A Dublino, in un vicolo cieco

Recensione di “Gente di Dublino” di James Joyce

James Joyce, Gente di Dublino, Mondadori

Città morente, perduta, dimentica di sé, spogliata di ogni qualità etica e priva di slancio spirituale, la Dublino che James Joyce presenta in Gente di Dublino, una delle sue opere più note, è insieme uno specchio – nelle cui miserie morali e nei cui pregiudizi, notava Ezra Pound, molte altre città potrebbero riconoscersi – e il simbolo della “perduta innocenza” dei suoi abitanti (a loro volta simbolico ritratto dell’uomo inteso in senso generale). “La mia intenzione”, scrive l’autore nel maggio 1906 per spiegare il senso del suo lavoro, rifiutato da più di un editore e tacciato di immoralità, “era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. I racconti sono posti in questo ordine […]. Non posso fare di più, né posso cambiare quello che ho scritto”.

Ed è proprio con l’attenzione e la cura dello storico che il grande scrittore irlandese racconta l’angosciosa realtà del suo mondo; lo fa per mezzo di una prosa ricca di suggestioni e sfumature, viva, scalpitante addirittura, eppure trattenuta, quasi mortificata nella spirale soffocante della minuziosa descrizione d’ambiente, nella sofferta essenzialità dei dialoghi, strumento principe d’incomunicabilità, e nel ritratto (fisico e psicologico) dei protagonisti dei diversi racconti che compongono il suo libro – uomini e donne prigionieri del proprio tempo, del tutto incapaci di comprenderlo e di rappresentarlo, supini a regole di comportamento e di valutazione del bello e bel buono, del giusto e dell’ingiusto sature di ipocrisia, malvagità e menzogna, o nel migliore dei casi di intollerabile ignoranza.
Uomini e donne come le sorelle Nannie ed Eliza (personaggi del racconto intitolato Le sorelle, con cui si apre il volume) che, rese cieche, e quel che è peggio, insensibili, dalla loro religiosità rigida e ottusa, non nutrono dubbi di sorta sull’amata figura di Padre Flynn (il vero protagonista della vicenda narrata), prete ormai in fin di vita che sembra aver dimenticato da tempo senso e ragione della propria vocazione; o come l’odioso Farrington, uomo uguale a tanti, a troppi, privo di qualità, impiegato mediocre che sfoga le frustrazioni e le umiliazioni patite sul lavoro in una violenta tirannia familiare che inevitabilmente colpisce il più debole e indifeso della cerchia, il figlio (indimenticabili, nella loro tragica desolazione morale, gli ultimi momenti del racconto, le urla disperate del piccolo selvaggiamente picchiato dal padre armato di bastone, la sua inutile implorazione di pietà, l’offerta di una preghiera riparatrice indirizzata alla Madonna: “Oh pa’! Non picchiarmi pa’! Dirò… dirò un’Ave Maria per te… Dirò un’Ave Maria per te, pa’, se non mi picchi… Dirò un’Ave Maria”); o ancora come i politici e i faccendieri che, nel bellissimo racconto intitolato Il giorno dell’edera nell’ufficio elettorale, non sanno fare di meglio, per commemorare Charles Stewart Parnell, considerato alla stregua di un eroe nazionale per la sua coraggiosa battaglia in favore dell’autonomia dell’Irlanda, che brancicare vuote frasi fatte grondanti retorica e declamare una poesia di imbarazzante pochezza.
Racconto dopo racconto, lungo un’ininterrotta teoria di macerie (materiali e simboliche) Joyce illustra i diversi passaggi di un’esistenza (quella di Dublino, che come già anticipato è potenzialmente quella di qualsiasi altro luogo del mondo, e quella dei suoi abitanti, che possono essere, e a conti fatti sono, tutti gli uomini), ne enumera i vizi, le debolezze, i peccati e ne segue il cammino fino alla morte, che silenziosa trionfa nel lungo racconto che chiude l’opera (I morti).
 
Gente di Dublino è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento; è un archetipo, un modello, se non squisitamente letterario (ma lo è anche da questo punto di vista), di certo psicologico ed etico. Lo “stadio” morale dell’uomo raccontato da Joyce, infatti, non è un’età che ci siamo lasciati alle spalle, non è un’era o un periodo storico cui possiamo regalare uno sguardo distratto o il neutro interesse dello studioso, è la nostra condizione. Joyce ci insegna a esserne consapevoli, e a restare vigili.
Eccovi l’inizio dell’ultimo racconto, il più importante. La traduzione, per Mondadori, è di Attilio Brilli. Buona lettura
Lily, la figlia del custode, non si sentiva più le gambe dal gran correre. Non faceva a tempo ad accompagnare un invitato nello sgabuzzino dietro la dispensa, a pianterreno, e ad aiutarlo a togliersi il soprabito, che l’asmatico campanello d’ingresso riprendeva a suonare, e lei doveva trottare lungo il corridoio spoglio per introdurre un altro ospite. Buon per lei che non doveva occuparsi anche delle signore. A quello avevano pensato la signorina Kate e la signorina Julia, che avevano trasformato il bagno del piano di sopra in uno spogliatoio per signore. Erano appunto là le signorine: chiacchieravano, ridevano, si davano un gran daffare e, a turno, comparivano in cima alle scale, affacciandosi alla ringhiera per domandare a Lily chi fosse venuto.

Era sempre un grande evento il ballo annuale delle signorine Morkan. Vi intervenivano tutte le loro conoscenze: parenti, vecchi amici di famiglia, le coriste di Julia, tutte le scolare di Kate in età di parteciparvi, e perfino qualche allieva di Mary Jane. Mai una volta che non fosse riuscita una festa briosa: per anni e anni era sempre andato tutto splendidamente, per quanto almeno si poteva ricordare, da quando cioè Kate e Julia, dopo la morte del fratello Pat, avevano lasciato l’abitazione in Stoney Batter, e con l’unica nipote, Mary Jane, erano andate a stare nella buia e squallida casa di Usher Island, di cui avevano preso in affitto il piano superiore dal signor Fulham, il commerciante di granaglie all’ingrosso del pianterreno.

