“La presente per comunicarle…”

Recensione di “Un regalo del Führer” di Charles Lewinsky

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer, Einaudi

La presente per comunicarle che lei è stato inserito nei ranghi del trasporto. La neutralità apparente del linguaggio burocratico, la sua impersonale lontananza e la calcolata freddezza che vanno in frantumi dinanzi alla tragedia e loro malgrado svelano (addirittura denunciandolo, seppur non consapevolmente, bensì per una sorta di riflesso involontario) l’orrore dello sterminio pianificato in tutti i suoi dettagli, la perfezione assassina del lucido delirio antisemita nazista. La presente per comunicarle che deve tenersi pronto a partire per Auschwitz, l’ultima tappa dell’inferno della deportazione, della sistematica umiliazione dei campi di concentramento, dell’oscena finzione di Theresienstadt, il “fiore all’occhiello” dell’architettura concentrazionaria hitleriana, la “struttura di internamento” destinata a ospitare i più eminenti tra gli artisti e gli intellettuali mitteleuropei”. I più eminenti tra gli ebrei, la razza maledetta. Ed è questa comunicazione, questa convocazione che un giorno, a guerra purtroppo solo quasi terminata, con il “glorioso” esercito del Reich decimato ma non ancora completamente sconfitto, giunge al celebre prigioniero, all’illustre “sporco ebreo” Kurt Gerron, in arte Gerson, cantante, attore e regista di fama, autentica stella di prima grandezza nella Germania degli anni venti. Una stella, sfortunatamente per lui, giudaica, una stella gialla, come quella che il regime gli impone di portare cucita addosso, e che segnerà, oltre al suo destino, quello della moglie Olga. A raccontare la storia di Gerson, il suo internamento a Theresienstadt e soprattutto il dilemma morale cui lo sottopone il comandante del campo, è lo scrittore svizzero Charles Lewinsky nello splendido romanzo intitolato Un regalo del Führer (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Valentina Tortelli). Continua a leggere “La presente per comunicarle…”

Riflesso di un’incombente oscurità

Recensione di “La famiglia Moskat” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, La famiglia Moskat, Tea

Città prigione dove una dinastia nasce e si consuma, orizzonte angusto e chiuso al cui interno ricchezze crescono e si dissolvono, Varsavia, silenziosa e fredda, distante da coloro che la affollano, che cercano di viverla, che spendono i loro giorni affannati nella penombra delle case, nell’esibita povertà delle strade, nella bellezza pallida e sfiorita dei giardini, è la principale protagonista de La famiglia Moskat (in Italia pubblicato da Tea nella traduzione di Bruno Fonzi), riconosciuto capolavoro di Isaac Bashevis Singer. È qui, in questo intrico di vie e piazze, in questo labirinto che non sembra avere vie d’uscita e che stringe a sé, in un abbraccio che si fa di momento in momento sempre più soffocante, i suoi cittadini, e fra essi le numerosissime famiglie ebraiche e il loro tesoro di tradizioni, cultura, credo religioso, che Singer narra decenni di storia (dal principio del Novecento fino al tragico avvento della follia omicida nazista) filtrandole attraverso i complessi intrecci privati di un patriarca e dei suoi discendenti. Ma il cupo grembo di Varsavia, nel quale uomini e donne si muovono come vermi ciechi e dove ogni cosa ha sentore di morte, non è che il riflesso dell’oscurità incombente che sta per travolgere l’Europa; Singer disegna i suoi personaggi con verità, la sua prosa, ricchissima, vibrante, ha la nobile responsabilità del ricordo, della memoria, riporta all’esistenza un mondo antico, radicato, che la ferocia hitleriana è riuscita in brevissimo tempo a spazzare via, e in questo assoluto e purissimo miracolo letterario egli lascia che a splendere, a brillare siano le passioni umane, le migliori (l’amore, la pietà) come le peggiori (l’avidità, l’egoismo, la viltà); in una parola, Singer si sforza di sottolineare, di dare evidenza a tutto ciò che rende gli esseri umani ciò che sono, a quel che li caratterizza, operando dunque in senso esattamente opposto rispetto a quanto fatto dalla perfetta macchina di sterminio dell’esercito tedesco, che gli ebrei ha annientato proprio togliendo loro per prima cosa il diritto a dirsi persone, a essere considerate e trattate al pari di tutti gli altri. Continua a leggere Riflesso di un’incombente oscurità

