Francesco, santo e uomo

Recensione di “Francesco d’Assisi” di Franco Cardini

Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Mondadori

Nella sterminata letteratura dedicata a San Francesco, l’agile volume scritto dallo storico e saggista Franco Cardini, edito da Mondadori nel 1991 e intitolato semplicemente Francesco d’Assisi, non si può certo considerare un’opera di rilevanza fondamentale, un testo centrale nello sviluppo degli studi sul fondatore dell’ordine Francescano. Si tratta tuttavia di un contributo interessante, che ha un suo indubbio valore, costruito come una biografia romanzata (con suggestioni linguistiche e stile narrativo quasi da romanzo) ma assai denso e preciso quanto a individuazione e utilizzo delle fonti e, quel che più conta, coraggioso nella formulazione di particolari ipotesi storiografiche. La cautela con cui l’autore procede nel suo delicato lavoro – di “Santo Francesco” Cardini non si limita a restituire la vita, né a proporne una lettura, tanto edificante quanto scontata, che ne evidenzi soltanto la virtuosa parabola religiosa, ma la colloca nel suo ambiente di riferimento, sottolineando quanto il tessuto economico e sociale del tempo, in Assisi, abbia avuto un ruolo concreto e niente affatto marginale nella formazione del carattere e delle convinzioni (non solo spirituali) di quella che diventerà una delle maggiori figure nella storia della Chiesa cattolica – non solo non indebolisce in alcun modo il quadro generale disegnato pagina dopo pagina, ma dà a esso la necessaria credibilità. Continua a leggere Francesco, santo e uomo

Dante, i diavoli e il caos del presente

Recensione di “Leviathan” di Michele Dattoli e Salvatore Pastore

Michele Dattoli, Salvatore Pastore, Leviathan, Eretica Edizioni

Riattualizzare l’Inferno di Dante. Di più: riattualizzarlo, ma lasciandolo originale. Non una rivisitazione, ma il “vero” Oltretomba dell’Alighieri, più o meno come ce lo hanno presentato i testi di letteratura scolastici, ma portato all’oggi, quindi con ospiti più “moderni”, quelli successivi al Sommo Poeta. Prendi Hemigway, per esempio, grande autore morto suicida e quindi, secondo il contrappasso dantesco, tramutato in albero secco in una delle più terribili delle bolge. Qua e là, certo, le esigenze narrative e le influenze di opere più recenti hanno portato ad alcune libertà rispetto alle divine terzine, ma l’impatto resta quello: un tentativo anche ambizioso, senza dubbio coraggioso. È questa la base di partenza del lavoro proposto da due giovani autori, Michele Dattoli (testi) e Salvatore Pastore (disegni), nella loro opera, Leviathan, ancora incompleta (al momento sono usciti i primi due volumi), e proposta da Eretica Edizioni. Ma parlavamo di attualizzazione. Dattoli infatti guarda l’Inferno da un punto di vista nuovo. Cos’è, in pratica, l’Inferno, se non un luogo come se ne sono visti tanti nel mondo, un posto dove pochi “cattivi” (i diavoli) servono il dittatore di turno (Satana), riducendo al dolore e alla sofferenza moltitudini di persone? Come la Storia insegna, però, una situazione del genere non può durare e un popolo oppresso prima o poi si ribella. E infatti, Leviathan è «la storia di una rivolta», come spiega la sua sinossi, una rivolta dei dannati contro i diavoli. Se poi consideriamo che i dannati sono i migliori dei peggiori esponenti dell’umanità di sempre, ecco che i diavoli si trovano a fronteggiare della gran bella gente. Il colpo di teatro che va ancora oltre questo antefatto, già in sé originale, è la scelta del Grande Eroe, di colui che lancerà il primo sasso, che per primo parlerà di rivolta laddove mai a nessuno era balenata in mente neppure una vaga ipotesi del genere: in Leviathan costui è nientemeno che Adolf Hitler! Continua a leggere Dante, i diavoli e il caos del presente

La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Continua a leggere La fiabesca anima d’Irlanda

