Il cuore dell’uomo messo a nudo

 

Gao Xingjian, La montagna dell'anima, BUR
Gao Xingjian, La montagna dell’anima, BUR

Una prosa evocativa, potente, che sembra avere lo stesso respiro della natura che descrive e partecipare della sua sovrumana immortalità, dell’eterna circolarità del suo tempo, scandito dall’alternarsi delle stagioni. Ne La Montagna dell’Anima, Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura nel 2000, racconta di un viaggio diverso da qualsiasi altro. A compierlo, per ragioni tra loro diversissime, sono due persone, il primo in cerca di un luogo di cui ha sentito meraviglie (la Montagna dell’Anima che dà il titolo al romanzo), il secondo – uno scrittore perseguitato dal regime al potere, alter ego dell’autore – in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. A unire il destino di entrambi è la sete d’assoluto, riflessa nell’incanto della foresta incontaminata che ricopre la montagna così come nei luoghi attraversati dallo scrittore, nei villaggi brulicanti di vita, nelle singole storie degli abitanti, e nei ricordi che di volta in volta destano. 

La Montagna dell’Anima è un libro unico, un capolavoro indimenticabile, e Gao Xingjian una delle voci più limpide e intense della letteratura contemporanea, un autore da leggere assolutamente. Quest’opera, di vertiginosa bellezza, non è soltanto un lavoro stilisticamente perfetto, un capolavoro di eleganza, un magistrale esercizio di stile che lascia sbalorditi per la sua raffinatezza formale; è, ed è certamente questa la cosa più significativa, un romanzo coraggioso, sfrontato e disarmante come la verità. Verità a fianco della quale questo scrittore si è sempre schierato, senza temere di pagare il prezzo di questa sua scelta.
Eccovi due estratti del romanzo. L’inizio e un piccolo momento del viaggio dello scrittore.
Sei salito all’alba su una corriera traballante, di quelle che in città non si usano più, e dopo dodici ore di sobbalzi su impervie strade di montagna, sei arrivato in questa cittadina del sud. Con lo zaino in spalla e un borsone in mano, fermo alla stazione  invasa da cartacce di gelati e avanzi di canna da zucchero, scruti l’umanità che ti circonda. Uomini piegati da sacchi di ogni dimensione e donne con bambini in braccio scendono dagli autobus o attraversano il piazzale, mentre giovani con le mani libere, senza sacchi né ceste, pescano dalle tasche semi di girasole, se li ficcano in bocca uno dietro l’altro e sputano la scorza con gesti abili ed eleganti, emettendo un leggero sibilo. Hanno l’aria spensierata e disinvolta, tipica del luogo. Sono a casa, perché dovrebbero sentirsi a disagio? Le loro radici affondano in queste terre da generazioni, è inutile che tu venga qui da tanto lontano a cercare le tue.
Hai vagato da una città all’altra, da un capoluogo di distretto a uno di provincia, da una provincia all’altra, da una regione all’altra e così via, senza fine. Talvolta in un vicolo dimenticato dalla pianificazione urbana ti è capitato di scoprire d’improvviso una vecchia casa con la porta aperta. Ti fermavi e gettavi un’occhiata al cortile con i panni stesi su bastoni di bambù, avevi l’impressione che bastasse entrare per tornare all’infanzia e ravvivare i ricordi appannati […]. Devi sapere che ciò che cerchi è raro. Non essere incontentabile, dopotutto puoi ottenere solo ricordi vaghi e indistinti come sogni, ricordi che non fanno mai appello alle parole. Quando li enunci sono solo frasi concatenate, nient’altro che frammenti passati al setaccio attraverso le strutture della lingua. 

L’accademica ironia di Nabokov

 

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi
Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi

Pninizzato. Curioso termine (non dissimile, per certi versi, dal minaccioso avvertimento “Sarete tartufato!» di Molière) che significa acquisire atteggiamenti e forma mentis di Timofej Pnin, professore di lingua russa in una sconosciuta università della provincia americana e protagonista di un irresistibile romanzo di Vladimir Nabokov. Impacciato, spesso ridicolo nei comportamenti, arroccato nelle sue certezze (unico riparo a una realtà, quella degli Stati Uniti, che non riesce in alcun modo a comprendere), Pnin è uno di quegli uomini che diffida della vita, e giudica quasi tutto quel che gli accade alla stregua di uno scroscio di pioggia; qualcosa da cui ripararsi, e in fretta.

