Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Recensione di “Itinerario dell’anima a Dio” di San Bonaventura da Bagnoregio

San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerario dell’anima a Dio, Bompiani

“Boezio si era proposto di tradurre in latino l’intera opera di Platone e di Aristotele e di mostrare la sostanziale concordanza del loro pensiero, ma è noto che egli non riuscì a portare avanti questo programma. Nulla ci è pervenuto delle sue eventuali traduzioni di Platone e, per quanto riguarda le traduzioni aristoteliche, ci sono giunte soltanto quelle delle Categorie e del De Interpretatione […]. Tuttavia, nonostante l’assenza di fonti dirette, il mondo cristiano venne ugualmente a contatto […] con un certo numero di tesi platoniche e neoplatoniche che, più di altre, sembravano venire incontro all’esigenza cristiana di garantire la spiritualità dell’anima umana ed il suo ritorno a Dio: si pensi, ad esempio, alle ‘prove’ platoniche dell’immortalità dell’anima e allo schema metafisico neoplatonico dell’exitu e del reditus, per cui la realtà procede da Dio e a Lui ritorna. La tonalità religiosa del pensiero platonico e, ancor più, di quello neoplatonico favorì pertanto la loro progressiva integrazione nella visione cristiana della realtà e contribuì a rendere possibile quello stretto coordinamento di fede e ragione che caratterizza le sintesi di pensiero elaborate nel mondo latino almeno fino alla metà del XII secolo. A partire da questa data, e fino alla fine del XII secolo, l’Occidente cristiano conobbe una svolta radicale nel campo del sapere, che si tradusse nella progressiva penetrazione […] di una vasta letteratura filosofica e scientifica, comprendente l’intero corpus aristotelico, accompagnato dai commenti greci e arabi e dagli scritti più significativi del pensiero arabo ed ebraico. In tal modo l’Occidente cristiano veniva per la prima volta a contatto con una visione del mondo costruita senza alcun riferimento al dato rivelato e nella quale la ragione indagava con rigore ed accortezza ogni aspetto del reale, senza tuttavia riferirlo mai a un Dio creatore e provvidente. Questo poneva problemi assai gravi ai pensatori cristiani e suscitava reazioni contrastanti nei confronti del pensiero aristotelico”. Continua a leggere Ragione e fede sotto il cielo di Dio

Suggestio falsi

Recensione di “Processo a Galileo” di Giorgio de Santillana

Giorgio de Santillana, Processo a Galileo, Mondadori

“Questo studio fu impostato a suo tempo come semplice premessa a una edizione critica del Massimi Sistemi nella traduzione inglese secentesca del Salusbury. Via via, però, che tentavo di rintracciare il profilo di quella vicenda giudiziaria che si erge all’orizzonte dei tempi moderni mi rendevo conto di quanto esso apparisse incerto e mutevole; e mi fu meraviglia notare come anche ciò che era stato messo in chiaro dalla scrupolosa storiografia dell’Ottocento si fosse nuovamente ricoperto di nubi […]. Scrisse una volta M. de Bonald: ‘È tempo di restaurare, di contro all’autorità dell’evidenza, l’evidenza dell’autorità’. Queste parole […]esprimono assai bene la confusione in cui si dà opera a inflettere la vicenda galileiana nel senso di ragioni tutt’altro che storiche. Che essa abbia suscitato tutto un apparato difensivo è ben comprensibile. Fu per decenni il cavallo di battaglia del libero pensiero contro l’oscurantismo; da ambe le parti fu malmenata la verità senza esclusione di colpi […]. La vicenda galileiana non è dunque solo il punto di partenza dei tempi moderni, essa in un certo senso li riassume. Ortega y Gasset, secondo cui quella che intendiamo per civiltà moderna è un’isola nel tempo che viene a conchiudersi nell’età nostra, ‘sotto ai nostri piedi’, ha fatto di Galileo, in un suo bel libro, il simbolo di essa. Rievocando gli antichissimi riti di trapasso, egli ci ricorda come i romani noverassero tra i loro numi Adeona, deità dell’arrivo, e Abeona che s’invocava sul partire. ‘Se vogliamo, dice, cristianizzare i vocaboli, nulla può parere più giustificato che di fare Galileo patrono abeona del nostro partirci dalla modernità, patrono adeona del nostro entrare in un futuro grave di mistero’”.. Continua a leggere Suggestio falsi