“La presente per comunicarle…”

Recensione di “Un regalo del Führer” di Charles Lewinsky

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer, Einaudi

La presente per comunicarle che lei è stato inserito nei ranghi del trasporto. La neutralità apparente del linguaggio burocratico, la sua impersonale lontananza e la calcolata freddezza che vanno in frantumi dinanzi alla tragedia e loro malgrado svelano (addirittura denunciandolo, seppur non consapevolmente, bensì per una sorta di riflesso involontario) l’orrore dello sterminio pianificato in tutti i suoi dettagli, la perfezione assassina del lucido delirio antisemita nazista. La presente per comunicarle che deve tenersi pronto a partire per Auschwitz, l’ultima tappa dell’inferno della deportazione, della sistematica umiliazione dei campi di concentramento, dell’oscena finzione di Theresienstadt, il “fiore all’occhiello” dell’architettura concentrazionaria hitleriana, la “struttura di internamento” destinata a ospitare i più eminenti tra gli artisti e gli intellettuali mitteleuropei”. I più eminenti tra gli ebrei, la razza maledetta. Ed è questa comunicazione, questa convocazione che un giorno, a guerra purtroppo solo quasi terminata, con il “glorioso” esercito del Reich decimato ma non ancora completamente sconfitto, giunge al celebre prigioniero, all’illustre “sporco ebreo” Kurt Gerron, in arte Gerson, cantante, attore e regista di fama, autentica stella di prima grandezza nella Germania degli anni venti. Una stella, sfortunatamente per lui, giudaica, una stella gialla, come quella che il regime gli impone di portare cucita addosso, e che segnerà, oltre al suo destino, quello della moglie Olga. A raccontare la storia di Gerson, il suo internamento a Theresienstadt e soprattutto il dilemma morale cui lo sottopone il comandante del campo, è lo scrittore svizzero Charles Lewinsky nello splendido romanzo intitolato Un regalo del Führer (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Valentina Tortelli). Continua a leggere “La presente per comunicarle…”

Sein, Jahvè e la pazzia

Recensione di “Trilogia di Valis” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Trilogia di Valis, Fanucci

L’essere, l’essenza stessa dell’esistere, la purezza dell’heideggeriano Sein, e insieme l’assoluta potenza del puro atto creatore, dell’impulso primo che nel dare origine a ogni cosa è origine di sé, è autocoscienza divina, e l’in sé e per sé che Hegel ha portato alla perfezione idealistica recuperandolo da millenni di sapienza e misticismo, dalle opere dei filosofi, dalle sentenze dei Padri della Chiesa, dalle lettere di San Paolo e dal nome stesso di Dio, Jahvè, “Colui che è”. L’essere, la forma della realtà così come l’uomo la conosce attraverso l’esperienza e il ragionamento, e nello stesso tempo il suo completo sovvertimento, il suo capovolgimento, l’irruzione dell’impossibile, dell’assurdo, dell’incredibile, di ciò di fronte al quale non ci si può arrendere se non per un atto di fede, per una rinuncia che è abbandono di tutto ciò che posso conoscere e contemporanea fusione con tutto ciò che è per definizione non conoscibile, non raggiungibile, non razionale (il credo quia absurdum di Tertulliano); l’essere come teofania, come manifestazione del divino che è negazione psicotica di qualsiasi evidenza, di qualsiasi certezza. È attorno a questo essere multiforme che è tutto e nulla, che è qualsiasi cosa e nessuna cosa nota, che è religione e pensiero (e forse la più perfetta manifestazione della follia) che ruota l’intera Trilogia di Valis, l’ultima opera dello scrittore americano Philip K. Dick. Così la presenta, rifacendosi alle parole dello stesso Dick, Carlo Pagetti nell’introduzione all’opera edita da Fanucci nella traduzione di Delio Zinoni (che si è occupato del primo volume, Valis) e Vittorio Curtoni (che ha lavorato sui restanti due, Divina invasione e La trasmisgrazione di Timothy Archer): “«Mi sembra di vivere sempre più dentro i miei romanzi. Non riesco a immaginarmi perché. Sto perdendo il contatto con la realtà? O forse è la realtà a scivolare verso un certo tipo di atmosfera alla Philip Dick? E se è questo che succede, per amor di Dio, perché? Sono io il responsabile? Come faccio a essere io il responsabile?» Così si interroga, senza trovare ovviamente una risposta, Philip K. Dick in una delle annotazioni che formano il magnum opus incompiuto della Exegesis, iniziato dopo le apparizioni che trasformano la vita dello scrittore nel febbraio e nel marzo 1974 […]. Un raggio rosa che lo informa caricandolo di notizie preziose (anche sulle cattive condizioni di salute del figlioletto Christopher), la comparsa di una fanciulla che porta il segno cristiano del pesce, l’impressione di vivere parallelamente nella California del presente e nella Roma imperiale del I secolo dopo Cristo: questi eventi misteriosi proiettano Dick in una nuova dimensione dell’esistenza, che egli cercherà di elaborare ‘filosoficamente’ e soprattutto narrativamente nel resto della sua vita”. Continua a leggere Sein, Jahvè e la pazzia

