Il mito sanguinoso della Frontiera

Recensione di “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, Einaudi

Cormac McCarthy racconta di un tempo che sembra appartenere all’infanzia del mondo, e di luoghi che conservano una sorta di letale purezza, quasi fossero angoli d’Eden precipitati nel fango a causa del peccato dell’uomo. La realtà narrata dallo scrittore americano, dalla sua prosa forte, aspra, che attanaglia le viscere, colma il cuore d’emozione e gli occhi di pianto, conserva un’anima primitiva, incorrotta, solenne e selvaggia, allo stesso tempo splendida e abietta. E colui che abita questa realtà ne è in qualche modo l’espressione, il riverbero; è un uomo vestito soltanto dei propri istinti, obbediente agli appetiti del corpo, che lotta per non soccombere all’arbitrio onnipresente della forza, non conosce fratellanza e tuttavia non è sordo all’amore. È nel West immenso e inconoscibile, nell’eterno silenzio di praterie e deserti, che McCarthy situa geograficamente questo suo “mondo dell’essenza”, frutto della folle unione carnale tra Bene e Male; qui, in questa terra dura e inospitale, uomini e donne giorno dopo giorno battezzano se stessi nel dolore e nella violenza, dispersi in un insensato girotondo d’odio e di morte. Uomini fragili, incompiuti al pari di statue appena abbozzate, come il ragazzo di quattordici anni protagonista dell’intenso e lacerante Meridiano di sangue; un giovane nato in una notte diversa da tutte le altre, forse magica, forse maledetta – “La notte in cui sei nato. Trentatré. Leonidi le chiamavano. Dio, come cadevano le stelle. Con lo sguardo cercavo il buio, buchi nel cielo. L’Orsa correva” – orfano di madre (morta di parto) fin dal primo vagito, che appena può fugge di casa e si unisce a una banda di cacciatori di scalpi, uno spietato manipolo di assassini capitanati dal giudice Holden, quasi un demone d’inferno in forma d’uomo, o la caricatura d’incubo di un dio, giunto in terra a giudicare, e condannare. Continua a leggere Il mito sanguinoso della Frontiera

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Disumano, non antiumano

Robert Louis Stevenso, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Newton Compton
Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Newton Compton

Che non ci sia logica nella natura umana? Che possa, essa sola, misteriosamente, violare il principio di non contraddizione, vivere nell’unità degli opposti e accogliere il sé e l’altro da sé come semplici aspetti differenti di una singola sostanza? Che non ci sia, che non possa esserci, distinzione netta tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra vendetta e perdono, ma soltanto sfumature sottili, impalpabili diversità frutto di scelte, atteggiamenti, inclinazioni, debolezze? Che non sia altro che caos l’anima dell’uomo? Queste domande, la cui radicalità da millenni rappresenta una delle sfide più impegnative per il rigoroso pensiero filosofico, e che la psicanalisi ha provato a esorcizzare ingabbiando l’essenzialità di pulsioni e istinti nel recinto medico-scientifico delle nevrosi e delle sindromi ossessive, la letteratura ha avuto il coraggio (e dunque il merito) di porle, rappresentandole attraverso eventi e personaggi, e in tal modo di discuterle, dimostrando di comprenderne, e rispettarne, importanza e urgenza. Allora ecco che a vestire l’invenzione romanzesca sono dilemmi morali, e valori e princìpi sulla base dei quali intere società si costituiscono, oppure si dissolvono, e azioni e decisioni che vivono ben oltre le conseguenze cui danno luogo e costringono il lettore a misurarsi con esse, a confrontarcisi, quasi fosse lui ad averle compiute. È la possibilità che quel che succede tra le pagine di un libro possa accadere anche nella realtà a rendere la letteratura nutrimento indispensabile, e non tanto per la verisimiglianza di ciò che racconta, quanto piuttosto per la verità che sottende ogni metafora, per la plausibilità che alimenta anche la più colorata delle fantasie; non importa, insomma, che abbia poco o punto aderenza ai fatti così come li conosciamo una storia costruita attorno alla figura di uno scienziato capace di preparare una pozione il cui effetto è scomporre lo spirito dell’uomo (la sua anima, la sua psiche) nei singoli elementi che lo caratterizzano (il nobile e il sublime da una parte, l’orrido e il nefando dall’altra), se tutto questo non è che un pretesto narrativo per indagare quanto più possibile a fondo quel che ciascuno di noi è davvero. Così, è più che a buon diritto che Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, pubblicato dal grande scrittore scozzese Robert Louis Stevenson nel 1886, si è guadagnato il titolo di classico letterario; perché il suo protagonista, lo stimato e virtuoso dottor Henry Jekyll, attraverso la sua avventura d’incubo (che dell’incubo ha le atmosfere e il respiro), pone tutti noi di fronte all’abisso da noi stessi rappresentato, chiedendoci di sporgersi su di esso. Lungi infatti dall’essere una sorta di “trattato morale” sulla responsabilità delle scelte, o peggio un edificante manifesto vittoriano su vizio e virtù, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un romanzo inquieto e disturbante che, come una luce nella notte, illumina (a tratti, certo, ma con tutta l’intensità di cui è capace) le debolezze della personalità, le linee d’ombra del carattere, lo sfuggente universo etico che abitiamo. Come ben sottolinea Riccardo Reim nell’introduzione al volume edito da Newton Compton, l’indagine di Stevenson non ha che un punto fermo, e non è quello che ci si aspetterebbe, quello cioè della profonda divisione di opposti inconciliabili tra loro, bensì il contrario, la loro indissolubilità: “Hyde non è l’opposto di Jekyll, ma qualcosa all’interno di Jekyll, qualcosa che è sempre esistito: il fatto che sia più piccolo del dottore, quasi un nano, sta a dimostrare come ne sia soltanto una parte […]. Hyde è la regressione della specie, la terribile, onnipresente minaccia che, se l’evoluzione è una scala, esiste anche la possibilità di cominciare a ridiscenderla”.

