Nel vicolo cieco delle deduzioni

Recensione di “Le avventure di Lufock Holmes” di Cami

 

Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio
Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio

Con ogni probabilità, il mystery, con le sue filosofiche implicazioni sul significato della verità e della sua ricerca, e con la metafisica convinzione dell’esistenza di un ordine razionale del mondo che il delitto sconvolge e la sua soluzione ripristina, più di ogni altro genere narrativo presta il fianco alle dissacranti sottigliezze e ai puntuti affondi dell’ironia. C’è infatti qualcosa di assolutamente irresistibile nel prendersi gioco della superiore facoltà del raziocinio e del suo infallibile procedere, nel mettere alla berlina la tanto decantata perfezione dell’intelletto, capace (ma solo nel migliore dei mondi possibili, e dunque non nel nostro) di riportare alla luce ciò che è nascosto, di legare in una solida e conseguente catena di connessioni indizi che a prima vista paiono non avere tra loro nulla in comune.

Maestro di questo humour lieve e spietato, che veste di sgargianti panni giullareschi una severa critica del primato della logica e dell’ottimistica (e in ultima analisi irrazionale) fiducia che gli uomini in essa pongono, è il francese Pierre Louis Adrien Charles Henry Cami, artista originalissimo e “dal multiforme ingegno”, attore teatrale, illustratore e scrittore, grande amico di Charlie Chaplin (che lo definì il più grande umorista del mondo, o per citar con maggior esattezza, “le plus grand humoriste in the world”) e inventore del bizzarro alter ego del più grande investigatore della storia della letteratura: Sherlock Holmes. Alla mente deduttiva dell’eroe di Conan Doyle, Cami, nella sua splendida opera intitolata Le avventure di Lufock Holmes, oppone, in una serie di brevi storie dal ritmo incalzante, raccontate con una prosa chiassosa, esplosiva, ricca di trovate, invenzioni e gag fulminanti, Lufock Holmes, “detective deduttivo dalla testa ai piedi”, prima vittima del suo inarrestabile ragionare.

Circondato da personaggi la cui improbabilità è limpida espressione del mondo privo di ordine nel quale tutti viviamo (il Capo della Sicurezza Relativa, l’Accordatore di Participi, il Direttore dell’Ufficio Antropometrico, il Bandito Scientifico e Letterario, l’Uomo dai Sopraccigli Uniti), Lufock Holmes stupisce tutti con le sue intuizioni (rigorosamente razionali) risolvendo casi tanto assurdi quanto spassosi. Raffinatissimo esteta della burla, Cami omaggia, attraverso Lufock Holmes, l’indubbio talento di Conan Doyle e il fascino del suo personaggio; certo, il lettore ride di gusto di fronte alle trovate dell’investigatore creato dallo scrittore francese, ma allo stesso tempo non può non vedere quanto l’abile gioco di iperboli grazie al quale le doti del vero Holmes vengono rovesciate nel loro buffo opposto – “Da molti anni studio i vari tipi di polvere esistenti al mondo”, dichiara con fierezza Lufock poco prima di risolvere il suo primo caso, “nessuna è uguale all’altra. Le ho catalogate tutte. Al presente sono in grado di riconoscere a prima vista la provenienza del più piccolo granello di polvere di sacrestia. Facile a riconoscersi per il caratteristico odore d’incenso. Come vedete, è elementare” – abbia tutto l’aspetto di una sincera dichiarazione d’amore
Eccovi, invece dell’incipit del romanzo,  un estratto della nota biografica di Cami, a cura di Roberto Pirani, anche traduttore de Le avventure di Lufock Holmes edito da Sellerio Editore. Buona lettura.

Il personaggio di Conan Doyle, comicizzato in Lufock Holmes (assonanza da “loufoque” = svitato, pazzo) ricorre tanto spesso nelle “fantasie” di Cami, da divenire in certo senso emblematico, proprio perché la razionalità presuntuosamente oggettiva dell’inglese costituisce un complementare ed irresistibile stimolo alla logica folle, che regge il suo universo. Cami non inventa niente ex novo. I suoi personaggi e le sue storie sono lì, nella conversazione quotidiana, nella cronaca, nella letteratura colta e popolare, nell’aneddotica, in quel repertorio senza fondo, che è il bagaglio culturale dell’uomo comune. È sufficiente esaminarlo con la lente di Lufock. Cami è una “forza”. È un torrente che piomba a cascata dalle altezze vertiginose dell’assurdo, si frange e si sparpaglia nei mille mulinelli degli intrighi più strampalati, svirgola rapidissimo nelle gole dell’incongruo e del nonsense, per poi sfociare, libero dalle restrizioni dell’ovvio e del “buon senso”, nel grande mare compensatore del riso, che tutto esorcizza. 

Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

Vite sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni

Recensione di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi
Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi

“Frasi che possono dare la vita o impartire la morte”. Così Saul Bellow definisce la prosa di Cormac McCarthy, il suo linguaggio splendido e violento, radicato nella viva primordialità della terra e scintillante di perfezione e dolore. Il raccontare di McCarthy ha il ritmo lento e inarrestabile della memoria e il respiro incessante dell’eternità della natura; sembra procedere a ritroso nel tempo, seguire un percorso di verità e d’essenza che assume il carattere prezioso di un conoscere non mediato e la forma perfetta di una riscoperta, di un viaggio all’origine stessa del mondo. Battezzati nel sangue e nella fatica, gettati nella vita e forgiati in essa, nella sua sovrumana indifferenza, i personaggi di McCarthy – uomini, ragazzi e donne in perpetua lotta con se stessi, esseri perduti le cui esistenze, sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni, odorano di pioggia e d’erba, di albe e tramonti – palpitano di sentimenti ed emozioni, àncore cui ciascuno di essi s’aggrappa nel disperato tentativo di distinguersi dalla vastità infinita e silenziosa dell’orizzonte, dal deserto di cielo, nuvole e polvere che li circonda, da distese immense, incontrastato dominio dei cavalli, dinanzi alle quali il cuore palpita esaltato e sgomento, e ancora dalle rocce spolverate di rovi e dal profilo lontano delle montagne innevate e gelide, da quel paesaggio che ha la vastità di un incubo e la meraviglia continuamente rinnovata di un miracolo, ed è eco di un tempo sospeso, insieme reale e immaginario.

