Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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Un’odissea oltre l’Olocausto

Recensione di “Il pane del ritorno” di Franca Cancogni

Franca Cancogni, Il pane del ritorno, Bompiani

Per chi nasce ebreo è perversa fortuna avere un’unica misura della sofferenza. Per chi è figlio d’Israele alla sommità, così come alla base del proprio dolore, della propria deriva esistenziale, sembra non esserci altro che l’inumano sterminio della Shoah, l’Olocausto, il genocidio nazista. Per coloro che discendono da Abramo non pare possibile immaginare altra strada percorribile oltre quella che ha condotto milioni di persone ai cancelli dei campi di sterminio. Un’unica misura, dunque. Una fortuna. O meglio, la maschera ignobile che indossa la tragedia quando in un mondo alla rovescia nel quale nulla è come dovrebbe essere perfino la peggiore delle sorti è qualcosa, una carta da giocare, in confronto al destino toccato a coloro che sono stati annientati. Ma non c’è e non può esserci una sola pietra di paragone, né un univoco metro di giudizio dell’umiliazione del torto e della sopraffazione, perché molteplici, molteplici al punto da essere infinite o quasi, sono le forme della persecuzione, e fiammeggiante la fantasia degli aguzzini, e creativa in modo quasi artistico la loro propensione alla ferocia, alla bestialità. Così, chi nasce ebreo, chi ha Israele nel sangue, può avere conosciuto l’atrocità del nazismo solo attraverso i libri e le testimonianze indirette, può avere saputo solo a cose fatte dei milioni di assassinati, e nonostante ciò raccontare con piena legittimità un’altra Odissea, narrare di altre angosce, disperarsi per altre morti, ricordare con rabbia impotente o amaro rimpianto separazioni forzate e miserie d’incubo, riassaporare nell’umido calore di lacrime silenziose brevi parentesi di felicità, improvvisi squarci di luce nella tenebra quasi uniforme di un’ostilità che non conosce riposo. Ed è esattamente questa la storia che racconta Franca Cancogni, sceneggiatrice e traduttrice, nel suo bellissimo e straziante romanzo d’esordio intitolato Il pane del ritorno (Bompiani), l’estenuante battaglia per la vita di una ragazza ebrea adottata poco più che bambina (assieme alla sorella) da un ricco mercante uzbeko e poi costretta dalla storia e dai suoi rivolgimenti a lasciarsi tutto alle spalle e ad andare profuga in Iran, Afghanistan e India prima di raggiungere la Palestina, terra contesa e tormentata, dove ad attendere la sua famiglia nel frattempo costituitasi tra mille difficoltà e patimenti, sono ancora una volta guerra, odio, inimicizia. Continua a leggere Un’odissea oltre l’Olocausto

“La presente per comunicarle…”

Recensione di “Un regalo del Führer” di Charles Lewinsky

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer, Einaudi

La presente per comunicarle che lei è stato inserito nei ranghi del trasporto. La neutralità apparente del linguaggio burocratico, la sua impersonale lontananza e la calcolata freddezza che vanno in frantumi dinanzi alla tragedia e loro malgrado svelano (addirittura denunciandolo, seppur non consapevolmente, bensì per una sorta di riflesso involontario) l’orrore dello sterminio pianificato in tutti i suoi dettagli, la perfezione assassina del lucido delirio antisemita nazista. La presente per comunicarle che deve tenersi pronto a partire per Auschwitz, l’ultima tappa dell’inferno della deportazione, della sistematica umiliazione dei campi di concentramento, dell’oscena finzione di Theresienstadt, il “fiore all’occhiello” dell’architettura concentrazionaria hitleriana, la “struttura di internamento” destinata a ospitare i più eminenti tra gli artisti e gli intellettuali mitteleuropei”. I più eminenti tra gli ebrei, la razza maledetta. Ed è questa comunicazione, questa convocazione che un giorno, a guerra purtroppo solo quasi terminata, con il “glorioso” esercito del Reich decimato ma non ancora completamente sconfitto, giunge al celebre prigioniero, all’illustre “sporco ebreo” Kurt Gerron, in arte Gerson, cantante, attore e regista di fama, autentica stella di prima grandezza nella Germania degli anni venti. Una stella, sfortunatamente per lui, giudaica, una stella gialla, come quella che il regime gli impone di portare cucita addosso, e che segnerà, oltre al suo destino, quello della moglie Olga. A raccontare la storia di Gerson, il suo internamento a Theresienstadt e soprattutto il dilemma morale cui lo sottopone il comandante del campo, è lo scrittore svizzero Charles Lewinsky nello splendido romanzo intitolato Un regalo del Führer (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Valentina Tortelli). Continua a leggere “La presente per comunicarle…”

