Fu guerra civile

Recensione di “La bella Resistenza” di Biagio Goldstein Bolocan

Biagio Goldstein Bolocan, La bella Resistenza, Feltrinelli

“Nella memoria e nella retorica di chi la Resistenza l’ha combattuta davvero, di chi ha visto cadere i propri compagni di lotta, la guerra del 1943-1945 è stata una guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco e il suo complice fascista, traditore della patria; è stata il sacrificio di un intero popolo che lavava l’onta e la vergogna della dittatura, combattendo a fianco degli Alleati la lotta finale contro la barbarie nazifascista. Per molti anni, i fascisti repubblichini che hanno combattuto a fianco della Germania nazista, e ancor più chi tra il 1944 e il 1945 ha indossato la divisa tedesca, sono stati considerati come traditori dell’Italia, rinnegati, indegni del nome di italiani. Ma c’è un problema aperto che ci impedisce di scrivere la parola ‘fine’ a questa storia. Coloro che combatterono dalla parte dei nazisti e dei fascisti, senza rinnegare Mussolini e anzi schierandosi al fianco di Hitler, non erano esseri alieni. Erano anch’essi italiani, al pari di quelli che presero la via della montagna e animarono la Resistenza. In questo senso, la guerra combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 è stata innegabilmente anche una guerra civile, cioè combattuta tra uomini e donne appartenenti alla stessa comunità nazionale. Per tanto tempo questa semplice verità è stata taciuta o negata. Per tutti coloro che si riconoscevano nella Repubblica democratica nata dalla resistenza ammettere che la guerra di liberazione fu una guerra civile significava correre un grande rischio: accordare dignità e onore ai nemici, mettendo sullo stesso piano morale e politico chi aveva combattuto per la libertà e la democrazia e chi aveva difeso la dittatura, l’antisemitismo e lo sterminio di sei milioni di ebrei, oltre a centinaia di migliaia di rom, testimoni di Geova, omosessuali e avversari politici. Una preoccupazione comprensibile. Molti fascisti, infatti, teorizzavano che il loro unico torto fosse stato quello di aver perso: se avessero vinto […] sarebbero stati loro gli eroi, gli ‘italiani’ veri, e i partigiani sarebbero stati i banditi e i traditori della patria […]. Anche per me è stato difficile accettare l’idea che la guerra di liberazione nazionale sia stata una guerra civile: così facendo, infatti, mi sembrava di concedere l’‘onore delle armi’ a dei criminali che avevano ucciso il nonno e lo zio di mio padre, che avevano emanato leggi orribili contro gli ebrei, costringendo mio padre e le sue sorelle ad abbandonare la scuola perché ritenuti inferiori […]. Nonostante la rabbia e il fastidio, alla fine, però, ho dovuto riconoscere alcuni principi molto semplici: la verità è un valore in sé; solo dalla verità nasce la consapevolezza; non bisogna aver paura delle parole, né della verità che esse esprimono. Io non ho più paura delle parole: quella combattuta tra il 1943 e il 1945 è stata una guerra civile che ha opposto italiani a italiani. Alcuni hanno vinto, altri hanno perso”. Così scrive, quasi al termine del suo libro, Biagio Goldstein Bolocan, autore di La bella Resistenza – L’antifascismo raccontato ai ragazzi (Feltrinelli), prendendo coraggiosamente posizione in merito a una questione di storia patria ancora aperta (e per molti versi sanguinante). Dopo aver narrato la dolorosa storia della propria famiglia, che subì le conseguenze delle leggi razziali; dopo aver sovrapposto, in capitoli alterni, le drammatiche vicende delle persone a lui più care a quadri di storia, riepilogando per sommi capi l’avvento del fascismo in Italia, la presa del potere da parte di Hitler in Germania, lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la vittoria finale degli Alleati al termine di cinque terribili anni di conflitto, Bolocan si schiera; il suo “antifascismo raccontato ai ragazzi” diventa così, da agile volume di divulgazione – punto di partenza per più che necessari approfondimenti – trasparente assunzione di responsabilità; nel vestire i panni dello storico prima di quelli dello scrittore egli si preoccupa di chiarire i termini della questione che intende affrontare, di non lasciare spazio agli equivoci.
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Si poteva anche chiamare così

