La Perla più rara, la Perla più scura

Recensione di “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta, BUR

“Ciò che Hawthorne imparò negli anni di solitudine, trascorsi fra gli specchi di una stanza, non si riduce soltanto alle metafore del ghiaccio e del fuoco. Da quello sfondo provengono anche le trame dei suoi racconti; poco a poco si venne anche presentando un individuo orgoglioso che si era autoescluso dal contesto sociale e che pure soffriva le pene della solitudine. Le sue storie riflettevano la tensione conflittuale fra istinti e convinzioni puramente razionali […]. Quest’uomo che abitava fra i fantasmi era, per un lato del suo carattere, un rude abitante della Nuova Inghilterra, in tutto simile ai magistrati e ai capitani di mare dai quali discendeva. Ed una costante duplicità si rinviene sempre nel suo carattere: fu un individuo orgoglioso fino alla fine dei suoi giorni, ma seppe anche inchinarsi con grande umiltà. Era gelido e sensuale, torpido e alacre, radicale e conservatore; un visionario con un senso concreto del denaro. Queste contraddizioni, queste tensioni interiori, conferirono energia alla sua narrativa e fecero dell’autore l’oggetto di uno studio senza fine”. Queste parole di Malcolm Cowley, citate nell’introduzione all’edizione italiana de La lettera scarlatta (BUR, traduzione di Bruno Tasso), il lavoro più noto dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne, aiutano a orientarsi nel labirinto di un romanzo semplice solo in apparenza che, al di là di un’ampollosità di linguaggio a volte eccessiva (e tuttavia indispensabile per restituire quanto più possibile intatta al lettore del tempo – il libro venne pubblicato nel 1850 – e a quello di oggi, l’atmosfera teatralmente cupa dell’America (allora Nuova Inghilterra) del XVII secolo, soffocata dalle menzogne e dall’ipocrisia del fanatismo puritano, disposto a tollerare qualsiasi silenzio e ogni genere di menzogna pur di non intaccare quella parvenza d’ordine, quiete, pace e formale timor di Dio che doveva essere purissimo tratto distintivo della propria organizzazione sociale, e di una costruzione dei caratteri rischiosa, giocata esclusivamente su violenti contrasti emotivi e su opposizioni nettissime (coraggio-vigliaccheria; vendetta-perdono) di volta in volta incarnate dai protagonisti della storia, non teme di affrontare un argomento arduo e nei fatti inesauribile qual è la verità, considerandola tanto dal punto di vista del suo significato (posto che davvero ne abbia uno per l’uomo) quanto da quello del suo intrinseco valore. Cos’è infatti la verità, chiede Hawthorne mentre racconta, al termine di una lunga introduzione che è già pienamente romanzo e che pure dalla Lettera vera e propria si discosta per tono, stile e respiro narrativo, dell’adultera Hester Prynne, condotta fuori dalla prigione assieme alla sua bambina nata da pochi mesi ed esposta alla ferocia perbenista della comunità cui non ha più diritto di appartenere dopo essersi macchiata di quell’orrendo peccato carnale, la cui fedeltà a una propria verità del sangue e del cuore la obbliga a tacere dinanzi a tutti il nome del padre della piccola? Che senso ha quel “vero agli occhi del Signore” che l’intero villaggio pretende da lei di fronte a quel che questa donna ha di più sacro: l’uomo che ha amato e ama e la bambina che è venuta al mondo? E ancora, che valore può avere la verità, a parole tenuta in così gran conto dall’umano consesso, se paragonata alle finzioni e alle macchinazioni del marito di Hester, da tutti creduto morto e invece tanto vivo da figurare, naturalmente sotto mentite spoglie, tra i membri più eminenti di quella comunità a prima vista così perfetta? 
Continua a leggere La Perla più rara, la Perla più scura