L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Recensione di “Ombre sull’Hudson” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson, Tea

New York, alla fine degli anni Quaranta, è allo stesso tempo un rifugio e una prigione. Agli occhi di un gruppo di ebrei sopravvissuti all’immane tragedia dello sterminio nazista la città offre protezione, sicurezza, finanche riposo, mai i suoi silenzi, la sua tranquillità apparente, la distanza quasi incolmabile (eppure non sufficiente) che la divide da quell’Europa d’incubo dove si accumulano milioni di cadaveri, dove la guerra appena conclusa tortura incessantemente i corpi e le anime di coloro che sono scampati ai suoi artigli, restituiscono l’eco degli orrori perpetrati e subiti e con esso la scandalosa, radicale assenza di qualcosa che possa anche solo somigliare a una ragione, a un perché, a un disegno, a una volontà per quanto oscura e indecifrabile. New York, alla fine degli anni Quaranta, per chi ancora vive e respira, e grazie a questi semplicissimi atti di ribellione rifiuta, addirittura nega, la micidiale meccanica dell’annientamento hitleriana, è il lacerante enigma di Dio, è il cono d’ombra dentro il quale scompaiono la sua razionalità e la sua bontà, è il sogno cieco, svuotato di ogni significato, di chi chiude gli occhi per sfinimento ma ha ormai perduto per sempre la capacità di addormentarsi. È in questa città insieme generosa, amica e incolore, tra queste strade sorelle ed estranee, nel ventre di case accoglienti e distanti che Isaac Bashevis Singer ambienta Ombre sull’Hudson, romanzo di cupo splendore, implacabile cronaca di una deriva esistenziale che è forse la sola eredità possibile per coloro che non si sono arresi alla morte. Attraverso una scrittura di straordinaria potenza espressiva, nel dettaglio dolorosissimo di ritratti psicologici compositi, dove la memoria delle atrocità di ieri si scontra con il bisogno quasi assoluto di oblio del presente, del momento vissuto qui e ora, e la sfiancante ricerca di Dio rischia di giungere fino al confine impossibile della sua negazione, fino alla selvaggia, scomposta, blasfema e razionale revoca in dubbio della sua onnipotenza, fino all’immaginazione febbrile e perversa che vede nel Dio degli ebrei l’accondiscendente spettatore della loro distruzione, un idolo sordo alle loro grida d’aiuto, alle loro suppliche, alle mani tese, alle candele accese, ai libri di preghiere consumati dall’uso, e ancora oltre, a un’idea di uomo che non ha più nulla di umano, Singer mette in scena la sconfitta di ogni speranza. “Penso […]. A donne torturate, bambini arsi. Non intendo l’aspetto morale del fatto, non sono così ingenuo. Ma mi interessa la psicologia: che cosa passa per la mente quando si infila un bambino in forno? Si dovrà pur pensare qualcosa; si deve persino trovare una giustificazione. Ma che cosa passa per la mente? Dopo, che cosa si dice alla moglie, alla fidanzata, ai genitori? Come fa un uomo a tornare a casa da moglie e figli e dire: oggi ho bruciato cinquanta bimbi? E che cosa risponde la moglie? A che cosa pensa un individuo del genere quando finalmente posa la testa sul cuscino? Vorrei soltanto sapere come funziona la mente di simili malvagi”. Continua a leggere L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Freud e Dio