Riflesso di un’incombente oscurità

Recensione di “La famiglia Moskat” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, La famiglia Moskat, Tea

Città prigione dove una dinastia nasce e si consuma, orizzonte angusto e chiuso al cui interno ricchezze crescono e si dissolvono, Varsavia, silenziosa e fredda, distante da coloro che la affollano, che cercano di viverla, che spendono i loro giorni affannati nella penombra delle case, nell’esibita povertà delle strade, nella bellezza pallida e sfiorita dei giardini, è la principale protagonista de La famiglia Moskat (in Italia pubblicato da Tea nella traduzione di Bruno Fonzi), riconosciuto capolavoro di Isaac Bashevis Singer. È qui, in questo intrico di vie e piazze, in questo labirinto che non sembra avere vie d’uscita e che stringe a sé, in un abbraccio che si fa di momento in momento sempre più soffocante, i suoi cittadini, e fra essi le numerosissime famiglie ebraiche e il loro tesoro di tradizioni, cultura, credo religioso, che Singer narra decenni di storia (dal principio del Novecento fino al tragico avvento della follia omicida nazista) filtrandole attraverso i complessi intrecci privati di un patriarca e dei suoi discendenti. Ma il cupo grembo di Varsavia, nel quale uomini e donne si muovono come vermi ciechi e dove ogni cosa ha sentore di morte, non è che il riflesso dell’oscurità incombente che sta per travolgere l’Europa; Singer disegna i suoi personaggi con verità, la sua prosa, ricchissima, vibrante, ha la nobile responsabilità del ricordo, della memoria, riporta all’esistenza un mondo antico, radicato, che la ferocia hitleriana è riuscita in brevissimo tempo a spazzare via, e in questo assoluto e purissimo miracolo letterario egli lascia che a splendere, a brillare siano le passioni umane, le migliori (l’amore, la pietà) come le peggiori (l’avidità, l’egoismo, la viltà); in una parola, Singer si sforza di sottolineare, di dare evidenza a tutto ciò che rende gli esseri umani ciò che sono, a quel che li caratterizza, operando dunque in senso esattamente opposto rispetto a quanto fatto dalla perfetta macchina di sterminio dell’esercito tedesco, che gli ebrei ha annientato proprio togliendo loro per prima cosa il diritto a dirsi persone, a essere considerate e trattate al pari di tutti gli altri. Continua a leggere Riflesso di un’incombente oscurità

L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Recensione di “Ombre sull’Hudson” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson, Tea