Rinascere, forse

Recensione di “Un mese in campagna” di James Lloyd Carr

James Lloyd Carr, Un mese in campagna, Fazi Editore

La guerra e l’orrore da una parte; il suo ossessivo ricordo e il tentativo di sfuggirgli dall’altra. E nel mezzo, l’intervallo quasi miracoloso di un’estate, il placido splendore della campagna inglese, la maestà silenziosa di una chiesa, la scoperta delle vite degli altri, chiuse nel cerchio imperfetto e solidale di un minuscolo, sonnolento villaggio, il richiamo dei secoli trascorsi, che respira in un affresco del quattordicesimo secolo da riportare alla luce, e infine l’amore, che un incontro improvviso risveglia. Accomodato in una prosa lieve e splendida, non priva d’ironia e insieme venata di tristezza, di quell’acuta nostalgia che sempre si accompagna alla memoria di ciò che è stato e che mai più potrà essere di nuovo, questo semplice (e tuttavia ricchissimo) materiale narrativo germoglia in un romanzo di non comune fascino, poetico quanto può esserlo una fiaba, prezioso nel modo in cui lo sono le storie inventate per stupire, incantare, sedurre, acuto e profondo come una riflessione, autentico e sincero come una confessione. Continua a leggere Rinascere, forse

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Una madre e un uomo

Recensione di “Il buio fuori” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi
Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi

L’impreciso, zoppicante fluire di un tempo eterno, inconoscibile e trascendente è il respiro di una terra desolata e moribonda, è l’eco di un silenzio cupo calato come tenebra sul mondo, è il cieco labirinto di stagioni replicate la cui primordiale, purissima violenza si rovescia incessante su uomini e cose. In questo tempo estraneo e silenzioso, sordo alla compassione, vagano naufraghe e disperate le genti, aggrappate a brandelli di sentimenti che hanno la patetica fragilità di preghiere semidimenticate, a occasioni di socialità stentate come la memoria dei vecchi, a barbagli improvvisi di pietà e amore; qui la vita è tutto e niente, è la fatica di un parto anonimo in una baracca isolata nella foresta e l’esplodere di un giovane corpo di madre che con ogni fibra chiama a sé il proprio figlio e insieme l’inspiegabile rifiuto di un padre (che della madre è anche fratello) e la sua decisione di liberarsi del neonato abbandonandolo tra i boschi. Continua a leggere Una madre e un uomo

