Il bianco e il nero

Recensione di “Terra di sangue” di Karin Brynard

Karin Brynard, Terra di sangue, E/O

Sudafrica. Huilwater è una delle tante fattorie ancora in mano alla popolazione bianca. L’apartheid, l’odiosa politica di segregazione razziale praticata ai danni della maggioranza nera del Paese è ormai una pagina di storia, ma le sue ferite, i suoi traumi, la scia di odio e la sete implacabile di vendetta che ha lasciato dietro di sé è ben più di una presenza, ben più di una minaccia, nelle città, nelle campagne, tra la gente. Così, sconvolge, agghiaccia, ma non sorprende (non del tutto, almeno) un duplice omicidio (l’ennesimo) compiuto in una fattoria non lontana dall’arido splendore del deserto: una donna bianca, un’artista, una pittrice di talento conosciuta e amata e la sua giovanissima figlia adottiva, assassinate in maniera brutale, terrificante, umiliate dalla mano che ha tolto loro la vita, oscenamente messe in posa come fossero elementi di una raccapricciante “messa in scena”. Si apre così, con la nudità feroce della morte, Terra di sangue, il serrato, travolgente thriller di Karin Brynard, in Italia pubblicato dall’editore E/O nella traduzione (dall’inglese, in origine il romanzo è stato scritto in afrikaans) di Silvia Montis. Protagonista indiscusso del romanzo è l’ispettore (bianco) Albertus Markus Beeslaar, la cui rappresentazione, pur non risparmiando ai lettori qualche cliché di troppo (come per esempio l’immancabile dolorosissimo passato, che causa al solerte e coraggioso poliziotto incubi e devastanti attacchi di panico), restituisce un personaggio credibile, complesso, le cui contraddizioni non hanno nulla di artificioso, senza dubbio intelligente ma per fortuna privo di quel genio infallibile e irritante (proprio per la sua intrinseca perfezione) che è caratteristica quasi universale degli investigatori letterari (specie se dilettanti). E forse proprio perché non si esercita a risolvere casi per fuggire la noia ma per la ben più prosaica ragione che viene pagato per farlo, Beeslaar al proprio arco non ha che le frecce che può vantare un qualsiasi coscienzioso lavoratore: serietà, tenacia, volontà, un rigoroso metodo di indagine e uno spiccato senso della giustizia.
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Un muto esorcismo

Recensione di “Vergogna” di John Maxwell Coetzee

John Maxwell Coetzee, Vergogna, Einaudi
John Maxwell Coetzee, Vergogna, Einaudi

Forse non c’è un tempo per nascere e uno per morire, né uno per uccidere e uno per guarire. Forse non esistono, nell’opaca dimensione degli uomini, nella loro patetica debolezza travestita d’impeto, né il tempo per amare né quello per odiare, e all’orizzonte impallidiscono fino a svanire tanto il tempo per la guerra quanto quello per la pace. Forse, semplicemente, non è possibile che si dia un tempo per l’uomo perché il suo essere nel tempo, il suo vivere, il suo respirare, e nutrirsi, e resistere, non sono che una costante, furente ricerca di un adattamento impossibile. Nell’uniforme incedere del tempo è l’essere umano la sola variabile impazzita; nell’orbita eccentrica delle sue convinzioni, delle pulsioni, degli appetiti, delle scelte, egli sconvolge ogni equilibrio e, simile a un capriccioso dio fanciullo, si sforza di piegare alla sua volontà sterile tutto ciò che lo circonda e silenzioso soffre il suo odioso arbitrio.

Così, l’unico tempo che davvero sembra appartenere all’uomo è il tempo del caos, della violenza, dell’esasperata solitudine, della spietata guerra fratricida combattuta all’ombra di ideali e bandiere che hanno tutti i nomi e nessun nome. In questo tempo, in questo continuo presente che come erba malata cresce nelle disciplinate geometrie cittadine, nell’austera eleganza dei campus universitari, per poi esplodere, con la veemenza che è propria della natura, negli spazi immensi di un Sudafrica selvaggio dove ogni giorno ha l’affanno della sopravvivenza, John Maxwell Coetzee ambienta Vergogna, uno dei suoi romanzi più famosi, vincitore del Booker Prize.

