Foster Wallace, l’alchimista del romanzo

David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi
David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi

Nel panorama della grande letteratura americana, e in special modo tra quegli autori le cui opere sono caratterizzate da particolarissime atmosfere sospese tra iperrealismo e surrealismo, David Foster Wallace occupa sicuramente un (meritato) posto d’onore. Nel suo romanzo più complesso e più noto, Infinite Jest, lo scrittore, morto suicida nel 2008 a soli 46 anni di età, si ispira, tanto per l’intricata architettura della trama quanto per l’eccezionale numero di pagine (1434, se si considera anche l’imprescindibile sezione riservata alle note al testo, ben 388) a tre capolavori assoluti: Underworld di Don DeLillo, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon e JR (ma si può dire lo stesso anche per Le perizie) di William Gaddis. Quasi fosse un chimico impegnato nella ricerca di un equilibrio letterario finora mai raggiunto, nella realizzazione di una nuova prosa, Foster Wallace distilla, da ciascuno dei romanzieri presi a modello, precise caratteristiche; la maestria nella costruzione (e nella descrizione) di personaggi e ambienti da DeLillo; le geometrie impossibili della trama (volutamente labirintica, spiazzante, priva di punti di riferimento e incurante delle più comuni regole espositive) dalla sfrenata e anarchica genialità di Pynchon; il gusto, raffinatissimo e crudele, per l’iperbole e il grottesco da William Gaddis

In Infinite Jest tutto questo materiale, sorretto da una prosa che sembra in grado in ogni momento di cambiare pelle, di trasformarsi nell’esatto opposto di se stessa e subito dopo di tornare a essere ciò che era solo per riprendere nuovamente il proprio inarrestabile ciclo di mutazioni, diventa nodo narrativo, singolarità stilistica, vertiginosa capacità d’inventare, di sorprendere. Incantatore, illusionista, prestigiatore (che attraverso l’inganno dei sensi svela il reale invece di celarlo), Foster Wallace gioca con l’essenza della scrittura, ne accarezza l’intima instabilità, la potenziale capacità di divenire qualsiasi cosa, e così facendo costruisce un intero mondo, esplorato al microscopio fin nel cuore del più insignificante dettaglio atomico e visto nella sua totalità, come un pianeta osservato dallo spazio.
Un mondo non troppo diverso da quello che conosciamo, dominato dalla dipendenza (dalle droghe, dalla pubblicità, dalle più comuni forme di condizionamento di massa, come per esempio il cinema – Infinite Jest è il titolo di un film talmente irresistibile da far nascere, in chiunque lo veda, anche solo per pochi istanti, il desiderio di continuare a guardarlo, per sempre) e nel quale si muove, tra mille difficoltà e decine di altri personaggi, uno più improbabile dell’altro, il giovane Hal Incandenza, studente molto dotato ma con poca voglia di impegnarsi e tennista in erba di buon talento. È lui uno dei più coinvolti nella ricerca dell’originale del film, perno attorno cui ruota il romanzo – ma è bene ribadire che qui la trama classicamente intesa è poco più di un indistinto rumore di fondo – e non potrebbe essere altrimenti considerato che il regista di questa letale forma di intrattenimento, nella quale recita Joelle Van Dyne, la Più Bella Ragazza di Tutti i Tempi, costretta a nascondere il proprio splendore (o forse una terrificante deformità) dietro un velo, è suo padre, James Incandenza, uno dei massimi esperti di fisica ottica.
Splendida, incalzante avventura, Infinite Jest è un romanzo densissimo, che a più riprese regala sorprese ed emozioni. Che non stanca mai e che, una volta concluso, diventa parte di noi.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue inconsciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall’area reception, dove poco fa siamo stati accolti io, lo zio Charles e il Sig. deLint.
Sono qui dentro.
All’altro lato di un grande tavolo in legno di pino che splende alla luce del mezzogiorno dell’Arizona tre facce sono materializzate sopra giubbotti sportivi leggeri e Windsor a mezze maniche. Sono tre Decani – Ammissione, Affari Accademici e Affari Atletici. Non so attribuire le facce.
Credo di sembrare un tipo normale, forse perfino simpatico, anche se mi hanno consigliato di apparire il più normale possibile, e di non provare nemmeno a fare quella che a me parrebbe un’espressione simpatica o un sorriso.

Quando in cattedra siede Superman

James Kakalios, La fisica dei supereroi, Einaudi
James Kakalios, La fisica dei supereroi, Einaudi

Con ogni probabilità, la miglior illustrazione del senso di un’opera piacevole e divertente come La fisica dei supereroi di James Kakalios, docente di fisica e astronomia all’Università del Minnesota, si ritrova in una battuta pronunciata da Robert Redford, agente non operativo della Cia nel bellissimo film I tre giorni del Condor: “Gran parte delle cose che conosco le ho imparate leggendo i fumetti”. Al pari di Redford, infatti (o meglio, del suo personaggio, Joseph Turner), anche il professor Kakalios dichiara di aver imparato la fisica dai fumetti. Un metodo di studio decisamente insolito, diventato prima un seguitissimo seminario (dall’inequivocabile titolo “Tutto quello che dovevo sapere sulla fisica l’ho imparato dai fumetti), poi un saggio scientifico brillante e curioso, capace di spiegare argomenti come la meccanica, le leggi della termodinamica, l’eletromagnetismo e perfino la quantistica con un linguaggio semplice e diretto e chiamando in “cattedra”, in qualità di assistenti, personaggi cui la gran parte di noi associa ore e ore di sognante svago: Superman, l’Uomo Ragno, Flash, Ant-Man, Magneto, gli X-Men e tanti altri ancora.

