Il dono, disegno imperscrutabile di Dio

Recensione di “Il mio nome è Asher Lev” di Chaim Potok

 

Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, Garzanti

Il talento, l’eccellenza, il genio, la capacità di elevarsi, di distinguersi, di lasciare un segno: dimostrazione del favore di Dio, della sua benigna attenzione, oppure aspro terreno di scontro religioso? Il tema, affascinante e denso di implicazioni, è al centro dell’inteso romanzo di Chaim Potok Il mio nome è Asher Lev, il cui protagonista, un ragazzino di Brooklyn figlio di una coppia di ebrei chassidim (ortodossi e osservanti), dimostra fin da giovanissimo un forte interesse per la pittura. Quel che inizialmente sembra una predisposizione (pur eccezionalmente felice), in breve tempo si manifesta per ciò che realmente è: una chiara, inequivocabile sensibilità artistica vivificata da un tocco unico, dallo splendore abbacinante del tratto.

Asher Lev è un pittore, tutto in lui è rappresentazione visiva; è attraverso immagini e colori che il ragazzo racconta la propria vita (a partire dal quartiere in cui abita), comunica le esperienze per lui più significative, esprime le sue verità – non a caso, il romanzo si apre con un’illuminante citazione di Pablo Picasso: “l’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità” – ma è qui che cominciano i contrasti con il suo ambiente di riferimento e in primo luogo con la famiglia. Il padre, infatti, attivissimo collaboratore del rabbino capo, uomo dalle grandi capacità organizzative, pragmatico, devoto, per il quale il lavoro (il rafforzamento delle diverse comunità chassidiche sparse per il mondo) coincide a tal punto con l’appartenenza religiosa da essere una forma di traduzione pratica del suo credo, non riesce in alcun modo a capire il proprio figlio.
Secondo la sua prospettiva ogni dono ricevuto dagli uomini proviene da Dio, e così dovrebbe essere anche per Asher, ma come è possibile che abbia carattere divino qualcosa che è manifestamente in conflitto con la fede ebraica, tradizionalmente ostile all’arte figurativa? Così Asher Lev, quasi senza accorgersene, si ritrova prigioniero del mondo che dovrebbe proteggerlo; vorrebbe farne parte e ne è impedito dalla sua natura, desidererebbe fuggirlo per affermarsi come artista ma vive questo prepotente sentire come una colpa. Nel narrare il suo isolamento, Potok non inciampa in banali semplificazioni (l’inevitabile condanna alla solitudine del genio); descrive un doloroso percorso di emancipazione spirituale e nello stesso tempo le resistenze e le chiusure intransigenti di realtà sociali da sempre abituate all’autodifesa, alla custodia severa della propria identità. Il tono dolcemente malinconico della prosa dello scrittore americano (rabbino e cappellano militare durante il conflitto in Corea) affascina il lettore, lo prende per mano e lo conduce alla scoperta della ricchissima, e inevitabilmente contraddittoria, cultura ebraica, sospesa tra cieca obbedienza alla propria storia e timide aperture alla modernità.
Attraverso la storia di Asher Lev l’autore riflette, con limpida onestà intellettuale, sui meccanismi, spesso involontariamente distruttivi, che regolano il funzionamento delle organizzazioni sociali, sul prezzo che è necessario pagare per essere parte di qualcosa, per sottrarsi alla bruciante umiliazione dell’esclusione. Inaspettatamente, il giovane sembra trovare comprensione (e forse persino accettazione della sua scomoda unicità) nel rabbino capo, che gli trova un maestro; insieme alla sua guida, Asher Lev cresce, diventa a tutti gli effetti un artista, viaggia, sperimenta, costruisce un proprio stile, raggiunge la maturità e anche il successo, ma ogni suo traguardo non è che una breve anestesia nella guerra con i genitori (con il padre in particolar modo).
Asher parla un linguaggio che il padre non è in grado di capire e che lui stesso, al di là dei quadri che dipinge, non sa articolare in nessun altro modo; il rapporto tra loro peggiora costantemente, finché la verità cercata da Asher attraverso i suoi dipinti non supera l’ultimo confine. La sofferenza della madre, lacerata tra l’amore per il proprio figlio, quello che nutre per il marito e l’obbedienza cui è chiamata dalla fede e dalle sue regole diventa il soggetto del capolavoro pittorico di Asher Lev, che raffigura le tensioni familiari (e quelle che, proprio a  causa della sua vocazione, percorrono la comunità di cui fa parte) nella forma di una crocefissione; nell’appartamento di Brooklyn in cui ha trascorso gli anni della sua giovinezza, Asher colloca la madre, le braccia aperte e le gambe tese legate con la corda delle veneziane in corrispondenza dell’intelaiatura della finestra, il volto segnato dal dolore, e ai suoi piedi, testimoni muti di quel travaglio, lui e il padre. È la consacrazione definitiva per l’artista e insieme il definitivo fallimento per il figlio e per l’ebreo, per la sua volontà, il suo bisogno, di essere accettato.
Il mio nome Asher Lev (che ha un seguito di pari valore letterario, Il dono di Asher Lev) è un libro che cattura, coinvolge, commuove. È una storia amara (ma non disperata) di solitudine, d’amore, d’emancipazione. È un romanzo magnificamente scritto.
Ecco l’incipit. Buona lettura.
Il mio nome è Asher Lev. Sono io l’Asher Lev di cui avete letto nei giornali e nelle riviste, di cui tanto parlate durante le vostre cene di lavoro e ai cocktail, il famigerato e leggendario Lev della Crocefissione di Brooklyn.
Sono un ebreo osservante. Sì, non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi, gli ebrei osservanti non dipingono affatto, perlomeno nel modo in cui dipingo io. Perciò si dicono e si scrivono parole grosse su di me, si creano miti: sono un traditore, un apostata, un nemico di se stesso, uno che copre di vergogna la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente; ma sono anche uno che si fa beffe di ciò che è sacro per i cristiani, un manipolatore blasfemo di modi e forme che i gentili venerano da duemila anni.
Ebbene, io non sono nessuna di queste cose, anche se, in tutta onestà, devo confessare che chi mi accusa non ha del tutto torto: io sono infatti, in qualche modo, tutte queste cose insieme.
Certo è che pettegolezzi, dicerie, miti e storie sensazionali non sono veicoli adatti a comunicare i mille aspetti della verità, quelle sottili sfumature di tono che spesso costituiscono gli elementi veramente decisivi in una serie di cause. È quindi tempo che mi difenda, che mi dedichi a una lunga opera di smitizzazione. Ma non mi scuserò. È assurdo chieder scusa per un mistero.

Perché questo è stato fin da principio un mistero, del genere che hanno in mente i teologi quando parlano di prodigio e timor panico. Certamente cominciò come un mistero, perché nella mia famiglia non vi erano precedenti che potessero spiegare il dono straordinario e inquietante col quale ero venuto al mondo.

Oltre l’impossibile, la realtà svelata dal dolore

Recensione de “L’isola della paura” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, L’isola della paura, Piemme

Un thriller tesissimo, labirintico. Un’ambientazione non certo nuova ma comunque di indubbia efficacia (un’isola che ospita un manicomio psichiatrico resa inaccessibile da un uragano) e un finale tanto sorprendente quanto – a pensarci bene – inevitabile. Perché gli indizi, a volerli osservare, sono tutti lì, di fronte al lettore; non resta che coglierli, metterli nel giusto ordine e trarre le conclusioni. Ne L’isola della paura, con ogni probabilità il più ambizioso dei suoi romanzi, Dennis Lehane costruisce una storia allo stesso tempo avventurosa e angosciante, un mystery claustrofobico e nervoso che, pur reggendosi quasi per intero sulla più che felice caratterizzazione del protagonista, il tormentato agente federale Teddy Daniels, segue con la massima diligenza le regole del genere.

