Perduto. Nella vita, nel mondo

Recensione di “O Lost” di Thomas Clayton Wolfe

 

Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni
Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni

“Questo libro, nella mia stima, è lungo tra le 250.000 e le 380.000 parole […]. Ma credo non sia corretto dare per scontato che un libro molto lungo sia un libro troppo lungo […]. Non ho mai chiamato questo libro romanzo. Per me è un libro uguale a quello che ogni uomo può avere in sé. È un libro fatto della mia vita e rappresenta la mia visione dell’esistenza fino al ventesimo anno di età”. A leggere questo biglietto, che accompagna un’opera torrenziale, titanica nell’elaborazione come nel risultato finale, convulsa, generosa, colorata e confusa come un sogno, elettrizzante e geniale, è Maxwell Perkins, editor della blasonata e prestigiosa Scribner’s Sons. Davanti a sé, Perkins ha centinaia di fogli che raccolgono una minuziosa geografia dell’America e dipanano, attraverso un lunghissimo arco temporale (che si apre nel 1863, alla vigilia della battaglia di Gettysburg, che decise le sorti della Guerra di Secessione, per chiudersi intorno al 1920), la storia di una famiglia e, nel succedersi delle generazioni, la tragica dissoluzione di ogni speranza. L’autore del libro, Thomas Clayton Wolfe, ottavo e ultimo figlio di un scalpellino e di una donna ossessionata dall’accumulo di denaro (al punto da trascurare qualsiasi altra cosa, e in primo luogo la famiglia), è un giovane fisicamente imponente, dal carattere complesso, labirintico, eccessivo e incontrollabile tanto nella timidezza quanto nell’ira, molto dotato per la drammaturgia e le lettere. Allevato nel più completo disordine morale e materiale, Wolfe cresce guidato soltanto dall’impulso, da qualche fortunoso mentore incontrato per caso (insegnanti il più delle volte) e dalla propria fiammeggiante immaginazione. Legge con avidità poeti, drammaturghi e romanzieri, in massima parte di lingua inglese (Shakespeare, Dickens, Scott, Wordsworth, Longfellow, John Donne, Coleridge e tanti altri), vive folli, trascinanti ed esclusive passioni letterarie, si dedica a un febbrile, onnivoro studio dei classici, ma il suo percorso, seppur straordinariamente fecondo, manca di metodo, di razionalità, e si traduce in una scrittura nervosa, segnata da un delirio di onnipotenza commovente e tragico, da una brama insaziabile e senza requie, che sembra voler infondere vita alle parole, trasformarle, mutarle d’essenza.

Creatore e creatura insieme, solitario e irraggiungibile demiurgo capace di fare dei propri anni la materia di una prosa incessante e infinita, di legare, grazie a un’astrusa ma felicissima chimica letteraria, il presente al passato e al futuro, di gettarsi a capofitto nella storia mescolando senza distinzione realtà e fantasia, e nello stesso tempo di viaggiare a velocità vertiginosa nel tempo che verrà profetizzando miserie e apocalissi con l’ispirata, barocca visionarietà di un oracolo, Wolfe, nelle circa ottocento pagine che compongono O Lost – il suo libro più ambizioso, drasticamente ridotto, proprio da Perkins, in occasione della prima, fortunata pubblicazione del 1929, e presentato al pubblico con il nuovo titolo di Look Homeward, Angel – racconta della sua famiglia e della sua città natale con accenti vigorosi, sanguigni, con stile vibrante e famelico, rincorrendo sia la verità dei fatti sia quella, fatalmente antitetica alla prima, del suo cuore e della sua anima. La sua confessione-fiume profuma di un’ingenuità soltanto in parte sincera nel camuffamento letterario di luoghi e persone (la natia Asheville che nel romanzo diviene Altamont, la famiglia Wolfe, che qui prende nome Gaunt, poi americanizzato in Gant, il contraddittorio eroe del romanzo, che invece di Thomas riceve il benaugurante nome di Eugene, anche se, si affretta a sottolineare l’autore, “ben nato non comporta come conseguenza certa il ben vissuto”); Thomas Wolfe-Eugene Gant è al centro della scena dalla prima all’ultima pagina del romanzo, lo è perfino prima di nascere, e lo è per esplicita volontà dello scrittore americano. Egli incombe sulla sua opera come un Dio avido e terribile; geloso di ogni parola, strappata da sé come un lembo di carne, Wolfe la rivendica, la contende al lettore e nel farlo lo trascina nel gorgo ipnotico di una prosa magniloquente, torrida, allucinata e soffocante, spalancando davanti al suo sguardo incredulo l’abisso di un inferno personale dove si parlano tutte le lingue del mondo, dove ogni anima è irrimediabilmente perduta perché identico è l’atto del nascere e quello del naufragare.

Ristampato in edizione originale nel 2000 negli Stati Uniti, e poi in Italia per i tipi della Elliot Edizioni (una menzione d’onore va al colossale lavoro di traduzione fatto da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) O Lost è un romanzo stupefacente. Una lettura che non somiglia a nessun’altra, un giro su una giostra impazzita che sconvolge, esalta e sfinisce. La scrittura di Wolfe è un magnifico deserto da attraversare; non azzardatevi a cominciare l’impresa se non siete più che sicuri di volerla portare a termine.

Eccovi l’incipit. Prima di augurarvi, come faccio sempre, una buona lettura, vi auguro buone vacanze. Mi concederò anche io qualche giorno di relax. Spero che continuerete a seguire “Il Consigliere Letterario”, ci rivedremo tra un paio di settimane.
… un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati. Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre. Dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra. Chi di noi ha conosciuto il fratello? Chi ha guardato nel cuore del padre? Chi non è rimasto per sempre prigioniero? Chi non è per sempre solo e straniero? O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi!

