Francesco, santo e uomo

Recensione di “Francesco d’Assisi” di Franco Cardini

Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Mondadori

Nella sterminata letteratura dedicata a San Francesco, l’agile volume scritto dallo storico e saggista Franco Cardini, edito da Mondadori nel 1991 e intitolato semplicemente Francesco d’Assisi, non si può certo considerare un’opera di rilevanza fondamentale, un testo centrale nello sviluppo degli studi sul fondatore dell’ordine Francescano. Si tratta tuttavia di un contributo interessante, che ha un suo indubbio valore, costruito come una biografia romanzata (con suggestioni linguistiche e stile narrativo quasi da romanzo) ma assai denso e preciso quanto a individuazione e utilizzo delle fonti e, quel che più conta, coraggioso nella formulazione di particolari ipotesi storiografiche. La cautela con cui l’autore procede nel suo delicato lavoro – di “Santo Francesco” Cardini non si limita a restituire la vita, né a proporne una lettura, tanto edificante quanto scontata, che ne evidenzi soltanto la virtuosa parabola religiosa, ma la colloca nel suo ambiente di riferimento, sottolineando quanto il tessuto economico e sociale del tempo, in Assisi, abbia avuto un ruolo concreto e niente affatto marginale nella formazione del carattere e delle convinzioni (non solo spirituali) di quella che diventerà una delle maggiori figure nella storia della Chiesa cattolica – non solo non indebolisce in alcun modo il quadro generale disegnato pagina dopo pagina, ma dà a esso la necessaria credibilità. Continua a leggere Francesco, santo e uomo

Ragione e immaginazione

Recensione di “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki

Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi
Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi

“Mi trovavo all’assedio di Saragozza come ufficiale dell’esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po’ fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede. Mi venne la curiosità di entrare. Bussai alla porta ma mi accorsi che non era chiusa. La spinsi ed entrai […]. Mi parve che fosse già stato portato via tutto quello che poteva avere un certo valore […]. Scorsi soltanto in un angolo, per terra, parecchi quaderni scritti. Diedi un’occhiata a quello che contenevano. Si trattava di un manoscritto spagnolo; benché conoscessi molto poco la lingua, ne sapevo tuttavia abbastanza per capire che quel libro poteva essere divertente: vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti, e niente era più adatto a distrarmi dalle fatiche della campagna militare quanto la lettura di un romanzo bizzarro. Convinto che quel libro non sarebbe mai più tornato al suo legittimo proprietario, non esitai a impadronirmene. Fummo in seguito obbligati a lasciare Saragozza. Rimasto, per disavventura, separato dal grosso dell’esercito, fui catturato dai nemici insieme col mio distaccamento: credetti che fosse la mia fine. Giunti sul posto che avevano stabilito, gli Spagnoli cominciarono a spogliarci di tutto quanto avevamo. Io chiesi di conservare un solo oggetto che non poteva esser di alcuna utilità per loro, cioè il libro che avevo trovato. Dapprima fecero qualche difficoltà, poi chiesero il parere del capitano che, dopo aver dato un’occhiata al manoscritto, venne da me e mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo. Gli raccontai come mi fosse capitata tra le mani […]; lo pregai di tradurmi l’opera in francese. Io la scrissi sotto la sua dettatura”. Tra le astute righe di questa Avvertenza, nella quale la finzione dell’insieme è a un tempo incondizionata resa al fantastico (“vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti”) e approssimazione al verosimile (“mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo”), Jan Potocki, coltissimo autore del Manoscritto trovato a Saragozza, opera che sembra sfuggire a qualsiasi definizione per abbracciare una molteplice teoria di significati (romanzo avventuroso, racconto allegorico, semplice divertissement ricco di licenzioso umorismo), cela e insieme concede al lettore la chiave di lettura di questo suo lavoro, unica concessione all’eccentricità di un uomo che consacrò la propria esistenza agli studi e all’erudizione. Corre infatti (o almeno così desidera farci credere l’autore) lungo l’incerta linea di demarcazione che separa ciò che è fantastico da ciò che è reale (o se si vuole ciò che sembra impossibile dalla sua spiegazione razionale) la narrazione, o meglio l’insieme di storie di cui si compone questo sorprendente affresco letterario. Sorta di picaresco Mille e una notte, di Decamerone dal respiro soprannaturale (eppure così intriso, proprio come le boccaccesche novelle, di puntuta ironia e di compiaciuto, carnale erotismo, da risultare epopea d’incontestabile e deliziosa natura terrena, umana), Manoscritto trovato a Saragozza fa pensare al vivido sogno di un intelletto votato al vero, all’insopprimibile desiderio d’evasione di una mente dedita alla conoscenza. Costruito lungo un susseguirsi di giornate che sembrano essere la stessa identica giornata continuamente ripetuta, il romanzo, nell’incessante verificarsi di eventi inspiegabili (sparizioni improvvise, manifestazioni di spettri, casi di possessioni demoniache, esorcismi, evocazioni di creature magiche), ruota su se stesso nella perfetta e immobile circolarità naturale del tempo, in una sospensione della storia che ha il ritmo immutabile del trascorrere delle stagioni e del loro regolare alternarsi. Specchio di questa atemporalità che i protagonisti del romanzo vivono senza comprendere è il “non luogo” nel quale essi agiscono (compiendo, anche in questo caso senza rendersene conto, praticamente sempre la medesima azione); una terra che Potocki (ancora una volta con la manifesta intenzione di confondere le acque) colloca geograficamente con grande precisione – “Il conte d’Olivadez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l’Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo”, questo l’incipit del Manoscritto, in Italia pubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Anna Devoto – per poi “imprigionarla” proprio in quell’eterno presente nel quale si è formata. Nelle vallate della Sierra Morena, infatti, gli eroi di Potocki, a partire dal personaggio principale, l’impavido Alfonso, comandante delle guardie Valloni, vagano senza costrutto, risvegliandosi, al termine di notti trascorse in sogni voluttuosi e splendidi che forse non sono altro che terribili inganni orditi da Satana, nello stesso punto da cui il giorno precedente avevano preso le mosse.