“Quando soffiava il vento da nord si sentivano gli indiani, i cavalli, il fiato dei cavalli, gli zoccoli foderati di cuoio, il tintinnio delle lance e il perpetuo frusciare dei travois trascinati sulla sabbia come enormi serpenti, i ragazzi nudi che montavano i cavalli bradi con la spavalderia dei cavallerizzi da circo spingendo altri cavalli bradi davanti a loro, i cani che trottavano accanto con la lingua fuori e gli schiavi seminudi che marciavano a piedi oppressi da pesanti fardelli e soprattutto la lenta litania dei canti che i cavalieri cantavano in viaggio; un popolo e il suo spirito che attraversavano in coro sommesso il deserto pietroso verso un’oscurità perduta alla storia e a ogni ricordo come un graal contenente la somma delle loro vite violente ed effimere”.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, uno dei libri più belli e laceranti dello scrittore americano, primo capitolo della Trilogia della frontiera, ha sedici anni e del mondo non conosce che il ranch in Texas nel quale è cresciuto. Quando, alla morte del nonno, scopre che quel posto verrà venduto, decide di voltare le spalle alla famiglia e a tutto ciò che ama e di raggiungere a cavallo il Messico assieme al suo migliore amico, Lacey Rawlins. Il viaggio dei due giovani – cui presto si unisce un terzo compagno, un ragazzino misterioso che forse è un ladro di cavalli, forse qualcosa di peggio, forse solo uno sfortunato innocente troppo fragile per quei luoghi e per coloro, uomini e animali, che li abitano, e che porta il nome di un annunciatore radiofonico, Jimmy Blevins – in un territorio aspro, al tal punto maestoso e ostile da parer plasmato dalla potenza e dalla collera di Dio (“Ogni tanto il gruppo passava accanto a una macchia di cholla. Sulle spine delle piante c’erano trafitti numerosi uccelli trascinati dal vento, piccole creature grigie e anonime impalate nell’atto di volare o afflosciate con le piume arruffate. Alcuni erano ancora vivi e al passaggio dei cavalli si contorcevano sulle spine sollevando il capo e pigolando, ma i cavalieri non si fermarono. Quando il sole s’alzò nel cielo il paesaggio cambiò colore e si tinse del verde acceso delle acacie e dei paloverde, del verde scuro dell’erba che costeggiava la strada e del rosso fuoco dei fiori dell’ocotillo, come se la pioggia fosse stata elettrica e avesse elettrizzato il territorio”), coincide con la perdita di un’innocenza primitiva che poco o nulla ha a che vedere con la tenue moralità degli uomini.
Sono infatti le regole sociali scritte dal più forte a proprio esclusivo beneficio, e le leggi imposte attraverso l’arbitrio della forza a sfregiare l’animo libero di John Grady Cole, a impedirgli di amare la bellissima Alejandra, figlia del proprietario del ranch in Messico presso cui lui e l’amico Rawlins avevano trovato lavoro, e a punirlo duramente per la sua passione bruciante, sincera, inestinguibile. Ostinatamente fedele a se stesso, John Grady Cole è un eroe destinato alla sconfitta (nello stesso modo in cui lo è la giovane Alejandra) ma non un vinto, poiché là dove egli vive davvero, in quella terra di inspiegabile splendore che si estende tra Texas e Messico, non c’è spazio che per l’assoluto.
Romanzo di impressionante potenza espressiva, Cavalli selvaggi è un assoluto capolavoro letterario. Un libro folgorante, bellissimo, atroce, indimenticabile. Cormac McCarthy è una delle voci più limpide e significative della letteratura contemporanea, un autore che non si può ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Einaudi, è di Igor Legati). Buona lettura.

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sotto vetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato fra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno. Fuori faceva buio e freddo e non tirava un alito di vento. In lontananza un vitello muggì lamentosamente. Lui rimase in piedi col cappello in mano. Da vivo non ti pettinavi mai così, mormorò.

La natura liquida dell’amore

Recensione di “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani
Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani

Nella cronaca impotente, nella memoria nuda di una storia d’amore troncata dall’incomprensibilità della morte, Pier Vittorio Tondelli si racconta con accenti di straziante sincerità. In una prosa che appare timida, ritrosa, e che ha il suono flebile del sussurro, l’autore sceglie la trasparente semplicità della confessione per cercare di dar forma al proprio mondo interiore in tumulto, per provare a mettere ordine in un’esistenza spesa tra meraviglia e passione, e inseguita, bramata e posseduta, anche se mai fino in fondo. Camere separate, pubblicato da Bompiani nel 1989, è un romanzo di non comune potenza narrativa; un viaggio della carne e dell’anima nel labirinto inestricabile dei sentimenti, in quell’umanità contraddittoria, fragilissima e straripante che scintilla e rivela integralmente se stessa soltanto nel coinvolgimento amoroso.