Nella più gloriosa e prospera nazione del mondo

Recensione de “Il Signore degli Orfani” di Adam Johnson

Adam Johnson, Il Signore degli Orfani, Marsilio
Adam Johnson, Il Signore degli Orfani, Marsilio

Prima il tono trionfalistico e spudorato della propaganda, poi le descrizioni feroci della realtà: la miseria assoluta e implacabile, la chirurgica violenza dello Stato, il meccanismo perfetto delle prigioni, che in ogni angolo del Paese ingoiano cittadini, ne consumano ogni energia costringendoli a massacranti turni di lavoro nelle miniere o nei campi e infine, privati perfino del sangue (risorsa preziosa, recuperata da zelanti squadre di addetti), li riconsegnano alla terra. E ancora le vite dei singoli, lo sbocciare meraviglioso e raro di esistenze irripetibili che il popolo, organismo collettivo e acefalo, osserva diffidente e distante, e il Partito, vigile, si preoccupa di identificare. Ed estirpare. Siamo nella più gloriosa, prospera e libera nazione del mondo, la Corea del Nord, guidata con saggezza, amore e paterno calore dal Caro Leader Kim Jong Il.

A raccontarla è lo scrittore americano Adam Johnson nel suo splendido romanzo Il Signore degli Orfani, finalista al National Book Critics Circle Award e vincitore per premio Pulitzer la narrativa 2013. Johnson, che ha personalmente visitato il Paese e incontrato Kim Jong Il, intreccia verità e finzione e costruisce una storia indimenticabile, che ha il respiro epico dell’avventura, la commossa intensità di un intreccio amoroso e la cruda, disarmante sincerità del reportage.

Sorretto da una prosa di limpida bellezza, da un linguaggio ricco, potente, evocativo, attento a ogni minima sfumatura di significato, il romanzo si divide di due parti; nella prima il protagonista è Pak Jun Do, orfano, come molti, troppi bambini coreani, perché figlio di una bellissima cantante, condannata proprio dalla sua avvenenza e portata nella capitale, Pyongyang, per deliziare qualche alto esponente del Partito, o forse il Caro Leader in persona. Nell’orfanotrofio Lunghi Domani, gestito dal padre di Pak Jun Do, per il quale il figlio non è che dolorosa memoria della scomparsa della moglie, il bambino cresce, più forte degli stenti, del gelo dell’inverno, dei “lavori volontari” cui i piccoli venivano assegnati: “D’estate riempivano i sacchetti di sabbia e d’inverno usavano sbarre metalliche per rompere le lastre di ghiaccio sulle banchine del porto. Negli impianti industriali, in cambio di una scodella di chap chai spalavano le spirali di metallo oleoso che uscivano a spruzzi dai torni. Negli scali merci ferroviari, però, venivano trattati meglio: yakejang piccante. Una volta, mentre con il badile svuotavano dei vagoni, trovarono una polvere che assomigliava a sale. E cominciarono a sudare, diventando tutti rossi: mani, facce e denti. Il treno aveva trasportato sostanze chimiche per la fabbrica di vernici. Rimasero rossi per settimane”.

Ragazzo, Pak Jun Do si arruola; impara l’arte del taekwondo e finisce a guidare squadre di incursori specializzate nel muoversi e nel combattere in totale assenza di luce nei tunnel scavati lungo la zona demilitarizzata che divide Corea del Nord e Corea del Sud. È qui che lo preleva un uomo dell’apparato; è stato scelto, gli viene spiegato, per missioni più importanti, più delicate; il rapimento di cittadini giapponesi, esercitazioni preparatorie al sequestro di una cantante lirica, “scelta” da un potente ministro di Pyonyang, che se ne è invaghito dopo averla vista in televisione.

Jun Do esegue, efficiente, tutti i compiti che gli vengono assegnati, ma ogni esperienza lo segna, nel corpo e nell’anima, e le sue cicatrici, poco alla volta, scavano una netta linea di demarcazione tra la sua coscienza, la sua idea di bene e male, di giusto e ingiusto, e l’obbedienza supina all’ideologia del Partito, alla “verità” contrabbandata dai proclami, dai discorsi abbaiati senza sosta dagli altoparlanti disseminati ovunque, per le strade, nelle fabbriche, in ogni casa. Finché Pak Jun Do non viene di nuovo promosso, e parte per una missione diplomatica in Texas. Sfortunatamente, il viaggio si rivela un fallimento, e il giovane viene punito: per lui si aprono le porte di una prigione. “Da questo punto in avanti”, scrive Johnson, “null’altro si sa a proposito del cittadino che risponde al nome di Pak Jun Do”.

La seconda parte del romanzo offre un radicale cambio di prospettiva. L’azione si sposta nella capitale e al lettore viene narrata un’altra storia, quella del Comandante Ga, Ministro delle Prigioni e delle Miniere, eroe di guerra, fraterno amico del Caro Leader ma anche suo acerrimo avversario; a dividerli, l’amore per una donna, Sun Moon, la più celebre attrice della Corea del Nord. Ga in realtà non ama Sun Moon, l’ha semplicemente strappata al Caro Leader, chiedendola come ricompensa per una delle sue vittoriose campagne belliche.

Ma, ed è questa la cosa più importante, il Comandante Ga descritto in queste pagine non è il vero Comandante Ga, è un impostore, è un detenuto fuggito chissà come da una prigione, un nemico dello Stato che è riuscito a compiere l’impensabile; ha ucciso il vero Comandante Ga e ne ha preso il posto. È diventato il marito di Sun Moon, il nuovo padre dei suoi due figli e il nuovo amico del Caro Leader. Questo Comandante Ga, che in realtà è Pak Jun Do, ha potuto cambiare le cose perché ha compreso quel che milioni di cittadini si sono sempre limitati a subire; ha capito di vivere in un Paese “in cui la gente era addestrata ad accettare qualunque realtà venisse presentata”, un Paese in cui “esisteva soltanto una punizione, la punizione suprema, per chi metteva in dubbio la realtà”, un girone infernale nel quale “un cittadino poteva correre un grave rischio per il solo fatto di aver notato che la realtà era cambiata”.