Tutto nella storia ha le dimensioni e i colori dell’incubo, di un delirio, di un allucinato sogno a occhi aperti, eppure l’intreccio mantiene in ogni momento un suo intrinseco rigore; c’è un enigma da svelare, un caso da risolvere, ci sono i poliziotti incaricati di farlo (il già citato Daniels e il suo nuovo collega, Chuck Aule), e soprattutto c’è un principio investigativo impossibile da ignorare che racchiude il senso dell’opera, un principio che Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, mette in bocca al suo eroe e che Lehane dimostra di aver compreso fino in fondo: una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero.
“L’impossibile” è la sparizione dal manicomio, l’Ashcliffe Hospital, di una malata, Rachel Solando, rinchiusa in istituto in seguito all’omicidio dei suoi tre figli; siamo nella prima metà degli anni 50, il ricordo degli orrori del secondo conflitto mondiale è ancora vivo (specie nella mente di Daniels, che ha avuto modo di vedere da vicino quel che accadeva nei campi di sterminio nazisti) e gli studi sul comportamento, in particolar modo sull’alienazione, sono in fase di sviluppo, è dunque necessario sperimentare, percorrere nuove strade terapeutiche, osare.
La cura per la pazzia, infatti, potrebbe essere a un passo. Ma qualsiasi ricerca, anche quella animata dalle migliori intenzioni, corre il rischio di degenerare e di trasformarsi in tortura, e forse è proprio questo quel che succede all’interno del “centro” costruito sull’isola, una fortezza impenetrabile (non a caso in origine era un’installazione militare) difesa da guardie armate dove l’Fbi sospetta si utilizzino i pazienti – o meglio, i prigionieri – come cavie per oscuri esperimenti sulla manipolazione mentale.
Daniels, un passato di traumi e dolori con cui fare i conti (oltre alle cicatrici della guerra, l’uomo vive la straziante sofferenza causata dalla morte della moglie Dolores, vittima di un incendio doloso il cui autore, forse, è tra gli “ospiti” del manicomio) e una determinazione a compiere il proprio dovere che niente e nessuno sembra essere in grado di scalfire, è sull’isola per scoprire la verità, per far luce su ogni cosa. La sua missione è chiara: capire se davvero i medici dell’Ashcliffe Hospital si dedichino a esperimenti proibiti, smascherare il piromane responsabile della morte della moglie e naturalmente scoprire che ne è stato di Rachel Solando, la cui sparizione, Daniels ne è certo, è legata a quel che i medici dell’ospedale fanno ai pazienti, ai loro “innovativi metodi di cura”.
Daniels sa che tutti, su quell’isola, sospettano che la sua presenza non si debba soltanto al “caso Solando”, sa di rischiare la sua stessa vita, sa che in gioco c’è molto di più di una paziente svanita nel nulla, così come sa che se non risolverà questo caso non potrà in alcun modo trovare pace, far tacere i fantasmi che lo perseguitano, il ricordo ossessivo della moglie, quello feroce dell’incendiario assassino, quello terribile della morte presente in ogni angolo del campo nazista, quello implacabile della sua realtà, che sembra non essere più in grado di controllare…
La scrittura limpida, potente, incalzante e carica di suggestioni di Lehane avvince dal principio alla fine (a questo proposito merita di venir citata la pregevole traduzione, per Piemme, di Chiara Bellitti); il continuo avvicendarsi di momenti di introspezione psicologica e di tumultuose parentesi di pura azione regala al romanzo un equilibrio narrativo che sfiora la perfezione e che, in un magistrale crescendo di tensione, prepara il lettore alla sconvolgente rivelazione finale. Una rivelazione, è il caso di ribadirlo, già scritta a chiare lettere tra le pagine del libro eppure imprevista, spiazzante, terribile.
L’isola della paura (da cui Martin Scorsese ha tratto un film, Shutter Island, sfortunatamente non all’altezza del romanzo) è un lavoro magnifico. Leggetelo, non lo dimenticherete facilmente.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Dalle memorie del dottor Lester Sheenan
3 maggio 1993
Per molti anni i miei occhi non si sono posati sull’isola. L’ultima volta ero sulla barca di un amico, si era avventurato nell’avamporto e a un certo punto l’ho vista, laggiù in lontananza, nella foschia dell’estate, uno sbaffo di colore contro il cielo.
Sono più di vent’anni che non metto piede sull’isola ma Emily dice, a volte scherzando a volte no, che è come se non me ne fossi mai andato.
Una volta Emily mi disse che per me il tempo non è altro che una serie di segnalibri infilati nel libro della mia vita e ogni tanto sfoglio le pagine e torno a ripensare a quegli eventi che mi hanno marcato agli occhi dei miei astutissimi colleghi. Tipico comportamento da depresso.
Forse ha ragione Emily. Lei ha spesso ragione.
Fra poco perderò anche lei. Questione di mesi, ci ha detto giovedì il dottor Axelrod. Fate quel benedetto viaggio, ha insistito. Il viaggio che sognate da una vita, Firenze, Roma, e Venezia in primavera. Perché Lester, ha aggiunto, non ti vedo bene per niente.
In effetti non ha torto. In questi ultimi giorni non trovo mai le cose, è come se non portassi gli occhiali. Le chiavi della macchina, per esempio. Sono in un negozio e non mi ricordo perché ci sono entrato, vado a teatro e, quando esco, non so cosa ho visto. Se davvero il tempo per me è composto da tanti segnalibri, allora mi sento come se qualcuno avesse scosso il libro e quelle striscioline gialle di carta cadute per terra, e le orecchie alle pagine fossero state lisciate.

Non scrivo queste cose, adesso, per modificare il libro e apparire così sotto una luce migliore. Non sarebbe possibile, lui non lo permetterebbe. A modo suo, odia le bugie. Anzi, non ho mai conosciuto qualcuno che le odi di più. Ciò che voglio è conservare queste parole, trasferirle in queste pagine, perché la memoria si sta offuscando e tende ad appannarsi.

Il diavolo, beffardo e importuno araldo della verità

Recensione de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Newton Compton

In una Mosca che somiglia all’inferno non stupisce che giunga Satana. Quel che non ci si aspetta, tuttavia, è che lo faccia con la teatralità di un saltimbanco, nei panni di un improbabile mago di nome Woland, esperto di occultismo e circondato da compagni di viaggio a dir poco bizzarri, né che il suo arrivo causi una lunghissima catena di sconvolgimenti. Eppure, a pensarci bene, è il grottesco sovvertimento di ogni ordine l’autentica misura del reale; sono anarchia e caos le forme essenziali del vero. Certo, l’invenzione creativa, la genialità di un’intuizione, la profondità di un’idea che diviene storia, trama, intreccio, riescono a dilatare fin quasi all’infinito l’assurdo che è sostanza delle cose così come le conosciamo, e in tal mondo trasformano il mondo in una ghignante maschera teatrale, in una finzione, in un sogno ad occhi aperti in cui tutto è possibile, ma al di là dell’artificio e della costruzione simbolica, quel che davvero viene raccontato è un’esperienza, un dato di fatto, qualcosa di condiviso, di cui ciascuno di noi è in qualche modo parte.

Il registro narrativo di Michail Afanas’evic Bulgakov, scrittore di immenso talento ma soprattutto intellettuale irriverente e scomodo, è un elegantissimo, vertiginoso viaggio nello sconfinato universo dell’immaginazione, un peregrinare insistito, testardo, in quella “sapiente allucinazione” che è forse la più autentica forma di sapere che possediamo. Il grande autore russo si diverte a vestire di pazzia e d’ironia il suo tempo; gioca con il linguaggio e le sue possibilità espressive con l’ardire di un apprendista stregone, ma a differenza di chi obbedisce soltanto al proprio capriccio (finendo per rimanerne vittima), egli ha sempre piena coscienza di quel che fa; dà vita ad incubi, volto al male, identità alla follia, a tutto ciò che si ha paura di nominare, solo per raccontare la verità a chi – il potere costituito, che Bulgakov ha avversato in ogni possibile modo – quella stessa verità ha da tempo sequestrato, umiliato e ridotto al proprio opposto, alla più vergognosa e inaccettabile delle menzogne.

Nel romanzo unanimemente considerato il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita, la verità di Bulgakov è una medaglia a due facce; è quella intrisa di sarcasmo, nevrotica e tragicomica della città di Mosca invasa dal demonio (il diavolo, il “Principe della Menzogna”, compare all’inizio del libro e non solo dichiara alle prime persone che incontra, due letterati naturalmente atei, che Gesù è esistito davvero, ma prevede la morte di uno di loro, che immancabile si verifica), del suo disordine morale e materiale di cui è vietato parlare ma che non si può nascondere, e che viene svelato dall’autorità sovrumana di Satana, inconfutabile dimostrazione dell’esistenza di Dio, ed è nello stesso tempo la travagliata verità dell’autore, della faticosa stesura dell’opera (che lo impegnò dal 1928 fino alla morte, avvenuta nel 1940), trasfigurata in quella del Maestro, prigioniero di una storia d’amore clandestina tanto appassionata quanto infelice ed  estensore di un manoscritto che narra la vera storia di Cristo, quella che ha il potere di preparare la seconda venuta del Messia.