“Racconto di specchi”, di prospettive convergenti che in un attimo divengono poli opposti, Vergogna ha nei suoi protagonisti principali, il professore universitario David Lurie, cinquantaduenne divorziato due volte, e sua figlia Lucy, che ha scelto la vita contadina e tra mille difficoltà gestisce un’azienda agricola – […] in fondo a una tortuosa pista sterrata a qualche chilometro dalla città: cinque ettari di terra in gran parte arabile, una pompa eolica, stalle e rimesse, e una fattoria bassa e lunga dipinta di giallo con un tetto di lamiera zincata e un portico coperto. L’aia di terra e ghiaia è delimitata da una rete metallica con ciuffi di nasturzi e gerani” – i simboli di una terra muta e sfuggente, ribollente di rabbia, sfregiata da un odio così antico che non ci si preoccupa più di comprendere ma solo di sfogare.

Il Sudafrica bianco, borghese, colto, rispettoso delle regole del vivere civile, custode severo e ipocrita di una moralità evanescente, stretta negli scomodi abiti di un linguaggio abilmente sorvegliato, che cerca scampo dal male evitando di nominarlo, affidando al silenzio, o peggio all’impeccabilità formale delle parafrasi, esorcismi e scongiuri, si incarna in tutta la sua imperfezione (e dunque in tutta la sua autenticità) nell’irrequieta infelicità di Lurie, amante appassionato di Byron e Wordsworth e nello stesso tempo così affamato d’amore carnale da sedurre una delle sue studentesse, dando vita a un rapporto denso d’ombre che quasi subito deraglia nel dolore, nella colpa, nell’incomprensione, in una generosità d’azioni e sentimenti goffamente offerti come dono riparatore e infine sprofonda nell’abisso di una denuncia per molestie sessuali che porta all’espulsione del professore dall’università.

Ma quel che Lurie, con il suo comportamento sregolato e spavaldo, con la sua piena accettazione della condanna inflitta e il parallelo, orgoglioso rifiuto di ogni pentimento (“Sono comparso davanti a una commissione ufficiale. Di fronte a questo tribunale terreno mi sono riconosciuto colpevole, con un’ammissione di colpa terrena. Tanto vi basti. Il pentimento esula dalle vostre competenze. Il pentimento appartiene a un altro mondo, a un altro universo concettuale”) incrina, non è che la superficie di un tessuto sociale battezzato nell’ingiustizia, nella ferocia, nella brutalità. Di fronte a questa atavica voce del sangue, a questa neutra legge del più forte, che colpisce Lurie nel suo affetto più caro, la figlia Lucy, derubata e violentata da tre ragazzi neri, l’uomo comprende come il suo pubblico rifiuto di norme e codici di comportamento, lungi dallaverlo reso libero, non sia stato che una flebile, inconsistente eco del destino di una terra, un destino che agli uomini non è dato comprendere ma unicamente sopportare. “Succede tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto […] in tutti gli angoli del Paese. È un rischio possedere delle cose: un’auto, un paio di scarpe, un pacchetto di sigarette. Non ce ne sono abbastanza per tutti, non ci sono auto, scarpe e sigarette a sufficienza. Troppa gente, troppo poche cose. Quel che c’è deve circolare, in modo che tutti abbiano la possibilità di essere felici per un giorno. Questa è la teoria: attieniti alla teoria e cerca di trarne il conforto che puoi. Non si tratta di cattiveria umana, solo di un vasto apparato circolatorio, nel cui ambito pietà e terrore sono irrilevanti”.

