Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Un angelo a mezzanotte

Recensione di “Il posto delle bacche” di Evgenij Evtusenko

Evgenij Evtusenko, Il posto delle bacche, Einaudi

L’epilogo, con l’immensità dello spazio spalancata dinanzi allo sguardo orgoglioso e sperduto dell’uomo; il misterioso, ipnotico scintillare di miliardi di stelle che invita a riflettere sul mistero della creazione e sulla fioca ma caparbia luce gettata dalla scienza su quell’oscurità che ovunque è compagna di tutto ciò che vive, respira e pensa; il pulsare tumultuoso, così simile al forsennato galoppare del cuore di un neonato, del pianeta, la sua bellezza quasi indicibile, lo schiudersi, agli occhi, al cuore, all’anima e all’intelletto di colui che la contempla, del suo grembo generoso, di quella natura, insieme ospitale e matrigna, la cui è essenza è più impenetrabile di quella del cosmo infinito. Dalla volta celeste dell’epilogo,  cavalcata, come fosse un destriero, con dolcezza ed entusiasmo, dall’eroico astronauta Gagarin, esempio e modello per la Russia e il mondo, uomo mite il cui sorriso gentile nasconde tanto le sue personali sofferenze quanto il suo continuo indagare i perché ultimi dell’esistenza; il suo senso, il suo scopo, quel che è necessario fare per esistere con dignità – “Ciolkovskij l’aveva detto proprio bene: «Tutte le nostre conoscenze – passate, presenti, future – non sono nulla nei confronti di ciò che non sapremo mai». Questo non è triste: è meraviglioso. Quando esiste l’infinito dell’inconcepibile, la stessa conoscenza può sperare nell’infinito. Anche l’uomo ha una simile speranza, perché l’uomo è conoscenza che conosce se stessa. La ragione suprema dell’universo non è una cosa distinta dall’uomo. L’uomo ne è una parte. Forse addirittura la principale” – al romanzo, la cui storia fiorisce dentro un’altra immensità, in qualche misura simile, quantomeno per i pensieri e i sentimenti che ispira, alla nera vastità trapunta d’astri del cielo: quella della taiga siberiana. Continua a leggere Un angelo a mezzanotte

I campi russi e la morte

Recensione di “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj

Andrej Belyj, Il colombo d'argento, Rizzoli
Andrej Belyj, Il colombo d’argento, Rizzoli

Il colombo d’argento è percorso dal tema dello spazio russo o, meglio, dei ‘campi russi’. Darjalskij, il protagonista, fugge verso i ‘campi russi’, che gli infliggeranno la morte. È un’epoca, quella, in cui tutta la letteratura russa fugge verso le profondità dello spazio russo, cerca rifugio nell’etnografismo, nel topografismo, nella religiosità degli immensi spazi rurali della Russia […]. No, non è una metafora: Belyj si interessa ai ‘campi russi’ nel modo più concreto possibile. Quando era studente in scienze naturali ha scritto una tesi di laurea sulle ‘forre’ nella Russia centrale […]. Ma c’è un’altra chiave, più efficace. A quel tempo Belyj si interessa appassionatamente alle sette russe. È quello, del resto, un periodo di infatuazione generale per tutti i settari della Russia, quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti o i Molokani, e soprattutto i famosi ‘clysty’ e i dissidenti dei ‘clysty’: gli ‘scoptsy’, che praticano l’autocastrazione […]. I Fratelli si chiamano tra loro ‘colombi’, e le loro ‘radenie’, o riunioni mistiche ed erotiche, che terminavano con tranches e spesso con l’accoppiamento carnale dei ballerini tra loro, esercitavano un grande fascino sulla generazione simbolista […]. L’eresia degli ‘uomini di Dio’ (o ‘clysty’) è sorta in Russia nella metà del 17° secolo. Per loro, lo Spirito Santo, soffiando a suo talento, traforma gli uomini in ‘cristi’ (‘clysty’ ne è la forma corrotta), in quali, in certe comunità, si adorano reciprocamente. E chi è Cristo e chi è Madre di Dio. Uomini e donne sono vestiti di bianco e gli stati di trance, durante le danze rituali, vengono portate fino all’estasi”. Continua a leggere I campi russi e la morte