L’evocativa, angosciosa, terrificante scrittura di Stevenson rende immortale la disumanità di Hyde (la mostruosa aberrazione di Jekyll che la pozione da lui creata ha il potere di far nascere e vivere) e nello stesso tempo ne sottolinea l’umanità; non c’è nulla di mostruoso (cioè di non umano, di contrario all’umano) in Hyde, a meno che non si voglia ammettere (non si debba ammettere, dichiara a chiare lettere lo scrittore) che la mostruosità ci appartenga nello stesso modo in cui ci appartiene la non mostruosità; per questo, fin dalle prime pagine del romanzo Stevenson sceglie la tortuosa, affascinante ambiguità propria di ogni linea di confine, dove il normale, il consueto, l’ordinario riposano fianco a fianco con il diverso, con l’eccezione, con ciò che viola ogni regola: “La strada era piccola e calma, ma nei giorni feriali vi si svolgeva un gran traffico. Gli abitanti se la passavano tutti bene, sembrava, e, con la speranza di passarsela anche meglio, facevano a gara nello spendere il sovrappiù dei loro guadagni in civetterie; perciò le vetrine dei negozi erano allineate lungo la strada con aria invitante, come due ali di venditrici sorridenti. Anche di domenica, quando nascondeva le sue attrattive più ricche e rimaneva quasi vuota, la strada risplendeva, in contrasto con gli squallidi dintorni, come un fuoco nella foresta; e con le sue persiane dipinte di fresco, i suoi ottoni ben lucidati, la generale pulizia e allegria di tono, subito attirava e colpiva piacevolmente l’occhio dei passanti. A due porte dall’angolo, sul lato sinistro andando verso est, la fila delle vetrine era interrotta dall’ingresso di un cortile; e proprio in quel punto sporgeva sulla strada un sinistro fabbricato. Era alto due piani: non aveva finestre, ma solo una porta al piano più basso e una facciata cieca dal muro scolorito a quello superiore; ogni particolare denotava una sordida, prolungata trascuratezza”.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Newton Compton Editore, è di Vieri Razzini. Prima di lasciarvi, augurandovi come sempre buona lettura, desidero dirvi che nei prossimi giorni sarò in vacanza, non mi dedicherò quindi ad aggiornare il blog. Spero vogliate continuare a seguire Il Consigliere Letterario. Non starò via molto, promesso.

L’avvocato Utterson era un uomo dall’aspetto ispido e rude, mai illuminato da un sorriso; freddo, scarno e imbarazzato nel parlare; guardingo nei setimenti; magro, lungo, polveroso, tetro, eppure in qualche modo amabile. Nelle riunioni di amici, e quando il vino era di suo gusto, gli si accendeva negli occhi qualcosa di straordinariamente umano; qualcosa che in verità non trovava mai la via della parola e si esprimeva invece non solo in quei silenziosi segni del volto, dopo una cena, ma più spesso e chiaramente negli atti della sua vita.