Una terra che ha radici nel cielo

Recensione di “Una casa per Mr. Biswas” di V. S. Naipaul

Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Una casa per Mr. Biswas, Adelphi

L’amaro frutto di un raggiro, la beffa, l’ultima, la più cocente, di una stagione lunga quanto un’intera vita e costellata di rovesci, di ingenuità pagate a carissimo prezzo, di pietà negate e sterili furori, di mute gelosie ed esibiti disprezzi, di patetiche lotte intestine e amori immaturi, di irraggiungibili felicità e quotidiane umiliazioni. Eppure, malgrado tutto ciò, un simbolo, una dimostrazione, una rivendicazione colma d’orgoglio; la testimonianza concreta di una battaglia condotta con coraggio, in nome di una coerenza zoppicante, imprecisa, a tratti perfino comica ma mai abbandonata, mai rifiutata, mai abiurata, e di valori difesi come la più limpida espressione di sé, come l’irrinunciabile, ultimo bastione perduto il quale un uomo perde il diritto a considerarsi tale. Questo, un caotico tutto, una filosofia impazzita, un clownesco e disperato mondo alla rovescia che contiene ogni cosa e il suo contrario, una “terra che ha radici nel cielo” dove nulla è come dovrebbe essere e dove gli opposti senza sosta urtano l’uno contro l’altro senza annullarsi e senza che alcuna composizione di ordine superiore possa darsi, è la casa, lo spazio privato per eccellenza, il rifugio, il riparo, la tregua concessa dagli affanni di ogni giorno, per Mohun Biswas, povero figlio di immigrati indiani a Trinidad, nato sotto una cattiva stella e perseguitato da un’avversità davvero singolare che lo rende incapace di comprendere le lezioni che provengono dai propri numerosissimi errori, e dunque, in ultima analisi, di migliorarsi. Biswas (Mr. Biswas, come viene chiamato fin dalle primissime pagine del romanzo, a sottolineare l’assenza della sua fanciullezza, l’inesistenza di quegli anni cruciali nei quali, crescendo, si fa esperienza del mondo imparando a prenderne le misure, a difendersi da esso e a concedergli fiducia e credito le rare volte in cui le circostanze lo permettono) è l’indimenticabile protagonista del romanzo Una casa per Mr. Biswas dello scrittore trinidadiano (poi naturalizzato britannico) Vidiadhar Surajprasad Naipaul, scomparso di recente e insignito, nel 2001, del premio Nobel per la Letteratura. Continua a leggere Una terra che ha radici nel cielo

Tekel Upharsin

Recensione di “Labirinto di morte” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Labirinto di morte, Fanucci