La violenza “istituzionale” del professor Lurie, consumata in quei luoghi senza nome dello spirito e del corpo dove tutto si confonde e sopraffazione e amore dividono lo stesso letto come innamorati incoscienti, diviene, nella deformazione grottesca dello stupro subito da Lucy (e da lei accettato come inevitabile prezzo da pagare per vivere, da bianca, nel cuore stesso di un Paese di cui è figlia illegittima), denuncia di un’esistenza costruita nella finzione, nella farsa, nella commedia, cullata nella bellezza perfetta ma intangibile della letteratura e della poesia, che omaggia la natura senza conoscerla, e nella soddisfazione immediata di amplessi sempre nuovi, che durano il battito d’ali di un desiderio e poi educatamente svaniscono, come il sonno al giungere dell’alba.

Attraverso l’odissea di Lucy, che l’autore racconta con impressionante durezza, riducendo la lingua alla sua essenzialità espressiva, dandole concretezza, trasformandola nella realtà stessa che descrive, sacrificando alla sincerità il suo intrinseco splendore, Lurie, padre e uomo, rinasce: è sofferenza il liquido amniotico che circonda il suo nuovo corpo e la sua anima; sono incomprensione, e terrore, e rabbia, e smarrimento il suo nutrimento; è umiliazione l’eredità che lo attende. Ed è questo, nient’altro che questo quel che può dividere con Lucy (“Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità”), perché non c’è, non c’è stato, mai, un tempo per l’uomo, un tempo che fosse la sua misura permettendogli di essere, a sua volta, misura di tutto il resto.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Gaspare Bona. Buona lettura.

Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene. Il giovedì pomeriggio va in macchina a Green Point. Alle due in punto preme il campanello all’ingresso di Windsor Mansions, dice il suo nome ed entra. Sulla porta del n. 113 lo aspetta Soraya.

Una pallida, rachitica dignità

Recensione di “Età di ferro” di John Maxwell Coetzee

John Maxwell Coetzee, Età di ferro, Einaudi
John Maxwell Coetzee, Età di ferro, Einaudi

Spezzata dal dolore, erosa dalla debolezza, dall’impotenza, sedotta dalla viltà, incatenata dal timore, fiaccata dalla malattia, tormentata dai ricordi, torturata dai rimorsi, incompleta, formata solo in parte, come un feto prematuramente espulso da un grembo immaturo, imperfetto, ferito. Così è la vita di Elizabeth Curren, insegnante in pensione protagonista del romanzo Età di ferro dello scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee. Donna bianca e benestante in una terra, il Sudafrica (il romanzo è ambientato negli anni ottanta), dominata dall’odiosa logica dell’apartheid e sconvolta da violenze di ogni genere, Elizabeth Curren, cui è stato appena diagnosticato un tumore, affida a una lunga lettera-sfogo indirizzata alla figlia (che ha voltato le spalle alla brutalità, alle ingiustizie, ai soprusi e alle intollerabili disuguglianze razziali del suo Paese emigrando negli Stati Uniti) il bilancio della sua esistenza.

In pagine di bruciante sincerità, nella scandalosa nudità di una confessione piena, nel vicolo cieco di domande retoriche le cui possibili risposte stanno acquattate, come ratti, nell’irraggiungibile oscurità del sottosuolo – “Ho letto Tolstoj […] il racconto dell’angelo che dimora presso il calzolaio. Quante possibilità ci sono che io passeggiando per Mill Street trovi il mio angelo da soccorrere e da portare a casa?” – nelle passioni, nel loro contraddittorio viluppo urlato senza imbarazzo, esposto nel ripugnante memento fisico di cicatrici e piaghe, nella vergogna sbandierata come titolo di merito, contrabbandata come una sorta di dignità pallida e rachitica, di ribellione educata e silenziosa al male e all’incontrollabile proliferare delle sue metastasi – “Forse la vergogna è solo l’altro nome di quello che provo da sempre. Il nome della condizione in cui vivono quelle persone che preferirebbero essere morte” – la signora Curren racconta, attraverso se stessa, l’inferno del Sudafrica, il suolo, arido, riarso di una nazione senz’anima, fatta soltanto di grida, polvere e sangue.