Recensione di “Danny l’eletto” di Chaim Potok

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti

L’amicizia tra Danny Saunders e Reuven Malter, ragazzi ebrei divisi da approcci diversi alla fede, è un simbolo. Riflette l’anarchica esuberanza e la passione scomposta ma sincera proprie dell’adolescenza, ma soprattutto il conflitto radicale tra ossequio alla tradizione religiosa e apertura alla modernità. Le rigide regole della comunità chassidica cui appartiene Danny, figlio di un rabbino rispettato fin quasi alla venerazione, escludono qualsiasi tipo di “contaminazione”, dunque perfino Reuven, ebreo ortodosso, figlio di uno studioso del Talmud, colpevole solo di non essere un chassid. I due ragazzi, però, pur tra mille difficoltà, trovano il modo di incontrarsi, confrontarsi, capirsi. Danny è attratto da una materia “impura”, la psicologia, mentre Reuven vuole studiare per diventare rabbino; il loro orizzonte culturale, così come il loro credo, più che allontanarli, li unisce. Malgrado tutto e tutti.. Continua a leggere Freud e Dio

La pace, prezzo dello sterminio

Recensione di “Il complotto contro l’America” di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi

Un tradimento epocale, qualcosa di così sconvolgente e inaspettato da far svanire ogni certezza, da trasformare, nello spazio di un istante, un intera nazione e tutti i valori sui quali si fonda (e sui quali poggiano le vite dei suoi cittadini) nel suo tragico contraltare. Una coscienza collettiva che d’improvviso giunge all’inimmaginabile e sabota se stessa per abbracciare l’ignoto, per gettarsi fiduciosa in un baratro di parole d’ordine tanto semplici quanto del tutto prive di senso: “Votate per Lindbergh o votate per la guerra”. È il 1940, l’Europa brucia sotto il fuoco della terrificante potenza bellica nazista, gli ebrei del Vecchio Continente, a decine di migliaia, cadono vittime della follia sterminatrice di Adolf Hitler, e negli Stati Uniti il nuovo campione dell’isolazionismo e della neutralità a tutti i costi, l’eroe dell’aria Charles Augustus Lindbergh, candidato del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, sconfigge il Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt e inaugura una nuova stagione per il Paese, una stagione segnata da rapporti più che cordiali con la Germania del “Reich millenario” e da un trasparente appoggio ideologico tanto alla sua immediata politica d’aggressione quanto al suo piano di sterminio razziale, parte di un più ampio disegno globale volto a stroncare la “perniciosa influenza ebraica” in ogni campo dell’umano vivere e sapere, influenza che, a parere dello stesso Lindbergh, del suo vice Burton Kendall Wheeler, anche nei democraticissimi e tolleranti Stati Uniti ha ormai preso fin troppo piede e va arginata, fermata, o meglio stroncata del tutto, sradicata.  Continua a leggere La pace, prezzo dello sterminio

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Ragione e immaginazione

Recensione di “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki

Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi
Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi

“Mi trovavo all’assedio di Saragozza come ufficiale dell’esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po’ fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede. Mi venne la curiosità di entrare. Bussai alla porta ma mi accorsi che non era chiusa. La spinsi ed entrai […]. Mi parve che fosse già stato portato via tutto quello che poteva avere un certo valore […]. Scorsi soltanto in un angolo, per terra, parecchi quaderni scritti. Diedi un’occhiata a quello che contenevano. Si trattava di un manoscritto spagnolo; benché conoscessi molto poco la lingua, ne sapevo tuttavia abbastanza per capire che quel libro poteva essere divertente: vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti, e niente era più adatto a distrarmi dalle fatiche della campagna militare quanto la lettura di un romanzo bizzarro. Convinto che quel libro non sarebbe mai più tornato al suo legittimo proprietario, non esitai a impadronirmene. Fummo in seguito obbligati a lasciare Saragozza. Rimasto, per disavventura, separato dal grosso dell’esercito, fui catturato dai nemici insieme col mio distaccamento: credetti che fosse la mia fine. Giunti sul posto che avevano stabilito, gli Spagnoli cominciarono a spogliarci di tutto quanto avevamo. Io chiesi di conservare un solo oggetto che non poteva esser di alcuna utilità per loro, cioè il libro che avevo trovato. Dapprima fecero qualche difficoltà, poi chiesero il parere del capitano che, dopo aver dato un’occhiata al manoscritto, venne da me e mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo. Gli raccontai come mi fosse capitata tra le mani […]; lo pregai di tradurmi l’opera in francese. Io la scrissi sotto la sua dettatura”. Tra le astute righe di questa Avvertenza, nella quale la finzione dell’insieme è a un tempo incondizionata resa al fantastico (“vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti”) e approssimazione al verosimile (“mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo”), Jan Potocki, coltissimo autore del Manoscritto trovato a Saragozza, opera che sembra sfuggire a qualsiasi definizione per abbracciare una molteplice teoria di significati (romanzo avventuroso, racconto allegorico, semplice divertissement ricco di licenzioso umorismo), cela e insieme concede al lettore la chiave di lettura di questo suo lavoro, unica concessione all’eccentricità di un uomo che consacrò la propria esistenza agli studi e all’erudizione. Corre infatti (o almeno così desidera farci credere l’autore) lungo l’incerta linea di demarcazione che separa ciò che è fantastico da ciò che è reale (o se si vuole ciò che sembra impossibile dalla sua spiegazione razionale) la narrazione, o meglio l’insieme di storie di cui si compone questo sorprendente affresco letterario. Sorta di picaresco Mille e una notte, di Decamerone dal respiro soprannaturale (eppure così intriso, proprio come le boccaccesche novelle, di puntuta ironia e di compiaciuto, carnale erotismo, da risultare epopea d’incontestabile e deliziosa natura terrena, umana), Manoscritto trovato a Saragozza fa pensare al vivido sogno di un intelletto votato al vero, all’insopprimibile desiderio d’evasione di una mente dedita alla conoscenza. Costruito lungo un susseguirsi di giornate che sembrano essere la stessa identica giornata continuamente ripetuta, il romanzo, nell’incessante verificarsi di eventi inspiegabili (sparizioni improvvise, manifestazioni di spettri, casi di possessioni demoniache, esorcismi, evocazioni di creature magiche), ruota su se stesso nella perfetta e immobile circolarità naturale del tempo, in una sospensione della storia che ha il ritmo immutabile del trascorrere delle stagioni e del loro regolare alternarsi. Specchio di questa atemporalità che i protagonisti del romanzo vivono senza comprendere è il “non luogo” nel quale essi agiscono (compiendo, anche in questo caso senza rendersene conto, praticamente sempre la medesima azione); una terra che Potocki (ancora una volta con la manifesta intenzione di confondere le acque) colloca geograficamente con grande precisione – “Il conte d’Olivadez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l’Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo”, questo l’incipit del Manoscritto, in Italia pubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Anna Devoto – per poi “imprigionarla” proprio in quell’eterno presente nel quale si è formata. Nelle vallate della Sierra Morena, infatti, gli eroi di Potocki, a partire dal personaggio principale, l’impavido Alfonso, comandante delle guardie Valloni, vagano senza costrutto, risvegliandosi, al termine di notti trascorse in sogni voluttuosi e splendidi che forse non sono altro che terribili inganni orditi da Satana, nello stesso punto da cui il giorno precedente avevano preso le mosse.

Nel descrivere il mondo della conoscenza sensibile e il suo enigmatico contraltare, nel suggerirne una sorta di natura comune, quasi fossero l’uno e l’altro parti di un tutto più grande, Potocki non assume mai il punto di vista dello studioso, del sapiente, dell’uomo di scienza; piuttosto, narra con la grazia di un cantastorie, attento solo a emozionare, a conquistare, a condividere con i lettori il fascino dell’inconoscibile dal quale si sente così fortemente atratto. Nonostante ciò, sarebbe un errore considerare un semplice gioco il suo Manoscritto; esso è piuttosto lo splendido, seducente spettacolo di un’immaginazione tumultuosa e di un’anima amante della bellezza e dell’armonia, uno spettacolo cui il conte Jan Potocki, membro della più illustre nobiltà polacca, ci invita, con irresistibile grazia, ad assistere.