Il lutto delle virtù infrante

Honoré de Balzac, Il colonnello Chabert, Newton Compton
Honoré de Balzac, Il colonnello Chabert, Newton Compton

“Sapete voi […] che esistono al mondo tre tipi di uomini, il prete, il medico ed il magistrato i quali non possono nutrire molta stima per il prossimo? Forse per questo, vestono di nero: portano il lutto di tutte le virtù, di tutte le illusioni infrante. Ma il più sventurato è l’avvocato. Quando ci si rivolge al sacerdote è perché ci comanda il pentimento, il rimorso, la fede che riscalda ed eleva il sentimento; il sacerdote trova nella sua missione una gioia intima: egli purifica, assolve, riconcilia. Ma non è così degli avvocati: davanti a noi si rinnovano le stesse colpe e nulla può prevenirle o purificarle. I nostri studi sono delle fogne senza possibilità di profilassi”. In questa amara sentenza, pronunciata da uno dei protagonisti (di professione avvocato) del romanzo breve Il colonello Chabert, scritto nel 1835 da Honoré de Balzac e parte della sterminata produzione che compone il magniloquente affresco della Comédie humaine, riposano tanto l’acuto senso morale del grande scrittore francese quanto la tendenza alla spettacolarizzazione, all’eccesso, all’estetico scintillio dello stile e alla corposa ricchezza della prosa proprie del narratore. Vi è dunque, senza dubbio alcuno, verità nelle pagine balzachiane, e sincerità d’intenti e cristallina autenticità nelle proposizioni, nelle sentenze (spesso pronunciate con teatrale trasporto, e tenacia, e convinzione, dai suoi personaggi, incarnazioni del ricchissimo universo etico del loro creatore, “stadi” della sua esperienza del mondo), ma insieme a essa vi è l’inevitabile finzione che della costruzione romanzesca è il primo motore, la scintilla dell’invenzione creatrice che trascende ogni fatto, ogni dato di realtà e lo spinge oltre se stesso, al di là del contingente, dell’immediato, e così facendo lo traveste, lo universalizza, finendo per tradirne in qualche modo l’essenza. Così, lo scontro di caratteri (o meglio, di principi morali) che caratterizza la vicenda raccontata ne Il colonnello Chabert, e che vede schierato da una parte il fiero ufficiale napoleonico che dà il titolo all’opera – creduto morto nel corso della terribile battaglia Eylau e ricomparso a Parigi dieci anni più tardi, privo di mezzi eppure nobile e dignitosissimo nel comportamento, in cerca di un avvocato che lo aiuti a dimostrare la sua identità e a riprendersi quel che gli spetta di diritto (una ricca rendita e una moglie, che nel frattempo si è risposata) – e dall’altra l’ormai ex consorte dell’uomo, maritata a un altro e più di tutto gelosa della propria privilegiata condizione, della propria ricchezza, cui non intende rinunciare a nessun costo (non importa quanto danno questa sua scelta possa arrecare a Chabert, che lei vorrebbe internato in manicomio), si trasfigura in una battaglia d’assoluti, in una disputa nella quale i protagonisti arrivano a incarnare, quasi fossero degli archetipi, non vizi particolari o specifiche virtù, ma addirittura il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. La generosità di Chabert, la sua pietà quasi sovrumana e la ferrea lealtà militaresca a quel che egli considera “il solo comportamento degno d’un uomo”, lo conducono fino all’estremo sacrificio della rinuncia a sé – “È un grave torto dei defunti quello di resuscitare!” – e oltre questo al perdono autenticamente cristiano (e dunque scandaloso, incomprensibile, folle per l’affaristica logica borghese della ex moglie, attenta solo al proprio interesse) dei torti subiti, dei dileggi sopportati, dell’incredulità cinica, arrogante che gli veniva sbattuta in faccia da tutti coloro cui confidava d’essere quel colonnello Chabert; tutto ciò è un contraltare fin troppo splendente della bassezza della donna, del suo freddo calcolare, della sua completa assenza di rimorso, e di fronte a esso il lettore non può non percepire la sottile artificiosità dell’intera architettura balzachiana. E tuttavia, la breve, intensa epopea di Chabert, al netto di tortuosità e debolezze, conserva un proprio equilibrio: Balzac dipinge a colori forti, pieni, con impressionante energia le passioni umane, i moventi, in modo da suscitare nel lettore reazioni altrettanto potenti, da costringerlo a schierarsi, a prendere posizione, e a misurare dall’altezza cui l’ha condotto la prosa nervosa, fiammeggiante dell’autore, il proprio mondo, il proprio tempo, i propri e gli altrui negozi quotidiani.