Il teorema della speranza. E dell’infelicità

Recensione di “Il matematico indiano” di David Leavitt

David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori
David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori

C’è sincera ammirazione, oltre a un pizzico di compiaciuta perfidia, nella descrizione dell’ambiente accademico di Cambridge di inizio Novecento che David Leavitt offre ne Il matematico indiano, coinvolgente romanzo pubblicato nel 2007 e che due anni più tardi si è aggiudicato il premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera. La storia che racconta è quella, vera (seppur modificata per ragioni squisitamente narrative), dell’amicizia intellettuale tra l’insigne matematico G.H. Hardy e uno sconosciuto contabile indiano, Srinivasa Ramanujan, geniale mente matematica costretta all’anonimato (e quel che è peggio alla clandestinità dei propri studi) dal semplice fatto di non essere nato in Occidente e dalla sfortunata condizione sociale. Dopo aver scritto, senza ottenere risultati, ad altri professori, Ramanujan decide di rivolgersi ad Hardy, che, colpito dai calcoli e dai teoremi che l’uomo acclude al suo scritto, gli risponde. È da qui che prende avvio tutta la vicenda, che l’autore sceglie di raccontare attraverso due differenti scansioni temporali: il personale ricordo di Hardy (che avrebbe dovuto costituire il tema di una conferenza organizzata all’Università di Harvard a parecchi anni di distanza dagli avvenimenti) e la narrazione vera e propria dei fatti.

Quel che prepotentemente emerge da questo doppio binario espositivo è l’umana fragilità di tutti i protagonisti del romanzo. A partire da Hardy, tanto rigoroso nel suo lavoro quanto incapace di vivere la propria vita al di fuori dell’ambiente universitario (peraltro sopportato con estremo disagio), per continuare con i suoi colleghi del corpo insegnante, tutte eminenti personalità del panorama culturale mondiale (il filosofo e logico Bertrand Russell, che Leavitt malignamente dichiara affetto da pestilenziale alitosi, e che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, paga in prima persona la strenua difesa delle proprie convinzioni pacifiste; l’economista John Maynard Keynes; il padre della filosofia analitica George Edward Moore; John Littlewood, altro grande matematico, che nasconde i propri tormenti dietro una spensieratezza di facciata, tutti membri dell’esclusivo club studentesco degli Apostoli, alle cui riunioni settimanali partecipano per dare sfogo alla propria “normalità”, cercando – e in qualche caso addirittura mendicando – tra gli altri aderenti, considerazione, attenzione e amore; e ancora il brillante studente Ludwig Wittgenstein, scandalizzato proprio dalla “libertà” di quelle riunioni) e infine con Ramanujan stesso, consumato dal desiderio di veder riconosciuto il proprio valore, di prendersi la rivincita su tutti coloro che, per gran parte della vita, lo hanno ignorato, ma incapace di adattarsi alla vita di un college inglese e imbarazzato dall’eccesso di attenzioni che gli vengono riservate.
“Compagno di strada” dei suoi personaggi, Leavitt ne coglie con commovente sensibilità tutte le sfumature di carattere e lascia che siano le scelte, le decisioni, i dubbi, i ripensamenti, i rimpianti di ciascuno a dettare i tempi del suo racconto e a dare volto e cuore alla materia fredda (anche se solo in apparenza) dei numeri, che tuttavia lo scrittore americano presenta al lettore con impeccabile e fascinosa chiarezza (le pagine che riportano i tentativi di dimostrazione dell’ipotesi di Riemann, il lavoro di una vita di Hardy, e per certi versi anche di Ramanujan, si leggono con il medesimo trasporto dei capitoli dedicati agli amori dello stesso Hardy, al suo ruvido ateismo, alla rassegnata nostalgia del giovane indiano per la giovanissima moglie lontana, alla sua complicata situazione familiare, al generale sconvolgimento prodotto dalla Grande Guerra); il risultato di questo lavoro, impreziosito da una scrittura fluida e di notevole eleganza formale, è un romanzo bellissimo, al tempo stesso crepuscolare e avvincente, magicamente sospeso tra realtà e invenzione.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
L’uomo seduto accanto al podio sembrava vecchissimo, almeno agli occhi dei suoi ascoltatori, per la maggior parte giovanissimi. In realtà non aveva ancora sessant’anni. La sfortuna degli uomini che sembrano più giovani della loro età, pensava spesso Hardy, è che a un certo punto della vita oltrepassano un confine e cominciano a sembrare più vecchi di quanto non siano. Quando era uno studente universitario a Cambridge, veniva regolarmente scambiato per un ginnasiale in visita. Quando era già un docente, veniva regolarmente scambiato per un laureando. Adesso l’età lo aveva raggiunto e superato, e sembrava l’incarnazione dell’anziano matematico che il progresso si è lasciato alle spalle. “La matematica è un gioco per uomini giovani” – lui stesso avrebbe scritto queste parole di lì a pochi anni – e per lui era durato più che per molti altri. Ramanujan era morto a trentatré anni. Gli ammiratori odierni, affascinati dalla leggenda di Ramanujan, facevano congetture sui risultati che avrebbe potuto conseguire se fosse vissuto più a lungo, ma l’opinione personale di Hardy era che non avrebbe ottenuto molto. Era morto lasciandosi il lavoro migliore alle spalle.
Questo avveniva a Harvard, nella New Lecture Hall, l’ultimo giorno d’agosto del 1936. Hardy era uno dei numerosissimi studiosi convocati da tutto il mondo per ricevere la laurea ad honorem in occasione del trecentesimo anniversario dell’università. Tuttavia, a differenza della maggior parte dei partecipanti, non era lì – e neppure era stato invitato, intuiva – per parlare del suo lavoro o della sua vita. Questo avrebbe deluso il suo pubblico. Volevano sentirlo parlare di Ramanujan.

