Ignotus par ignotius

Recensione di “L’opera al nero” di Marguerite Yourcenar

Marguerite Youcenar, L’opera al nero, Feltrinelli

Il XVI secolo mirabilmente raccontato da Marguerite Yourcenar ne L’opera al nero è un mondo in bilico, un mondo che sembra prossimo al risveglio, aperto alla modernità della scienza e alle sue rivoluzionarie conquiste e nello stesso tempo ancora legato alle suggestioni alchemiche, alle credenze e alle superstizioni; un mondo nel quale gli opposti si sfiorano, dove la magia può ancora essere una delle forme in cui si manifesta il procedere della ragione, o la geniale scintilla di una intuizione. Il Rinascimento cui la scrittrice dà vita in questo magnifico romanzo, vivificato da una prosa di rara bellezza e non comune profondità, ha in sé tutta la concretezza documentale della storia, che si rivela tanto nella ferocia delle guerre e dei conflitti religiosi che senza sosta lo dilaniano quanto nella magnificenza, nella nobiltà e nella eternità del pensiero umanistico, la cui maturazione raggiunge le più alte vette. Testimone e simbolo di questa realtà fluida, resa instabile ma anche vivificata da cambiamenti continui, è un personaggio inventato, il protagonista del romanzo, una figura di assoluto fascino, che l’autrice svela poco alla volta, quasi fosse una sorta di mistero, un enigma da risolvere: Zenone, uomo dal vasto sapere, filosofo, scienziato e alchimista, sorta di modello di un principio che sta a fondamento della ricerca degli alchimisti e che si riassume nel motto latino Ignotus par ignotius, obscurus par obscurius, che significa Andar verso l’oscuro e l’ignoto attraverso ciò che è ancor più oscuro e ignoto. E cosa può esserci di più oscuro, di più difficilmente interpretabile, di più sfuggente, di un essere umano? Continua a leggere Ignotus par ignotius

Tra le fiamme di un secolo

Recensione di “Q” di Luther Blissett

Luther Blissett, Q, Einaudi
Luther Blissett, Q, Einaudi

Una tumultuosa avventura elegantemente abbigliata da romanzo storico; una vicenda ricchissima di avvenimenti e colpi di scena, un crocevia del passato che, nella creazione letteraria, fiorisce tanto nella precisa ricostruzione di ciò che è stato quanto nella libertà dell’invenzione; una teoria magnifica e terribile di dotte dispute e orrendi massacri, di incruenti ma letali duelli per il potere, di drammatici assedi, di insensati eccidi; e l’eco della parola di Dio che ovunque risuona per bocca dei suoi interpreti, dei suoi sacerdoti, dei folli custodi della sua volontà, e la sua ombra infinita, gettata sul mondo, striata dal sangue di migliaia di vittime innocenti. Romanzo rivelazione, salutato da un impressionante successo di pubblico, Q, firmato da un quattro scrittori (i cui nomi sono da gran tempo noti, non è dunque necessario riportarli nuovamente qui) sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, è senza alcun dubbio un lavoro in pari tempo ambizioso e riuscito. Lacerato da conflitti etico-teologici, devastato da ogni sorta di guerra, egemonizzato da gigantesche figure di eruditi e predicatori, guidato da burattinai occulti, attraversato dal soffio esaltante dell’utopia, teso verso la purezza della palingenesi e trascinato nell’abisso delle più oscure e deliranti profezie apocalittiche, il XVI secolo, scenario del romanzo e insieme suo fulcro narrativo, è restituito al lettore in tutta la sua contraddittoria complessità; tra le pagine di Q, nel disordine delle rivolte contadine brutalmente soffocate dagli eserciti al soldo di questo o quel principe elettore così come nelle opulenti stanze dove banchieri onnipotenti, simili a Parche grottesche e spietate, distruggono dinastie e costruiscono dal nulla nuovi imperi; nei pericolosissimi segreti di corrispondenze private cui gli uomini affidano, con le convinzioni più radicate, le loro stesse vite così come nelle condanne senza appello dei severi collegi ecclesiastici che destinano al rogo gli scritti giudicati eretici, le ardite riflessioni che rischiano di minare un impianto dottrinario e di fede sul quale si regge l’ordine del mondo tutto, quel che si coglie con assoluta chiarezza è il palpitare incessante di un tempo unico, il tempestare una stagione fatta a pezzi dallo scatenarsi di un numero impressionante di forze, ciascuna opposta a tutte le altre: “La Cattedrale spalanca le fauci. Quattro gradini larghi e sottili, di una spanna ciascuno, rialzano i due pilastri a sostegno dell’arco che precede e sovrasta il portale; appuntito al culmine, frastagliato sul bordo inferiore da tredici merletti di pietra come zanne acuminate. Due passi poi ancora quattro gradini, più stretti e ripidi, fino alle due porte […]. Quasi metà dell’attuale popolazione di Münster è riunita fin dai vespri di sabato tra queste tre imponenti navate. In ginocchio, le mani giunte, attendono cantando sommessamente ciò che il Profeta ha predetto per questo giorno. – Oggi farò sparire dalla terra ogni cosa, dice il Signore. Distruggerò uomini e bestie. Sterminerò gli uccelli del cielo e i pesci del mare, abbatterò gli empi. Sterminerò l’uomo dalla terra. Come un diluvio è il giorno finale. Questa nostra città è l’arca costruita sul legno della penitenza e della giustizia. Essa galleggerà sulle acque della vendetta finale”.