New York, alla fine degli anni Quaranta, è allo stesso tempo un rifugio e una prigione. Agli occhi di un gruppo di ebrei sopravvissuti all’immane tragedia dello sterminio nazista la città offre protezione, sicurezza, finanche riposo, mai i suoi silenzi, la sua tranquillità apparente, la distanza quasi incolmabile (eppure non sufficiente) che la divide da quell’Europa d’incubo dove si accumulano milioni di cadaveri, dove la guerra appena conclusa tortura incessantemente i corpi e le anime di coloro che sono scampati ai suoi artigli, restituiscono l’eco degli orrori perpetrati e subiti e con esso la scandalosa, radicale assenza di qualcosa che possa anche solo somigliare a una ragione, a un perché, a un disegno, a una volontà per quanto oscura e indecifrabile. New York, alla fine degli anni Quaranta, per chi ancora vive e respira, e grazie a questi semplicissimi atti di ribellione rifiuta, addirittura nega, la micidiale meccanica dell’annientamento hitleriana, è il lacerante enigma di Dio, è il cono d’ombra dentro il quale scompaiono la sua razionalità e la sua bontà, è il sogno cieco, svuotato di ogni significato, di chi chiude gli occhi per sfinimento ma ha ormai perduto per sempre la capacità di addormentarsi. È in questa città insieme generosa, amica e incolore, tra queste strade sorelle ed estranee, nel ventre di case accoglienti e distanti che Isaac Bashevis Singer ambienta Ombre sull’Hudson, romanzo di cupo splendore, implacabile cronaca di una deriva esistenziale che è forse la sola eredità possibile per coloro che non si sono arresi alla morte. Attraverso una scrittura di straordinaria potenza espressiva, nel dettaglio dolorosissimo di ritratti psicologici compositi, dove la memoria delle atrocità di ieri si scontra con il bisogno quasi assoluto di oblio del presente, del momento vissuto qui e ora, e la sfiancante ricerca di Dio rischia di giungere fino al confine impossibile della sua negazione, fino alla selvaggia, scomposta, blasfema e razionale revoca in dubbio della sua onnipotenza, fino all’immaginazione febbrile e perversa che vede nel Dio degli ebrei l’accondiscendente spettatore della loro distruzione, un idolo sordo alle loro grida d’aiuto, alle loro suppliche, alle mani tese, alle candele accese, ai libri di preghiere consumati dall’uso, e ancora oltre, a un’idea di uomo che non ha più nulla di umano, Singer mette in scena la sconfitta di ogni speranza. “Penso […]. A donne torturate, bambini arsi. Non intendo l’aspetto morale del fatto, non sono così ingenuo. Ma mi interessa la psicologia: che cosa passa per la mente quando si infila un bambino in forno? Si dovrà pur pensare qualcosa; si deve persino trovare una giustificazione. Ma che cosa passa per la mente? Dopo, che cosa si dice alla moglie, alla fidanzata, ai genitori? Come fa un uomo a tornare a casa da moglie e figli e dire: oggi ho bruciato cinquanta bimbi? E che cosa risponde la moglie? A che cosa pensa un individuo del genere quando finalmente posa la testa sul cuscino? Vorrei soltanto sapere come funziona la mente di simili malvagi”. Continua a leggere L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Freud e Dio

Recensione di “Danny l’eletto” di Chaim Potok

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti

L’amicizia tra Danny Saunders e Reuven Malter, ragazzi ebrei divisi da approcci diversi alla fede, è un simbolo. Riflette l’anarchica esuberanza e la passione scomposta ma sincera proprie dell’adolescenza, ma soprattutto il conflitto radicale tra ossequio alla tradizione religiosa e apertura alla modernità. Le rigide regole della comunità chassidica cui appartiene Danny, figlio di un rabbino rispettato fin quasi alla venerazione, escludono qualsiasi tipo di “contaminazione”, dunque perfino Reuven, ebreo ortodosso, figlio di uno studioso del Talmud, colpevole solo di non essere un chassid. I due ragazzi, però, pur tra mille difficoltà, trovano il modo di incontrarsi, confrontarsi, capirsi. Danny è attratto da una materia “impura”, la psicologia, mentre Reuven vuole studiare per diventare rabbino; il loro orizzonte culturale, così come il loro credo, più che allontanarli, li unisce. Malgrado tutto e tutti.. Continua a leggere Freud e Dio

La pace, prezzo dello sterminio

Recensione di “Il complotto contro l’America” di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi

Un tradimento epocale, qualcosa di così sconvolgente e inaspettato da far svanire ogni certezza, da trasformare, nello spazio di un istante, un intera nazione e tutti i valori sui quali si fonda (e sui quali poggiano le vite dei suoi cittadini) nel suo tragico contraltare. Una coscienza collettiva che d’improvviso giunge all’inimmaginabile e sabota se stessa per abbracciare l’ignoto, per gettarsi fiduciosa in un baratro di parole d’ordine tanto semplici quanto del tutto prive di senso: “Votate per Lindbergh o votate per la guerra”. È il 1940, l’Europa brucia sotto il fuoco della terrificante potenza bellica nazista, gli ebrei del Vecchio Continente, a decine di migliaia, cadono vittime della follia sterminatrice di Adolf Hitler, e negli Stati Uniti il nuovo campione dell’isolazionismo e della neutralità a tutti i costi, l’eroe dell’aria Charles Augustus Lindbergh, candidato del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, sconfigge il Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt e inaugura una nuova stagione per il Paese, una stagione segnata da rapporti più che cordiali con la Germania del “Reich millenario” e da un trasparente appoggio ideologico tanto alla sua immediata politica d’aggressione quanto al suo piano di sterminio razziale, parte di un più ampio disegno globale volto a stroncare la “perniciosa influenza ebraica” in ogni campo dell’umano vivere e sapere, influenza che, a parere dello stesso Lindbergh, del suo vice Burton Kendall Wheeler, anche nei democraticissimi e tolleranti Stati Uniti ha ormai preso fin troppo piede e va arginata, fermata, o meglio stroncata del tutto, sradicata.  Continua a leggere La pace, prezzo dello sterminio

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Ragione e immaginazione

Recensione di “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki

Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi
Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi

“Mi trovavo all’assedio di Saragozza come ufficiale dell’esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po’ fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede. Mi venne la curiosità di entrare. Bussai alla porta ma mi accorsi che non era chiusa. La spinsi ed entrai […]. Mi parve che fosse già stato portato via tutto quello che poteva avere un certo valore […]. Scorsi soltanto in un angolo, per terra, parecchi quaderni scritti. Diedi un’occhiata a quello che contenevano. Si trattava di un manoscritto spagnolo; benché conoscessi molto poco la lingua, ne sapevo tuttavia abbastanza per capire che quel libro poteva essere divertente: vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti, e niente era più adatto a distrarmi dalle fatiche della campagna militare quanto la lettura di un romanzo bizzarro. Convinto che quel libro non sarebbe mai più tornato al suo legittimo proprietario, non esitai a impadronirmene. Fummo in seguito obbligati a lasciare Saragozza. Rimasto, per disavventura, separato dal grosso dell’esercito, fui catturato dai nemici insieme col mio distaccamento: credetti che fosse la mia fine. Giunti sul posto che avevano stabilito, gli Spagnoli cominciarono a spogliarci di tutto quanto avevamo. Io chiesi di conservare un solo oggetto che non poteva esser di alcuna utilità per loro, cioè il libro che avevo trovato. Dapprima fecero qualche difficoltà, poi chiesero il parere del capitano che, dopo aver dato un’occhiata al manoscritto, venne da me e mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo. Gli raccontai come mi fosse capitata tra le mani […]; lo pregai di tradurmi l’opera in francese. Io la scrissi sotto la sua dettatura”. Tra le astute righe di questa Avvertenza, nella quale la finzione dell’insieme è a un tempo incondizionata resa al fantastico (“vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti”) e approssimazione al verosimile (“mi ringraziò di aver conservato intatta un’opera a cui egli attribuiva grande importanza, in quanto conteneva la storia di un suo avo”), Jan Potocki, coltissimo autore del Manoscritto trovato a Saragozza, opera che sembra sfuggire a qualsiasi definizione per abbracciare una molteplice teoria di significati (romanzo avventuroso, racconto allegorico, semplice divertissement ricco di licenzioso umorismo), cela e insieme concede al lettore la chiave di lettura di questo suo lavoro, unica concessione all’eccentricità di un uomo che consacrò la propria esistenza agli studi e all’erudizione. Corre infatti (o almeno così desidera farci credere l’autore) lungo l’incerta linea di demarcazione che separa ciò che è fantastico da ciò che è reale (o se si vuole ciò che sembra impossibile dalla sua spiegazione razionale) la narrazione, o meglio l’insieme di storie di cui si compone questo sorprendente affresco letterario. Sorta di picaresco Mille e una notte, di Decamerone dal respiro soprannaturale (eppure così intriso, proprio come le boccaccesche novelle, di puntuta ironia e di compiaciuto, carnale erotismo, da risultare epopea d’incontestabile e deliziosa natura terrena, umana), Manoscritto trovato a Saragozza fa pensare al vivido sogno di un intelletto votato al vero, all’insopprimibile desiderio d’evasione di una mente dedita alla conoscenza. Costruito lungo un susseguirsi di giornate che sembrano essere la stessa identica giornata continuamente ripetuta, il romanzo, nell’incessante verificarsi di eventi inspiegabili (sparizioni improvvise, manifestazioni di spettri, casi di possessioni demoniache, esorcismi, evocazioni di creature magiche), ruota su se stesso nella perfetta e immobile circolarità naturale del tempo, in una sospensione della storia che ha il ritmo immutabile del trascorrere delle stagioni e del loro regolare alternarsi. Specchio di questa atemporalità che i protagonisti del romanzo vivono senza comprendere è il “non luogo” nel quale essi agiscono (compiendo, anche in questo caso senza rendersene conto, praticamente sempre la medesima azione); una terra che Potocki (ancora una volta con la manifesta intenzione di confondere le acque) colloca geograficamente con grande precisione – “Il conte d’Olivadez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l’Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo”, questo l’incipit del Manoscritto, in Italia pubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Anna Devoto – per poi “imprigionarla” proprio in quell’eterno presente nel quale si è formata. Nelle vallate della Sierra Morena, infatti, gli eroi di Potocki, a partire dal personaggio principale, l’impavido Alfonso, comandante delle guardie Valloni, vagano senza costrutto, risvegliandosi, al termine di notti trascorse in sogni voluttuosi e splendidi che forse non sono altro che terribili inganni orditi da Satana, nello stesso punto da cui il giorno precedente avevano preso le mosse.