“La teologia di questo romanzo non è l’equivalente di alcuna religione conosciuta. Essa nasce dallo sforzo […] di sviluppare un sistema di pensiero religioso, astratto e logico, basato sull’arbitrario postulato che Dio esista […]. La visuale di questo romanzo è altamente soggettiva; con ciò voglio dire che in ogni momento la realtà è vista non direttamente ma indirettamente, cioè per il tramite della mente di uno dei personaggi […]. «Tekel Upharsin», in aramaico, significa «Egli ha pesato, ora essi dividono». L’aramaico era la lingua parlata da Cristo. Ci dovrebbe essere più gente come lui”. Nella premessa a Labirinto di morte (in Italia edito da Fanucci nella traduzione di Vittorio Curtoni), Philip K. Dick illustra ai lettori il tema cardine del suo romanzo: il rapporto, la relazione tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra la realtà e la finzione. In questo senso, l’esistenza di Dio, ipotizzata nel lavoro del grande scrittore americano, spalanca un universo di possibilità narrative potenzialmente infinito, un vero e proprio labirinto, al cui interno, tuttavia, è quasi impossibile orientarsi, poiché il farsi certezza del trascendente, e il conseguente mutare della preghiera, della supplica (e della fede che, in differenti gradi intensità, le accompagna) in semplice richiesta, in una burocratica domanda non dissimile da quelle che si inoltrano al capoufficio e che tanto l’uno quanto l’altro possono arbitrariamente accogliere o respingere, la reductio della divinità a mero fatto, finiscono solo per moltiplicare l’esistente e dunque per allargare ancora di più lo spazio del possibile, delle cose che possono accadere, delle probabilità che potrebbero verificarsi. Così, il raggiungimento di un obiettivo, o la realizzazione di un desiderio, che in un mondo nel quale l’esistenza di un Demiurgo fosse esclusivamente legata alla volontà di credere dei singoli e delle masse dipenderebbe dalla perseveranza, dagli sforzi, dai sacrifici delle persone coinvolte – senza dimenticare il caso e la fortuna – e solo in minima parte alla decisione di un Creatore nei confronti del quale non v’è sicurezza alcuna, in un mondo differente, dove il soprannaturale fosse null’altro che un aspetto del naturale, qualsiasi traguardo si potrebbe raggiungere altrettanto bene impegnandosi a fondo in un’azione concreta o concentrandosi nella preghiera. Ed è proprio in questo modo, con una preghiera accolta, che Ben Tallchief, uno dei personaggi (quattordici in tutto) di Labirinto di morte, riesce ad abbandonare il proprio odiato lavoro su un’astronave e a ritrovarsi sul pianeta Delmak-O assieme a un eterogeneo gruppo di scienziati e tecnici; obiettivo, dare il via alla colonizzazione. Continua a leggere Tekel Upharsin

Riflesso di un’incombente oscurità

Recensione di “La famiglia Moskat” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, La famiglia Moskat, Tea

Città prigione dove una dinastia nasce e si consuma, orizzonte angusto e chiuso al cui interno ricchezze crescono e si dissolvono, Varsavia, silenziosa e fredda, distante da coloro che la affollano, che cercano di viverla, che spendono i loro giorni affannati nella penombra delle case, nell’esibita povertà delle strade, nella bellezza pallida e sfiorita dei giardini, è la principale protagonista de La famiglia Moskat (in Italia pubblicato da Tea nella traduzione di Bruno Fonzi), riconosciuto capolavoro di Isaac Bashevis Singer. È qui, in questo intrico di vie e piazze, in questo labirinto che non sembra avere vie d’uscita e che stringe a sé, in un abbraccio che si fa di momento in momento sempre più soffocante, i suoi cittadini, e fra essi le numerosissime famiglie ebraiche e il loro tesoro di tradizioni, cultura, credo religioso, che Singer narra decenni di storia (dal principio del Novecento fino al tragico avvento della follia omicida nazista) filtrandole attraverso i complessi intrecci privati di un patriarca e dei suoi discendenti. Ma il cupo grembo di Varsavia, nel quale uomini e donne si muovono come vermi ciechi e dove ogni cosa ha sentore di morte, non è che il riflesso dell’oscurità incombente che sta per travolgere l’Europa; Singer disegna i suoi personaggi con verità, la sua prosa, ricchissima, vibrante, ha la nobile responsabilità del ricordo, della memoria, riporta all’esistenza un mondo antico, radicato, che la ferocia hitleriana è riuscita in brevissimo tempo a spazzare via, e in questo assoluto e purissimo miracolo letterario egli lascia che a splendere, a brillare siano le passioni umane, le migliori (l’amore, la pietà) come le peggiori (l’avidità, l’egoismo, la viltà); in una parola, Singer si sforza di sottolineare, di dare evidenza a tutto ciò che rende gli esseri umani ciò che sono, a quel che li caratterizza, operando dunque in senso esattamente opposto rispetto a quanto fatto dalla perfetta macchina di sterminio dell’esercito tedesco, che gli ebrei ha annientato proprio togliendo loro per prima cosa il diritto a dirsi persone, a essere considerate e trattate al pari di tutti gli altri. Continua a leggere Riflesso di un’incombente oscurità