Come la tragedia greca, il romanzo balzachiano è, almeno nelle intenzioni (che spesso, va detto, centrano il bersaglio), uno strumento educativo, un codice interpretativo della vita e dell’uomo legato, certo, alle particolarità del tempo e del luogo in cui nasce e si sviluppa (la Francia della prima metà del XIX secolo) ma, proprio in virtù dell’ansia d’assoluto, alla sete d’eterno che attraversa ogni pagina (verrebbe quasi da dire ogni riga) della Comédie humaine, specie nelle indimenticabili descrizioni d’ambiente e nei magistrali ritratti dei caratteri, destinato a essere testamento per tutte le generazioni future.

Eccovi, invece dell’incipit del romanzo (la traduzione, per Newton Compton, è di Roberto Bonchio), una riflessione su Balzac di Pietro Paolo Trompeo, che fu scrittore e docente di lingua e letteratura francese all’università La Sapienza di Roma. Buona lettura.

La Cronologia, che nel teatro della Storia ha tutt’al più la parte del buttafuori e che in certi casi sembra sbadata e inopportuna, nel caso di Balzac è stata puntualissima e quasi geniale. L’Omero della borghesia egoista e affarista (ma anche eroica) nacque infatti il 20 maggio 1799, pochi mesi prima di quel colpo di stato di brumaio da cui i borghesi ebbero assicurate le conquiste della Rivoluzione, e morì il 19 agosto 1850, poco più d’un anno dopo che la borghesia conservatrice aveva riafferrato le redini del potere sfuggitele di mano nell’arroventato clima quarantottesco. Il mezzo secolo della vita di Balzac coincide dunque esattamente con l’affermarsi e il consolidarsi del dominio borghese in Francia. Egli stesso ha chiara coscienza che la borghesia è la grande forza storica del suo tempo e che la Comédie humaine ne è l’epopea […]. La letteratura francese, come è stato detto e ripetuto, è una letteratura in gran parte di moralisti (nel senso di «osservatori dei costumi umani»), e perciò vi fanno tanto più spicco i rari temperamenti lirici (un Villon, ad esempio). Sotto forme diverse, è una tradizione ininterrotta. Quante massime e pensieri e aneddoti potrebbero spigolarsi dalla Comédie humaine e farne delle raccolte alla maniera di La Rochefoucauld e di Chamfort! […]. Balzac, s’intende, non poteva non sostituirsi alla storia nella creazione delle vicende. Se avesse avuto la libera fantasia del suo amico Stendhal, si sarebbe abbandonato alla gioia di veder agire le proprie creature quasi per se stesse mosse, senza interventi programmatici, secondo la logica della loro natura. Ma il moralista e il poeta […] quasi sempre si scindono: il poeta è combattuto dal moralista, e neppure il moralista si salva, perché troppo spesso i vari caratteri o tipi ch’egli vuole esemplificare (l’affarista, l’arrivista, il dissoluto, l’avaro, il maniaco, ecc.) gli si trasformano tra le mani in figure eccessive, che nuocciono, anziché giovare, alla dimostrazione dell’assunto. La celebre bellissima pagina di Baudelaire su Balzac visionario […] è senza dubbio quanto di più vigoroso ed acuto sia stato scritto contro la facile critica che ne fa un verista; ma chi la legga in profondità non può non vedervi, accanto alla felice esaltazione delle qualità poetiche di Balzac, un accenno benché involontario al suo mestierantismo, quando Balzac vi è paragonato a quegli acquafortisti non mai contenti della morsura, che trasformano in burroni gl’intacchi della lastra […]. Se non fu l’Omero della borghesia, Balzac ne fu almeno il Tacito o il Saint-Simon. Chi voglia avere il quadro totale della società francese durante la prima metà dell’Ottocento non può lasciar da parte Balzac. – Ma se Balzac, come abbiamo sentito affermare da Baudelaire, era un visionario? – Come visionari a loro modo erano Tacito e Saint-Simon, della cui testimonianza non potete fare a meno per il quadro della corte imperiale romana e di quella francese sotto il Re Sole e la Reggenza. E il loro caso prova che i visionari possono veder meglio dei professori di storia.