In questo immenso teatro dove i più turpi delitti si accompagnano alle più elevate meditazioni dell’intelletto e dello spirito, gli autori di Q narrano una storia nella storia, facendo coincidere microcosmo e macrocosmo; al servizio di un racconto a due voci, l’elaborata architettura del romanzo, all’interno del quale scenari e date cambiano in continuazione, illumina la sfida a distanza tra due uomini (la voce narrante dell’opera, un uomo del popolo conquistato dalla Riforma, e il suo avversario, il misterioso Q), entrambi chiamati a simboleggiare le differenti istanze che hanno infiammato il secolo. Così, il viaggio nel tempo e nella storia che gli autori di Q così meticolosamente costruiscono finisce per esplodere di vita e d’autenticità proprio nel rincorrersi delle passioni, dei desideri e dei sogni dei singoli; ed è in questa dimensione squisitamente umana, fallibile, imperfetta, caduca, che si rivelano e si svelano le illusioni delle moltitudini, le pazzie dei popoli, l’eterno naufragare di un’innocenza collettiva irrimediabilmente perduta e incessantemente rimpianta.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Sulla prima pagina è scritto: nell’affresco sono una delle figure di sfondo. La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi. Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi. La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l’eterna oscillazione delle fortune umane.

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.

All’ombra maestosa del peccato

Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, Bur
Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, Bur

Elementi distintivi del romanzo gotico, l’angoscia, la paura (che spesso degenera in vero e proprio terrore), il mistero (risultato di un abile intreccio tra l’irrompere improvviso di fatti a prima vista inspiegabili e il lento ma inesorabile procedere di diaboliche macchinazioni), i sacrifici e le sofferenze patite dai personaggi, trovano un equilibrio, etico prima ancora che letterario, nel felice scioglimento della vicenda raccontata, nel premio ricevuto dalla virtù e nel parallelo castigo del vizio. Tanto più terribili sono le esperienze vissute dai protagonisti della vicenda raccontata, tanto più cupe e disperate le prove che sono chiamati ad affrontare, tanto più luminosa è la gioia che li attende al termine della loro odissea. Il risultato di questo semplice, ingenuo (ma non scontato) schema narrativo è un’opera tumultuosa nella trama e dichiaratamente pedagogica nelle finalità che, in un folle susseguirsi di colpi di scena, in uno sfiancante alternarsi di speranza e disperazione, si assume il non facile compito di dare consolazione al lettore afflitto mostrandogli quanto sia “transitorio il potere dei malvagi sui buoni” e come l’innocenza, benché oppressa, riesca sempre, in ultimo, a trionfare sull’ingiustizia, “purché sostenuta dalla pazienza”. Proprio innocenza e colpa, bontà e cattiveria, generosità ed egoismo, estremi inconciliabili in serrata lotta tra loro, sono le categorie morali e (incarnate in altrettanti caratteri) i personaggi che animano I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, il lavoro più noto e di maggior successo della scrittrice inglese, pubblicato nel 1794. Ambientato nel XVI secolo tra Francia e Italia, il romanzo racconta le peripezie della giovane Emily St. Aubert, ragazza di specchiata virtù amatissima dai genitori (in special modo dal padre, uomo in tutto e per tutto “rousseauano”, le cui convinzioni, così come il modo di vita, sono in larga parte sovrapponibili alle tesi esposte dal pensatore francese nell’Emilio). Prematuramente strappata alla quiete della sua vita in campagna dalla morte prima della madre e poco tempo dopo del padre, Emily viene affidata alle cure della zia, che vive a Tolosa e ha nell’accumulo indiscriminato di ricchezze e nella ricerca di frivoli piaceri mondani i suoi unici interessi. Nel lusso inutilmente esibito della splendida dimora cittadina della zia, Emily – che nelle ultime settimane di vita del padre aveva accompagnato il genitore in un viaggio nel corso del quale aveva conosciuto il cavaliere Valencourt, di cui si era innamorata (e che a sua volta era rimasto conquistato da lei) – già straziata dal ricordo della recente perdita, sperimenta la durezza di carattere della sua tutrice, che non perde occasione per rimproverare quella che considera debolezza (e che in realtà è solo sensibilità e bontà d’animo) e, incurante della fragilità della ragazza, la costringe a partecipare agli incontri e alle feste organizzate dalla buona società cittadina, in massima parte frequentate da approfittatori senza scrupoli. Lusingata da uno di loro, l’italiano Montoni, la zia di Emily cede al corteggiamento accettando di sposarlo.