Tardi, a diciott’anni

Recensione de “L’amante” di Marguerite Duras

Marguerite Duras, L'amante, Feltrinelli
Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli

Una famiglia pietrificata, attraversata dall’assenza, dal silenzio, dal dolore. Sprofondata nell’abisso di follia della madre, ferita dalla tetra malvagità del fratello maggiore, umiliata dalla sua meschinità, colpita al cuore dalla prematura morte di un altro fratello e infine abbandonata dalla sorella, donna-bambina di appena quindici anni splendente nel suo corpo acerbo. Una famiglia immobile nel tempo, ritratta quasi per caso in foto dove compaiono soltanto volti, espressioni, occhiate, accenni di sorriso; immagini anonime, che non spiegano, non rivelano, non raccontano ma al contrario celano, nascondono, fuggono dalla curiosità degli sguardi sottraendo loro particolari su particolari. Una famiglia sperduta, senza tempo né radici, estranea ai luoghi nei quali vive e agisce, lontana tanto dall’Indocina degli anni trenta del Novecento quanto dalla Francia occupata dai nazisti e poi dal Paese liberato. Una famiglia annientata dalla storia. Continua a leggere Tardi, a diciott’anni

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

La lingua prigioniera

Recensione de “Il libro di un uomo solo” di Gao Xingjian

Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli
Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli

Lui è il tempo trascorso e incancellabile del dolore e della menzogna, della delazione continua, della paura incessante, la cui ombra era ovunque, di ciò che andava fatto e detto, effimero, passeggero come un temporale estivo e malgrado ciò ineludibile, ferreo e ultimativo come un comandamento, assoluto come un atto di fede. Lui è un passato di tragedie individuali e collettive di cui è impossibile liberarsi, che non ammette affrancamento, è il divampare di una memoria senza requie, incapace di distinguere presente e passato. Lui è la stagione d’incubo della Rivoluzione Culturale cinese, della catastrofe maoista, dell’umiliazione dell’uomo in nome dell’idea, della dignità violata, della vita spogliata di ogni valore, di ogni senso. Tu è l’uomo di oggi, lo scrittore di successo in apparenza libero da ogni costrizione, l’intellettuale cosmopolita che ha definitivamente voltato le spalle alla propria patria, l’artista che nessuno può più obbligare a distruggere le proprie opere, a gettare nel fuoco qualsiasi traccia di un’indipendenza di pensiero, qualsiasi sospetto di eterodossia; Continua a leggere La lingua prigioniera

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!

Notoriamente israelita

Recensione di “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi
Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. Yakov Bok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

Un muto esorcismo

Recensione di “Vergogna” di John Maxwell Coetzee

John Maxwell Coetzee, Vergogna, Einaudi
John Maxwell Coetzee, Vergogna, Einaudi

Forse non c’è un tempo per nascere e uno per morire, né uno per uccidere e uno per guarire. Forse non esistono, nell’opaca dimensione degli uomini, nella loro patetica debolezza travestita d’impeto, né il tempo per amare né quello per odiare, e all’orizzonte impallidiscono fino a svanire tanto il tempo per la guerra quanto quello per la pace. Forse, semplicemente, non è possibile che si dia un tempo per l’uomo perché il suo essere nel tempo, il suo vivere, il suo respirare, e nutrirsi, e resistere, non sono che una costante, furente ricerca di un adattamento impossibile. Nell’uniforme incedere del tempo è l’essere umano la sola variabile impazzita; nell’orbita eccentrica delle sue convinzioni, delle pulsioni, degli appetiti, delle scelte, egli sconvolge ogni equilibrio e, simile a un capriccioso dio fanciullo, si sforza di piegare alla sua volontà sterile tutto ciò che lo circonda e silenzioso soffre il suo odioso arbitrio.