L’angelica anticamera dell’inferno

Recensione de “Il maledetto” di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, Il maledetto, Mondadori
Joyce Carol Oates, Il maledetto, Mondadori

La veste severa dello storico fedele soltanto ai fatti, a ciò che è documentato e documentabile, alle conclusioni che è lecito trarre da una ricerca dettagliata, puntigliosa, da un vaglio critico delle fonti, da un esame imparziale delle testimonianze. E la realtà che d’improvviso sembra ribellarsi all’uomo e a Dio, rifiutare ordine, razionalità, scienza, respingere bontà, misericordia, compassione e offrirsi al caos, alla corruzione, alla demoniaca seduzione del male. E la cronaca degli eventi, squarciata dall’impensabile, dall’impossibile, dal concretizzarsi dell’incubo, dall’irrompere della tragedia, dal dionisiaco scatenarsi del peccato, della colpa, dell’abominio, che esplode, come vetro infranto, in una miriade di frammenti, ciascuno dei quali riflette un singolo punto di vista, un’ombra sottile di verità, e si fa lieve sussurro di una vita vissuta lungo la tortuosa strada del dubbio e consumata dalla paura, dall’incertezza, dal bisogno.

Si muove incessante tra i poli opposti della puntuale ricostruzione del passato e dell’indagine “poliziesca” (ma anche psicologica, etica, e non ultimo politica) su un mistero – meglio, su una terrificante serie di situazioni misteriose – Il maledetto, ambizioso, splendido e monumentale romanzo gotico della scrittrice americana Joyce Carol Oates, preziosissimo gioiello letterario che racconta di una comunità privilegiata e chiusa (quella di Princeton al principio del Novecento) sprofondata nell’abisso di un sortilegio, sfregiata da un maleficio o forse soltanto vittima di un fenomeno allucinatorio di isteria collettiva.

Con studiata perfezione stilistica, Oates rievoca un momento storico sospeso tra le solide certezze della ricostruzione e l’infida nebbia del possibile, e nei panni di un ricercatore, figlio di un filosofo vittima tra le altre del delirio, dell’ipnotico sonno della ragione che senza sosta genera apparizioni mostruose e dà vita alle più vertiginose fantasie, ai più intensi desideri – memorabili, a questo proposito, le pagine dedicate al confronto tra il mite filosofo ormai completamente ossessionato e uno Sherlock Holmes “in carne e ossa” al meglio delle sue capacità deduttive – si sforza di rappresentare l’indicibile, di descrivere (provando anche a spiegarlo) il sorgere, all’interno di una ristretta cerchia di esistenze, di un nero sole di sanguinaria follia.

Come un dipinto che ritragga, assieme a quel che l’occhio vede, ciò che il cuore brama, oppure teme (o entrambe le cose), il lavoro dell’autrice statunitense, sostenuto da una prosa magistrale, di incomparabile bellezza nelle descrizioni d’ambiente, concreta e puntuale negli inserti biografici e nel disegno caratteriale dei numerosi protagonisti della vicenda realmente esistiti – da Woodrow Wilson, rettore dell’università di Princeton all’epoca dei fatti narrati, allo scrittore socialista Upton Sinclair, da Jack London e Mark Twain fino all’odiato-amato presidente degli Stati Uniti Theodore “Teddy” Roosevelt – e immaginifica e splendente d’orrore e sorpresa nelle diverse manifestazioni della maledizione, si spinge fino a sfiorare luniversale, fino allultime thule dellalfa e dellomega, della caduta e della resurrezione.

Ed ecco che all’impotente fiammeggiare d’indignazione che accompagna il rapimento (o per dir con più esattezza, la fuga, deliberata eppure inconsapevole) di Annabel Slade, adorata nipote del decano Winslow Slade, una delle personalità più eminenti e rispettate di Princeton, sottratta al legittimo consorte il giorno delle sue nozze dal “demone in forma umana” Axson Mayte (figura enigmatica e sfuggente, ombra d’oscuri archetipi letterari quali Dracula e Mr. Hyde) e condotta nel remoto Regno della Palude, dal quale riemergerà, irrimediabilmente corrotta, solo per testimoniare al fratello la propria umiliante e odiosa odissea, segue il tambureggiare inquieto delle ipotesi sulle ragioni di quanto accaduto affidate alle confessioni gelose dei diari; poi è di nuovo la marea montante del soprannaturale a schiumare su uomini e cose e il morbo della pazzia a violentare menti e anime e a esigere (in pagine di straordinaria intensità emotiva) la propria shakesperiana libbra di carne e a tormentare i vivi inducendoli all’autodistruzione.