Dante, i diavoli e il caos del presente

Recensione di “Leviathan” di Michele Dattoli e Salvatore Pastore

Michele Dattoli, Salvatore Pastore, Leviathan, Eretica Edizioni

Riattualizzare l’Inferno di Dante. Di più: riattualizzarlo, ma lasciandolo originale. Non una rivisitazione, ma il “vero” Oltretomba dell’Alighieri, più o meno come ce lo hanno presentato i testi di letteratura scolastici, ma portato all’oggi, quindi con ospiti più “moderni”, quelli successivi al Sommo Poeta. Prendi Hemigway, per esempio, grande autore morto suicida e quindi, secondo il contrappasso dantesco, tramutato in albero secco in una delle più terribili delle bolge. Qua e là, certo, le esigenze narrative e le influenze di opere più recenti hanno portato ad alcune libertà rispetto alle divine terzine, ma l’impatto resta quello: un tentativo anche ambizioso, senza dubbio coraggioso. È questa la base di partenza del lavoro proposto da due giovani autori, Michele Dattoli (testi) e Salvatore Pastore (disegni), nella loro opera, Leviathan, ancora incompleta (al momento sono usciti i primi due volumi), e proposta da Eretica Edizioni. Ma parlavamo di attualizzazione. Dattoli infatti guarda l’Inferno da un punto di vista nuovo. Cos’è, in pratica, l’Inferno, se non un luogo come se ne sono visti tanti nel mondo, un posto dove pochi “cattivi” (i diavoli) servono il dittatore di turno (Satana), riducendo al dolore e alla sofferenza moltitudini di persone? Come la Storia insegna, però, una situazione del genere non può durare e un popolo oppresso prima o poi si ribella. E infatti, Leviathan è «la storia di una rivolta», come spiega la sua sinossi, una rivolta dei dannati contro i diavoli. Se poi consideriamo che i dannati sono i migliori dei peggiori esponenti dell’umanità di sempre, ecco che i diavoli si trovano a fronteggiare della gran bella gente. Il colpo di teatro che va ancora oltre questo antefatto, già in sé originale, è la scelta del Grande Eroe, di colui che lancerà il primo sasso, che per primo parlerà di rivolta laddove mai a nessuno era balenata in mente neppure una vaga ipotesi del genere: in Leviathan costui è nientemeno che Adolf Hitler! Continua a leggere Dante, i diavoli e il caos del presente

Così scandalosamente deforme

Recensione di “La peste” di Albert Camus

Albert Camus, La peste, Bompiani

Orano è una città che sembra volontariamente rinunciare alla bellezza, alla grazia. Un luogo “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali né fruscii di foglie”, dove “il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo […], la primavera si annuncia soltanto con la qualità dell’aria o coi cesti di fiori che i ragazzi portano dai sobborghi”. In questa città, circondata dall’eterna meraviglia del mare e pigramente sazia del suo abbraccio, della sua presenza fedele, l’estate è un flagello di fuoco “che incendia le case troppo asciutte e copre i muri d’una cenere grigia” e l’inverno è la sola stagione capace di regalare giornate di tregua. Ed è qui, in questo strano microcosmo, in questo reticolo unico di strade che ospita uomini e donne capaci di vivere, lavorare e amare in un solo modo, con meccanica frenesia e con il preciso obiettivo di ottenere la massima soddisfazione personale, che in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tutto precipita in un incubo. Simbolo, modello di ogni organizzato consesso sociale, esempio dunque dell’umanità tutta e della terra stessa, Orano si fa universale, crocevia di qualsiasi lingua, di quel che si conosce come di quel che si ignora, di ciò che è patrimonio del mondo e di ciò di cui il mondo è mancante, orfano, e soprattutto si trasforma nel centro perfetto da cui si irradiano tanto il bene quanto il male. Continua a leggere Così scandalosamente deforme

Il mito sanguinoso della Frontiera

Recensione di “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, Einaudi

Cormac McCarthy racconta di un tempo che sembra appartenere all’infanzia del mondo, e di luoghi che conservano una sorta di letale purezza, quasi fossero angoli d’Eden precipitati nel fango a causa del peccato dell’uomo. La realtà narrata dallo scrittore americano, dalla sua prosa forte, aspra, che attanaglia le viscere, colma il cuore d’emozione e gli occhi di pianto, conserva un’anima primitiva, incorrotta, solenne e selvaggia, allo stesso tempo splendida e abietta. E colui che abita questa realtà ne è in qualche modo l’espressione, il riverbero; è un uomo vestito soltanto dei propri istinti, obbediente agli appetiti del corpo, che lotta per non soccombere all’arbitrio onnipresente della forza, non conosce fratellanza e tuttavia non è sordo all’amore. È nel West immenso e inconoscibile, nell’eterno silenzio di praterie e deserti, che McCarthy situa geograficamente questo suo “mondo dell’essenza”, frutto della folle unione carnale tra Bene e Male; qui, in questa terra dura e inospitale, uomini e donne giorno dopo giorno battezzano se stessi nel dolore e nella violenza, dispersi in un insensato girotondo d’odio e di morte. Uomini fragili, incompiuti al pari di statue appena abbozzate, come il ragazzo di quattordici anni protagonista dell’intenso e lacerante Meridiano di sangue; un giovane nato in una notte diversa da tutte le altre, forse magica, forse maledetta – “La notte in cui sei nato. Trentatré. Leonidi le chiamavano. Dio, come cadevano le stelle. Con lo sguardo cercavo il buio, buchi nel cielo. L’Orsa correva” – orfano di madre (morta di parto) fin dal primo vagito, che appena può fugge di casa e si unisce a una banda di cacciatori di scalpi, uno spietato manipolo di assassini capitanati dal giudice Holden, quasi un demone d’inferno in forma d’uomo, o la caricatura d’incubo di un dio, giunto in terra a giudicare, e condannare. Continua a leggere Il mito sanguinoso della Frontiera