Sberleffo al Duce con delitto

Recensione di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda

Se lo stile letterario di Carlo Emilio Gadda avesse un corrispettivo filosofico, lo si potrebbe qualificare come una sorta di felice “hegelismo senza Hegel”. A differenza, infatti, del pensatore di Stoccarda, i cui tentativi di seguire e spiegare le determinazioni successive del concetto (che in ultima analisi si rivela essere il senso della storia, la verità che si compie) si sono concretizzati in una messe di opere caratterizzate da un linguaggio inutilmente involuto, retorico e oscuro (specchio di un sistema di pensiero fondamentalmente insincero, che purtroppo ha avuto molta più influenza di quanto avrebbe meritato), Gadda ha risolto l’irriducibile complessità della vita rinunciando a spiegarla ma in compenso descrivendola in tutti i suoi aspetti attraverso un linguaggio evocativo e fiammeggiante, ricchissimo di soluzioni originali, nel quale memorie dialettali si mescolano a invenzioni e neologismi; il suo registro espressivo è sorprendente, di rara efficacia e ironico fino alla ferocia.
Gadda – unico nel panorama letterario italiano – utilizza parole e sintassi con piena libertà, quasi ci giocasse; ma la spensieratezza dei suoi equilibrismi grammaticali è solo apparente; l’autore, infatti, non sperimenta alla cieca, conosce alla perfezione la lingua ed è proprio per questa ragione che può permettersi di portarla oltre i propri confini (non a caso, Carlo Emilio Gadda è uno dei pochissimi autori nel panorama letterario mondiale a essere praticamente intraducibile; proposti in altre lingue, i suoi romanzi vengono spogliati del loro tesoro più grande, la capacità di guardare alla lingua italiana da una prospettiva “impossibile”, e di ribaltare, o meglio ancora di ignorare, qualsiasi regola, qualsiasi codice, qualsiasi struttura, qualsiasi riferimento per dar vita a una realtà più ricca e più grande).
Tuttavia, non è a un puro formalismo che la prosa di Gadda approda. È vero che nei suoi romanzi non è la trama in senso stretto la cosa più importante, ma va detto che non è neppure un ingrediente da cui si possa prescindere. Per spiazzante, “folle” e immaginifica che sia, infatti, la scrittura di questo geniale autore rimane sempre fedele a un disciplinatissimo realismo. In uno dei suoi lavori più noti, per esempio, lo splendido Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Gadda esercita il proprio straripante talento misurandosi con il giallo, ma utilizza il fatto di sangue al centro della narrazione (l’omicidio della moglie di un uomo facoltoso, consumato in un palazzo non lontano dal Colosseo nel quale poco tempo prima erano stati rubati dei gioielli appartenenti a un’anziana donna) sia per ribadire le proprie convinzioni politiche radicalmente antifasciste – il libro, pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista Letteratura nel 1946, è ambientato nel 1927, e con compiaciuta perfidia l’autore non solo sbeffeggia il Duce affibbiandogli, tra molti altri, l’irriguardoso nomignolo di Predappiofesso, ma nel scegliere un fatto di sangue, e il disordine, la paura e l’instabilità che inevitabilmente porta con sé, colpisce al cuore uno dei simboli centrali della retorica mussoliniana, quello che si richiama all’ordine, alla sicurezza, alla garanzia di protezione per tutti i cittadini – sia per presentare al lettore la sua visione del mondo e degli uomini.
Così, mentre le indagini del commissario della Squadra Mobile della Polizia Francesco Ingravallo cercano di far luce sul delitto, al centro del racconto sfilano personaggi che incarnano i peggiori vizi umani (dagli appartenenti agli eleganti ambienti borghesi, che nascondono sempre più di quanto siano disposti a mostrare, fino agli uomini e alle donne del proletariato romano, abbruttiti dalle difficili condizioni di vita, e ancora ladri, delinquenti della peggiore risma, ruffiani, prostitute); Gadda li racconta per quello che sono, senza finzioni e senza risparmiare nulla, ma anche senza dimenticare che la vita è un inestricabile “pasticciaccio” di dramma e commedia, di dolore e serenità; un pasticcio in cui dietro l’angolo della più terribile delle tragedie può trovare posto uno scoppio di riso liberatorio.
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è uno dei grandi capolavori della letteratura italiana. Leggetelo, imparerete che non sempre, in un giallo, la cosa importante è smascherare il colpevole.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo.  

L’Oriente e l’Occidente in una miniatura

Recensione di “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

 

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi

Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, è un romanzo perfetto. Lo è dal punto di vista dell’architettura narrativa, che mescola magistralmente, armonizzandoli tra loro, generi differenti (il giallo, il racconto amoroso, quello d’avventura, l’invenzione fiabesca e la rievocazione storica), così come per quel che riguarda lo stile di scrittura, sempre equilibrato, affascinante, di incantevole bellezza formale e nello stesso tempo dotato di una capacità d’analisi, di una radicalità di pensiero e di una coerenza intellettuale di rara profondità. Scrittore dotato di sensibilità acutissima e cristallino talento, Pamuk esplora l’infinito universo delle parole con entusiastica, ardente meraviglia e consumata saggezza; ed è grazie a questo atteggiamento – proprio del filosofo come dell’amante – che il grande autore turco riesce a dare alla sua prosa una ricchezza espressiva unica, caricandola di suggestioni ed emozioni, facendola esplodere, come fuoco d’artificio, in magnifici arabeschi, e poi confinandola nello spazio essenziale eppure ricchissimo di un cuore, di un’anima, luoghi dello spirito in cui dimorano gli uomini e i loro sogni, le loro speranze, le loro paure, il loro dolore.