Così, l’unico tempo che davvero sembra appartenere all’uomo è il tempo del caos, della violenza, dell’esasperata solitudine, della spietata guerra fratricida combattuta all’ombra di ideali e bandiere che hanno tutti i nomi e nessun nome. In questo tempo, in questo continuo presente che come erba malata cresce nelle disciplinate geometrie cittadine, nell’austera eleganza dei campus universitari, per poi esplodere, con la veemenza che è propria della natura, negli spazi immensi di un Sudafrica selvaggio dove ogni giorno ha l’affanno della sopravvivenza, John Maxwell Coetzee ambienta Vergogna, uno dei suoi romanzi più famosi, vincitore del Booker Prize.

“Racconto di specchi”, di prospettive convergenti che in un attimo divengono poli opposti, Vergogna ha nei suoi protagonisti principali, il professore universitario David Lurie, cinquantaduenne divorziato due volte, e sua figlia Lucy, che ha scelto la vita contadina e tra mille difficoltà gestisce un’azienda agricola – […] in fondo a una tortuosa pista sterrata a qualche chilometro dalla città: cinque ettari di terra in gran parte arabile, una pompa eolica, stalle e rimesse, e una fattoria bassa e lunga dipinta di giallo con un tetto di lamiera zincata e un portico coperto. L’aia di terra e ghiaia è delimitata da una rete metallica con ciuffi di nasturzi e gerani” – i simboli di una terra muta e sfuggente, ribollente di rabbia, sfregiata da un odio così antico che non ci si preoccupa più di comprendere ma solo di sfogare.

Il Sudafrica bianco, borghese, colto, rispettoso delle regole del vivere civile, custode severo e ipocrita di una moralità evanescente, stretta negli scomodi abiti di un linguaggio abilmente sorvegliato, che cerca scampo dal male evitando di nominarlo, affidando al silenzio, o peggio all’impeccabilità formale delle parafrasi, esorcismi e scongiuri, si incarna in tutta la sua imperfezione (e dunque in tutta la sua autenticità) nell’irrequieta infelicità di Lurie, amante appassionato di Byron e Wordsworth e nello stesso tempo così affamato d’amore carnale da sedurre una delle sue studentesse, dando vita a un rapporto denso d’ombre che quasi subito deraglia nel dolore, nella colpa, nell’incomprensione, in una generosità d’azioni e sentimenti goffamente offerti come dono riparatore e infine sprofonda nell’abisso di una denuncia per molestie sessuali che porta all’espulsione del professore dall’università.

Ma quel che Lurie, con il suo comportamento sregolato e spavaldo, con la sua piena accettazione della condanna inflitta e il parallelo, orgoglioso rifiuto di ogni pentimento (“Sono comparso davanti a una commissione ufficiale. Di fronte a questo tribunale terreno mi sono riconosciuto colpevole, con un’ammissione di colpa terrena. Tanto vi basti. Il pentimento esula dalle vostre competenze. Il pentimento appartiene a un altro mondo, a un altro universo concettuale”) incrina, non è che la superficie di un tessuto sociale battezzato nell’ingiustizia, nella ferocia, nella brutalità. Di fronte a questa atavica voce del sangue, a questa neutra legge del più forte, che colpisce Lurie nel suo affetto più caro, la figlia Lucy, derubata e violentata da tre ragazzi neri, l’uomo comprende come il suo pubblico rifiuto di norme e codici di comportamento, lungi dallaverlo reso libero, non sia stato che una flebile, inconsistente eco del destino di una terra, un destino che agli uomini non è dato comprendere ma unicamente sopportare. “Succede tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto […] in tutti gli angoli del Paese. È un rischio possedere delle cose: un’auto, un paio di scarpe, un pacchetto di sigarette. Non ce ne sono abbastanza per tutti, non ci sono auto, scarpe e sigarette a sufficienza. Troppa gente, troppo poche cose. Quel che c’è deve circolare, in modo che tutti abbiano la possibilità di essere felici per un giorno. Questa è la teoria: attieniti alla teoria e cerca di trarne il conforto che puoi. Non si tratta di cattiveria umana, solo di un vasto apparato circolatorio, nel cui ambito pietà e terrore sono irrilevanti”.