Nabokov dipinge le sue avventure – così come il mondo accademico nel quale si svolgono – con tono agrodolce; pur non rinunciando mai al sarcasmo, è come se capisse e condividesse lo smarrimento del suo eroe; ai lettori lo presenta in tutta la sua fragilità, nudo, sincero, e così facendo non li muove al facile dileggio, ma a una più nobile e catartica solidarietà.
Perché Pnin, in fondo, come tutti noi, è un naufrago della modernità.
Ora lascio la ribalta a Nabokov. Prima l’incipit del romanzo, poi una descrizione dell’ambiente accademico di rara perfidia.
Il passeggero anzianotto che sedeva accanto al finestrino a nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in moto, vicino a un posto libero e di fronte ad altri due posti liberi, era, per l’appunto, il professor Timofej Pnin. Magnificamente calvo, abbronzato e ben sbarbato, incominciava in modo alquanto imponente con quel gran cranio a cupola brunastro, con gli occhiali cerchiati in tartaruga (per mascherare l’assenza infantile di sopracciglia), con un labbro superiore scimmiesco, un collo grasso, un robusto torso virile nella giacca di tweed piuttosto stretta; ma terminava, ed era deludente alquanto, con due gambette sottili (in quel momento nascoste dai pantaloni di flanella e accavallate) e con i piedi minuti, quasi femminili.
Il trimestre autunnale del 1954 era cominciato […]. E l’università continuava nella sua cigolante fatica. Laureandi secchioni, con la moglie incinta, continuavano a scrivere tesi su Dostoevskij e Simone de Beauvoir. La facoltà di lettere era ancora persuasa che Stendhal, Galsworthy, Dreiser e Mann fossero grandi scrittori. Parole plastiche come “conflitto” e “struttura” seguitavano a essere in voga. Come sempre, gli insegnanti sterili si sforzavano con successo di “produrre” recensendo i libri dei loro colleghi più fertili e, come sempre, un gruppo di professori fortunati si godeva o stava per godersi vari premi avuti precedentemente nel corso dell’anno […]. Una sovvenzione particolarmente generosa stava consentendo all’illustre psichiatra della Waindell, il dottor Rudolph Aura, di applicare a diecimila allievi delle scuole elementari la cosiddetta Prova del dito nella tazza, nella quale il bambino viene invitato a immergere il dito indice in una tazza contenente fluidi colorati, dopodiché si determina la proporzione tra la lunghezza del dito e la parte immersa, traendone ogni sorta di grafici affascinanti.

La (ri)scoperta dell’America

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi
William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte; non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti. Prendiamo ad esempio l’idea che mi è venuta il 17 febbraio, un giorno di speranze distrutte, il giorno in cui ho saputo di aver perso il posto di insegnante d’inglese per il calo degli iscritti al college e in cui mia moglie, dalla quale ero separato da nove mesi, nel corso della telefonata in cui le davo la triste notizia si è lasciata sfuggire che aveva un «amico», Rick, o Dick o Chick, qualcosa del genere. Nasce così, in uno dei giorni peggiori della sua vita, Strade blu, splendida avventura letteraria on the road del professor William Trogdon, sangue indiano nelle vene (il suo nome da pellerossa, Least Heat-Moon, è quello che decide di adottare per firmare il romanzo), allievo di John G. Neihardt, l’autore di Alce Nero parla. È il resoconto di un viaggio di tre mesi a bordo di un furgone scalcinato ma affidabile – ribattezzato non senza ironia Ghost Dancing – lungo le “strade blu” d’America, quelle che sulle vecchie mappe indicavano i percorsi secondari (niente highways, dunque, e meno che mai grandi città). Ed è una sorprendente riscoperta dell’America, vista anche attraverso le storie personali (a partire da quella dell’autore) di chi la vive e la abita.