È da questa affrettata, incauta decisione che I misteri di Udolpho – che fino a quel momento aveva alternato scene di familiare dolcezza e naturale splendore (sono molte, e di grande intensità, le pagine dedicate dalla Radcliffe alla meraviglia degli scenari naturali, privilegiato oggetto di contemplazione e studio del padre di Emily) all’annuncio dei mali futuri, minacciati, come lo è un temporale dall’accumularsi di nubi all’orizzonte, dal progredire della malattia dell’uomo – scivola nell’ombra; Montoni, infatti, che si è sposato solo per poter spogliare delle sue ricchezze la zia di Emily, dopo una breve parentesi a Venezia conduce le due donne nel proprio tetro castello di Udolpho, roccaforte situata negli Appennini toscani. Qui, tra immense, desolate e buie gallerie dove ogni rumore fa temere un agguato, e nell’abbandono di stanze un tempo grandiose, dove sopravvivono solo memorie di dolori trascorsi e di innominabili peccati, la zia di Emily pagherà a carissimo prezzo la propria stoltezza ed Emily dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per resistere alla brutale tirannia di Montoni, convinto di poter disporre di lei come meglio crede. La prosa della Radcliffe, ricca, ridondante e nello stesso tempo trattenuta, in qualche misura addirittura esitante perché spettatrice dell’indicibile, corre nervosa nel chiaroscuro dei sensi continuamente eccitati di Emily, riflette la tensione colma di pena e d’orrore della sua insonnia, si specchia in ogni suo timore e dilata, rendendolo quasi insostenibile, un tangibile senso d’oppressione che solo lo scioglimento finale del racconto riuscirà a dissipare.

Impetuoso romanzo d’atmosfera, colmo allo stesso modo d’orrore e di romanticismo, di sogno e d’incubo, I misteri di Udolpho è una lettura affascinante ma impegnativa, in special modo per lo stile, farraginoso in più di un passaggio e spesso gravato da ripetizioni non necessarie. Ma l’autrice sa evocare con maestria paure profonde; sa guardare con acutezza nell’animo umano e disegnarne, pietosamente, colpe e meriti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Vittoria Sanna. Buona lettura.

Nel 1584, sulle ridenti sponde della Garonna, nella provincia della Guascogna, sorgeva il castello di Monsieur St. Aubert. Dalle finestre si scorgeva il paesaggio pastorale della Guienna e della Guascogna che si allargava lungo il fiume, allietato da boschi lussureggianti e da piantagioni di olivi. Verso sud la vista era limitata dai maestosi Pirenei, le cui cime, avvolte nelle nubi, rivelando a tratti le loro forme imponenti intraviste per un momento e nuovamente nascoste dalle masse di vapori, si mostravano a volte brulle e scintillanti nel delicato azzurro dell’aria, a volte minacciose con le loro foreste di oscuri pini che giungevano sino al fondo della valle.