In questo lavoro, ambientato a Istanbul alla fine del XVI secolo, Pamuk riprende uno dei suoi temi centrali, quello del conflitto (sempre incombente) e dell’incontro (auspicabile) tra Oriente e Occidente, dell’assoluta inconciliabilità, ma anche di un’eventuale mediazione – e ancor più di una feconda contaminazione, che si ha il dovere morale di cercare, di perseguire – fra tradizione e modernità; teatro di questo scontro tra culture è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove lavorano, agli ordini dell’anziano Maestro Osman, alcuni artisti dotati di eccezionale talento. La miniatura, il disegno ricercato e preciso che impreziosisce le pagine dei libri commissionati da sovrani, khan e scià in perenne ricordo delle loro gesta e delle vittorie conseguite in battaglia, diviene, nei continui rivolgimenti e nelle lotte intestine che dilaniano l’Impero Ottomano, bottino di guerra, passa di mano in mano al pari di altri tesori, ma non ha nulla a che vedere con il resto dei trofei, per quanto splendidi e preziosi possano essere. I libri miniati, infatti, così come coloro che li creano (le cui vite finiscono per divenire una cosa sola con le opere cui si consacrano, per fondersi con esse), custodiscono e tramandano la storia dei popoli e delle nazioni, sono il modello eterno di tutto ciò che sarà; gli eserciti schierati e pronti all’assalto si fanno archetipo di ogni combattimento, proprio come la struggente storia d’amore di Cosroe e Sirin rivive, intatta, nelle passioni di ciascuno. Attraverso la miniatura (disegno immortale in quanto rappresentazione delle cose non così come le vediamo ma nel modo in cui Allah le vede), Pamuk spalanca al lettore un orizzonte da Mille e una notte, dove trovano posto racconti, aneddoti, ricordi, fantasie, la vita straordinaria di Behzat, il più grande fra i miniaturisti, e la descrizione del leggendario Libro dei Re di Scià Tahmasp.
Testimonianza di un sapere millenario, questa fittissima rete di rimandi è la cornice – come le pagine lo sono per i disegni – della trama vera e propria, che viene raccontata dando voce a tutti i protagonisti della vicenda (persone, ma anche disegni, colori, oggetti, e persino la morte e Satana). Un maestro miniaturista, soprannominato Raffinato, viene ucciso; lavorava, assieme ai suoi tre colleghi Cicogna, Oliva e Farfalla, a un libro che il Sultano in persona aveva commissionato a Zio Effendi, un esperto di pittura che aveva conosciuto la ritrattistica dei pittori veneziani e ne era rimasto affascinato e sconvolto. Il libro, una volta concluso, sarebbe stato qualcosa di rivoluzionario; inviato in dono al Doge, avrebbe mostrato tutta la potenza del Sultano e lo avrebbe fatto in modo inequivocabile per i veneziani e per tutti gli occidentali: attraverso disegni fatti all’europea, disegni che mostravano le cose, e le persone, dal punto di vista di chi guarda e non da quello eterno e immutabile di Allah. Per questa ragione Zio Effendi e Maestro Osman sono divisi da una rivalità insanabile; il primo, agli occhi del secondo, è corrotto da un’idea di pittura che è soltanto egoistica esibizione di talento, mentre Osman, per Zio Effendi, non è che un uomo stupido, incapace di vedere il destino ultimo di tutto ciò che ha vita: la morte e l’oblio. Tocca a Nero, nipote di Zio Effendi innamorato fin da bambino della bellissima Seküre, la figlia dell’uomo, scoprire l’identità dell’assassino e portare a termine il libro, perché soltanto in questo modo avrà la possibilità di coronare il proprio sogno più grande e sposare Seküre. Ma la via verso la verità è tanto tortuosa quanto pericolosa.
Il mio nome è rosso è un capolavoro letterario, un libro densissimo di storia, di invenzioni, di fantasia e di verità. È un autentico tesoro, al pari dei testi di cui parla e che restituisce alla curiosità ammirata del lettore.
Eccovi uno dei momenti più intensi del romanzo, parte del colloquio tra Zio Effendi (che racconta in prima persona) e l’assassino. Buona lettura
«Quando il libro sarà terminato, coloro che vedranno i disegni comprenderanno il mio talento? – chiese con la disinvoltura delle nostre vecchie abitudini di lavoro».
«Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano prenderà in mano e darà un’occhiata a questo libro, certo, prima controllerà, con la coda dell’occhio, se l’oro è stato usato correttamente, contemplerà il suo ritratto come se leggesse la dettagliata descrizione di un individuo, non ammirerà il nostro meraviglioso disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci farà un gran favore se vorrà perdere del tempo a guardare le meraviglie che disegniamo, ispirati dall’Oriente e dall’Occidente, con tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai che, se non accade un miracolo, non chiederà assolutamente chi abbia fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest’uomo e chi di questo cavallo e chiuderà a chiave il libro nel suo Tesoro. Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a disegnare, pensando sempre che un giorno avverrà quel miracolo. Rimanemmo un po’ in paziente silenzio».
«Quando accadrà quel miracolo? – domandò -. Quando verranno veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?Quando ci concederanno l’amore che merito, che meritiamo?».
«Mai!».
«Come?».
«Non ti daranno mai quello che vuoi – risposi. – In futuro sarai sempre meno compreso».
«I libri rimangono nei secoli», disse con aria orgogliosa, ma non del tutto sicuro di sé.
«Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede, la tua sensibilità, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi. Ma i loro disegni sono più convincenti, somigliano di più alla vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro, disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe, tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre, sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto a quello che fanno, che il loro disegno tenti di imitare il mondo mi sembra un’inezia, mi offende. Ma i disegni fatti con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello che l’occhio vede, come l’occhio lo vede. Loro disegnano quello che vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che è possibile far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una cosa del genere è talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai, i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli di tutti i paesi europei. Perché una volta che vedi quei disegni, anche tu vuoi vederti così e credere di essere una creatura completamente diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarità. I nuovi metodi permettono di disegnare l’uomo non come lo vede la mente, ma come lo vede l’occhio. In futuro, un giorno tutti disegneranno così. Quando si parlerà di disegno, tutto il mondo capirà quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto che non capisce nulla di miniatura, vorrà farsi fare il ritratto per credere, guardandosi la punta del naso, di non essere uno stupido qualsiasi ma una personalità speciale e unica».
«Eh, allora faremo quei disegni», disse lo spiritoso assassino.