Come scrive Mauro Martini nella prefazione all’edizione del romanzo edita da Newton Compton: “L’Apocalisse su questo punto è precisa: tale seconda venuta deve essere preceduta dalla fine del mondo a opera di Satana sceso in terra. Se Woland vuole giustificare la sua presenza a Mosca, non gli resta che salvare il romanzo del Maestro, il testo che confuta la narrazione di Levi Matteo, giudicata irriconoscibile dallo stesso Jeshua, e fa conoscere il Cristo autentico […]. Il Maestro e Margherita, con i suoi tre temi che si intrecciano, con la sua scrittura lussureggiante, con i suoi, peraltro precisi, riferimenti apocalittici e demonologici, è un romanzo che va goduto prima che studiato”.
Dotato insieme di una forza comica esplosiva, di un’arguzia irresistibile e di una fortissima tensione drammatica, Il Maestro e Margherita è un libro splendido; è un’avventura, una riflessione, uno scherzo geniale e una confessione; è un incantesimo perfettamente riuscito.
Eccovi l’inizio, la traduzione, per Newton Compton, è di Salvatore Arcella. Buona lettura.
Era l’ora straordinariamente calda del tramonto di una giornata di primavera. Agli stagni Patriarsie giunsero due cittadini. Il primo indossava un vestito grigio, era basso di statura, corpulento, calvo, teneva in mano il suo bel cappello a forma di tortellino e sul volto ben rasato aveva poggiato un paio di occhiali smisurati con la montatura di corno. Il secondo – un giovanotto muscoloso che sui capelli rossi e arruffati portava un berrettino a quadri messo sulle ventitré – aveva una camicia da «cow boy», pantaloni bianchi sgualciti e scarpe nere.
Il primo non era altri che Michail Aleksandrovic Berlioz,  presidente del comitato direttivo di una delle più grosse associazioni letterarie di Mosca, la MASSOLIT, e direttore di una ponderosa rivista d’arte. Il suo giovane accompagnatore era il poeta Ivan Nikolaevic Ponyrev, che firmava con lo pseudonimo Bezdomnyj.
Raggiunta l’ombra dei tigli, gli scrittori si diressero senza esitazione verso un chiosco colorato, con l’insegna «Birra e bibite».
Sì, è il caso di annotare la prima stranezza di questa penosa serata di maggio. Non solo nei pressi del chiosco ma anche lungo tutto il viale parallelo a via Malaja Bronnaja non c’era anima viva. In quell’ora in cui pareva mancasse persino la forza di respirare e il sole che aveva arroventato Mosca stava precipitando da qualche parte della circonvallazione Sadovaja in una foschia riarsa, nessuno era venuto sotto i tigli, nessuno si era seduto sulla panchina, il viale era deserto.
«Mi dia dell’acqua minerale», disse Berlioz.
«Non c’è», rispose la donna del chiosco che sembrò esserne rimasta offesa.
«Ha della birra?», si informò con voce rauca Bezdomnyj.
«La birra la portano in serata», replicò la donna.
«E che cosa ha?», chiese Berlioz.
«Bibita all’albicocca, ma è calda…»
«E sia, me la dia, su me la dia!»

La bibita all’albicocca produsse una schiuma giallognola e l’aria si impregnò di un odore da negozio di barbiere.

Il clown, maschera terribile del vero

Recensione di “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll

Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori
Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori

Nella prosa di Heinrich Böll, nell’inflessibile pretesa di verità che la contraddistingue, nella radicale severità del suo procedere, la Germania ferita dall’incubo hitleriano, il Paese devastato dalla guerra che a fatica si rialza, prova a ricostruirsi una dignità e nel giro di pochi anni trova la forza per riorganizzarsi tanto a livello politico quanto dal punto di vista economico, ha nello stesso tempo la sua voce e una fredda, lucidissima coscienza critica. Böll ferisce, squarcia, il suo è un accanimento feroce: la sua scrittura urla, ma non c’è traccia in essa del fiato corto e del rancore meschino propri degli sfoghi personali, perché il lamento del grande autore tedesco è quello di un’anima, di un popolo. Heinrich Böll riesce a essere carnale nelle sue opere, a dar vita a una letteratura quasi insopportabilmente fisica; il dolore che racconta, l’ansia di giustizia che si respira nelle sue pagine, il travaglio etico ed esistenziale che sopporta, la fiera lotta contro ogni menzogna, il dovere, sentito come irrinunciabile, di testimoniare il tragico passato della sua terra, di essere memoria degli orrori trascorsi, di ricordare, costi quello che costi, ciò che è stato a persone che più di tutto desidererebbero dimenticare, chiudere gli occhi, voltare le spalle a tutto quel che è accaduto, non sono semplicemente la sostanza narrativa dei suoi romanzi, sono il senso profondo del suo impegno, le ragioni sulle quali si fonda.

Böll scrive quel che vive, quel che prova, e lo fa dando alla parola scritta la medesima immediatezza che hanno i sentimenti; la bellezza del suo lavoro riposa quasi per intero nella sua autenticità, nella sua sincerità. E sincero fino alla brutalità è uno dei suoi capolavori, Opinioni di un clown, virulento j’accuse di un uomo comune (il clown Hans Schnier) deciso a non arrendersi alle logiche vili e compromissorie della società in cui vive. Offeso, umiliato, vinto pur senza mai essere stato domato, Schnier non è solo un simbolo universale (in lui, nel suo fallimentare percorso artistico, che si chiude a soli ventisette anni a causa di una caduta sul palcoscenico, l’autore rappresenta il popolo tedesco, in special modo le classi più povere), è lo specchio di una nazione. Il solo artificio letterario che Böll si permette è relativo alla vita del suo protagonista; le sue riflessioni, i suoi giudizi, le decisioni, il fulmineo naufragio della sua esistenza (la vicenda si apre e si chiude in una manciata di ore) originano da irrisolti traumi personali, come fossero questioni che riguardano soltanto lui, ma questo non è che un “trucco” narrativo: quel che Böll offre davvero al lettore, infatti, è il nudo ritratto della Germania.

Della Germania nazista prossima al collasso, descritta con compiaciuta perfidia attraverso il rapporto conflittuale tra Schnier e la madre, fervente patriota che manda a morire la figlia – arruolatasi “volontaria” nella Flak, la forza d’artiglieria contraerea perché “ciascuno deve fare la sua parte, per ricacciare gli yankees ebrei dalla nostra sacra terra tedesca” – dimentica del fatto “che un bel pacchetto delle azioni del carbone è da due generazioni nella mani della nostra famiglia. Da settant’anni gli Schnier fanno quattrini con il lavoro che la nostra sacra terra tedesca deve sopportare: villaggi foreste castelli cadono davanti alle loro scavatrici come le mura di Gerico”, e della nazione borghese e perbenista post bellica, che ha regolato troppo in fretta i conti con il proprio passato (al punto da considerare l’insegnante di Schnier, che negli ultimi giorni del regime spiegava agli alunni l’importanza “pedagogica” di fucilare i codardi disertori che non si sacrificavano per la patria, un uomo dal “coraggioso passato politico perché non fu mai iscritto al partito) e che prospera al riparo dal rimorso protetta dal perdono a buon mercato garantito dalla morale cattolica.