È un nuovo modo di raccontare, un canto di sirena per tutti coloro che amano la letteratura di viaggio.
Strade blu (pubblicato in Italia da Einaudi nel 1988 ma per nulla datato) è il primo capitolo di una trilogia. Degli altri libri che la compongono, a partire dall’originalissimo Prateria, parlerò in un prossimo futuro.
E ora l’itinerario. Mettetevi comodi. Buon viaggio.
La mia rotta prevedeva di toccare quei piccoli centri che, quando va bene, sono segnati sulle carte stradali solo perché al cartografo è rimasto uno spazio vuoto da riempire: Remote, Oregon; Simplicity, Virginia; New Freedom, Pennsylvania; New Hope, Tennessee; Why, Arizona; Whynot, Mississippi; Igo, California (proprio sulla strada per Ono). A tutti i paesini: eccomi, sto arrivando.

Orwell, o della tortura

 

1984, assieme a La fattoria degli animali (la recensione, se vi interessa, la trovate qui) è probabilmente il romanzo più noto di George Orwell. Queste righe, perciò, non sono in senso stretto un consiglio di lettura (perché la gran parte di voi ha di certo già letto l’opera), piuttosto un invito a riprendere in mano il libro. D’accordo, direte, ma perché rileggere 1984? Perché è un romanzo splendido e perché, nel genere utopia negativa, è un classico al pari di Farenheit 451 di Ray Bradbury (la cui recensione trovate qui) e di Il mondo nuovo di Aldous Huxley (recensito qui), insomma, perché è un punto di riferimento. Queste tuttavia, per quanto inoppugnabili, sono ragioni accidentali. A mio giudizio, 1984 va riletto perché è la più compiuta teorizzazione della tortura. È un manuale di tortura.
In questo libro Orwell illustra con terrificante chiarezza come la violenza fisica, per quanto brutale, non sia che il primo, e più elementare, stadio del processo di annichilimento dell’uomo
Il mondo di 1984, nel quale tutti obbediscono supini al Grande Fratello e il tentativo di ribellione di Winston e Julia si risolve in un tragico fallimento, si regge, certo, anche sull’indiscriminato uso della forza (nelle segrete del Ministero dell’Amore ai corpi dei prigionieri vengono inflitte le più atroci sofferenze), ma si fonda su una sistematica, scientifica forma di dominio psicologicoUn dominio che si articola tanto a livello linguistico – attraverso l’invenzione della neolingua, una sintassi pensata per distruggere le parole ed eliminare così alla radice la possibilità stessa di elaborare pensieri complessi – quanto a livello comportamentale con la stanza 101, tappa finale del lungo, implacabile percorso di tortura messo a punto dagli uomini del Grande Fratello; la stanza nella quale i prigionieri vengono spogliati, una volta per sempre, della loro umanità, di quell’essenza in forza della quale riconoscono se stessi come uomini, e pretendono dignità. Winston Smith ci arriva ben nutrito, in salute, senza quasi più ricordare i primi momenti della sua detenzione, quando era stato picchiato a sangue, violentato in ogni modo possibile. Ci arriva da uomo, ne esce da cittadino modello. Senza essere toccato.
Ora, la parola a George Orwell. Prima la neolingua, poi la stanza 101. La traduzione, per Mondadori, è di Stefano Manferlotti.
Buona rilettura di un capolavoro.
«È qualcosa di bello la distruzione delle parole. Naturalmente, c’è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia e centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola già contiene in se stessa il suo opposto. Prendiamo “buono” per esempio. Se hai a disposizione una parola come “buono”, che bisogno c’è di avere anche “cattivo”? “Sbuono” andrà altrettanto bene, anzi meglio, perché, a differenza dell’altra, costituisce l’opposto esatto di “buono” […]. Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere.
«Lo sai dove ci troviamo, Winston?» chiese.
«Non lo so, nel Ministero dell’Amore, immagino».
«Lo sai da quanto tempo sei qui?»
«Non so, giorni, settimane, mesi… penso siano passati dei mesi»
«E secondo te per quale motivo portiamo le persone in questo posto?»
«Per farle confessare»
«No, non è questo il motivo. Riprova»
«Per punirle»