Nel descrivere il mondo della conoscenza sensibile e il suo enigmatico contraltare, nel suggerirne una sorta di natura comune, quasi fossero l’uno e l’altro parti di un tutto più grande, Potocki non assume mai il punto di vista dello studioso, del sapiente, dell’uomo di scienza; piuttosto, narra con la grazia di un cantastorie, attento solo a emozionare, a conquistare, a condividere con i lettori il fascino dell’inconoscibile dal quale si sente così fortemente atratto. Nonostante ciò, sarebbe un errore considerare un semplice gioco il suo Manoscritto; esso è piuttosto lo splendido, seducente spettacolo di un’immaginazione tumultuosa e di un’anima amante della bellezza e dell’armonia, uno spettacolo cui il conte Jan Potocki, membro della più illustre nobiltà polacca, ci invita, con irresistibile grazia, ad assistere.

Eccovi, invece dell’incipit, la parte conclusiva della ricca introduzione al volume, a cura di Roger Caillois, uno dei massimi studiosi del Manoscritto trovato a Saragozza. Buona lettura.

I meriti letterari dell’opera sono eccezionali, e le ambizioni che essa rivela ancor di più. Non bisogna dimenticare che queste avventure fantastiche sono state scritte da un uomo di più di quarant’anni che si è sempre dedicato alla ricerca erudita, e che, mentre le scrive, lavora a stabilire le tavole di concordanza tra civiltà diverse, risalendo fino al più lontano passato. Egli porta innanzi le due opere di pari passo […]. Venne un momento in cui egli desiderò controbilanciare una scienza frammentaria, lontana, indifferente, ricca d’ipotesi insieme fragili e vane, con la creazione di un vasto affresco, movimentato e brulicante come la vita stessa. Volle dire tutto: ciò che sentiva, ciò che pensava, ciò che sapeva.