Nel descrivere il mondo della conoscenza sensibile e il suo enigmatico contraltare, nel suggerirne una sorta di natura comune, quasi fossero l’uno e l’altro parti di un tutto più grande, Potocki non assume mai il punto di vista dello studioso, del sapiente, dell’uomo di scienza; piuttosto, narra con la grazia di un cantastorie, attento solo a emozionare, a conquistare, a condividere con i lettori il fascino dell’inconoscibile dal quale si sente così fortemente atratto. Nonostante ciò, sarebbe un errore considerare un semplice gioco il suo Manoscritto; esso è piuttosto lo splendido, seducente spettacolo di un’immaginazione tumultuosa e di un’anima amante della bellezza e dell’armonia, uno spettacolo cui il conte Jan Potocki, membro della più illustre nobiltà polacca, ci invita, con irresistibile grazia, ad assistere.

Eccovi, invece dell’incipit, la parte conclusiva della ricca introduzione al volume, a cura di Roger Caillois, uno dei massimi studiosi del Manoscritto trovato a Saragozza. Buona lettura.

I meriti letterari dell’opera sono eccezionali, e le ambizioni che essa rivela ancor di più. Non bisogna dimenticare che queste avventure fantastiche sono state scritte da un uomo di più di quarant’anni che si è sempre dedicato alla ricerca erudita, e che, mentre le scrive, lavora a stabilire le tavole di concordanza tra civiltà diverse, risalendo fino al più lontano passato. Egli porta innanzi le due opere di pari passo […]. Venne un momento in cui egli desiderò controbilanciare una scienza frammentaria, lontana, indifferente, ricca d’ipotesi insieme fragili e vane, con la creazione di un vasto affresco, movimentato e brulicante come la vita stessa. Volle dire tutto: ciò che sentiva, ciò che pensava, ciò che sapeva.

