Gli omicidi, l’eunuco e la storia

Istanbul, 1836. Sono trascorsi esattamente dieci anni dallo scioglimento del corpo dei Giannizzeri, fanteria e guardia personale del Sultano e dei suoi beni, la cui rivolta contro Mahmut II, soffocata nel sangue, ha avuto come conseguenza, oltre allo sterminio dei soldati, la cancellazione del loro intero apparato militare e la sua sostituzione con un’altra unità: la Nuova Guardia. Quasi fosse un inquietante memento di questo tragico anniversario, o un messaggio di vendetta recapitato nel cuore stesso del Palazzo del potere, un orribile delitto scuote fin nelle fondamenta l’impero ottomano: una giovane circassa dell’harem, scelta dal Sultano per trascorrere con lui la notte, viene trovata strangolata. È solo l’inizio di una catena di atroci fatti di sangue di cui nessuno sembra comprendere la ragione. Tutto quel che si sa è che i bersagli della mano o delle mani assassine sono cadetti della Nuova Guardia. Quattro giovani ufficiali, il primo dei quali viene rinvenuto cadavere in un calderone, la faccia tagliata via di netto: un colpo solo, dal mento alla fronte. E se questa barbara, insensata violenza fosse parte di un piano più articolato, teso a colpire Mahmut II e a destabilizzare l’ordine politico della Sublime Porta? O non potrebbe, invece, segnare proprio il ritorno dei tanto temuti Giannizzeri, il cui odioso dominio sulla città era stato spezzato proprio dagli artiglieri di quella che sarebbe diventata la Nuova Guardia? E se al contrario si trattasse solo di un folle? Di un pazzo criminale che colpisce senza avere un piano, spinto solo dal suo delirio, implacabile, e soprattutto inafferrabile? Dilaniati dai dubbi, impauriti, incapaci di affrontare la situazione e timorosi dei suoi possibili sviluppi, gli uomini di governo, i notabili e gli alti ufficiali a capo dell’esercito, su ordine di Mahmut II si rivolgono all’eunuco di corte Yashim, uomo di profonda cultura, allo stesso tempo saggio e scaltro, non estraneo alle logiche spesso perverse del potere ma neppure così implicato in esse da esserne irrimediabilmente corrotto. Tocca a lui indagare il mistero di quelle morti, scoprire quale complotto nascondano (sempre che davvero ne celino uno) e fermarlo prima che sia troppo tardi.
Il “detective ottomano” Yashim nasce dalla fantasia di Jason Goodwin e questa sua avventura, la prima di una serie, viene raccontata in un coinvolgente e convincente mystery storico intitolato L’albero dei Giannizzeri. Il romanzo, pubblicato nel 2006, si è aggiudicato l’anno seguente l’importante premio internazionale Edgar Allan Poe Award. Un riconoscimento più che meritato, e non solo per la complessità dell’intreccio, magistralmente orchestrata, e la precisione della ricostruzione d’ambiente; l’autore, infatti, consapevole di cimentarsi con un genere letterario frequentatissimo (quello del giallo tradizionale), non spreca inutilmente energie nella ricerca dell’originalità a tutti i costi, non punta a sorprendere, ma anzi dimostra un assoluto rispetto per l’architettura narrativa classica, limitandosi, nello sviluppo della trama, a seguire l’evolversi dell’indagine fino allo scioglimento finale. Lungi dall’essere un limite, questo suo modo di procedere è in realtà il miglior viatico possibile alla scoperta del libro e dei suoi notevolissimi pregi; la storia, che prende immediatamente avvio, trascina con sé il lettore, sedotto dal mistero (e anche dalla cruda ferocia degli omicidi, tutti perversi, efferati, e furbescamente descritti nel dettaglio), lo chiama a partecipare alla sua soluzione allo stesso modo in cui viene chiamato Yashim, ed è esattamente come compagno d’avventura di Yashim, come “investigatore aggiunto”, che ha modo di godere, quasi senza accorgersene, delle molte qualità dell’opera: la caratterizzazione di Yashim innanzitutto – raffinato cosmopolita che sa guardare all’Oriente (da cui proviene) e all’Occidente (da cui è affascinato) e alle rispettive culture come a opportunità cui aprirsi e non come alternative dissonanti tra cui scegliere (non a caso, uno dei libri che legge con maggior piacere e profitto è Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos) – attenta, efficace, equilibrata, mai artificiosa, in una parola, credibile, autentica; la descrizione del mondo nel quale si muove ed opera, una realtà in fermento, piena di energia ma anche pericolosamente caotica, illuminata e aperta eppure soffocata dal più cieco misticismo, in bilico tra meditato afflato religioso e potenti derive irrazionalistiche; la capacità di restituire, nelle innocue vesti di un “enigma poliziesco senza poliziotti”, lo spirito di un tempo e soprattutto di un luogo la cui piena comprensione rappresenta ancora oggi, per il mondo intero ma soprattutto per l’Occidente, una prova di maturità, forse la più importante della sua storia.
L’albero dei Giannizzeri, dunque, non è soltanto un ottimo giallo scritto con stile e innegabile talento, così come non si limita, semplicemente, a segnare il felice esordio letterario di un nuovo investigatore; è un libro più profondo, più impegnato, che ha il grande merito di farsi leggere con facilità, di avvincere e anche di divertire, e quello ancora più grande di non concludersi con la scoperta del colpevole. Anche dopo aver chiuso il caso, Yashim continua a parlarci.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Yashim si scacciò un granello di polvere dal polsino.
– Un’altra cosa, marchesa, – mormorò.
Lei lo guardò serafica.
– I documenti.
La marchesa de Merteuil scoppiò in una risatina.
– Flüte, monsieur Yashim, deprivazione non è una parola riconosciuta dall’Académie – Agitò il ventaglio e da dietro aggiunse, quasi in un sibilo: – È una condizione mentale.
Yashim già sentiva che il suo sogno stava per infrangersi.
La marchesa aveva pescato un documento dalla scollatura e lo batteva sul tavolo come un piccolo martello. Yashim lo osservò più da vicino, In effetti era un piccolo martello.
Toc, toc, toc.
Yashim aprì gli occhi e si guardò intorno. Lo Chateau de Merteuil si dissolse alla luce della candela. Le ombre occhieggiarono da sotto gli scaffali tappezzati di libri e dagli angoli della stanza – una stanza e mezza, per la precisione, dove lui abitava da solo, in un palazzo di Istanbul. L’edizione rilegata in pelle de Le relazioni pericolose gli era scivolata in grembo.
Toc, toc, toc.
– Evet, evet, – borbottò. – Un attimo, arrivo -. Si infilò un mantello sulle spalle, un paio di pantofole gialle ai piedi e raggiunse la porta ciabattando. – Chi è?
– Sono il paggio.
Caspita che giovincello, osservò Yashim, lasciando entrare il vecchio rinsecchito nella stanza buia. La candela sgocciolò a causa della corrente improvvisa e le loro sagome, proiettate sulle pareti, lottarono finché l’ombra del paggio non trafisse quella di Yashim con un pugnale estratto all’improvviso. Yashim prese il rotolo di carta e diede un’occhiata al sigillo. Cera gialla.