Finché, all’apice del dolore e dello sconvolgimento, quel che tutti pensavano essere opera del demonio non si rivela essere, nella fremente predicazione di Winslow Slade offerta al suo gregge tradito il giorno della morte, il piano di Dio per l’umanità, e Slade nient’altro che uno degli innumerevoli strumenti della sua volontà: “L’infelicità della gente è sempre stata la gioia del Signore, dai tempi dei figli di Israele fino a oggi; poiché solo quando si prostrano davanti a lui nell’annientamento dei loro spiriti ribelli, e lo adorano come egli esige, il Signore Iddio è soddisfatto, e la sua ira si placa. Sappiate che il Signore Iddio è un Dio geloso, come ci ha avvertito la Bibbia Ebraica, egli ha infatti creato e comanda i venti turbinosi e gli abissi del mare, e ogni genere di parassiti per impiegarli onde l’umiltà, il servilismo e la paura incontrollabile siano il destino dell’umanità, e la sua gloria esaltata. I cinici, gli atei, e gli anarchici tra voi sono i nemici speciali di Dio, poiché non hanno bisogno di lui: perciò è un dovere dei credenti muovere battaglia a questi infedeli […]. Nostro fine è infatti seminare discordia tra le nazioni, e mettere gli uomini contro i loro simili, perché ogni tribù dell’uomo crede che il Signore Iddio sia il suo Dio, e odia tutte le altre tribù […]. Sappiate dunque che noi che siamo i suoi agenti siamo più apprezzati laddove predichiamo la discordia impiegando un vocabolario d’amore; e lo compiacciamo, parlando di Armageddon, e delle cose ultime, e delle città peccaminose dell’umanità ridotte a deserti devastati – più i nostri metodi saranno astuti, benigni e amorevoli, più saranno apprezzati dal Signore poiché noi siamo coloro che esortano lo schiavo a perdonare lo schiavista, e indossare i panni della sua religione come propri; esortiamo gli oppressi ad accontentarsi del poco che hanno, per paura dell’inferno; per fermare la mano del ribelle, in una falsa pace. Tutto questo mi fu raccontato alla vigilia della mia ordinazione. Mai una volta, in tutti gli anni seguenti, ho deviato da questa fede.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Delfina Vezzoli. Buona lettura.

I miei colleghi storiografi saranno scioccati, sgomenti, e forse increduli, perché oso insinuare che la Maledizione non si manifestò per la prima volta il 4 giugno 1905, il disastroso mattino del matrimonio di Annabel Slade, e data cui in genere viene fatto risalire l’inizio delle manifestazioni pubbliche della Maledizione, ma un po’ prima, verso la fine dell’inverno, la vigilia del Mercoledì delle ceneri al principio di marzo. Accadde la sera in cui Woodrow Wilson fece una visita (clandestina) al suo mentore di lunga data, Winslow Slade, ma fu anche la sera del giorno in cui il senso della famiglia di Woodrow Wilson, anzi la sua stessa identità razziale, subì un trauma considerevole. Iniziò in modo innocente: alla Nassau Hall, nell’ufficio del rettore, con la visita di un giovane seminarista di nome Yaeger Washington Ruggles che era stato assunto come precettore di latino all’università, per contribuire all’istruzione degli studenti.

Harry, il mago

J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore
J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore

La consapevole, studiata leggerezza della prosa, l’attenzione, puntuale e gioiosa, nei confronti dei limiti e delle possibilità del linguaggio, le acrobatiche peripezie espressive che hanno il volto semplice del gioco di parole ma nascondono una ricerca rigorosa, l’enorme ricchezza del materiale narrativo, vagliata con puntiglio, selezionata accuratamente e sistematizzata con maestria indiscussa. E la scelta e il disegno dei personaggi, nuovi e originali e allo stesso tempo figli di una lunga tradizione letteraria; e poi l’ambientazione, felicissima, che senza sforzo apparente sposa la normalità, l’ordinarietà, a tutto ciò che le nega alla radice: il magico, l’impossibile, il sogno, il desiderio; in una parola, il sublime, inviolato reame cui solo la fantasia ha diritto d’accesso. Racchiuso in tutti i sette romanzi che compongono la saga di Harry Potter, con ogni probabilità l’opera per ragazzi più famosa al mondo, questo tesoro di stile e contenuto soltanto in parte si deve al talento dell’autrice, J.K. Rowling; alla sua esuberanza, all’irresistibile eleganza del suo raccontare il lettore deve il piacere puro della scoperta della storia, l’incanto sincero dell’ascolto, ma il mondo nel quale le vicende accadono (la Londra che tutti conosciamo e che pure sa riservare deliziose sorprese, e soprattutto la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts e ciò che la definisce e la circonda), coloro che lo abitano (i protagonisti come le comparse), ciò che vi si svolge, i segreti che nasconde, le verità che poco alla volta svela, le battaglie che vi si combattono – che altro non sono se non il parziale riflesso dell’eterno conflitto tra bene e male – insomma, intera l’impalcatura che regge tanto ogni singolo romanzo quanto il lavoro considerato nel suo complesso, è un richiamo intelligente e nobile alla storia delle “belle lettere”, un omaggio allo splendore del passato, la colta citazione di un appassionato. Si respira, nei romanzi della Rowling, a partire dal primo, Harry Potter e la pietra filosofale, un sincero amore per l’atto stesso dello scrivere, per il processo creativo che ne è una parte fondamentale e insieme per il doveroso studio (che sempre andrebbe fatto) di quel che precede ogni opera nuova.