Notoriamente israelita

Recensione di “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi
Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. Yakov Bok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

Un avversario peggiore degli idoli

Mario Brelich, Il sacro amplesso, Adelphi
Mario Brelich, Il sacro amplesso, Adelphi

“E Tare, essendo vissuto settant’anni, generò Abramo, Nahor e Haran. E queste sono le generazioni di Tare: Tare generò Abramo, Nahor e Haran; e Haran generò Lot. Or Haran morì in presenza di Tare suo padre, nel suo natio paese, in Ur de’ Caldei. Ed Abramo e Nahor si presero delle mogli; il nome della moglie di Abramo era Sarai; e il nome della moglie di Nahor, Milca, la quale era figliuola di Haran, padre di Milca e d’Isca. Or Sarai era sterile, e non aveva figliuoli […]. Poi, quando Abramo fu d’età di novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: Io son l’Iddio Onnipotente; cammina davanti a me, e sii intero […]. Oltre a ciò Iddio disse ad Abramo: Quant’è a Sarai non chiamar più tua moglie Sarai; perciocché il suo nome ha da esser Sara. Ed io la benedirò, ed anche ti darò d’essa un figliuolo; io la benedirò, ed ella diventerà nazioni; e d’essa usciranno re di popoli […]. E Iddio disse: Anzi Sara, tua moglie, ti partorirà un figliuolo, e tu gli porrai nome Isacco; ed io fermerò il mio patto con lui, per patto perpetuo per la sua progenie dopo lui”. Isacco, figlio di Abramo e Sara per volere di Dio, è il punto di partenza e d’arrivo de Il sacro amplesso di Mario Brelich, opera originalissima che è insieme romanzo, saggio, esegesi biblica e riflessione filosofica, lavoro multiforme che brilla tanto per raffinatezza stilistica e ricchezza di linguaggio quanto per puntualità e profondità d’analisi. E Isacco, quint’essenza del concetto stesso di miracolo, pietra angolare di quella fede arcaica e pura (l’unica fede possibile, a ben guardare) che è abbandono completo a Dio e alle sue deliberazioni, che è rinuncia alla volontà personale, all’arbitrio, finanche al semplice uso della ragione, diviene, nel mascheramento giocoso della prosa di Brelich, nella sua ironia sottile e tagliente, nel legame instabile tra sacro e profano, nel ruggire della carnalità dei due sposi contrapposta alla loro mistica confusa e solenne (specialmente a quella di Abramo, sempre ansioso di spiegare al suo Dio ciò che egli vede e conosce benissimo da sé), il filo d’Arianna dipanato all’interno di quell’imperscrutabile labirinto che è il disegno dell’Onnipotente. Un disegno che non può non apparire, agli occhi ciechi delle sue creature, qualcosa di completamente folle, anzi, di più, “una balordaggine […] uno sproposito”, perché Abramo, nel momento in cui Dio decide fargli conoscere il suo volere, ha novantanove anni, e sua moglie Sara ottantanove; e se pure, come scrive Brelich nelle primissime pagine del suo romanzo, la devozione, il rispetto e l’amore di Abramo verso il Signore lo portano a cercare di misurare la propria straripante incredulità – “In mancanza di prove, Abramo non era sicuro al cento per cento delle proprie capacità generative” – ogni perplessità viene spazzata via non appena il pensiero corre a Sara, e a quel che la natura ha decretato per lei: “[…] che Sara non sarebbe stata più capace di concepire nel suo grembo, di questo egli era assolutamente sicuro, dato che era cessato a Sara ciò che sogliono avere le donne”.