I suoi occhi, che bramano di chiudersi all’indecente spettacolo del mondo, alla pornografia della miseria e del sangue, alla primitiva bestialità delle baraccopoli di lamiera e delle strade di fango dove i neri sfogliano i giorni e gli anni ammassati uno sull’altro e la vita non vale più dei vestiti che uno porta addosso, restano invece testardamente spalancati su un qui e ora eterno e immobile, scandito, come il meccanismo di un orologio, dalla disumana efficienza delle forze di polizia; e quel che il suo sguardo registra, oggi, dopo un’intera vita trascorsa tra menzogne subite e verità di comodo coltivate nel giardino di casa, diviene parola, testimonianza, testamento, eredità.

Gli ultimi respiri di questa donna orgogliosa e disorientata si fanno voce nella sua scrittura fitta, nervosa, urgente, e danno sostanza alla disperata necessità di trovare una ragione al suo esserci, qualcosa che dia significato al ruolo che ha svolto, non importa quanto marginale sia stato; circondata ovunque dalla morte, dal cancro che la condanna, dai giovani di colore falcidiati da agenti e militari (uno di essi, amico del figlio della sua governante, viene ucciso proprio in casa sua a conclusione di un blitz), Elizabeth Curren, prigioniera dell’inconsapevole oscenità del suo perbenismo, sogna la radicalità di un gesto capace di riscrivere per intero il suo passato, ma tutto quello che riesce a fare è offrire (e solo per avere in cambio un briciolo di attenzione) un riparo e del cibo a un senzatetto di nome Vercueil che ha scelto di sistemarsi vicino al suo garage.

La fragilità del rapporto tra Elizabeth e il suo improvvisato ospite, che Coetzee magistralmente compone in un mosaico di cauti avvicinamenti e subitanee ritirate, in un intreccio di ruvidi battibecchi e delicate, sofferte tregue che fanno pensare alla miracolosa bellezza dei rituali di corteggiamento del mondo animale, è specchio dell’abisso dentro il quale il Sudafrica sprofonda, riflesso dell’incubo in cui si dibatte, simile a un mostruoso, agonizzante essere preistorico.

E in questa precarietà, in questo vivere affannato e selvaggio, braccato da una lucida, ferrea volontà di annientamento, le sempre più numerose pagine della lettera della professoressa Curren, affidate alla capricciosa lealtà di Vercueil (toccherà a lui spedire la missiva alla figlia, quando la donna sarà morta), sono come un messaggio chiuso in una bottiglia e lasciato in balia dell’imperscrutabile capriccio delle onde. Potranno giungere a destinazione, e riunire nuovamente madre e figlia, permettere a quella comunione di anime e corpi che è la vita di risplendere ancora, anche se solo per un momento, oppure potranno perdersi per sempre, naufragare nel nulla, pateticamente identiche, nel loro destino di sconfitta, al Sudafrica della segregazione, della lotta, del sacrificio di sé, estremo e insensato. “Ai tempi del codice cavalleresco gli uomini lottavano fino all’ultimo sangue con altri uomini e portavano il pegno della loro dama sventolante sull’elmo. Fiato sprecato predicare la prudenza a questo ragazzo. L’istinto alla battaglia, troppo forte in lui, lo trascina. La guerra: il modo in cui la natura liquida i deboli e favorisce l’accoppiamento dei forti. Ritorna coperto di gloria e il tuo desiderio sarà appagato. Sangue e gloria, sesso e guerra”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Carmen Concilio. Buona lettura.

C’è un vialetto a lato del garage, dovresti ricordarlo, dove qualche volta giocavi con i tuoi amici. Ora è un luogo desolato, privo di vita, inutile, dove le foglie trasportate dal vento si accumulano e marciscono. Ieri in fondo a quel vialetto mi sono imbattuta in un rifugio di scatole di cartone e teli di plastica. C’era un uomo rannicchiato là dentro; un uomo che avevo già visto in giro per strada: alto, magro, con lunghi denti cariati, la pelle segnata da rughe profonde e con indosso un vestito grigio, logoro e troppo ampio, e un cappello dalla tesa floscia. Ce l’aveva in testa ora e dormiva con l’orecchio sulla tesa ripiegata. Un derelitto.

