Così scandalosamente deforme

Recensione di “La peste” di Albert Camus

Albert Camus, La peste, Bompiani

Orano è una città che sembra volontariamente rinunciare alla bellezza, alla grazia. Un luogo “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali né fruscii di foglie”, dove “il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo […], la primavera si annuncia soltanto con la qualità dell’aria o coi cesti di fiori che i ragazzi portano dai sobborghi”. In questa città, circondata dall’eterna meraviglia del mare e pigramente sazia del suo abbraccio, della sua presenza fedele, l’estate è un flagello di fuoco “che incendia le case troppo asciutte e copre i muri d’una cenere grigia” e l’inverno è la sola stagione capace di regalare giornate di tregua. Ed è qui, in questo strano microcosmo, in questo reticolo unico di strade che ospita uomini e donne capaci di vivere, lavorare e amare in un solo modo, con meccanica frenesia e con il preciso obiettivo di ottenere la massima soddisfazione personale, che in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tutto precipita in un incubo. Simbolo, modello di ogni organizzato consesso sociale, esempio dunque dell’umanità tutta e della terra stessa, Orano si fa universale, crocevia di qualsiasi lingua, di quel che si conosce come di quel che si ignora, di ciò che è patrimonio del mondo e di ciò di cui il mondo è mancante, orfano, e soprattutto si trasforma nel centro perfetto da cui si irradiano tanto il bene quanto il male. Continua a leggere Così scandalosamente deforme

Dalle Parche alla nascita

Recensione di “La neve se ne frega” di Luciano Ligabue, Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli

Luciano Ligabue, Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli, La neve se ne frega, Mondadori

Una personalità artistica che non scopriamo certo oggi, visto che è uno dei più importanti cantautori italiani, oltre che regista di tre film, sceneggiatore, autore di racconti e anche di un romanzo, La neve se ne frega, uscito nel 2004 con Feltrinelli. Ed è stato proprio questo romanzo a portare Luciano Ligabue alla ribalta anche della Nona Arte, visto che la capace penna di Matteo Casali ne ha tratto un graphic novel, poi affidato alla matita del suo compare di mille avventure, Giuseppe Camuncoli, ora riproposto con i tipi mondadoriani degli Oscar Ink, dopo la precedente edizione Panini. Cosa ha fatto, il Liga, in questa sua sua storia? Ha preso un bel po’ (proprio tanto) di George Orwell, l’ha trasferito qualche anno nel futuro e poi lo ha fatto incontrare con Benjamin Button. Ha miscelato sapientemente il tutto, creando un mondo ben incartato, con tanto di fiocco, nella gioia e nella letizia per l’umanità intera, dove tutti hanno diritto a tutto – financo agli stessi diritti! – e vivono in ridenti cittadine, tra amici, monti e valli d’or. Tutto bello, pare. In realtà un incubo. Continua a leggere Dalle Parche alla nascita

In meno di una settimana

Recensione di “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini

Fruttero & Lucentini, La donna della domenica, Mondadori

L’ironia raffinata e pungente, i dialoghi brillanti, i personaggi disegnati con maestria, ritratti con acume, colti quasi in flagrante nelle loro debolezze, nelle loro meschinità, e dappertutto la sensazione obliqua, fastidiosa, insistente di un rivolgimento ormai prossimo, di un irreversibile cambiamento d’epoca destinato a distruggere tutto ciò che è stato fino a questo momento per lasciar posto a chissà cos’altro. E al centro di questo mosaico di cose e persone, di questo puzzle sociale, di questo labirinto psicologico dove di continuo si alternano luci e ombre, un misterioso omicidio cui ben presto segue un altro delitto. È nelle cadenze di un romanzo giallo, trama e pretesto di una narrazione straordinariamente vivace e intelligente che guarda con divertita nostalgia e insieme con una sorta di aristocratico distacco a una società in pieno mutamento (ma non ancora del tutto consapevole di quel che sta vivendo), che Carlo Fruttero e Franco Lucentini danno vita a quella che è senza dubbio alcuno una delle loro opere più celebri e fortunate, La donna della domenica, piacevolissima avventura “a tinte fosche” che si consuma, in un girotondo di colpi di scena, equivoci grotteschi, drammi amorosi, gelosie artistiche, rivalità culturali e penosi ricatti, nel giro di soli cinque giorni in una Torino ritratta con cristallino affetto e una punta di gelida perfidia. Continua a leggere In meno di una settimana

Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Recensione di “L’agente segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, L’agente segreto, Mondadori

