Dostoevskij, romanziere eccelso

Recensione de “I demoni” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, I demoni, Garzanti

Più di qualsiasi altro romanziere, Fedor Dostoevskij ha saputo penetrare fin nei più intimi recessi dell’animo umano. Le sue opere sono principalmente ritratti psicologici, modelli di comportamento definiti nella loro compiutezza (dal compimento dell’azione fino all’analisi dei moventi che hanno condotto a determinate scelte, e ancora più in là all’individuazione dell’architettura etico-morale che sta a fondamento di tutto) con l’ausilio di uno stile di scrittura unico. La potenza espressiva che si sprigiona dalle pagine del grande autore russo, uno dei più importanti e significativi della storia della letteratura, è impressionante, la prosa meravigliosamente evocativa, la capacità descrittiva prossima alla perfezione. Dostoevskij, tuttavia, non ha alcun interesse verso la bellezza fine a se stessa; il suo stile, seppur di vertiginoso splendore, è alieno da formalismi e totalmente al servizio della sua instancabile indagine sull’uomo. La sua sete di conoscenza, che romanzo dopo romanzo sembra aumentare invece di placarsi, lo porta a formulare quesiti sempre più radicali; la persona, il singolo, nel suo rapporto con se stesso, gli altri, e persino con l’insondabile mistero rappresentato dal divino (specchio e metafora delle infinite possibilità connesse all’esercizio del libero arbitrio e delle responsabilità che ne derivano), vengono affrontate – con la selvaggia, febbrile disperazione dello scienziato pronto a sacrificare qualsiasi cosa ai propri studi, al raggiungimento della scoperta inseguita nell’arco di un’intera vita – soprattutto nei “grandi romanzi”, unanimemente riconosciuti come il vertice della sua produzione letteraria. Continua a leggere Dostoevskij, romanziere eccelso

Amore e storia

Recensione di “La figlia del capitano” di Aleksandr Sergeevic Puskin

Aleksandr Puskin, La figlia del capitano, Bur

Si può considerare una sorta di testamento spirituale il lungo racconto La figlia del capitano di Aleksandr Sergeevic Puskin, pubblicato nell’inverno del 1836, pochi mesi prima che il grande scrittore, poeta e drammaturgo russo morisse a causa di una grave ferita subita in un duello d’onore (aveva sfidato Georges D’Anthès, presunto amante della moglie). La vicenda, che ha i contorni precisi di una cronaca storica e il tumultuoso andamento di una storia d’amore e d’avventura, narra del giovane Pëtr Andréevic Grinëv, figlio di un severo ufficiale ormai a riposo, che viene inviato dal padre in una fortezza distante una quarantina di chilometri dalla città di Orenburg: nelle intenzioni del genitore, il servizio militare, prestato lontano dagli svaghi e dalle raffinatezze di San Pietroburgo, sarà di fondamentale importanza nel percorso formativo del ragazzo. Continua a leggere Amore e storia