Sulle tracce del miracolo della nascita d’Isacco, tra i tentennamenti d’Abramo e i tormenti di Sara, Brelich esplora la lettera e il senso del testo biblico, ricostruisce nei dettagli il tempo del mito e della fede, offre alla storia che racconta la corretta ambientazione (regalando al lettore pagine dense di fascino e suggestione) e parallelamente misura la parola di Dio, la sua trasfigurazione nel dettato religioso, nelle verità propugnate dalla chiesa, nel suo rapporto con la sensibilità d’oggi, con il codice morale della modernità: “Per la mentalità dei popoli civili di oggi”, scrive a proposito di un tema attualissimo qual è quello della crescita demografica (il romanzo, è bene ricordarlo, è del 1972), “prevenire, limitare, rinviare, o, addirittura, eliminare la nascita dei figli non è più una questione di coscienza religiosa e morale, bensì un problema eminentemente sociale ed economico […]. Si ha la netta impressione che il principio basilare della creazione, quello del ‘crescete e moltiplicatevi’, stia per crollare, o, ad ogni modo, sia passibile di trasgressioni e infrazioni, essendo soggetta la sua osservanza al giudizio o all’arbitrio dell’uomo […]. Così sembra essere la situazione di oggi e solo il più gretto oscurantismo non ne vuole prendere conoscenza. Rimarranno scandalizzati coloro che esercitano, quasi come una professione, lo scandalizzarsi; coloro che si compiacciono di essere più Papa del Papa stesso; coloro che confondono, il più delle volte a bella posta e in mala fede, la morale con forme convenzionali o tradizionali oggi diventate vuote di senso; e, naturalmente, anche coloro che, in buona fede, concepiscono il piano divino non come uno stratagemma dinamico, ma come un rigido sistema di principi etici, costruito sui vaghi concetti della infinita saggezza, bontà e giustizia divine”.

Eppure Isacco (il cui nome significa riso) nacque, la novantenne Sara partorì, la volontà di Dio trionfò, e con tutto ciò, con l’inesplicabile, la pacata saggezza di Brelich, il suo limpido ragionare, accetta di confrontarsi; il suo bellissimo romanzo, dunque, lungi dal difendere la fin troppo facile tesi dell’inattualità del Vecchio Testamento, invita tutti a riascoltare la parola di Dio, e a ricollocarla nella nuova dimensione del presente, dove, al di là di tutti i cambiamenti e le rivoluzioni, riposa intatto l’enigma di Isacco.

Eccovi, invece dell’incipit dell’opera, un estratto delle pagine finali, nelle quali l’autore di questo enigma prova a dare ragione. Buona lettura a tutti.

Col suo Isacco il Signore avrà riso di gusto e noi non possiamo trattenerci dal citare il vecchio adagio secondo cui ride bene chi ride ultimo. Un’interpretazione corrente dà del nome di Isacco il seguente significato: Dio ride per la vittoria riportata sui Suoi avversari. Un ingenuo penserebbe che, con un nome altisonante come questo, Isacco sarebbe diventato un celebre condottiero, o almeno che il popolo che da lui derivò avrebbe annientato gli Assiri, i Babilonesi, gli Egiziani, e tutte le nazioni che al posto dell’Unico vero e vivente avevano adorato dèi falsi e bugiardi. Ma tutto ciò non corrisponde ai fatti. Quel che è poi avvenuto in questo senso appartiene già alla storia d’un altro patto fra Dio e il genere umano, a quella del Nuovo Testamento. Il nome Isacco si riferiva evidentemente a una vittoria più immediata, più palpabile. Ma in quel momento storico, chi era l’avversario del Signore, un avversario molto più pericoloso degli idoli? La risposta, nell’ultima pagina del nostro racconto, è ormai facile: l’unico avversario che contava per il Signore era l’uomo stesso che, nei mitici personaggi di Abramo e di Sara, Gli aveva opposto una resistenza a oltranza. Nel mitico personaggio di Isacco, quest’uomo finì col deporre le armi e col piegare il collo sotto il giogo divino, accettando in pieno il patto antico. E in quel momento si fece sentire per la prima volta la risata trionfale del Signore! Col nome del figlio chiamato ‘Riso’ Dio eresse un monumento – e con la terribilità di esso anche un memento – alla propria vittoria riportata sull’uomo.