Alter ego dichiarato di Pier Vittorio Tondelli è Leo, il protagonista del libro, scrittore di successo poco più che trentenne devastato dalla prematura scomparsa dellamato Thomas; nel ricordo della loro relazione Leo vive come un recluso, assaporandone la dolcezza, indugiando nella ricostruzione dei momenti di crisi, delle parentesi di buio (quasi fosse alla ricerca di una propria responsabilità, di un errore, di una colpa che potesse spiegare il suo lutto, il precipitare improvviso della fine, dinanzi alla quale ogni cosa, da un attimo con l’altro, ha cessato di avere un senso, una ragione), cercando il proprio cuore e il proprio spirito nel cuore e nello spirito della persona cui aveva deciso di donarsi. La scrittura di Tondelli, densa, carica di dolore e insieme gonfia di speranza, assettata di futuro, avida di promesse, procede per accumulo spingendosi consapevolmente verso un corto circuito che dà l’esatta misura dell’essenziale inconoscibilità dell’amore; tuttavia è proprio la natura liquida del sentimento, la sua incommensurabilità a conquistarci, ad attrarci irresistibilmente, come un canto di sirena, e questa seduzione l’autore la disegna in tutte le sue sfumature, nello splendore abbagliante ed effimero dell’attrazione fisica come nel bisogno quotidiano dell’altro, nell’abitudine della vita di coppia (cui i giovani guardano con un misto di desiderio e diffidenza) e nei suoi caldi chiaroscuri.

“Amore è ora un corpo longilineo e asciutto”, scrive Tondelli narrando il primo incontro intimo tra Thomas e Leo “dalle membra ancora adolescenti, morbide, sinuose e nobili. È un viso allungato dalle forti mascelle squadrate. È una coppia di occhi intensi e neri su cui, ogni tanto, ricade un ciuffo di capelli color miele scuro. È un particolare modo di muovere le mani o di lasciarle penzolanti, parallele alle gambe. È finalmente una voce, l’intonazione di un bacio soffocato, l’emozione di una risata aperta e squillante”; e dal corpo, descritto con una cura e un’attenzione e una dolcezza che hanno la forma purissima di una dichiarazione d’amore, lo scrittore di Correggio trova la via d’accesso per l’anima, in primo luogo per la sua, per quel luogo di sole e d’ombra dove l’uomo vive davvero, e dove soltanto le parole, le parole che si scelgono (nello stesso modo in cui si scelgono le persone) possono giungere: “Prende in corpo in lui il progetto di scrivere libri per dieci, venti persone. Dei libri espressamente destinati a chi può comprenderlo, agli amici di cui si fida. Che lo rispettano, che gli prestano attenzione, che non giudicano se ha fatto una cosa buona o cattiva, ma che interpretano la disponibilità di partenza, la sua necessità di raccontare qualcosa a qualcuno”.
Storia di una necessità, racconto di un bisogno, confessione di un amore, riassunto di una vita e del suo brusco abbraccio con la morte (il romanzo, che in qualche modo si apre con la scomparsa di Thomas, trova una sua tragica circolarità nella malattia incurabile di cui soffre Leo, e che Tondelli accenna nelle ultima pagine del libro, richiamandosi alla sua situazione reale, all’Aids che l’aveva colpito e che l’avrebbe condotto alla morte nel 1991, a soli 36 anni d’età), Camere separate è un magnifico e crepuscolare romanzo “di parole”; è il testamento letterario di un uomo e di un amante che, con limpida innocenza, affida alla scrittura la propria voce, il proprio affanno esistenziale, la propria disperata volontà di vita.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Un giorno, non molto distante nel tempo, lui si è trovato improvvisamente a specchiare il suo viso contro l’oblò di un piccolo aereo in volo fra Parigi e Monaco di Baviera. All’esterno, ottomila metri più sotto, la catena delle Alpi appariva come un’increspatura di sabbia che la luce del tramonto tingeva di colori dorati. Il cielo era un abisso cobalto che solo verso l’orizzonte, in basso, si accendeva di fasce color zafferano o arancione zen.

Inquadrato dalla ristretta cornice ovoidale dell’oblò il paesaggio gli parlava del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell’aria e da ultimo, allorché si accese una luce nella carlinga e su quell’olografia boreale apparve il riflesso del suo volto appesantito e affaticato, anche del sé. La sua faccia, quella che gli altri riconoscevano da anni come “lui” – e che a lui invece appariva ogni giorno più strana, poiché l’immagine che conservava ogni giorno del proprio volto era sempre e immortalmente quella del sé giovane e del sé ragazzo – una volta di più gli parve strana. Continuava a pensarsi e a vedersi come l’innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l’immagine che vedeva contro quello sfondo acceso era semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con pochi capelli fini in testa, gli occhi gonfi, le labbra turgide e un po’ cascanti, la pelle degli zigomi screziata di capillari come le guance cupree di suo padre. In sostanza un viso che subiva, come quello di ogni altro, la corruzione e i segni del tempo.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

Oggetto della letteratura è la conoscenza dell’essere umano

Recensione de “La testa perduta di Damasceno Monteiro” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli

È possibile che la verità sia anche una questione di stile, che la forma abbia un legame essenziale con la sostanza, che la filosofia, oltre a quello della chiarezza, abbia il dovere, squisitamente letterario, della fascinazione, e che allo stesso modo ogni altra forma scrittura, dalla cronaca giornalistica al dettato di una sentenza, debba possedere la qualità indispensabile della leggibilità; in una parola, che tocchi alla bellezza il compito improbo di provare a spazzare via le tenebre della menzogna, dell’ignoranza e della violenza. Espressione di un determinato sistema di valori, di nitide scelte etiche, di una ben precisa visione del mondo, questo genere di raffinatezza, ben lungi dal ridursi a sterile eco di un imprecisato dover essere, è in realtà la sola opposizione possibile al tragico disordine del mondo.