Tra le fiamme di un secolo

Recensione di “Q” di Luther Blissett

Luther Blissett, Q, Einaudi
Luther Blissett, Q, Einaudi

Una tumultuosa avventura elegantemente abbigliata da romanzo storico; una vicenda ricchissima di avvenimenti e colpi di scena, un crocevia del passato che, nella creazione letteraria, fiorisce tanto nella precisa ricostruzione di ciò che è stato quanto nella libertà dell’invenzione; una teoria magnifica e terribile di dotte dispute e orrendi massacri, di incruenti ma letali duelli per il potere, di drammatici assedi, di insensati eccidi; e l’eco della parola di Dio che ovunque risuona per bocca dei suoi interpreti, dei suoi sacerdoti, dei folli custodi della sua volontà, e la sua ombra infinita, gettata sul mondo, striata dal sangue di migliaia di vittime innocenti. Romanzo rivelazione, salutato da un impressionante successo di pubblico, Q, firmato da un quattro scrittori (i cui nomi sono da gran tempo noti, non è dunque necessario riportarli nuovamente qui) sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, è senza alcun dubbio un lavoro in pari tempo ambizioso e riuscito. Lacerato da conflitti etico-teologici, devastato da ogni sorta di guerra, egemonizzato da gigantesche figure di eruditi e predicatori, guidato da burattinai occulti, attraversato dal soffio esaltante dell’utopia, teso verso la purezza della palingenesi e trascinato nell’abisso delle più oscure e deliranti profezie apocalittiche, il XVI secolo, scenario del romanzo e insieme suo fulcro narrativo, è restituito al lettore in tutta la sua contraddittoria complessità; tra le pagine di Q, nel disordine delle rivolte contadine brutalmente soffocate dagli eserciti al soldo di questo o quel principe elettore così come nelle opulenti stanze dove banchieri onnipotenti, simili a Parche grottesche e spietate, distruggono dinastie e costruiscono dal nulla nuovi imperi; nei pericolosissimi segreti di corrispondenze private cui gli uomini affidano, con le convinzioni più radicate, le loro stesse vite così come nelle condanne senza appello dei severi collegi ecclesiastici che destinano al rogo gli scritti giudicati eretici, le ardite riflessioni che rischiano di minare un impianto dottrinario e di fede sul quale si regge l’ordine del mondo tutto, quel che si coglie con assoluta chiarezza è il palpitare incessante di un tempo unico, il tempestare una stagione fatta a pezzi dallo scatenarsi di un numero impressionante di forze, ciascuna opposta a tutte le altre: “La Cattedrale spalanca le fauci. Quattro gradini larghi e sottili, di una spanna ciascuno, rialzano i due pilastri a sostegno dell’arco che precede e sovrasta il portale; appuntito al culmine, frastagliato sul bordo inferiore da tredici merletti di pietra come zanne acuminate. Due passi poi ancora quattro gradini, più stretti e ripidi, fino alle due porte […]. Quasi metà dell’attuale popolazione di Münster è riunita fin dai vespri di sabato tra queste tre imponenti navate. In ginocchio, le mani giunte, attendono cantando sommessamente ciò che il Profeta ha predetto per questo giorno. – Oggi farò sparire dalla terra ogni cosa, dice il Signore. Distruggerò uomini e bestie. Sterminerò gli uccelli del cielo e i pesci del mare, abbatterò gli empi. Sterminerò l’uomo dalla terra. Come un diluvio è il giorno finale. Questa nostra città è l’arca costruita sul legno della penitenza e della giustizia. Essa galleggerà sulle acque della vendetta finale”.

In questo immenso teatro dove i più turpi delitti si accompagnano alle più elevate meditazioni dell’intelletto e dello spirito, gli autori di Q narrano una storia nella storia, facendo coincidere microcosmo e macrocosmo; al servizio di un racconto a due voci, l’elaborata architettura del romanzo, all’interno del quale scenari e date cambiano in continuazione, illumina la sfida a distanza tra due uomini (la voce narrante dell’opera, un uomo del popolo conquistato dalla Riforma, e il suo avversario, il misterioso Q), entrambi chiamati a simboleggiare le differenti istanze che hanno infiammato il secolo. Così, il viaggio nel tempo e nella storia che gli autori di Q così meticolosamente costruiscono finisce per esplodere di vita e d’autenticità proprio nel rincorrersi delle passioni, dei desideri e dei sogni dei singoli; ed è in questa dimensione squisitamente umana, fallibile, imperfetta, caduca, che si rivelano e si svelano le illusioni delle moltitudini, le pazzie dei popoli, l’eterno naufragare di un’innocenza collettiva irrimediabilmente perduta e incessantemente rimpianta.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Sulla prima pagina è scritto: nell’affresco sono una delle figure di sfondo. La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi. Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi. La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l’eterna oscillazione delle fortune umane.