Ikuogiona e la voce di Dio

Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti

Tokyo, 20 marzo 1995. Alcuni membri della setta religiosa Aum Shinrikyo, fondata otto anni prima da Shoko Asahara, disperdono nei sotterranei della rete metropolitana cittadina un gas nervino letale, il sarin. Il loro gesto ha tragiche conseguenze: dodici persone innocenti muoiono e altre seimila rimangono intossicate. Prende le mosse da questo sconvolgente caso di cronaca Il salto mortale di Oe Kenzaburo (il primo romanzo del grande autore giapponese successivo al conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994), ma fin dal principio se ne allontana, relegando i fatti, la realtà, a indistinto sfondo di una vicenda costruita come un serrato confronto dialettico sul rapporto tra il divino e l’umano, sul senso e l’importanza della fede, sulla vita, la morte, l’amore, la libertà e il coraggio di sceglierla. L’ombra del fanatismo e del delirio di onnipotenza e distruzione (due facce di un’identica medaglia) che porta con sé, la costernazione e il dolore di un intero Paese, messo in ginocchio dalla follia di Asahara e dei suoi seguaci, attraversano la prosa quieta e lenta di Oe, satura di dettagli nelle descrizioni d’ambiente, attenta a ogni più piccola sfumatura nel disegno dei corpi, dei volti, e torrenziale e instancabile nei dialoghi diretti (vera e propria spina dorsale del romanzo), come una cicatrice, come un ricordo impossibile da eliminare, come un sordo rimorso di coscienza. Lo sguardo di Oe Kenzaburo, allo stesso tempo carico di ironia e disperazione, emerge nitido dalla sua scrittura orfana di consolazione e verità e si specchia nella contraddittorietà dei personaggi cui dà vita, tutti colti in un momento di transizione, congelati in una dimensione di incompletezza, di parzialità, di colpevole imperfezione che si fa simbolo della fragile condizione esistenziale del nostro tempo. L’intreccio stesso del romanzo è una congiunzione di opposti, un sovrapporsi di differenze, un delirante incrociarsi di distinzioni che altro non rappresentano se non la natura invincibile del caos all’interno del quale ci sforziamo di vivere: un movimento religioso (assai simile all’Aum Shinrikyo) che predica l’imminente fine del mondo e si pone come scopo la promozione del pentimento di massa, viene improvvisamente abbandonato dai due fondatori (conosciuti con gli appellativi-simbolo di Maestro e Guida), che un giorno decidono di rinnegare il loro operato definendolo nient’altro che un’impostura. Questo clamoroso gesto (il “salto mortale” del titolo), resosi necessario, secondo i due leader, per evitare che l’ala più radicale e intransigente della loro “chiesa” provasse ad accelerare l’ora della distruzione di ogni cosa compiendo una serie di gravissimi attentati terroristici (che comprendevano anche l’attacco ad alcune centrali nucleari), è il passo d’avvio di una tormentata ricerca della verità da parte di alcune persone – Kizu, un anziano pittore malato di cancro; Ikuo, un ragazzo di cui l’artista si innamora, ossessionato dalla “voce di Dio” udita in giovanissima età e mai più ritrovata; Ballerina, una fanciulla, che, conquistata dalla personalità e dagli insegnamenti di Maestro, rinuncia alla danza, la più grande passione della sua vita; Ogi, un altro ragazzo, talmente inesperto della vita da venir soprannominato Gioventù Innocente – attratte dalla setta e dalla figura del suo fondatore.

