono quelli degli uomini, di ciascuno di noi, cominciano e finiscono con noi stessi e con le persone cui in qualche modo siamo legati (l’abbandono di Maria dipende anche dalle scelte del clown); quelli della Germania, di Dio, o di chi si arroga il diritto di parlare in sua vece, spalancano voragini nelle quali precipitiamo tutti, non importa se colpevoli o innocenti.

Opinioni di un clown è una discesa agli inferi, un libro che non dà tregua, che toglie il respiro. Ma è un libro che parla di verità, responsabilità, che indica con chiarezza qual è il confine oltre il quale non abbiamo più il diritto di dirci uomini. È un’opera che ci chiama a sé, alla quale non possiamo rinunciare.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo e sono arrivato in qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfer, quel cattolico, il ritmo è diventato ancora più meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza dalla stazione all’albergo, dall’albergo alla stazione, c’è un’unità di misura: il tassametro. A due marchi, tre marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non c’è più, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso l’albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il biglietto ferroviario davanti al portiere dell’albergo, oppure ho chiesto all’impiegato che ritira i biglietti all’uscita della stazione il numero della mia camera. Qualcosa che si può chiamare destino, mi riportava alla mente il mio mestiere e la mia situazione. Sono un clown.

Nobili, monaci, cavalieri: sulle tracce di un mondo scomparso

Johan Huizinga, L'autunno del Medioevo, Rizzoli
Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo, Rizzoli

“Ogni epoca agogna a un mondo più bello. Quanto più la disperazione e il dolore gravano sul torbido presente, tanto più si fa intensa quella bramosia. Verso la fine del Medioevo il senso della vita ha per sostrato un’acuta malinconia. La nota di ardita gioia di vivere e di robusta fiducia nella propria forza che risuona attraverso la storia del Rinascimento e quella dell’Illuminismo, si avverte appena nel mondo franco-borgognone del ’400”. Così scrive nell’introduzione al suo saggio più famoso, L’autunno del Medioevo, il grande storico olandese Johan Huizinga. In questo splendido saggio (pubblicato nel 1919, indubbiamente datato ma che per parecchi decenni è stato un fondamentale punto di riferimento nel panorama degli studi sull’età medievale e che ancora oggi mantiene una sua indiscutibile centralità) Huizinga ricostruisce, come in un complesso mosaico, lo spirito di una società, ma soprattutto di un’età, al tramonto. Nel quattordicesimo e nel quindicesimo secolo, in Francia e in Olanda, il Medioevo morente, la trama del suo orizzonte etico, le abitudini su cui si fonda la vita quotidiana nelle città e nelle campagne, la sistematizzazione del pensiero e del credo religioso, l’arte (con il suo ricchissimo bagaglio di simboli), l’ideale cavalleresco, la rappresentazione della morte (l’accettazione della sua presenza e della sua inevitabilità, forma suprema di esorcismo), sembrano sfaldarsi, consumarsi per lesaurimento di ogni possibile spinta propulsiva. Simile “a un albero completamente sviluppato e carico di frutti troppo maturi”, il tardo Medioevo vive i drammi e sperimenta le debolezze e le incertezze proprie di ogni periodo di passaggio, quando tutto ciò che fino a quel momento aveva assicurato stabilità (dalle forme di espressione del desiderio amoroso fino ai costumi condivisi della vita pratica) si rivela inadatto a leggere una realtà in rapido cambiamento; Huizinga, con l’acutezza, la precisione e l’acribia del ricercatore, dell’“archeologo del sapere storico” – fu per quasi trent’anni docente di storia moderna all’Università di Leida – e insieme con l’irresistibile fascino affabulatorio del narratore puro (che a volte si permette perfino di sacrificare il rigore del metodo d’indagine a favore della bellezza squisitamente formale del disegno d’ambiente), mette in scena, quasi si trovasse su un palcoscenico, i suoni, i colori, il “soffio vitale” di un mondo che, prossimo a perdere se stesso, interroga con affanno e disperazione il passato per provare a dar consistenza al proprio evanescente presente.

Come scrive Eugenio Garin nell’illuminante – e a tratti anche aspramente critica – introduzione al volume (Rizzoli editore), “il libro dello Huizinga è un libro valido, necessario a intendere anche il mondo della rinascenza italiana. Che in un’Europa in crisi è, ancor esso, un mondo in crisi, ove serpeggia la malinconia di un ordine infranto, di una società travagliata, di antiche divinità che muoiono. Quel profondo mutar d’orizzonti, quel trasformarsi di fedi, quella vita nuova innanzi alle cose del mondo, è sentita anche come un doloroso trapasso. Leonardo, Machiavelli e Michelangelo, per prendere i sommi; Ficino, Pico, Savonarola, Lorenzo de’ Medici, per prendere gli esponenti della Firenze nell’ultimo Quattrocento, anche quando riconoscono i valori della vita, sentono vicinissima la tragedia di un tempo nella tragedia del mondo. Proprio il crollo delle antiche credenze, delle antiche sicurezze, delle antiche istituzioni, se permette all’uomo di ritrovare il senso della sua responsabilità, gli dà acutissima coscienza della sua condizione. La malinconia di Ficino; il pianto disperato di Giovan Pico che commuove Lefèvre d’Etaples; il senso della caducità delle cose, e insieme la fede nelle cose, in Lorenzo; l’aspra volontà riformatrice di Savonarola, s’incontrano con la serenità non umana di Leonardo fiorita su visioni apocalittiche, non meno che con la tragicità della morale di Machiavelli e delle creazioni sublimi di Michelangelo”.
Saggio storico scorrevole e avvincente quasi come un romanzo, L’autunno del Medioevo è una di quelle opere che, per ricchezza di contenuti e nitore espressivo, trascendono la propria origine e destinazione e si aprono alla grande maggioranza dei lettori. Va da sé che chiunque non sia interessato alla storia in generale (e al Medioevo in particolare) non avrà alcun interesse ad approcciare il volume; a tutti gli altri, però, mi permetto di dire “leggetelo”, sarà una piacevolissima sorpresa.
Eccovi, invece dell’incipit dell’opera, quello del capitolo sesto dedicato agli ordini e ai voti cavallereschi. Buona lettura.
Il grande giuoco della vita bella, come sogno di nobile coraggio e fedeltà, non aveva a sua disposizione soltanto la forma del combattimento cavalleresco. Aveva una seconda forma, parimenti importante: gli Ordini cavallereschi. Anche se non è facile dimostrare il rapporto immediato, tuttavia non può esser dubbio per chiunque abbia qualche familiarità con gli usi dei popoli primitivi, che tanto gli Ordini cavallereschi quanto i tornei e la consacrazione a cavaliere risalgono con le loro radici fino ai riti della lontana preistoria. La «collata» è un rito della pubertà, che ha acquistato significato etico e sociale: è la consegna delle armi al giovane guerriero. Il torneo come tale è antichissimo e aveva, una volta, un senso religioso. L’Ordine cavalleresco non può essere disgiunto dalle «fratrie» dei popoli primitivi. Qui non possiamo far altro che presupporre tale nesso come una tesi non provata; non si tratta, per noi, di documentare un’ipotesi etnologica, bensì di illustrare il patrimonio d’idee della cavalleria al momento del suo massimo sviluppo; e chi vorrà negare che in quel patrimonio sia ancora superstite qualcosa degli elementi primitivi? È ben vero che l’elemento cristiano predomina in quella concezione, a tal punto che anche una spiegazione basata su motivi esclusivamente ecclesiastici e politici, strettamente medioevali, potrebbe riuscire convincente, se, per l’appunto, non si sapesse che vi sono paralleli primitivi, universalmente diffusi. I primi Ordini cavallereschi, cioè i tre grandi Ordini di terra Santa e i tre Ordini spagnuoli, erano nati, come genuina incarnazione dello spirito medioevale, dall’unione degli ideali cavallereschi e monastici, in un’epoca in cui la lotta contro l’Islam era una realtà meravigliosa.