Morale meschina, opportunista, decisamente troppo legata alle “cose di questo mondo” per essere spirituale – “I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali” afferma il clown nel corso di una delle numerose telefonate che punteggiano la giornata raccontata nel romanzo – della quale Schnier è la prima vittima (ed ecco di nuovo il pretesto della questione privata: la fidanzata che lo ha da poco lasciato, Maria, cattolica, lo ha fatto perché spinta dalle continue pressioni provenienti dagli ambienti religiosi di riferimento, ostili alla coppia, non unita in matrimonio), ma che rischia di soffocare, con la propria calcolata falsità, l’architettura etica di una società. Giudice e giuria, Schnier legge le sue sentenze e formula le sue condanne affidandole all’impalpabilità del suo livore (è un uomo del popolo, è il popolo, il popolo tedesco, e il popolo tedesco è un popolo sconfitto): sa di non potere nulla, di combattere una guerra che ha già perduto, e allo stesso tempo sa di non poter addossare ad altri colpe che sono sue. Gli sbagli di Schnier, tuttavia, sono quelli degli uomini, di ciascuno di noi, cominciano e finiscono con noi stessi e con le persone cui in qualche modo siamo legati (l’abbandono di Maria dipende anche dalle scelte del clown); quelli della Germania, di Dio, o di chi si arroga il diritto di parlare in sua vece, spalancano voragini nelle quali precipitiamo tutti, non importa se colpevoli o innocenti.

Opinioni di un clown è una discesa agli inferi, un libro che non dà tregua, che toglie il respiro. Ma è un libro che parla di verità, responsabilità, che indica con chiarezza qual è il confine oltre il quale non abbiamo più il diritto di dirci uomini. È un’opera che ci chiama a sé, alla quale non possiamo rinunciare.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo e sono arrivato in qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfer, quel cattolico, il ritmo è diventato ancora più meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza dalla stazione all’albergo, dall’albergo alla stazione, c’è un’unità di misura: il tassametro. A due marchi, tre marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non c’è più, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso l’albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il biglietto ferroviario davanti al portiere dell’albergo, oppure ho chiesto all’impiegato che ritira i biglietti all’uscita della stazione il numero della mia camera. Qualcosa che si può chiamare destino, mi riportava alla mente il mio mestiere e la mia situazione. Sono un clown.

È un corpo nudo e deforme lo spirito dell’uomo

Recensione di “Cecità” di José Saramago

 

José Saramago, Cecità, Einaudi
José Saramago, Cecità, Einaudi

Una prosa di cristallina bellezza, capace di offrire al linguaggio nuovi orizzonti espressivi; un respiro narrativo potente, a tratti rabbioso, intriso di violenza ma anche di commossa pietà e tradotto in lucida metafora politica, nella dolorosa presa di coscienza dell’abisso morale in cui è sprofondato l’uomo, e ancora nell’appassionata rivendicazione di un’anima ferita, umiliata, schiacciata ma non vinta. Un’anima che ha ancora forza bastante per lottare per ciò che le appartiene, la definisce, la nutre: un’insopprimibile urgenza di giustizia e verità. L’utopia negativa disegnata da José Saramago in Cecità non ha nome né volto; la tragedia e l’assurdità di quel che accade (un’improvvisa epidemia di cecità) è priva di collocazione geografica (una città qualunque di un Paese qualunque), e allo stesso modo non sono identificabili, se non attraverso comuni segni esteriori (la ragazza con gli occhiali scuri, il medico, il vecchio con la benda nera), i protagonisti del romanzo. Attraverso questa indistinzione – il cui immediato richiamo visivo è la nebbia lattiginosa che caratterizza l’inspiegabile moltiplicarsi dei casi di perdita della vista – lo scrittore portoghese apre la sua opera all’universalità: i personaggi diventano archetipi, il contagio un simbolo (della malattia morale dell’uomo, del proprio colpevole abbandono di se stesso) e la reazione a esso, quella delle persone colpite – volta a volta disperata, rassegnata, furente, ignobile – e soprattutto quella dello “Stato”, degli apparati al potere, che decidono di rinchiudere i ciechi in strutture manicomiali in disuso e di abbandonarli alla loro impotenza, al degrado quasi ferino in cui sono precipitati, un profetico ammonimento.

La prosa di Saramago, intensa, suggestiva, crudele, eccezionalmente reale pur nella costruzione fantastica (quasi favolistica) del romanzo, coinvolge il lettore e lo scuote, lo emoziona, lo travolge: senza allontanarsi mai dall’inequivoca chiarezza dell’impianto metaforico, fondato sulla netta opposizione tra bene e male, giustizia e ingiustizia, verità e menzogna, coraggio e viltà, l’autore spinge la propria riflessione fin nel cuore dell’universo morale dell’uomo e si interroga con impressionante radicalità sulla sua condizione e sulle sue possibilità di salvezza. Nelle pagine centrali del romanzo, talmente crude, forti e autentiche da risultare sconvolgenti, il dramma tocca l’acme: l’ingresso nel manicomio-centro di detenzione di una nuova comitiva di ciechi spezza il fragile equilibrio “sociale” costruito dalle prime persone rinchiuse (tra le quali il già citato medico e sua moglie, che si è finta cieca per poter stare vicino all’uomo che ama): i prigionieri appena giunti, che Saramago si limita a qualificare come “i ciechi della camerata dei malvagi”, con un colpo di mano si impadroniscono dei viveri e costringono gli altri a subire un odioso ricatto: avranno da mangiare, potranno sopravvivere, solo se le donne del loro gruppo si concederanno, se soddisferanno, senza discutere, ogni voglia dei ricattatori.
Violenza, sopraffazione, penosi sussulti di dignità ridotte a brandelli, tentativi di ribellione abortiti prima ancora di nascere, la paura, e la vergogna di provarla, l’orgoglio che goffamente cerca di rialzare la testa, l’orgasmo che regala l’esercizio dispotico del potere, anche del più meschino; Saramago racconta la deriva etica dell’essere umano spogliandola di ogni possibile giustificazione. È un corpo nudo e deforme lo spirito dell’uomo, dichiara l’autore; della carne ha la materialità, la mortalità, il primitivo appetito. La sua innocenza irrimediabilmente perduta, l’istinto di sopravvivenza cui obbedisce (e che lascia spazio solo all’affermazione di sé, costi quel che costi) è l’impietoso specchio della nostra condizione; quando diventeremo ciechi, ogni volta che per qualsiasi ragione lo diventiamo, a prendere il sopravvento è il male che culliamo dentro di noi come un feto malato, o nel migliore dei casi una paralizzante vigliaccheria. 

Incisivo, disturbante, ineludibile, il j’accuse di Saramago, testimonianza terribile di quel che siamo, è anche l’unità di misura del suo orizzonte morale; comunista militante (partigiano di quell’idea utopistica e nobile del comunismo che vede nella traduzione pratica del comandamento marxista “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” il suo fine ultimo e la sua fondante ragion d’essere), lo scrittore oppone al mondo orfano di compassione che disegna la testarda verità della sua anima (e delle molte anime ad essa affini), incarnata nel romanzo dalla moglie del medico, il solo personaggio scampato all’epidemia. Che vede, dunque, in ogni momento, anche quando non vorrebbe farlo: vede l’uomo, la sua negazione, la sua remota speranza di redenzione.
Cecità è un romanzo fondamentale, un capolavoro anche dal punto di vista stilistico. Leggetelo, vi accompagnerà per il resto della vostra vita.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che somigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiamo furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire lo sportello. Sono cieco.

La letteratura e il risveglio delle coscienze

Recensione di “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Feltrinelli

Intendere la letteratura come impegno nei confronti della verità, come rigorosa presa di posizione, come assunzione di responsabilità, come inequivoca dichiarazione d’intenti, come limpida manifestazione del proprio credo politico, sociale, etico. Considerarla, insomma (e dunque utilizzarla), non come fine in sé ma come strumento per qualcosa di più importante, di più significativo: l’oggettiva ricostruzione dei fatti, il loro disvelamento, la loro denuncia. A questo genere di letteratura – il cui principale, per non dir unico compito è “parlare alle coscienze” per risvegliarle dal torpore in cui giacciono – si richiama Antonio Tabucchi in uno dei suoi romanzi più famosi e riusciti, Sostiene Pereira, pubblicato nel 1994, salutato da un grande successo di pubblico e vincitore, in quello stesso anno, del premio Campiello.