Eccovi, invece dell’incipit, la parte conclusiva della ricca introduzione al volume, a cura di Roger Caillois, uno dei massimi studiosi del Manoscritto trovato a Saragozza. Buona lettura.

I meriti letterari dell’opera sono eccezionali, e le ambizioni che essa rivela ancor di più. Non bisogna dimenticare che queste avventure fantastiche sono state scritte da un uomo di più di quarant’anni che si è sempre dedicato alla ricerca erudita, e che, mentre le scrive, lavora a stabilire le tavole di concordanza tra civiltà diverse, risalendo fino al più lontano passato. Egli porta innanzi le due opere di pari passo […]. Venne un momento in cui egli desiderò controbilanciare una scienza frammentaria, lontana, indifferente, ricca d’ipotesi insieme fragili e vane, con la creazione di un vasto affresco, movimentato e brulicante come la vita stessa. Volle dire tutto: ciò che sentiva, ciò che pensava, ciò che sapeva.

La libbra ingannatrice

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti
William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti

“Un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non va soggetto alle stesse malattie, non si guarisce cogli stessi mezzi? Non ha il freddo dello stesso inverno e il caldo della stessa estate d’un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci offendete, non dobbiamo vendicarci? Se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi. Se un ebreo offende un cristiano, dove arriva la tolleranza del cristiano? Alla vendetta. Se un cristiano offende un ebreo, dove dovrebbe giungere la sopportazione dell’ebreo, secondo l’esempio cristiano? Alla vendetta. Mi insegnate a essere malvagio: obbedisco, ma mi sarà difficile non superare i maestri”. Riposa quasi interamente in questo sfogo colmo d’ira e disperazione, in questo lancinante urlo di dolore di un uomo che non chiede altro che di essere riconosciuto come tale, e come tale rispettato, in questa invettiva che, spogliata di tutto il suo livore, si rivela una supplica, una preghiera, una richiesta di grazia, la grandiosità tragica de Il mercante di Venezia, capolavoro teatrale di William Shakespeare scritto negli ultimi anni del Cinquecento. Costruita intorno alla figura dell’ebreo Shylock, che, al principio del terzo atto, appare in tutta la sua forza (e insieme nella sua essenziale debolezza, nella sua spaventosa fragilità) nel fiammeggiante monologo appena citato, Il mercante di Venezia è un cupo dramma travestito da bizzarra storia d’amore. Tutti i protagonisti della vicenda, infatti, così come le relazioni che li legano gli uni agli altri, le passioni che sbocciano e i giocosi (e ingegnosi) piani messi a punto affinché ognuno realizzi il proprio desiderio, non sono che una cornice (raffinatissima, splendida, inebriante) della narrazione più autentica, centrata sul destino di un uomo vinto. Shylock, costretto all’odio dall’impossibilità di amare, costretto a farsi demonio dal disprezzo degli uomini, che rifiutano di considerarlo un loro pari (o per dir con più esattezza, un loro simile), è il simbolo di un completo naufragio esistenziale, di un devastante fallimento. Privato dei suoi affetti, tradito dalla figlia (che lo abbandona, non prima di averlo derubato, per sposare un cristiano), considerato solo per quel che egli, in quanto giudeo, in quanto appartenente per nascita alla razza israelita, è nell’immaginario collettivo, un volgare usuraio privo di scrupoli, Shylock veste gli unici panni che il mondo gli mette a disposizione e, nel magistrale gioco metateatrale orchestrato da Shakespeare egli è, nello stesso tempo, il personaggio chiave della storia raccontata e l’ebreo che i pregiudizi del volgo vogliono che sia.