Nei panni del Comandante Ga, colui che un tempo è stato l’orfano Pak Jun Do mette a punto un piano arditissimo, che l’autore narra da un molteplice punto di vista, quello degli addetti agli interrogatori della Divisione 42, la sezione deputata alla “rieducazione” dei cittadini, quello dello stesso Comandante Ga, che nel medesimo tempo ricorda, rivive e confessa ciò che ha fatto, e quello di Sun Moon e dei suoi bambini, la nuova famiglia di Ga, che di fronte a quest’uomo sconosciuto impara a rinascere, ad amare, e forse per la prima volta ha sete di vita.

Il Signore degli Orfani è un’opera magnifica, un romanzo seducente e terribile, lirico e tragico, un gioiello letterario di rara perfezione. Leggetelo, non lo dimenticherete.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio Editore, è di Fabio Zucchella. Buona lettura.
Cittadini, accorrete, perché stiamo per trasmettervi importanti aggiornamenti! In cucina, in ufficio, in fabbrica, ovunque siano presenti i vostri altoparlanti, alzate il volume! Il nostro Caro Leader Kim Jong Il è apparso in tutti i notiziari locali mentre offriva consigli agli ingegneri che stavano scavando il canale del fiume Taedong. Durante il suo discorso agli operai addetti alle draghe, è stato visto librarsi sopra la sua testa un gran numero di colombe, accorse lì per offrire al nostro Reverendo Generale l’ombra di cui tanto abbisognava in una giornata così calda. Vi segnaliamo ora una richiesta del Ministro della Sicurezza Pubblica di Pyongyang: cittadini, anche se la stagione della caccia ai piccioni è in pieno svolgimento, tenete panie a archetti fuori della portata dei nostri compagni più giovani. Inoltre, cittadini, non dimenticate che il divieto di osservare le stelle è sempre valido. Più tardi riveleremo la ricetta vincente del concorso di cucina del mese. Sono pervenute a centinaia, ma soltanto una può diventare il miglior modo di cucinare la zuppa di buccia di zucca!

Nel vicolo cieco delle deduzioni

Recensione di “Le avventure di Lufock Holmes” di Cami

 

Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio
Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio

Con ogni probabilità, il mystery, con le sue filosofiche implicazioni sul significato della verità e della sua ricerca, e con la metafisica convinzione dell’esistenza di un ordine razionale del mondo che il delitto sconvolge e la sua soluzione ripristina, più di ogni altro genere narrativo presta il fianco alle dissacranti sottigliezze e ai puntuti affondi dell’ironia. C’è infatti qualcosa di assolutamente irresistibile nel prendersi gioco della superiore facoltà del raziocinio e del suo infallibile procedere, nel mettere alla berlina la tanto decantata perfezione dell’intelletto, capace (ma solo nel migliore dei mondi possibili, e dunque non nel nostro) di riportare alla luce ciò che è nascosto, di legare in una solida e conseguente catena di connessioni indizi che a prima vista paiono non avere tra loro nulla in comune.

Maestro di questo humour lieve e spietato, che veste di sgargianti panni giullareschi una severa critica del primato della logica e dell’ottimistica (e in ultima analisi irrazionale) fiducia che gli uomini in essa pongono, è il francese Pierre Louis Adrien Charles Henry Cami, artista originalissimo e “dal multiforme ingegno”, attore teatrale, illustratore e scrittore, grande amico di Charlie Chaplin (che lo definì il più grande umorista del mondo, o per citar con maggior esattezza, “le plus grand humoriste in the world”) e inventore del bizzarro alter ego del più grande investigatore della storia della letteratura: Sherlock Holmes. Alla mente deduttiva dell’eroe di Conan Doyle, Cami, nella sua splendida opera intitolata Le avventure di Lufock Holmes, oppone, in una serie di brevi storie dal ritmo incalzante, raccontate con una prosa chiassosa, esplosiva, ricca di trovate, invenzioni e gag fulminanti, Lufock Holmes, “detective deduttivo dalla testa ai piedi”, prima vittima del suo inarrestabile ragionare.

Circondato da personaggi la cui improbabilità è limpida espressione del mondo privo di ordine nel quale tutti viviamo (il Capo della Sicurezza Relativa, l’Accordatore di Participi, il Direttore dell’Ufficio Antropometrico, il Bandito Scientifico e Letterario, l’Uomo dai Sopraccigli Uniti), Lufock Holmes stupisce tutti con le sue intuizioni (rigorosamente razionali) risolvendo casi tanto assurdi quanto spassosi. Raffinatissimo esteta della burla, Cami omaggia, attraverso Lufock Holmes, l’indubbio talento di Conan Doyle e il fascino del suo personaggio; certo, il lettore ride di gusto di fronte alle trovate dell’investigatore creato dallo scrittore francese, ma allo stesso tempo non può non vedere quanto l’abile gioco di iperboli grazie al quale le doti del vero Holmes vengono rovesciate nel loro buffo opposto – “Da molti anni studio i vari tipi di polvere esistenti al mondo”, dichiara con fierezza Lufock poco prima di risolvere il suo primo caso, “nessuna è uguale all’altra. Le ho catalogate tutte. Al presente sono in grado di riconoscere a prima vista la provenienza del più piccolo granello di polvere di sacrestia. Facile a riconoscersi per il caratteristico odore d’incenso. Come vedete, è elementare” – abbia tutto l’aspetto di una sincera dichiarazione d’amore
Eccovi, invece dell’incipit del romanzo,  un estratto della nota biografica di Cami, a cura di Roberto Pirani, anche traduttore de Le avventure di Lufock Holmes edito da Sellerio Editore. Buona lettura.