Ambientato a Lisbona nel 1938, quando a governare il Portogallo era la feroce dittatura di Salazar, Sostiene Pereira è una sorta di romanzo storico quanto a collocazione temporale e geografica e nello stesso tempo (per struttura e soprattutto finalità) un romanzo psicologico. Il protagonista, Pereira, è un giornalista che, abbandonata la cronaca nera, lavora come responsabile della pagina letteraria di un piccolo quotidiano, il Lisboa; indifferente a tutto quel che accade intorno a lui (le violenze della polizia politica, l’informazione vergognosamente manipolata, le persecuzioni ai danni dei contestatori, di chiunque si ribelli al regime), Pereira vive nel suo mondo fatto di “belle lettere”, cullandosi nel ricordo della moglie scomparsa e dedicandosi anima e corpo al proprio lavoro.
Trasparente metafora delle intenzioni dell’autore, Pereira è la “coscienza da risvegliare”; seppur incolpevole – il mite giornalista non è in alcun modo organico alla dittatura, non partecipa delle sue nefandezze, semplicemente preferisce non guardarla per quel che realmente è – egli comunque manca, e gravemente, al proprio dovere; è un uomo colto, ha gli strumenti (il giornale) e la voce (la sua professione di giornalista) per parlare alla gente, per farsi sentire, per raccontare la verità, per testimoniarla, ma non lo fa. Conosce la letteratura, possiede sufficiente sensibilità per amarla e dedizione bastante a trasmetterla, eppure la tradisce ignorandone la forza intrinsecamente rivoluzionaria, il vitale alito libertario.
Il suo peccato, suggerisce Tabucchi, non è quello degli assassini e dei carnefici, e tuttavia a lui non può andare il pensiero commosso che si riserva alle vittime, perché Pereira del regime non è vittima, piuttosto un “complice silenzioso”, incatenato al proprio simulacro di vita dalla paura, anzi dal terrore di morire.  L’esistenza di Pereira è un viaggio lungo il sottilissimo crinale che divide coloro che non hanno diritto a giustificazione alcuna per i propri atti da coloro che, smarriti ma non completamente perduti, sono ancora in tempo a salvare se stessi; a lui, per imperscrutabili motivi (o più probabilmente per nessuna ragione in particolare), il destino offre un’occasione, una possibilità di riscatto, e Pereira, fra mille indecisioni e tentennamenti, sceglie di coglierla.
Conosce per caso il giovane Monteiro Rossi, come lui giornalista, ma al contrario di lui politicamente attivo, impegnato, militante, e rimane insieme affascinato e spaventato dalla sua passione civile, dalla voglia di lottare, dal coraggio che dimostra affrontando a viso aperto la censura del regime e smascherando le volgari menzogne contrabbandate per verità dagli organi di stampa asserviti al potere. Così, poco alla volta, anche Pereira si affaccia alla realtà, vede quel che si nasconde dietro le verità ufficiali della dittatura e matura una nuova coscienza, un nuovo io, una nuova anima (ognuno di noi, gli spiega un’altra persona conosciuta per caso, il dottor Cardoso, anch’egli avversario del salazarismo che medita di abbandonare il Portogallo, ospita in sé non una sola anima, ma una confederazione di anime; talora capita che l’anima che fino ad allora aveva dominato sulle altre venga sostituita da un’altra ed è da quel momento in poi che l’uomo cambia, a volte radicalmente, la propria visione del mondo).
Sarà questa nuova anima, infiammata dal verificarsi di una tragedia, a consumare del tutto il vecchio giornalista chiuso in se stesso trasformandolo in un combattente, in un intellettuale consapevole non soltanto dei propri mezzi ma del proprio dovere.
Fluida, equilibrata, potente e carica di suggestione, la scrittura di Antonio Tabucchi si mette con umiltà al servizio di un’opera che non vuole limitarsi a raccontare una storia edificante ma ha l’ambizione di insegnare, indicare una strada, essere d’esempio. Sostiene Pereira non è soltanto un libro bellissimo, è un’idea precisa, rivendicata con forza, di cosa debba essere la letteratura. Un’idea importante, che tutti scuote e con la quale ognuno di noi è chiamato a confrontarsi.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un’agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira la Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia.