«No!» gridò O’Brien. Il tono della voce era mutato in maniera impressionante, mentre il volto gli si era animato e indurito allo stesso tempo. «No! Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Vuoi che ti dica perché ti abbiamo portato qui? Per curarti! Per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di qui senza essere stato guarito? A noi non interessano minimamente quei crimini stupidi che hai commesso. Al Partito i fatti manifesti non interessano. L’unica cosa che ci sta a cuore è il pensiero. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo. Hai capito cosa intendo dire con queste parole? […]. «Una volta mi hai chiesto» disse «che cosa c’era nella stanza 101, e io ti ho risposto che lo sapevi già. Tutti lo sanno. Nella stanza 101 c’è la peggiore cosa del mondo».

Funny Alexander

Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi
Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi

Coltissimo, raffinato, mai banale. Snob (quanto basta), ironico, beffardo, crudele. Il suo sarcasmo ha la noncuranza dell’abitudine e la letale efficacia del curaro; la sua prosa, una sorta di felicissimo innesto tra il rigore stilistico di Cicerone e il motteggio arguto di Oscar Wilde, fa pensare a una creatura partorita in laboratorio, a un Frankenstein, eppure non c’è ombra di forzatura nei suoi romanzi, il meccanicismo è bandito, il fluire della narrazione regolare e placido come quello delle acque di un fiume. Nel panorama letterario del Vecchio Continente, l’austriaco Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) è rubricato alla voce curiosità per iniziati; viene considerato un fenomeno bizzarro, certamente originale, senza dubbio divertente, ma talmente fuori dagli schemi da poter affascinare solo uno sparuto manipolo di lettori. E se non fosse così? Lernet-Holenia, s’intende, non è uno scrittore semplice, è consigliabile avere qualche buon romanzo alle spalle prima di avvicinarlo, ma non è davvero necessario essere topi di biblioteca o titolatissimi professori universitari per dedicarsi alle sue opere. Perché come ogni cavallo di razza che si rispetti Lernet-Holenia sta ben attento a non prendersi troppo sul serio, e ai lettori non intende insegnare nulla; si limita a offrire loro i suoi lavori come se si trattasse di un dono.

Eccovi l’incipit de La resurrezione di Maltravers, splendida rilettura del tema della seconda possibilità. Le opere di Alexander Lernet-Holenia sono pubblicate da Adelphi.
Il conte Maltravers, dopo aver scontato una pena detentiva di ventidue mesi, stava viaggiando da Pest a Jablonitz, via Waitzen, Neuhäusl e Sered. Nei pressi di Szob varcò il confine. A Galanta cambiò treno. Subito dopo Sered cominciò a piovere, ma ben presto la pioggia cessò. Maltravers, che pure era solo nello scompartimento, rimase con il cappello in testa, le mani abbandonate in grembo. Era di statura media, scarno, col volto di un pallore olivastro. Aveva sessantatré anni. Guardava fuori dal finestrino, ma non era possibile capire se vedesse davvero ciò che guardava. Qualche minuto prima di arrivare a Jablonitz tuttavia si alzò, indossò il cappotto, uscì nel corridoio e attese – come uno che fosse avvezzo ad attendere a ore fisse.

T.P. il benefico contagio della follia

 