«Non li faremo! – dissi. – Non hai imparato dal defunto Raffinato Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero è la stessa cosa. Nessuno si interesserà ai nostri libri, ai nostri disegni. E quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente e arricciando il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno i libri. Perché la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie, pian piano elimineranno i libri. 

La sterile verità dell’ispettore Sejer

Recensione di “La ragazza del lago” di Karin Fossum


Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer
Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer

Il pregio maggiore dei romanzi gialli di Karin Fossum, celebrata autrice norvegese sfortunatamente ancora poco nota in Italia, sta nella loro singolarità; in alcune particolarità che, pur nel pieno rispetto dei canoni stilistici e narrativi del genere, evidenziano il carattere originalissimo delle sue opere. La prima di esse è la prosa, che, agile, equilibrata ed elegante, introduce il lettore alla vicenda e subito si fa da parte; lo invita, verrebbe quasi da dire che lo seduce grazie al suo aggraziato scorrere e a creazioni di superba fattura, poi è come se lo risvegliasse da un incantesimo, lasciandolo, completamente disorientato, alle prese con l’inquietudine, il sospetto, e con un mistero da risolvere. La seconda è l’eccezionale abilità di Karin Fossum a elaborare paradossi; forte dell’assoluto nitore della sua scrittura, l’autrice ne fa una tela di ragno dentro la quale avvolge ogni cosa rendendola irriconoscibile (ma attenzione; la complessità e  la contraddittorietà sono attributi della realtà; alla Fossum va il merito, non comune, di vederli e restituirli intatti).

Così, le rigorose descrizioni d’ambiente si limitano a restituire a chi cerca la verità – il lettore, così come i poliziotti incaricati delle indagini, e nel caso specifico l’ispettore Sejer, protagonista di una serie di romanzi – lo scontato panorama che appare a un primo sguardo, la superficie del reale, al di sotto del quale, tuttavia, si intuisce l’esistenza di una materia oscura che è necessario portare alla luce ma che, quasi vivesse di vita propria, lotta con ogni mezzo per rimanere nell’ombra e nel silenzio; e ugualmente, quel che si scopre attraverso la costruzione dei personaggi e la conduzione dei dialoghi è quasi sempre irrilevante, oppure un’informazione che conduce a una falsa pista, o ancora un indizio sterile.
Nel labirintico La ragazza del lago, da cui è stato tratto un ottimo film (titolo omonimo) con Toni Servillo, è lo stesso crimine a non essere ciò che sembra: la polizia, infatti, si precipita in un placido villaggio convinta di doversi occupare della scomparsa di una bambina di sei anni, ma quel che invece si ritrova ad affrontare è l’omicidio di una ragazza, abbandonata nuda sulle rive di un lago, il corpo sistemato in perfetto ordine, composto come a mimare un rassicurante abbandono al sonno. La terribile notizia raggiunge quasi immediatamente i pochi abitanti del luogo (la gran parte dei quali conosce personalmente la ragazza) e Sejer comincia la sua inchiesta parlando con ognuno di loro. L’indagine però non decolla; malgrado gli sforzi dell’ispettore e dei suoi colleghi, il lavoro della polizia produce solo dettagli contraddittori, e come se non bastasse le dichiarazioni raccolte sembrano avere un sinistro denominatore comune, sono timide, reticenti, come se tutti in quel minuscolo angolo di mondo, indipendentemente dall’assassinio, avessero qualcosa da nascondere, colpe e segreti di cui vergognarsi. E in qualche modo è esattamente così che stanno le cose, perché le tragedie narrate da Karin Fossum vestono gli abiti comuni dei giorni che compongono il vissuto di ciascuno di noi.
Lontana da qualsiasi soluzione a effetto come da freddi artifici costruiti a tavolino, la scrittrice norvegese dipinge i suoi quadri con i colori chiari della sincerità e racconta ciò che vede; non necessariamente quel che accade davvero – non è il realismo l’ingrediente fondamentale del suo lavoro, i suoi romanzi non sono cronaca, sono opere di fantasia – ma quel che potrebbe ragionevolmente accadere date certe condizioni (in questo caso un villaggio in apparenza tranquillo, un certo numero di persone con un passato non proprio limpido alle spalle, una ragazza sfortunata e uno sgambetto del destino, o il puro verificarsi di una coincidenza, di un caso). E per prima cosa il suo sguardo si fissa sull’inestricabile groviglio di luce e oscurità che abita l’anima di tutti, e che evolve in un senso oppure nell’altro obbedendo a logiche sconosciute (o più probabilmente a nessuna logica), per concentrarsi, immediatamente dopo, sulla meccanica inevitabilità di quasi tutto quel che accade.
Per dipanare il filo della narrazione non serve altro. La vita, suggerisce Fossum, non ha un principio ordinatore, e il fatto che Sejer, con acume, perseveranza e coraggio ricostruisca i fatti, individui il colpevole e porti alla luce il movente non fa che provare l’esattezza di questa tesi; nell’indagare è come se compilasse un rapporto del tutto simile a quello che stila a cose fatte; la sola differenza tra i due documenti è che la prima stesura è più complessa di quella finale, contiene tutti i passaggi, le intuizioni corrette e quelle sbagliate; è l’accidentato percorso di una dimostrazione matematica: quella che sostiene che la vita è un’equazione per la quale non ci sono soluzioni definitive, solo tentativi di arginare l’imprevedibile irrompere del caos.
Eccovi l’inizio del romanzo (traduzione di Pierina M. Marocco). Buona lettura.
Ragnhild aprì lentamente la porta e guardò fuori. Sulla strada tutto appariva tranquillo; il vento, che per tutta la notte aveva sibilato fra le case, si era finalmente placato. Si voltò e trainò la carrozzina della bambola oltre la soglia.
«Non abbiamo nemmeno fatto colazione», protestò Marthe, dando una lieve spinta alla carrozzina per facilitarne l’avvio.
«A casa mi aspettano. Dobbiamo andare a fare la spesa», rispose Raghnild.
«Vuoi che venga da te più tardi?».
«Vieni pure se ne hai voglia. Quando saremo tornati dal negozio».
Era scesa sull’acciottolato e spingeva con difficoltà la carrozzina su per la salita che conduceva al cancello. La stradina era ripida; si voltò e cominciò a trainarsi dietro la carrozzina.
«A presto, Ragnhild».
La porta si chiuse con un rumore di legno e metallo. Ragnhild ebbe qualche difficoltà al momento della chiusura del cancello, ma non osò lasciarlo accostato; il cane di Marthe sarebbe potuto scappare. Accucciato sotto il tavolo del giardino, l’animale la seguiva attentamente con gli occhi. Assicuratasi di aver chiuso per bene, si avviò in direzione dei garage. Avrebbe potuto prendere la scorciatoia tra le case, ma aveva scoperto che con la carrozzina sarebbe stato troppo complicato.
Un vicino stava richiudendo la porta del garage. Le sorrise, abbottonandosi un po’ goffamente il soprabito con una sola mano. Lo stava aspettando, con un gradevole ronzio, una grossa Volvo nera.
«Ciao, Ragnhild, sei già qui? Forse Marthe non si è ancora svegliata?».
«Questa notte ho dormito da lei», spiegò la bambina. «Per terra, sul materasso».
«Ah, adesso capisco».