Soli, in una terra abitata e sconosciuta

 

Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli
Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli

È un Sudafrica inquieto, libero dalle odiose catene dell’apartheid ma non ancora cosciente di esserlo e incapace di distinguere tra orgoglio legittimo e vuota tracotanza, quello che fa da sfondo a Nessuno al mio fianco di Nadine Gordimer, tormentato romanzo intimista che attraverso l’odissea personale di due coppie di amici si interroga tanto sul futuro di un Paese sospeso tra inferno e paradiso quanto sulla necessità (e insieme sulla loro sostanziale inafferrabilità) dei rapporti interpersonali, siano essi d’amore, d’amicizia, di filiazione o militanza. Nella fatica di una scrittura che sembra annaspare alla ricerca di se stessa, prigioniera di eventi quasi impossibili da raccontare, l’autrice sudafricana, premio Nobel per la Letteratura nel 1991, rivendica una volta di più il proprio credo politico schierandosi senza riserve a favore dei neri e del loro diritto all’autodeterminazione e a condizioni di vita degne. Ma questa presa di posizione, pur inequivocabile, sfuma nelle debolezze e nelle contraddizioni personali del personaggio che la incarna, l’avvocato bianco Vera Stark (la protagonista dellopera), responsabile di un centro di consulenza legale impegnato a dirimere cause legate al possesso e allo sfruttamento della terra e donna e madre e amante consumata da desideri e passioni che non riesce in alcun modo a controllare. Non a caso, è il linguaggio immediato e greve dei corpi quello che emerge dalle pagine del romanzo della Gordimer, ed è il bisogno sempre frustrato di intimità che il sesso promette e offre con generosa noncuranza a dar forma alla sua prosa, che del corpo di Vera Stark ha la pienezza, il profumo, la tensione e la stanchezza. L’avvocato Stark, specchio, nel suo quotidiano impegno professionale, del disordine di una nazione, è simbolo di una irrimediabile solitudine nel suo esistere privato: sposata poco più che adolescente a un soldato, divorziata, di nuovo moglie di un uomo che a lei sacrifica tutto (a partire dalle sue ambizioni artistiche) e ancora amante di un collega e infine amica e complice di un leader di colore, e in tutto questo madre di due figli lontanissimi da lei, questa donna si muove in una dimensione sospesa, in un orizzonte cangiante e irriconoscibile, stretta nell’abbraccio estraneo di un luogo che lei sente come proprio ma che in qualche misura la respinge e la respingerà sempre, a causa del colore, immodificabile, della sua pelle. E la condanna all’isolamento sociale di Vera Stark, una punizione comminata senza colpa – uguale e contraria, in questo, ai rigori della prigione patiti da uomini responsabili soltanto di essere maggioranza nera in una terra troppo a lungo dominata dai bianchi – è nello stesso tempo quella di un popolo e quella universale dell’umanità stessa, incatenata a un ineluttabile destino di sconfitta.

Al cieco arrancare di Vera Stark fa da apparente contraltare l’impegno civile di una coppa di amici, i Maqoma. Lui, un pericoloso passato da militante di un movimento di liberazione, si ritrova d’improvviso messo da parte nel nuovo Sudafrica che punta alla rinascita; lei, che negli anni della clandestinità delluomo ha vissuto impotente il terrore della moglie e della madre, ignara di tutto ciò che riguardava il marito, scelta a sorpresa tra i rappresentanti di un Paese in ginocchio che si sta preparando a risorgere. Ancora una volta, però, la dimensione pubblica non è che un fugace scintillio, una pozza di luce subito inghiottita nel cono d’ombra di vite singole e nella caotica trama del loro intrecciarsi. Dei Maqoma, infatti, Nadine Gordimer illustra i patimenti, i dubbi, le paure, le delusioni, le emozioni: l’amarezza dell’uomo, Didymus, incapace, dopo decenni vissuti in prima linea, di rassegnarsi alla marginalità del proprio ruolo, e l’ansia nervosa della moglie Sibongile, ritratta da lontano, come in uno scatto fotografico fuori fuoco, nel suo ruolo istituzionale ma presente fino a diventare fastidiosa, ingombrante e importuna nel suo ruolo di madre della giovanissima Mpho, figlia di un Sudafrica mai conosciuto prima del definitivo ritorno della famiglia nel Paese d’origine ma che pure le scorre impetuoso nel sangue al punto da farle preferire la miseria della township in cui vive la nonna paterna agli agi di casa e da risvegliarne gli istinti, già maturi, di donna. Uniti negli ideali ma irrimediabilmente divisi dal colore della pelle e da tutto quel che questa barriera effimera eppure insuperabile porta con sé come fosse uno scandaloso peccato originale, i Maqoma e gli Stark sperimenteranno, per vicende che poco o nulla hanno a che fare con la politica, il dolore dell’allontanamento reciproco, il rancore sordo che origina dal ritenersi vittima di un torto e infine la resa incondizionata al silenzio, sola risposta possibile all’impossibilità di riconoscersi, accettarsi e comprendersi.