Recensione di “Chiamalo sonno” di Henry Roth

Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti

“I termini del caso ‘Henry Roth’ – uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti, Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere ‘sprecato’ la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera ‘borghese’ nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica. Una casa editrice delle più importanti, la Scribrner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il ‘caso’: dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente […]. Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? […]. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento. Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce ed Elliot, la tradizione talmudica e lo humour yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa […]. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti familiari vissuti da un’attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo ‘ebraico’ o come romanzo ‘americano’, come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico”. Così Mario Materassi illustra Chiamalo sonno di Henry Roth (del quale, per Garzanti, è anche traduttore), opera per molti versi universale, crogiolo razziale e linguistico che nelle pagine del romanzo riverbera nella spontaneità dei dialetti più diversi (tedesco, italiano, yiddish e altri ancora), forse la testimonianza più forte della massiccia immigrazione straniera in America di inizio Novecento, per poi rapprendersi nella lingua particolarissima, inesplicabile e unica delle emozioni di un bambino, il protagonista indiscusso della storia, David Schearl, giunto dall’Austria con la madre negli sconosciuti Stati Uniti, la “terra dell’abbondanza e delle opportunità” per ricongiungersi al padre e qui gettato nel grembo sconosciuto e terrorizzante della vita
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Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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Elisabetta e la donna di carta

Recensione di “La vergine nel giardino” di Antonia S. Byatt

Antonia S. Byatt, Il vergine nel giardino, Einaudi

Vivere nei libri, attraverso essi, tradursi in parole scritte, in versi, in dotte discussioni sullo stile, sulla grandezza, sul significato della letteratura e sul suo tradimento, incarnarsi nella prosa, vestirsi di stile, agghindarsi con i versi e la poesia, urlare con la tragedia, sogghignare aiutati dalla leggerezza della commedia, esistere interpretando, vagliando, analizzando, studiando, mentre il mondo, ignorato, si va vecchio. Vivere come esseri di carta, non di carne e sangue, convincersi che ogni verità davvero degna di questo nome dimori nelle pagine e non fuori di esse, costruire un incantesimo, cercare di proteggersi in qualche modo dall’urto del reale e nonostante ciò finire travolti da tutto ciò che semplicemente è: dall’amore, dall’ambizione, dalla paura, dal desiderio di scoprire, conoscere, fare proprio quel che palpita oltre le colonne d’Ercole dell’alfabeto e delle sue possibilità. Qui, in una tensione continua tra idealità e concretezza, in un non luogo che è spirito, immaginazione, intuizione, intelligenza, terrore e follia, Antonia S. Byatt mette alla prova il suo talento di narratrice dando vita a La vergine nel giardino, primo capitolo di una quadrilogia ma soprattutto romanzo ricchissimo, così tanto da rischiare di essere soffocante, volutamente sovraccarico, ricercato fino all’eccesso nel linguaggio, condotto al di là di sé nell’ossessivo inseguire la perfezione stilistica, trasfigurato nel disegno dei personaggi, che paiono quasi irreali, che si muovono su uno sfondo menzognero (o se si vuole semplicemente truccato) – quello di una rappresentazione teatrale la cui protagonista è Elisabetta I – come marionette, versioni accademicamente letterarie di persone vere, autentiche, comuni. Continua a leggere Elisabetta e la donna di carta