Oe, finissimo conoscitore della cultura occidentale, guida il lettore in questo viaggio nella spiritualità (o meglio, nell’ansia, nel bisogno di spiritualità, di trascendenza, che è in ognuno di noi) offrendo, come possibile antidoto ai suoi dubbi, al beffardo cinismo di cui veste la sua incredulità, al baratro spalancato dai suoi spietati giudizi sulla contemporaneità – “Dopo Chernobyl, il governo e le varie compagnie elettriche hanno dichiarato che qui da noi incidenti nucleari di simile portata non si potranno mai verificare […]. L’opinione pubblica ha reagito con grande sollievo […]. Del resto noi giapponesi ci fidiamo ciecamente dei mezzi di informazione e della tecnologia che il sistema controlla – Dante e la sua poetica odissea, le liriche di R.S. Thomas, poeta gallese ed ecclesiastico della Chiesa Anglicana, le riflessioni di Kierkegaard, filosofo e uomo di Dio, linfiammato fervore religioso di Dostoevskij (a più riprese è citato uno dei suoi massimi capolavori, I fratelli Karamazov), i Vangeli e la Bibbia, e in particolar modo il Libro di Giona, che per Ikuo (a un certo punto della narrazione soprannominato Ikuogiona) è la rappresentazione ideale del suo rapporto interrotto con il Signore e del suo intenso desiderio di riallacciarsi a lui, anche per ribellarsi alla sua volontà e ai suoi decreti, proprio come fece il Giona biblico. In questo labirinto di domande senza risposta, in questo palpitare di pensieri e nel loro definitivo spegnersi nel pallido sincretismo religioso dei sermoni di Maestro (che a dieci anni di distanza dal “salto mortale” intende fondare una nuova chiesa), il romanzo di Oe si fa denuncia della nostra sostanziale povertà ideale e della nostra umanità ridotta a brandelli, e insieme presagio di una stagione di sofferenza che se è farsa nella vuota predicazione millenaristica di improvvisati messia è invece ineludibile verità dell’oggi e ancor più del domani incombente, e chiama ciascuno di noi non all’egocentrica sterilità del pentimento ma alla matura assunzione di responsabilità della vigilanza.

Eccovi, invece dell’incipit (la traduzione del romanzo, per Garzanti, è di Gianluca Coci), un brano di Kierkegaard sulla natura della fede.

«Senza rischio non esiste la fede. La fede è precisamente la contraddizione tra l’infinita passione nell’intimo dell’individuo e l’incertezza oggettiva. Se fossi capace di comprendere Dio oggettivamente, non potrei credere, ma proprio perché non sono in grado di fare ciò allora devo credere. Se voglio preservare la mia fede, devo stare sempre attento a serbare inalterata l’incertezza oggettiva, come se mi trovassi sopra acque profonde oltre settantamila braccia e, malgrado ciò, riuscissi a non perdere la fede»

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Il dolore dell’uomo e lo splendore indifferente della natura

 

