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Romanzi

Recensioni di libri di genere romanzo a cura de “Il Consigliere Letterario”.

L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […].


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Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico?
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero?


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La lingua del mare

Recensione di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo

Stefano DìArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli

“A sentire Alberto Savinio, «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru, che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radica Mar, morire». Ebbene, ambientato in un piccolo paese della riva siciliana dello Stretto di Messina, Horcynus Orca è un romanzo di morte e di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dalla guerra […]. Epica e religione?


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Singolo, famiglia, popolo

Recensione di “Germinale” di Émile Zola

Émile Zola, Germinale, Mondadori

Singolo, famiglia, popolo. Pietosa e laica Trinità dell’esistere quotidiano, la cui Passione è la fatica bestiale del lavoro, sono fame e stenti, è la fatalistica rassegnazione che grava sul capo di chi, dalla nascita, ha imparato soltanto a chinarlo, a dire “sì signore”, ad accettare, è l’ossessione della carne, solo piacere (almeno in apparenza) non avvelenato dalla ricattatoria mediazione del denaro, sempre insufficiente, e insieme eterno ritorno della schiavitù, della miseria, dell’impotenza, rinnovarsi di quella suprema ingiustizia che è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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Il culo del povero

Recensione di “Jubiabà” di Jorge Amado

Jorge Amado, Jubiabà, Einaudi

“Il vecchio si è svegliato. Trema dal freddo. È tornato il vento che annuncia il temporale. Avvolge e circonda il treno che oscilla sulle rotaie […]. – I poveracci devono soffrire. Certi nascono per godere: e sono i ricchi. Gli altri per soffrire: e sono i poveri. È così fin da quando esiste il mondo […]. Il povero è così infelice che quando la merda sarà denaro, il culo del povero non cacherà più…”. È con queste parole che un uomo ormai vicino alla morte, Leggi tutto »Il culo del povero

Paperopoli, BillGheiz e l’aspirapolvere

Recensione di “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, Einaudi

A un posto che potrebbe essere ovunque è legittimo dare un nome di fantasia, e se si tratta di un luogo di lavoro nel quale a dominare incontrastati non sono la sacralità del produrre né l’imperativo categorico del guadagno ma l’arte sottilissima della manipolazione psicologica e del raggiro affabulatorio (finalizzati entrambi, va da sé, da un a parte allo sfruttamento intensivo delle “risorse umane” – e le virgolette, quasi superfluo sottolinearlo, sono più che d’obbligo – e dall’altra al raggiungimento di vertiginosi picchi di vendita, e dunque in ultima analisi al successo economico, al già citato e famigerato guadagno, certo, ma ottenuto come?) allora la più spigliata creatività deve applicarsi non solo ai luoghi, ma anche a coloro che li popolano, e persino a ciò che fanno, alle cose di cui si occupano.

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Sorella morte

Recensione di “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, Mondadori

Cinque sorelle, cinque adolescenti che scelgono di darsi la morte, di spezzare la trama quasi invisibile delle loro esistenze in un’estate in apparenza identica a tutte le altre, nel caldo opprimente di un mese di giugno segnato dall’invasione fragile delle crisope, insetti la cui vita si esaurisce in ventiquattr’ore.

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