“Credo che le origini del romanzo L’agente segreto […] si possano far risalire a un periodo di reazione emotiva e mentale. La verità è che d’impulso io detti inizio a questo libro e lo scrissi senza alcuna interruzione […]. Ovviamente io non avevo alcun bisogno di scrivere questo romanzo […]. Nulla mi costringeva a trattare un simile soggetto […]. Ma l’idea di elaborare soltanto delle brutture, per giungere a scandalizzare o anche soltanto a sbalordire il lettore con un improvviso voltafaccia, non mi è mai venuta in mente […]. L’agente segreto fu iniziato subito dopo un periodo di due anni durante il quale ero stato intensamente assorbito dal compito di scrivere quel remoto romanzo che si intitola Nostromo con la sua atmosfera d’America Latina, e Lo specchio del mare, così profondamente personale […]. Non saprei dire se io provassi allora veramente il bisogno di un cambiamento […]. Poi, quando ancora non avevo, per così dire, ripreso la parola, e non pensavo affatto ad uscire dalla mia strada alla ricerca di qualcosa di brutto, il soggetto […] del racconto […] mi venne incontro attraverso poche parole che erano state pronunciate casualmente da un amico a proposito degli anarchici, anzi delle attività anarchiche: non rammento oggi da che cosa fosse originata la conversazione. Ricordo, tuttavia, le nostre osservazioni sulla futilità criminale di tutto l’insieme: dottrina, azione, mentalità; e sullo spregevole aspetto di quella posa pazzesca, la posa dell’impudente truffatore che sfrutta le miserie dolorose e la credulità appassionata di una umanità sempre così tragicamente avida di autodistruggersi. Questo era il motivo che rendeva imperdonabili ai miei occhi i pretesti filosofici della posa in questione. Passammo, poi, a esempi particolari e rievocammo la storia ormai vecchia, dell’attentato destinato a far saltare in aria l’Osservatorio di Greenwich: assurdità sanguinosa e talmente inutile nel suo genere che non avreste potuto scandagliarne le origini in base ad alcun processo razionale e neppure irrazionale. Infatti, anche l’irrazionalità perversa ha una sua logica; ma un simile attentato era assolutamente inconcepibile. Tanto che si finiva per trovarsi davanti a questo fatto: un uomo che saltava in aria e si riduceva a pezzi per qualcosa che neppure lontanissimamente, poteva somigliare a un’idea, anarchica o di qualunque altro genere. Per quel che riguarda l’Osservatorio, le sue mura esterne non presentarono la più piccola screpolatura. Su tutto questo richiamai l’attenzione del mio amico. Egli rimase un po’ in silenzio, poi con la sua maniera caratteristica, fortuita ed onnisciente, osservò: «Oh, ma quello era un mezzo idiota. Sua sorella dopo quel fatto si suicidò» […]. Non ci può esser dubbio sul fatto che quella informazione fu per me illuminante”. Continua a leggere Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Vite spezzate su un’isola selvaggia

Recensione di “L’isola dei cacciatori di uccelli” di Peter May

Peter May, L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi

Isola di Lewis, al largo delle coste scozzesi. Roccia scura, inospitale, spazzata dai gelidi venti atlantici e sferzata dal respiro rabbioso e infaticabile dell’oceano. Pochi villaggi, nei quali il tempo sembra aver smesso di scorrere. La vita degli abitanti è allo stesso tempo durissima e monotona; è sopravvivenza, scandita dalla violenza primordiale di tempeste e mareggiate e dalla soffocante intransigenza fondamentalista delle congregazioni religiose protestanti, dalle infuocate, immaginifiche prediche sull’ira di Dio rovesciate dai pulpiti e dalla severissima vigilanza della domenica, quando ogni strada è deserta, ogni locale chiuso e perfino le altalene nei parchi gioco sono serrate con i lucchetti affinché nulla e nessuno, neppure l’innocenza dei bimbi, possa profanare la santità del giorno del Signore. È qui che suo malgrado è costretto a tornare l’ispettore Fin McLeod della polizia di Glasgow; qui, al villaggio di Crobost, dove è nato, cresciuto e dal quale, non appena ne ha avuto la possibilità, è fuggito. Continua a leggere Vite spezzate su un’isola selvaggia