L’emozione che suscita la scrittura di Grazia Deledda si deve in massima parte alla sua autenticità, al suo talento purissimo privo di qualsiasi affettazione, di qualsiasi maniera. Nella sua prosa, che al pari di tutto ciò che è vivo sembra possedere un respiro proprio, riecheggiano la divorante passione per la letteratura e il suo fiero carattere di donna – costretta a un ruolo di secondo piano dall’arretratezza delle condizioni sociali e culturali del suo tempo ma non per questo disposta, o peggio rassegnata, ad abbandonare se stessa – l’eterodossia confusa eppure straordinariamente feconda delle sue letture (che comprendono, tra le altre, la Bibbia, i grandi autori russi dell’Ottocento, Dostoevskij in testa, e le opere di D’Annunzio e Fogazzaro), e infine l’amore per la natia Sardegna, luogo di arcaica bellezza, di primitivo splendore, incontaminato e acceso di mille colori; quasi un riflesso dell’assoluta perfezione dell’Eden ma nello stesso tempo anche terra dura, spesso inospitale, indifferente alle fatiche cui costringe gli uomini, che hanno l’obbligo di domarla, o almeno di provarci, per poter trarre da essa il necessario sostentamento, perfino spietata nel rigoglioso esplodere della natura.
Costruito attorno a tutti questi temi, Canne al vento, il capolavoro di Grazia Deledda, è un romanzo intenso, penetrante, che richiama la tradizione verista nelle cadenze lente, e in alcuni momenti profondamente sofferte, della narrazione; è un’opera complessa, sfaccettata, attraversata da un dolore sottile e universale, che come un destino comune sembra appartenere agli uomini e alle cose; è un avventuroso studio psicologico e insieme il ritratto di una società (delle sue tradizioni, delle antiche certezze sulle quali si regge, delle superstizioni che a un tempo la animano e la condannano a una cieca fedeltà a se stessa, al proprio immutabile presente) e il ricordo, nostalgico e commosso, di esperienze vissute. La vicenda, che si snoda tra le infinite profondità del mondo interiore dei protagonisti, cui fa da contraltare la meraviglia del territorio sardo, dipinto con una sensibilità e una finezza di toni che paiono anticipare l’affascinante realismo magico di certa letteratura sudamericana novecentesca, racconta dell’anziano contadino Efix, uomo semplice, robusto come lo è la terra di cui è figlio, saggio nello stesso modo in cui lo è natura, che conosce alla perfezione, ma oppresso dal ricordo di una vecchia colpa, che cerca di espiare conducendo una vita irreprensibile al servizio delle sue “padrone”, le sorelle Pintor. Come Efix, anche queste tre donne, seppur nobili di nascita, appartengono a un mondo che, nella sua ingannevole immobilità, è prossimo a scomparire; e al pari di Efix, anche le sorelle Pintor vivono con profondo disagio tempi che non riescono più a comprendere. Ridotte in miseria, proprietarie soltanto di un piccolo podere (di cui Efix è il solerte custode), queste donne trascorrono i loro giorni nella rievocazione, spesso amara, del passato. Finché a travolgere le loro vite, e naturalmente anche quella di Efix, non giunge proprio uno scampolo di quel passato, quello peggiore, il più esecrato; il nipote Giacinto, figlio di una quarta sorella fuggita dalla Sardegna (e dalla rigidissima educazione familiare) attratta dall’irresistibile canto di sirena della vita e della libertà. Giacinto, simbolo dei “tempi nuovi” e del loro caotico imporsi, sconvolgerà tutti gli equilibri, senza peraltro riuscire a stabilirne uno nuovo. Il suo arrivo è l’onda di marea che spazza via definitivamente l’ordine antico custodito con gelosa determinazione dalle zie ma che dopo il suo passaggio non lascia che devastazione e dolore. Quel dolore che, come già accennato, segna la vita degli eroi di Grazia Deledda, e attraverso loro, di tutti noi.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura
Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca Collina dei Colombi.
Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considera più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo e le siepi di fichi d’india che lo chiudono dall’alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume gli sembrano i confini del mondo.
Il servo non guardava al di là del poderetto anche perché i terreni da una parte e dell’altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’aiuto di Dio.

E Dio prometteva una buona annata, o perlomeno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti a occidente e di mare a oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormentava.

Un detective per il peggiore dei peccati

 

Mario Brelich, L'opera del tradimento, Adelphi
Mario Brelich, L’opera del tradimento, Adelphi

La fluidità del romanzo combinata con il rigore analitico del saggio. È questa la curiosa alchimia che caratterizza i lavori di Mario Brelich, autore coltissimo e raffinato, appassionato indagatore del Vecchio e del Nuovo Testamento.