Il culo del povero

Recensione di “Jubiabà” di Jorge Amado

Jorge Amado, Jubiabà, Einaudi

“Il vecchio si è svegliato. Trema dal freddo. È tornato il vento che annuncia il temporale. Avvolge e circonda il treno che oscilla sulle rotaie […]. – I poveracci devono soffrire. Certi nascono per godere: e sono i ricchi. Gli altri per soffrire: e sono i poveri. È così fin da quando esiste il mondo […]. Il povero è così infelice che quando la merda sarà denaro, il culo del povero non cacherà più…”. È con queste parole che un uomo ormai vicino alla morte, viaggiatore clandestino su un treno diretto a Bahia, si arrende alla propria sorte, che è la sorte di tutti coloro che sono venuti al mondo in povertà, dei neri del Brasile, dei neri della bellissima e terribile città di Bahia, luogo di santità e perdizione, libertà e schiavitù, prostituzione e religiosità, spiritualismo e carnalità, terra che ha la saggezza antica di generazioni e che trattiene in sé il dolore delle madri e dei figli, le cui lacrime, i cui singhiozzi, sono nutrimento per il suo ventre muto e fecondo, che senza sosta, obbediente all’imperativo della natura, germoglia. E queste parole, accolte con un misto di allegria e scetticismo, ascolta Antonio Balduino, giovane, forte e ribelle ragazzo nero di Bahia, cresciuto amando più di altra cosa la libertà e la vita di strada, attratto dalla nobile grandezza dei fuorilegge, dall’orgoglio dei cangaceiros, i leggendari banditi del sertão basiliano, e, non ultimo, conquistato dalla profonda sapienza del santone e stregone Jubiabà, capace tanto di chiamare a sé, nelle notti di macumba, le divinità che distanti guardano le piccole e meschine vite degli uomini, quanto di lanciare potentissime fatture amorose in grado di legare per sempre le coppie, o di restituire all’amante tradita e abbandonata il compagno fuggito. Mendicante, imbattibile pugile, artista circense, compositore di samba e canzoni eroiche, e ancora lavoratore di fatica nelle piantagioni di tabacco, amatore instancabile (e insieme innamorato fedele dell’unica donna desiderata fin da bambino e mai conquistata, la bianca, virginale Lindinalva) e molto altro ancora, Antonio Balduino, da tutti conosciuto come Baldo, è il canagliesco, irresistibile protagonista di Jubiabà, tenero e tragico romanzo di formazione d’avventura di Jorge Amado. Continua a leggere Il culo del povero

Un’odissea oltre l’Olocausto

Recensione di “Il pane del ritorno” di Franca Cancogni

Franca Cancogni, Il pane del ritorno, Bompiani

Per chi nasce ebreo è perversa fortuna avere un’unica misura della sofferenza. Per chi è figlio d’Israele alla sommità, così come alla base del proprio dolore, della propria deriva esistenziale, sembra non esserci altro che l’inumano sterminio della Shoah, l’Olocausto, il genocidio nazista. Per coloro che discendono da Abramo non pare possibile immaginare altra strada percorribile oltre quella che ha condotto milioni di persone ai cancelli dei campi di sterminio. Un’unica misura, dunque. Una fortuna. O meglio, la maschera ignobile che indossa la tragedia quando in un mondo alla rovescia nel quale nulla è come dovrebbe essere perfino la peggiore delle sorti è qualcosa, una carta da giocare, in confronto al destino toccato a coloro che sono stati annientati. Ma non c’è e non può esserci una sola pietra di paragone, né un univoco metro di giudizio dell’umiliazione del torto e della sopraffazione, perché molteplici, molteplici al punto da essere infinite o quasi, sono le forme della persecuzione, e fiammeggiante la fantasia degli aguzzini, e creativa in modo quasi artistico la loro propensione alla ferocia, alla bestialità. Così, chi nasce ebreo, chi ha Israele nel sangue, può avere conosciuto l’atrocità del nazismo solo attraverso i libri e le testimonianze indirette, può avere saputo solo a cose fatte dei milioni di assassinati, e nonostante ciò raccontare con piena legittimità un’altra Odissea, narrare di altre angosce, disperarsi per altre morti, ricordare con rabbia impotente o amaro rimpianto separazioni forzate e miserie d’incubo, riassaporare nell’umido calore di lacrime silenziose brevi parentesi di felicità, improvvisi squarci di luce nella tenebra quasi uniforme di un’ostilità che non conosce riposo. Ed è esattamente questa la storia che racconta Franca Cancogni, sceneggiatrice e traduttrice, nel suo bellissimo e straziante romanzo d’esordio intitolato Il pane del ritorno (Bompiani), l’estenuante battaglia per la vita di una ragazza ebrea adottata poco più che bambina (assieme alla sorella) da un ricco mercante uzbeko e poi costretta dalla storia e dai suoi rivolgimenti a lasciarsi tutto alle spalle e ad andare profuga in Iran, Afghanistan e India prima di raggiungere la Palestina, terra contesa e tormentata, dove ad attendere la sua famiglia nel frattempo costituitasi tra mille difficoltà e patimenti, sono ancora una volta guerra, odio, inimicizia. Continua a leggere Un’odissea oltre l’Olocausto