Di fronte a un pubblico, a un mondo intero che lo dileggia, Shylock accetta di essere quel che gli altri desiderano, di render concreto il fumo d’ignoranza e persecuzione partorito dalla loro fantasia malsana, armandosi di cattiveria, di perfidia; egli lascia che la voglia di vendetta dapprima lo accechi (con il prestito che accorda a Bassanio pretendendo dal garante Antonio una libbra della sua carne in caso di mancata restituzione della somma), poi lo beffi con l’inganno del sangue, quel sangue così decisivo nell’attribuzione della razza, quel sangue che fa uno cristiano e un altro ebreo, quel sangue unico per tutti che così crudelmente divide, separa: “E questa carne devi tagliarla dal suo petto. La legge te lo consente e il Tribunale te lo attribuisce […]. Il contratto non ti concede neppure una goccia di sangue; le parole precise sono «una libbra di carne»: bada dunque al tuo contratto e abbiti la tua libbra di carne; ma se, tagliandola, versi una sola goccia di sangue cristiano, le terre e i tuoi beni ti saranno, per la legge di Venezia, confiscati a favore dello Stato”. Carnefice fallito e vittima designata, Shylock a ragione figura, nella sterminata galleria di personaggi shakespeariani, tra gli immortali; egli, nella sua terribile parabola, nega a se stesso ogni possibile salvezza in nome di una coerenza che riposa unicamente nel dolore; fedele soltanto alla propria infelicità, l’ebreo dannato abbraccia quel che ha sempre saputo essere il suo fato; nato esule, egli finisce per accettare l’esilio, un esilio dello spirito, dell’anima, del cuore, la peggiore delle condanne possibili: “E prendetemi anche la vita. Non fatemene grazia. Voi vi prendete la mia casa, prendendovi il puntello che la tien su. E vi prendete la mia vita togliendomi i mezzi di vivere”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Alessandro Serpieri. Buona lettura.

A Venezia, in strada. Entrano Antonio, Salarino e Salanio.

Antonio: Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi dite d’esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l’ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dov’è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscer me stesso.

Notoriamente israelita

Recensione di “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi
Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. Yakov Bok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

La fedeltà consegnata alla letteratura

Recensione di “Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli

“Lo squallore che assediava la vita dei miei genitori. Il debole odore di colla fatta in casa misto a quello di pesce in salamoia che accompagnava sempre i coniugi Krokmal, gli aggiustatori di giocattoli e medici di bambole. La tinta bruna […] della casa della maestra Zelda, la credenza di formica spelata. E la casa dello scrittore signor Zarchi malato di cuore, la cui moglie Ester soffriva di emicranie. La cucina fuligginosa di Tserta Abramsky, i due canarini che Stashek e Mala Rodintzky tenevano dentro la gabbia in camera loro, quello vecchio e spelacchiato e quello fatto con una pigna. E il branco di gatti domestici della maestra Isabela Nachlieli, e Getzel, il marito della maestra Isabela, il cassiere della cooperativa sempre a bocca aperta. E anche Stach, il vetusto, mogio cane di stracci di mia nonna Shlomit, quel cane con i malinconici occhi di bottone, cui s’infilavano dentro le palline di naftalina per timore delle tarme quando non lo si batteva furiosamente per levar via la polvere, finché un giorno se n’ebbe abbastanza, fu avvolto in carta di giornale e scaraventato nella spazzatura. Avevo dunque capito donde venivo”.

Così Amos Oz, quasi al termine del suo autobiografico romanzo-fiume intitolato Una storia di amore e di tenebra, racconta il senso del suo narrare, il lento mulinare della sua prosa, il ruotare, come di pianeti, di situazioni e personaggi che più e più volte fanno la loro comparsa per poi eclissarsi e di nuovo tornare e ancora scolorire in un arco di oltre trent’anni (dal 1930 fino alla prima metà degli anni cinquanta), l’intrecciarsi dell’incerto destino del nascente stato di Israele e delle vite dei singoli. All’ombra del Mandato Britannico in Palestina, giunto ormai alla fine dei suoi giorni, e dei sanguinosi, terribili ed esaltanti rivolgimenti scatenati dal suo esaurirsi, Oz si narra alternando testimonianza e confessione.