Mentre il Trono di Spade attende il suo sovrano

Recensione de “Il trono di spade” di George R.R. Martin

È riduttivo definire Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, monumentale fatica letteraria di George R.R. Martin, una saga fantasy. Riduttivo ma non impreciso. Perché si tratta indubbiamente di un’avventura (o meglio, di una molteplicità, di un’infinità di avventure, di un inestricabile intreccio di storie diverse) il cui genere è senza dubbio ascrivibile al fantasy, ma anche di qualcosa di nuovo, originale e sorprendente rispetto alle regole e ai canoni che definiscono questo tipo di narrazione. La prima e più vistosa particolarità della saga è la sua impressionante lunghezza, il respiro straordinariamente ampio (e a questo proposito, concedetemi un inciso di carattere personale: ho cominciato a leggere Martin cinque anni fa su suggerimento di un carissimo amico, ragazzo di ottima cultura e vaste letture; all’epoca la saga si componeva di sei libri, e l’amico in questione mi aveva avvisato che più o meno l’autore era giunto a metà del cammino. La cosa non mi spaventò, anzi. Avrei letto i primi sei libri, Martin nel frattempo ne avrebbe pubblicati altre due o tre, e nel tempo che avrei impiegato a leggere i nuovi lui avrebbe terminato il lavoro. Nel peggiore dei casi, pensavo, ci dividerà uno scarto temporale di un mese o due, sufficiente a leggere qualcosa d’altro senza dimenticarmi nulla di essenziale de Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Sbagliavo, naturalmente. Terminai – per merito del talento narrativo di Martin e della sua inesauribile immaginazione creatrice – tutti i libri in brevissimo tempo e dovettero passare più di tre anni prima che un nuovo capitolo venisse dato alle stampe. Risultato: sono ancora fermo a metà saga, roso dalla curiosità, ma anche consapevole che ricominciare a leggerla significa farlo dall’inizio; la vicenda è troppo articolata e i personaggi coinvolti una moltitudine, ciascuno con un proprio ruolo, perché possa procedere nella lettura sulla base dei miei ricordi, tanto entusiasti quanto fatalmente frammentari).
La seconda caratteristica è la minuziosa ricostruzione d’ambiente, che Martin porta fin quasi alla perfezione dando vita a un vero e proprio mondo – non dissimile, anche se molto più ricco e dettagliato, da quello dell’Era Hyboriana inventato da Robert E. Howard, il creatore dell’invincibile avventuriero barbaro Conan – con una sua ben precisa geografia, nella quale sono presenti regni, confini presidiati e difesi da eserciti pronti a tutto, lande selvagge, ricchissime città splendenti d’orgoglio, massicce fortezze turrite, isole, golfi, arcipelaghi, baie, altopiani e infine, prima della desolazione senza fine della gelida foresta che si estende nel nord più profondo e inesplorato, un colossale muro di ghiaccio, la Barriera, custodito da un manipolo di uomini che hanno deciso di dedicare la propria vita all’assolvimento di questo compito, i Guardiani della notte.
Quel che più colpisce, però, è la totale assenza di qualsiasi elemento “fiabesco”. Non c’è magia nella saga di Martin, non ci sono stregoni né negromanti, né alcun altro cultore delle arti occulte (dimenticate, insomma, incantesimi e sortilegi, e perfino miracolose pozioni; il più delle volte, quel che viene bevuto o è vino oppure è un letale veleno di umanissima fattura), così come non c’è traccia di razze diverse da quella umana (eccezion fatta per i misteriosi Estranei che sembra vivano al di là della Barriera; minaccia incombente su tutti i popoli ma che l’autore, almeno fino al sesto libro, perfidamente utilizza con estrema parsimonia, limitando al minimo indispensabile descrizioni e incursioni); niente elfi, né nani, né creature di altra specie, e lo stesso vale per il regno animale (anche in questo caso, con due importanti eccezioni: i meta-lupi, che tuttavia a ben guardare sono identici ai lupi, solo più grandi, più aggressivi e probabilmente più intelligenti, e i draghi – solo tre per la verità – strumento di riscatto e di potere per uno dei personaggi più affascinanti della storia, Daenerys Targaryen, figlia del deposto re).
Ed eccoci giunti, ennesima sorpresa, alla trama vera e propria, semplicissima, perfino banale nella sua articolazione: il mondo inventato da Martin è retto da un re, che siede sul Trono di Spade. Il re è Robert Baratheon, che al termine di una guerra senza quartiere ha ucciso l’ultimo sovrano della dinastia Targaryen. Questo l’antefatto. La storia comincia da qui. La pace, garantita da re Robert, è minacciata. Nessuno sa bene quale sia il pericolo, ma è palpabile. A nord, oltre la Barriera, i silenziosi Estranei incombono, mentre a sud, a corte, c’è chi trama contro il sovrano, a partire dalla sua stessa consorte, la bellissima e malvagia Cersei, del nobile casato dei Lannister. Baratheon può contare sulla lealtà incondizionata di un altro nobile, Eddard Stark, signore di Grande Inverno, sposato a Lady Catelyn, del fiero casato dei Tully, ma la sua fedeltà, così come la sua spada, non può bastare; i complotti si moltiplicano, e più di una mano assassina è pronta a colpire. E una  volta che il Trono di Spade sarà vacante, il caos non si potrà più arrestare, e la lotta per la successione divamperà ovunque…
Il primo capitolo della saga, Il Trono di Spade, è un avvincente, tumultuoso romanzo di cappa e spada ma ne oltrepassa di slancio i confini per complessità d’intreccio, per l’incalzante susseguirsi di colpi di scena, per la quantità e la qualità (psicologica e caratteriale) dei personaggi – solo per dir di alcuni dei maggiori, la numerosa prole di Eddard Stark, chiamata a un destino di gloria e di dolore, la famiglia di Cersei, spregevole in quasi tutti i suoi componenti eppure non priva di fascino, i Tully, con in testa ser Brynden, detto il “Pesce nero”, uomo di profonda intelligenza, tanto saggio quanto astuto, la già citata Daenerys, di soli tredici anni, “nata dalla tempesta”, e suo fratello Viserys, che arde dal desiderio di riconquistare il trono e per riuscirci è disposto a tutto – per il magistrale stile di scrittura e in special modo per la capacità dell’autore di non dare punti di riferimento, di non affezionarsi a nessuno dei suoi eroi, verso le cui fortune e sfortune ostenta totale noncuranza.
Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che di recente sono diventate anche una serie televisiva di grande successo prodotta da HBO e da noi andata in onda su Sky (due stagioni fino a oggi), sono, per tutti coloro che amano la letteratura fantasy, un irresistibile canto di sirena, un viaggio bellissimo, un’indimenticabile emozione.
Prima di chiudere, desidero ringraziare il già citato amico (Riccardo Volpi) per avermi fatto conoscere Martin, dedicare quanto scritto a un altro amico, Giuseppe Lamanna, blogger di lungo corso (se siete interessati, lo trovate qui) e appassionato lettore delle Cronache, che tempo fa mi chiese di occuparmene in questo spazio, e scusarmi con tutti voi per aver trattato una saga senza averla letta per intero. A mia parziale discolpa, oltre a quel che ho già spiegato, posso solo aggiungere che non ho alcun motivo di ritenere che i nuovi libri siano (andamento della trama a parte) sostanzialmente diversi dagli altri. In ogni caso, se qualcuno di voi finirà di leggere la saga e vorrà dirmi come si conclude, avrà la mia eterna gratitudine.
Ora a voi l’incipit. Buona lettura.
Le tenebre stavano avanzando.
«Meglio rientrare». Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. «I bruti sono morti».
«Da quando hai paura dei morti?». C’era l’accenno di un sorriso sui lineamenti di ser Waymar Royce.
Gared non raccolse. Era un uomo in età, oltre i cinquanta, e di nobili ne aveva visti andare e venire molti. «Ciò che è morto resta morto» disse «e noi non dovremmo averci niente a che fare».
«Che prova abbiamo che sono davvero morti?» chiese Royce a bassa voce.
«Will li ha visti. Come prova, a me basta».
Will sapeva che prima o dopo l’avrebbero trascinato nella discussione. Aveva sperato che accadesse dopo, piuttosto che prima. «Mia madre diceva che i morti non parlano» s’intromise.
«Davvero, Will?» rispose Royce. «È la stessa cosa che mi diceva la mia balia. Mai credere a quello che si sente vicino alle tette di una donna. C’è sempre da imparare, perfino dai morti».
La foresta piena di ombre rimandò echi della voce di ser Waymar. Troppi echi, troppo forti e definiti.
«Ci aspetta una lunga cavalcata» insisté Gared. «Otto giorni, forse nove. E sta calando la notte».
«Cala ogni giorno, quasi sempre a quest’ora. Ser Waymar alzò uno sguardo privo d’interesse al cielo che imbruniva. «Qualche problema con il buio, Gared?».
Will vide le labbra di Gared stringersi e la rabbia repressa a stento invadere i suoi occhi, visibili sotto lo spesso cappuccio nero del mantello. Gared aveva passato quarant’anni nei Guardiani della notte, la maggior parte della sua vita di ragazzo, tutta la sua vita di uomo, e non era abituato a esser preso con leggerezza. Ma questa volta nel vecchio guerriero c’era qualcosa di più dell’orgoglio ferito. Una tensione nervosa che arrivava pericolosamente vicino alla paura.
Will la percepiva, la sentiva. Forse perché lui stesso aveva paura. Era di guarnigione sulla Barriera da quattro anni. La prima volta che l’avevano mandato sull’altro lato tutte le antiche, sinistre storie gli erano tornate alla mente come una valanga. Aveva sentito le viscere attorcigliarsi e il sangue andare in acqua. In seguito ne aveva riso. Era un veterano adesso, con centinaia di pattugliamenti alle spalle. Per lui, non c’erano più terrori in agguato nella sterminata estensione verde scuro che quelli del Sud chiamavano la Foresta stregata.

Il cuore di un uomo, e di uno scrittore, messo a nudo

Recensione di “Lettera al padre” di Franz Kafka


Franz Kafka, lettera al padre, Newton Compton
Franz Kafka, Lettera al padre, Newton Compton

Utilizzato come sinonimo di sinistramente grottesco, folle, incomprensibile, agghiacciante nella sua assurdità, l’aggettivo kafkiano ha in realtà ben poco a che vedere con le atmosfere di realtà sospesa che così comunemente gli vengono attribuite. E non perché una sorta di tetro surrealismo non si respiri tra le pagine dei romanzi e dei racconti di Franz Kafka (si potrebbe anzi dire che sono proprio questi toni, insistiti come urla strozzate che malgrado gli sforzi compiuti non riescono a lacerare l’aria e lentamente, tragicamente si spengono, la più vistosa caratteristica della sua opera, che presa nel suo insieme fa pensare a una labirintica dimensione d’incubo priva di vie d’uscita), ma per il fatto che quel che si presenta come segno distintivo del suo lavoro letterario ne costituisce la chiave di lettura, il rivestimento simbolico.