Essere uomini o non esserlo. Senza vie di mezzo o scorciatoie

 

Testimonianza e analisi, registrazione dei fatti e loro interpretazione, cronaca storica e riflessione intimista, Uomini e no, capolavoro di Elio Vittorini, si può considerare, per struttura e scelta linguistica, quasi un romanzo sperimentale. L’opera, ambientata a Milano nel 1944, racconta la lotta partigiana di Enne 2, capitano dei Gruppi d’Azione Patriottica, cellule combattenti impegnate nella resistenza alle truppe nazifasciste, ma le sue gesta, gli attentati e le sanguinose rappresaglie scatenate per vendetta dai militari tedeschi, pur essendo il fulcro della narrazione, non la esauriscono. Accanto alla tragedia della guerra, infatti, alla disumanità dell’odio e della cieca volontà di annientamento, che trasformano le persone nel loro opposto (e qui troviamo la prima, possibile chiave di lettura dello splendido titolo del romanzo), si consuma il dramma personale di Enne 2, scandito dal suo infelice amore per Berta, donna sposata che, pur corrispondendo la passione di lui non trova la forza per abbandonare il marito e finisce per rovinare tutto, condannando, oltre a se stessa, anche l’amato, che decide di sacrificare la propria vita in un’ultima, disperata missione (“Sembra che io abbia un incantesimo in te”, confessa l’uomo a Berta durante un loro incontro, “che io debba vederti quando sono al limite. Quando ho voglia di perdermi. E quando ti vedo accade il contrario. E questo dico che sembra un incantesimo. Che appena ho raggiunto il limite debba ritrovarti e avere il contrario”). Nel raccontare la guerra, nel descrivere una Milano in rovina, ininterrotto cumulo di macerie fin dove lo sguardo riesce a correre, lo scrittore siciliano si affida spesso all’immediatezza del linguaggio parlato, del discorso diretto. Gli accadimenti, sia quelli estrinseci e terribili degli scontri (gli agguati degli uomini della Resistenza, le risposte violentissime dei soldati), sia le emozioni, le paure, le angosce e le speranze dei protagonisti, vengono proposte al lettore praticamente senza mediazione letteraria: le persone raccontano ciò che hanno fatto, visto, provato, e in tal modo condividono, apertamente e senza finzioni, non soltanto il mero fatto ma la maniera in cui lo hanno vissuto, compreso, interpretato, metabolizzato. Sarebbe un errore considerare questa precisa scelta espressiva di Vittorini esclusivamente dal punto di vista tecnico, perché le parole pronunciate, che sono flusso di coscienza, proprio come le folli logiche di guerra svelano gli uomini (e dunque anche coloro che non lo sono); la dicotomia insanabile tra la responsabilità che comporta “essere qualcuno” e l’abisso morale che caratterizza tutti coloro che “non sono capaci di essere” – il filo rosso che corre lungo tutto il libro – torna in più occasioni in forma di dubbio, ricerca, interrogazione, ed è per questo che l’autore dà voce alle sue creature, per provare a rispondere, attraverso loro, al quesito fondamentale dell’esistenza: ha senso vivere senza essere?
Uomini e no non è un libro politico, né un elogio della Resistenza. Certo, l’autore si schiera a favore della lotta di liberazione e avversa dichiaratamente la barbarie fascista e nazista, ma il suo mondo, abitato in egual misura dagli “uomini” e dai “no”, non è né semplice né scontato. Non basta essere un comandante sanguinario e implacabile come Cane nero – indimenticabili le pagine a lui dedicate, pagine sofferte, potentissime, cariche di indignazione, di rabbia, di disgusto – per meritarsi la vergognosa qualifica di “no”; la viltà di chi vive (verso sé, gli altri, la vita stessa) è una possibilità che alberga in ognuno, un pericolo, spesso una tentazione cui è difficile resistere. Vittorini lo sa, per questo neppure lui si sottrae all’impegnativa prova di un esame di coscienza. Come autore, come scrittore, si assume fino in fondo non soltanto la responsabilità del romanzo, ma interviene in esso, inserendosi nella vicenda con contributi personali (con pagine in corsivo al principio di alcuni capitoli), ragionando, mettendosi a nudo, perfino discutendo – grazie a quella sospensione di ogni ordine razionale che solo la letteratura rende possibile – con i personaggi che ha creato.
Romanzo di eccezionale intensità e di ineguagliabile spessore drammatico, raccontato, oltre che con immenso talento, con rara sincerità, Uomini e no è una di quelle opere “universali” capaci di parlare a ogni generazione. Nell’urgenza della sua ricerca etica, nel suo umanesimo disperatamente urlato, rivendicato malgrado tutto e tutti come unica possibile speranza, come sola via d’uscita (dalla guerra, ma non solo) è un’opera attualissima. Un punto di riferimento dal quale non è possibile prescindere.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura
I. L’inverno del ’44 a Milano è stato il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite».
«Dal 1908?» diceva l’uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni».
«Bene» il libraio diceva. «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908».
Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908.
Splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva; ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina nell’inverno; era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri, portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno» il libraio gli disse.
«Buongiorno».
«Che inverno, eh!».
«Che inverno è?».
«È l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo».
Si avvicinò l’uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?».

«Dal 1908» disse il libraio. «Dal 1908».