Il personaggio di Conan Doyle, comicizzato in Lufock Holmes (assonanza da “loufoque” = svitato, pazzo) ricorre tanto spesso nelle “fantasie” di Cami, da divenire in certo senso emblematico, proprio perché la razionalità presuntuosamente oggettiva dell’inglese costituisce un complementare ed irresistibile stimolo alla logica folle, che regge il suo universo. Cami non inventa niente ex novo. I suoi personaggi e le sue storie sono lì, nella conversazione quotidiana, nella cronaca, nella letteratura colta e popolare, nell’aneddotica, in quel repertorio senza fondo, che è il bagaglio culturale dell’uomo comune. È sufficiente esaminarlo con la lente di Lufock. Cami è una “forza”. È un torrente che piomba a cascata dalle altezze vertiginose dell’assurdo, si frange e si sparpaglia nei mille mulinelli degli intrighi più strampalati, svirgola rapidissimo nelle gole dell’incongruo e del nonsense, per poi sfociare, libero dalle restrizioni dell’ovvio e del “buon senso”, nel grande mare compensatore del riso, che tutto esorcizza. 

Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

Vite sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni

Recensione di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi
Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi

“Frasi che possono dare la vita o impartire la morte”. Così Saul Bellow definisce la prosa di Cormac McCarthy, il suo linguaggio splendido e violento, radicato nella viva primordialità della terra e scintillante di perfezione e dolore. Il raccontare di McCarthy ha il ritmo lento e inarrestabile della memoria e il respiro incessante dell’eternità della natura; sembra procedere a ritroso nel tempo, seguire un percorso di verità e d’essenza che assume il carattere prezioso di un conoscere non mediato e la forma perfetta di una riscoperta, di un viaggio all’origine stessa del mondo. Battezzati nel sangue e nella fatica, gettati nella vita e forgiati in essa, nella sua sovrumana indifferenza, i personaggi di McCarthy – uomini, ragazzi e donne in perpetua lotta con se stessi, esseri perduti le cui esistenze, sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni, odorano di pioggia e d’erba, di albe e tramonti – palpitano di sentimenti ed emozioni, àncore cui ciascuno di essi s’aggrappa nel disperato tentativo di distinguersi dalla vastità infinita e silenziosa dell’orizzonte, dal deserto di cielo, nuvole e polvere che li circonda, da distese immense, incontrastato dominio dei cavalli, dinanzi alle quali il cuore palpita esaltato e sgomento, e ancora dalle rocce spolverate di rovi e dal profilo lontano delle montagne innevate e gelide, da quel paesaggio che ha la vastità di un incubo e la meraviglia continuamente rinnovata di un miracolo, ed è eco di un tempo sospeso, insieme reale e immaginario.

“Quando soffiava il vento da nord si sentivano gli indiani, i cavalli, il fiato dei cavalli, gli zoccoli foderati di cuoio, il tintinnio delle lance e il perpetuo frusciare dei travois trascinati sulla sabbia come enormi serpenti, i ragazzi nudi che montavano i cavalli bradi con la spavalderia dei cavallerizzi da circo spingendo altri cavalli bradi davanti a loro, i cani che trottavano accanto con la lingua fuori e gli schiavi seminudi che marciavano a piedi oppressi da pesanti fardelli e soprattutto la lenta litania dei canti che i cavalieri cantavano in viaggio; un popolo e il suo spirito che attraversavano in coro sommesso il deserto pietroso verso un’oscurità perduta alla storia e a ogni ricordo come un graal contenente la somma delle loro vite violente ed effimere”.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, uno dei libri più belli e laceranti dello scrittore americano, primo capitolo della Trilogia della frontiera, ha sedici anni e del mondo non conosce che il ranch in Texas nel quale è cresciuto. Quando, alla morte del nonno, scopre che quel posto verrà venduto, decide di voltare le spalle alla famiglia e a tutto ciò che ama e di raggiungere a cavallo il Messico assieme al suo migliore amico, Lacey Rawlins. Il viaggio dei due giovani – cui presto si unisce un terzo compagno, un ragazzino misterioso che forse è un ladro di cavalli, forse qualcosa di peggio, forse solo uno sfortunato innocente troppo fragile per quei luoghi e per coloro, uomini e animali, che li abitano, e che porta il nome di un annunciatore radiofonico, Jimmy Blevins – in un territorio aspro, al tal punto maestoso e ostile da parer plasmato dalla potenza e dalla collera di Dio (“Ogni tanto il gruppo passava accanto a una macchia di cholla. Sulle spine delle piante c’erano trafitti numerosi uccelli trascinati dal vento, piccole creature grigie e anonime impalate nell’atto di volare o afflosciate con le piume arruffate. Alcuni erano ancora vivi e al passaggio dei cavalli si contorcevano sulle spine sollevando il capo e pigolando, ma i cavalieri non si fermarono. Quando il sole s’alzò nel cielo il paesaggio cambiò colore e si tinse del verde acceso delle acacie e dei paloverde, del verde scuro dell’erba che costeggiava la strada e del rosso fuoco dei fiori dell’ocotillo, come se la pioggia fosse stata elettrica e avesse elettrizzato il territorio”), coincide con la perdita di un’innocenza primitiva che poco o nulla ha a che vedere con la tenue moralità degli uomini.
Sono infatti le regole sociali scritte dal più forte a proprio esclusivo beneficio, e le leggi imposte attraverso l’arbitrio della forza a sfregiare l’animo libero di John Grady Cole, a impedirgli di amare la bellissima Alejandra, figlia del proprietario del ranch in Messico presso cui lui e l’amico Rawlins avevano trovato lavoro, e a punirlo duramente per la sua passione bruciante, sincera, inestinguibile. Ostinatamente fedele a se stesso, John Grady Cole è un eroe destinato alla sconfitta (nello stesso modo in cui lo è la giovane Alejandra) ma non un vinto, poiché là dove egli vive davvero, in quella terra di inspiegabile splendore che si estende tra Texas e Messico, non c’è spazio che per l’assoluto.
Romanzo di impressionante potenza espressiva, Cavalli selvaggi è un assoluto capolavoro letterario. Un libro folgorante, bellissimo, atroce, indimenticabile. Cormac McCarthy è una delle voci più limpide e significative della letteratura contemporanea, un autore che non si può ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Einaudi, è di Igor Legati). Buona lettura.

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sotto vetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato fra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno. Fuori faceva buio e freddo e non tirava un alito di vento. In lontananza un vitello muggì lamentosamente. Lui rimase in piedi col cappello in mano. Da vivo non ti pettinavi mai così, mormorò.

La natura liquida dell’amore

Recensione di “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani
Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani

Nella cronaca impotente, nella memoria nuda di una storia d’amore troncata dall’incomprensibilità della morte, Pier Vittorio Tondelli si racconta con accenti di straziante sincerità. In una prosa che appare timida, ritrosa, e che ha il suono flebile del sussurro, l’autore sceglie la trasparente semplicità della confessione per cercare di dar forma al proprio mondo interiore in tumulto, per provare a mettere ordine in un’esistenza spesa tra meraviglia e passione, e inseguita, bramata e posseduta, anche se mai fino in fondo. Camere separate, pubblicato da Bompiani nel 1989, è un romanzo di non comune potenza narrativa; un viaggio della carne e dell’anima nel labirinto inestricabile dei sentimenti, in quell’umanità contraddittoria, fragilissima e straripante che scintilla e rivela integralmente se stessa soltanto nel coinvolgimento amoroso.

Alter ego dichiarato di Pier Vittorio Tondelli è Leo, il protagonista del libro, scrittore di successo poco più che trentenne devastato dalla prematura scomparsa dellamato Thomas; nel ricordo della loro relazione Leo vive come un recluso, assaporandone la dolcezza, indugiando nella ricostruzione dei momenti di crisi, delle parentesi di buio (quasi fosse alla ricerca di una propria responsabilità, di un errore, di una colpa che potesse spiegare il suo lutto, il precipitare improvviso della fine, dinanzi alla quale ogni cosa, da un attimo con l’altro, ha cessato di avere un senso, una ragione), cercando il proprio cuore e il proprio spirito nel cuore e nello spirito della persona cui aveva deciso di donarsi. La scrittura di Tondelli, densa, carica di dolore e insieme gonfia di speranza, assettata di futuro, avida di promesse, procede per accumulo spingendosi consapevolmente verso un corto circuito che dà l’esatta misura dell’essenziale inconoscibilità dell’amore; tuttavia è proprio la natura liquida del sentimento, la sua incommensurabilità a conquistarci, ad attrarci irresistibilmente, come un canto di sirena, e questa seduzione l’autore la disegna in tutte le sue sfumature, nello splendore abbagliante ed effimero dell’attrazione fisica come nel bisogno quotidiano dell’altro, nell’abitudine della vita di coppia (cui i giovani guardano con un misto di desiderio e diffidenza) e nei suoi caldi chiaroscuri.

“Amore è ora un corpo longilineo e asciutto”, scrive Tondelli narrando il primo incontro intimo tra Thomas e Leo “dalle membra ancora adolescenti, morbide, sinuose e nobili. È un viso allungato dalle forti mascelle squadrate. È una coppia di occhi intensi e neri su cui, ogni tanto, ricade un ciuffo di capelli color miele scuro. È un particolare modo di muovere le mani o di lasciarle penzolanti, parallele alle gambe. È finalmente una voce, l’intonazione di un bacio soffocato, l’emozione di una risata aperta e squillante”; e dal corpo, descritto con una cura e un’attenzione e una dolcezza che hanno la forma purissima di una dichiarazione d’amore, lo scrittore di Correggio trova la via d’accesso per l’anima, in primo luogo per la sua, per quel luogo di sole e d’ombra dove l’uomo vive davvero, e dove soltanto le parole, le parole che si scelgono (nello stesso modo in cui si scelgono le persone) possono giungere: “Prende in corpo in lui il progetto di scrivere libri per dieci, venti persone. Dei libri espressamente destinati a chi può comprenderlo, agli amici di cui si fida. Che lo rispettano, che gli prestano attenzione, che non giudicano se ha fatto una cosa buona o cattiva, ma che interpretano la disponibilità di partenza, la sua necessità di raccontare qualcosa a qualcuno”.
Storia di una necessità, racconto di un bisogno, confessione di un amore, riassunto di una vita e del suo brusco abbraccio con la morte (il romanzo, che in qualche modo si apre con la scomparsa di Thomas, trova una sua tragica circolarità nella malattia incurabile di cui soffre Leo, e che Tondelli accenna nelle ultima pagine del libro, richiamandosi alla sua situazione reale, all’Aids che l’aveva colpito e che l’avrebbe condotto alla morte nel 1991, a soli 36 anni d’età), Camere separate è un magnifico e crepuscolare romanzo “di parole”; è il testamento letterario di un uomo e di un amante che, con limpida innocenza, affida alla scrittura la propria voce, il proprio affanno esistenziale, la propria disperata volontà di vita.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Un giorno, non molto distante nel tempo, lui si è trovato improvvisamente a specchiare il suo viso contro l’oblò di un piccolo aereo in volo fra Parigi e Monaco di Baviera. All’esterno, ottomila metri più sotto, la catena delle Alpi appariva come un’increspatura di sabbia che la luce del tramonto tingeva di colori dorati. Il cielo era un abisso cobalto che solo verso l’orizzonte, in basso, si accendeva di fasce color zafferano o arancione zen.

Inquadrato dalla ristretta cornice ovoidale dell’oblò il paesaggio gli parlava del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell’aria e da ultimo, allorché si accese una luce nella carlinga e su quell’olografia boreale apparve il riflesso del suo volto appesantito e affaticato, anche del sé. La sua faccia, quella che gli altri riconoscevano da anni come “lui” – e che a lui invece appariva ogni giorno più strana, poiché l’immagine che conservava ogni giorno del proprio volto era sempre e immortalmente quella del sé giovane e del sé ragazzo – una volta di più gli parve strana. Continuava a pensarsi e a vedersi come l’innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l’immagine che vedeva contro quello sfondo acceso era semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con pochi capelli fini in testa, gli occhi gonfi, le labbra turgide e un po’ cascanti, la pelle degli zigomi screziata di capillari come le guance cupree di suo padre. In sostanza un viso che subiva, come quello di ogni altro, la corruzione e i segni del tempo.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

Oggetto della letteratura è la conoscenza dell’essere umano

Recensione de “La testa perduta di Damasceno Monteiro” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli

È possibile che la verità sia anche una questione di stile, che la forma abbia un legame essenziale con la sostanza, che la filosofia, oltre a quello della chiarezza, abbia il dovere, squisitamente letterario, della fascinazione, e che allo stesso modo ogni altra forma scrittura, dalla cronaca giornalistica al dettato di una sentenza, debba possedere la qualità indispensabile della leggibilità; in una parola, che tocchi alla bellezza il compito improbo di provare a spazzare via le tenebre della menzogna, dell’ignoranza e della violenza. Espressione di un determinato sistema di valori, di nitide scelte etiche, di una ben precisa visione del mondo, questo genere di raffinatezza, ben lungi dal ridursi a sterile eco di un imprecisato dover essere, è in realtà la sola opposizione possibile al tragico disordine del mondo.

Impara a comprenderlo, nel corso di una dolorosa, sconvolgente esperienza personale che segnerà per sempre la sua vita, il reporter Firmino, giovane idealista innamorato della giustizia sociale e del marxismo umanistico di Geörgy Lukács spedito da Lisbona a Oporto per scrivere di un orrendo caso di cronaca (il cadavere di un uomo rinvenuto privo della testa). Qui, il protagonista del bellissimo e dolente romanzo di Antonio Tabucchi La testa perduta di Damasceno Monteiro si troverà faccia a faccia con inimmaginabili abissi d’abiezione; toccherà con mano la logica spietata del potere, vedrà leggi piegarsi all’arbitrio del più forte e colpevoli di innominabili atrocità godere delle più vergognose impunità; avrà tuttavia anche modo di conoscere un avvocato, un uomo di vastissima cultura e di ancor più profonda umanità, e sarà grazie a lui che Firmino capirà quanto sia importante resistere a ogni ingiustizia, soprattutto quando le possibilità di riparare i torti sono minime.

Quest’uomo corpulento, che sembra trovare la citazione giusta per ogni argomento di conversazione e i cui discorsi profumano tanto d’ironia quanto d’amaro disincanto, questo filosofo del diritto ed esteta della letteratura, che vorrebbe, con il teologo francese Marcel Jouhandeau, uno scrittore in ogni giuria, perché “l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano, e […] non c’è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali”, spiegherà a Firmino, tanto con l’esempio quanto con il suo dotto, torrenziale conversare, la necessità di porre un argine a una deriva politica e sociale che è prima di tutto corruzione delle coscienze.

La prosa di Tabucchi, miracolosamente lieve nel raccontare la notte più buia dell’essere umano, parte da un fatto realmente accaduto (l’uccisione di Carlos Rosa, un cittadino portoghese di 25 anni, nelle stanze di un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, periferia di Lisbona, e il successivo ritrovamento del suo corpo, seviziato e decapitato, in un parco pubblico) per dar vita a un intreccio solido e avvincente, che in un girotondo di generi (dal thriller al romanzo di formazione, dalla riflessione filosofica al pamphlet di denuncia sociale), commuove, entusiasma, spaventa, indigna, persuade.
Sullo sfondo di una città narrata con il quieto entusiasmo dell’amante, lo scrittore toscano, prematuramente scomparso nel 2012, affronta con preziosa onestà intellettuale temi spinosi ma ineludibili; su tutti quello della giustizia (specialmente quella negata), spiegando senza possibilità d’equivoco che, per quanto sia senz’altro auspicabile che i colpevoli vengano puniti e le vittime in qualche misura risarcite, quel che è davvero fondamentale, per ogni persona, è non cessare mai di impegnarsi per ottenere ciò cui si ha diritto, a maggior ragione nei momenti in cui del diritto si fa quotidianamente strame.
Quella con cui tutti i Firmino del Portogallo hanno a che fare, spiega l’avvocato, soprannominato Loton per la sua impressionante rassomiglianza con il grande attore Charles Laughton (che vestì proprio i panni dell’avvocato nello splendido dramma Testimone d’accusa, diretto da Billy Wilder), “è la peggiore borghesia […] nata negli ultimi vent’anni: soldi, incultura e tanta a arroganza. È gente terribile”.
Gente terribile, che Tabucchi descrive con la sua prosa agile, sfumata, delicata eppure puntuale, tagliente, chirurgica. Gente ignobile, cui bisogna contrapporre l’irresistibile non violenza del sapere, di un umanesimo temperato da comprensione, pietà e bellezza, e la scelta di un’esistenza nel medesimo tempo concreta e letteraria. Perché è solo nelle cose, e nelle pagine che le raccontano, che tutti noi abitiamo.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato un anno prima Agostino da Silva, detto Franz il tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell’alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l’esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse tra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.

Dove niente è quel che sembra, ma neppure il suo opposto

Recensione di “Le perizie” di William Gaddis

William Gaddis, Le perizie, Mondadori
William Gaddis, Le perizie, Mondadori

Centro di gravità di uno spiazzante romanzo-fiume, la verità – quella materiale con la quale ognuno di noi si confronta quotidianamente e i cui opposti sono menzogna e falsificazione, e il suo concetto, la sua idea, la sua filosofica rappresentazione – ha il fascino illusorio di un fuoco d’artificio, la fragile consistenza di un gioco da bambini e l’incosciente spensieratezza di una burla, di uno scherzo geniale architettato senza pensare alle conseguenze. Tema cardine dello splendido e quasi sconosciuto Le perizie di William Gaddis (due volumi di circa 800 pagine l’uno, pubblicati per la prima volta nel 1955), il vero, o meglio la sua negazione, la bugia in ogni sua forma, è principio e meta di un intreccio eccezionalmente complesso, di una trama che riunisce in sé un’infinità di vicende minori e le fonde nella superiore unità del paradosso, di un mosaico di storie che sembrano costruite apposta per replicare, nello stesso modo in cui si moltiplicano i cerchi concentrici nell’acqua in seguito al lancio di un sasso, le certezze di cui abbiamo (e facciamo) esperienza, e poi d’improvviso le negano, lasciandoci in preda a un raggelante nulla