Impara a comprenderlo, nel corso di una dolorosa, sconvolgente esperienza personale che segnerà per sempre la sua vita, il reporter Firmino, giovane idealista innamorato della giustizia sociale e del marxismo umanistico di Geörgy Lukács spedito da Lisbona a Oporto per scrivere di un orrendo caso di cronaca (il cadavere di un uomo rinvenuto privo della testa). Qui, il protagonista del bellissimo e dolente romanzo di Antonio Tabucchi La testa perduta di Damasceno Monteiro si troverà faccia a faccia con inimmaginabili abissi d’abiezione; toccherà con mano la logica spietata del potere, vedrà leggi piegarsi all’arbitrio del più forte e colpevoli di innominabili atrocità godere delle più vergognose impunità; avrà tuttavia anche modo di conoscere un avvocato, un uomo di vastissima cultura e di ancor più profonda umanità, e sarà grazie a lui che Firmino capirà quanto sia importante resistere a ogni ingiustizia, soprattutto quando le possibilità di riparare i torti sono minime.

Quest’uomo corpulento, che sembra trovare la citazione giusta per ogni argomento di conversazione e i cui discorsi profumano tanto d’ironia quanto d’amaro disincanto, questo filosofo del diritto ed esteta della letteratura, che vorrebbe, con il teologo francese Marcel Jouhandeau, uno scrittore in ogni giuria, perché “l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano, e […] non c’è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali”, spiegherà a Firmino, tanto con l’esempio quanto con il suo dotto, torrenziale conversare, la necessità di porre un argine a una deriva politica e sociale che è prima di tutto corruzione delle coscienze.

La prosa di Tabucchi, miracolosamente lieve nel raccontare la notte più buia dell’essere umano, parte da un fatto realmente accaduto (l’uccisione di Carlos Rosa, un cittadino portoghese di 25 anni, nelle stanze di un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, periferia di Lisbona, e il successivo ritrovamento del suo corpo, seviziato e decapitato, in un parco pubblico) per dar vita a un intreccio solido e avvincente, che in un girotondo di generi (dal thriller al romanzo di formazione, dalla riflessione filosofica al pamphlet di denuncia sociale), commuove, entusiasma, spaventa, indigna, persuade.
Sullo sfondo di una città narrata con il quieto entusiasmo dell’amante, lo scrittore toscano, prematuramente scomparso nel 2012, affronta con preziosa onestà intellettuale temi spinosi ma ineludibili; su tutti quello della giustizia (specialmente quella negata), spiegando senza possibilità d’equivoco che, per quanto sia senz’altro auspicabile che i colpevoli vengano puniti e le vittime in qualche misura risarcite, quel che è davvero fondamentale, per ogni persona, è non cessare mai di impegnarsi per ottenere ciò cui si ha diritto, a maggior ragione nei momenti in cui del diritto si fa quotidianamente strame.
Quella con cui tutti i Firmino del Portogallo hanno a che fare, spiega l’avvocato, soprannominato Loton per la sua impressionante rassomiglianza con il grande attore Charles Laughton (che vestì proprio i panni dell’avvocato nello splendido dramma Testimone d’accusa, diretto da Billy Wilder), “è la peggiore borghesia […] nata negli ultimi vent’anni: soldi, incultura e tanta a arroganza. È gente terribile”.
Gente terribile, che Tabucchi descrive con la sua prosa agile, sfumata, delicata eppure puntuale, tagliente, chirurgica. Gente ignobile, cui bisogna contrapporre l’irresistibile non violenza del sapere, di un umanesimo temperato da comprensione, pietà e bellezza, e la scelta di un’esistenza nel medesimo tempo concreta e letteraria. Perché è solo nelle cose, e nelle pagine che le raccontano, che tutti noi abitiamo.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato un anno prima Agostino da Silva, detto Franz il tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell’alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l’esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse tra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.

Dove niente è quel che sembra, ma neppure il suo opposto

Recensione di “Le perizie” di William Gaddis

William Gaddis, Le perizie, Mondadori
William Gaddis, Le perizie, Mondadori

Centro di gravità di uno spiazzante romanzo-fiume, la verità – quella materiale con la quale ognuno di noi si confronta quotidianamente e i cui opposti sono menzogna e falsificazione, e il suo concetto, la sua idea, la sua filosofica rappresentazione – ha il fascino illusorio di un fuoco d’artificio, la fragile consistenza di un gioco da bambini e l’incosciente spensieratezza di una burla, di uno scherzo geniale architettato senza pensare alle conseguenze. Tema cardine dello splendido e quasi sconosciuto Le perizie di William Gaddis (due volumi di circa 800 pagine l’uno, pubblicati per la prima volta nel 1955), il vero, o meglio la sua negazione, la bugia in ogni sua forma, è principio e meta di un intreccio eccezionalmente complesso, di una trama che riunisce in sé un’infinità di vicende minori e le fonde nella superiore unità del paradosso, di un mosaico di storie che sembrano costruite apposta per replicare, nello stesso modo in cui si moltiplicano i cerchi concentrici nell’acqua in seguito al lancio di un sasso, le certezze di cui abbiamo (e facciamo) esperienza, e poi d’improvviso le negano, lasciandoci in preda a un raggelante nulla

Nel mondo di Gaddis, un “paese delle meraviglie” che non ha nulla di meraviglioso ma dove è norma tutto quel che è fuori dall’ordinario, dove splende abbacinante il sole dell’iperbole, dove ogni cosa non solo non è quel che sembra ma neppure il contrario di quel che sembra, perché se così fosse la si potrebbe con troppa facilità identificare, tutti vivono prigionieri in un gigantesco labirinto di insensatezze, consumando se stessi nella vana ricerca di una via d’uscita; in questa realtà umbratile, che molto somiglia alla caverna del mito platonico, agli uomini non rimane che la parvenza del vero, la sua immagine sfuggente meticolosamente ricostruita nel laboratorio alchemico della falsità.
Tuttavia, a differenza dell’uomo di Platone, schiavo dell’ignoranza ma a suo modo innocente, ingenuo, che in buona fede scambia per sostanza la propria ombra, l’uomo moderno del grande scrittore americano è figlio del peccato originale, conosce la differenza tra la verità e la sua negazione e consapevolmente sceglie la strada della mistificazione, lo spettacolo irresistibile del ribaltamento di prospettiva: in una parola, accetta di sacrificare la libertà autentica del vero (con l’immenso carico di responsabilità che comporta) per godere il piacere della dissimulazione, della potenziale universalità della bugia, capace, seppur per un limitato periodo di tempo, di vestire i panni di chiunque, di essere qualsiasi cosa.
E qualsiasi cosa (a eccezione di se stessi) sono i personaggi che affollano Le perizie, uomini e donne della più diversa estrazione sociale e culturale accomunati soltanto dal fatto di essere, letteralmente, menzogne personificate; nell’immenso castello di carte che Gaddis costruisce – con stile magnifico e fiammeggiante, attraverso scelte linguistiche ardite, funamboliche ricercatezze verbali, scintillanti dimostrazioni teoriche, interminabili digressioni che sembrano avere a proprio oggetto l’essenza stessa del sapere, il senso ultimo della volontà di conoscere – prende forma una storia quasi impossibile da raccontare (ma che una volta cominciata non si riesce più a smettere di leggere), si disegna un orizzonte composito, lungo il quale sfilano, come marionette, il falso medico, il cinico mercante d’arte, il talentuoso pittore specializzato (un po’ per delusione, un po’ per vendetta e un po’ per interessato calcolo) nella contraffazione dei capolavori dell’arte fiamminga, il critico osannato che mette le proprie competenze al servizio del miglior offerente – “La critica”, osserva pungente Gaddis, “è oggi l’arte più importante. Quella di cui abbiamo più bisogno” – lo scrittore perennemente impegnato nella stesura del suo capolavoro, che tutti considerano un plagio senza tuttavia riuscire a indicare quale sarebbe l’opera originale spudoratamente copiata, il severo uomo di chiesa protestante che carica su un carro bianco, colore destinato ai neonati e alle vergini, la salma della moglie…
Oltre a essere un romanzo di rara profondità, di squisita fattura e di travolgente ilarità, Le perizie è il manifesto di una visione del mondo; è la traduzione “disperatamente ottimista” dello smarrimento di un uomo che non riesce più a comprendere il contesto di cui è sempre stato parte, che non regge l’impressionante velocità dei suoi cambiamenti. Scritto alla metà del secolo scorso, questo capolavoro ha una sconvolgente lucidità di visione e una sbalorditiva capacità di anticipare temi e problemi della società d’oggi; moderna per composizione, quest’opera è per contenuto e architettura un classico letterario.
Prima del consueto incipit del romanzo, permettetemi due righe di saluto. Sto per partire per qualche settimana di mare; in questo periodo non aggiornerò il blog, spero avrete la pazienza di attendermi. A tutti voi, un ringraziamento per essere stati come fino a oggi, un arrivederci a presto e un augurio di buone vacanze. Ora spazio a William Gaddis (la traduzione, edizione Mondadori, è di Vincenzo Mantovani). Buona lettura.
Anche a Camilla erano piaciute le mascherate, quelle innocue dove la maschera si può gettare nel critico momento in cui si attribuisce una parvenza di realtà. Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni della Croce (per non parlare del carro funebre in cui ella viaggiava, un bianco veicolo trainato da due cavalli che somigliava a una barocca bancarella di dolciumi), avrebbe forse turbato la timida espressione della sua anima, se fosse stata visibile.

L’affare spagnolo: così, in seguito, lo chiamò il reverendo Gwyon; non con indifferenza, ma con un’aria di riservata preoccupazione. Aveva sempre amato viaggiare, prima; ed era stato questo impulso ad allargare i propri limiti a dare finalmente alla sorte il campo necessario alla sua operazione (in questo caso, una nave in rotta per la Spagna), e a costare la vita alla donna che aveva sposato sei anni prima. 

Perseguitato dall’ombra di Dio

Recensione de “Il mago di Lublino” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, Tea
Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, Tea

Funambolo, illusionista, “mago”, Yasha Mazur è una bizzarra figura d’artista, un uomo dal talento multiforme, un solitario che ha conoscenze in ogni strato della società ma che non sembra avere nessun vero amico, e che pur avendo una moglie devota coltiva ovunque amanti. Yasha il mago è un ebreo e tuttavia non ha fede; crede, certo, ma la sua religiosità è una sorta di deismo, un pensiero squisitamente razionale che pur riconoscendo (o meglio ammettendo) l’esistenza di un’intelligenza ordinatrice del mondo, rifiuta la sua identificazione con qualsivoglia divinità delle religioni positive e disprezza le ritualità che ne accompagnano la devozione (“esisteva un Creatore, che però non si rivelava a nessuno e non lasciava capire in alcun modo cosa fosse permesso o proibito. Coloro i quali parlavano in suo nome erano mentitori”).