Sull’uomo Thomas Pynchon non c’è molto da dire. Non concede interviste, evita qualsiasi genere di esposizione mediatica, non frequenta i colleghi scrittori (a eccezione, pare, di Don DeLillo). Insomma, è un oggetto misterioso, e come spesso accade in questi casi, alla scarsità di notizie fa da contraltare un eccesso di congetture e speculazioni. Sul suo conto ne sono sorte di ogni genere; tra le più divertenti, quella secondo la quale Pynchon non esiste, è il nome d’arte dietro il quale di cela J.D. Salinger. Un sincero plauso all’originalità, peccato però che la fantasiosa ipotesi sia caduta (e scaduta) nel 2010, alla morte del celebrato autore de Il giovane Holden.
Anni fa, parlando con una persona che di mestiere scrive, mi azzardai a chiedere un parere sulla reale identità di Thomas Pynchon citando proprio la suggestiva “variante Salinger”. Volevo far sfoggio di cultura, dimostrare che conoscevo Pynchon.
Il mio interlocutore, evidentemente molto più preparato di me sull’argomento, fece spallucce, sorrise e replicò: “Beh, è così importante sapere chi sia? Io credo di no”.
“In effetti no”, convenni.
Perché chiunque sia Pynchon, quel che conta davvero è ciò che ha scritto.
E Pynchon ha scritto degli assoluti capolavori; romanzi e racconti che esplorano tutti e generi e li superano, dando vita a qualcosa di assolutamente unico nel panorama letterario mondiale. Pynchon fa parte di quella ristrettissima élite di autori per i quali la trama di ciò che si racconta, l’ossatura della narrazione, non è che un accessorio, materia da plasmare a piacimento.
La cultura enciclopedica, la curiosità vorace, il radicato senso di giustizia sociale, la risoluta volontà di far conoscere (o ricordare, a seconda dei casi) al lettore episodi dimenticati di storia – parentesi tragiche il più delle volte – il grottesco iperrealismo delle descrizioni, in una parola, tutto quel che rende Pynchon uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura, fanno da monumentale architettura a pagine e pagine di ipnotica bellezza, di compiuta perfezione.
Se la mole del libro (967 pagine) non vi spaventa, vi suggerisco L’arcobaleno della gravità, tra i più noti romanzi di Pynchon.
La trama? Beh, come dicevo prima, è superflua, o meglio, ce ne sono molte. Tuttavia, per quanto volutamente tenuto in chiaroscuro, uno scenario di riferimento c’è, ve lo riassumo nei suoi punti essenziali: Londra. Il secondo conflitto mondiale è quasi alla fine e sulla città piovono i missili V2 dei nazisti. Un ufficiale americano, tale Slothorp, che in giovane età ha subito un particolare processo di condizionamento mentale, è in grado di “sentire” dove i missili nemici colpiranno. Quando l’uomo ha una reazione di tipo squisitamente fisico (non credo riusciate a immaginare quale sia), ecco, di lì a poco, verificarsi l’impatto.
Ora lascio la ribalta a Pynchon.
Salito di sopra, nella toilette per uomini del Roseland Ballroom, Slothorp si sente male e si inginocchia davanti alla tazza del gabinetto, vomita tutto, la birra, gli hamburger, le patatine fritte, l’insalata condita alla francese, una mezza bottiglia di Moxie, i cioccolatini alla menta del dopopranzo, una tavoletta di Clark, mezzo chilo di noccioline americane, la ciliegina presa dal bicchiere di una ragazza di Radcliffe che si stava bevendo un old-fashioned. Mentre è lì, con le lacrime agli occhi, all’improvviso sente un tonfo. Plop. Aaarrgghh! L’armonica cade in quel cesso rivoltante. Slothorp vede subito le bollicine d’aria salire lungo i fianchi scintillanti dell’armonica, lungo le sue superfici di legno marrone in parte ancora laccate, in parte consumate dalle labbra, le minute perle argentate si liberano dall’armonica mentre questa continua la sua discesa verso il collo uterino di porcellana bianca, prima di sprofondare nella notte… Un giorno, forse, l’esercito americano gli fornirà delle camicie con il taschino munito di bottoni […].
Le ance dei bassi vibrano per un attimo dopo aver toccato la porcellana […] poi il loro suono viene soffocato dall’acqua screziata dalle ultime volute del suo vomito colorato di bile. Non c’è modo di riprendere l’armonica. O la lascia andare per sempre, e con essa anche i suoni argentini che potrà creare, oppure se vuole prenderla deve decidersi a seguirla. Seguirla?
 
P.S. Nel suo gustoso American Gods (una maschia rimpatriata terrestre dei vecchi dei) Neil Gaiman omaggia Pynchon mettendo in mano a uno dei suoi personaggi proprio L’arcobaleno della gravità. Una ragione in più per leggere un libro davvero ben scritto.
E così, eccovi due consigli in un unico post. Non male, no?