Sono il senso di colpa, sempre profondamente avvertito, per la passione per la lettura in seguito trasformatasi in un’ansia di scrivere che non conosceva requie, l’incapacità ad adeguarsi alle regole della società in cui viveva, il terribile sforzo quotidiano necessario ad abbandonare il regno protetto (e inaccessibile al resto del mondo) dei libri e delle storie per “immergersi nel reale”, la paura, o meglio il terrore sordo, che per tutta la vita ha provato nei confronti del padre, figura autoritaria, virile, impastata di concretezza, e il desiderio, sempre vanamente inseguito, di essere accettato da lui, e di essere compreso, e dunque amato, i temi reali e profondi della narrazione del grande scrittore boemo. In una parola, Franz Kafka scrive della sua vita; la trasfigura, certo, ne cela i contorni in una nebbia di dubbi, di interrogazioni senza risposta, di vicoli ciechi, ma non si allontana mai troppo dalle sue esperienze (in massima parte dolorose) di ragazzo e di uomo.
E se Joseph K., protagonista de Il processo, che l’autore magistralmente descrive come persona che più di ogni altra cosa temeva “che la vergogna gli sopravvivesse”, è un Kafka mascherato tra i tanti che il suo tormentato genio creativo ha negli anni modellato, identificabile ma mai pienamente riconoscibile; se un altro perduto “vinto” letterario, il giovane di cui si narra nel La condanna, che in seguito a un furioso litigio con il padre decide di uccidersi, è invece quasi un ritratto dell’autore – al punto che di questo racconto Kafka scrive nel Diario: “l’ho scritto tutto d’un fiato […] dalle dieci di sera alle sei del mattino […]. La fatica e la gioia erano terribili, mentre vedevo come la storia si sviluppava davanti a me, come ero trasportato avanti dalle acque. A più riprese, nel corso di questa notte, mi portai sulle spalle tutto il peso di me stesso – Kafka uomo emerge nudo e senza mediazioni nella splendida e struggente Lettera al padre, scritta nel 1919 e mai consegnata al destinatario.
In questo scritto, Kafka più che raccontarsi si confessa. Parla al padre, per lui “misura di tutte le cose”, e prova a spiegargli che cosa, nel loro rapporto, è mancato, che cosa non ha funzionato. Non c’è rabbia nelle sue parole, che scorrono pacate, quasi rassegnate; Kafka non vuole dare colpe o prendersi rivincite, tutto quel che cerca è un terreno comune, una possibilità di dialogo, di chiarimento. Offre al padre il suo cuore, nella speranza che egli finalmente sappia riceverlo.
Colpisce e commuove questa pura forma di “esistenzialismo letterario”; la sincerità di Kafka brilla in ogni sua parola, così come in ogni sua parola emerge, senza possibilità di equivoco, il disperato bisogno di essere ascoltato, capito. Niente è strumentale in questa lettera; Kafka non utilizza il suo talento per convincere, per ottenere qualche facile vantaggio, ma solo per spiegare. Il suo rammarico per non essere mai stato in grado di corrispondere alle aspettative del padre (che, proprio come era lui, lo voleva forte, deciso, robusto nel fisico e militaresco nel comportamento) – “… mi incitavi quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un soldato in nuce, oppure mi incoraggiavi quando riuscivo a fare delle grandi mangiate bevendoci sopra addirittura birra, o quando cercavo di canticchiare canzoni che non capivo o ripetevo a pappagallo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di questo facevo parte del mio futuro”, scrive Kafka, e al lettore non è difficile immaginarlo piangere e rimproverarsi aspramente per questa sua incapacità di essere uomo, l’uomo che il padre avrebbe voluto che fosse – è un semplice controcanto all’emergere della sua vera natura (quella di un ragazzo gracile, timido, sognatore, innamorato dei libri, alla ricerca di un sorriso, di un cenno d’incoraggiamento, di un atto d’amore gratuito, donato per quel che si è; di più, indipendentemente da quel che si è), null’altro.
Alle parole, Kafka, che per tutta la vita le ha così tanto amate, ha affidato il compito più arduo e più alto: raccontare se stesso a suo padre. Illuminare se stesso a beneficio del genitore. Fare ciò che lui, giorno dopo giorno, non è stato capace di fare. Forse mai, nella storia della letteratura, la scrittura è stata così preziosa. E così autentica.
Eccovi l’inizio della lettera. Buona lettura.
Caro papà,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quado scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza.
La questione, per te, si è sempre presentata in termini molto semplici, almeno quando ne parlavi con me e, indiscriminatamente, di fronte ad estranei. Ti sembrava che le cose stessero all’incirca così: tu hai lavorato duramente tutta la vita sacrificando tutto per i tuoi figli, per me in particolare; insomma, io sarei vissuto senza pensieri, con la più ampia libertà di studiare quel che mi piaceva, senza alcun motivo di preoccupazioni materiali, vale a dire di preoccupazioni in genere. In cambio non hai preteso alcuna gratitudine, tu conosci «la gratitudine dei figli», ma almeno una certa compiacenza, un segno di simpatia; io invece mi sono sempre rifugiato nella mia stanza, tra i libri, con amici esaltati, in idee stravaganti, sfuggendoti; non ti ho mai parlato a cuore aperto, non ti ho mai accompagnato al tempio, non ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad, d’altronde non ho mai posseduto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e dei tuoi affari, la fabbrica te l’ho lasciata sul gobbo per poi piantarti in asso, ho dato man forte a Ottla nelle sue cocciutaggini e mentre per te non muovo un dito (neppure un biglietto per il teatro ti ho mai procurato), per gli amici farei qualunque cosa. Riassumendo il tuo giudizio su di me, se ne ricava che tu non mi rinfacci atteggiamenti poco dignitosi o malvagi (escludendo forse il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E me le rinfacci come se la colpa fosse solo mia, come se con una sterzata io avessi potuto sistemare tutto in altro modo, mentre tu non avresti nessuna colpa, se non quella di essere stato troppo buono con me.

Questa tua idea fissa la ritengo legittima solo nel senso che anch’io, riguardo alla nostra estraneità, credo nella tua assoluta mancanza di colpa. Ma io sono altrettanto innocente, nel modo più assoluto. Se riuscissi a fartelo ammettere, forse sarebbe possibile non dico una nuova vita, ormai siamo entrambi troppo vecchi, ma almeno una sorta di tregua, e se non la cessazione almeno un attenuarsi dei tuoi continui rimproveri.

A Dublino, in un vicolo cieco

Recensione di “Gente di Dublino” di James Joyce

James Joyce, Gente di Dublino, Mondadori

Città morente, perduta, dimentica di sé, spogliata di ogni qualità etica e priva di slancio spirituale, la Dublino che James Joyce presenta in Gente di Dublino, una delle sue opere più note, è insieme uno specchio – nelle cui miserie morali e nei cui pregiudizi, notava Ezra Pound, molte altre città potrebbero riconoscersi – e il simbolo della “perduta innocenza” dei suoi abitanti (a loro volta simbolico ritratto dell’uomo inteso in senso generale). “La mia intenzione”, scrive l’autore nel maggio 1906 per spiegare il senso del suo lavoro, rifiutato da più di un editore e tacciato di immoralità, “era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. I racconti sono posti in questo ordine […]. Non posso fare di più, né posso cambiare quello che ho scritto”.

Ed è proprio con l’attenzione e la cura dello storico che il grande scrittore irlandese racconta l’angosciosa realtà del suo mondo; lo fa per mezzo di una prosa ricca di suggestioni e sfumature, viva, scalpitante addirittura, eppure trattenuta, quasi mortificata nella spirale soffocante della minuziosa descrizione d’ambiente, nella sofferta essenzialità dei dialoghi, strumento principe d’incomunicabilità, e nel ritratto (fisico e psicologico) dei protagonisti dei diversi racconti che compongono il suo libro – uomini e donne prigionieri del proprio tempo, del tutto incapaci di comprenderlo e di rappresentarlo, supini a regole di comportamento e di valutazione del bello e bel buono, del giusto e dell’ingiusto sature di ipocrisia, malvagità e menzogna, o nel migliore dei casi di intollerabile ignoranza.
Uomini e donne come le sorelle Nannie ed Eliza (personaggi del racconto intitolato Le sorelle, con cui si apre il volume) che, rese cieche, e quel che è peggio, insensibili, dalla loro religiosità rigida e ottusa, non nutrono dubbi di sorta sull’amata figura di Padre Flynn (il vero protagonista della vicenda narrata), prete ormai in fin di vita che sembra aver dimenticato da tempo senso e ragione della propria vocazione; o come l’odioso Farrington, uomo uguale a tanti, a troppi, privo di qualità, impiegato mediocre che sfoga le frustrazioni e le umiliazioni patite sul lavoro in una violenta tirannia familiare che inevitabilmente colpisce il più debole e indifeso della cerchia, il figlio (indimenticabili, nella loro tragica desolazione morale, gli ultimi momenti del racconto, le urla disperate del piccolo selvaggiamente picchiato dal padre armato di bastone, la sua inutile implorazione di pietà, l’offerta di una preghiera riparatrice indirizzata alla Madonna: “Oh pa’! Non picchiarmi pa’! Dirò… dirò un’Ave Maria per te… Dirò un’Ave Maria per te, pa’, se non mi picchi… Dirò un’Ave Maria”); o ancora come i politici e i faccendieri che, nel bellissimo racconto intitolato Il giorno dell’edera nell’ufficio elettorale, non sanno fare di meglio, per commemorare Charles Stewart Parnell, considerato alla stregua di un eroe nazionale per la sua coraggiosa battaglia in favore dell’autonomia dell’Irlanda, che brancicare vuote frasi fatte grondanti retorica e declamare una poesia di imbarazzante pochezza.
Racconto dopo racconto, lungo un’ininterrotta teoria di macerie (materiali e simboliche) Joyce illustra i diversi passaggi di un’esistenza (quella di Dublino, che come già anticipato è potenzialmente quella di qualsiasi altro luogo del mondo, e quella dei suoi abitanti, che possono essere, e a conti fatti sono, tutti gli uomini), ne enumera i vizi, le debolezze, i peccati e ne segue il cammino fino alla morte, che silenziosa trionfa nel lungo racconto che chiude l’opera (I morti).
 
