Un vorticare inerte

Recensione de “Il paradiso maoista” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Il paradiso maoista, Fanucci

Gather yourselves togheter, che si potrebbe tradurre, più o meno letteralmente, con l’imperativo ‘Ricomponetevi’ o ‘Radunatevi assieme’, è il titolo originale di questo inedito dickiano, pubblicato per la prima volta nel 1994 in una tiratura di pochi esemplari da una piccola casa editrice americana […]. Quello che abbiamo davanti a noi è […] l’opera significativa di un autore agli esordi, probabilmente ventiduenne (la stesura si può far risalire al 1949 o 1950), alla ricerca di un’ispirazione che comincia a coagularsi proprio nel paesaggio semidesertico di una terra di nessuno situata ai confini del mondo […]. I tre eroi di Il paradiso maoista sono paragonabili a soldati smobilitati e costretti a lasciare una poderosa base militare costruita in Cina (in realtà un grande impianto industriale), non senza aver passato le consegne – mentre i loro compagni sono già partiti per far ritorno negli Stati Uniti – agli abitanti del posto, che sono poi i soldati dell’esercito rosso di Mao in procinto di prendere il potere”. Continua a leggere Un vorticare inerte

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

Il tempo della storia

Recensione di “Una vita cinese – Il tempo del Partito” e “Una vita cinese – Il tempo del denaro” di Li-Kunwu e Philippe Ôtié

Li Kunwu, Philippe Ôtié, Una vita cinese – Il tempo del Partito, Add Editore

Avevamo lasciato il nostro autore-protagonista Li-Kunwu (la recensione la trovate qui) in preda a grande sgomento, lo stesso che aveva colto l’intero popolo cinese: il presidente Mao era morto. Il Grande Timoniere non era più al suo posto. Un miliardo di sudditi non sapeva più come affrontare il futuro. I decenni successivi a quel fatidico 1976 sono ripercorsi da Li nei due volumi seguenti della sua ampia e dettagliata autobiografia a fumetti (N.B.: ciò che segue contiene vari dettagli che tecnicamente potrebbero essere considerati spoiler. Ma ci perdonerete, visto che in realtà stiamo parlando della pura Storia – con la maiuscola – della Cina). Riviviamo quindi con Kunwu gli anni del potere del Partito comunista: non è più una persona a guidare la Cina, ma questa entità suprema, quasi ancestrale dal punto di vista del popolo. Anzi, la massima aspirazione per ogni “compagno” è proprio quella di entrare nella fittissima rete organizzativa dell’apparato. Il nostro Li non è da meno: spinto anche da suo padre – che vede proprio il Partito come unico vero punto di riferimento – farà di tutto per entrarvi, accettando anche incarichi massacranti ed alienanti durante la sua carriera militare, superando anche le delusioni amorose, la lontananza dalla famiglia e la morte dello stesso suo padre. La nuova svolta arriva negli anni Ottanta, con la salita al potere di Deng Xiaoping, che per primo indica l’apertura al mondo come via di sviluppo e di progresso per l’ex Celeste Impero. È ormai tempo che la Cina, dopo una prima fase di circa dieci anni da impiegare «per sfamare e vestire il popolo», attraversi una fase lunga fino alla chiusura del Novecento per far «emergere una piccola borghesia». In seguito, «la terza tappa avrà luogo all’inizio del XXI secolo, quando la società cinese raggiungerà modernità e sviluppo». Lo scopo finale: «Costruire una società socialista che abbia caratteristiche cinesi». Continua a leggere Il tempo della storia

Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Un angelo a mezzanotte

Recensione di “Il posto delle bacche” di Evgenij Evtusenko

Evgenij Evtusenko, Il posto delle bacche, Einaudi

L’epilogo, con l’immensità dello spazio spalancata dinanzi allo sguardo orgoglioso e sperduto dell’uomo; il misterioso, ipnotico scintillare di miliardi di stelle che invita a riflettere sul mistero della creazione e sulla fioca ma caparbia luce gettata dalla scienza su quell’oscurità che ovunque è compagna di tutto ciò che vive, respira e pensa; il pulsare tumultuoso, così simile al forsennato galoppare del cuore di un neonato, del pianeta, la sua bellezza quasi indicibile, lo schiudersi, agli occhi, al cuore, all’anima e all’intelletto di colui che la contempla, del suo grembo generoso, di quella natura, insieme ospitale e matrigna, la cui è essenza è più impenetrabile di quella del cosmo infinito. Dalla volta celeste dell’epilogo,  cavalcata, come fosse un destriero, con dolcezza ed entusiasmo, dall’eroico astronauta Gagarin, esempio e modello per la Russia e il mondo, uomo mite il cui sorriso gentile nasconde tanto le sue personali sofferenze quanto il suo continuo indagare i perché ultimi dell’esistenza; il suo senso, il suo scopo, quel che è necessario fare per esistere con dignità – “Ciolkovskij l’aveva detto proprio bene: «Tutte le nostre conoscenze – passate, presenti, future – non sono nulla nei confronti di ciò che non sapremo mai». Questo non è triste: è meraviglioso. Quando esiste l’infinito dell’inconcepibile, la stessa conoscenza può sperare nell’infinito. Anche l’uomo ha una simile speranza, perché l’uomo è conoscenza che conosce se stessa. La ragione suprema dell’universo non è una cosa distinta dall’uomo. L’uomo ne è una parte. Forse addirittura la principale” – al romanzo, la cui storia fiorisce dentro un’altra immensità, in qualche misura simile, quantomeno per i pensieri e i sentimenti che ispira, alla nera vastità trapunta d’astri del cielo: quella della taiga siberiana. Continua a leggere Un angelo a mezzanotte