Figura quasi indefinibile, sospesa tra le sconfinate possibilità del sogno, di cui la magia in fondo non è che un’espressione, e la durezza di un vivere quotidiano nutrito solo di preoccupazioni materiali, dolore e rimpianto, Yasha è il protagonista del meraviglioso romanzo di Isaac B. Singer Il mago di Lublino. Le sue continue riflessioni sul bene e sul male, sull’ombra di Dio che sembra seguirlo ovunque e sfidarlo a dimostrare, a dimostrare razionalmentela sua inconsistenza, a denunciarne la patetica invenzione, il suo agire caotico, impulsivo, governato soltanto dall’istinto, dalla prepotenza del bisogno immediato, eppure in qualche strano modo anche etico, rispettoso, obbediente a principi sacri (non esiste serratura o congegno meccanico che Yasha non riesca a forzare, nonostante ciò, egli non ha mai pensato di sfruttare questa sua eccezionale capacità per compiere furti), sono specchio dell’essenziale fragilità della condizione umana e dell’insondabile mistero nella quale si trova immersa.

Colosso dai piedi d’argilla, Yasha è un personaggio orgoglioso e patetico insieme; Singer lo disegna con umanissima pietà, ne compone il ritratto psicologico con cura amorevole e precisione assoluta, evidenziandone il coraggio come le debolezze, illuminandone allo stesso tempo risolutezza e indecisione. Il mago di Lublino è un uomo che ha scelto di interpretare la vita perché si è reso conto di non essere abbastanza forte per affrontarla; che ha deciso di camminare su una corda tesa sospesa nel vuoto e di compiere centinaia di altri esercizi di abilità per sfuggire a doveri di certo più prosaici ma anche molto più impegnativi; che si è concesso la più ampia libertà di amare per non essere costretto a educare la propria passione alla fatica della fedeltà responsabile.

È con occhi di bambino che Yasha giudica se stesso e il proprio tempo; con fanciullesca ingenuità egli trova giustificazioni per il proprio comportamento, e senza apparente rimorso si fa scudo della sua dichiarata onestà. Che importa, infatti, che ami più di una donna se a ciascuna di esse si offre interamente? Cosa contano le sofferenze che causa alla moglie quando si allontana da lei per correre dall’amante, e poi quelle che patisce quest’altra donna quando il mago la lascia per non mancare a un altro appuntamento, se nessuna di queste azioni ha mai carattere definitivo, se Yasha, terminato il suo giro di spettacoli nelle sperdute cittadine della provincia polacca, torna immancabilmente a casa e ogni cosa riprende il ritmo di sempre?

Nell’organizzare la propria esistenza come un gioco di prestigio, come un’illusione, come una gioiosa rappresentazione in cui tutto può accadere, quest’uomo solo e ingannato da se stesso cerca un impossibile rifugio dalle proprie responsabilità. Ma la vita bracca Yasha come un’inferocita muta di cani che abbia fiutato la preda e non intenda lasciarsela scappare; gli tende i suoi tranelli, lo seduce, e alla fine lo punisce mostrandogli impietosa la vanità del suo affannarsi e distruggendo il suo magnifico castello di carte. Così, a quel che un tempo fu un mago, un artista ammirato e perfino temuto, non resta che l’espiazione dei propri peccati; Yasha torna a casa per l’ultima volta e si fa murare nel proprio cortile per consacrare ogni suo giorno a Dio, al Dio dei rabbini, della Torah e dei testi sacri, al Dio rifiutato per anni ma mai abbandonato del tutto, perché nel mondo ogni più piccola meraviglia canta le lodi del suo creatore ed è impossibile non vederla, non fermarsi ad ammirarla.

Il mago di Lublino è uno dei più intensi romanzi di Singer; nel narrare il dramma di un’anima assetata di verità, l’autore tocca temi di portata universale; per questa ragione in più di un’occasione il pensiero di Yasha (al pari della sua sofferenza) è quello di ciascuno di noi. Leggendo di lui, scopriamo noi stessi, impariamo noi stessi.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Bruno Oddera). Buona lettura.
Quel mattino Yasha Mazur, o il Mago di Lublino, com’egli era conosciuto ovunque tranne nella sua città natale, si destò di buon’ora. Rimaneva sempre a letto per uno o due giorni, dopo aver fatto ritorno da un viaggio; lo sfinimento imponeva che indulgesse a un sonno ininterrotto. Sua moglie Ester gli portava dolciumi, latte, un piatto di minestra d’avena; lui mangiava e tornava ad appisolarsi. Il pappagallo strillava; Yoktan, la scimmia, batteva i denti; i canarini fischiavano e trillavano, ma Yasha, ignorandoli, si limitava a rammentare ad Ester di abbeverare le cavalle. Avrebbe potuto fare a meno di impartirle tali istruzioni; ella ricordava sempre di attingere acqua al pozzo per Kara e Shiva, le loro due giumente grigie, o, come Yasha le aveva soprannominate, Polvere e Ceneri. Yasha, benché fosse mago, era considerato ricco; possedeva una casa e, insieme ad essa, granai, silos, stalle, un fienile, un’aia con due meli, persino un orto nel quale Ester coltivava le verdure che le occorrevano. Una sola cosa gli mancava: i figli. Ester non poteva concepire. Ma sotto ogni altro aspetto era una buona moglie: sapeva lavorare a maglia, cucire un vestito nuziale, cuocere al forno il panforte e le torte, estirpare la pipita ai polli, applicare una ventosa o sanguisughe, addirittura salassare un paziente. In età più giovanile aveva tentato rimedi di ogni sorta contro la sterilità, ma ormai era troppo tardi… aveva quasi quarant’anni.