Dalla Bosnia al resto del mondo

Recensione de “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andric

Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori
Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori

La profondità dell’analisi sociale e politica di Ivo Andric, l’ampiezza e l’acutezza dei contesti storici nei quali ambienta i suoi romanzi, l’attenzione alle vite dei singoli, considerati, con tolstojana pietà, fulcro del procedere della storia, si devono principalmente alla sua non comune sensibilità, alla sua inesauribile umanità. Cantore di una terra, la Bosnia, allo stesso tempo tormentata e insignificante (quantomeno se paragonata, senza l’approfondimento che meriterebbe, ai destini di nazioni come l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia), ricchissima di tradizioni e di cultura, luogo di incontro di etnie diverse e soprattutto liquido confine tra Oriente e Occidente, Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, racconta, con stile inimitabile – capace di mescolare tra loro lirismo, allegoria, simbolismo, ricostruzione storica, riflessioni psicologiche e filosofiche – l’irriducibile complessità di questo angolo di mondo.

La diffusa condizione di povertà e di ignoranza, la semplicità della vita contadina, la spiritualità vivissima che emerge e prende forma nel potente afflato religioso del popolo, il rassicurante richiamo a una sorta di immutabile continuità (che ostinata sopravvive allo scorrere degli anni) legata al ripetersi di antichi riti; tutto questo Andric lo restituisce con la leale, aperta sincerità del testimone ma anche con la trascinante passione di chi sa di essere parte integrante della vicenda che racconta.

Nel suo romanzo più famoso, Il ponte sulla Drina, il grande autore bosniaco narra ben quattro secoli di storia; la sua prosa si concentra sui dettagli di un microcosmo periferico e via via allarga il proprio sguardo fino a comprendere l’intera Europa, e poi il mondo, sconvolto e trascinato oltre se stesso, in una realtà che non si credeva neppure capace di immaginare, dall’esplodere del primo conflitto mondiale. La sua scrittura sembra possedere le medesime caratteristiche della gente che descrive; ha la loro forza, la loro pazienza (che a un primo sguardo si rischia di scambiare per rassegnazione ma che in realtà è straordinaria forza di volontà), ne riflette la semplicità così come l’impressionante vastità del loro mondo interiore; e in un continuo mutare di accenti descrive la vita degli abitanti della cittadina di Visegrad.
Tagliata in due dal fiume Drina, Visegrad è unita da un ponte, fatto costruire nel Cinquecento dal visir Mehemed Pascià Sokolovic. Simbolo della sofferenza e del sacrificio di numerosissimi cristiani (che gli uomini del visir al potere hanno impiegato per la sua realizzazione), il ponte è tuttavia anche ciò che concretamente unisce le due religioni nemiche, quella cristiana e quella musulmana, e gli uomini che le rappresentano. Ed è tra le sue arcate e lungo il suo passaggio (circa duecentocinquanta passi di lunghezza) che, giorno dopo giorno, questi nemici imparano a conoscersi, a vivere, e forse a comprendersi l’un l’altro. Fin quando la guerra non segna il loro ingresso nel mondo, quello stesso mondo di cui hanno sempre fatto parte ma che per secoli si sono illusi di poter osservare da lontano, come spettatori in un teatro.
Il ponte sulla Drina è un’opera splendida, che coniuga il rigore del saggio storico al fascino classico del romanzo. Eccovi l’inizio, buona lettura.

Per la maggior parte del suo corso il fiume Drina s’apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi canon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sue sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Visegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un’improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzvanica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e ravvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d’aria.