La violenza “istituzionale” del professor Lurie, consumata in quei luoghi senza nome dello spirito e del corpo dove tutto si confonde e sopraffazione e amore dividono lo stesso letto come innamorati incoscienti, diviene, nella deformazione grottesca dello stupro subito da Lucy (e da lei accettato come inevitabile prezzo da pagare per vivere, da bianca, nel cuore stesso di un Paese di cui è figlia illegittima), denuncia di un’esistenza costruita nella finzione, nella farsa, nella commedia, cullata nella bellezza perfetta ma intangibile della letteratura e della poesia, che omaggia la natura senza conoscerla, e nella soddisfazione immediata di amplessi sempre nuovi, che durano il battito d’ali di un desiderio e poi educatamente svaniscono, come il sonno al giungere dell’alba.

Attraverso l’odissea di Lucy, che l’autore racconta con impressionante durezza, riducendo la lingua alla sua essenzialità espressiva, dandole concretezza, trasformandola nella realtà stessa che descrive, sacrificando alla sincerità il suo intrinseco splendore, Lurie, padre e uomo, rinasce: è sofferenza il liquido amniotico che circonda il suo nuovo corpo e la sua anima; sono incomprensione, e terrore, e rabbia, e smarrimento il suo nutrimento; è umiliazione l’eredità che lo attende. Ed è questo, nient’altro che questo quel che può dividere con Lucy (“Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità”), perché non c’è, non c’è stato, mai, un tempo per l’uomo, un tempo che fosse la sua misura permettendogli di essere, a sua volta, misura di tutto il resto.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Gaspare Bona. Buona lettura.

Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene. Il giovedì pomeriggio va in macchina a Green Point. Alle due in punto preme il campanello all’ingresso di Windsor Mansions, dice il suo nome ed entra. Sulla porta del n. 113 lo aspetta Soraya.

Una pallida, rachitica dignità

Recensione di “Età di ferro” di John Maxwell Coetzee

John Maxwell Coetzee, Età di ferro, Einaudi
John Maxwell Coetzee, Età di ferro, Einaudi

Spezzata dal dolore, erosa dalla debolezza, dall’impotenza, sedotta dalla viltà, incatenata dal timore, fiaccata dalla malattia, tormentata dai ricordi, torturata dai rimorsi, incompleta, formata solo in parte, come un feto prematuramente espulso da un grembo immaturo, imperfetto, ferito. Così è la vita di Elizabeth Curren, insegnante in pensione protagonista del romanzo Età di ferro dello scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee. Donna bianca e benestante in una terra, il Sudafrica (il romanzo è ambientato negli anni ottanta), dominata dall’odiosa logica dell’apartheid e sconvolta da violenze di ogni genere, Elizabeth Curren, cui è stato appena diagnosticato un tumore, affida a una lunga lettera-sfogo indirizzata alla figlia (che ha voltato le spalle alla brutalità, alle ingiustizie, ai soprusi e alle intollerabili disuguglianze razziali del suo Paese emigrando negli Stati Uniti) il bilancio della sua esistenza.

In pagine di bruciante sincerità, nella scandalosa nudità di una confessione piena, nel vicolo cieco di domande retoriche le cui possibili risposte stanno acquattate, come ratti, nell’irraggiungibile oscurità del sottosuolo – “Ho letto Tolstoj […] il racconto dell’angelo che dimora presso il calzolaio. Quante possibilità ci sono che io passeggiando per Mill Street trovi il mio angelo da soccorrere e da portare a casa?” – nelle passioni, nel loro contraddittorio viluppo urlato senza imbarazzo, esposto nel ripugnante memento fisico di cicatrici e piaghe, nella vergogna sbandierata come titolo di merito, contrabbandata come una sorta di dignità pallida e rachitica, di ribellione educata e silenziosa al male e all’incontrollabile proliferare delle sue metastasi – “Forse la vergogna è solo l’altro nome di quello che provo da sempre. Il nome della condizione in cui vivono quelle persone che preferirebbero essere morte” – la signora Curren racconta, attraverso se stessa, l’inferno del Sudafrica, il suolo, arido, riarso di una nazione senz’anima, fatta soltanto di grida, polvere e sangue.