Ragione e immaginazione

Recensione di “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki

Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi
Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi

“Mi trovavo all’assedio di Saragozza come ufficiale dell’esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po’ fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede. Mi venne la curiosità di entrare. Bussai alla porta ma mi accorsi che non era chiusa. La spinsi ed entrai […]. Mi parve che fosse già stato portato via tutto quello che poteva avere un certo valore […]. Scorsi soltanto in un angolo, per terra, parecchi quaderni scritti. Diedi un’occhiata a quello che contenevano. Si trattava di un manoscritto spagnolo; benché conoscessi molto poco la lingua, ne sapevo tuttavia abbastanza per capire che quel libro poteva essere divertente: vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti, e niente era più adatto a distrarmi dalle fatiche della campagna militare quanto la lettura di un romanzo bizzarro. Convinto che quel libro non sarebbe mai più tornato al suo legittimo proprietario, non esitai a impadronirmene. Fummo in seguito obbligati a lasciare Saragozza. Rimasto, per disavventura, separato dal grosso dell’esercito, fui catturato dai nemici insieme col mio distaccamento: credetti che fosse la mia fine. Giunti sul posto che avevano stabilito, gli Spagnoli cominciarono a spogliarci di tutto quanto avevamo. Io chiesi di conservare un solo oggetto che non poteva esser di alcuna utilità per loro, cioè il libro che avevo trovato. Dapprima fecero qualche difficoltà, poi chiesero il parere del capitano che, dopo aver dato un’occhiata al manoscritto, venne da me e mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo. Gli raccontai come mi fosse capitata tra le mani […]; lo pregai di tradurmi l’opera in francese. Io la scrissi sotto la sua dettatura”. Tra le astute righe di questa Avvertenza, nella quale la finzione dell’insieme è a un tempo incondizionata resa al fantastico (“vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti”) e approssimazione al verosimile (“mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo”), Jan Potocki, coltissimo autore del Manoscritto trovato a Saragozza, opera che sembra sfuggire a qualsiasi definizione per abbracciare una molteplice teoria di significati (romanzo avventuroso, racconto allegorico, semplice divertissement ricco di licenzioso umorismo), cela e insieme concede al lettore la chiave di lettura di questo suo lavoro, unica concessione all’eccentricità di un uomo che consacrò la propria esistenza agli studi e all’erudizione. Corre infatti (o almeno così desidera farci credere l’autore) lungo l’incerta linea di demarcazione che separa ciò che è fantastico da ciò che è reale (o se si vuole ciò che sembra impossibile dalla sua spiegazione razionale) la narrazione, o meglio l’insieme di storie di cui si compone questo sorprendente affresco letterario. Sorta di picaresco Mille e una notte, di Decamerone dal respiro soprannaturale (eppure così intriso, proprio come le boccaccesche novelle, di puntuta ironia e di compiaciuto, carnale erotismo, da risultare epopea d’incontestabile e deliziosa natura terrena, umana), Manoscritto trovato a Saragozza fa pensare al vivido sogno di un intelletto votato al vero, all’insopprimibile desiderio d’evasione di una mente dedita alla conoscenza. Costruito lungo un susseguirsi di giornate che sembrano essere la stessa identica giornata continuamente ripetuta, il romanzo, nell’incessante verificarsi di eventi inspiegabili (sparizioni improvvise, manifestazioni di spettri, casi di possessioni demoniache, esorcismi, evocazioni di creature magiche), ruota su se stesso nella perfetta e immobile circolarità naturale del tempo, in una sospensione della storia che ha il ritmo immutabile del trascorrere delle stagioni e del loro regolare alternarsi. Specchio di questa atemporalità che i protagonisti del romanzo vivono senza comprendere è il “non luogo” nel quale essi agiscono (compiendo, anche in questo caso senza rendersene conto, praticamente sempre la medesima azione); una terra che Potocki (ancora una volta con la manifesta intenzione di confondere le acque) colloca geograficamente con grande precisione – “Il conte d’Olivadez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l’Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo”, questo l’incipit del Manoscritto, in Italia pubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Anna Devoto – per poi “imprigionarla” proprio in quell’eterno presente nel quale si è formata. Nelle vallate della Sierra Morena, infatti, gli eroi di Potocki, a partire dal personaggio principale, l’impavido Alfonso, comandante delle guardie Valloni, vagano senza costrutto, risvegliandosi, al termine di notti trascorse in sogni voluttuosi e splendidi che forse non sono altro che terribili inganni orditi da Satana, nello stesso punto da cui il giorno precedente avevano preso le mosse.