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

Un angelo a mezzanotte

Recensione di “Il posto delle bacche” di Evgenij Evtusenko

Evgenij Evtusenko, Il posto delle bacche, Einaudi

L’epilogo, con l’immensità dello spazio spalancata dinanzi allo sguardo orgoglioso e sperduto dell’uomo; il misterioso, ipnotico scintillare di miliardi di stelle che invita a riflettere sul mistero della creazione e sulla fioca ma caparbia luce gettata dalla scienza su quell’oscurità che ovunque è compagna di tutto ciò che vive, respira e pensa; il pulsare tumultuoso, così simile al forsennato galoppare del cuore di un neonato, del pianeta, la sua bellezza quasi indicibile, lo schiudersi, agli occhi, al cuore, all’anima e all’intelletto di colui che la contempla, del suo grembo generoso, di quella natura, insieme ospitale e matrigna, la cui è essenza è più impenetrabile di quella del cosmo infinito. Dalla volta celeste dell’epilogo,  cavalcata, come fosse un destriero, con dolcezza ed entusiasmo, dall’eroico astronauta Gagarin, esempio e modello per la Russia e il mondo, uomo mite il cui sorriso gentile nasconde tanto le sue personali sofferenze quanto il suo continuo indagare i perché ultimi dell’esistenza; il suo senso, il suo scopo, quel che è necessario fare per esistere con dignità – “Ciolkovskij l’aveva detto proprio bene: «Tutte le nostre conoscenze – passate, presenti, future – non sono nulla nei confronti di ciò che non sapremo mai». Questo non è triste: è meraviglioso. Quando esiste l’infinito dell’inconcepibile, la stessa conoscenza può sperare nell’infinito. Anche l’uomo ha una simile speranza, perché l’uomo è conoscenza che conosce se stessa. La ragione suprema dell’universo non è una cosa distinta dall’uomo. L’uomo ne è una parte. Forse addirittura la principale” – al romanzo, la cui storia fiorisce dentro un’altra immensità, in qualche misura simile, quantomeno per i pensieri e i sentimenti che ispira, alla nera vastità trapunta d’astri del cielo: quella della taiga siberiana. Continua a leggere Un angelo a mezzanotte

I campi russi e la morte

Recensione di “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj

Andrej Belyj, Il colombo d'argento, Rizzoli
Andrej Belyj, Il colombo d’argento, Rizzoli

Il colombo d’argento è percorso dal tema dello spazio russo o, meglio, dei ‘campi russi’. Darjalskij, il protagonista, fugge verso i ‘campi russi’, che gli infliggeranno la morte. È un’epoca, quella, in cui tutta la letteratura russa fugge verso le profondità dello spazio russo, cerca rifugio nell’etnografismo, nel topografismo, nella religiosità degli immensi spazi rurali della Russia […]. No, non è una metafora: Belyj si interessa ai ‘campi russi’ nel modo più concreto possibile. Quando era studente in scienze naturali ha scritto una tesi di laurea sulle ‘forre’ nella Russia centrale […]. Ma c’è un’altra chiave, più efficace. A quel tempo Belyj si interessa appassionatamente alle sette russe. È quello, del resto, un periodo di infatuazione generale per tutti i settari della Russia, quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti o i Molokani, e soprattutto i famosi ‘clysty’ e i dissidenti dei ‘clysty’: gli ‘scoptsy’, che praticano l’autocastrazione […]. I Fratelli si chiamano tra loro ‘colombi’, e le loro ‘radenie’, o riunioni mistiche ed erotiche, che terminavano con tranches e spesso con l’accoppiamento carnale dei ballerini tra loro, esercitavano un grande fascino sulla generazione simbolista […]. L’eresia degli ‘uomini di Dio’ (o ‘clysty’) è sorta in Russia nella metà del 17° secolo. Per loro, lo Spirito Santo, soffiando a suo talento, traforma gli uomini in ‘cristi’ (‘clysty’ ne è la forma corrotta), in quali, in certe comunità, si adorano reciprocamente. E chi è Cristo e chi è Madre di Dio. Uomini e donne sono vestiti di bianco e gli stati di trance, durante le danze rituali, vengono portate fino all’estasi”. Continua a leggere I campi russi e la morte

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!

Notoriamente israelita

Recensione di “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi
Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. Yakov Bok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

Speranza, male incurabile

Martin Cruz Smith, Gorky Park, Mondadori
Martin Cruz Smith, Gorky Park, Mondadori