Nessuno al mio fianco non è un romanzo di facile lettura. Ha il ritmo sofferto di una presa di coscienza, esplora con ostinazione quasi ossessiva il mistero della sessualità, come se ci fosse, nella chimica dell’attrazione, qualche riposta capace di trascendere la finitezza della carne, per capitolare, alla fine, di fronte a una sostanziale assenza di senso. Ma in questo lento avanzare, come di chi procede nella melmosa immobilità di una palude, Nadine Gordimer sa regalare al lettore lo splendore improvviso di riflessioni che lasciano senza fiato. Parole fatte della stessa sostanza di cui sono fatti gli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Marco Papi. Buona lettura.
E quello chi era? C’è sempre qualcuno che nessuno ricorda. Nelle fotografie di gruppo soltanto quelli che sono diventati celebri, nel bene o nel male, o le facce che possono essere ricordate attraverso comuni esperienze, occupano lo spazio e il tempo appiattiti sulla lucida carta. Chi poteva essere? Le mani penzoloni, i piedi ben allineati per la macchina fotografica, il sorrisetto di profilo rivolto al personaggio che doveva diventare il centro del momento immortalato, la sola immagine sviluppata con maggior intensità, e ai margini di questo centro focale c’è un appendice, che potrebbe anche essere tagliata fuori perché, nel riconoscimento e nel particolare ricordo che desta la fotografia, la figura periferica non è mai stata presente.

La morte, inciampo della storia

Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio
Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio

Accade, a volte, che un omicidio, per quanto brutale, per quanto tragico, sia soltanto un incidente, un inconveniente che rischia di rovinare un piano grandioso studiato nei minimi dettagli, un inciampo, un capriccio, uno scherzo maligno del caso. Accade, a volte, che a vestire i panni semplici e terribili del boia sia la sfortuna, e che uccidere sia solo un affannoso tentativo di rimettere le cose a posto. Accade, quando in gioco ci sono secoli di storia, quando si combatte perché i diritti calpestati di un intero popolo, cui viene impedito con la forza di vivere liberamente nella propria terra, vengano finalmente riconosciuti, quando i tiranni, timorosi di perdere il potere, inaspriscono ancor di più il loro giogo, che la morte di qualcuno non valga neppure un pensiero, che non venga presa in considerazione, che esistere e cessare di farlo siano la medesima cosa. Niente altro che facce di una stessa medaglia. Cardine di ogni romanzo giallo, principio e fine della sua struttura narrativa, il delitto di sangue muta drasticamente di sostanza ne La leonessa bianca di Henning Mankell, terzo volume dedicato alle inchieste del commissario Wallander (delle prime due, Assassino senza volto e I cani di Riga, ho già scritto in questo blog), e diviene, per l’appunto, fatto accidentale, momento di per sé insignificante all’interno di un disegno tanto complesso quanto sconvolgente. Muovendosi su differenti piani temporali e geografici (il romanzo si apre in Sudafrica al principio del Novecento), lo scrittore svedese incorpora nell’architettura classica della narrazione poliziesca sia le atmosfere torbide del romanzo spionistico sia la rovente attualità dell’analisi politico-sociale e dà vita a un’opera che si legge d’un fiato, ricca di colpi di scena e popolata da personaggi di grande spessore, perfettamente delineati nella psicologia e nel carattere. In questo romanzo corposo e seducente, trascinante nel ritmo e limpido nello stile, Mankell guarda al Sudafrica dei primi anni Novanta (quando il Paese, governato dal presidente de Klerk, si preparava ad abolire definitivamente il regime di apartheid e Nelson Mandela, uscito di prigione dopo 26 anni, guidava le masse verso una rivoluzione pacifica ed epocale) come a uno dei capitoli fondamentali della storia umana. E lo racconta da par suo, prendendo le mosse dalla presenza boera nel Paese, dalla convinzione di quel popolo di essere destinato da Dio alla sovranità assoluta sui neri, per arrivare fino al diabolico complotto ordito da un’irriducibile élite bianca al fine di mantenere intatto il proprio dominio.