Fedele alla programmatica indicazione popperiana che vede nella chiarezza espositiva la misura della capacità di approfondimento di un filosofo (ma anche di uno scienziato), e in ultima analisi il suo valore di studioso, Kakalios costruisce un manuale adatto a qualsiasi tipo di lettore – a chi conosce la fisica, seppur a grandi linee, così come a coloro che la ignorano completamente – nell’introduzione fissa con estrema chiarezza i confini all’interno dei quali si muoverà e immediatamente dopo comincia con la trattazione. E fin dalle prime pagine dimostra allo stupefatto lettore come il suo dichiarato “debito accademico” nei confronti dei fumetti non sia una provocazione, o uno scherzo, ma la verità, o quantomeno una parte di essa. L’autore, infatti, utilizza proprio le caratteristiche dei supereroi – che per eccellenza rappresentano il regno del possibile, un mondo a parte in cui a dominare sono la fantasia più sfrenata e l’assoluta libertà di inventare, non certo il rispetto delle leggi che governano  il nostro pianeta e l’universo – per spiegare i fenomeni con cui abbiamo a che fare tutti i giorni (la gravità per esempio), spesso senza rendercene nemmeno conto, oppure senza farci caso.
E così, attraverso la storia di Superman scopriamo che le sue eccezionali capacità (il primissimo Uomo d’Acciaio non volava, ma era in grado di superare un grattacielo con un balzo) si devono alla maggior gravità di Krypton (il pianeta natale del nostro eroe) rispetto alla Terra; per la precisione al fatto che la gravità di Krypton è quindici volte maggiore della nostra, e a questa conclusione giungiamo facendo un calcolo di fisica (il primo del volume, a pagina 40), mentre il dramma della morte di Gwen Stacy, gettata dalla sommità del George Washington Bridge dal perfido Goblin e salvata in extremis (purtroppo inutilmente) dalla tela dell’Uomo Ragno, ci permette di comprendere il fondamentale principio della conservazione della quantità di moto.
Muovendosi, con una sottile ironia che rende ancora più gradevole la lettura, dalla plausibilità di determinate situazioni alla (inevitabile) assurdità di altre, Kakalios passa in rassegna i fondamenti della fisica, da Newton fino alle teorie di Heisenberg e Schrödinger, senza che l’esposizione venga mai appesantita dalla complessità degli argomenti trattati o da un eccessivo ricorso al linguaggio tecnico. L’autore, insomma, dimostra di conoscere benissimo la materia di cui parla, e soprattutto di saperla spiegare. 
 
Distante da ciò che siamo soliti considerare manuale, La fisica dei supereroi è invece un ottimo esempio di come un manuale (perlomeno uno indirizzato ai non esperti) dovrebbe essere fatto.
Eccovi l’inizio dell’introduzione, che spiega la genesi del libro. Buona lettura.
Se una volta sospettavo che i miei studenti considerassero lo studio della fisica una perdita di tempo, qualche anno fa mi tolsi ogni dubbio. Dopo una pausa pranzo stavo tornando al dipartimento di fisica della mia università, quando mi capitò di sentire due studenti che se ne stavano andando. A giudicare dai loro volti e dal frammento di conversazione che colsi, dovevano avere appena ricevuto il voto di un esame. Cito ciò che sentii (ma con qualche omissione per una questione di decenza).
Lo studente più alto si lamentò con l’amico: «Voglio comprare a poco, beep, e vendere a tanto, beep. Non mi serve sapere niente di palle di beep buttate da scogliere di beep».
Da questa affermazione possiamo imparare due cose: 1) il segreto del successo finanziario e 2) che a molti studenti gli esempi usati nelle lezioni di fisica tradizionali sembrano lontani dalle loro questioni di ogni giorno.
Il mondo reale è complicato. Nelle lezioni di fisica, per fare esempi che mettano in evidenza solo un certo concetto, come la seconda legge della dinamica di Newton o il principio di conservazione dell’energia, nel corso dei decenni gli insegnanti hanno creato un arsenale di scenari eccessivamente stilizzati, tra cui movimenti di proiettili, pesi su carrucole, o masse che oscillano su molle. Queste situazioni appaiono così artificiali che inevitabilmente gli studenti si lamentano dicendo: «Quando mai queste cose mi serviranno nella vita reale?».

Un trucco che ho scoperto insegnando fisica consiste nell’usare esempi tratti dai fumetti di supereroi che illustrino correttamente le varie applicazioni dei principi della fisica. È interessante che, ogniqualvolta in una lezione cito degli esempi legati ai supereroi dei fumetti, gli studenti non si chiedono mai quando quelle cose torneranno utili nella vita reale.

Mahfuz, poeta della realtà

Naghib Mahfuz, Tra i due palazzi, Pironti
Naghib Mahfuz, Tra i due palazzi, Pironti

C’è qualcosa di sorprendentemente poetico nel realismo del grande scrittore egiziano Naghib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. La sua prosa, pur essendo ricordo, analisi, resoconto, descrive tutto con puntualità e precisione ma senza aridità, e con magistrale naturalezza penetra fin dentro al cuore delle cose, svelandone l’essenza. La voce di Mahfuz, specie nella Trilogia del Cairo, considerata il suo capolavoro e composta dai romanzi Tra i due palazzi, Il palazzo del desiderio e Es-Sukkariyya, è quella della sua città, Il Cairo, dei quartieri in cui è cresciuto, delle persone, grandi e piccole, che ne popolano strade e case e degli avvenimenti storici che l’hanno segnata. Un brulicare di vita che le sue pagine traducono con amore sincero, lealtà, aperta partecipazione, quasi fossero state scritte (in una sorta di “impossibile autobiografia”) da ciascuno dei personaggi presenti nei romanzi, senza tuttavia risolversi in uno sterile accatastarsi di eventi, ma anzi sollecitando il lettore a un confronto continuo, invitandolo a scegliere, prendere posizione, schierarsi rispetto ai problemi e alle questioni poste.