I suoi occhi, che bramano di chiudersi all’indecente spettacolo del mondo, alla pornografia della miseria e del sangue, alla primitiva bestialità delle baraccopoli di lamiera e delle strade di fango dove i neri sfogliano i giorni e gli anni ammassati uno sull’altro e la vita non vale più dei vestiti che uno porta addosso, restano invece testardamente spalancati su un qui e ora eterno e immobile, scandito, come il meccanismo di un orologio, dalla disumana efficienza delle forze di polizia; e quel che il suo sguardo registra, oggi, dopo un’intera vita trascorsa tra menzogne subite e verità di comodo coltivate nel giardino di casa, diviene parola, testimonianza, testamento, eredità.

Gli ultimi respiri di questa donna orgogliosa e disorientata si fanno voce nella sua scrittura fitta, nervosa, urgente, e danno sostanza alla disperata necessità di trovare una ragione al suo esserci, qualcosa che dia significato al ruolo che ha svolto, non importa quanto marginale sia stato; circondata ovunque dalla morte, dal cancro che la condanna, dai giovani di colore falcidiati da agenti e militari (uno di essi, amico del figlio della sua governante, viene ucciso proprio in casa sua a conclusione di un blitz), Elizabeth Curren, prigioniera dell’inconsapevole oscenità del suo perbenismo, sogna la radicalità di un gesto capace di riscrivere per intero il suo passato, ma tutto quello che riesce a fare è offrire (e solo per avere in cambio un briciolo di attenzione) un riparo e del cibo a un senzatetto di nome Vercueil che ha scelto di sistemarsi vicino al suo garage.

La fragilità del rapporto tra Elizabeth e il suo improvvisato ospite, che Coetzee magistralmente compone in un mosaico di cauti avvicinamenti e subitanee ritirate, in un intreccio di ruvidi battibecchi e delicate, sofferte tregue che fanno pensare alla miracolosa bellezza dei rituali di corteggiamento del mondo animale, è specchio dell’abisso dentro il quale il Sudafrica sprofonda, riflesso dell’incubo in cui si dibatte, simile a un mostruoso, agonizzante essere preistorico.

E in questa precarietà, in questo vivere affannato e selvaggio, braccato da una lucida, ferrea volontà di annientamento, le sempre più numerose pagine della lettera della professoressa Curren, affidate alla capricciosa lealtà di Vercueil (toccherà a lui spedire la missiva alla figlia, quando la donna sarà morta), sono come un messaggio chiuso in una bottiglia e lasciato in balia dell’imperscrutabile capriccio delle onde. Potranno giungere a destinazione, e riunire nuovamente madre e figlia, permettere a quella comunione di anime e corpi che è la vita di risplendere ancora, anche se solo per un momento, oppure potranno perdersi per sempre, naufragare nel nulla, pateticamente identiche, nel loro destino di sconfitta, al Sudafrica della segregazione, della lotta, del sacrificio di sé, estremo e insensato. “Ai tempi del codice cavalleresco gli uomini lottavano fino all’ultimo sangue con altri uomini e portavano il pegno della loro dama sventolante sull’elmo. Fiato sprecato predicare la prudenza a questo ragazzo. L’istinto alla battaglia, troppo forte in lui, lo trascina. La guerra: il modo in cui la natura liquida i deboli e favorisce l’accoppiamento dei forti. Ritorna coperto di gloria e il tuo desiderio sarà appagato. Sangue e gloria, sesso e guerra”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Carmen Concilio. Buona lettura.

C’è un vialetto a lato del garage, dovresti ricordarlo, dove qualche volta giocavi con i tuoi amici. Ora è un luogo desolato, privo di vita, inutile, dove le foglie trasportate dal vento si accumulano e marciscono. Ieri in fondo a quel vialetto mi sono imbattuta in un rifugio di scatole di cartone e teli di plastica. C’era un uomo rannicchiato là dentro; un uomo che avevo già visto in giro per strada: alto, magro, con lunghi denti cariati, la pelle segnata da rughe profonde e con indosso un vestito grigio, logoro e troppo ampio, e un cappello dalla tesa floscia. Ce l’aveva in testa ora e dormiva con l’orecchio sulla tesa ripiegata. Un derelitto.