Il vampiro d’inchiostro

Recensione di “Dracula” di Bram Stoker

 

Bram Stoker, Dracula, Mondadori
Bram Stoker, Dracula, Mondadori

Per un paradosso non infrequente nella storia della letteratura, uno dei libri più famosi in assoluto, Dracula, di Bram Stoker, non deve il proprio immenso successo alla messe di lettori che ha collezionato dalla sua pubblicazione a oggi, quanto piuttosto ai numerosissimi adattamenti (cinematografici e teatrali soprattutto) che ha ispirato. Risultato di questa curiosa sorte è che, pur sapendo perfettamente chi sia il terrificante vampiro non-morto creato dallo scrittore irlandese (Stoker nacque a Dublino nel 1847), e come si svolga la sua storia, ben pochi di noi hanno del personaggio, e degli accadimenti che lo riguardano, una conoscenza diretta, nata dalle pagine del libro. Eppure il romanzo è splendido, avvincente, e si presta a una molteplicità di letture. Né pregiudica il piacere della sua scoperta il sapere già per filo e per segno quel che succederà (anche perché in realtà, come sempre accade con le riduzioni tratte dai libri, non lo so si sa fino in fondo). In primo luogo, perché Stoker riesce da subito a sorprendere, scegliendo di narrare la storia del vampiro in una forma che, pur ricalcando quella del romanzo epistolare, se ne discosta e trova una propria felice originalità (i protagonisti del romanzo, a partire da Jonathan Harker, raccontano quel che gli succede in forma di diario personale, e le loro annotazioni, via via intrecciandosi sia a livello temporale sia dal punto di vista personale, danno vita alla trama complessiva dell’opera); poi per la finezza e la precisione della ricostruzione ambientale, per il magistrale crescendo della tensione drammatica e, non ultimo, per la perfetta caratterizzazione degli attori in gioco (l’equilibrio tra loro, tutti tratteggiati con la medesima attenzione perché ugualmente indispensabili allo svolgersi della vicenda, è particolarmente degno di nota se si considera l’ingombrante centralità della figura del vampiro e di quella del suo antagonista, Van Helsing, insieme medico, scienziato e mistico, pronto a combattere Dracula, e il male che rappresenta e incarna, anche con le armi della fede e della “superstizione”; croci, collane d’aglio, appuntiti paletti di legno).

Allegoria dell’eterno conflitto tra tenebre e luce, romanzo d’amore e d’avventura non privo di sottile sensualità, dolorosa parabola di solitudine, affascinante e romantica incursione nel mito alle soglie della razionale modernità novecentesca (il romanzo è stato scritto nel 1897), Dracula è un’autentica meraviglia letteraria, un’opera ricchissima. Il suo richiamo è irresistibile, non c’è che da prestargli orecchio.
Eccovi l’inizio del romanzo, si parte con il diario di Jonathan Harker. Buona lettura.
3 maggio, Bistrita. Lasciata Monaco alle 20,35 del 1° maggio, giunto a Vienna il mattino dopo presto; saremmo dovuti arrivare alle 6,46, ma il treno aveva un’ora di ritardo. Stando al poco che ho potuto vederne dal treno e percorrendone brevemente le strade, Budapest mi sembra una bellissima città. Non ho osato allontanarmi troppo dalla stazione, poiché, giunti in ritardo, saremmo però ripartiti quanto più possibile in orario. Ne ho ricavato l’impressione che, abbandonato l’Occidente, stessimo entrando nell’Oriente, e infatti anche il più occidentale degli splendidi ponti sul Danubio, che qui è maestosamente ampio e profondo, ci richiamava alle tradizioni della dominazione turca. Siamo partiti quasi in perfetto orario e siamo giunti a buio fatto a Klausenburg, dove ho pernottato all’albergo Royale. A pranzo, o meglio a cena, mi è stato servito un pollo cucinato con pepe rosso, buonissimo, ma che mi ha messo una gran sete (Ric.: farsi dare la ricetta per Mina). Ne ho parlato con il cameriere, il quale mi ha spiegato che si chiama paprika hendl, e che, essendo un piatto nazionale, avrei potuto gustarlo ovunque nei Carpazi. Ho trovato assai utile la mia infarinatura di tedesco; in verità, non so come potrei cavarmela senza di essa.

A Belfast, nella commedia come nel dramma

Recensione di “Eureka Street” di Robert McLiam Wilson


Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore
Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore

Una città attraversata dall’odio fratricida come da un’interminabile cicatrice; i segni della violenza e della lotta ovunque; sui monchi muri di mattoni sventrati dalle bombe, lungo sfinite facciate di case e palazzi coperte da un’assurda orgia di sigle, nella grigia rassegnazione dei vecchi come dei giovani, generazioni sacrificate, in un allucinante girotondo di morte, sull’altare di un ideale che, come il più crudele degli idoli, invoca il sacrificio umano.