Nella Trilogia, cronaca di mezzo secolo di storia egiziana (dagli inizi del Novecento fino al colpo di stato militare del 1952) vista attraverso le comuni vicende di una famiglia, Mahfuz dà vita, con grande sensibilità umana e nello stesso tempo con altrettanto rigore critico, a un parallelismo tra la figura di Ahmad, capofamiglia dal carattere forte, abituato a imporre la propria volontà e a non tollerare contraddizioni, legato a tradizioni antiche che vanno inesorabilmente scomparendo e irremovibile nel difenderle e nel rivendicarle (ma capace anche di tralasciarne l’ossequio quando le circostanze lo richiedono), e la più generale situazione del Paese, all’affannosa ricerca di una propria identità, desideroso di scrollarsi di dosso il giogo del protettorato inglese e pronto ad abbracciare la tanto sospirata indipendenza. L’ansia di libertà che scuote l’Egitto, e che pur accendendo entusiasmi comporta notevoli rischi; l’approssimarsi, percepito come inarrestabile, di un cambiamento epocale, confondono cuori e menti. 
Nessuno sembra più capace di riconoscere il luogo in cui è nato, vive e abita, sia esso l’immensità di un Paese o il vicolo che si apre davanti alla porta di casa, e questa indinstinzione è la stessa che, a livello morale, caratterizza Ahmad, uomo legato ai propri affetti e credente devoto, ma anche impenitente edonista dedito ai piaceri dell’alcol, delle donne e delle feste ricercate. Accanto a questo Egitto in fermento, il Paese che attende il compiersi del proprio destino all’apparenza senza scomporsi, proseguendo nella propria vita di sempre, viene rappresentato da Amina, la moglie di Ahmed, donna dal carattere dolce e remissivo, sempre pronta a obbedire al volere del proprio consorte ma non per questo priva di una ben definita personalità. È lei, infatti, a dare ordine e senso alla vita di tutta la famiglia, a quella dei figli, per i quali è imprescindibile punto di riferimento, e persino a quella di Ahmed, che può perdersi ogni notte nell’illusorio incanto dei propri desideri perché il suo ruolo di marito e padre, ciò cui tiene di più e senza il quale sarebbe perduto, è custodito con amore e rispetto dalla donna che ha sposato.
Lavoro di ampio respiro, impeccabile nella ricostruzione storico-politico-sociale e di notevole spessore dal punto di vista psicologico, la Trilogia del Cairo è una lettura appassionante. Un viaggio in una realtà poco conosciuta, ma che non è così lontana da noi come siamo soliti credere.
Eccovi l’inizio del primo volume. Buona lettura.
Si svegliò a mezzanotte in punto, come sua abitudine, ogni notte, alla stessa ora, senza aiuto di una sveglia o di altro ma spinta da un desiderio tutto interno che la costringeva, suo malgrado, ad aprire gli occhi con precisa puntualità.
Restò per alcuni momenti al margine della realtà, abbandonata alle visioni dei sogni e ai bisbiglii della percezione cosciente finché, prima di sollevare le palpebre, venne colpita dall’improvvisa ansia che la invadeva quotidianamente nel timore che il sonno l’avesse ingannata. Scosse leggermente la testa e aprì gli occhi nella profonda oscurità della stanza. Non il minimo indizio che le consentisse di farsi un’idea circa l’ora: giù, la strada non si addormentava fino ai primi bagliori dell’alba. I frammenti di chiacchiere dei frequentatori abituali dei caffè e dei proprietari delle bettole che le giungevano fin dall’inizio della notte, erano gli stesi che si prolungavano fino a mezzanotte e a poco prima dell’aurora. Quindi, nessun segno di riferimento sul quale poter contare, al di fuori dell’intuizione intima, sorta di orologio cosciente, e del silenzio che avvolgeva la casa, segno che suo marito non aveva ancora bussato alla porta, né urtato i gradini della scala con la punta del bastone. La svegliava a quell’ora una vecchia abitudine acquisita nella prima giovinezza e conservata ancora in età adulta, anzi fatta sua insieme ad un certo numero di regole della vita coniugale; era quell’abitudine a volerla in piedi nel bel mezzo della notte in attesa che il marito rientrasse dalle uscite notturne e lei potesse servirlo fino a che si addormentava.

La storia, lungo il fiume

 

Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori
Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori

Romanzo storico e saga familiare, Il mulino del Po, capolavoro di Riccardo Bacchelli, è un grandioso affresco, di raro splendore letterario, che, nell’arco di poco più di un secolo che va dalla fine del dominio napoleonico allo scoppio del primo conflitto mondiale, racconta le vicende di quattro generazioni di una famiglia di mugnai, gli Scacerni. Ambientata in massima parte nella campagna ferrarese (in modo particolare nella zona del delta del Po), quest’opera monumentale, schietta e sincera nel registro narrativo – peraltro sempre caratterizzato da una raffinatezza stilistica non comune – offre al lettore, insieme a una storia ricchissima, che sembra non esaurirsi mai e che coinvolge fin dalle prime righe, preziose e profonde riflessioni di ordine sociale, politico ed economico. Bacchelli, esempio assai raro nella storia della letteratura, interpreta con commovente umiltà il suo ruolo di scrittore; la sua prosa lieve (ma non per questo superficiale), descrive ogni cosa con rispetto assoluto e si sforza prima di tutto di comprendere la realtà di cui parla, qualsiasi essa sia, dal singolo uomo all’evento cruciale che cambia la vita di migliaia di persone. È così per il capostipite della famiglia Lazzaro Scacerni – semplice soldato inquadrato nelle truppe napoleoniche che nel 1812 si ritirano disordinatamente dalla Russia al termine della fallimentare campagna di guerra – la cui entusiastica vitalità, il temperamento generoso e sanguigno e la tempra eccezionalmente forte riflettono le caratteristiche del mondo contadino dipinto dall’autore; per le disgrazie causate dalle catastrofi naturali (le piene del fiume, che in più di un’occasione minacciano l’integrità del mulino) o dalle malattie (Lazzaro e la moglie Dosolina muoiono per un’epidemia di colera a poche ore di distanza l’uno dall’altra), restituite al lettore con il rigore documentario della cronaca e nello stesso tempo con una semplicità d’accenti infinitamente più intensa di qualsiasi ricercata soluzione a effetto; e ancora per il progressivo crescere degli ideali risorgimentali che, tra infiniti travagli, condurranno all’unità d’Italia.

Pur senza mai abbandonare il suo ruolo di “testimone di un’epoca”, Riccardo Bacchelli si dimostra romanziere eccelso anche nella caratterizzazione dei personaggi e nel racconto delle loro avventure, con la seconda generazione degli Scacerni rappresentata dal figlio di Lazzaro, Giuseppe – soprannominato coniglio mannaro per il carattere pavido e soprattutto per la spaventosa avidità – che si disinteressa completamente del mulino lasciandone per intero l’incombenza alla moglie Cecilia, e poi ancora con le vicende, spesso drammatiche, che occorrono ai loro sette figli; fino all’epilogo della Grande Guerra, nel cui baratro la famiglia si estingue.
Il mulino del Po è un’opera meravigliosa, un classico della letteratura; è romanzo, saggio e puntuale ricostruzione storica. È uno dei vertici della letteratura, non solo italiana.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
– Vi pare lo stesso? – chiese ai soldati l’ufficiale indicando il fiume.
Guardavano la corrente, e non risposero né sì né no, pontieri e zappatori mescolati, avanguardia sparuta del IV Corpo, che era quello italiano comandato dal vicerè Eugenio. La scortavano validi marinai della guardia reale. Il fiume era il Vop, l’otto di novembre del 1812. Mingherlino e stremato, il capitano Maurelio Mazzacorati era uno dei pochissimi ufficiali ancora forniti d’un cavallo, dopo il disastroso passaggio del Dniepr, e Maloiaroslavez undici volte persa e ripresa, e venti giorni di ritirata coi cosacchi dell’etman Platof alle costole; aggiungasi la bufera di vento e di neve, facevan due giorni, che aveva disfatto il campo del IV Corpo con perdita di tutto il carreggiato. 
A guardare il cavallo scheletrito, che rabbrividiva a testa bassa sulle quattro zampe irrigidite, si penava poco a capire che in breve sarebbe rimasto appiedato anche il Mazzacorati, che ripeteva, quasi da sé:

– Pare lo stesso fiume di quest’estate? 

L’amore confinato in un ghetto

Sceglie l’elegante veste del romanzo Marguerite Radclyffe Hall (che fin da giovane rinunciò al proprio nome di battesimo e si fece chiamare John) per raccontare, ne Il pozzo della solitudine, il suo lavoro più noto e discusso, pubblicato nel 1928, una dolente storia di emarginazione e sacrificio: quella di Stephen Gordon – con ogni probabilità alter ego dell’autrice – figlia omosessuale di una coppia di aristocratici inglesi. Nel cadenzato procedere della narrazione, che ha il ritmo e la ricchezza delle grandi opere letterarie ottocentesche, la natura di Stephen emerge per contrasti. Il primo, e più marcato, è proprio quello con gli amatissimi genitori; una coppia “normale”, che gode della benigna considerazione dei vicini. All’ombra del loro affetto (specialmente di quello paterno), la giovane cresce felice, anche se la sua serenità è minata da dubbi e incertezze. Ancora fanciulla, cade preda di una passione che non comprende – ma che pure vive con appassionato ardore – per una delle cameriere in servizio nella tenuta di famiglia, e quando la scopre appartata con un uomo viene colta da un violento accesso nervoso.
Sconvolta dal trauma, terrorizzata da una diversità che pur non riuscendo a compiutamente a definire percepisce con acuta sensibilità, Stephen reagisce legandosi ancora di più al padre, che a differenza della madre sembra capirla e rassicurarla, e riducendo al minimo i contatti con i coetanei, i quali, indovinando in lei qualcosa di insolito, di strano, di sospetto, non esitano a trattarla con diffidenza, e in alcuni casi con aperta avversione (ed ecco il secondo, brutale contrasto). Ma all’appuntamento con la vita, con le sue logiche tanto insensate quanto ferree e con il suo disumano perbenismo, non è possibile sfuggire.
Narrando dell’adolescenza e poi della maturità di Stephen, delle prove cui viene sottoposta, della progressiva presa di coscienza della propria condizione, Radclyffe Hall non si stanca mai di sottolineare la purezza, la dignità e l’onestà dei sentimenti che la sua eroina nutre. L’unità di misura (squisitamente etica) del romanzo, anche nella parte centrale e poi nei densissimi e tragici capitoli conclusivi, continua a riposare sull’ambivalenza dei contrasti; da una parte Stephen, che ama con tutta se stessa e ancora prima del suo diritto all’amore difende la “verità” di quel che prova – il suo affetto nasce incorrotto, al pari di quello di qualsiasi altro essere umano, perché non è l’oggetto cui si rivolge a decidere della sua liceità, e meno che mai possono esserlo l’approvazione o il disprezzo del mondo, e più ancora perché lei semplicemente ama, proprio come prima di lei ha amato sua madre, nello stesso identico modo – dall’altra la società, che nel migliore dei casi ha i tratti ingenui di Martin, il giovane che per primo si innamora di Stephen costringendola ad affrontare, e finalmente accettare, la propria natura, e nel peggiore la durezza implacabile della madre, che nella propria figlia non vede che abiezione, e insieme la meschina viltà di Angela, la donna di cui Stephen si innamora perdutamente, pagando per questa sua bruciante passione un prezzo altissimo.
Alla continua, disperata ricerca di normalità, di quiete, del rispetto che si dovrebbe dare a ogni persona in quanto persona, Stephen Gordon, per natura omosessuale, così come per natura altri nascono eterosessuali (una posizione difficile da accettare ancora oggi e che all’epoca della pubblicazione del romanzo costò all’autrice una denuncia per oscenità e la messa al bando del suo lavoro) lotta con fierezza, con limpida nobiltà d’animo, pur nella piena coscienza dell’inevitabile sconfitta; diventa una scrittrice affermata, conosce e si innamora, ricambiata, della giovane Mary, ma deve comunque arrendersi al suo destino di “diversa”, alla condanna di ciò che è, e dare al proprio amore la sola forma che il mondo è disposto a concederle, quella del sacrificio.
Il pozzo della solitudine è un romanzo intenso, vibrante, avvincente; in alcuni momenti paga ridondanze stilistiche e qualche eccesso retorico, ma si tratta di difetti di poco conto, che non minano la completezza dell’architettura narrativa né pregiudicano la potenza espressiva del testo. Ma quel che più conta è che il libro di Marguerite Radclyffe Hall è una rivendicazione orgogliosa, un atto di coraggio. Una lettura che non lascia indifferenti.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Non molto distante da Upton-on-Severn, e precisamente tra questa località e le colline di Malvern, si stendeva la grande tenuta dei Gordon di Bramley, tutta adorna di boschi, ricca di case coloniche, ben difesa e abbondantemente irrigata da un fiumicello che, biforcandosi proprio nel punto più opportuno, alimentava due grandi laghi.
La villa, in perfetto stile georgiano, tutta in mattoni rossi, con graziose finestre sotto il tetto, esprimeva dignità e fierezza senza ostentazione, sicurezza di sé senza arroganza, quiete senza inerzia ed un signorile riserbo che, per chi ne conosca lo spirito, aggiungeva uno speciale valore all’abitazione. Somigliava, infatti, a certe vezzose donne che, ora vecchie, appartengono ad una generazione passata; donne che nella loro gioventù furono garbatamente appassionate, difficili a conquistarsi, ma che, una volta prese, seppero corrispondere ad ogni attesa. Esse passano, ma le loro dimore restano: e tale era Morton Hall.

Lady Anna Gordon era venuta a Morton Hall, sposa appena ventenne. Era piena di grazia, come solo sanno esserlo le donne irlandesi, e aveva nel suo portamento un non so che di fiero e di sereno, negli occhi l’espressione di una lunga attesa desiderosa e nel corpo tutta un’intensa promessa. Vero tipo di donna perfetta che Iddio creò in piena soddisfazione.

Thomas Mann, scienziato e filosofo della vita

Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio
Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio

Si fonda sul paradosso La montagna incantata di Thomas Mann, uno dei grandi romanzi della storia della letteratura. Un paradosso che sembra avere il proprio centro di gravità nel protagonista del romanzo, il giovane ingegnere Hans Castorp, ma che fin dalle prime pagine si svela nel complessivo disegno dell’opera. Guardando all’uomo nella sua unità di corpo e spirito, Mann compie una scelta ardita: racchiude nel particolarissimo microcosmo di un sanatorio per tubercolotici l’intera esperienza di vita di un singolo. Parte dalla scoperta della malattia, dalla concretezza, a volte spietata, della scienza medica – Castorp, che al sanatorio va a trovare un cugino malato, e che ha in programma di fermarsi lì per tre settimane soltanto, accusa sintomi sospetti, viene sottoposto a una visita e quasi senza rendersene conto si ritrova degente – e immediatamente dopo si sofferma ad analizzare il contraccolpo psicologico di questo improvviso e drammatico cambiamento – le certezze del giovane, la sua esuberanza, la solida educazione borghese, il futuro già in parte pianificato, ogni cosa, nel suo orizzonte fino a quel momento così limpido, sembra farsi indistinta.