Francesco, santo e uomo

Recensione di “Francesco d’Assisi” di Franco Cardini

Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Mondadori

Nella sterminata letteratura dedicata a San Francesco, l’agile volume scritto dallo storico e saggista Franco Cardini, edito da Mondadori nel 1991 e intitolato semplicemente Francesco d’Assisi, non si può certo considerare un’opera di rilevanza fondamentale, un testo centrale nello sviluppo degli studi sul fondatore dell’ordine Francescano. Si tratta tuttavia di un contributo interessante, che ha un suo indubbio valore, costruito come una biografia romanzata (con suggestioni linguistiche e stile narrativo quasi da romanzo) ma assai denso e preciso quanto a individuazione e utilizzo delle fonti e, quel che più conta, coraggioso nella formulazione di particolari ipotesi storiografiche. La cautela con cui l’autore procede nel suo delicato lavoro – di “Santo Francesco” Cardini non si limita a restituire la vita, né a proporne una lettura, tanto edificante quanto scontata, che ne evidenzi soltanto la virtuosa parabola religiosa, ma la colloca nel suo ambiente di riferimento, sottolineando quanto il tessuto economico e sociale del tempo, in Assisi, abbia avuto un ruolo concreto e niente affatto marginale nella formazione del carattere e delle convinzioni (non solo spirituali) di quella che diventerà una delle maggiori figure nella storia della Chiesa cattolica – non solo non indebolisce in alcun modo il quadro generale disegnato pagina dopo pagina, ma dà a esso la necessaria credibilità. Continua a leggere Francesco, santo e uomo

Dante, i diavoli e il caos del presente

Recensione di “Leviathan” di Michele Dattoli e Salvatore Pastore

Michele Dattoli, Salvatore Pastore, Leviathan, Eretica Edizioni

Riattualizzare l’Inferno di Dante. Di più: riattualizzarlo, ma lasciandolo originale. Non una rivisitazione, ma il “vero” Oltretomba dell’Alighieri, più o meno come ce lo hanno presentato i testi di letteratura scolastici, ma portato all’oggi, quindi con ospiti più “moderni”, quelli successivi al Sommo Poeta. Prendi Hemigway, per esempio, grande autore morto suicida e quindi, secondo il contrappasso dantesco, tramutato in albero secco in una delle più terribili delle bolge. Qua e là, certo, le esigenze narrative e le influenze di opere più recenti hanno portato ad alcune libertà rispetto alle divine terzine, ma l’impatto resta quello: un tentativo anche ambizioso, senza dubbio coraggioso. È questa la base di partenza del lavoro proposto da due giovani autori, Michele Dattoli (testi) e Salvatore Pastore (disegni), nella loro opera, Leviathan, ancora incompleta (al momento sono usciti i primi due volumi), e proposta da Eretica Edizioni. Ma parlavamo di attualizzazione. Dattoli infatti guarda l’Inferno da un punto di vista nuovo. Cos’è, in pratica, l’Inferno, se non un luogo come se ne sono visti tanti nel mondo, un posto dove pochi “cattivi” (i diavoli) servono il dittatore di turno (Satana), riducendo al dolore e alla sofferenza moltitudini di persone? Come la Storia insegna, però, una situazione del genere non può durare e un popolo oppresso prima o poi si ribella. E infatti, Leviathan è «la storia di una rivolta», come spiega la sua sinossi, una rivolta dei dannati contro i diavoli. Se poi consideriamo che i dannati sono i migliori dei peggiori esponenti dell’umanità di sempre, ecco che i diavoli si trovano a fronteggiare della gran bella gente. Il colpo di teatro che va ancora oltre questo antefatto, già in sé originale, è la scelta del Grande Eroe, di colui che lancerà il primo sasso, che per primo parlerà di rivolta laddove mai a nessuno era balenata in mente neppure una vaga ipotesi del genere: in Leviathan costui è nientemeno che Adolf Hitler! Continua a leggere Dante, i diavoli e il caos del presente