Wilde, poeta della vita, esteta del dolore

 

Oscar Wilde, Il delitto di Lord Arthur Savile e altri racconti, BUR
Oscar Wilde, Il delitto di Lord Arthur Savile e altri racconti, BUR

L’eleganza perfetta della prosa, il motteggio squisito, il gusto vivo per il paradosso, l’intelligenza acutissima, il sarcasmo acuminato e crudele offerto con inimitabile grazia come un dono e ingentilito da un’arguzia talmente sottile da divenir genio, il linguaggio naturalmente ricco, incantevole, il raffinato, sicuro danzare lungo il crinale (invisibile ai più) di ogni possibile sfumatura di significato, la dedizione assoluta all’arte pura, alla disincarnata essenzialità dell’esperienza estetica. Quel che rende inimitabile e splendido lo stile di Oscar Wilde è universalmente noto, né sorprende, o entusiasma, il fatto che le sue opere, divenute classici fin dal loro primo apparire, riescano a vivere incorrotte al di fuori del tempo continuando ad affascinare milioni di lettori e a essere oggetto di approfonditi studi. In una parola, Wilde, per tutti o quasi, è la letteratura, per questo su di lui è stata detta e scritta qualunque cosa, e con così tanta generosità da far persino dubitare ci sia così tanto da elucubrare e interrogarsi su un autore che, per sua stessa ammissione, si è limitato a mettere “il talento nell’arte, riservando il genio alla vita vissuta”. Non v’è dubbio, sia chiaro, che il grande maestro irlandese meriti per intero l’attenzione di cui ha goduto fino a oggi (e che, si può esser certi, continuerà ad avere in futuro), né che la sua scrittura sia inesauribile quanto a bellezza, capacità di suggestionare, divertire, commuovere, provocare, ferire; tuttavia, per una sorta di “logica dell’assurdo” che non sarebbe dispiaciuta allo scrittore, questa partecipata attenzione, che mette in primo piano, esaltandole, le caratteristiche distintive della produzione letteraria di Wilde, rischia di lasciarne in ombra un aspetto fondamentale: la profonda, dolente sincerità e la tormentata umanità che stillano da ogni sua pagina.

Al di là dei raffinati arabeschi sintattici, delle sontuose descrizioni d’ambiente, dei dialoghi pungenti, irriverenti, spiazzanti, degli intrecci nitidi, della superba costruzione dei caratteri, c’è un filo rosso che lega tra loro le opere di Oscar Wilde, quelle che nascono dalle reali sofferenze e dalle umiliazioni patite dall’uomo, esteta e amante talmente appassionato da non poter essere compreso (e dunque accettato) dal proprio tempo – la lacerante lettera-sfogo indirizzata dal carcere di Reading al giovane Alfred Douglas, causa prima delle sue disgrazie, e pubblicata grazie agli sforzi del leale amico Robert Ross con il titolo di De Profundis; La ballata del carcere di Reading, data alle stampe nel 1898, a soli due anni dalla morte, che nella controllata cadenza del componimento poetico esplora gli abissi nei quali sprofondano coscienza di sé e dignità dell’uomo costretto in regime di detenzione – e quelle nate esclusivamente dalla feconda libertà del suo genio creativo – le impietose commedie di costume (Il ventaglio di lady Windermere, L’importanza di chiamarsi Ernesto), il cui magistrale meccanismo comico mette a nudo volgarità, debolezze e ipocrisia della sclerotizzata morale vittoriana lasciandola esposta, nuda, all’insostenibile imbarazzo della propria condizione, il capolavoro riconosciuto, Il ritratto di Dorian Gray, rivendicazione orgogliosa dell’autonomia assoluta dell’arte, della sua intangibilità etica, della sua primogenitura perfino rispetto alla vita, e infine le fiabe e i racconti intessuti di malinconiche metafore e struggenti allegorie, che l’autore definiva “studi in prosa volti in forma fantastica e intesi in parte per i bambini e in parte per coloro che hanno mantenuto la capacità di gioire e di stupirsi”.
Proprio le fiabe e i racconti, veri e propri capolavori calati in una sognante, agrodolce atmosfera che della realtà non riporta che flebili eco, e che a un primo sguardo sembrano segnare una sorta di frattura con il resto degli scritti di Wilde, ne rappresentano invece la piena continuità. Le storie contenute nella raccolta intitolata Il delitto di Lord Arthur Savile, per esempio, nelle quali lo splendore formale dell’arte di narrare di Wilde sembra bastare a se stesso e rendere quasi superfluo il contenuto, non sono meri esercizi di stile (gradevolissimi ma nella sostanza sterili); in essi, proprio come nel De profundis, anche se naturalmente con ben diverso accento e urgenza, lo scrittore guarda all’uomo, lo cerca come un nuovo Diogene, soffermandosi con sguardo divertito sulle sue debolezze senza tuttavia dimenticare di registrare con ironico compiacimento le eccezioni positive (come nel delizioso Il modellomilionario). E ancor più vicini ai “fatti della vita” e a coloro che li compiono sono altre raccolte, come Il principe felice, ricco di apologhi sulla stupidità umana, sull’ambizione, sui sentimenti traditi (L’amico devoto), e La casa dei melograni, le cui pagine cariche di pessimismo (Il figlio delle stelle) non offrono nessun facile conforto pur non chiudendo del tutto le porte alla possibilità della redenzione.
Nel dispensare gioia e stupore a tutti coloro che ancora hanno voglia e capacità di provare questi sentimenti, Wilde non smette neppure per un momento di parlare della vita, della sua come della nostra. Lo fa raccontando meravigliosamente, accendendo la fantasia, accompagnandoci, con l’amore di un padre, fin nel liquido orizzonte del sogno, e poi, delicatamente, sussurrandoci all’orecchio che è tempo di riaprire gli occhi al mondo. Quello stesso mondo che l’ha esaltato, condannato al carcere e infine a morte.
Eccovi l’incipit del racconto Il delitto di Lord Arthur Savile. Buona lettura.
Era l’ultimo ricevimento di lady Windermere prima di Pasqua, e casa Bentinck era perfino più affollata del solito. Vi erano intervenuti sei ministri di gabinetto appena reduci da una seduta, con tutte le loro decorazioni e i nastri di riconoscimento; le donne più belle indossavano i loro abiti eleganti, e all’estremità della galleria di quadri se ne stava impettita la principessa Sophia di Karlsrühe, una massiccia signora dall’aspetto tartaro, con degli occhietti neri, e magnifici smeraldi, la quale parlava un pessimo francese a voce altissima e rideva sboccatamente a ogni frase che le veniva rivolta. C’era davvero un incredibile miscuglio di persone. Splendide duchesse si intrattenevano affabilmente con i radicali più estremisti, predicatori famosi strusciavano le loro marsine a coda contro quelle di eminenti scettici pensatori. Un’intera corte di vescovi inseguiva di sala in sala un’avvenente primadonna; sullo scalone si evidenziava un gruppo di accademici reali, travestiti da artisti, e si diceva che una volta la sala da pranzo fosse stata zeppa di luminari intellettuali. Effettivamente quella fu una delle serate meglio riuscite di lady Windermere, tanto che la principessa rimase lì fino alle undici e mezzo passate.   