Nel descrivere il mondo della conoscenza sensibile e il suo enigmatico contraltare, nel suggerirne una sorta di natura comune, quasi fossero l’uno e l’altro parti di un tutto più grande, Potocki non assume mai il punto di vista dello studioso, del sapiente, dell’uomo di scienza; piuttosto, narra con la grazia di un cantastorie, attento solo a emozionare, a conquistare, a condividere con i lettori il fascino dell’inconoscibile dal quale si sente così fortemente atratto. Nonostante ciò, sarebbe un errore considerare un semplice gioco il suo Manoscritto; esso è piuttosto lo splendido, seducente spettacolo di un’immaginazione tumultuosa e di un’anima amante della bellezza e dell’armonia, uno spettacolo cui il conte Jan Potocki, membro della più illustre nobiltà polacca, ci invita, con irresistibile grazia, ad assistere.

Eccovi, invece dell’incipit, la parte conclusiva della ricca introduzione al volume, a cura di Roger Caillois, uno dei massimi studiosi del Manoscritto trovato a Saragozza. Buona lettura.

I meriti letterari dell’opera sono eccezionali, e le ambizioni che essa rivela ancor di più. Non bisogna dimenticare che queste avventure fantastiche sono state scritte da un uomo di più di quarant’anni che si è sempre dedicato alla ricerca erudita, e che, mentre le scrive, lavora a stabilire le tavole di concordanza tra civiltà diverse, risalendo fino al più lontano passato. Egli porta innanzi le due opere di pari passo […]. Venne un momento in cui egli desiderò controbilanciare una scienza frammentaria, lontana, indifferente, ricca d’ipotesi insieme fragili e vane, con la creazione di un vasto affresco, movimentato e brulicante come la vita stessa. Volle dire tutto: ciò che sentiva, ciò che pensava, ciò che sapeva.

La libbra ingannatrice

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti
William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti

“Un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non va soggetto alle stesse malattie, non si guarisce cogli stessi mezzi? Non ha il freddo dello stesso inverno e il caldo della stessa estate d’un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci offendete, non dobbiamo vendicarci? Se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi. Se un ebreo offende un cristiano, dove arriva la tolleranza del cristiano? Alla vendetta. Se un cristiano offende un ebreo, dove dovrebbe giungere la sopportazione dell’ebreo, secondo l’esempio cristiano? Alla vendetta. Mi insegnate a essere malvagio: obbedisco, ma mi sarà difficile non superare i maestri”. Riposa quasi interamente in questo sfogo colmo d’ira e disperazione, in questo lancinante urlo di dolore di un uomo che non chiede altro che di essere riconosciuto come tale, e come tale rispettato, in questa invettiva che, spogliata di tutto il suo livore, si rivela una supplica, una preghiera, una richiesta di grazia, la grandiosità tragica de Il mercante di Venezia, capolavoro teatrale di William Shakespeare scritto negli ultimi anni del Cinquecento. Costruita intorno alla figura dell’ebreo Shylock, che, al principio del terzo atto, appare in tutta la sua forza (e insieme nella sua essenziale debolezza, nella sua spaventosa fragilità) nel fiammeggiante monologo appena citato, Il mercante di Venezia è un cupo dramma travestito da bizzarra storia d’amore. Tutti i protagonisti della vicenda, infatti, così come le relazioni che li legano gli uni agli altri, le passioni che sbocciano e i giocosi (e ingegnosi) piani messi a punto affinché ognuno realizzi il proprio desiderio, non sono che una cornice (raffinatissima, splendida, inebriante) della narrazione più autentica, centrata sul destino di un uomo vinto. Shylock, costretto all’odio dall’impossibilità di amare, costretto a farsi demonio dal disprezzo degli uomini, che rifiutano di considerarlo un loro pari (o per dir con più esattezza, un loro simile), è il simbolo di un completo naufragio esistenziale, di un devastante fallimento. Privato dei suoi affetti, tradito dalla figlia (che lo abbandona, non prima di averlo derubato, per sposare un cristiano), considerato solo per quel che egli, in quanto giudeo, in quanto appartenente per nascita alla razza israelita, è nell’immaginario collettivo, un volgare usuraio privo di scrupoli, Shylock veste gli unici panni che il mondo gli mette a disposizione e, nel magistrale gioco metateatrale orchestrato da Shakespeare egli è, nello stesso tempo, il personaggio chiave della storia raccontata e l’ebreo che i pregiudizi del volgo vogliono che sia.