La libbra ingannatrice

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti
William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti

“Un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non va soggetto alle stesse malattie, non si guarisce cogli stessi mezzi? Non ha il freddo dello stesso inverno e il caldo della stessa estate d’un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci offendete, non dobbiamo vendicarci? Se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi. Se un ebreo offende un cristiano, dove arriva la tolleranza del cristiano? Alla vendetta. Se un cristiano offende un ebreo, dove dovrebbe giungere la sopportazione dell’ebreo, secondo l’esempio cristiano? Alla vendetta. Mi insegnate a essere malvagio: obbedisco, ma mi sarà difficile non superare i maestri”. Riposa quasi interamente in questo sfogo colmo d’ira e disperazione, in questo lancinante urlo di dolore di un uomo che non chiede altro che di essere riconosciuto come tale, e come tale rispettato, in questa invettiva che, spogliata di tutto il suo livore, si rivela una supplica, una preghiera, una richiesta di grazia, la grandiosità tragica de Il mercante di Venezia, capolavoro teatrale di William Shakespeare scritto negli ultimi anni del Cinquecento. Costruita intorno alla figura dell’ebreo Shylock, che, al principio del terzo atto, appare in tutta la sua forza (e insieme nella sua essenziale debolezza, nella sua spaventosa fragilità) nel fiammeggiante monologo appena citato, Il mercante di Venezia è un cupo dramma travestito da bizzarra storia d’amore. Tutti i protagonisti della vicenda, infatti, così come le relazioni che li legano gli uni agli altri, le passioni che sbocciano e i giocosi (e ingegnosi) piani messi a punto affinché ognuno realizzi il proprio desiderio, non sono che una cornice (raffinatissima, splendida, inebriante) della narrazione più autentica, centrata sul destino di un uomo vinto. Shylock, costretto all’odio dall’impossibilità di amare, costretto a farsi demonio dal disprezzo degli uomini, che rifiutano di considerarlo un loro pari (o per dir con più esattezza, un loro simile), è il simbolo di un completo naufragio esistenziale, di un devastante fallimento. Privato dei suoi affetti, tradito dalla figlia (che lo abbandona, non prima di averlo derubato, per sposare un cristiano), considerato solo per quel che egli, in quanto giudeo, in quanto appartenente per nascita alla razza israelita, è nell’immaginario collettivo, un volgare usuraio privo di scrupoli, Shylock veste gli unici panni che il mondo gli mette a disposizione e, nel magistrale gioco metateatrale orchestrato da Shakespeare egli è, nello stesso tempo, il personaggio chiave della storia raccontata e l’ebreo che i pregiudizi del volgo vogliono che sia.

Di fronte a un pubblico, a un mondo intero che lo dileggia, Shylock accetta di essere quel che gli altri desiderano, di render concreto il fumo d’ignoranza e persecuzione partorito dalla loro fantasia malsana, armandosi di cattiveria, di perfidia; egli lascia che la voglia di vendetta dapprima lo accechi (con il prestito che accorda a Bassanio pretendendo dal garante Antonio una libbra della sua carne in caso di mancata restituzione della somma), poi lo beffi con l’inganno del sangue, quel sangue così decisivo nell’attribuzione della razza, quel sangue che fa uno cristiano e un altro ebreo, quel sangue unico per tutti che così crudelmente divide, separa: “E questa carne devi tagliarla dal suo petto. La legge te lo consente e il Tribunale te lo attribuisce […]. Il contratto non ti concede neppure una goccia di sangue; le parole precise sono «una libbra di carne»: bada dunque al tuo contratto e abbiti la tua libbra di carne; ma se, tagliandola, versi una sola goccia di sangue cristiano, le terre e i tuoi beni ti saranno, per la legge di Venezia, confiscati a favore dello Stato”. Carnefice fallito e vittima designata, Shylock a ragione figura, nella sterminata galleria di personaggi shakespeariani, tra gli immortali; egli, nella sua terribile parabola, nega a se stesso ogni possibile salvezza in nome di una coerenza che riposa unicamente nel dolore; fedele soltanto alla propria infelicità, l’ebreo dannato abbraccia quel che ha sempre saputo essere il suo fato; nato esule, egli finisce per accettare l’esilio, un esilio dello spirito, dell’anima, del cuore, la peggiore delle condanne possibili: “E prendetemi anche la vita. Non fatemene grazia. Voi vi prendete la mia casa, prendendovi il puntello che la tien su. E vi prendete la mia vita togliendomi i mezzi di vivere”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Alessandro Serpieri. Buona lettura.

A Venezia, in strada. Entrano Antonio, Salarino e Salanio.

Antonio: Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi dite d’esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l’ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dov’è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscer me stesso.