Se ne Il sacro amplesso (che tratta della storia di Abramo e Sara, del figlio che deve nascere come suggello del loro patto con Dio, e di come questo vero e proprio miracolo possa realizzarsi considerata l’avanzatissima età di entrambi i coniugi: novant’anni Sara, quasi cento il marito) lo “spazio” concesso alle regole e allo stile della prosa romanzesca si limita alla sottile ironia di alcuni passaggi, alla descrizione – soprattutto psicologica – dei due protagonisti e all’evolversi del rapporto tra loro e il Signore, nel lavoro successivo, L’opera del tradimento, l’inventiva di Brelich sfiora la genialità.
L’autore, infatti, affida le sue riflessioni nientemeno che ad Auguste Dupin, l’infallibile investigatore dilettante inventato da Edgar Allan Poe – un apprezzabile e per nulla scontato omaggio letterario – e finge che uno dei suoi casi (l’unico, in realtà, che il detective creato dal grande scrittore americano non è stato in grado di risolvere) riguardi il tradimento commesso da Giuda nei confronti di Gesù. Al “mistero Giuda”, Dupin si è interessato per ingannare il tempo, per mettere alla prova le sue capacità deduttive, e l’indagine, durata anni, ha prodotto una vera e propria documentazione. È proprio il casuale ritrovamento di tutto quel materiale a riaccendere nell’investigatore francese, ormai anziano e costretto quasi sempre a casa, il desiderio di fare finalmente luce sulle ragioni dell’esecranda decisione presa da Giuda. Perché ha tradito Gesù? Cosa l’ha spinto a farlo? In una parola, qual è stato il movente?
L’occasione per riprendere in mano tutti gli appunti, per ricontrollare, pagina per pagina, il “dossier” viene offerta a Dupin dalla visita di un caro amico. Seduti in poltrona, i due analizzano il caso, discutono gli indizi, mettono a confronto le rispettive ipotesi, e attraverso la loro dettagliata ricostruzione la vicenda, poco alla volta, prende vita…
Mario Brelich non è uno scrittore semplice, non va preso sottogamba né con leggerezza. Il suo stile è agile, ma la capacità di analisi profondissima e la preparazione impeccabile. È indispensabile conoscere, almeno per sommi capi, ciò di cui i suoi libri parlano, altrimenti gran parte della loro ricchezza va perduta. Ma al di là delle difficoltà che comporta la lettura è un autore che va affrontato, perché si rivela una scoperta preziosissima, e soprattutto perché ripaga abbondantemente l’impegno che richiede.
I romanzi di Mario Brelich sono pubblicati da Adelphi.
Adesso lascio la parola a lui, o meglio, a Dupin, che nello sfidare il suo amico a risolvere il caso del tradimento di Giuda spiega cosa, in questa vicenda, lo ha avvinto così strettamente da non lasciarlo più. Buona lettura.
       Allora, avete dato un’occhiata ai Vangeli? Che impressione ne avete tratta? -. E senza aspettare risposta continuò: – Sono convinto, cher ami, che dopo aver consultato la Bibbia, il ‘caso Giuda’ vi appare più misterioso di quanto credevate prima. A vostra consolazione vi dichiaro che, infatti, il testo sacro non contiene elementi sufficienti per chiarire né il ‘perché’ né il ‘come’ del tradimento dello sciagurato apostolo. Ma posso aggiungere, sempre a vostra consolazione, che non vi ci raccapezzereste molto di più anche se aveste studiato scrupolosamente tutta la letteratura bimillenaria in materia, dalla patristica ai tentativi di studiosi e scrittori moderni: il tradimento di Giuda è ricoperto a tutt’oggi da un buio completo. Sul movente personale del traditore si possono costruire ipotesi più o meno ingegnose, mentre la parte effettiva che egli ebbe nell’arresto e nel procedimento penale intentato a Gesù (un altro problema spinoso e ancor oggi discusso!) non ha avuto mai una spiegazione convincente.

Secondo me, l’insuccesso delle ricostruzioni scientifiche e letterarie dipende proprio dalla mancanza degli elementi-base su cui dovrebbero poggiare. Per quanto io sia al corrente d’una discreta parte della letteratura relativa, non mi ricordo di aver mai incontrato un autore che abbia dichiarato onestamente la sua meraviglia di fronte all’incomprensibile mutismo dei quattro evangelisti su un argomento che da duemila anni appassiona teologi, studiosi, artisti. Io, invece, sono un tipo che rimane meravigliato quando c’è qualcosa di cui meravigliarsi e non riesco a sorvolare su certi fenomeni sbalorditivi. Voi, nella cui memoria vivono ancora freschi i versetti dei Vangeli, potete controllare ciò che dico. Per quel che concerne il nostro ‘caso’, l’unica verità monolitica che risulta concordemente dai testi sacri è che Giuda tradì Gesù. Ma non risulta affatto che il traditore avesse un motivo valido per commettere il suo crimine, né in che cosa questo crimine consistesse in concreto, né in che modo plausibile fosse commesso.