Un arbitro di eleganza e arguzia

Recensione di “Satyricon” di Petronio

Petronio, Satyricon, Garzanti

Curiosamente, di uno dei massimi capolavori della letteratura latina, il Satyricon, è quasi più quel che si ignora di quel che si conosce. Frammentarie, infatti, sono le informazioni relative all’autore, tal Petronio Arbitro (personaggio legato alla variopinta corte neroniana del quale racconta con discreta abbondanza di dettagli Tacito nei suoi Annali, senza peraltro indicarlo esplicitamente come autore dell’opera in questione), e altrettanto lacunoso e incerto è il testo che ci è pervenuto. Di queste sfavorevolissime condizioni, tuttavia, il Satyricon non ha sofferto; ricchissimo dal punto di vista dei registri linguistici, aperto a una sorprendente molteplicità di letture e di chiavi interpretative, vivace fino all’esuberanza più sfrenata nella narrazione, arguto e pungente nei dialoghi, finissimo nel disegno dei caratteri e nello stesso tempo privo di scrupoli e di remore nella descrizione delle vicende più sordide (anzi, allegramente compiaciuto della propria consapevole “degradazione”), il romanzo di Petronio – perché di questo si tratta, di un romanzo vero e proprio, per struttura, temi e modalità espressive – ha saputo conquistarsi, nei secoli, l’attenzione ammirata degli studiosi e suscitare l’entusiastico interesse dei lettori. Continua a leggere Un arbitro di eleganza e arguzia

Nel freddo mistero di Vienna

Recensione di “Qualcuno alla porta” di Geoffrey Holiday Hall

Geoffrey Holiday Hall, Qualcuno alla porta, Sellerio

Una gelida atmosfera di paura. Una minaccia sorda che sembra essere ovunque, che ristagna come nebbia lungo le strade, invade l’illusoria quiete degli appartamenti, avvelena le conversazioni, corrompe le confessioni e i segreti trasformandoli in ricatti. Una presenza obliqua, sfuggente eppure concreta, imposta dal momento presente, dalla situazione, dallo stato dei fatti e insieme nuova, altra, creata ad arte, studiata, adattata a particolari esigenze, messa a punto nel mondo in cui si mette a punto un’arma: con metodo, pazienza, precisione e in vista di un ben preciso fine. È la paura, evocata fin dalle primissime righe, la protagonista di Qualcuno alla porta, thriller, spy story, romanzo d’avventura e perfino mystery, opera dello scrittore statunitense Geoffrey Holiday Hall. Egli la evoca sia nel particolare, ricorrendo a sapienti descrizioni d’ambiente, sia a livello generale, scegliendo come teatro narrativo della sua storia la città di Vienna nell’immediato secondo dopoguerra e conducendo il lettore nella sua labirintica scacchiera burocratico-militare fatta di zone di influenza (e di conseguenti zone proibite) all’interno delle quali le potenze che avevano sconfitto il nazismo erano libere di spadroneggiare e soprattutto di spiarsi l’un l’altra con ogni mezzo. Continua a leggere Nel freddo mistero di Vienna

L’oceano pensante e l’assenza del caso

Recensione di “Solaris” di Stanislaw Lem

Stanislaw Lem, Solaris, Sellerio

“Lem, che professionalmente fu un esperto di intelligenza artificiale e insegnante di Cibernetica, è stato il massimo rappresentante di una fantascienza filosofica, poco interessata agli effetti speciali. Considerava i suoi colleghi americani troppo trash e ignoranti in campo tecnologico. Con l’eccezione di Philip K. Dick […]. Con la metà degli anni Sessanta, Lem iniziò a pensare che la fantascienza mettesse piuttosto in luce i limiti della conoscenza umana, mostrandola spesso come una «vana zavorra» per scienziati e astronauti. Un genere letterario che è una specie di pietra di paragone delle fragili capacità umane, rese ancora più fragili dalla separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica: il frutto avvelenato di una decadenza culturale che comincia, in Occidente, nel XIX secolo. Invece, per gli antichi, per gli uomini rinascimentali, per gli artefici dell’Enciclopedia, la cultura era una sola: i pittori erano scienziati; i filosofi biologi; i matematici poeti; gli architetti scrittori. La forza del sapere sta infatti nella capacità di connettere e tenere assieme tutte le conoscenze, senza divisioni disciplinari né ideologiche campagne contro la scienza in nome delle ragioni del cuore e della metafisica”. Nella postfazione all’edizione italiana di Solaris (Sellerio Editore), capolavoro dello scrittore polacco Stanislaw Lem, Francesco M. Cataluccio sottolinea quanto il tema centrale di questo romanzo ne trascenda il magistrale impianto narrativo e si collochi in tutti quei momenti (che dell’opera sono la sostanza) nei quali il racconto appare come sospeso, messo tra parentesi, verrebbe quasi da dire dimenticato. La fantascienza, intesa come genere, come scelta, come adozione di un ben preciso canone (non solo stilistico), nel lavoro di Lem è uno sfondo, una quinta teatrale, un ambiente, uno spazio necessario agli attori per muoversi e agire; è insomma lo specchio di ciò che è l’inesplicabile e suggestivo pianeta Solaris per i protagonisti del libro, tre scienziati terrestri impegnati in una missione (l’ennesima) di studio e raccolta di dati e informazioni. Continua a leggere L’oceano pensante e l’assenza del caso