Sberleffo al Duce con delitto

Recensione di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda

Se lo stile letterario di Carlo Emilio Gadda avesse un corrispettivo filosofico, lo si potrebbe qualificare come una sorta di felice “hegelismo senza Hegel”. A differenza, infatti, del pensatore di Stoccarda, i cui tentativi di seguire e spiegare le determinazioni successive del concetto (che in ultima analisi si rivela essere il senso della storia, la verità che si compie) si sono concretizzati in una messe di opere caratterizzate da un linguaggio inutilmente involuto, retorico e oscuro (specchio di un sistema di pensiero fondamentalmente insincero, che purtroppo ha avuto molta più influenza di quanto avrebbe meritato), Gadda ha risolto l’irriducibile complessità della vita rinunciando a spiegarla ma in compenso descrivendola in tutti i suoi aspetti attraverso un linguaggio evocativo e fiammeggiante, ricchissimo di soluzioni originali, nel quale memorie dialettali si mescolano a invenzioni e neologismi; il suo registro espressivo è sorprendente, di rara efficacia e ironico fino alla ferocia.
Gadda – unico nel panorama letterario italiano – utilizza parole e sintassi con piena libertà, quasi ci giocasse; ma la spensieratezza dei suoi equilibrismi grammaticali è solo apparente; l’autore, infatti, non sperimenta alla cieca, conosce alla perfezione la lingua ed è proprio per questa ragione che può permettersi di portarla oltre i propri confini (non a caso, Carlo Emilio Gadda è uno dei pochissimi autori nel panorama letterario mondiale a essere praticamente intraducibile; proposti in altre lingue, i suoi romanzi vengono spogliati del loro tesoro più grande, la capacità di guardare alla lingua italiana da una prospettiva “impossibile”, e di ribaltare, o meglio ancora di ignorare, qualsiasi regola, qualsiasi codice, qualsiasi struttura, qualsiasi riferimento per dar vita a una realtà più ricca e più grande).
Tuttavia, non è a un puro formalismo che la prosa di Gadda approda. È vero che nei suoi romanzi non è la trama in senso stretto la cosa più importante, ma va detto che non è neppure un ingrediente da cui si possa prescindere. Per spiazzante, “folle” e immaginifica che sia, infatti, la scrittura di questo geniale autore rimane sempre fedele a un disciplinatissimo realismo. In uno dei suoi lavori più noti, per esempio, lo splendido Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Gadda esercita il proprio straripante talento misurandosi con il giallo, ma utilizza il fatto di sangue al centro della narrazione (l’omicidio della moglie di un uomo facoltoso, consumato in un palazzo non lontano dal Colosseo nel quale poco tempo prima erano stati rubati dei gioielli appartenenti a un’anziana donna) sia per ribadire le proprie convinzioni politiche radicalmente antifasciste – il libro, pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista Letteratura nel 1946, è ambientato nel 1927, e con compiaciuta perfidia l’autore non solo sbeffeggia il Duce affibbiandogli, tra molti altri, l’irriguardoso nomignolo di Predappiofesso, ma nel scegliere un fatto di sangue, e il disordine, la paura e l’instabilità che inevitabilmente porta con sé, colpisce al cuore uno dei simboli centrali della retorica mussoliniana, quello che si richiama all’ordine, alla sicurezza, alla garanzia di protezione per tutti i cittadini – sia per presentare al lettore la sua visione del mondo e degli uomini.
Così, mentre le indagini del commissario della Squadra Mobile della Polizia Francesco Ingravallo cercano di far luce sul delitto, al centro del racconto sfilano personaggi che incarnano i peggiori vizi umani (dagli appartenenti agli eleganti ambienti borghesi, che nascondono sempre più di quanto siano disposti a mostrare, fino agli uomini e alle donne del proletariato romano, abbruttiti dalle difficili condizioni di vita, e ancora ladri, delinquenti della peggiore risma, ruffiani, prostitute); Gadda li racconta per quello che sono, senza finzioni e senza risparmiare nulla, ma anche senza dimenticare che la vita è un inestricabile “pasticciaccio” di dramma e commedia, di dolore e serenità; un pasticcio in cui dietro l’angolo della più terribile delle tragedie può trovare posto uno scoppio di riso liberatorio.
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è uno dei grandi capolavori della letteratura italiana. Leggetelo, imparerete che non sempre, in un giallo, la cosa importante è smascherare il colpevole.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo.  

L’Oriente e l’Occidente in una miniatura

Recensione di “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

 

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi

Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, è un romanzo perfetto. Lo è dal punto di vista dell’architettura narrativa, che mescola magistralmente, armonizzandoli tra loro, generi differenti (il giallo, il racconto amoroso, quello d’avventura, l’invenzione fiabesca e la rievocazione storica), così come per quel che riguarda lo stile di scrittura, sempre equilibrato, affascinante, di incantevole bellezza formale e nello stesso tempo dotato di una capacità d’analisi, di una radicalità di pensiero e di una coerenza intellettuale di rara profondità. Scrittore dotato di sensibilità acutissima e cristallino talento, Pamuk esplora l’infinito universo delle parole con entusiastica, ardente meraviglia e consumata saggezza; ed è grazie a questo atteggiamento – proprio del filosofo come dell’amante – che il grande autore turco riesce a dare alla sua prosa una ricchezza espressiva unica, caricandola di suggestioni ed emozioni, facendola esplodere, come fuoco d’artificio, in magnifici arabeschi, e poi confinandola nello spazio essenziale eppure ricchissimo di un cuore, di un’anima, luoghi dello spirito in cui dimorano gli uomini e i loro sogni, le loro speranze, le loro paure, il loro dolore.

In questo lavoro, ambientato a Istanbul alla fine del XVI secolo, Pamuk riprende uno dei suoi temi centrali, quello del conflitto (sempre incombente) e dell’incontro (auspicabile) tra Oriente e Occidente, dell’assoluta inconciliabilità, ma anche di un’eventuale mediazione – e ancor più di una feconda contaminazione, che si ha il dovere morale di cercare, di perseguire – fra tradizione e modernità; teatro di questo scontro tra culture è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove lavorano, agli ordini dell’anziano Maestro Osman, alcuni artisti dotati di eccezionale talento. La miniatura, il disegno ricercato e preciso che impreziosisce le pagine dei libri commissionati da sovrani, khan e scià in perenne ricordo delle loro gesta e delle vittorie conseguite in battaglia, diviene, nei continui rivolgimenti e nelle lotte intestine che dilaniano l’Impero Ottomano, bottino di guerra, passa di mano in mano al pari di altri tesori, ma non ha nulla a che vedere con il resto dei trofei, per quanto splendidi e preziosi possano essere. I libri miniati, infatti, così come coloro che li creano (le cui vite finiscono per divenire una cosa sola con le opere cui si consacrano, per fondersi con esse), custodiscono e tramandano la storia dei popoli e delle nazioni, sono il modello eterno di tutto ciò che sarà; gli eserciti schierati e pronti all’assalto si fanno archetipo di ogni combattimento, proprio come la struggente storia d’amore di Cosroe e Sirin rivive, intatta, nelle passioni di ciascuno. Attraverso la miniatura (disegno immortale in quanto rappresentazione delle cose non così come le vediamo ma nel modo in cui Allah le vede), Pamuk spalanca al lettore un orizzonte da Mille e una notte, dove trovano posto racconti, aneddoti, ricordi, fantasie, la vita straordinaria di Behzat, il più grande fra i miniaturisti, e la descrizione del leggendario Libro dei Re di Scià Tahmasp.
Testimonianza di un sapere millenario, questa fittissima rete di rimandi è la cornice – come le pagine lo sono per i disegni – della trama vera e propria, che viene raccontata dando voce a tutti i protagonisti della vicenda (persone, ma anche disegni, colori, oggetti, e persino la morte e Satana). Un maestro miniaturista, soprannominato Raffinato, viene ucciso; lavorava, assieme ai suoi tre colleghi Cicogna, Oliva e Farfalla, a un libro che il Sultano in persona aveva commissionato a Zio Effendi, un esperto di pittura che aveva conosciuto la ritrattistica dei pittori veneziani e ne era rimasto affascinato e sconvolto. Il libro, una volta concluso, sarebbe stato qualcosa di rivoluzionario; inviato in dono al Doge, avrebbe mostrato tutta la potenza del Sultano e lo avrebbe fatto in modo inequivocabile per i veneziani e per tutti gli occidentali: attraverso disegni fatti all’europea, disegni che mostravano le cose, e le persone, dal punto di vista di chi guarda e non da quello eterno e immutabile di Allah. Per questa ragione Zio Effendi e Maestro Osman sono divisi da una rivalità insanabile; il primo, agli occhi del secondo, è corrotto da un’idea di pittura che è soltanto egoistica esibizione di talento, mentre Osman, per Zio Effendi, non è che un uomo stupido, incapace di vedere il destino ultimo di tutto ciò che ha vita: la morte e l’oblio. Tocca a Nero, nipote di Zio Effendi innamorato fin da bambino della bellissima Seküre, la figlia dell’uomo, scoprire l’identità dell’assassino e portare a termine il libro, perché soltanto in questo modo avrà la possibilità di coronare il proprio sogno più grande e sposare Seküre. Ma la via verso la verità è tanto tortuosa quanto pericolosa.
Il mio nome è rosso è un capolavoro letterario, un libro densissimo di storia, di invenzioni, di fantasia e di verità. È un autentico tesoro, al pari dei testi di cui parla e che restituisce alla curiosità ammirata del lettore.
Eccovi uno dei momenti più intensi del romanzo, parte del colloquio tra Zio Effendi (che racconta in prima persona) e l’assassino. Buona lettura
«Quando il libro sarà terminato, coloro che vedranno i disegni comprenderanno il mio talento? – chiese con la disinvoltura delle nostre vecchie abitudini di lavoro».
«Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano prenderà in mano e darà un’occhiata a questo libro, certo, prima controllerà, con la coda dell’occhio, se l’oro è stato usato correttamente, contemplerà il suo ritratto come se leggesse la dettagliata descrizione di un individuo, non ammirerà il nostro meraviglioso disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci farà un gran favore se vorrà perdere del tempo a guardare le meraviglie che disegniamo, ispirati dall’Oriente e dall’Occidente, con tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai che, se non accade un miracolo, non chiederà assolutamente chi abbia fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest’uomo e chi di questo cavallo e chiuderà a chiave il libro nel suo Tesoro. Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a disegnare, pensando sempre che un giorno avverrà quel miracolo. Rimanemmo un po’ in paziente silenzio».
«Quando accadrà quel miracolo? – domandò -. Quando verranno veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?Quando ci concederanno l’amore che merito, che meritiamo?».
«Mai!».
«Come?».
«Non ti daranno mai quello che vuoi – risposi. – In futuro sarai sempre meno compreso».
«I libri rimangono nei secoli», disse con aria orgogliosa, ma non del tutto sicuro di sé.
«Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede, la tua sensibilità, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi. Ma i loro disegni sono più convincenti, somigliano di più alla vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro, disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe, tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre, sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto a quello che fanno, che il loro disegno tenti di imitare il mondo mi sembra un’inezia, mi offende. Ma i disegni fatti con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello che l’occhio vede, come l’occhio lo vede. Loro disegnano quello che vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che è possibile far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una cosa del genere è talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai, i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli di tutti i paesi europei. Perché una volta che vedi quei disegni, anche tu vuoi vederti così e credere di essere una creatura completamente diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarità. I nuovi metodi permettono di disegnare l’uomo non come lo vede la mente, ma come lo vede l’occhio. In futuro, un giorno tutti disegneranno così. Quando si parlerà di disegno, tutto il mondo capirà quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto che non capisce nulla di miniatura, vorrà farsi fare il ritratto per credere, guardandosi la punta del naso, di non essere uno stupido qualsiasi ma una personalità speciale e unica».
«Eh, allora faremo quei disegni», disse lo spiritoso assassino.

«Non li faremo! – dissi. – Non hai imparato dal defunto Raffinato Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero è la stessa cosa. Nessuno si interesserà ai nostri libri, ai nostri disegni. E quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente e arricciando il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno i libri. Perché la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie, pian piano elimineranno i libri. 

La sterile verità dell’ispettore Sejer

Recensione di “La ragazza del lago” di Karin Fossum


Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer
Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer

Il pregio maggiore dei romanzi gialli di Karin Fossum, celebrata autrice norvegese sfortunatamente ancora poco nota in Italia, sta nella loro singolarità; in alcune particolarità che, pur nel pieno rispetto dei canoni stilistici e narrativi del genere, evidenziano il carattere originalissimo delle sue opere. La prima di esse è la prosa, che, agile, equilibrata ed elegante, introduce il lettore alla vicenda e subito si fa da parte; lo invita, verrebbe quasi da dire che lo seduce grazie al suo aggraziato scorrere e a creazioni di superba fattura, poi è come se lo risvegliasse da un incantesimo, lasciandolo, completamente disorientato, alle prese con l’inquietudine, il sospetto, e con un mistero da risolvere. La seconda è l’eccezionale abilità di Karin Fossum a elaborare paradossi; forte dell’assoluto nitore della sua scrittura, l’autrice ne fa una tela di ragno dentro la quale avvolge ogni cosa rendendola irriconoscibile (ma attenzione; la complessità e  la contraddittorietà sono attributi della realtà; alla Fossum va il merito, non comune, di vederli e restituirli intatti).

Così, le rigorose descrizioni d’ambiente si limitano a restituire a chi cerca la verità – il lettore, così come i poliziotti incaricati delle indagini, e nel caso specifico l’ispettore Sejer, protagonista di una serie di romanzi – lo scontato panorama che appare a un primo sguardo, la superficie del reale, al di sotto del quale, tuttavia, si intuisce l’esistenza di una materia oscura che è necessario portare alla luce ma che, quasi vivesse di vita propria, lotta con ogni mezzo per rimanere nell’ombra e nel silenzio; e ugualmente, quel che si scopre attraverso la costruzione dei personaggi e la conduzione dei dialoghi è quasi sempre irrilevante, oppure un’informazione che conduce a una falsa pista, o ancora un indizio sterile.
Nel labirintico La ragazza del lago, da cui è stato tratto un ottimo film (titolo omonimo) con Toni Servillo, è lo stesso crimine a non essere ciò che sembra: la polizia, infatti, si precipita in un placido villaggio convinta di doversi occupare della scomparsa di una bambina di sei anni, ma quel che invece si ritrova ad affrontare è l’omicidio di una ragazza, abbandonata nuda sulle rive di un lago, il corpo sistemato in perfetto ordine, composto come a mimare un rassicurante abbandono al sonno. La terribile notizia raggiunge quasi immediatamente i pochi abitanti del luogo (la gran parte dei quali conosce personalmente la ragazza) e Sejer comincia la sua inchiesta parlando con ognuno di loro. L’indagine però non decolla; malgrado gli sforzi dell’ispettore e dei suoi colleghi, il lavoro della polizia produce solo dettagli contraddittori, e come se non bastasse le dichiarazioni raccolte sembrano avere un sinistro denominatore comune, sono timide, reticenti, come se tutti in quel minuscolo angolo di mondo, indipendentemente dall’assassinio, avessero qualcosa da nascondere, colpe e segreti di cui vergognarsi. E in qualche modo è esattamente così che stanno le cose, perché le tragedie narrate da Karin Fossum vestono gli abiti comuni dei giorni che compongono il vissuto di ciascuno di noi.
Lontana da qualsiasi soluzione a effetto come da freddi artifici costruiti a tavolino, la scrittrice norvegese dipinge i suoi quadri con i colori chiari della sincerità e racconta ciò che vede; non necessariamente quel che accade davvero – non è il realismo l’ingrediente fondamentale del suo lavoro, i suoi romanzi non sono cronaca, sono opere di fantasia – ma quel che potrebbe ragionevolmente accadere date certe condizioni (in questo caso un villaggio in apparenza tranquillo, un certo numero di persone con un passato non proprio limpido alle spalle, una ragazza sfortunata e uno sgambetto del destino, o il puro verificarsi di una coincidenza, di un caso). E per prima cosa il suo sguardo si fissa sull’inestricabile groviglio di luce e oscurità che abita l’anima di tutti, e che evolve in un senso oppure nell’altro obbedendo a logiche sconosciute (o più probabilmente a nessuna logica), per concentrarsi, immediatamente dopo, sulla meccanica inevitabilità di quasi tutto quel che accade.
Per dipanare il filo della narrazione non serve altro. La vita, suggerisce Fossum, non ha un principio ordinatore, e il fatto che Sejer, con acume, perseveranza e coraggio ricostruisca i fatti, individui il colpevole e porti alla luce il movente non fa che provare l’esattezza di questa tesi; nell’indagare è come se compilasse un rapporto del tutto simile a quello che stila a cose fatte; la sola differenza tra i due documenti è che la prima stesura è più complessa di quella finale, contiene tutti i passaggi, le intuizioni corrette e quelle sbagliate; è l’accidentato percorso di una dimostrazione matematica: quella che sostiene che la vita è un’equazione per la quale non ci sono soluzioni definitive, solo tentativi di arginare l’imprevedibile irrompere del caos.
Eccovi l’inizio del romanzo (traduzione di Pierina M. Marocco). Buona lettura.
Ragnhild aprì lentamente la porta e guardò fuori. Sulla strada tutto appariva tranquillo; il vento, che per tutta la notte aveva sibilato fra le case, si era finalmente placato. Si voltò e trainò la carrozzina della bambola oltre la soglia.
«Non abbiamo nemmeno fatto colazione», protestò Marthe, dando una lieve spinta alla carrozzina per facilitarne l’avvio.
«A casa mi aspettano. Dobbiamo andare a fare la spesa», rispose Raghnild.
«Vuoi che venga da te più tardi?».
«Vieni pure se ne hai voglia. Quando saremo tornati dal negozio».
Era scesa sull’acciottolato e spingeva con difficoltà la carrozzina su per la salita che conduceva al cancello. La stradina era ripida; si voltò e cominciò a trainarsi dietro la carrozzina.
«A presto, Ragnhild».
La porta si chiuse con un rumore di legno e metallo. Ragnhild ebbe qualche difficoltà al momento della chiusura del cancello, ma non osò lasciarlo accostato; il cane di Marthe sarebbe potuto scappare. Accucciato sotto il tavolo del giardino, l’animale la seguiva attentamente con gli occhi. Assicuratasi di aver chiuso per bene, si avviò in direzione dei garage. Avrebbe potuto prendere la scorciatoia tra le case, ma aveva scoperto che con la carrozzina sarebbe stato troppo complicato.
Un vicino stava richiudendo la porta del garage. Le sorrise, abbottonandosi un po’ goffamente il soprabito con una sola mano. Lo stava aspettando, con un gradevole ronzio, una grossa Volvo nera.
«Ciao, Ragnhild, sei già qui? Forse Marthe non si è ancora svegliata?».
«Questa notte ho dormito da lei», spiegò la bambina. «Per terra, sul materasso».
«Ah, adesso capisco».

I milanesi ammazzano (non solo il sabato)

 

Duca Lamberti è un medico. Ed è anche un ex galeotto. Ha scontato tre anni di reclusione (ed è stato radiato dall’albo di categoria) per aver aiutato a morire una malata terminale. Ha violato la legge; ha osato smascherare l’ipocrisia perbenista della norma, che tollera qualsiasi cosa, purché compiuta nel perfetto silenzio e nel totale anonimato, ma non può accettare né sopportare chi, alla luce del sole e armato soltanto della propria coerenza, è pronto ad assumersi, per intero, la responsabilità delle proprie scelte.
L’universo morale di Duca Lamberti, splendido e indimenticabile personaggio inventato da Giorgio Scerbanenco e protagonista di quattro romanzi gialli (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano il sabato), è limpido, immediato; è impastato del dolente, disincantato realismo di chi conosce gli uomini e le mostruosità di cui sono capaci, e nello stesso tempo animato dalla rabbiosa volontà di non arrendersi al dolore, al disgusto, al male che, come per un diabolico pervertimento della natura, sembra germogliare dalle persone con impressionante fecondità. Così combatte, anche se sa di non poter vincere; cerca come può di arginare la marea.
L’eroismo di Lamberti è asciutto e scosso da brividi di stanchezza; non ha nulla di nobile, è soltanto la voce di un uomo che si leva ostinata a spezzare il silenzio di chi, per paura o per convenienza, resta a guardare gli orrori da cui è circondato, o peggio volta la testa dall’altra parte. E quella voce, nel gonfio verminaio di Milano, è come se chiamasse a raccolta spiriti affini, uomini e donne dimenticati tra strade e piazze che in qualche modo resistono, con coraggio, con tenacia, non importa a quale prezzo. Perché rinunciare al fardello della propria umanità equivale a perdere tutto. Sono uomini con cui sentirsi fratelli, e donne da amare, come Livia Ussaro, pronta a pagare fino in fondo la fedeltà a se stessa.
Tutto questo, le persone e la città nella quale si muovono, vivono e muoiono, che di volta in volta nasconde e svela abissi di abiezione, fragilità, ansie di vendetta, urgenze di giustizia e laceranti solitudini, Giorgio Scerbanenco lo racconta con crudo realismo ma senza impersonale freddezza. La sua scrittura, che molto deve all’essenzialità della cronaca nera, ha la dettagliata precisione dello scatto fotografico e la sensibilità del ritratto disegnato, della scelta del chiaroscuro, del particolare da evidenziare. Conquista il lettore spalancandogli gli occhi, mostrandogli che non esiste scarto tra le pagine che legge e il mondo che abita, dicendogli che probabilmente non c’è soluzione al male, che alla tragedia non si sfugge. Ma è proprio questa consapevolezza a escludere ogni possibilità di rinuncia: solo nei romanzi mediocri si lotta per vincere, nella realtà ci si batte per riuscire a vivere, o almeno per provare a farlo dignitosamente.
Venere privata, prima “inchiesta” di Duca Lamberti, è un romanzo bellissimo, che una volta iniziato non si riesce ad abbandonare. È il principio di un viaggio che vorrete percorrere fino in fondo.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura
«Come si chiama lei?»
«Marangoni Antonio, io sto lì, alla Cascina Luasca, sono più di cinquant’anni che tutte le mattine vado a Rogoredo in bicicletta».
«Non stare a perdere tempo con questi vecchi, torniamo al giornale».
«È lui che ha scoperto la ragazza, ce la può descrivere, se no dobbiamo passare all’obitorio e siamo in ritardo».
«Io l’ho vista quando è arrivata l’ambulanza, era vestita di celeste».
«Vestita di celeste. Capelli?».
«Scuri, ma non neri».
«Scuri, ma non neri».
«Aveva dei grandi occhiali da sole, rotondi».
«Occhiali da sole, rotondi».
«Non si vedeva quasi niente del viso, era coperto dai capelli».
«Andate via, non c’è niente da vedere».
«Non c’è niente da vedere, l’agente ha ragione, torniamo al giornale».
«Andate via, andate via. Non dovete andare a scuola?».
«Già, qui è pieno di ragazzini».
«Quando sono arrivato io si sentiva odore di sangue».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Si sentiva odore di sangue».
«Naturale, era dissanguata».
«Non si sentiva nessun odore, era passato troppo tempo, siamo arrivati qui con la camionetta».
«Dica, dica, agente».
«In questura vi dicono tutto, io sono qui per tenere lontano questa marmaglia, non parlo coi giornalisti. Ma non c’era odore di sangue, non ci può essere».
«L’ho sentito io, e ho il naso buono. Sono sceso di bicicletta perché dovevo spandere acqua, ho appoggiato la bicicletta in terra».
«Dica, dica, signor Marangoni».
«Mi sono avvicinato a quei cespugli, ecco, proprio quelli, e così ho visto la scarpa, il piede, insomma».
«Andate via, circolate, non c’è niente da vedere, tutta questa gente per vedere un pezzo di prato vuoto».
«Io al principio ho visto solo la scarpa, il piede dentro non lo vedevo, ho allungato la mano».
«Alberta Radelli, ventitré anni, commessa trovata a Metanopoli, località Cascina Luasca, il cadavere è stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali rotondi, io comincio a telefonare questo, poi torno a riprenderti».

«Allora ho sentito che dentro la scarpa c’era il piede e sono rimasto male, ho scostato tutte quelle erbacce e l’ho vista, si capiva subito che era morta.

Perduti nell’abisso del rancore

Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi
Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi

Quello che ti meriti è, con ogni probabilità, il miglior romanzo giallo di Anne Holt. Di certo è la più riuscita delle avventure che hanno per protagonista la coppia formata di Johanne Vik e Yngvar Stubo, detective in forza alla polizia lui, criminologa dal traumatico passato lei. La scrittura secca, diretta e immediata dell’autrice norvegese avvince il lettore fin dalle primissime pagine e scandisce, tra colpi di scena, momenti di grande drammaticità e pause di introspezione che magistralmente dilatano e contraggono il respiro narrativo dell’opera, l’evolversi di una vicenda complessa e dolorosa, segnata da una febbrile ansia di vendetta che non pare conoscere requie.

Con un coraggio e un’umanità che superano di gran lunga il talento narrativo (e regalano al libro un’autenticità di sentimenti sorprendentemente profonda, che lascia il segno), Anne Holt si misura con temi delicatissimi e disturbanti: l’innocenza dell’infanzia violata dalla cieca brutalità degli adulti e dal loro forsennato egoismo; la tragedia della pedofilia, innominabile “lebbra” dell’anima e del corpo che infetta e corrompe tutto ciò che trova sulla propria strada (i colpevoli, le vittime, la pubblica opinione, sempre pronta a scatenare i propri peggiori istinti in nome della “giustizia”); il disordine spietato del caso, che da un momento all’altro sconvolge il tranquillo fluire di un’esistenza e al termine del suo passaggio non lascia che rovine.
Scrittrice sincera e appassionata, Holt, pur nel pieno rispetto dei canoni del genere, oltrepassa di slancio i confini del mystery e costruisce un intreccio di assoluta originalità; una storia viva, che tocca il cuore e serra lo stomaco.
Non c’è traccia di artificio in quel che racconta, né di formale eleganza fine a se stessa (cosa che sfortunatamente non si può dire degli altri romanzi della serie, entrambi non riusciti: Non deve accadere e La porta chiusa); lo stile, per quanto seducente, è funzionale alla narrazione e resta sempre in secondo piano, perché il mistero che Vik e Stubo devono risolvere, l’orrore che poco alla volta le loro investigazioni portano alla luce, è qualcosa di assolutamente normale, un semplice meccanismo di causa ed effetto; qualcosa che, come un figlio malato, come il tumore che si forma all’interno di un organo, nasce dai vissuti privati di ciascuno dei personaggi coinvolti, dai traumi patiti, dalle ingiustizie subite, dai diritti negati. Primo tra tutti, quello alla felicità.
Eccovi l’inizio del romanzo, che getta immediatamente il lettore nel pieno del dramma: una bambina viene rapita. Buona lettura.
Stava tornando a casa da scuola. Il 17 di maggio era vicino. Sarebbe stata la prima festa nazionale senza la mamma. Il costume tradizionale era troppo corto. La mamma aveva già allungato l’orlo due volte.
Emilie era stata svegliata da un brutto sogno quella notte. Papà dormiva; stringendosi il costume della festa nazionale al corpo, era rimasta ad ascoltarlo russare leggero attraverso la parete. L’orlo rosso si era inerpicato su fino alle ginocchia. Cresceva troppo in fretta. Papà lo diceva spesso: Cresci come i funghi, tesoro mio. Emilie aveva lisciato con la mano il tessuto di lana e cercato di accorciare il collo e ritirare le ginocchia. La nonna diceva sempre: Grete era una spilungona, non c’è da stupirsi se la bambina cresce a vista d’occhio.
A Emilie facevano male le spalle e le cosce a forza di stare sempre china. Era colpa della mamma se era così alta. L’orlo rosso non le arrivava più giù delle ginocchia.
Forse poteva chiedere un costume nuovo.
Lo zaino pesava. Aveva raccolto delle farfare. Il mazzo era così grande che papà avrebbe dovuto cercare un vaso. Gli steli erano lunghi; non come quando, da piccola, staccava solo la testa del fiore, e poi bisognava farla galleggiare in un portauovo.
Non le piaceva camminare da sola. Però la mamma di Marte era passata a prendere Marte e Silje. Dove andavano non glielo avevano detto. Le avevano solo fatto ciao con la mano dal lunotto della macchina.
Le farfare avevano bisogno d’acqua. Alcune le erano già appassite sulle dita. Emilie cercò di non stringere troppo il mazzetto. Un fiore cadde a terra e lei si chinò a raccoglierlo.

La giustizia del Mandarino

Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie
Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie

Uno scenario esotico, lontano e sconosciuto presentato con elegante semplicità e con un’immediatezza talmente felice da sfiorare la familiarità; un intreccio robusto, pieno di sorprese e vicoli ciechi, che non patisce mai cali di tensione; e infine un terzetto di caratteri davvero indovinati, costruiti con grande intelligenza letteraria (e un pizzico di furbizia). Grazie a questa “ricetta”, le sorelle Tran-Nhut – Kim e Thran Vat, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia – cui va riconosciuta una notevole abilità narrativa e una non comune capacità di suggestione, hanno dato vita a una serie di mystery storici diventati, oltralpe, un caso editoriale di successo. Puntuali e rigorosi quanto a ricostruzione d’ambiente (l’azione si svolge nel Vietnam del XVII secolo), i romanzi delle sorelle Tran-Nhut rispettano fin nei minimi dettagli lo schema del giallo classico – uno o più delitti, un buon numero di sospetti, pochi indizi da cui partire, un gran lavoro di investigazione da fare per giungere, dopo innumerevoli colpi di scena, al disvelamento della verità – al punto da sembrare più un affettuoso omaggio a un genere che conta innumerevoli padri nobili che un contributo forte di una propria originalità. Il rispettoso ossequio alla tradizione, tuttavia, lungi dall’essere un punto debole, ha il pregio di rassicurare il lettore (l’appassionato in primis), che ritrova le atmosfere amate e può così abbandonarsi completamente all’intrigante articolazione della trama. E fare la conoscenza con il protagonista della storia, il Mandarino Tan, giovane e impavido governatore provinciale con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, impegnato a risolvere misteri e fatti di sangue in compagnia dell’amico fraterno Dihn, raffinato uomo di lettere, e del dottor Porco, “scienziato” volgare d’aspetto e di modi ma esperto come nessun altro di medicamenti, erbe, pozioni e veleni.

Tan, Dihn e il dottor Porco sono piacevolissimi compagni d’avventura; la storia che meglio li valorizza è il primo romanzo della serie loro dedicata, La polvere nera di Maestro Hu (un gran bel titolo, sia detto per inciso). Eccovi l’incipt, buona lettura.

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca. Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell’immensa Baia del Drago. 

La (ri)scoperta dell’America

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi
William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte; non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti. Prendiamo ad esempio l’idea che mi è venuta il 17 febbraio, un giorno di speranze distrutte, il giorno in cui ho saputo di aver perso il posto di insegnante d’inglese per il calo degli iscritti al college e in cui mia moglie, dalla quale ero separato da nove mesi, nel corso della telefonata in cui le davo la triste notizia si è lasciata sfuggire che aveva un «amico», Rick, o Dick o Chick, qualcosa del genere. Nasce così, in uno dei giorni peggiori della sua vita, Strade blu, splendida avventura letteraria on the road del professor William Trogdon, sangue indiano nelle vene (il suo nome da pellerossa, Least Heat-Moon, è quello che decide di adottare per firmare il romanzo), allievo di John G. Neihardt, l’autore di Alce Nero parla. È il resoconto di un viaggio di tre mesi a bordo di un furgone scalcinato ma affidabile – ribattezzato non senza ironia Ghost Dancing – lungo le “strade blu” d’America, quelle che sulle vecchie mappe indicavano i percorsi secondari (niente highways, dunque, e meno che mai grandi città). Ed è una sorprendente riscoperta dell’America, vista anche attraverso le storie personali (a partire da quella dell’autore) di chi la vive e la abita.

È un nuovo modo di raccontare, un canto di sirena per tutti coloro che amano la letteratura di viaggio.
Strade blu (pubblicato in Italia da Einaudi nel 1988 ma per nulla datato) è il primo capitolo di una trilogia. Degli altri libri che la compongono, a partire dall’originalissimo Prateria, parlerò in un prossimo futuro.
E ora l’itinerario. Mettetevi comodi. Buon viaggio.
La mia rotta prevedeva di toccare quei piccoli centri che, quando va bene, sono segnati sulle carte stradali solo perché al cartografo è rimasto uno spazio vuoto da riempire: Remote, Oregon; Simplicity, Virginia; New Freedom, Pennsylvania; New Hope, Tennessee; Why, Arizona; Whynot, Mississippi; Igo, California (proprio sulla strada per Ono). A tutti i paesini: eccomi, sto arrivando.