Il suo lucido sguardo scivola sulle amate figure genitoriali con pietà sincera, ma la sua fedeltà, consegnata alla letteratura e non agli affetti (a quella letteratura che lo ha insistentemente braccato negli anni della fanciullezza, segnati dagli studi del padre, dall’ingombrante presenza del prozio Yosef Klausner, storico di fama, dalle frequentazioni colte della famiglia, che comprendevano anche il celebre scrittore Shmuel Yosef Agnon, a quella letteratura cui adolescente cercò di sottrarsi rifugiandosi nella vita contadina di un kibbutz), lo porta a illuminare anche gli aspetti caratteriali più oscuri e torbidi dei suoi cari.

Ecco dunque il profilo del padre, cattedratico mancato, ritto sulle fragilissime fondamenta della sua frustrazione a combattere le delusioni con squillante logorrea (a più riprese Oz sottolinea come quelluomo odiasse il silenzio, se ne sentisse responsabile e facesse di tutto, sempre, per sostituire a esso la conversazione, lo scambio di battute) e l’ombra della madre, donna bellissima e misteriosa immancabilmente colta nel frusciare delle vesti, nella concentrazione di uno sguardo, in un parere espresso con cortese fermezza, colma di un’infelicità innominabile, incapace di trovare un punto d’equilibrio tra il suo tempo di ragazza a Rovno, in quell’angolo di mondo travolto dalla furia sterminatrice nazista, e la sua quotidianità adulta nella polvere e nella povertà di una Gerusalemme in cerca di identità, sorvegliata dai britannici, morsa dalla paura e dalla rabbia degli arabi, rivendicata in modi opposti e con voci diverse (da Ben Gurion, da Begin) dagli ebrei vogliosi di rinascita, gonfi d’orgoglio; quella madre quasi di sogno, che nel 1952 (quando Oz aveva soltanto 13 anni) scelse il suicidio. E i nonni, gli altri parenti, le riunioni di famiglia, e la storia che sussulta nelle strade, proprio fuori di casa: lo Stato di Israele che prende vita, finalmente, e il padre dell’autore che si lascia andare alle lacrime, a letto accanto al figlio, al quale sussurra che mai più, mai più qualcuno gli farà del male perché è ebreo, la rivolta araba, l’assedio di Gerusalemme (cui Oz dedica pagine magnifiche, indimenticabili) e la risposta israeliana, e infine la tregua, un filo elettrico di silenzio teso a separare un odio che non può estinguersi.

E ovunque, in questo mosaico, la nudità, forse non innocente ma per certo neppure ingannevole, dell’autobiografia, della prima persona che si svela raccontando, ma che in questa rivelazione mostra anche altro, altro oltre sé e soprattutto altro da sé. “Tutto è autobiografia”, scrive a questo proposito Oz, ma “il cattivo lettore”, travisando il significato letterario, romanzesco del termine, confonde l’autobiografia con la verità estrinseca, con la concretezza immediata del fatto, ed “esige di sapere, subito e immediatamente, ‘cosa è successo in realtà’ […]. Il cattivo lettore è una sorta di amante psicopatico che aggredisce e strappa i vestiti della donna capitatagli a tiro, e quando quella è completamente nuda continua, scorticandola, poi scartando con impazienza la carne, smontando lo scheletro, finché alla fine […] è soddisfatto: ecco. Adesso sono proprio dentro. Sono arrivato. Dove, è arrivato? […] Ma certo, i personaggi del libro sono in fondo nient’altro che lo scrittore in persona, i suoi vicini, e lo scrittore o i suoi vicini di casa, ovviamente, per quanto brave persone, dopo tutto sono sozzi come tutti noi. Prova a spellarli e arrivare al dunque, troverai sempre che ‘uno vale l’altro’”.

Una storia di amore e di tenebra è un romanzo di delicata bellezza e sofferenza struggente, un romanzo ricco d’umanità, di sentimento, di dolcezza. Un prezioso scrigno di memorie. Leggetelo, vi porterà con sé in un viaggio che diverrà parte di voi. 

Eccovi l’incipit. La traduzione , per Feltrinelli, è di Elena Loewenthal. Buona lettura.

Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s’apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all’altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto.