Nobel immortali

Quel che non dimenticherò

Compilata la classifica delle migliori letture del 2018, anche per allontanare la mestizia causata dalla scomparsa di molti grandi scrittori (Amos Oz non è che l’ultimo nome in ordine di tempo) mi consolo, sperando di dare un po’ di sollievo anche a voi, o almeno qualche buon consiglio, compilando un altro elenco, quello dei romanzi di autori premi Nobel che a mio avviso dovremmo tutti leggere. Accanto al titolo, come sempre, la mia recensione. Buona lettura, e sinceri auguri di buon anno.

  1. John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari Einaudi (la recensione la trovate qui
  2. Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi Einaudi (la recensione la trovate qui)
  3. Alice Munro, In fuga Einaudi (la recensione la trovate qui)
  4. Isaac B. Singer, La famiglia Moskat Tea (la recensione la trovate qui)
  5. John Steinbeck, Furore Bompiani (la recensione la trovate qui)
  6. Elias Canetti, Auto da fè Garzanti (la recensione la trovate qui)
  7. Grazia Deledda, Canne al vento Bompiani (la recensione la trovate qui)
  8. José Saramago, Cecità Einaudi (la recensione la trovate qui)
  9. Nagib Mahfuz, Vicolo del mortaio Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  10. Saul Bellow, Il dono di Humboldt Mondadori (la recensione la trovate qui)
  11. Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine Mondadori (la recensione la trovate qui)
  12. Heinrich Böll, Opinioni di un clown Mondadori (la recensione la trovate qui)
  13. Ivo Andric, Il ponte sulla Drina Mondadori (la recensione la trovate qui)
  14. Gao Xingjian, La montagna dell’anima Rizzoli (la recensione la trovate qui)
  15. Günter Grass, Il tamburo di latta Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  16. Albert Camus, La peste Bompiani (la recensione la trovate qui)
  17. Orhan Pamuk, Il mio nome è Rosso Einaudi (la recensione la trovate qui)
  18. Thomas Mann, Doctor Faustus Mondadori (la recensione la trovate qui)
  19. Kenzaburo Oe, Il salto mortale Garzanti (la recensione la trovate qui)
  20. Mario Vargas Llosa, La città e i cani Einaudi (la recensione la trovate qui)

A Macondo, dove tutto ha inizio

Recensione di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori

Se fosse possibile dare realtà concreta al “libro di sabbia di Borges”, un volume infinito, privo di inizio, conclusione, centro e ordine, con ogni probabilità quel che prenderebbe corpo è il capolavoro di Gabriel García Márquez Cent’anni di solitudine. Un romanzo che sembra non avere confini; che si alimenta di storie differenti così inestricabilmente intrecciate fra loro da perdere ogni specificità e fondersi in un tutto più grande (allo stesso tempo caotico e armonioso); che con insuperabile genialità narrativa attraversa più generazioni oltrepassando le leggi del tempo e dando un senso nuovo al suo scorrere; che inventa una nuova geografia al di là di ogni latitudine e longitudine e sovrappone alla realtà l’inarrestabile slancio della fantasia, dell’immaginazione, delle tradizioni culturali che appartengono all’anima di un intero popolo e affondano nel mito, nel folclore, nella ritualità misteriosa delle formule magiche e nei segreti innominabili custoditi nelle profondità della terra, negli abissi del mare e nella vertiginosa infinità dei cieli. Marquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982, con questo splendido lavoro, che proprio Borges definì “al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”, sceglie l’iperbole come chiave interpretativa del vero, mette la storia in primo piano rispetto ai protagonisti che la interpretano e la vivono e lascia che il linguaggio le si adatti, si conformi a essa; così, il realismo magico, la ricchezza infinita delle sfumature narrative, la prosa sempre miracolosamente in equilibrio tra verità (che corrisponde a quel che normalmente si percepisce, a ciò che i filosofi chiamano conoscenza sensibile) e sogno (che è invece la percezione “allargata” dall’inventiva, da una creatività che sembra non conoscere requie e a ogni pagina rinnova se stessa), che sono tratti distintivi di gran parte della letteratura sudamericana, qui esplodono in tutto il loro fulgore e da mero strumento stilistico diventano cifra di un modo totalmente nuovo di scrivere, e soprattutto di raccontare. Continua a leggere A Macondo, dove tutto ha inizio

Walt Disney e l’Oriente al di là dell’Oriente

Recensione di “Bussola” di Mathias Énard

Mathias Énard, Bussola, E/O

“L’Oriente è una costruzione dell’immaginario, un insieme di rappresentazioni in cui ciascuno, ovunque si trovi, attinge a proprio piacimento. È ingenuo credere […] che questo scrigno di immagini orientali sia oggi peculiare dell’Europa. No. Questo patrimonio di immagini è accessibile a tutti e tutti vi aggiungono nuove figure, nuovi ritratti, nuove musiche, frutto della loro produzione culturale. Algerini, siriani, libanesi, iraniani, indiani, cinesi attingono a loro volta a questo forziere, a questo immaginario […]. Le principesse velate e i tappeti volanti della Disney possono essere visti come ‘orientalisti’ o ‘orientaleggianti’; in realtà corrispondono all’ultima espressione di questa recente costruzione di un immaginario. Non a caso quei film sono non soltanto autorizzati, ma addirittura onnipresenti in Arabia Saudita. Tutti i cortometraggi didattici (che insegnano a pregare, a fare il digiuno, a vivere da buoni musulmani) li copiano. La pudibonda società saudita contemporanea è un film di Walt Disney. Il wahabismo è un film di Walt Disney. Sicché anche i cineasti che lavorano per l’Arabia Saudita aggiungono immagini al patrimonio comune […]. La decapitazione pubblica, quella con la spada ricurva e il boia vestito di bianco, o quella ancora più agghiacciante dello sgozzamento seguito da decollazione. Anche questa è il frutto di una costruzione comune a partire da fonti musulmane trasformate da tutte le immagini della modernità. Simili atrocità prendono posto in questo mondo immaginale; proseguono la costruzione comune. Noi europei la vediamo con l’orrore suscitato dall’alterità; ma è un’alterità altrettanto spaventosa per un iracheno o uno yemenita. Anche ciò che respingiamo, ciò che odiamo riaffiora in questo mondo immaginale comune. Ciò che in quelle decapitazioni atroci noi identifichiamo come ‘altro’, ‘diverso’, ‘orientale’, è ‘altro’, ‘diverso’, ‘orientale’ anche per un arabo, un turco o un iraniano”. Cos’è dunque l’Oriente? Cos’è davvero? Uno specchio? Il riflesso di sé e assieme una scintilla dell’altro da sé che tuttavia è altro solo in apparenza, poiché nella sostanza, nell’essenza, contribuisce proprio alla definizione di quel sé che è il principio dell’autocoscienza, il primo gradino del sapere? Cos’è quell’Oriente che l’Occidente ha senza sosta avvicinato e combattuto e amato e devastato e stretto tra le braccia? Cos’è quel lato oscuro del mondo, quell’intreccio di pulsioni, di fascino arcano, di straripante bellezza, di silenzi immensi e d’orrore, di profondissima cultura e di poesia immortale, di suoni che l’Occidente riscopre ogni volta che si imbatte, archeologo di sé, studioso della propria anima, linguista della propria voce, in qualche nascosta armonia del deserto, nel lento, doloroso richiamo alla preghiera collettiva che si sgretola nel vento e così moltiplica, come pioggia, il suo fiato?  Continua a leggere Walt Disney e l’Oriente al di là dell’Oriente

La “sporca dozzina” de Il Consigliere Letterario

Le migliori letture del 2018

Giunti quasi al termine dell’anno, eccovi la classifica dei dodici (in soli dieci proprio non ci stavo, e già così sanguino per chi ho lasciato fuori) libri migliori letti nel 2018. La ragione sta nella recensione, cui, libro per libro, vi rimando. Grazie a tutti, buona lettura e i miei migliori auguri di un indimenticabile 2019!

  1. Franco Arminio, Resteranno i canti Bompiani (la recensione la trovate qui
  2. John Steinbeck, La valle dell’Eden Mondadori (la recensione la trovate qui)
  3. Larry McMurtry, Lonesome Dove Einaudi (la recensione la trovate qui)
  4. Nagib Mahfuz, Vicolo del mortaio Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  5. Fernando Aramburu, Patria Guanda (la recensione la trovate qui)
  6. Mario Vargas Llosa, La città e i cani Einaudi (la recensione la trovate qui)
  7. Truman Capote, A sangue freddo Garzanti (la recensione la trovate qui)
  8. Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti Garzanti (la recensione la trovate qui)
  9. Stanislaw Lem, Solaris Sellerio (la recensione la trovate qui)
  10. Mo Yan, Il supplizio del legno di sandalo Einaudi (la recensione la trovate qui)
  11. Charles Lewinsky, Un regalo del Führer Einaudi (la recensione la trovate qui)
  12. A.S.Byatt, Il libro dei bambini Einaudi (la recensione la trovate qui)

I foruncoli e le mammelle del merito

Recensione di “Una bellezza russa” di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov, Una bellezza russa, Adelphi

È la desolazione dell’uomo solo, privato della patria, derubato dell’odore della terra che lo ha visto nascere, dell’infinità del cielo sul quale ha spalancato gli occhi, della povertà delle case che lo hanno protetto, degli inconfondibili suoni da cui è stato cullato e che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono divenuti la voce che egli ha donato al mondo, con la quale ha cercato di conoscerlo, provato a comprenderlo. È la tragedia di una solitudine per la quale non esiste rimedio; è lo scandalo di un abbandono assoluto, che puzza di morte, il cui vuoto incolmabile è quello di immensi campi bruciati, resi sterili dalla violenza feroce del fuoco; è il pianto liberato dinanzi a una bara aperta, quel colmare gli occhi di lacrime che non conosce comunanza e si chiude a ogni possibile comprensione; è il fallimento dell’amore come rimedio al dolore, il suo naufragio, specchio di quello esistenziale di chi sa che non potrà più rivedere il proprio Paese. Tutto questo è il filo rosso che unisce tra loro i racconti di Vladimir Nabokov pubblicati nella raccolta intitolata Una bellezza russa (in Italia edita da Adelphi nelle traduzioni di Dmitri Nabokov, Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore), un insieme di storie che del grande romanziere russo naturalizzato statunitense offre un profilo inedito. Quel che di questo magnifico scrittore ci hanno detto i romanzi, infatti – la sua ineguagliabile raffinatezza narrativa, la radicalità dei temi toccati, sfumata dalla perfezione della prosa ma in nulla depotenziata nella sua essenza, la filosofica circolarità dell’umorismo, tanto venato d’amarezza quanto vestito dei colori sgargianti della deformazione grottesca, via maestra per indicare il vero – qui è in buona misura messo da parte; in queste pagine a prevalere è un tono quasi dimesso, un grigiore uniforme, che è tanto nelle cose quanto nei personaggi, tanto nelle ambientazioni quanto negli interiori paesaggi dei protagonisti. Continua a leggere I foruncoli e le mammelle del merito

Le pieghe del reale e la verità perduta

Recensione di “Memorie del presbiterio” di Emilio Praga e Roberto Sacchetti

Emilio Praga, Roberto Sacchetti, Memorie del presbiterio, Mursia

Richiami manzoniani nella scelta dei luoghi e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, una struttura narrativa volutamente articolata che tuttavia rispetta con una diligenza perfino eccessiva stile e tecnica prima del romanzo d’appendice e poi del mystery, uno svolgimento sapiente della storia, che riserva non pochi colpi di scena, pagina dopo pagina cresce in tensione ma anche quando è prossima allo scioglimento finale continua a sfuggire al lettore, quasi fosse materia di un sogno, o forse di un incubo. Memorie del presbiterio, degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti (il primo lasciò il lavoro incompleto a causa della morte prematura, l’amico lo concluse ma non fece in tempo a vederne l’uscita in volume – il romanzo, nel frattempo, era stato pubblicato a puntate sulla rivista Il Pungolo – perché anch’egli si spense in giovanissima età, a soli trentaquattro anni), nel panorama letterario italiano occupa un posto a sé. Sembra un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura nella misura in cui lo sono gli autori ma nulla più; piacevole, coinvolgente perfino (come devono esserlo i “gialli” degni di questo nome), ma sempre a un livello poco più che superficiale, adatto – o meglio adattato – a gusti tutto sommato semplici, elementari. E indubbiamente è tutto questo, ma non è qui che il romanzo si esaurisce, è vero invece il contrario: Memorie del presbiterio si offre a una lettura immediata, a un consumo ingenuo, ma nel modo in cui racconta, nel dipanarsi progressivo della trama – che procede in parallelo con la reale scoperta dei personaggi, in principio presentati in un determinato modo e poco alla volta svelati, smascherati – affronta un tema centrale, quello della verità, della possibilità di conoscerla e di esprimerla. Continua a leggere Le pieghe del reale e la verità perduta

Sul gradino più basso

Recensione di “Storia della bambina che volle fermare il tempo” di Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck, Storia della bambina che volle fermare il tempo, Zandonai Editore

Se c’è qualcosa che ci arriva gratis, nella vita, quello è il nome. Ma in questa originale favola per adulti di Jenny Erpenbeck, intitolata Storia della bambina che volle fermare il tempo, la piccola protagonista erutta dalla penna dell’autrice già defraudata di quello che ci definisce come umani. Trovata dalla polizia di notte, con un secchio in mano è – e rimarrà – “la ragazzina” senza identità, dalla prima all’ultima riga di questo magma incandescente che si consuma fino al suo imprevedibile e sconcertante epilogo. La ragazzina dichiara di avere 14 anni, di non ricordare chi siano i genitori; è brutta, goffa e sgraziata, ma soprattutto ha un fisico enorme e abnorme per la sua età. Un corpaccione che tiene compresso e represso, per non dare nell’occhio. E che agli occhi degli altri diventa invisibile proprio in quanto ripugnante. Ma la prima a invocare l’invisibilità è proprio la ragazzina. Che vive, o meglio, si lascia vivere, nel proposito certosino di guadagnare l’ultimo posto nella gerarchia sociale, perché – si sa – il gradino più basso è il più sicuro di tutti: quello che ci garantisce che ne saremo sempre all’altezza. Quello che non occorre conquistarsi con sforzi smisurati e che nessuno, mai, ci contenderà. Eppure non c’è niente come l’umiltà e la modestia a risucchiare e attrarre la malevolenza altrui, e così ecco che la ragazzina diventa il capro espiatorio di un’intera comunità di adolescenti, imbruttiti e incattiviti dalle avversità della vita, prigionieri di un orfanotrofio. Continua a leggere Sul gradino più basso

Il buco del culo del diavolo

Recensione di “I turbamenti del giovane Törless” di Robert Musil

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, Einaudi

Romanzo di chiara impronta autobiografica, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil è un vertiginoso viaggio nell’oscurità dell’uomo, uno sguardo gettato nel caotico baratro delle sue pulsioni, dei suoi istinti, delle sue brame, della sua primordiale violenza. In quest’opera, scritta all’età di 25 anni, il futuro autore di uno dei più grandi capolavori letterari del Novecento, L’uomo senza qualità, rievoca, con impressionante lucidità, l’esperienza più drammatica della sua vita, gli anni di gioventù trascorsi, per volontà del padre, all’Accademia Militare di Mährish-Weisskirchen, da lui spregiativamente qualificata come “il buco del culo del diavolo”, ma dalla quale malgrado tutto riuscì a uscire cadetto. Irrinunciabile pilastro del sistema educativo (e della conseguente organizzazione sociale) dell’impero austro-ungarico, collegi e accademie militari erano i luoghi d’elezione nei quali venivano forgiate, secondo un rigido schema che subordinava l’insegnamento vero e proprio all’applicazione ferrea della disciplina e all’educazione alla supina obbedienza verso l’autorità, le nuove classi dirigenti della monarchia e nello stesso tempo ne rappresentavano l’eccellenza, ne riflettevano la grandezza. Continua a leggere Il buco del culo del diavolo