Gli omicidi, l’eunuco e la storia

Istanbul, 1836. Sono trascorsi esattamente dieci anni dallo scioglimento del corpo dei Giannizzeri, fanteria e guardia personale del Sultano e dei suoi beni, la cui rivolta contro Mahmut II, soffocata nel sangue, ha avuto come conseguenza, oltre allo sterminio dei soldati, la cancellazione del loro intero apparato militare e la sua sostituzione con un’altra unità: la Nuova Guardia. Quasi fosse un inquietante memento di questo tragico anniversario, o un messaggio di vendetta recapitato nel cuore stesso del Palazzo del potere, un orribile delitto scuote fin nelle fondamenta l’impero ottomano: una giovane circassa dell’harem, scelta dal Sultano per trascorrere con lui la notte, viene trovata strangolata. È solo l’inizio di una catena di atroci fatti di sangue di cui nessuno sembra comprendere la ragione. Tutto quel che si sa è che i bersagli della mano o delle mani assassine sono cadetti della Nuova Guardia. Quattro giovani ufficiali, il primo dei quali viene rinvenuto cadavere in un calderone, la faccia tagliata via di netto: un colpo solo, dal mento alla fronte. E se questa barbara, insensata violenza fosse parte di un piano più articolato, teso a colpire Mahmut II e a destabilizzare l’ordine politico della Sublime Porta? O non potrebbe, invece, segnare proprio il ritorno dei tanto temuti Giannizzeri, il cui odioso dominio sulla città era stato spezzato proprio dagli artiglieri di quella che sarebbe diventata la Nuova Guardia? E se al contrario si trattasse solo di un folle? Di un pazzo criminale che colpisce senza avere un piano, spinto solo dal suo delirio, implacabile, e soprattutto inafferrabile? Dilaniati dai dubbi, impauriti, incapaci di affrontare la situazione e timorosi dei suoi possibili sviluppi, gli uomini di governo, i notabili e gli alti ufficiali a capo dell’esercito, su ordine di Mahmut II si rivolgono all’eunuco di corte Yashim, uomo di profonda cultura, allo stesso tempo saggio e scaltro, non estraneo alle logiche spesso perverse del potere ma neppure così implicato in esse da esserne irrimediabilmente corrotto. Tocca a lui indagare il mistero di quelle morti, scoprire quale complotto nascondano (sempre che davvero ne celino uno) e fermarlo prima che sia troppo tardi.
Il “detective ottomano” Yashim nasce dalla fantasia di Jason Goodwin e questa sua avventura, la prima di una serie, viene raccontata in un coinvolgente e convincente mystery storico intitolato L’albero dei Giannizzeri. Il romanzo, pubblicato nel 2006, si è aggiudicato l’anno seguente l’importante premio internazionale Edgar Allan Poe Award. Un riconoscimento più che meritato, e non solo per la complessità dell’intreccio, magistralmente orchestrata, e la precisione della ricostruzione d’ambiente; l’autore, infatti, consapevole di cimentarsi con un genere letterario frequentatissimo (quello del giallo tradizionale), non spreca inutilmente energie nella ricerca dell’originalità a tutti i costi, non punta a sorprendere, ma anzi dimostra un assoluto rispetto per l’architettura narrativa classica, limitandosi, nello sviluppo della trama, a seguire l’evolversi dell’indagine fino allo scioglimento finale. Lungi dall’essere un limite, questo suo modo di procedere è in realtà il miglior viatico possibile alla scoperta del libro e dei suoi notevolissimi pregi; la storia, che prende immediatamente avvio, trascina con sé il lettore, sedotto dal mistero (e anche dalla cruda ferocia degli omicidi, tutti perversi, efferati, e furbescamente descritti nel dettaglio), lo chiama a partecipare alla sua soluzione allo stesso modo in cui viene chiamato Yashim, ed è esattamente come compagno d’avventura di Yashim, come “investigatore aggiunto”, che ha modo di godere, quasi senza accorgersene, delle molte qualità dell’opera: la caratterizzazione di Yashim innanzitutto – raffinato cosmopolita che sa guardare all’Oriente (da cui proviene) e all’Occidente (da cui è affascinato) e alle rispettive culture come a opportunità cui aprirsi e non come alternative dissonanti tra cui scegliere (non a caso, uno dei libri che legge con maggior piacere e profitto è Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos) – attenta, efficace, equilibrata, mai artificiosa, in una parola, credibile, autentica; la descrizione del mondo nel quale si muove ed opera, una realtà in fermento, piena di energia ma anche pericolosamente caotica, illuminata e aperta eppure soffocata dal più cieco misticismo, in bilico tra meditato afflato religioso e potenti derive irrazionalistiche; la capacità di restituire, nelle innocue vesti di un “enigma poliziesco senza poliziotti”, lo spirito di un tempo e soprattutto di un luogo la cui piena comprensione rappresenta ancora oggi, per il mondo intero ma soprattutto per l’Occidente, una prova di maturità, forse la più importante della sua storia.
L’albero dei Giannizzeri, dunque, non è soltanto un ottimo giallo scritto con stile e innegabile talento, così come non si limita, semplicemente, a segnare il felice esordio letterario di un nuovo investigatore; è un libro più profondo, più impegnato, che ha il grande merito di farsi leggere con facilità, di avvincere e anche di divertire, e quello ancora più grande di non concludersi con la scoperta del colpevole. Anche dopo aver chiuso il caso, Yashim continua a parlarci.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Yashim si scacciò un granello di polvere dal polsino.
– Un’altra cosa, marchesa, – mormorò.
Lei lo guardò serafica.
– I documenti.
La marchesa de Merteuil scoppiò in una risatina.
– Flüte, monsieur Yashim, deprivazione non è una parola riconosciuta dall’Académie – Agitò il ventaglio e da dietro aggiunse, quasi in un sibilo: – È una condizione mentale.
Yashim già sentiva che il suo sogno stava per infrangersi.
La marchesa aveva pescato un documento dalla scollatura e lo batteva sul tavolo come un piccolo martello. Yashim lo osservò più da vicino, In effetti era un piccolo martello.
Toc, toc, toc.
Yashim aprì gli occhi e si guardò intorno. Lo Chateau de Merteuil si dissolse alla luce della candela. Le ombre occhieggiarono da sotto gli scaffali tappezzati di libri e dagli angoli della stanza – una stanza e mezza, per la precisione, dove lui abitava da solo, in un palazzo di Istanbul. L’edizione rilegata in pelle de Le relazioni pericolose gli era scivolata in grembo.
Toc, toc, toc.
– Evet, evet, – borbottò. – Un attimo, arrivo -. Si infilò un mantello sulle spalle, un paio di pantofole gialle ai piedi e raggiunse la porta ciabattando. – Chi è?
– Sono il paggio.
Caspita che giovincello, osservò Yashim, lasciando entrare il vecchio rinsecchito nella stanza buia. La candela sgocciolò a causa della corrente improvvisa e le loro sagome, proiettate sulle pareti, lottarono finché l’ombra del paggio non trafisse quella di Yashim con un pugnale estratto all’improvviso. Yashim prese il rotolo di carta e diede un’occhiata al sigillo. Cera gialla.