Grossman. Generoso come un adolescente

 

Un romanzo di formazione che esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia.
Una storia che ha il ritmo travolgente dell’avventura; esaltante e commovente insieme, ma che non rinuncia a guardare all’attualità, e che con il medesimo impeto del suo protagonista, il giovanissimo Assaf, si affaccia sugli abissi dell’anima umana, sul dolore, sul tormento, sulla violenza, sulla tragica volontà di autodistruzione.
Un’opera che si legge d’un fiato, con il cuore in tumulto e gli occhi umidi d’emozione, e che non si dimentica facilmente. Un libro che racconta l’adolescenza con sensibilità rara, con delicatezza e rispetto, con dichiarata complicità, e che proprio per questa sua cristallina sincerità riesce a parlare a più generazioni. Ai padri come ai figli.
Tutto questo è Qualcuno con cui correre di David Grossman. Non perdetelo.
Cominciate, se volete a leggerlo qui. Eccovi l’inizio.
Un cane corre per strada, inseguito da un ragazzo. Una lunga corda li unisce, si impiglia nelle gambe dei passanti che brontolano, si infuriano, il ragazzo non fa che mormorare «scusi, scusi» e tra le scuse urla al cane: «Fermati! Stop!». Ma quello prosegue la sua corsa.
Vola in avanti, attraversa strade piene di traffico, ignora i semafori rossi. Il mantello dorato sparisce e riappare agli occhi del ragazzo, tra le gambe della gente, come un segnale luminoso.
P.S. Dedico questo invito alla lettura a una persona in particolare: Federico, figlio di Marco, uomo di vaste letture e di ancor più vasta cultura.
Federico, questo è il mio primo suggerimento mirato, il battesimo del fuoco del “consigliere letterario”; direi che mi gioco una buona fetta di credibilità affermando che il libro ti piacerà, e tanto. Ma lo faccio, perché sono convinto che sarà così.

Che fai allora, accetti la scommessa e lo leggi? Il blog è a tua diposizione, aspetto di conoscere il tuo giudizio sul libro. Con le dita incrociate.

Il diavolo, come il genio, si nasconde nei dettagli

 

Devo la scoperta di Georges Perec a un amico, Andrea (incidentalmente anche collega di lavoro, da una decina d’anni, giorno più, giorno meno, e da lunga pezza laborioso blogger; fatevi un giro se vi va cliccando qui). È nato tutto da una discussione – ne abbiamo molte, ma sempre concentrate su un ristretto numero di argomenti: politica, cinema, letteratura, in particolare quella francese.

Da una parte lui, esteta flaubertiano che ama misurare la grandezza di un autore anche dalla sua capacità di offrire ai lettori un orizzonte etico di riferimento (e tanto per non farsi mancare nulla pure puntiglioso cultore dei surreali arabeschi di Queneau), dall’altra io, consumato da una passione sconfinata per il disincantato realismo celiniano, per il suo feroce ecce homo.
Punto sul vivo da una provocazione – “la letteratura francese comincia e finisce con Céline” – Andrea ripone il fioretto della replica garbata, snuda la sciabola, per buona misura impugna anche un affilatissimo stiletto, e si fa beffe della mia passione trattandola alla stregua di un difetto di vista, di una miopia da correggere.
“Bah! Leggi Perec, e poi ne riparliamo”. Che è come dire, staccati dal tuo idolo e guardati intorno, perché c’è dell’altro, e vale la pena conoscerlo. Insomma un platonico invito (un po’ rude a dire il vero, ma me la sono cercata) a uscir dalla caverna.
 
Non potevo non raccogliere il guanto della sfida. Ho comprato La vita istruzioni per l’uso (guarda caso dedicato alla memoria di Raymond Queneau) e ne sono rimasto stregato. Mi sono trovato di fronte a un geniale architetto del vero, a un archeologo dei concetti, del sapere, a un Michel Foucault letterario. La vita istruzioni per l’uso è un viaggio indimenticabile nella realtà, nelle sue labirintiche, infinite trame (una passeggiata nel giardino dei sentieri che si biforcano, si potrebbe dire citando Borges); un viaggio che ha origine e conclusione in uno stabile, in un qualunque palazzo di città, fa tappa in ogni singolo appartamento e racconta le storie più diverse, quelle delle persone, ma prima ancora quelle degli oggetti, delle cose presenti stanza per stanza, esaminate fin nel più piccolo dettaglio e in tal modo restituite alla loro ragion d’essere, quella di testimoni, nient’affatto mute, della vita. Metaforicamente rappresentata come un puzzle; qualcosa che, scrive Perec, malgrado le apparenze, non è un gioco solitario. Ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro.
 