Mosca, parco Gorky, una notte come tante. In una radura, poco lontano da una pista di pattinaggio, una guardia si imbatte per puro caso in tre cadaveri seminascosti dalla neve. Le vittime, due uomini e una donna, sono state uccise, non c’è dubbio su questo, ma quel che gli inquirenti giunti sul posto – membri del KGB e uomini della polizia metropolitana, tra cui l’investigatore capo Arkady Renko – si trovano di fronte è uno spettacolo ben più tragico e inquietante di un semplice delitto. Su quei corpi, infatti, l’assassino si è accanito con metodica ferocia, sfigurandone i volti fino a renderli irriconoscibili e amputando a tutti le ultime falangi delle dita, così da impedire qualsiasi possibilità di identificazione. Come affrontare, dunque, questo triplice omicidio? Come inquadrarlo all’interno del tessuto criminale di una città del tutto priva di esprit de finesse? Come scoprire un così raffinato e spietato omicida in un Paese nel quale “la tipica vittima del tipico assassino russo era la donna con cui quello conviveva, e il fattaccio avveniva quand’era ubriaco fradicio, di solito, con un’ascia che lui dava giù magari dieci volte, prima di colpirla alla testa”? Dove cercare un killer di questo genere? Una persona che in Russia non dovrebbe esistere, per il semplice fatto che la sua organizzazione sociale ed economica non può produrre individui siffatti? Comincia così, con un rompicapo tanto oscuro quanto affascinante da risolvere e un protagonista tormentato e tenace, Gorky Park, il romanzo più famoso dello scrittore americano Martin Cruz Smith, pubblicato nel 1981 (in Italia un anno più tardi) e divenuto in breve tempo un bestseller internazionale; l’autore restituisce con indubbia abilità (non priva di una sorta di condiscendente simpatia) l’immagine di una nazione immensa e fragile (siamo alla fine degli anni Settanta, al crepuscolo dell’era Brèznev), attraversata da ogni sorta di contraddizione possibile e il cui equilibrio tra la perfezione dell’utopia realizzata e il fallimento certificato dai fatti ma testardamente ignorato dalle élite al potere (per calcolo) come dai più comuni cittadini (per puro istinto di sopravvivenza) è sempre più precario; di questo sterminato territorio, nel quale la sincerità non è che un obliquo abito della menzogna, la verità un dogma di partito valido fin quando un altro assunto non sarà pronto a sostituirlo e l’illegalità, in qualunque sua forma, è spiegabile, e di conseguenza punibile, in termini di eterodossia, Mosca, dove si svolge gran parte della vicenda narrata, è un simbolo, la nitida immagine allo specchio di uno scacco matto.

Qui, nella capitale del “paradiso” comunista, la vita ferve nel sottosuolo del contrabbando, nel labirinto, spesso letale, di favori innominabili fatti e restituiti, nell’odiosa viltà delle delazioni ininterrotte, nella disumana architettura dello spionaggio di stato, capace di annullare alla radice il confine tra singolo e comunità e di trasformare quest’ultima da consesso d’uguali a spettrale esercito di tiranni; e qui Arkady Renko, figlio di un generale eroe del secondo conflitto mondiale, un eccellente stato di servizio e un matrimonio che sta andando in pezzi, si ritrova tra le mani un’inchiesta che non vorrebbe e che pure, in qualche misterioso modo, lo attrae sempre più a sé. In pari tempo idealista e disilluso, Renko svolge la sua indagine con diligenza e caparbietà, mentre attorno a lui si muovono personaggi quasi impossibili da mettere a fuoco, sfuggenti profili d’ombra legati l’un l’altro da scottanti segreti da difendere a ogni costo – il ricco commerciante di pellicce Osborne, un americano che in passato ha saputo guadagnarsi importanti benemerenze in Russia, il potente procuratore Iamskoy, che conta su Renko per risolvere il caso, il maggiore del KGB Pribluda, nemico giurato dell’investigatore capo, Irina Asanova, splendida ed enigmatica ragazza che sembra sapere qualcosa di fondamentale sul delitto avvento al parco Gorky ma rifiuta ostinatamente di collaborare, e un altro americano intenzionato a far luce sulla strage, costi quel che costi. Tra questi burattinai, che a proprio piacere dispongono di quel gigantesco, inerte teatro di marionette che è Mosca tessendo le trame di un complotto dove si intrecciano ingenui sogni di libertà e rivincita, insaziabili brame di ricchezza e soprattutto rapporti di forza economici tra Paesi rivali, Renko è costretto a giocare una partita d’inaudita crudeltà. E nellelborato mosaico di un giallo solido e potente, dove si moltiplicano le false piste e ogni nuovo indizio sembra infittire il mistero anziché chiarirlo, Cruz Smith racconta senza nessun gratuito senso di superiorità l’inesorabile processo di autoannientamento di un cortocircuito politico-sociale capace soltanto di mentire a se stesso; è in questo contesto terribile e grottesco, che come un incubo incombe su tutti i personaggi, che lautore segue i passi decisi ma sostanzialmente ciechi di Renko, dipingendolo nel medesimo tempo come eroe e antieroe, carnefice e vittima, poliziotto e criminale. Così, è quasi inevitabile che poco alla volta la sua ricerca della verità assuma l’aspetto infido e ripugnante del compromesso, dell’accordo stretto per non restare a mani vuote, per non perdere tutto, per poter ancora guardare avanti, al domani: “Ho scoperto di essere affetto da un male incurabile” […]. E quale? […]. “La speranza”.