Swann, il principio di un infinito narrare

Recensione di “Dalla parte di Swann” di Marcel Proust

 

Marcel proust, Dalla parte di Swann, Mondadori
Marcel Proust, Dalla parte di Swann, Mondadori

Forse nessuna definizione più di quella di romanzo riesce a evocare l’universalità, la totale assenza di confini, l’aristotelica potenzialità di divenir qualsiasi cosa, la bellezza quasi inesprimibile di un raccontare che abbraccia tempo e spazio e non conosce soste né limiti. Eppure, la parola romanzo sembra perdere tutta la propria forza, la propria spinta vitale, e ridursi a una specie di insufficiente categoria, di più, a una semplicistica etichetta, nel momento in cui la si accosta al monumentale lavoro letterario di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto. Non v’è dubbio, tuttavia, che i diversi volumi che compongono la sua opera (a partire dal primo, Dalla parte di Swann, di cui intendo trattare) siano romanzo, che la loro struttura narrativa rispetti le regole di questo tipo di lavoro, e che dunque sia ben presente la materialità di una storia e vengano offerte al lettore tanto la bussola (geografica e psicologica) di una particolareggiata descrizione d’ambiente quanto il confronto (intellettuale ed emotivo) con i personaggi.

Ma tutto questo, a ben guardare, non è che dettaglio; non riposano qui, infatti, né la ragione né il senso dell’inesausto scrivere dell’autore francese. Laddove il romanzo, qualsiasi romanzo, si fonda, e giustifica la propria esistenza, nella scelta del tema trattato, nella sua declinazione, nella decisione dello scrittore di celare o dichiarare apertamente le proprie intenzioni, di concentrarsi sull’analisi di un particolare o di illuminare un intero scenario, e ancora nell’azzardo stilistico, nella densità della prosa o al contrario nel suo rarefarsi, nella Ricerca proustiana tutti questi elementi costitutivi vengono derubricati a questioni di secondaria importanza e finiscono per rendere impossibile, o per dir con più esattezza del tutto inutile, guardare ad essa partendo da questi punti di vista. Così, eccoci di fronte a un vero e proprio paradosso, che ci costringe ad ammettere che giudicare Proust secondo criteri squisitamente romanzeschi equivarrebbe a decidere della sostanza religiosa della Bibbia concentrandosi soltanto sulla correttezza della punteggiatura. Che fare, dunque? Come affrontare questo capolavoro affascinante e terribile come un mare in tempesta? Con ogni probabilità, la sola risposta possibile è questa: accettandolo. Immergendocisi. Viaggiandoci insieme e dimenticando, immediatamente dopo essere partiti, di avere una meta, perché il proustiano atto di scrivere è, essenzialmente, ricerca, un continuo peregrinar per sentimenti, ricordi, passioni che non ha lo scopo di recuperare qualcosa di definito, ma l’intenzione, ben più ardita, ben più folle e fino a oggi mai più eguagliata, di ritrovare altri sentimenti, altri ricordi, altre passioni, altri pensieri, che come nuovi punti d’arrivo, in una continua circolarità nutrita dal sostegno fedele della parola, innescano nuove ricerche.

Scrive Carlo Bo nella prefazione all’opera completa edita da Mondadori (collana I Meridiani) e tradotta da Giovanni Raboni: “Questo Proust così letterario, così permeato di intenzioni letterarie, non ha nessuna fiducia nei poteri primi della letteratura; o, per essere più precisi, a un certo punto della sua speculazione si è accorto che sotto un regime di dissoluzione non esistono categorie resistenti oltre l’illusione e che la funzione dell’arte è proprio questa di convincere l’uomo della sua sostanziale miseria e del suo navigare in un mare imperscrutabile. Si ha l’impressione che spinga sempre la sua barca verso il mare aperto epperò quando sta per toccare la terra – sia pure una terra immaginaria – ricomincia da capo. Se fosse vissuto, non avrebbe potuto far altro che continuare a scrivere la Recherche”.
L’affresco, l’inestricabile eppure chiarissimo intreccio di memorie e sensazioni, di attimi che sembrano prendere vita dal sogno per poi ritrovarsi catapultati nel reale e il momento successivo sgranarsi come immagini colte nel dormiveglia per recuperare tutta insieme la propria sostanza nello slancio di un ricordo improvviso o nella spontaneità di una riflessione innescata dal caso, ha, in Dalla parte di Swann, i colori tenui della fanciullezza dell’autore e il quieto respiro della vita di provincia (nel villaggio di Combray), e nello stesso tempo una nervosa tensione verso il futuro, l’angosciosa preoccupazione nei confronti dell’ignoto rappresentata dalla figura di Swann, attraverso il quale il raccontare di Proust si allarga a macchia d’olio, toccando il quadro familiare, il ritratto sociale, la parentesi onirica per poi sempre tornare, con fedeltà d’innamorato, al suo nucleo originario, alla scintilla di memoria, all’occasione di ricordo, a tutto ciò che offre all’uomo l’eternità del pensiero e il miracolo della sua espressione.
Eccovi l’incipit di Dalla parte di Swann. Buona lettura.

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «Mi addormento». E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso un piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolava la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi incomprensibile, come i pensieri di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; l’argomento del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; immediatamente recuperavo la vista e mi sbalordiva trovarmi circondato da un’oscurità che era dolce e riposante per i miei occhi ma più ancora, forse, per la mia mente, alla quale essa appariva come una cosa immotivata, inspiegabile, come qualcosa di veramente oscuro.