Eppure c’è un mondo ad attendere Castorp all’interno dell’istituto di cura; gli altri pazienti sono altrettante espressioni delle correnti di pensiero in voga e l’incontro con una donna gli spalanca le porte della passione amorosa (con tutto il corollario emotivo di slanci, entusiasmi, frustrazioni, tentennamenti e gelosie); giorno dopo giorno, insomma, quest’uomo, che si credeva pronto a entrare nella vita, sperimenta un nuovo inizio, un radicale ribaltamento di prospettiva, e riprende daccapo a nutrire il suo spirito. È come se la sua data di nascita coincidesse con l’ingresso in sanatorio, perché è qui che l’anima, dimentica delle impressioni accumulate fino a quel momento, si apre, con quella meraviglia immediata e quasi istintuale che nasce dalla conoscenza, al vitale ottimismo razionalistico dell’umanista italiano Settembrini (uno dei ricoverati con cui Castorp lega di più), lotta contro il fascino oscuro che esercitano su di lui le posizioni di un altro paziente, il gesuita Leo Naphta, che al contrario di Settembrini non nutre alcuna fiducia nell’uomo e non vede nella storia né razionalità né progresso, si lascia conquistare dall’ambigua figura di Mynheer Peepekorn, ricchissimo magnate che sembra interessato, più che a recuperare la propria salute, a organizzare raffinate feste e che fin dal suo arrivo attira l’attenzione della signora Chaucat, la donna che Castorp ama di un amore tanto intenso quanto infelice, destinato a non approdare a nulla.
In questa realtà che pare immobile e che invece consuma gli uomini come e più della vita “vera”, Castorp trascorre sette anni. Diviene un uomo nuovo (o forse diviene uomo per la prima volta) solo per perdere definitivamente tutto quel che ha conquistato nell’immenso teatro di guerra del primo conflitto mondiale.
E Mann, che per oltre 600 pagine ha narrato l’evoluzione del suo protagonista, ne ha seguito da vicino ogni cambiamento, che ha messo a disposizione di questo suo ambizioso “studio della vita” tutto il proprio bagaglio di conoscenze scientifiche e filosofiche, all’enormità dell’evento bellico non dedica che qualche riga. Perché la sua opera, uno dei più alti esempi di romanzo di formazione, comincia e finisce con Castorp e nel luogo in cui si definisce e si compie la sua vita. La morte, rappresentata all’inizio del libro come in abbozzo sotto le spoglie della malattia, scorre silenziosa come un fiume sotterraneo lungo tutto il libro (Castorp può sentirla, perfino vederla, toccarla in alcuni momenti, ma rimanendo sempre a distanza di sicurezza) per poi esplodere in tutta la sua virulenza nella cieca mattanza della guerra. Ma in un caso come nell’altro è solo un contraltare, una presenza che è la vita ad imporre, e La montagna incantata è un romanzo che ha la vita al proprio centro.
Ora la parola a Thomas Mann. Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
P.S. Suggerisco di acquistare il romanzo edito da Corbaccio, tradotto da Ervino Pocar e arricchito da un’appendice che raccoglie una lezione tenuta dallo stesso Mann agli studenti dell’Università di Princeton; l’argomento della lezione, naturalmente, è La montagna incantata.
Un semplice giovanotto era partito nel colmo dell’estate da Amburgo, sua città natale, per Davos-Platz nel Canton Grigioni. Andava in visita per tre settimane.
Da Amburgo fin lassù però il viaggio è lungo, troppo lungo, a dir il vero, per un soggiorno così breve. Si passa attraverso parecchi paesi, in salita e in discesa, dall’altipiano della Germania meridionale sin giù alle rive del “Mare svevo” e col battello sulle sue onde tramolanti, sopra abissi che un tempo erano considerati inesplorabili.
Di lì il viaggio si fraziona dopo essere progredito comodamente per linee dirette. Si hanno interruzioni ed intoppi. Nei pressi di Rorschach, località in territorio svizzero, ci si affida di nuovo alla ferrovia, ma si arriva soltanto fino a Landquart, una piccola stazione alpina dove si è costretti a cambiare treno. Dopo una sosta piuttosto lunga in quella zona ventosa e poco attraente, si prende una linea a scartamento ridotto, e nel momento in cui la locomotiva, piccola ma, come si vede, dotata d’insolita potenza di trazione, si mette in moto, comincia la parte propriamente avventurosa del viaggio, una salita ripida e costante che pare non debba finire mai. Infatti la stazione di Landquart si trova a un’altezza relativamente modesta; ora, invece, per una via scoscesa tra rocce selvagge, si monta davvero verso l’alta montagna.

Il dono di Alce Nero

Recensione di “Alce Nero parla” di John J. Neihardt

John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi
John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi

Rimase ancora in silenzio qualche minuto; poi disse qualcosa a un suo nipotino, che era seduto vicino a noi, e il ragazzo si diresse di corsa verso una capanna di tronchi in cima al colle. Ritornò con un ornamento sacro, il quale, come poi venni a sapere, era appartenuto al padre di Alce Nero (anche lui stregone), e per molti anni padre e figlio se ne erano serviti nelle loro cerimonie sacre. Questo ornamento è fatto di una stella di cuoio, dipinta di azzurro, e dal centro della stella pende una striscia di pelle, del petto di un bufalo, e una penna, dell’ala di un’aquila. L’ornamento in questione è appeso a una striscia di cuoio che va messa al collo. Alce Nero prese la stella, e reggendola in mano per farcela vedere, disse: «Ecco la Stella del Mattino. Colui che vede la Stella del Mattino vedrà di più, perché sarà sapiente». Poi sollevò la penna d’aquila e disse:«Questo significa Wakon Tonka (il Grande Essere Misterioso); e significa anche che i nostri pensieri dovrebbero elevarsi in alto, come fanno le aquile». Poi sollevò la striscia di pelle di bufalo e disse: «Questo significa tutte le cose buone di questo mondo – cibo e casa». Mi diede l’ornamento e mi disse: «Amico, tutte queste cose ti auguro. Mettilo al collo».

 Così John G. Neihardt, nella prefazione al suo splendido libro, Alce Nero parla (un’opera sfaccettata e complessa, a metà tra saggio, racconto, confessione personale e viaggio in una dimensione sconosciuta), descrive il primo incontro con questo anziano sciamano Sioux Lakota della famiglia Oglala, che a soli nove anni di età ha ricevuto in dono una grande visione di potere. Nella visione Alce Nero entra in contatto con le primordiali forze della natura, con l’inconoscibilità che è forse il fondamento primo della storia dei popoli e dei popoli stessi; la accoglie in sé, si sforza di comprenderla e di leggere attraverso essa tutto quel che accade e di cui è testimone – gli scontri tra indiani e bianchi; il declino progressivo dei nativi, cui non basta aggrapparsi alla propria fierezza e alla virtù guerriera per resistere all’avanzare dei “tempi nuovi”; il trionfo di Little Big Horn e la sconfitta definitiva e tragica di Wounded Knee – e si rende conto che la  straordinaria esperienza vissuta trascende il semplice scorrere del tempo, e perfino il destino della sua gente. È qualcosa d’altro, di più. È un dono, spiega a Neihardt, “che mi è stato dato per gli uomini, ed è vero, ed è bello”. E proprio a Neihardt Alce Nero consegna, dopo decenni di silenzio, la sua eredità. Siede con lui, giorno dopo giorno, e racconta la sua vita; qualche volta in loro compagnia ci sono altre persone, amici e compagni di Alce Nero, che arricchiscono la sua narrazione con i loro ricordi; così, alla ricostruzione del passato si sovrappone – in una sorprendente e felice continuità narrativa che mantiene scorrevole la lettura – lo spalancarsi dell’universo spirituale dell’“uomo sacro”, poi si torna alla storia così come tutti la conosciamo, ma è come se immediatamente al di là di quel che gli occhi ci permettono di vedere riposasse un significato ulteriore, qualcosa di simile a una spiegazione, a un traguardo. Qualcosa che non pur non avendo il potere di cambiare le cose – le parole di Alce Nero sono colme di dolore, il dolore chi ha visto la propria gente morire, il proprio mondo finire, e sanguinano della rassegnazione di chi è stato costretto ad accettare tutto questo – ha la capacità di rendere la realtà diversa da ciò che abbiamo sempre creduto fosse. E che si rivolge a ognuno di noi.
Eccovi l’inizio del libro. Buona lettura
Alce Nero parla:
Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri; e se fosse soltanto la storia della mia vita credo che non la racconterei, perché che cosa è un uomo per dare importanza ai suoi inverni, anche quando sono già così numerosi da fargli piegare il capo come una pesante nevicata? Tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli. È la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito. Questo, dunque, non è il racconto di un grande cacciatore né di un grande guerriero, né di un grande viaggiatore, sebbene ai miei tempi io abbia cacciato molta carne e lottato per la mia gente, sia da ragazzo che da uomo, e sia andato lontano e abbia visto strane terre e uomini strani. Lo stesso hanno fatto molti altri, e meglio di me. Queste cose le ricorderò nel mio racconto, e spesso potrà sembrare che esse costituiscano il racconto stesso, come quando le vivevo, nella felicità e nella disgrazia. Ma adesso che posso vedere tutto ciò come dall’alto di un colle solitario, so che era la storia di una potente visione, concessa a un uomo troppo debole per servirsene; di un albero sacro che avrebbe dovuto fiorire nel cuore di un popolo, con fiori e uccelli cantori, e che adesso si è seccato; e del sogno di un popolo che morì nella neve insanguinata. Ma se la visione era vera e potente, come io so, essa è vera e potente ancora; perché simili cose sono dello spirito, ed è nell’oscurità dei loro occhi che gli uomini si perdono.

Il mestiere di vivere. Secondo Goncarov

 

Ivan Goncarov, Oblomov, Rizzoli
Ivan Goncarov, Oblomov, Rizzoli

Difficile trovare, nell’intera storia della letteratura, un personaggio simile a Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Goncarov. Descritto, proprio all’inizio del libro, come “un uomo di circa trentadue anni, di media statura, di aspetto piacente, con gli occhi di un grigio scuro”, Oblomov non ha particolarità fisiche evidenti; a spiccare, invece, è il suo carattere, il suo modo di vedere il mondo, che Goncarov, con grande acutezza, presenta al lettore immediatamente dopo aver disegnato i tratti del volto della sua creatura. Su di essi, scrive, “non v’era segno di un’idea ben definita, né di una qualunque forma di concentrazione mentale. Il pensiero gli passava sul volto come un libero uccello dell’aria, svolazzava negli occhi, si posava sulle labbra socchiuse, si nascondeva tra le rughe della fronte, per sparire poi completamente, e allora su quel volto splendeva soltanto la tranquilla luce dell’indolenza. Dal volto, l’indolenza si comunicava all’atteggiamento di tutta la persona, e persino alle pieghe della vestaglia”.

L’anima di Oblomov, il suo spirito, in qualche maniera simboleggia quello del popolo russo, schiavo di un fatalismo esasperato e incapace di opporre l’esercizio della propria volontà al meccanico susseguirsi degli avvenimenti, considerato, nel bene come nel male, inarrestabile e non modificabile. Nel narrare lo stallo esistenziale di quest’uomo – cui sembra impossibile non solo fare qualsiasi cosa, ma persino provare dei sentimenti, sopportarne l’intensità, percepita in ogni occasione come un peso – Goncarov fa sfoggio di un talento non comune. Costruisce un dramma, ma senza abbandonare mai un registro leggero, in alcuni momenti quasi comico; disegna con la precisione e la cura di un miniaturista una figura complessa e infinitamente sfaccettata come quella di Oblomov (a ben guardare, è quasi impossibile definirlo in modo univoco, perché è certamente un perdente ma non solo questo; è un vinto, ma anche una creatura cui batte il cuore, seppur per un breve istante; soffre della pigrizia degli sfaccendati ma conosce anche il ben più nobile passatempo dell’ozio contemplativo) e popola il suo mondo, che ci si immaginerebbe chiuso e spoglio, di personaggi vivi, dotati di una loro ben precisa personalità.
E di ognuno di essi, che sempre per inclinazione si oppongono a Oblomov, l’acuminata penna di questo raffinatissimo autore si sofferma a tratteggiare debolezze e vizi, facendone ancora una volta archetipi tanto dell’uomo russo quanto dell’uomo in generale; così, Volkòv spreca la propria straripante vitalità in frivolezze, Tarantiev (compaesano di Oblomov) soffoca nel suo stesso rancore e si consuma nell’odio e nella sterile e meschina invidia del prossimo, mentre il domestico Zachàr non è altro che un codardo imbroglione.
A salvarsi sono soltanto Stolz, amico di vecchia data del protagonista che non ha mai dimenticato, a differenza del suo compagno, l’amore per le idee e per gli uomini che le concepiscono, e più ancora le figure femminili: Olga, che Oblomov ha paura d’amare e che per questa ragione finisce per perdere, e Agafia Matvéievna, umile popolana a un tempo operosa e rassegnata ma capace di offrire a una persona che più di tutto teme la vita, l’arrendersi degli occhi alla luce del giorno, un rifugio dove attendere la vecchiaia e infine la sospirata morte.
Oblomov ha la profondità di contenuto e la ricchezza stilistica di un classico; è un romanzo senza tempo, splendido e commovente. È un’opera piena, lieve e saggia, e ha il pregio unico di raccontare (ma forse bisognerebbe dire svelare), in forma quasi di favola, quel che alberga in ognuno di noi: un sottile, strisciante terrore di vivere.
Ora lascio la parola a Goncarov; prima una breve storia di Oblomov, poi la descrizione di Zachàr. Buona lettura.
Oblomov, nobile quanto alla nascita, segretario di collegio quanto al grado, viveva ormai ininterrottamente da dodici anni a Pietroburgo. Dapprima, quando i genitori erano ancora in vita, egli era vissuto modestamente in due stanze, contentandosi solo del servitore Zachàr, che aveva portato con sé dalla campagna; ma alla morte del padre e della madre, era rimasto proprietario di trecentocinquanta anime, ereditate in uno dei governatorati più lontani, quasi ai confini dell’Asia. Anziché cinque, riscuoteva ora da sette a diecimila rubli di rendita, sicché la sua vita aveva assunto un diverso, più largo tenore. Preso in affitto un appartamento più grande, alla sua servitù aggiunse un cuoco e tenne un paio di cavalli.
Zachàr aveva superato i cinquant’anni. Non era già più un diretto discendente di quei Caleb russi, cavalieri senza macchia e senza paura nel mondo dei servitori, devoti ai loro signori fino al sacrificio di se stessi, i quali si distinguevano perché avevano tutte le qualità e nessun difetto.
Zachàr era un cavaliere con macchia e paura. Apparteneva a due epoche e ne portava su di sé le due impronte diverse. Dall’una aveva ereditato la devozione senza limiti alla casa Oblomov; dall’altra, più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi. 