Sberleffo al Duce con delitto

Recensione di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda

Se lo stile letterario di Carlo Emilio Gadda avesse un corrispettivo filosofico, lo si potrebbe qualificare come una sorta di felice “hegelismo senza Hegel”. A differenza, infatti, del pensatore di Stoccarda, i cui tentativi di seguire e spiegare le determinazioni successive del concetto (che in ultima analisi si rivela essere il senso della storia, la verità che si compie) si sono concretizzati in una messe di opere caratterizzate da un linguaggio inutilmente involuto, retorico e oscuro (specchio di un sistema di pensiero fondamentalmente insincero, che purtroppo ha avuto molta più influenza di quanto avrebbe meritato), Gadda ha risolto l’irriducibile complessità della vita rinunciando a spiegarla ma in compenso descrivendola in tutti i suoi aspetti attraverso un linguaggio evocativo e fiammeggiante, ricchissimo di soluzioni originali, nel quale memorie dialettali si mescolano a invenzioni e neologismi; il suo registro espressivo è sorprendente, di rara efficacia e ironico fino alla ferocia.
Gadda – unico nel panorama letterario italiano – utilizza parole e sintassi con piena libertà, quasi ci giocasse; ma la spensieratezza dei suoi equilibrismi grammaticali è solo apparente; l’autore, infatti, non sperimenta alla cieca, conosce alla perfezione la lingua ed è proprio per questa ragione che può permettersi di portarla oltre i propri confini (non a caso, Carlo Emilio Gadda è uno dei pochissimi autori nel panorama letterario mondiale a essere praticamente intraducibile; proposti in altre lingue, i suoi romanzi vengono spogliati del loro tesoro più grande, la capacità di guardare alla lingua italiana da una prospettiva “impossibile”, e di ribaltare, o meglio ancora di ignorare, qualsiasi regola, qualsiasi codice, qualsiasi struttura, qualsiasi riferimento per dar vita a una realtà più ricca e più grande).
Tuttavia, non è a un puro formalismo che la prosa di Gadda approda. È vero che nei suoi romanzi non è la trama in senso stretto la cosa più importante, ma va detto che non è neppure un ingrediente da cui si possa prescindere. Per spiazzante, “folle” e immaginifica che sia, infatti, la scrittura di questo geniale autore rimane sempre fedele a un disciplinatissimo realismo. In uno dei suoi lavori più noti, per esempio, lo splendido Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Gadda esercita il proprio straripante talento misurandosi con il giallo, ma utilizza il fatto di sangue al centro della narrazione (l’omicidio della moglie di un uomo facoltoso, consumato in un palazzo non lontano dal Colosseo nel quale poco tempo prima erano stati rubati dei gioielli appartenenti a un’anziana donna) sia per ribadire le proprie convinzioni politiche radicalmente antifasciste – il libro, pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista Letteratura nel 1946, è ambientato nel 1927, e con compiaciuta perfidia l’autore non solo sbeffeggia il Duce affibbiandogli, tra molti altri, l’irriguardoso nomignolo di Predappiofesso, ma nel scegliere un fatto di sangue, e il disordine, la paura e l’instabilità che inevitabilmente porta con sé, colpisce al cuore uno dei simboli centrali della retorica mussoliniana, quello che si richiama all’ordine, alla sicurezza, alla garanzia di protezione per tutti i cittadini – sia per presentare al lettore la sua visione del mondo e degli uomini.
Così, mentre le indagini del commissario della Squadra Mobile della Polizia Francesco Ingravallo cercano di far luce sul delitto, al centro del racconto sfilano personaggi che incarnano i peggiori vizi umani (dagli appartenenti agli eleganti ambienti borghesi, che nascondono sempre più di quanto siano disposti a mostrare, fino agli uomini e alle donne del proletariato romano, abbruttiti dalle difficili condizioni di vita, e ancora ladri, delinquenti della peggiore risma, ruffiani, prostitute); Gadda li racconta per quello che sono, senza finzioni e senza risparmiare nulla, ma anche senza dimenticare che la vita è un inestricabile “pasticciaccio” di dramma e commedia, di dolore e serenità; un pasticcio in cui dietro l’angolo della più terribile delle tragedie può trovare posto uno scoppio di riso liberatorio.
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è uno dei grandi capolavori della letteratura italiana. Leggetelo, imparerete che non sempre, in un giallo, la cosa importante è smascherare il colpevole.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo.  

L’Oriente e l’Occidente in una miniatura

Recensione di “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

 

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi

Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, è un romanzo perfetto. Lo è dal punto di vista dell’architettura narrativa, che mescola magistralmente, armonizzandoli tra loro, generi differenti (il giallo, il racconto amoroso, quello d’avventura, l’invenzione fiabesca e la rievocazione storica), così come per quel che riguarda lo stile di scrittura, sempre equilibrato, affascinante, di incantevole bellezza formale e nello stesso tempo dotato di una capacità d’analisi, di una radicalità di pensiero e di una coerenza intellettuale di rara profondità. Scrittore dotato di sensibilità acutissima e cristallino talento, Pamuk esplora l’infinito universo delle parole con entusiastica, ardente meraviglia e consumata saggezza; ed è grazie a questo atteggiamento – proprio del filosofo come dell’amante – che il grande autore turco riesce a dare alla sua prosa una ricchezza espressiva unica, caricandola di suggestioni ed emozioni, facendola esplodere, come fuoco d’artificio, in magnifici arabeschi, e poi confinandola nello spazio essenziale eppure ricchissimo di un cuore, di un’anima, luoghi dello spirito in cui dimorano gli uomini e i loro sogni, le loro speranze, le loro paure, il loro dolore.