Noir d’atmosfera ottimamente costruito (anche se nella parte finale, ambientata a New York, il romanzo si sfilaccia e l’intreccio mostra la corda), trascinante nelle scene d’azione e con un primo attore senza dubbio indovinato, Gorky Park è una lettura piacevole e non priva di spunti d’interesse. Un piccolo classico di genere che incornicia un mondo ormai scomparso (in gran parte se non del tutto) ma non dimenticato.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Pier Francesco Paolini. Buona lettura.

Ogni notte dovrebbe essere così buia, ogni inverno così mite, tutti i fari così abbaglianti. Il furgone slittò, rallentando, e andò a fermarsi contro un banco di neve. Ne scese la Squadra Omicidi: agenti ricavati da uno stesso stampino – braccia corte e fronte bassa – in pastrano foderato di pecora. L’unico in borghese era un uomo alto e pallido: l’Investigatore-capo. Questi ascoltò con attenzione il racconto della guardia che aveva trovato i cadaveri fra la neve, allorché si era un po’ allontanato dal sentiero – nel cuore della notte – per un’urgenza corporale. Li aveva visti, allora, e a momenti gli prendeva un accidente. Era mezzo gelato dal freddo, dopo. Gli agenti si fecero avanti, alla luce del faro del furgone.

Oltre l’ora più buia

Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti
Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti

Nel silenzio il dolore trova rifugio ma non dimora, così come nella rimozione, in un forzato oblio, può godere di una fragile quiete, ma non avere sollievo. È di parole che la sofferenza ha bisogno, è nel coraggio di esprimere di se stessa, di riconoscersi e di accettarsi la sua sola possibilità di catarsi. Che sia la memoria dello sterminio nazista, eredità d’incubo di un ragazzo scampato (unico della sua famiglia) all’orrore di Auschwitz ed emigrato in America in cerca di una nuova vita, o il sordo rimorso di un ex ufficiale del Kgb, divenuto esperto torturatore d’uomini per lealtà verso il proprio Paese e l’utopia comunista, oppure ancora che siano gli anni bui e terribili del secondo conflitto mondiale, vissuti in giovanissima età da un celebre professore di storia ormai alle soglie della vecchiaia e poi dimenticati, cancellati quasi non fossero mai esistiti, le ferite dell’anima, private della voce, si fanno quotidiano tormento, ombre d’infelicità che stridono come il rimorso che non può non provare chi inspiegabilmente rimane vivo quando tutti gli altri attorno a lui, le persone che ama come quelle che non ha mai incontrato prima, muoiono ogni minuto di ogni giorno, e zoppicano come le squallide giustificazioni al riparo delle quali si guarda al proprio passato, alle nefandezze compiute, al male arrecato nella speranza che quelle menzogne pallide bastino ad assolverci, e incespicano negli angoli più remoti della memoria, prigioniere della paura, della colpa, di lacrime non ancora piante. Finché qualcosa interviene e apre loro la strada verso la coscienza; un incontro, una persona, un evento che a prima vista sembra quasi privo di significato. È al crocevia di tre destini individuali che finiscono per intrecciarsi l’un l’altro per opera di una celebre scrittrice che Chaim Potok costruisce il suo Vecchi a mezzanotte, emozionante “romanzo fatto di storie” che esplora con commossa partecipazione temi fondamentali come il ricordo, la responsabilità personale, la fatica di vivere. Figura principale del suo lavoro (al tempo stesso Deus ex machina della narrazione e attrice tra gli altri dei drammi raccontati) è Davita Dinn, che il lettore incontra studentessa al principio del libro e poi ritrova affermata autrice di lungo corso; è dinanzi a lei che incubi che non le appartengono e che pure in qualche misura riesce a sentire come propri prendono forma, acquistano una sostanziale coerenza, divengono trama, percorso, insieme di tracce che è possibile seguire. Quasi fossero sacrifici offerti a una benevola divinità, i più inconfessabili segreti delle persone che hanno a che fare con Davita riemergono al presente con sconvolgente urgenza; con la sua semplice disponibilità all’ascolto, infatti, questa donna semplice eppure enigmatica sembra voler offrire ai suoi interlocutori il più prezioso dei doni: la consapevolezza del legame indissolubile che unisce vita e memoria.