L’omicidio di Nelson Mandela per opera di un killer di colore. Questo è quanto si propongono i boeri coinvolti nel piano eversivo. Un atto che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, che scatenerebbe la rabbiosa reazione del popolo sudafricano, delle masse confinate nelle baraccopoli, nei ghetti, nelle periferie abbandonate, in autentici gironi infernali come Soweto, tumorale ammasso di baracche di lamiera cresciuto a dismisura ai confini dell’area urbana di Johannesburg, e che consentirebbe a chi è ancora formalmente al potere di reagire con la massima durezza e in tal modo di riconquistare le posizioni perdute. Esautorando il “traditore” de Klerk e insediando al suo posto un boero degno di questo nome. E Kurt Wallander, commissario di polizia di provincia, ignaro o quasi perfino dell’esistenza del Sudafrica (figurarsi della sua situazione), si ritrova d’improvviso invischiato in questa ragnatela d’odio secolare e di violenza indicibile perché chi ha ordito tutto questo ha pensato che non ci fosse luogo migliore della tranquilla e tutto sommato ancora innocente Svezia per addestrare il killer, spedito lì assieme a un ex ufficiale del Kgb, responsabile della sua preparazione. Sfortunatamente, però, è proprio in Svezia, o per dir meglio in Scania, nella propaggine meridionale del Paese, che ogni cosa comincia a disfarsi; nella casa isolata in cui il futuro assassino di Mandela e il suo istruttore si stanno preparando, infatti, capita per errore una donna, Louise Akerblom, un’agente immobiliare, moglie e madre felice, finita lì per colpa di una svolta sbagliata. Aveva un appuntamento, quella donna, con una persona interessata a vendere la sua casa; è bastato che commettesse un errore, un banalissimo errore, per ritrovarsi a tu per tu con il suo assassino. “Hai visto qualcosa che non avresti mai dovuto vedere, hai visto qualcuno che non è mai stato qui” sembra dire lo sguardo duro, glaciale dell’uomo che la fissa per un lunghissimo istante prima di ucciderla sparandole un colpo in testa. È la fine per la povera signora Akerblom, mentre per Wallander questo delitto segna l’inizio di un’indagine che metterà a dura la prova le sue certezze di uomo e di poliziotto e lo costringerà a spalancare gli occhi su abissi di dolore e ingiustizia che credeva inimmaginabili.

Magnificamente sospeso tra invenzione e realtà, La leonessa bianca è un romanzo affascinante, un giallo potente che con coraggio guarda oltre se stesso, prende posizione, si assume responsabilità e finisce per fare della finzione, pur nel pieno rispetto del suo status di forma d’arte, un efficace strumento di lotta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.
Sudafrica 1918. Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani. Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Koppler, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni dopo qualche settimana. Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Nessuno dei tre aveva la benché minima idea che quel loro incontro in un bar di Kensington avrebbe avuto un’importanza storica. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno. Neppure Henning Koppler, che fu quello che avanzò la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l’intera società sudafricana, si rendeva conto della portata o delle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.