Ma anche una città viva malgrado tutto, che non si stanca di mescolare il suo fiato odoroso di pioggia ai sussurri appassionati degli amanti, che ride sguaiata di sé nella penombra eccitata dei pub, dove le chiacchiere si rincorrono impazzite sulla schiuma della birra e le amicizie si rinsaldano a ogni nuovo brindisi, che con tutta se stessa vuole continuare a credere al proprio domani.
È la Belfast di Robert McLiam Wilson, che qui ambienta, datandolo al 1994, il suo romanzo Eureka Street, cronaca agrodolce dell’amicizia tra il protestante Chuckie e il cattolico Jake, trentenni con poca voglia di crescere alle prese con i soliti problemi di tutti: i soldi e le donne. Problemi che Jake, romantico inguaribile e impenitente, fatica non poco a risolvere, mentre Chuckie, tanto goffo nel corpo quanto dotato di una vivace intelligenza e soprattutto di uno strabiliante talento per gli affari, supera brillantemente arrivando a dar vita addirittura a un impero finanziario (e naturalmente guadagnando moltissimo anche in fascino).
Nel raccontare le avventure di questi eterni ragazzi, e dei moltissimi altri personaggi che ruotano attorno a loro, tutti disegnati con un efficacissimo gusto del paradosso ma anche con tocchi di delicato realismo, la scrittura di McLiam Wilson sprigiona un contagioso entusiasmo; è solare, irriverente come una replica ben piazzata, di quelle che lasciano l’interlocutore a bocca aperta, con gli occhi a cercarsi la punta delle scarpe, fresca, tambureggiante nel ritmo narrativo ma capace di momenti di quiete, di pause di introspezione, di acute parentesi di riflessione e d’analisi.
Costruito essenzialmente come una commedia, Eureka Street si misura anche con l’orrore della morte, con l’insensata, straziante volontà distruttrice di un attentato dinamitardo. McLiam Wilson si cala con tutto il suo tormentato coraggio nella descrizione dell’annientamento che segue l’esplosione; sembra condividere lo spaesato terrore dei sopravvissuti, di chi si trovava lì per caso; di chi ha assistito senza colpa e sa che non dimenticherà più; di chi ha miracolosamente conservato la propria vita soltanto per rendersi conto, in quell’istante, di non avere possibilità alcuna di proteggerla, di salvaguardarla.
Senza perdersi in artifici letterari, l’autore offre il suo sincero omaggio al dolore, e dopo aver chinato il capo di fronte alla morte, lo rialza per guardare oltre essa, per continuare a raccontare di Jake e Chuckie, del loro incrollabile sodalizio.
In una parola, della loro storia, che, insegna McLiam Wilson, come tutte le storie è una storia d’amore. Ed è una gran bella storia, dalla prima all’ultima pagina.
Ora spazio al libro, in Italia pubblicato da Fazi Editore. Buona lettura.
Tutte le storie sono storie d’amore.
Venerdì sera. Sei mesi fa (Sarah se n’era andata da sei mesi). In un pub.
Stavo facendo la corte a una cameriera di nome Mary: capelli corti, culo a mandolino e due occhioni da bambino infelice. La conoscevo da tre ore e avevo già perso la testa per lei.
Chuckie Lurgan si era tolto dai piedi da una mezz’oretta, dopo aver beatamente ignorato almeno venti minuti di cenni impazienti da parte mia e non prima di aver elegantemente dato fondo al contenuto delle sue tasche e all’ultimo goccio di birra.

Mary era una delle tante cameriere del pub, ma aveva fatto in modo di farsi notare. Inizialmente sembrava non le andassi a genio. Forse un altro al mio posto avrebbe sospettato che lo facesse per attirare la mia attenzione, ma io no, io avevo semplicemente pensato che avrebbe preferito vedermi morto, e non mi era neanche passato per la testa di chiedermi il perché. Era ostile, scontrosa e ispida come un porcospino. Sono sicuro che aveva capito che così mi avrebbe fatto innamorare. Ne sono proprio sicuro.

Cascarci sempre

Recensione de “Il circolo Pickwick” di Charles Dickens

A differenza di quanto comunemente si crede, Dickens non è uno scrittore per ragazzi; i suoi romanzi non sono ingenui, né l’universo morale che costruisce può dirsi semplice, o peggio scontato. Spesso nelle sue pagine è l’oscurità a serpeggiare, la tenebra dei peggiori sentimenti umani a palpitare, e il controcanto lieve, spensierato, che l’autore affida all’agire di alcuni personaggi o alla descrizione di determinati momenti altro non rappresenta se non la complessità, la varietà della vita, inestricabile groviglio di tragedia e commedia.
La maestria nell’utilizzo del bagaglio narrativo comico-brillante permette a Dickens di mascherare la forza d’urto dei suoi lavori; in qualche modo lo rende uno scrittore “adatto a tutte le età” ma nello stesso tempo ne cela la profondità, la ricchezza, l’inquietante splendore.
Eppure il “tesoro” Charles Dickens è lì, in piena vista. Riluce nelle storie narrate e soprattutto nell’intaglio dei personaggi, archetipi immortali dei più diversi tipi umani. Avvocati, filantropi, imbroglioni, usurai, aristocratici rigidi e impettiti, popolani tanto schietti da apparir brutali… nel teatro delle meraviglie dickensiano sembra esserci spazio per tutti.
In questa infinita galleria di ritratti, spicca il signor Samuel Pickwick, protagonista, assieme a un gran numero di altri caratteri, di un lungo e divertentissimo romanzo, Il Circolo Pickwick, forse la più allegra e vivace delle sue opere.
Ingenuo e puro al pari di un bambino, Pickwick, e con lui gli amici più cari, membri del circolo che porta il suo nome, vive ogni sorta di avventure; il mondo tende senza sosta i suoi tranelli a Pickwick, a ogni angolo di strada gli prepara una beffa, un’offesa, un danno, e sembra sempre sul punto di annientarlo, ma a dispetto di ogni avversità Pickwick resiste; con una spontaneità, una dolcezza e un’autenticità uniche nella storia della letteratura, Samuel sorride e tende la mano al suo torturatore, mormora garbate parole di gratitudine e si rimette in cammino.
Samuel Pickwick è l’amico che tutti vorremmo avere. Probabilmente è la persona che tutti vorremmo essere. Almeno un po’.
Nell’edizione Grandi Classici Mondadori, Il Circolo Pickwick è arricchito da un saggio introduttivo di G.K. Chesterton. Riporto qui la conclusione del suo scritto; non penso si possa presentare meglio di così l’illustrissimo signor Pickwick. Buona lettura.

A colui che è abbastanza savio da poter essere beffato non mancheranno mai le occasioni di correre avventure e di averne grande gioia. Sarà felice dentro alle trappole che altri gli avranno teso, cadrà nelle reti degli inganni e vi dormirà tranquillamente. Davanti a colui che è pervaso da una dolcezza più disarmante del semplice coraggio, tutte le porte si spalancheranno. E tutto questo è detto senza possibilità di equivoco in una breve e felice frase: cascarci sempre. Cadere in tutte le trappole vuol dire vedere l’interno di ogni cosa. Vuol dire godere l’ospitalità delle circostanze. Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico invece rimane chiuso fuori.