Così scandalosamente deforme

Recensione di “La peste” di Albert Camus

Albert Camus, La peste, Bompiani

Orano è una città che sembra volontariamente rinunciare alla bellezza, alla grazia. Un luogo “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali né fruscii di foglie”, dove “il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo […], la primavera si annuncia soltanto con la qualità dell’aria o coi cesti di fiori che i ragazzi portano dai sobborghi”. In questa città, circondata dall’eterna meraviglia del mare e pigramente sazia del suo abbraccio, della sua presenza fedele, l’estate è un flagello di fuoco “che incendia le case troppo asciutte e copre i muri d’una cenere grigia” e l’inverno è la sola stagione capace di regalare giornate di tregua. Ed è qui, in questo strano microcosmo, in questo reticolo unico di strade che ospita uomini e donne capaci di vivere, lavorare e amare in un solo modo, con meccanica frenesia e con il preciso obiettivo di ottenere la massima soddisfazione personale, che in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tutto precipita in un incubo. Simbolo, modello di ogni organizzato consesso sociale, esempio dunque dell’umanità tutta e della terra stessa, Orano si fa universale, crocevia di qualsiasi lingua, di quel che si conosce come di quel che si ignora, di ciò che è patrimonio del mondo e di ciò di cui il mondo è mancante, orfano, e soprattutto si trasforma nel centro perfetto da cui si irradiano tanto il bene quanto il male. Continua a leggere Così scandalosamente deforme

La cometa e l’ateo virtuoso

Recensione di “Pensieri sulla cometa” di Pierre Bayle

Pierre Bayle, Pensieri sulla cometa, Laterza (2 volumi)

Il Seicento. Il Grand Siècle. La temperie culturale è vivacissima. Baruch Spinoza suscita scandalo e infinite polemiche con la pubblicazione delle sue opere, il Tractatus Theologico-Politicus, l’Ethica more geometrico demonstrata; la legge di gravitazione universale di Isaac Newton spalanca nuovi orizzonti alla scienza; lo stesso Newton e Leibniz giungono, ciascuno per proprio conto (disputandosene poi a muso duro la paternità) alla scoperta del calcolo infinitesimale. L’umanità si schiude alla modernità così come noi la conosciamo. In questo secolo di giganti, un brillante erudito francese, che la storia del pensiero ha colpevolmente lasciato in ombra, offre il suo contributo all’edificazione di una razionalità finalmente adulta, che basta a se stessa, libera da superstizioni, credenze, miraggi alchemici, illusioni fideistiche. E traccia la rivoluzionaria figura dell’ateo virtuoso, dell’uomo (e perché no del genere umano tutto) che può essere buono, e condursi secondo principi di onestà e di rispetto di sé e degli altri, semplicemente seguendo il proprio buon senso ed evitando degradanti sudditanze verso qualsivoglia divinità. Lo fa in un’opera allo stesso tempo polemica e divulgativa, i Pensieri sulla cometa, riflessione sincera e appassionata sulle reazioni di terrore scatenate dall’avvistamento di una cometa, dai più considerata presagio di imminenti sventure.  Continua a leggere La cometa e l’ateo virtuoso