Padre Brown, acuto psicologo del delitto

Recensione de “Il candore di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Autore tanto raffinato quanto colto, amante appassionato del paradosso e della sorpresa ben congegnata, romanziere eccelso (in questo blog ho già trattato due suoi splendidi lavori, L’uomo che fu Giovedì qui e Il Napoleone di Notting Hill qui), polemista arguto, aforista geniale, e ancora commediografo, saggista, giornalista, esteta della letteratura e, non ultimo, finissimo conoscitore dell’animo umano, Gilbert Keith Chesterton è in qualche modo uno scrittore universale. Per ogni possibile declinazione della parola, infatti, egli nutre un irresistibile interesse; la sua spumeggiante vivacità intellettuale, unita a un talento narrativo non comune e a uno stile freschissimo, squisito, rigoglioso, regala una dimensione nuova al romanzo, presentato al lettore con la genuina spontaneità di un’invenzione estemporanea ma in realtà costruito con ingegneristica precisione.
Allo stesso modo rinnova il saggio, cui dona la piacevolezza di una prosa che sa affrontare con scherzoso acume qualsiasi argomento, persino il più arduo, il più scomodo, il più teoreticamente pericoloso (basti pensare ai suoi lavori sul cattolicesimo, cui si converte, non senza indugi, nel 1922), e reinventa, senza peraltro snaturarlo, l’aforisma, aprendo la sua sentenziosità decisa e senza appello al respiro ampio del racconto, della vicenda articolata, perfino alla brusca svolta del colpo di scena.
Inevitabile, dunque, che un così entusiasta, vulcanico e infaticabile virtuoso delle belle lettere decidesse di misurarsi anche con un genere allo stesso tempo diffuso e assai impegnativo: il giallo. Il grande scrittore inglese lo affronta da par suo, trasformando una suggestione, un’intuizione di un momento – per l’esattezza l’incontro con un ammiratore, un parroco irlandese di nome John O’Connor, la cui conversazione si rivelò straordinariamente affascinante – in una magnifica allegoria dell’eterno scontro tra Bene e Male. Ammiratore sincero del mystery e delle sue atmosfere, Chesterton sceglie di scommettere sul valore simbolico di questo tipo di intreccio; egli legge i delitti, i fatti di sangue, come “peccati dell’anima”, deviazioni, oscurità, abissi in cui sprofonda lo spirito delluomo, e per spiegarli, per sciogliere gli enigmi e scoprire il colpevole (e così, finalmente, comprenderne i moventi ultimi), inventa un’originalissima figura di detective, un prete, padre Brown, ricalcato sul religioso O’Connor che tanto l’aveva colpito.
Dimesso nell’aspetto, di modi riservati, quasi timidi, padre Brown non può contare sulle eccezionali capacità deduttive di uno Sherlock Holmes, né sulle superbe doti intellettive di un Hercule Poirot, eppure anche lui, proprio come i suoi illustri “colleghi”, giunge infallibilmente alla soluzione dei casi di cui si occupa. Merito del suo acume psicologico, o meglio, del suo ruolo di pastore. Nei colloqui di tutti i giorni con il “gregge” affidato alle sue cure (che solo un irriducibile ingenuo, ignaro delle cose del mondo, potrebbe definire innocente), e ancor più nei sussurri scambiati nel segreto del confessionale, Brown impara a conoscere i lati più inquietanti dell’uomo, e questo fa di lui il migliore dei detective possibili.
Brown infatti sa bene fin dove può spingersi una persona; i delitti possono certamente scuoterlo, impressionarlo, sconvolgerlo persino, mai però sorprenderlo, e questa situazione mette il mite ma determinatissimo prete in una condizione di chiaro vantaggio nei confronti dell’assassino. Egli riesce a pensare come l’omicida non in virtù di qualche particolare talento, ma per un semplice “allenamento” all’empatia: essere accanto al suo prossimo, chiunque sia, qualsiasi mostruosità gli alberghi nel cuore, è il “lavoro” di padre Brown. Di questo lavoro, l’indagine sui delitti non è che una naturale conseguenza.
Sono molte le raccolte di racconti che hanno per protagonista Padre Brown; pur essendo tutte più che godibili, le avventure migliori, per solidità di trama, inventiva, splendore descrittivo e disegno dei caratteri sono le prime due, Il candore di Padre Brown e La saggezza di padre Brown, pubblicate rispettivamente nel 1911 e nel 1914. Queste storie, raccontate con una prosa meravigliosamente fluida, ordinata ed elegante, sono dei veri e propri gioielli; piccoli capolavori ricchi di invenzioni, riflessioni, stuzzicanti bizzarrie – “La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono”; “Aristide Valentin era profondamente francese; e l’intelligenza francese è assolutamente e unicamente intelligenza” – dove l’omicidio, almeno finché non viene compiuto, finché il Male non diventa realtà concreta, sembra quasi un accidente, un capriccio del caso.
Eccovi l’inizio di uno dei racconti contenuti ne Il candore di padre Brown (a mio avviso il migliore del volume), intitolato Il martello di Dio.
Il piccolo villaggio di Bohum Beacon era appollaiato sopra una collina così ripida che l’alta guglia della sua chiesa sembrava la punta di una piccola montagna. Ai piedi della chiesa c’era la bottega di un fabbro, per lo più rosseggiante di fuochi e sempre cosparsa di martelli e pezzi di ferro; di fronte, oltre un incrocio di viuzze acciottolate, c’era «Il Cinghiale Azzurro”, l’unica osteria del posto. In questo incrocio, in un’alba plumbea, due fratelli si incontrarono per la strada e si parlarono; ma uno finiva la giornata e l’altro la incominciava. Il reverendo e onorevole Wilfred Bohun era molto pio, e si dirigeva a compiere qualche austero esercizio di preghiera o di contemplazione mattutina. Il Colonnello e onorevole Norman Bohun, suo fratello maggiore, non era per nulla pio, e se ne stava seduto in abito da sera a una tavola del «Cinghiale Azzurro», bevendo quello che un osservatore filosofo era lieto di considerare sia il suo ultimo bicchiere del martedì che il primo del mercoledì. Il Colonnello era indifferente alla questione.