Ecco allora che il traumatico ritorno al passato delle tre persone che decidono di raccontare se stessi a Davita, diviene, nella prosa salda e sincera di Chaim Potok, una sorta di nuova nascita; nel realizzarsi dell’umanissimo miracolo della “seconda possibilità”, nel superamento della “mezzanotte della vita” (al di là della quale le tenebre cominciano a lasciare spazio alla luce), Noah e i suoi anni chiusi in un campo di concentramento, il colonnello Shertov e i collaudati metodi di coercizione fisica e psicologica messi al servizio del terrore staliniano e il professor Walter, il cui presente si regge su una radicale cancellazione di quella che con ogni probabilità è la parte più autentica di sé, vengono a patti con tutto ciò che sono stati, con le loro responsabilità, con gli errori commessi, ma anche (è il caso dell’innocente Noah) con l’imprevedibile ferocia del mondo, con quel caos di sopraffazione e morte che per molti è la negazione assoluta di Dio (di qualsiasi Dio) e per altri soltanto il segno (uno dei segni) della sua misteriosa volontà. Pur senza eguagliare la maestria stilistica, lo splendore della prosa e la profonda capacità d’analisi critica della cultura ebraica (della sua eccezionale ricchezza e dei suoi limiti) che caratterizzano veri e propri capolavori quali Danny l’eletto, Il mio nome è Asher Lev e In principio, tutti recensiti in questo blog, Vecchi a mezzanotte è un romanzo che merita di essere letto; nelle sue dense pagine, nel tono sommesso che lo scrittore americano sceglie quasi a voler sottolineare il suo pudore di raccontare e il rispetto per il dolore rappresentato, è riassunto il Novecento, “secolo d’abissi” che ha visto succedersi due conflitti mondiali, il delirante disegno d’annientamento hitleriano e la folle e sanguinosa dittatura di Stalin. Tutte queste tragedie Potok le racconta senza nasconderci nulla, soffrendo insieme a noi per quanto accaduto e tuttavia rifiutandosi di pronunciare, nei confronti dell’uomo, una condanna senza appello. Ostinato come i suoi protagonisti, egli, nel restituirci il passato, non smette di guardare al futuro.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Garzanti, è di Mara Muzzarelli. Buona lettura.

Furono la zia e lo zio a condurre Noah nel mio quartiere di Brooklyn, e un annuncio appeso a una bacheca nella nostra sinagoga lo fece entrare nella mia vita: PROFUGO EUROPEO SEDICENNE CERCA INSEGNANTE DI INGLESE. Era l’inizio dell’estate del 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessun nome, solo un numero telefonico. Chiamai quella sera stessa. Mi rispose una donna. «Pronto, chi parla?». Aveva un tono nervoso, seccato. «Chi è al telefono, prego?». «Buona settimana», dissi in yiddish. Una breve pausa. «Ah, buona settimana», disse. Il tono si era addolcito. «Mi chiamo Davita Dinn. Telefono per le lezioni di inglese», dissi in inglese.