In questo lavoro, ambientato a Istanbul alla fine del XVI secolo, Pamuk riprende uno dei suoi temi centrali, quello del conflitto (sempre incombente) e dell’incontro (auspicabile) tra Oriente e Occidente, dell’assoluta inconciliabilità, ma anche di un’eventuale mediazione – e ancor più di una feconda contaminazione, che si ha il dovere morale di cercare, di perseguire – fra tradizione e modernità; teatro di questo scontro tra culture è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove lavorano, agli ordini dell’anziano Maestro Osman, alcuni artisti dotati di eccezionale talento. La miniatura, il disegno ricercato e preciso che impreziosisce le pagine dei libri commissionati da sovrani, khan e scià in perenne ricordo delle loro gesta e delle vittorie conseguite in battaglia, diviene, nei continui rivolgimenti e nelle lotte intestine che dilaniano l’Impero Ottomano, bottino di guerra, passa di mano in mano al pari di altri tesori, ma non ha nulla a che vedere con il resto dei trofei, per quanto splendidi e preziosi possano essere. I libri miniati, infatti, così come coloro che li creano (le cui vite finiscono per divenire una cosa sola con le opere cui si consacrano, per fondersi con esse), custodiscono e tramandano la storia dei popoli e delle nazioni, sono il modello eterno di tutto ciò che sarà; gli eserciti schierati e pronti all’assalto si fanno archetipo di ogni combattimento, proprio come la struggente storia d’amore di Cosroe e Sirin rivive, intatta, nelle passioni di ciascuno. Attraverso la miniatura (disegno immortale in quanto rappresentazione delle cose non così come le vediamo ma nel modo in cui Allah le vede), Pamuk spalanca al lettore un orizzonte da Mille e una notte, dove trovano posto racconti, aneddoti, ricordi, fantasie, la vita straordinaria di Behzat, il più grande fra i miniaturisti, e la descrizione del leggendario Libro dei Re di Scià Tahmasp.
Testimonianza di un sapere millenario, questa fittissima rete di rimandi è la cornice – come le pagine lo sono per i disegni – della trama vera e propria, che viene raccontata dando voce a tutti i protagonisti della vicenda (persone, ma anche disegni, colori, oggetti, e persino la morte e Satana). Un maestro miniaturista, soprannominato Raffinato, viene ucciso; lavorava, assieme ai suoi tre colleghi Cicogna, Oliva e Farfalla, a un libro che il Sultano in persona aveva commissionato a Zio Effendi, un esperto di pittura che aveva conosciuto la ritrattistica dei pittori veneziani e ne era rimasto affascinato e sconvolto. Il libro, una volta concluso, sarebbe stato qualcosa di rivoluzionario; inviato in dono al Doge, avrebbe mostrato tutta la potenza del Sultano e lo avrebbe fatto in modo inequivocabile per i veneziani e per tutti gli occidentali: attraverso disegni fatti all’europea, disegni che mostravano le cose, e le persone, dal punto di vista di chi guarda e non da quello eterno e immutabile di Allah. Per questa ragione Zio Effendi e Maestro Osman sono divisi da una rivalità insanabile; il primo, agli occhi del secondo, è corrotto da un’idea di pittura che è soltanto egoistica esibizione di talento, mentre Osman, per Zio Effendi, non è che un uomo stupido, incapace di vedere il destino ultimo di tutto ciò che ha vita: la morte e l’oblio. Tocca a Nero, nipote di Zio Effendi innamorato fin da bambino della bellissima Seküre, la figlia dell’uomo, scoprire l’identità dell’assassino e portare a termine il libro, perché soltanto in questo modo avrà la possibilità di coronare il proprio sogno più grande e sposare Seküre. Ma la via verso la verità è tanto tortuosa quanto pericolosa.
Il mio nome è rosso è un capolavoro letterario, un libro densissimo di storia, di invenzioni, di fantasia e di verità. È un autentico tesoro, al pari dei testi di cui parla e che restituisce alla curiosità ammirata del lettore.
Eccovi uno dei momenti più intensi del romanzo, parte del colloquio tra Zio Effendi (che racconta in prima persona) e l’assassino. Buona lettura
«Quando il libro sarà terminato, coloro che vedranno i disegni comprenderanno il mio talento? – chiese con la disinvoltura delle nostre vecchie abitudini di lavoro».
«Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano prenderà in mano e darà un’occhiata a questo libro, certo, prima controllerà, con la coda dell’occhio, se l’oro è stato usato correttamente, contemplerà il suo ritratto come se leggesse la dettagliata descrizione di un individuo, non ammirerà il nostro meraviglioso disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci farà un gran favore se vorrà perdere del tempo a guardare le meraviglie che disegniamo, ispirati dall’Oriente e dall’Occidente, con tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai che, se non accade un miracolo, non chiederà assolutamente chi abbia fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest’uomo e chi di questo cavallo e chiuderà a chiave il libro nel suo Tesoro. Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a disegnare, pensando sempre che un giorno avverrà quel miracolo. Rimanemmo un po’ in paziente silenzio».
«Quando accadrà quel miracolo? – domandò -. Quando verranno veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?Quando ci concederanno l’amore che merito, che meritiamo?».
«Mai!».
«Come?».
«Non ti daranno mai quello che vuoi – risposi. – In futuro sarai sempre meno compreso».
«I libri rimangono nei secoli», disse con aria orgogliosa, ma non del tutto sicuro di sé.
«Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede, la tua sensibilità, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi. Ma i loro disegni sono più convincenti, somigliano di più alla vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro, disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe, tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre, sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto a quello che fanno, che il loro disegno tenti di imitare il mondo mi sembra un’inezia, mi offende. Ma i disegni fatti con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello che l’occhio vede, come l’occhio lo vede. Loro disegnano quello che vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che è possibile far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una cosa del genere è talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai, i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli di tutti i paesi europei. Perché una volta che vedi quei disegni, anche tu vuoi vederti così e credere di essere una creatura completamente diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarità. I nuovi metodi permettono di disegnare l’uomo non come lo vede la mente, ma come lo vede l’occhio. In futuro, un giorno tutti disegneranno così. Quando si parlerà di disegno, tutto il mondo capirà quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto che non capisce nulla di miniatura, vorrà farsi fare il ritratto per credere, guardandosi la punta del naso, di non essere uno stupido qualsiasi ma una personalità speciale e unica».
«Eh, allora faremo quei disegni», disse lo spiritoso assassino.

«Non li faremo! – dissi. – Non hai imparato dal defunto Raffinato Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero è la stessa cosa. Nessuno si interesserà ai nostri libri, ai nostri disegni. E quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente e arricciando il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno i libri. Perché la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie, pian piano elimineranno i libri. 

La sterile verità dell’ispettore Sejer

Recensione di “La ragazza del lago” di Karin Fossum


Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer
Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer

Il pregio maggiore dei romanzi gialli di Karin Fossum, celebrata autrice norvegese sfortunatamente ancora poco nota in Italia, sta nella loro singolarità; in alcune particolarità che, pur nel pieno rispetto dei canoni stilistici e narrativi del genere, evidenziano il carattere originalissimo delle sue opere. La prima di esse è la prosa, che, agile, equilibrata ed elegante, introduce il lettore alla vicenda e subito si fa da parte; lo invita, verrebbe quasi da dire che lo seduce grazie al suo aggraziato scorrere e a creazioni di superba fattura, poi è come se lo risvegliasse da un incantesimo, lasciandolo, completamente disorientato, alle prese con l’inquietudine, il sospetto, e con un mistero da risolvere. La seconda è l’eccezionale abilità di Karin Fossum a elaborare paradossi; forte dell’assoluto nitore della sua scrittura, l’autrice ne fa una tela di ragno dentro la quale avvolge ogni cosa rendendola irriconoscibile (ma attenzione; la complessità e  la contraddittorietà sono attributi della realtà; alla Fossum va il merito, non comune, di vederli e restituirli intatti).