La cena dei cani randagi

Recensione di “La rivoluzione dei tarli” di Lucia Grassiccia

Lucia Grassiccia, La rivoluzione dei tarli, Prospero Editore

Un paese come tanti, che soffoca nella calura e guarda il mare. Un paese che è una cosa sola con coloro che ci vivono e che tuttavia resta distante, in qualche caso addirittura misterioso, le cui strade strette nessuno sa esattamente dove conducano, neppure chi abita lì da una vita intera, e ai cui angoli è facile imbattersi in un cane randagio. Un paese in cui il sonno, e tutto ciò che lo popola, è più importante della veglia, e dove le parole, quelle scambiate con apparente noncuranza al tavolo di un bar, contano più delle azioni. È in questo paese, un paese del Mezzogiorno d’Italia che ha nome Scanto, che Lucia Grassiccia ambienta La rivoluzione dei tarli, romanzo che segue il suo più che riuscito lavoro d’esordio, Elevator. In questa sua nuova fatica letteraria, dedicata alla coppia di registi e sceneggiatori Daniele Ciprì e Franco Maresco, la giovane autrice siciliana prova a misurarsi con una storia priva di confini ben definiti, dove a mescolarsi sono i sentimenti (l’amore soprattutto) e la semplicità del vivere quotidiano, ciò che è ordinario, quasi meschino, e che non offre spunti di sorta all’artistica fatica del narrare, e l’interiore tumultuare dei cuori e delle anime, che non conosce requie e non trova approdi. Protagonista dell’opera di Lucia Grassiccia è una famiglia di Scanto, un nucleo tanto numeroso quanto poco coeso, la cui natura liquida riverbera nelle esistenze dei singoli, ciascuno perduto, o forse imprigionato, in un proprio mondo costruito su misura. Continua a leggere La cena dei cani randagi

Una letteraria partita a scacchi

Recensione di “Le relazioni pericolose” di P.A.F. Choderlos de Laclos

Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, BUR

Il romanzo più crudele della storia della letteraturaQuesta l’impressione, fortissima, che lascia nel lettore Le relazioni pericolose, indimenticabile lavoro di P.A.F. (Pierre-Ambroise-François) Choderlos de Laclos, non uno scrittore di professione ma ben più modestamente – solo dal punto di vista letterario, s’intende – un militare, un ufficiale per essere più precisi. Spinto dall’imperante razionalismo illuminista, Chodelos de Laclos si avventura in un esperimento ardito: l’analisi scientifica di moventi e sentimenti umani. Alla stregua di un chirurgo in sala operatoria (o meglio, di un patologo al lavoro su un tavolo d’obitorio), l’autore squaderna davanti a sé, sezionandoli con impressionante freddezza, ansie, desideri di vendetta, cinici calcoli d’interesse e appassionati slanci amorosi. Quel che resta, al termine dell’operazione, non è che l’uomo nella sua squalida nudità, “animale” tra gli altri, materia ruvida, grezza, che, priva del belletto di studiati comportamenti e convenzioni imparate ad arte, ossatura del vivere sociale, sfarina tra le dita come sabbia. I tratti essenziali dell’uomo di Choderlos de Laclos non sono lo specchio deformato di quel che ognuno di noi è, sono esattamente quel che siamo, tanto nel mascheramento del vivere quotidiano quanto nei momenti in cui, da soli, guardiamo a noi stessi. Continua a leggere Una letteraria partita a scacchi