Un indimenticabile ritratto di signora

Thoms Hardy, Tess dei D'Urberville
Thomas Hardy, Tess dei D’Urberville

L’umanesimo di Thomas Hardy ha la potenza distruttiva della verità. Nella sua opera non c’è spazio per la speranza, né per il sogno, né per qualsiasi altro sentimento che si limiti all’inerzia del desiderio. La sua visione del mondo è immediata, priva di sovrastrutture; non si richiama in alcun modo all’inesplicabile (sia esso il destino oppure Dio, che con imperscrutabile volontà governa il mondo), ma rimane confinata a quella che i filosofi chiamano “conoscenza sensibile”, a ciò che vediamo, tocchiamo, di cui possiamo fare concreta esperienza. Gli uomini e le donne che popolano i romanzi del grande scrittore inglese non sono altro che l’emergere caotico delle loro pulsioni – il più delle volte egoistiche e malvagie – a fatica frenato dal rigore dell’educazione e dalle convenienze e dai limiti imposti dalla morale vittoriana, spesso talmente ipocrita e crudele da risultare intollerabile, dunque ben peggiore degli errori che si propone di correggere. In questo cupo scenario, in cui a dominare incontrastate sono peccato e colpa, all’uomo resta una sola possibilità per non soccombere, per non perdersi: affidarsi alla propria volontà, avere il coraggio di riconoscersi per quel che è e la capacità di non cedere il passo al preteso diritto del prossimo di disegnare tutti e ciascuno a propria immagine e somiglianza. In un mondo orfano di Dio, bontà, rispetto e giustizia, ci dice Hardy, ci si deve rifugiare nella difesa strenua della propria dignità e nella fedeltà a se stessi; non per salvarsi, ma per vivere senza vergognarsi di averlo fatto.

 Ed è proprio così che si comporta la giovane e bellissima Tess, protagonista del romanzo omonimo (probabilmente il più intenso e coinvolgente, ma anche il più spietato, della produzione dello scrittore), ragazza fiera, povera ma di nobili origini, cui la vita, fin dalla fanciullezza, toglie tutto. Dapprima l’innocenza, e nel modo più terribile – Tess, “colpevole” del proprio splendore, osa resistere alle brame di un ragazzo che si è invaghito di lei solo per finire violentata – poi il diritto a essere madre – il figlio frutto di quell’atto spregevole muore poco dopo la nascita e Tess, sola, lo seppellisce nella foresta, sperando invano di poter fare lo stesso anche con il suo passato – e ancora quello a essere donna – quando si innamora, ricambiata, di Angel, giovane idealista e ribelle che sembra somigliarle, tutto naufraga nel momento in cui lui scopre il segreto Tess; è allora che la “morale”, ciò che i più considerano giusto e sbagliato, torna a morderlo cancellando in un sol colpo la sua spavalderia e la sua ansia di libertà.
Tess resiste ai colpi come può, senza rinunciare mai a se stessa, ma il prezzo che la vita esige per ogni suo respiro è sempre più alto; e lei lo paga, fino in fondo, a testa alta, disperata eppure indomita. Dramma di eccezionale profondità, Tess dei d’Urberville è anche un fine romanzo psicologico; nei caratteri dell’eroina e delle figure con cui ha a che fare (la famiglia, presente solo quando deve imporre le proprie decisioni alla figlia e impalpabile in tutti gli altri casi; Alec, il violentatore; Angel, la peggiore delle delusioni) Hardy sottolinea la solitudine cui è condannato l’uomo che sceglie di non arrendersi, di vivere nel pieno rispetto di ciò in cui crede, costi quel che costi. E dal singolo allarga la sua visione al mondo, terra brulla teatro di ogni genere di orrori. La sua descrizione, volutamente particolareggiata e insistita delle disgrazie di Tess, non lascia spazio a dubbi: soltanto la cieca casualità di una realtà in cui non esiste nessuna giustizia che non sia quella sommamente imperfetta che gli uomini danno a se stessi può “spiegare” (se di spiegazione è il caso di parlare) un destino come quello di Tess, e di moltissimi altri come lei. Non è infatti in alcun modo possibile pensare – e meno che mai credere – che un qualsiasi dio possa accettare quel che un semplice uomo fatica a tollerare.
L’uomo descritto da Hardy è solo nel mondo, è perduto e disperato, ma di questa condizione è consapevole, e ha la possibilità, se vuole, di assumersene la responsabilità; e questo magnifico romanziere non cessa mai di ricordarci che la libertà è, prima di ogni altra cosa, esattamente questo: responsabilità. Ieri come oggi.
Eccovi l’incipit del romanzo (il padre di Tess scopre per caso le nobili ascendenze della sua famiglia, e obbliga la figlia ad andare a cercare i nuovi parenti). Buona lettura.
Una sera della seconda metà di maggio un uomo di mezza età si dirigeva a casa da Shaston al villaggio di Marlott, nella vicina valle di Blakemore o Blackmoor. Il paio di gambe che lo trasportava appariva malsicuro e nel suo passo si manifestava una tendenza che lo faceva piegare alquanto verso il lato sinistro della linea retta. Di quando in quando accennava vigorosamente col capo come a conferma di una sua opinione, sebbene non pensasse a nulla in particolare. Un paniere da uova, vuoto, gli pendeva dal braccio, il pelo del suo cappello era arruffato e un punto appariva del tutto consunto sulla tesa, al posto ove il pollice si posava per toglierlo.
Ben presto si imbatté in un maturo parroco montato su una cavalla grigia il quale, cavalcando, canticchiava un motivo svagato.
– Buona sera a voi, – disse l’uomo dal paniere.
– Buona sera, Sir John, – disse il parroco.
Il viandante, dopo un altro passo o due, si fermò volgendosi indietro.
– Ecco, signore, vi chiedo scusa; ma ci incontrammo l’ultimo giorno di mercato su questa stessa strada a un dipresso alla medesima ora e vi augurai la buona sera, e mi rispondeste «Buona sera, Sir John» proprio come adesso.
– È vero, – disse il parroco.
– E una volta ancora prima, circa un mese fa.
– Può darsi.
– E allora che volete intendere chiamandomi «Sir John» in tali diverse occasioni, quando non sono altro che John Durbeyfield, l’ortolano?
Il parroco avvicinò il cavallo di qualche passo: – Soltanto un capriccio – disse; e, dopo un momento di esitazione, aggiunse: – Fu solo a causa di una scoperta da me fatta poco tempo fa, mentre andavo a caccia di genealogie per la nuova storia della contea. Sono il parroco di Tringham, lo studioso di cose antiche, di Stagfoot Lane. Ignorate davvero, Durbeyfield, di essere il diretto discendente dell’antica e nobile famiglia d’Urberville, che fa risalire le sue origini a Sir Pagan d’Urberville, il famoso cavaliere venuto dalla Normandia con Guglielmo il Conquistatore, come appare dai documenti ufficiali dell’Abbazia di Battle?
– Mai sentito prima, signore!