Nel mondo di Gaddis, un “paese delle meraviglie” che non ha nulla di meraviglioso ma dove è norma tutto quel che è fuori dall’ordinario, dove splende abbacinante il sole dell’iperbole, dove ogni cosa non solo non è quel che sembra ma neppure il contrario di quel che sembra, perché se così fosse la si potrebbe con troppa facilità identificare, tutti vivono prigionieri in un gigantesco labirinto di insensatezze, consumando se stessi nella vana ricerca di una via d’uscita; in questa realtà umbratile, che molto somiglia alla caverna del mito platonico, agli uomini non rimane che la parvenza del vero, la sua immagine sfuggente meticolosamente ricostruita nel laboratorio alchemico della falsità.
Tuttavia, a differenza dell’uomo di Platone, schiavo dell’ignoranza ma a suo modo innocente, ingenuo, che in buona fede scambia per sostanza la propria ombra, l’uomo moderno del grande scrittore americano è figlio del peccato originale, conosce la differenza tra la verità e la sua negazione e consapevolmente sceglie la strada della mistificazione, lo spettacolo irresistibile del ribaltamento di prospettiva: in una parola, accetta di sacrificare la libertà autentica del vero (con l’immenso carico di responsabilità che comporta) per godere il piacere della dissimulazione, della potenziale universalità della bugia, capace, seppur per un limitato periodo di tempo, di vestire i panni di chiunque, di essere qualsiasi cosa.
E qualsiasi cosa (a eccezione di se stessi) sono i personaggi che affollano Le perizie, uomini e donne della più diversa estrazione sociale e culturale accomunati soltanto dal fatto di essere, letteralmente, menzogne personificate; nell’immenso castello di carte che Gaddis costruisce – con stile magnifico e fiammeggiante, attraverso scelte linguistiche ardite, funamboliche ricercatezze verbali, scintillanti dimostrazioni teoriche, interminabili digressioni che sembrano avere a proprio oggetto l’essenza stessa del sapere, il senso ultimo della volontà di conoscere – prende forma una storia quasi impossibile da raccontare (ma che una volta cominciata non si riesce più a smettere di leggere), si disegna un orizzonte composito, lungo il quale sfilano, come marionette, il falso medico, il cinico mercante d’arte, il talentuoso pittore specializzato (un po’ per delusione, un po’ per vendetta e un po’ per interessato calcolo) nella contraffazione dei capolavori dell’arte fiamminga, il critico osannato che mette le proprie competenze al servizio del miglior offerente – “La critica”, osserva pungente Gaddis, “è oggi l’arte più importante. Quella di cui abbiamo più bisogno” – lo scrittore perennemente impegnato nella stesura del suo capolavoro, che tutti considerano un plagio senza tuttavia riuscire a indicare quale sarebbe l’opera originale spudoratamente copiata, il severo uomo di chiesa protestante che carica su un carro bianco, colore destinato ai neonati e alle vergini, la salma della moglie…
Oltre a essere un romanzo di rara profondità, di squisita fattura e di travolgente ilarità, Le perizie è il manifesto di una visione del mondo; è la traduzione “disperatamente ottimista” dello smarrimento di un uomo che non riesce più a comprendere il contesto di cui è sempre stato parte, che non regge l’impressionante velocità dei suoi cambiamenti. Scritto alla metà del secolo scorso, questo capolavoro ha una sconvolgente lucidità di visione e una sbalorditiva capacità di anticipare temi e problemi della società d’oggi; moderna per composizione, quest’opera è per contenuto e architettura un classico letterario.
Prima del consueto incipit del romanzo, permettetemi due righe di saluto. Sto per partire per qualche settimana di mare; in questo periodo non aggiornerò il blog, spero avrete la pazienza di attendermi. A tutti voi, un ringraziamento per essere stati come fino a oggi, un arrivederci a presto e un augurio di buone vacanze. Ora spazio a William Gaddis (la traduzione, edizione Mondadori, è di Vincenzo Mantovani). Buona lettura.
Anche a Camilla erano piaciute le mascherate, quelle innocue dove la maschera si può gettare nel critico momento in cui si attribuisce una parvenza di realtà. Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni della Croce (per non parlare del carro funebre in cui ella viaggiava, un bianco veicolo trainato da due cavalli che somigliava a una barocca bancarella di dolciumi), avrebbe forse turbato la timida espressione della sua anima, se fosse stata visibile.

L’affare spagnolo: così, in seguito, lo chiamò il reverendo Gwyon; non con indifferenza, ma con un’aria di riservata preoccupazione. Aveva sempre amato viaggiare, prima; ed era stato questo impulso ad allargare i propri limiti a dare finalmente alla sorte il campo necessario alla sua operazione (in questo caso, una nave in rotta per la Spagna), e a costare la vita alla donna che aveva sposato sei anni prima. 

Perseguitato dall’ombra di Dio

Recensione de “Il mago di Lublino” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, Tea
Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, Tea

Funambolo, illusionista, “mago”, Yasha Mazur è una bizzarra figura d’artista, un uomo dal talento multiforme, un solitario che ha conoscenze in ogni strato della società ma che non sembra avere nessun vero amico, e che pur avendo una moglie devota coltiva ovunque amanti. Yasha il mago è un ebreo e tuttavia non ha fede; crede, certo, ma la sua religiosità è una sorta di deismo, un pensiero squisitamente razionale che pur riconoscendo (o meglio ammettendo) l’esistenza di un’intelligenza ordinatrice del mondo, rifiuta la sua identificazione con qualsivoglia divinità delle religioni positive e disprezza le ritualità che ne accompagnano la devozione (“esisteva un Creatore, che però non si rivelava a nessuno e non lasciava capire in alcun modo cosa fosse permesso o proibito. Coloro i quali parlavano in suo nome erano mentitori”).