Gente di Dublino è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento; è un archetipo, un modello, se non squisitamente letterario (ma lo è anche da questo punto di vista), di certo psicologico ed etico. Lo “stadio” morale dell’uomo raccontato da Joyce, infatti, non è un’età che ci siamo lasciati alle spalle, non è un’era o un periodo storico cui possiamo regalare uno sguardo distratto o il neutro interesse dello studioso, è la nostra condizione. Joyce ci insegna a esserne consapevoli, e a restare vigili.
Eccovi l’inizio dell’ultimo racconto, il più importante. La traduzione, per Mondadori, è di Attilio Brilli. Buona lettura
Lily, la figlia del custode, non si sentiva più le gambe dal gran correre. Non faceva a tempo ad accompagnare un invitato nello sgabuzzino dietro la dispensa, a pianterreno, e ad aiutarlo a togliersi il soprabito, che l’asmatico campanello d’ingresso riprendeva a suonare, e lei doveva trottare lungo il corridoio spoglio per introdurre un altro ospite. Buon per lei che non doveva occuparsi anche delle signore. A quello avevano pensato la signorina Kate e la signorina Julia, che avevano trasformato il bagno del piano di sopra in uno spogliatoio per signore. Erano appunto là le signorine: chiacchieravano, ridevano, si davano un gran daffare e, a turno, comparivano in cima alle scale, affacciandosi alla ringhiera per domandare a Lily chi fosse venuto.

Era sempre un grande evento il ballo annuale delle signorine Morkan. Vi intervenivano tutte le loro conoscenze: parenti, vecchi amici di famiglia, le coriste di Julia, tutte le scolare di Kate in età di parteciparvi, e perfino qualche allieva di Mary Jane. Mai una volta che non fosse riuscita una festa briosa: per anni e anni era sempre andato tutto splendidamente, per quanto almeno si poteva ricordare, da quando cioè Kate e Julia, dopo la morte del fratello Pat, avevano lasciato l’abitazione in Stoney Batter, e con l’unica nipote, Mary Jane, erano andate a stare nella buia e squallida casa di Usher Island, di cui avevano preso in affitto il piano superiore dal signor Fulham, il commerciante di granaglie all’ingrosso del pianterreno.

Il teorema della speranza. E dell’infelicità

Recensione di “Il matematico indiano” di David Leavitt

David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori
David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori

C’è sincera ammirazione, oltre a un pizzico di compiaciuta perfidia, nella descrizione dell’ambiente accademico di Cambridge di inizio Novecento che David Leavitt offre ne Il matematico indiano, coinvolgente romanzo pubblicato nel 2007 e che due anni più tardi si è aggiudicato il premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera. La storia che racconta è quella, vera (seppur modificata per ragioni squisitamente narrative), dell’amicizia intellettuale tra l’insigne matematico G.H. Hardy e uno sconosciuto contabile indiano, Srinivasa Ramanujan, geniale mente matematica costretta all’anonimato (e quel che è peggio alla clandestinità dei propri studi) dal semplice fatto di non essere nato in Occidente e dalla sfortunata condizione sociale. Dopo aver scritto, senza ottenere risultati, ad altri professori, Ramanujan decide di rivolgersi ad Hardy, che, colpito dai calcoli e dai teoremi che l’uomo acclude al suo scritto, gli risponde. È da qui che prende avvio tutta la vicenda, che l’autore sceglie di raccontare attraverso due differenti scansioni temporali: il personale ricordo di Hardy (che avrebbe dovuto costituire il tema di una conferenza organizzata all’Università di Harvard a parecchi anni di distanza dagli avvenimenti) e la narrazione vera e propria dei fatti.

Quel che prepotentemente emerge da questo doppio binario espositivo è l’umana fragilità di tutti i protagonisti del romanzo. A partire da Hardy, tanto rigoroso nel suo lavoro quanto incapace di vivere la propria vita al di fuori dell’ambiente universitario (peraltro sopportato con estremo disagio), per continuare con i suoi colleghi del corpo insegnante, tutte eminenti personalità del panorama culturale mondiale (il filosofo e logico Bertrand Russell, che Leavitt malignamente dichiara affetto da pestilenziale alitosi, e che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, paga in prima persona la strenua difesa delle proprie convinzioni pacifiste; l’economista John Maynard Keynes; il padre della filosofia analitica George Edward Moore; John Littlewood, altro grande matematico, che nasconde i propri tormenti dietro una spensieratezza di facciata, tutti membri dell’esclusivo club studentesco degli Apostoli, alle cui riunioni settimanali partecipano per dare sfogo alla propria “normalità”, cercando – e in qualche caso addirittura mendicando – tra gli altri aderenti, considerazione, attenzione e amore; e ancora il brillante studente Ludwig Wittgenstein, scandalizzato proprio dalla “libertà” di quelle riunioni) e infine con Ramanujan stesso, consumato dal desiderio di veder riconosciuto il proprio valore, di prendersi la rivincita su tutti coloro che, per gran parte della vita, lo hanno ignorato, ma incapace di adattarsi alla vita di un college inglese e imbarazzato dall’eccesso di attenzioni che gli vengono riservate.
“Compagno di strada” dei suoi personaggi, Leavitt ne coglie con commovente sensibilità tutte le sfumature di carattere e lascia che siano le scelte, le decisioni, i dubbi, i ripensamenti, i rimpianti di ciascuno a dettare i tempi del suo racconto e a dare volto e cuore alla materia fredda (anche se solo in apparenza) dei numeri, che tuttavia lo scrittore americano presenta al lettore con impeccabile e fascinosa chiarezza (le pagine che riportano i tentativi di dimostrazione dell’ipotesi di Riemann, il lavoro di una vita di Hardy, e per certi versi anche di Ramanujan, si leggono con il medesimo trasporto dei capitoli dedicati agli amori dello stesso Hardy, al suo ruvido ateismo, alla rassegnata nostalgia del giovane indiano per la giovanissima moglie lontana, alla sua complicata situazione familiare, al generale sconvolgimento prodotto dalla Grande Guerra); il risultato di questo lavoro, impreziosito da una scrittura fluida e di notevole eleganza formale, è un romanzo bellissimo, al tempo stesso crepuscolare e avvincente, magicamente sospeso tra realtà e invenzione.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
L’uomo seduto accanto al podio sembrava vecchissimo, almeno agli occhi dei suoi ascoltatori, per la maggior parte giovanissimi. In realtà non aveva ancora sessant’anni. La sfortuna degli uomini che sembrano più giovani della loro età, pensava spesso Hardy, è che a un certo punto della vita oltrepassano un confine e cominciano a sembrare più vecchi di quanto non siano. Quando era uno studente universitario a Cambridge, veniva regolarmente scambiato per un ginnasiale in visita. Quando era già un docente, veniva regolarmente scambiato per un laureando. Adesso l’età lo aveva raggiunto e superato, e sembrava l’incarnazione dell’anziano matematico che il progresso si è lasciato alle spalle. “La matematica è un gioco per uomini giovani” – lui stesso avrebbe scritto queste parole di lì a pochi anni – e per lui era durato più che per molti altri. Ramanujan era morto a trentatré anni. Gli ammiratori odierni, affascinati dalla leggenda di Ramanujan, facevano congetture sui risultati che avrebbe potuto conseguire se fosse vissuto più a lungo, ma l’opinione personale di Hardy era che non avrebbe ottenuto molto. Era morto lasciandosi il lavoro migliore alle spalle.
Questo avveniva a Harvard, nella New Lecture Hall, l’ultimo giorno d’agosto del 1936. Hardy era uno dei numerosissimi studiosi convocati da tutto il mondo per ricevere la laurea ad honorem in occasione del trecentesimo anniversario dell’università. Tuttavia, a differenza della maggior parte dei partecipanti, non era lì – e neppure era stato invitato, intuiva – per parlare del suo lavoro o della sua vita. Questo avrebbe deluso il suo pubblico. Volevano sentirlo parlare di Ramanujan.