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Una madre e un uomo

Recensione di “Il buio fuori” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi
Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi

L’impreciso, zoppicante fluire di un tempo eterno, inconoscibile e trascendente è il respiro di una terra desolata e moribonda, è l’eco di un silenzio cupo calato come tenebra sul mondo, è il cieco labirinto di stagioni replicate la cui primordiale, purissima violenza si rovescia incessante su uomini e cose. In questo tempo estraneo e silenzioso, sordo alla compassione, vagano naufraghe e disperate le genti, aggrappate a brandelli di sentimenti che hanno la patetica fragilità di preghiere semidimenticate, a occasioni di socialità stentate come la memoria dei vecchi, a barbagli improvvisi di pietà e amore; qui la vita è tutto e niente, è la fatica di un parto anonimo in una baracca isolata nella foresta e l’esplodere di un giovane corpo di madre che con ogni fibra chiama a sé il proprio figlio e insieme l’inspiegabile rifiuto di un padre (che della madre è anche fratello) e la sua decisione di liberarsi del neonato abbandonandolo tra i boschi. Continua a leggere Una madre e un uomo

Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Disumano, non antiumano

Robert Louis Stevenso, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Newton Compton
Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Newton Compton

Che non ci sia logica nella natura umana? Che possa, essa sola, misteriosamente, violare il principio di non contraddizione, vivere nell’unità degli opposti e accogliere il sé e l’altro da sé come semplici aspetti differenti di una singola sostanza? Che non ci sia, che non possa esserci, distinzione netta tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra vendetta e perdono, ma soltanto sfumature sottili, impalpabili diversità frutto di scelte, atteggiamenti, inclinazioni, debolezze? Che non sia altro che caos l’anima dell’uomo? Queste domande, la cui radicalità da millenni rappresenta una delle sfide più impegnative per il rigoroso pensiero filosofico, e che la psicanalisi ha provato a esorcizzare ingabbiando l’essenzialità di pulsioni e istinti nel recinto medico-scientifico delle nevrosi e delle sindromi ossessive, la letteratura ha avuto il coraggio (e dunque il merito) di porle, rappresentandole attraverso eventi e personaggi, e in tal modo di discuterle, dimostrando di comprenderne, e rispettarne, importanza e urgenza. Allora ecco che a vestire l’invenzione romanzesca sono dilemmi morali, e valori e princìpi sulla base dei quali intere società si costituiscono, oppure si dissolvono, e azioni e decisioni che vivono ben oltre le conseguenze cui danno luogo e costringono il lettore a misurarsi con esse, a confrontarcisi, quasi fosse lui ad averle compiute. È la possibilità che quel che succede tra le pagine di un libro possa accadere anche nella realtà a rendere la letteratura nutrimento indispensabile, e non tanto per la verisimiglianza di ciò che racconta, quanto piuttosto per la verità che sottende ogni metafora, per la plausibilità che alimenta anche la più colorata delle fantasie; non importa, insomma, che abbia poco o punto aderenza ai fatti così come li conosciamo una storia costruita attorno alla figura di uno scienziato capace di preparare una pozione il cui effetto è scomporre lo spirito dell’uomo (la sua anima, la sua psiche) nei singoli elementi che lo caratterizzano (il nobile e il sublime da una parte, l’orrido e il nefando dall’altra), se tutto questo non è che un pretesto narrativo per indagare quanto più possibile a fondo quel che ciascuno di noi è davvero. Così, è più che a buon diritto che Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, pubblicato dal grande scrittore scozzese Robert Louis Stevenson nel 1886, si è guadagnato il titolo di classico letterario; perché il suo protagonista, lo stimato e virtuoso dottor Henry Jekyll, attraverso la sua avventura d’incubo (che dell’incubo ha le atmosfere e il respiro), pone tutti noi di fronte all’abisso da noi stessi rappresentato, chiedendoci di sporgersi su di esso. Lungi infatti dall’essere una sorta di “trattato morale” sulla responsabilità delle scelte, o peggio un edificante manifesto vittoriano su vizio e virtù, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un romanzo inquieto e disturbante che, come una luce nella notte, illumina (a tratti, certo, ma con tutta l’intensità di cui è capace) le debolezze della personalità, le linee d’ombra del carattere, lo sfuggente universo etico che abitiamo. Come ben sottolinea Riccardo Reim nell’introduzione al volume edito da Newton Compton, l’indagine di Stevenson non ha che un punto fermo, e non è quello che ci si aspetterebbe, quello cioè della profonda divisione di opposti inconciliabili tra loro, bensì il contrario, la loro indissolubilità: “Hyde non è l’opposto di Jekyll, ma qualcosa all’interno di Jekyll, qualcosa che è sempre esistito: il fatto che sia più piccolo del dottore, quasi un nano, sta a dimostrare come ne sia soltanto una parte […]. Hyde è la regressione della specie, la terribile, onnipresente minaccia che, se l’evoluzione è una scala, esiste anche la possibilità di cominciare a ridiscenderla”.