Figura quasi indefinibile, sospesa tra le sconfinate possibilità del sogno, di cui la magia in fondo non è che un’espressione, e la durezza di un vivere quotidiano nutrito solo di preoccupazioni materiali, dolore e rimpianto, Yasha è il protagonista del meraviglioso romanzo di Isaac B. Singer Il mago di Lublino. Le sue continue riflessioni sul bene e sul male, sull’ombra di Dio che sembra seguirlo ovunque e sfidarlo a dimostrare, a dimostrare razionalmentela sua inconsistenza, a denunciarne la patetica invenzione, il suo agire caotico, impulsivo, governato soltanto dall’istinto, dalla prepotenza del bisogno immediato, eppure in qualche strano modo anche etico, rispettoso, obbediente a principi sacri (non esiste serratura o congegno meccanico che Yasha non riesca a forzare, nonostante ciò, egli non ha mai pensato di sfruttare questa sua eccezionale capacità per compiere furti), sono specchio dell’essenziale fragilità della condizione umana e dell’insondabile mistero nella quale si trova immersa.

Colosso dai piedi d’argilla, Yasha è un personaggio orgoglioso e patetico insieme; Singer lo disegna con umanissima pietà, ne compone il ritratto psicologico con cura amorevole e precisione assoluta, evidenziandone il coraggio come le debolezze, illuminandone allo stesso tempo risolutezza e indecisione. Il mago di Lublino è un uomo che ha scelto di interpretare la vita perché si è reso conto di non essere abbastanza forte per affrontarla; che ha deciso di camminare su una corda tesa sospesa nel vuoto e di compiere centinaia di altri esercizi di abilità per sfuggire a doveri di certo più prosaici ma anche molto più impegnativi; che si è concesso la più ampia libertà di amare per non essere costretto a educare la propria passione alla fatica della fedeltà responsabile.

È con occhi di bambino che Yasha giudica se stesso e il proprio tempo; con fanciullesca ingenuità egli trova giustificazioni per il proprio comportamento, e senza apparente rimorso si fa scudo della sua dichiarata onestà. Che importa, infatti, che ami più di una donna se a ciascuna di esse si offre interamente? Cosa contano le sofferenze che causa alla moglie quando si allontana da lei per correre dall’amante, e poi quelle che patisce quest’altra donna quando il mago la lascia per non mancare a un altro appuntamento, se nessuna di queste azioni ha mai carattere definitivo, se Yasha, terminato il suo giro di spettacoli nelle sperdute cittadine della provincia polacca, torna immancabilmente a casa e ogni cosa riprende il ritmo di sempre?

Nell’organizzare la propria esistenza come un gioco di prestigio, come un’illusione, come una gioiosa rappresentazione in cui tutto può accadere, quest’uomo solo e ingannato da se stesso cerca un impossibile rifugio dalle proprie responsabilità. Ma la vita bracca Yasha come un’inferocita muta di cani che abbia fiutato la preda e non intenda lasciarsela scappare; gli tende i suoi tranelli, lo seduce, e alla fine lo punisce mostrandogli impietosa la vanità del suo affannarsi e distruggendo il suo magnifico castello di carte. Così, a quel che un tempo fu un mago, un artista ammirato e perfino temuto, non resta che l’espiazione dei propri peccati; Yasha torna a casa per l’ultima volta e si fa murare nel proprio cortile per consacrare ogni suo giorno a Dio, al Dio dei rabbini, della Torah e dei testi sacri, al Dio rifiutato per anni ma mai abbandonato del tutto, perché nel mondo ogni più piccola meraviglia canta le lodi del suo creatore ed è impossibile non vederla, non fermarsi ad ammirarla.

Il mago di Lublino è uno dei più intensi romanzi di Singer; nel narrare il dramma di un’anima assetata di verità, l’autore tocca temi di portata universale; per questa ragione in più di un’occasione il pensiero di Yasha (al pari della sua sofferenza) è quello di ciascuno di noi. Leggendo di lui, scopriamo noi stessi, impariamo noi stessi.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Bruno Oddera). Buona lettura.
Quel mattino Yasha Mazur, o il Mago di Lublino, com’egli era conosciuto ovunque tranne nella sua città natale, si destò di buon’ora. Rimaneva sempre a letto per uno o due giorni, dopo aver fatto ritorno da un viaggio; lo sfinimento imponeva che indulgesse a un sonno ininterrotto. Sua moglie Ester gli portava dolciumi, latte, un piatto di minestra d’avena; lui mangiava e tornava ad appisolarsi. Il pappagallo strillava; Yoktan, la scimmia, batteva i denti; i canarini fischiavano e trillavano, ma Yasha, ignorandoli, si limitava a rammentare ad Ester di abbeverare le cavalle. Avrebbe potuto fare a meno di impartirle tali istruzioni; ella ricordava sempre di attingere acqua al pozzo per Kara e Shiva, le loro due giumente grigie, o, come Yasha le aveva soprannominate, Polvere e Ceneri. Yasha, benché fosse mago, era considerato ricco; possedeva una casa e, insieme ad essa, granai, silos, stalle, un fienile, un’aia con due meli, persino un orto nel quale Ester coltivava le verdure che le occorrevano. Una sola cosa gli mancava: i figli. Ester non poteva concepire. Ma sotto ogni altro aspetto era una buona moglie: sapeva lavorare a maglia, cucire un vestito nuziale, cuocere al forno il panforte e le torte, estirpare la pipita ai polli, applicare una ventosa o sanguisughe, addirittura salassare un paziente. In età più giovanile aveva tentato rimedi di ogni sorta contro la sterilità, ma ormai era troppo tardi… aveva quasi quarant’anni.