Se è senza dubbio gratificante ritrovare nei libri di questa scrittrice sensibile e raffinata le suggestioni del mito e delle leggende popolari di ogni parte del mondo, unite all’epica eroica propria dei romanzi del genere fantasy, al chiaro indirizzo etico che è alla base dei racconti di formazione, al vertiginoso respiro delle storie avventurose e all’ingenua esaltazione del divertimento puro propria della letteratura per ragazzi, quello che sorprende è il modo in cui tutto questo viene proposto: con un trasparente senso di gratitudine, con contagiosa felicità. J.K Rowling, pur con una sua preziosa originalità, rivendica orgogliosa un’appartenenza, non si preoccupa di nascondere o negare i propri debiti; il suo raccontare procede lungo un sentiero già tracciato, e la sua voce spicca tanto più limpida quanto meno lei si preoccupa di distinguerla dalle altre. A mio avviso, è questa la caratteristica più preziosa dei romanzi della scrittrice britannica: quella di essere, o meglio di voler essere, parte di una storia di più grande.

Sul giovane e predestinato mago Harry Potter, sul suo antagonista Lord Voldemort, sui suoi amici e i suoi avversari, in primo luogo il tormentato Draco Malfoy, e non ultimo sulla sua strampalata famiglia londinese che nulla vuole avere a che fare con la magia ma che proprio per questa ragione è costretta a subirla, non vale la pena soffermarsi. I romanzi di J.K. Rowling hanno avuto un così grande successo che non c’è chi non conosca, anche soltanto per sommi capi, la storia di questo eroe armato di bacchetta. Tuttavia, proprio come la magia (che a ben guardare può essere ovunque, persino nelle nostre più che anonime case) ci suggerisce che spesso le cose sono ben diverse da quel che sembrano, così la saga di Harry Potter è molto più di una serie di godibilissimi libri per ragazzi. È un capitolo di storia della letteratura, un capitolo ottimamente scritto, avvincente, spassoso, drammatico, scintillante. È una storia nuova che in molte sue parti è già stata narrata, ma che non per questo ha perduto il suo fascino.

Eccovi l’inizio di Harry Potter e la pietra filosofale. La traduzione, per Salani, è di Marina Astrologo, le illustrazioni sono di Serena Righetti.

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano. Il signor Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. La signora Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini. I Dursley avevano un figlioletto di nome Dudley e secondo loro non esisteva al mondo un bambino più bello.

La filosofia lucidissima e incoerente di un romanziere

 