Così, le rigorose descrizioni d’ambiente si limitano a restituire a chi cerca la verità – il lettore, così come i poliziotti incaricati delle indagini, e nel caso specifico l’ispettore Sejer, protagonista di una serie di romanzi – lo scontato panorama che appare a un primo sguardo, la superficie del reale, al di sotto del quale, tuttavia, si intuisce l’esistenza di una materia oscura che è necessario portare alla luce ma che, quasi vivesse di vita propria, lotta con ogni mezzo per rimanere nell’ombra e nel silenzio; e ugualmente, quel che si scopre attraverso la costruzione dei personaggi e la conduzione dei dialoghi è quasi sempre irrilevante, oppure un’informazione che conduce a una falsa pista, o ancora un indizio sterile.
Nel labirintico La ragazza del lago, da cui è stato tratto un ottimo film (titolo omonimo) con Toni Servillo, è lo stesso crimine a non essere ciò che sembra: la polizia, infatti, si precipita in un placido villaggio convinta di doversi occupare della scomparsa di una bambina di sei anni, ma quel che invece si ritrova ad affrontare è l’omicidio di una ragazza, abbandonata nuda sulle rive di un lago, il corpo sistemato in perfetto ordine, composto come a mimare un rassicurante abbandono al sonno. La terribile notizia raggiunge quasi immediatamente i pochi abitanti del luogo (la gran parte dei quali conosce personalmente la ragazza) e Sejer comincia la sua inchiesta parlando con ognuno di loro. L’indagine però non decolla; malgrado gli sforzi dell’ispettore e dei suoi colleghi, il lavoro della polizia produce solo dettagli contraddittori, e come se non bastasse le dichiarazioni raccolte sembrano avere un sinistro denominatore comune, sono timide, reticenti, come se tutti in quel minuscolo angolo di mondo, indipendentemente dall’assassinio, avessero qualcosa da nascondere, colpe e segreti di cui vergognarsi. E in qualche modo è esattamente così che stanno le cose, perché le tragedie narrate da Karin Fossum vestono gli abiti comuni dei giorni che compongono il vissuto di ciascuno di noi.
Lontana da qualsiasi soluzione a effetto come da freddi artifici costruiti a tavolino, la scrittrice norvegese dipinge i suoi quadri con i colori chiari della sincerità e racconta ciò che vede; non necessariamente quel che accade davvero – non è il realismo l’ingrediente fondamentale del suo lavoro, i suoi romanzi non sono cronaca, sono opere di fantasia – ma quel che potrebbe ragionevolmente accadere date certe condizioni (in questo caso un villaggio in apparenza tranquillo, un certo numero di persone con un passato non proprio limpido alle spalle, una ragazza sfortunata e uno sgambetto del destino, o il puro verificarsi di una coincidenza, di un caso). E per prima cosa il suo sguardo si fissa sull’inestricabile groviglio di luce e oscurità che abita l’anima di tutti, e che evolve in un senso oppure nell’altro obbedendo a logiche sconosciute (o più probabilmente a nessuna logica), per concentrarsi, immediatamente dopo, sulla meccanica inevitabilità di quasi tutto quel che accade.
Per dipanare il filo della narrazione non serve altro. La vita, suggerisce Fossum, non ha un principio ordinatore, e il fatto che Sejer, con acume, perseveranza e coraggio ricostruisca i fatti, individui il colpevole e porti alla luce il movente non fa che provare l’esattezza di questa tesi; nell’indagare è come se compilasse un rapporto del tutto simile a quello che stila a cose fatte; la sola differenza tra i due documenti è che la prima stesura è più complessa di quella finale, contiene tutti i passaggi, le intuizioni corrette e quelle sbagliate; è l’accidentato percorso di una dimostrazione matematica: quella che sostiene che la vita è un’equazione per la quale non ci sono soluzioni definitive, solo tentativi di arginare l’imprevedibile irrompere del caos.
Eccovi l’inizio del romanzo (traduzione di Pierina M. Marocco). Buona lettura.
Ragnhild aprì lentamente la porta e guardò fuori. Sulla strada tutto appariva tranquillo; il vento, che per tutta la notte aveva sibilato fra le case, si era finalmente placato. Si voltò e trainò la carrozzina della bambola oltre la soglia.
«Non abbiamo nemmeno fatto colazione», protestò Marthe, dando una lieve spinta alla carrozzina per facilitarne l’avvio.
«A casa mi aspettano. Dobbiamo andare a fare la spesa», rispose Raghnild.
«Vuoi che venga da te più tardi?».
«Vieni pure se ne hai voglia. Quando saremo tornati dal negozio».
Era scesa sull’acciottolato e spingeva con difficoltà la carrozzina su per la salita che conduceva al cancello. La stradina era ripida; si voltò e cominciò a trainarsi dietro la carrozzina.
«A presto, Ragnhild».
La porta si chiuse con un rumore di legno e metallo. Ragnhild ebbe qualche difficoltà al momento della chiusura del cancello, ma non osò lasciarlo accostato; il cane di Marthe sarebbe potuto scappare. Accucciato sotto il tavolo del giardino, l’animale la seguiva attentamente con gli occhi. Assicuratasi di aver chiuso per bene, si avviò in direzione dei garage. Avrebbe potuto prendere la scorciatoia tra le case, ma aveva scoperto che con la carrozzina sarebbe stato troppo complicato.
Un vicino stava richiudendo la porta del garage. Le sorrise, abbottonandosi un po’ goffamente il soprabito con una sola mano. Lo stava aspettando, con un gradevole ronzio, una grossa Volvo nera.
«Ciao, Ragnhild, sei già qui? Forse Marthe non si è ancora svegliata?».
«Questa notte ho dormito da lei», spiegò la bambina. «Per terra, sul materasso».
«Ah, adesso capisco».

I milanesi ammazzano (non solo il sabato)

 

Duca Lamberti è un medico. Ed è anche un ex galeotto. Ha scontato tre anni di reclusione (ed è stato radiato dall’albo di categoria) per aver aiutato a morire una malata terminale. Ha violato la legge; ha osato smascherare l’ipocrisia perbenista della norma, che tollera qualsiasi cosa, purché compiuta nel perfetto silenzio e nel totale anonimato, ma non può accettare né sopportare chi, alla luce del sole e armato soltanto della propria coerenza, è pronto ad assumersi, per intero, la responsabilità delle proprie scelte.
L’universo morale di Duca Lamberti, splendido e indimenticabile personaggio inventato da Giorgio Scerbanenco e protagonista di quattro romanzi gialli (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano il sabato), è limpido, immediato; è impastato del dolente, disincantato realismo di chi conosce gli uomini e le mostruosità di cui sono capaci, e nello stesso tempo animato dalla rabbiosa volontà di non arrendersi al dolore, al disgusto, al male che, come per un diabolico pervertimento della natura, sembra germogliare dalle persone con impressionante fecondità. Così combatte, anche se sa di non poter vincere; cerca come può di arginare la marea.
L’eroismo di Lamberti è asciutto e scosso da brividi di stanchezza; non ha nulla di nobile, è soltanto la voce di un uomo che si leva ostinata a spezzare il silenzio di chi, per paura o per convenienza, resta a guardare gli orrori da cui è circondato, o peggio volta la testa dall’altra parte. E quella voce, nel gonfio verminaio di Milano, è come se chiamasse a raccolta spiriti affini, uomini e donne dimenticati tra strade e piazze che in qualche modo resistono, con coraggio, con tenacia, non importa a quale prezzo. Perché rinunciare al fardello della propria umanità equivale a perdere tutto. Sono uomini con cui sentirsi fratelli, e donne da amare, come Livia Ussaro, pronta a pagare fino in fondo la fedeltà a se stessa.
Tutto questo, le persone e la città nella quale si muovono, vivono e muoiono, che di volta in volta nasconde e svela abissi di abiezione, fragilità, ansie di vendetta, urgenze di giustizia e laceranti solitudini, Giorgio Scerbanenco lo racconta con crudo realismo ma senza impersonale freddezza. La sua scrittura, che molto deve all’essenzialità della cronaca nera, ha la dettagliata precisione dello scatto fotografico e la sensibilità del ritratto disegnato, della scelta del chiaroscuro, del particolare da evidenziare. Conquista il lettore spalancandogli gli occhi, mostrandogli che non esiste scarto tra le pagine che legge e il mondo che abita, dicendogli che probabilmente non c’è soluzione al male, che alla tragedia non si sfugge. Ma è proprio questa consapevolezza a escludere ogni possibilità di rinuncia: solo nei romanzi mediocri si lotta per vincere, nella realtà ci si batte per riuscire a vivere, o almeno per provare a farlo dignitosamente.
Venere privata, prima “inchiesta” di Duca Lamberti, è un romanzo bellissimo, che una volta iniziato non si riesce ad abbandonare. È il principio di un viaggio che vorrete percorrere fino in fondo.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura
«Come si chiama lei?»
«Marangoni Antonio, io sto lì, alla Cascina Luasca, sono più di cinquant’anni che tutte le mattine vado a Rogoredo in bicicletta».
«Non stare a perdere tempo con questi vecchi, torniamo al giornale».
«È lui che ha scoperto la ragazza, ce la può descrivere, se no dobbiamo passare all’obitorio e siamo in ritardo».
«Io l’ho vista quando è arrivata l’ambulanza, era vestita di celeste».
«Vestita di celeste. Capelli?».
«Scuri, ma non neri».
«Scuri, ma non neri».
«Aveva dei grandi occhiali da sole, rotondi».
«Occhiali da sole, rotondi».
«Non si vedeva quasi niente del viso, era coperto dai capelli».
«Andate via, non c’è niente da vedere».
«Non c’è niente da vedere, l’agente ha ragione, torniamo al giornale».
«Andate via, andate via. Non dovete andare a scuola?».
«Già, qui è pieno di ragazzini».
«Quando sono arrivato io si sentiva odore di sangue».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Si sentiva odore di sangue».
«Naturale, era dissanguata».
«Non si sentiva nessun odore, era passato troppo tempo, siamo arrivati qui con la camionetta».
«Dica, dica, agente».
«In questura vi dicono tutto, io sono qui per tenere lontano questa marmaglia, non parlo coi giornalisti. Ma non c’era odore di sangue, non ci può essere».
«L’ho sentito io, e ho il naso buono. Sono sceso di bicicletta perché dovevo spandere acqua, ho appoggiato la bicicletta in terra».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Mi sono avvicinato a quei cespugli, ecco, proprio quelli, e così ho visto la scarpa, il piede, insomma».
«Andate via, circolate, non c’è niente da vedere, tutta questa gente per vedere un pezzo di prato vuoto».
«Io al principio ho visto solo la scarpa, il piede dentro non lo vedevo, ho allungato la mano».
«Alberta Radelli, ventitré anni, commessa trovata a Metanopoli, località Cascina Luasca, il cadavere è stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali rotondi, io comincio a telefonare questo, poi torno a riprenderti».