L’evocativa, angosciosa, terrificante scrittura di Stevenson rende immortale la disumanità di Hyde (la mostruosa aberrazione di Jekyll che la pozione da lui creata ha il potere di far nascere e vivere) e nello stesso tempo ne sottolinea l’umanità; non c’è nulla di mostruoso (cioè di non umano, di contrario all’umano) in Hyde, a meno che non si voglia ammettere (non si debba ammettere, dichiara a chiare lettere lo scrittore) che la mostruosità ci appartenga nello stesso modo in cui ci appartiene la non mostruosità; per questo, fin dalle prime pagine del romanzo Stevenson sceglie la tortuosa, affascinante ambiguità propria di ogni linea di confine, dove il normale, il consueto, l’ordinario riposano fianco a fianco con il diverso, con l’eccezione, con ciò che viola ogni regola: “La strada era piccola e calma, ma nei giorni feriali vi si svolgeva un gran traffico. Gli abitanti se la passavano tutti bene, sembrava, e, con la speranza di passarsela anche meglio, facevano a gara nello spendere il sovrappiù dei loro guadagni in civetterie; perciò le vetrine dei negozi erano allineate lungo la strada con aria invitante, come due ali di venditrici sorridenti. Anche di domenica, quando nascondeva le sue attrattive più ricche e rimaneva quasi vuota, la strada risplendeva, in contrasto con gli squallidi dintorni, come un fuoco nella foresta; e con le sue persiane dipinte di fresco, i suoi ottoni ben lucidati, la generale pulizia e allegria di tono, subito attirava e colpiva piacevolmente l’occhio dei passanti. A due porte dall’angolo, sul lato sinistro andando verso est, la fila delle vetrine era interrotta dall’ingresso di un cortile; e proprio in quel punto sporgeva sulla strada un sinistro fabbricato. Era alto due piani: non aveva finestre, ma solo una porta al piano più basso e una facciata cieca dal muro scolorito a quello superiore; ogni particolare denotava una sordida, prolungata trascuratezza”.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Newton Compton Editore, è di Vieri Razzini. Prima di lasciarvi, augurandovi come sempre buona lettura, desidero dirvi che nei prossimi giorni sarò in vacanza, non mi dedicherò quindi ad aggiornare il blog. Spero vogliate continuare a seguire Il Consigliere Letterario. Non starò via molto, promesso.

L’avvocato Utterson era un uomo dall’aspetto ispido e rude, mai illuminato da un sorriso; freddo, scarno e imbarazzato nel parlare; guardingo nei setimenti; magro, lungo, polveroso, tetro, eppure in qualche modo amabile. Nelle riunioni di amici, e quando il vino era di suo gusto, gli si accendeva negli occhi qualcosa di straordinariamente umano; qualcosa che in verità non trovava mai la via della parola e si esprimeva invece non solo in quei silenziosi segni del volto, dopo una cena, ma più spesso e chiaramente negli atti della sua vita.