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori

Simboli dell’uomo, della sua miseria come della sua grandezza; incarnazioni, o per dir meglio momenti, dell’eterno conflitto tra bene e male; maschere tragiche e grottesche delle forze sociali, intellettuali e spirituali che agitavano la Russia di fine XIX secolo, i componenti della famiglia Karamazov (il padre Fedor, i figli Dmitrij, Ivan e Aleksej e l’illegittimo Smerdjakov), protagonisti de I fratelli Karamazov, l’ultimo e più ambizioso romanzo di Dostoevskij, sono soprattutto la più limpida rappresentazione dell’anima dell’autore, lo specchio delle sue lacerazioni. La loro voce è insieme quella insinuante del dubbio, quella carica di furore della ribellione e quella potente, sicura, quasi sovrumana dell’intimo convincimento, di un ideale di vita abbracciato per fede e con fede. Nel disegno dei caratteri di questi uomini perduti, sconfitti, annientati (con la sola eccezione di Aleksej) da se stessi prima che dall’oscurità del mondo, il grande scrittore russo realizza dei modelli, degli archetipi; è attraverso lo studio di Dmitrij e degli altri figli del volgare e dissoluto Fedor, infatti, che Dostoevskij riflette sull’umanità, sulle sue colpe e sulla sua pretesa innocenza. È, la sua, una meditazione coraggiosa, sofferta, intrisa di dolore autentico, di disperazione, eppure sorretta da un’incrollabile fiducia; romanziere eccelso, egli lascia che siano la sua prosa densa, il suo realismo intenso, puntuale, e nello stesso tempo così lieve e delicato nei toni, così sfumato, così meravigliosamente equilibrato e felice da parer magico, e il nitore del suo stile a raccontare il proprio mondo interiore e a costruir per esso, a beneficio del pubblico, vicende e intrecci e contesti narrativi, ma non smette mai di interrogarsi (e di sollecitare il lettore) su quelli che ritiene essere i fondamenti dell’esistere: il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo, quello ancor più radicale dell’uomo con Dio, e la scelta, ineludibile, della pietà, della comprensione, di un’etica cristiana, di un umanesimo religioso, unico rimedio all’orgoglio razionalista e al suo conseguente ateismo morale, al veleno dello sfrenato individualismo, al contagio dell’idolatria materialista. Come scrive Fausto Malcovati nell’introduzione all’opera edita da Garzanti, “Con coraggio sorprendente per l’epoca in cui vive [Dostoevskij] rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo, il codice esterno di comportamento che la società a lui contemporanea accetta e impone, affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale. Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione. È stato definito sismografo delle scosse telluriche della società borghese in crisi di transizione: quelle scosse telluriche non hanno perduto a tutt’oggi la loro forza dirompente. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore. È un errore trarre dai suoi romanzi un sistema astratto di idee, isolarne il contenuto ideologico per dedurne costruzioni organiche: tale contenuto, privo della sua traduzione poetica, dà l’illusione della forma filosofica, ma è in realtà pieno di contraddizioni e di curiose incoerenze. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”.

Diario di un conflitto, cronaca di un naufragio, I fratelli Karamazov è un romanzo d’enorme respiro, monumentale nella costruzione, di eccezionale radicalità nelle conclusioni, magistrale nello svolgimento (con al centro di tutto il brutale omicidio del padre, che come una maledizione lega le vite dei tre figli e le trascina verso un destino d’angoscia, morte ed espiazione). Nelle pagine di questo capolavoro ogni cosa è colta nella sua essenza, perfettamente rappresentata, resa indimenticabile: la povertà degli uomini e delle cose, la schiavitù degli appetiti, la presunzione della ragione, la colpa, intesa come piaga dell’anima, e la giustizia formale e opaca dei tribunali, di “Cesare” (che punisce gli atti senza mai essere in grado di comprenderne le motivazioni e per questo si riduce a mero meccanismo, a inumano ingranaggio sociale), il salvifico riparo della fede. 
 
Lasciatevi incantare da questo splendido lavoro, dall’inesauribile ricchezza tematica e stilistica di Dostoevskij. Non ve ne pentirete, perché non esiste seduzione più pura, né più sincera, di questa.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Alfredo Polledro). Buona lettura.

Aleksjej Fjodorovic Karamazov era il terzo figlio di un proprietario del nostro distretto, Fjodor Pavlovic Karamazov, tanto noto ai suoi tempi (e ricordato, del resto, fra noi ancor oggi) per la tragica e oscura sua fine, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò a suo luogo. Di questo «proprietario» (come da noi lo si chiamava, sebbene in tutta la sua vita non avesse quasi mai abitato nella sua proprietà) dirò ora solamente che era un tipo strano, come se ne incontrano però abbastanza spesso, e cioè il tipo dell’uomo non solo basso e corrotto, ma anche, in pari tempo, scervellato; era tuttavia di quegli scervellati che san fare egregiamente i loro affarucci d’interesse, e, a quel che sembra, questi soltanto. Fjodor Pavlovic, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla, era un proprietario minuscolo, che correva a pranzare di qua e di là alla tavola altrui, spiava ogni occasione di fare il parassita, e nondimeno gli si trovarono al momento della morte ben centomila rubli in contanti. E al tempo stesso però aveva continuato per tutta la vita a essere uno dei più scriteriati stravaganti del nostro intero distretto. Ripeto ancora: questa non è stupidità – la maggior parte di questi stravaganti è abbastanza intelligente ed astuta, – ma proprio mancanza di criterio, e per giunta di un carattere particolare, nazionale.