«Allora ho sentito che dentro la scarpa c’era il piede e sono rimasto male, ho scostato tutte quelle erbacce e l’ho vista, si capiva subito che era morta.

Perduti nell’abisso del rancore

Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi
Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi

Quello che ti meriti è, con ogni probabilità, il miglior romanzo giallo di Anne Holt. Di certo è la più riuscita delle avventure che hanno per protagonista la coppia formata di Johanne Vik e Yngvar Stubo, detective in forza alla polizia lui, criminologa dal traumatico passato lei. La scrittura secca, diretta e immediata dell’autrice norvegese avvince il lettore fin dalle primissime pagine e scandisce, tra colpi di scena, momenti di grande drammaticità e pause di introspezione che magistralmente dilatano e contraggono il respiro narrativo dell’opera, l’evolversi di una vicenda complessa e dolorosa, segnata da una febbrile ansia di vendetta che non pare conoscere requie.

Con un coraggio e un’umanità che superano di gran lunga il talento narrativo (e regalano al libro un’autenticità di sentimenti sorprendentemente profonda, che lascia il segno), Anne Holt si misura con temi delicatissimi e disturbanti: l’innocenza dell’infanzia violata dalla cieca brutalità degli adulti e dal loro forsennato egoismo; la tragedia della pedofilia, innominabile “lebbra” dell’anima e del corpo che infetta e corrompe tutto ciò che trova sulla propria strada (i colpevoli, le vittime, la pubblica opinione, sempre pronta a scatenare i propri peggiori istinti in nome della “giustizia”); il disordine spietato del caso, che da un momento all’altro sconvolge il tranquillo fluire di un’esistenza e al termine del suo passaggio non lascia che rovine.
Scrittrice sincera e appassionata, Holt, pur nel pieno rispetto dei canoni del genere, oltrepassa di slancio i confini del mystery e costruisce un intreccio di assoluta originalità; una storia viva, che tocca il cuore e serra lo stomaco.
Non c’è traccia di artificio in quel che racconta, né di formale eleganza fine a se stessa (cosa che sfortunatamente non si può dire degli altri romanzi della serie, entrambi non riusciti: Non deve accadere e La porta chiusa); lo stile, per quanto seducente, è funzionale alla narrazione e resta sempre in secondo piano, perché il mistero che Vik e Stubo devono risolvere, l’orrore che poco alla volta le loro investigazioni portano alla luce, è qualcosa di assolutamente normale, un semplice meccanismo di causa ed effetto; qualcosa che, come un figlio malato, come il tumore che si forma all’interno di un organo, nasce dai vissuti privati di ciascuno dei personaggi coinvolti, dai traumi patiti, dalle ingiustizie subite, dai diritti negati. Primo tra tutti, quello alla felicità.
Eccovi l’inizio del romanzo, che getta immediatamente il lettore nel pieno del dramma: una bambina viene rapita. Buona lettura.
Stava tornando a casa da scuola. Il 17 di maggio era vicino. Sarebbe stata la prima festa nazionale senza la mamma. Il costume tradizionale era troppo corto. La mamma aveva già allungato l’orlo due volte.
Emilie era stata svegliata da un brutto sogno quella notte. Papà dormiva; stringendosi il costume della festa nazionale al corpo, era rimasta ad ascoltarlo russare leggero attraverso la parete. L’orlo rosso si era inerpicato su fino alle ginocchia. Cresceva troppo in fretta. Papà lo diceva spesso: Cresci come i funghi, tesoro mio. Emilie aveva lisciato con la mano il tessuto di lana e cercato di accorciare il collo e ritirare le ginocchia. La nonna diceva sempre: Grete era una spilungona, non c’è da stupirsi se la bambina cresce a vista d’occhio.
A Emilie facevano male le spalle e le cosce a forza di stare sempre china. Era colpa della mamma se era così alta. L’orlo rosso non le arrivava più giù delle ginocchia.
Forse poteva chiedere un costume nuovo.
Lo zaino pesava. Aveva raccolto delle farfare. Il mazzo era così grande che papà avrebbe dovuto cercare un vaso. Gli steli erano lunghi; non come quando, da piccola, staccava solo la testa del fiore, e poi bisognava farla galleggiare in un portauovo.
Non le piaceva camminare da sola. Però la mamma di Marte era passata a prendere Marte e Silje. Dove andavano non glielo avevano detto. Le avevano solo fatto ciao con la mano dal lunotto della macchina.
Le farfare avevano bisogno d’acqua. Alcune le erano già appassite sulle dita. Emilie cercò di non stringere troppo il mazzetto. Un fiore cadde a terra e lei si chinò a raccoglierlo.