Al crocevia di un’epoca

Dennis Lehane, Quello era l'anno, Piemme
Dennis Lehane, Quello era l’anno, Piemme

Boston, 1918. È qui che Dennis Lehane ambienta Quello era l’anno, con ogni probabilità il suo lavoro più ambizioso. Un affresco corale di notevolissimo spessore, che unisce – nell’ampio respiro del romanzo storico, cadenzato da un magistrale ritmo narrativo – un tumultuoso concatenarsi di eventi alla profondità e all’incisività del dramma (sociale e individuale). Alle prese con una grandiosa costruzione letteraria, Lehane – che si è meritatamente conquistato gli elogi di pubblico e critica grazie a veri e propri gioielli come La morte non dimentica, Gone Baby Gone e L’isola della paura, tutti tradotti con successo al cinema – si conferma scrittore maturo e di enorme talento; la sua prosa fluida e ricchissima spazia in continuazione dal particolare all’universale, dall’invenzione personale alla documentata ricostruzione d’ambiente, e in ogni pagina regala emozioni intensissime al lettore, conquistandone in un colpo solo cuore e mente.

Storia d’amore e d’amicizia, di lealtà e di vendetta, di giustizia e di morte, Quello era l’annoracconta le esistenze parallele di Luther Lawrence, giovane di colore costretto a fuggire da casa e ad abbandonare la moglie incinta dopo aver ucciso un uomo (per legittima difesa, ma quanto conta la legittima difesa nella cieca ferocia razzista dell’America di inizio Novecento?), e di Danny Coughlin, poliziotto bianco di origini irlandesi in servizio a Boston, figlio di un ufficiale rispettato (e soprattutto temuto).
Insieme a loro, destinati a incontrarsi, conoscersi, comprendersi e dividere un drammatico tratto di strada cercando l’un l’altro di salvarsi, Dennis Lehane dà vita a una galleria di ritratti indimenticabili (su tutti, la fiera Nora O’Shea, amata da Danny, il gangster Diacono Broscius, il subdolo e malvagio tenente Eddie McKenna, il capo del dipartimento di polizia di Boston Stephen O’Meara) e voce a un intero mondo, a una realtà colta nell’attimo cruciale del cambiamento, nella quale i sogni di riscatto delle masse dei poveri si fermano ai bordi dei campi da baseball – teatro delle leggendarie imprese di Babe Ruth, stella dei Red Sox – per riprendere vigore nei vibranti discorsi degli anarchici italiani emigrati, nelle riunioni clandestine dei comunisti russi, nei primi, imbarazzati passi mossi dal sindacato di polizia cittadino, impegnato a chiedere alle istituzioni rispetto, considerazione, e degne condizioni di vita per gli uomini in divisa. A segnare indelebilmente le vite di tutti, il tragico esplodere dell’epidemia di influenza spagnola con il suo impressionante carico di vittime, l’affarismo spietato delle organizzazioni mafiose, la follia degli attentati dinamitardi organizzati dalle frange rivoluzionarie più estremiste, l’affacciarsi della legge sul proibizionismo e il primo, storico sciopero delle forze di polizia.
Quello era l’anno è un’opera splendida, un romanzo avvincente, trascinante, che vorreste non finisse mai.
Eccovi l’incipit (che presenta Babe Ruth e Luther, con Babe che vede Luther giocare e ne rimane impressionato), buona lettura.
Per via delle restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra, le World Series del 1918 furono disputate in settembre e suddivise in due turni. Le prime tre partite vennero ospitate dai Chicago Cubs, mentre le quattro successive vennero giocate a Boston. Il 7 settembre, dopo la terza partita, persa dai Chicago Cubs, le due squadre salirono su un treno della linea Michigan Central, imbarcandosi in un viaggio di ventisette ore, durante il quale Babe Ruth si ubriacò e si dedicò al furto dei cappelli.
Avevano dovuto caricarlo a forza sul treno. Dopo la partita se l’era filata in un locale a qualche isolato da Wabash, dove era sempre possibile trovare un’ottima riserva di liquori, un tavolo dove giocare a carte e una donna o due, e se Stuffy McInnis non avesse saputo dove trovarlo, Babe sarebbe rimasto lì […].
Il lanciatore non perse tempo. Aveva le braccia maledettamente lunghe e, senza neanche caricare il tiro, allungò la destra come se la palla dovesse attraversare l’oceano; persino dal punto in cui si trovava, Babe fu stupito dalla velocità con cui si dirigeva verso il piatto. Il battitore rispose con prontezza, ma mancò la palla di qualche centimetro.
Colpì la successiva, la colpì forte, con uno schiocco così sonoro da dare l’impressione che la mazza si fosse spezzata, e la palla si alzò decisa per poi impigrirsi nel cielo azzurro, come un’anatra che si fosse messa a nuotare sul dorso, poi l’esterno centro mise i piedi in posizione e aprì il guantone, dove la palla andò a depositarsi, quasi con un senso di sollievo.