Di fronte a un pubblico, a un mondo intero che lo dileggia, Shylock accetta di essere quel che gli altri desiderano, di render concreto il fumo d’ignoranza e persecuzione partorito dalla loro fantasia malsana, armandosi di cattiveria, di perfidia; egli lascia che la voglia di vendetta dapprima lo accechi (con il prestito che accorda a Bassanio pretendendo dal garante Antonio una libbra della sua carne in caso di mancata restituzione della somma), poi lo beffi con l’inganno del sangue, quel sangue così decisivo nell’attribuzione della razza, quel sangue che fa uno cristiano e un altro ebreo, quel sangue unico per tutti che così crudelmente divide, separa: “E questa carne devi tagliarla dal suo petto. La legge te lo consente e il Tribunale te lo attribuisce […]. Il contratto non ti concede neppure una goccia di sangue; le parole precise sono «una libbra di carne»: bada dunque al tuo contratto e abbiti la tua libbra di carne; ma se, tagliandola, versi una sola goccia di sangue cristiano, le terre e i tuoi beni ti saranno, per la legge di Venezia, confiscati a favore dello Stato”. Carnefice fallito e vittima designata, Shylock a ragione figura, nella sterminata galleria di personaggi shakespeariani, tra gli immortali; egli, nella sua terribile parabola, nega a se stesso ogni possibile salvezza in nome di una coerenza che riposa unicamente nel dolore; fedele soltanto alla propria infelicità, l’ebreo dannato abbraccia quel che ha sempre saputo essere il suo fato; nato esule, egli finisce per accettare l’esilio, un esilio dello spirito, dell’anima, del cuore, la peggiore delle condanne possibili: “E prendetemi anche la vita. Non fatemene grazia. Voi vi prendete la mia casa, prendendovi il puntello che la tien su. E vi prendete la mia vita togliendomi i mezzi di vivere”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Alessandro Serpieri. Buona lettura.

A Venezia, in strada. Entrano Antonio, Salarino e Salanio.

Antonio: Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi dite d’esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l’ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dov’è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscer me stesso.

Chi ha fame ha diritto; chi vota regna

Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton
Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton

“[…] il 3 aprile 1862 Les Misérables fa la sua comparsa nelle librerie parigine, al prezzo di dodici franchi, preceduto da un eccezionale battage pubblicitario. Nel pomeriggio dello stesso giorno ne sono stati venduti – letteralmente contesi dai lettori – quasi quattromila esemplari. Si ricorre a riffe e a collette pur di procurarsi una copia; si organizzano giochi a premi, estrazioni a sorte, rappresentazioni di marionette e ombre cinesi, tableaux vivants, pantomime. Jean Valjean, Fantine, Cosette, Marius, Javert, Gavroche, i Thénardier, monsignor Bievenue sembrano uscire di prepotenza dalle pagine del libro facendosi di carne e di sangue. Un tale successo […] per un romanzo giudicato «rivoluzionario», che Lamartine definisce «pericolosissimo», sembra vanificare perfino i disegni della «liberticida» […] legge Riancey […], che imponendo una tassa di cinque centesimi su ogni copia di giornale contenente l’appendice l’aveva resa, in pratica, economicamente insostenibile. Anche per questo, molto probabilmente, Les Misérables conosce subito una dignità editoriale «da libreria», cosa che, tra l’altro, gli gioverà non poco nella considerazione della haute letteraria. Baudelaire, ammirato e commosso, lo saluta come «un libro di carità»; George Sand […] lo definisce, per poi contraddirsi, «immondo»; Flaubert lo trova «volgare»: i lettori ne decretano il trionfo”. Opera monumentale, romanzo splendido e terribile, architettura retorica magnifica e sublime capace di sacrificare all’appassionato elogio del vero, del buono, del giusto e del bello ogni verosimiglianza, I miserabili, il cui straordinario successo editoriale Riccardo Reim ben riassume nell’introduzione al volume pubblicato da Newton Compton (nella traduzione di E. De Mattia) è allo stesso tempo un labirinto intricatissimo e oscuro e un orizzonte vibrante di luce affacciato sull’infinito. Lo sguardo del suo autore, che di tutto ciò che narra è allo stesso tempo cronista e testimone, storico e filosofo, sembra voler spaziare ovunque, indagare, con l’attenzione esasperata e minuziosa dell’investigatore unita alla capacità d’astrazione dello scienziato, del teorico, il destino degli ultimi e le sorti del mondo, la miseria del singolo e il trionfante procedere della storia verso l’avvenire, la giustizia sociale e la libertà, gli inciampi degli uomini e i tranelli in cui cadono le nazioni, gli aspri rivolgimenti delle anime e delle coscienze e le rivoluzioni dei popoli. Voce del dolore, della sofferenza, del sacrificio, del riscatto, della sorte cieca e matrigna come dell’imperscrutabile e tuttavia perfetta e infallibile provvidenza divina, Victor Hugo intreccia, nel suo travolgente affresco letterario, il minuscolo e l’immenso, l’ingiustizia atroce (e nonostante ciò il più delle volte ignorata) causata dalla vile oppressione del più forte ai danni del più debole, e il sorgere e il tramontare di imperi, il crollare nella polvere e nell’ignominia di secolari dinastie di principi e re, la notte di Napoleone a Waterloo e la discesa agli inferi del potatore Jean Valjean, divenuto ladro per necessità e tramutato in galeotto, in abietto rifiuto della società da una giustizia miope e sorda, del tutto incapace di comprensione e pietà. Timoniere coraggioso, a tratti perfino spavaldo, di una retorica nobile e fiammeggiante, Victor Hugo elegge l’assoluto a propria stella polare letteraria e in tal modo si fa scultore della forma, riformatore dello stile, artista bizzarramente geniale dell’architettura narrativa; il suo narrare, stupefacente lavoro d’alchimista, trasforma il romanzo in una torrenziale congestione di fatti, in un crocevia di eventi drammatici che sembrano avere in sé, o meglio negli intangibili decreti di Dio, la propria ragione. In questa fittissima trama, i personaggi, ridotti a meri simboli di virtù e vizio e proprio per questo, agli occhi del lettore, trasfigurati in caratteri indimenticabili, eroici, sovrumani (nell’abiezione come nell’estasi del sacrificio), sono strumenti di una volontà trascendente, tasselli della “pietosa intelligenza del caso” grazie ai quali, seppure attraverso spaventose “vie della croce”, il bene finisce per trionfare.

Non c’è dunque contraddizione alcuna tra l’estrema semplicità dell’intreccio (riassumibile negli sforzi del protagonista Jean Valjean, forzato senza colpa, per redimersi) e la complessità del contesto storico, politico e sociale nel quale Victor Hugo fa respirare il romanzo; al contrario, l’una si completa naturalmente nell’altra. Il particolare trova la propria ragione e la propria verità nel generale, la sete di giustizia dell’uomo si riversa, allo stesso modo in cui un fiume giunge al mare, in quella del popolo e lì si fa rivoluzione, l’affrancamento dalla povertà e dall’ignoranza di uno non è che il riflesso del progresso di tutti, l’eco gioiosa dei passi del mondo, inarrestabile nella sua marcia verso il domani.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Nel 1815, monsignor Charles-François-Bienvenu Myriel era vescovo di Digne. Era un vecchio di circa settantacinque anni; occupava la sede di Digne dal 1806.

Notoriamente israelita

Recensione di “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi
Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. Yakov Bok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.