Il visconte, il barone e il cavaliere

Recensione di “I nostri antenati” di Italo Calvino

Italo Calvino, I nostri antenati, Mondadori

Raccontare come in una favola, assecondando la scrittura agli slanci vertiginosi dell’immaginazione, ai salti mortali della fantasia. Raccontare come in una fiaba, come ne Le mille e una notte, affidando la storia a una voce narrante ed evocando attraverso essa un intero mondo, e passioni, dolori, amori, tragedie, speranze, illusioni. Raccontare come in un’allegoria, inventando per il proprio presente uno spazio nuovo e una coscienza con cui indagare, e provare a comprendere, se stesso. Così racconta Italo Calvino nei tre romanzi brevi Il visconte dimezzatoIl barone rampante Il cavaliere inesistente, scritti tra il 1952 e il 1959 e riuniti un anno più tardi in un volume unico intitolato I nostri antenati. Continua a leggere Il visconte, il barone e il cavaliere

Una frattura nella terra

Recensione di “Patria” di Fernando Aramburu

Fernando Aramburu, Patria, Guanda

Della terra in cui nasci può essere la sostanza dell’amore incontaminato che provi per i tuoi figli; dei suoi colori, della sua bellezza, di ogni sua imperfezione può vestirsi il tuo carattere, della sua luce illuminarsi le tue emozioni; e nella tenebra delle sue notti può perdersi la tua anima. Dalla terra in cui nasci puoi ereditare tutto o niente; le puoi somigliare nella cocciutaggine come nell’arrendevolezza, nell’esuberanza come nel bisogno costante d’amore e d’attenzione, nella solitudine invincibile come nella gioia più sfrenata. Ai luoghi che ti hanno visto crescere, farti uomo e padre, divenire donna e madre, puoi legarti d’un affetto semplice e forte, che accetta benevolo senza pretendere, che non esige e si accontenta; ma con essi puoi anche stringere un patto di sangue, sacrificando per intero te stesso, facendo tue, sulla pelle, nel cuore e nella testa, le sue sofferenze, patendo nelle tue carni le ingiustizie cui è sottoposta, raccogliendo, nella tua disordinata manciata d’anni, i polverosi e maledetti secoli della sua storia. Che sia l’una scelta o l’altra a decidere della vita che vivrai, sarà comunque la tua terra, la tua patria, a lasciarti addosso le cicatrici più profonde, a nutrirti nell’odio, battezzarti nel dolore per poi consumarti, giorno dopo giorno, nel rimorso, nel bisogno di perdonare ed essere perdonato. Patria, lacerante, splendido romanzo di Fernando Aramburu, mette al centro proprio la terra, la terra insanguinata e afflitta dei Paesi Baschi, la terra ostaggio della lotta armata dell’Eta, sfregiata da un conflitto fratricida che oppone i nazionalisti agli “spagnoli”, guardati come nemici e come tali trattati, disprezzati in quanto stranieri perché ignoranti della lingua madre (l’euskera, la lingua della libertà, dell’indipendenza a ogni costo, la lingua di chi è disposto a uccidere anche il proprio fratello perché il sogno si realizzi), perché incapaci di comprendere le ragioni della lotta (che per loro non è altro che spregevole terrorismo), perché solidali, nel loro sdegnoso silenzio, con tutti coloro che all’Eta e ai suoi metodi si oppongono. E in questa terra, in un paesino vicino a San Sabastián, lo scrittore spagnolo ambienta un dramma corale che si svolge nell’arco di trent’anni, la storia tragica di due famiglie (nella quale si specchia quella di un’intera nazione) divise, o per meglio dire distrutte, da una guerra che in realtà non appartiene a nessuno, che è soltanto un osceno teatro di burattini. Continua a leggere Una frattura nella terra