I campi russi e la morte

Recensione di “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj

Andrej Belyj, Il colombo d'argento, Rizzoli
Andrej Belyj, Il colombo d’argento, Rizzoli

Il colombo d’argento è percorso dal tema dello spazio russo o, meglio, dei ‘campi russi’. Darjalskij, il protagonista, fugge verso i ‘campi russi’, che gli infliggeranno la morte. È un’epoca, quella, in cui tutta la letteratura russa fugge verso le profondità dello spazio russo, cerca rifugio nell’etnografismo, nel topografismo, nella religiosità degli immensi spazi rurali della Russia […]. No, non è una metafora: Belyj si interessa ai ‘campi russi’ nel modo più concreto possibile. Quando era studente in scienze naturali ha scritto una tesi di laurea sulle ‘forre’ nella Russia centrale […]. Ma c’è un’altra chiave, più efficace. A quel tempo Belyj si interessa appassionatamente alle sette russe. È quello, del resto, un periodo di infatuazione generale per tutti i settari della Russia, quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti o i Molokani, e soprattutto i famosi ‘clysty’ e i dissidenti dei ‘clysty’: gli ‘scoptsy’, che praticano l’autocastrazione […]. I Fratelli si chiamano tra loro ‘colombi’, e le loro ‘radenie’, o riunioni mistiche ed erotiche, che terminavano con tranches e spesso con l’accoppiamento carnale dei ballerini tra loro, esercitavano un grande fascino sulla generazione simbolista […]. L’eresia degli ‘uomini di Dio’ (o ‘clysty’) è sorta in Russia nella metà del 17° secolo. Per loro, lo Spirito Santo, soffiando a suo talento, traforma gli uomini in ‘cristi’ (‘clysty’ ne è la forma corrotta), in quali, in certe comunità, si adorano reciprocamente. E chi è Cristo e chi è Madre di Dio. Uomini e donne sono vestiti di bianco e gli stati di trance, durante le danze rituali, vengono portate fino all’estasi”. Continua a leggere I campi russi e la morte

Tardi, a diciott’anni

Recensione de “L’amante” di Marguerite Duras

Marguerite Duras, L'amante, Feltrinelli
Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli

Una famiglia pietrificata, attraversata dall’assenza, dal silenzio, dal dolore. Sprofondata nell’abisso di follia della madre, ferita dalla tetra malvagità del fratello maggiore, umiliata dalla sua meschinità, colpita al cuore dalla prematura morte di un altro fratello e infine abbandonata dalla sorella, donna-bambina di appena quindici anni splendente nel suo corpo acerbo. Una famiglia immobile nel tempo, ritratta quasi per caso in foto dove compaiono soltanto volti, espressioni, occhiate, accenni di sorriso; immagini anonime, che non spiegano, non rivelano, non raccontano ma al contrario celano, nascondono, fuggono dalla curiosità degli sguardi sottraendo loro particolari su particolari. Una famiglia sperduta, senza tempo né radici, estranea ai luoghi nei quali vive e agisce, lontana tanto dall’Indocina degli anni trenta del Novecento quanto dalla Francia occupata dai nazisti e poi dal Paese liberato. Una famiglia annientata dalla storia. Continua a leggere Tardi, a diciott’anni

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

La lingua prigioniera

Recensione de “Il libro di un uomo solo” di Gao Xingjian

Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli
Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli

Lui è il tempo trascorso e incancellabile del dolore e della menzogna, della delazione continua, della paura incessante, la cui ombra era ovunque, di ciò che andava fatto e detto, effimero, passeggero come un temporale estivo e malgrado ciò ineludibile, ferreo e ultimativo come un comandamento, assoluto come un atto di fede. Lui è un passato di tragedie individuali e collettive di cui è impossibile liberarsi, che non ammette affrancamento, è il divampare di una memoria senza requie, incapace di distinguere presente e passato. Lui è la stagione d’incubo della Rivoluzione Culturale cinese, della catastrofe maoista, dell’umiliazione dell’uomo in nome dell’idea, della dignità violata, della vita spogliata di ogni valore, di ogni senso. Tu è l’uomo di oggi, lo scrittore di successo in apparenza libero da ogni costrizione, l’intellettuale cosmopolita che ha definitivamente voltato le spalle alla propria patria, l’artista che nessuno può più obbligare a distruggere le proprie opere, a gettare nel fuoco qualsiasi traccia di un’indipendenza di pensiero, qualsiasi sospetto di eterodossia; Continua a leggere La lingua prigioniera

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!