La vita istruzioni per l’uso non è un romanzo per tutti. Affrontatelo solo se vi sentite pronti (leggete prima gli altri libri di Perec, leggete Calvino, prendete fiato regalandovi Il Napoleone di Notting Hill di Chesterton). Quando l’avrete finito, ricordatevi di ringraziare Andrea.

Lo specchio di Laclos

P.A.F. Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, Feltrinelli
P.A.F. Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, Feltrinelli

Il romanzo più crudele della storia della letteratura. Questa l’impressione, fortissima, che mi ha lasciato Le relazioni pericolose, opera di P.A.F. (Pierre-Ambroise-François) Choderlos de Laclos, non uno scrittore di professione ma ben più modestamente – solo dal punto di vista letterario, s’intende – un militare, ancorché un ufficiale. Spinto forse dall’imperante razionalismo illuminista, Laclos si avventura in un esperimento ardito: l’analisi scientifica di moventi e sentimenti umani. Alla stregua di un chirurgo in sala operatoria (o meglio, di un patologo al lavoro su un tavolo d’obitorio), l’autore squaderna davanti a sé, sezionandoli con impressionante freddezza, ansie, desideri di vendetta, cinici calcoli d’interesse e appassionati slanci amorosi. Quel che resta, al termine dell’operazione, non è che l’uomo nella sua squalida nudità, “animale” tra gli altri, materia ruvida, grezza, che, priva del belletto di comportamenti e convenzioni, ossatura del vivere sociale, sfarina tra le dita come sabbia. I tratti essenziali dell’uomo di Choderlos de Laclos non sono lo specchio deformato di quel che ognuno di noi è, sono esattamente quel che siamo, tanto nel mascheramento del vivere quotidiano quanto nei momenti in cui, da soli, guardiamo a noi stessi.

 
La scelta stilistica, quella del romanzo epistolare, può creare qualche difficoltà a chi non è abituato a questa modalità espressiva, ma l’ostacolo è solo apparente. La scrittura elegante e fluente, il perfetto disegno dei caratteri, la vicenda narrata (un intricato susseguirsi di avventure, disavventure e tragedie amorose originato da una crudele scommessa etico-estetico-intellettuale fatta da due nobili del tutto privi di scupoli) avvincono irresistibilmente il lettore e lo trascinano con sé in sconfinati abissi freudiani. Un secolo prima di Sigmund Freud.
 
P.S. Le relazioni pericolose ha avuto diverse riduzioni cinematografiche. Suggerisco di evitare Valmont, infortunio di un regista che resta comunque bravissimo (Milos Forman) e di godervi il film diretto da Stephen Fry (che ha l’indentico titolo del libro). Ma mi raccomando, lasciatevi sedurre dalle immagini solo dopo aver letto il libro.

Qualcosa da condividere

Una passione, la letteratura, e il desiderio di viverla assieme ad altri. La decisione di creare un blog è tutta qui. Nasce da un’idea tanto semplice quanto accattivante: mettere la mia conoscenza dei libri “al servizio” di chiunque voglia sfruttarla. Avete voglia di leggere ma non sapete bene su cosa orientarvi? Scrivetemi. Volete regalare un libro ma l’indecisione vi attanaglia? Datemi le “coordinate” del destinatario e avrete un suggerimento di lettura. Poi, se vi va, potremo usare questo spazio per discutere del consiglio e scoprire quanto ha colto nel segno.
Siete troppo pigri per scrivere? Niente paura, approfittate dei pareri (non voglio parlare di recensioni, sono un appassionato, non un esperto) sui libri che compariranno regolarmente sul blog.
Beh, che altro aggiungere?
Buona lettura