Un detective per il peggiore dei peccati

 

Mario Brelich, L'opera del tradimento, Adelphi
Mario Brelich, L’opera del tradimento, Adelphi

La fluidità del romanzo combinata con il rigore analitico del saggio. È questa la curiosa alchimia che caratterizza i lavori di Mario Brelich, autore coltissimo e raffinato, appassionato indagatore del Vecchio e del Nuovo Testamento.

Se ne Il sacro amplesso (che tratta della storia di Abramo e Sara, del figlio che deve nascere come suggello del loro patto con Dio, e di come questo vero e proprio miracolo possa realizzarsi considerata l’avanzatissima età di entrambi i coniugi: novant’anni Sara, quasi cento il marito) lo “spazio” concesso alle regole e allo stile della prosa romanzesca si limita alla sottile ironia di alcuni passaggi, alla descrizione – soprattutto psicologica – dei due protagonisti e all’evolversi del rapporto tra loro e il Signore, nel lavoro successivo, L’opera del tradimento, l’inventiva di Brelich sfiora la genialità.
L’autore, infatti, affida le sue riflessioni nientemeno che ad Auguste Dupin, l’infallibile investigatore dilettante inventato da Edgar Allan Poe – un apprezzabile e per nulla scontato omaggio letterario – e finge che uno dei suoi casi (l’unico, in realtà, che il detective creato dal grande scrittore americano non è stato in grado di risolvere) riguardi il tradimento commesso da Giuda nei confronti di Gesù. Al “mistero Giuda”, Dupin si è interessato per ingannare il tempo, per mettere alla prova le sue capacità deduttive, e l’indagine, durata anni, ha prodotto una vera e propria documentazione. È proprio il casuale ritrovamento di tutto quel materiale a riaccendere nell’investigatore francese, ormai anziano e costretto quasi sempre a casa, il desiderio di fare finalmente luce sulle ragioni dell’esecranda decisione presa da Giuda. Perché ha tradito Gesù? Cosa l’ha spinto a farlo? In una parola, qual è stato il movente?
L’occasione per riprendere in mano tutti gli appunti, per ricontrollare, pagina per pagina, il “dossier” viene offerta a Dupin dalla visita di un caro amico. Seduti in poltrona, i due analizzano il caso, discutono gli indizi, mettono a confronto le rispettive ipotesi, e attraverso la loro dettagliata ricostruzione la vicenda, poco alla volta, prende vita…
Mario Brelich non è uno scrittore semplice, non va preso sottogamba né con leggerezza. Il suo stile è agile, ma la capacità di analisi profondissima e la preparazione impeccabile. È indispensabile conoscere, almeno per sommi capi, ciò di cui i suoi libri parlano, altrimenti gran parte della loro ricchezza va perduta. Ma al di là delle difficoltà che comporta la lettura è un autore che va affrontato, perché si rivela una scoperta preziosissima, e soprattutto perché ripaga abbondantemente l’impegno che richiede.
I romanzi di Mario Brelich sono pubblicati da Adelphi.
Adesso lascio la parola a lui, o meglio, a Dupin, che nello sfidare il suo amico a risolvere il caso del tradimento di Giuda spiega cosa, in questa vicenda, lo ha avvinto così strettamente da non lasciarlo più. Buona lettura.
       Allora, avete dato un’occhiata ai Vangeli? Che impressione ne avete tratta? -. E senza aspettare risposta continuò: – Sono convinto, cher ami, che dopo aver consultato la Bibbia, il ‘caso Giuda’ vi appare più misterioso di quanto credevate prima. A vostra consolazione vi dichiaro che, infatti, il testo sacro non contiene elementi sufficienti per chiarire né il ‘perché’ né il ‘come’ del tradimento dello sciagurato apostolo. Ma posso aggiungere, sempre a vostra consolazione, che non vi ci raccapezzereste molto di più anche se aveste studiato scrupolosamente tutta la letteratura bimillenaria in materia, dalla patristica ai tentativi di studiosi e scrittori moderni: il tradimento di Giuda è ricoperto a tutt’oggi da un buio completo. Sul movente personale del traditore si possono costruire ipotesi più o meno ingegnose, mentre la parte effettiva che egli ebbe nell’arresto e nel procedimento penale intentato a Gesù (un altro problema spinoso e ancor oggi discusso!) non ha avuto mai una spiegazione convincente.

Secondo me, l’insuccesso delle ricostruzioni scientifiche e letterarie dipende proprio dalla mancanza degli elementi-base su cui dovrebbero poggiare. Per quanto io sia al corrente d’una discreta parte della letteratura relativa, non mi ricordo di aver mai incontrato un autore che abbia dichiarato onestamente la sua meraviglia di fronte all’incomprensibile mutismo dei quattro evangelisti su un argomento che da duemila anni appassiona teologi, studiosi, artisti. Io, invece, sono un tipo che rimane meravigliato quando c’è qualcosa di cui meravigliarsi e non riesco a sorvolare su certi fenomeni sbalorditivi. Voi, nella cui memoria vivono ancora freschi i versetti dei Vangeli, potete controllare ciò che dico. Per quel che concerne il nostro ‘caso’, l’unica verità monolitica che risulta concordemente dai testi sacri è che Giuda tradì Gesù. Ma non risulta affatto che il traditore avesse un motivo valido per commettere il suo crimine, né in che cosa questo crimine consistesse in concreto, né in che modo plausibile fosse commesso.

Perduti nell’abisso del rancore

Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi
Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi

Quello che ti meriti è, con ogni probabilità, il miglior romanzo giallo di Anne Holt. Di certo è la più riuscita delle avventure che hanno per protagonista la coppia formata di Johanne Vik e Yngvar Stubo, detective in forza alla polizia lui, criminologa dal traumatico passato lei. La scrittura secca, diretta e immediata dell’autrice norvegese avvince il lettore fin dalle primissime pagine e scandisce, tra colpi di scena, momenti di grande drammaticità e pause di introspezione che magistralmente dilatano e contraggono il respiro narrativo dell’opera, l’evolversi di una vicenda complessa e dolorosa, segnata da una febbrile ansia di vendetta che non pare conoscere requie.

Con un coraggio e un’umanità che superano di gran lunga il talento narrativo (e regalano al libro un’autenticità di sentimenti sorprendentemente profonda, che lascia il segno), Anne Holt si misura con temi delicatissimi e disturbanti: l’innocenza dell’infanzia violata dalla cieca brutalità degli adulti e dal loro forsennato egoismo; la tragedia della pedofilia, innominabile “lebbra” dell’anima e del corpo che infetta e corrompe tutto ciò che trova sulla propria strada (i colpevoli, le vittime, la pubblica opinione, sempre pronta a scatenare i propri peggiori istinti in nome della “giustizia”); il disordine spietato del caso, che da un momento all’altro sconvolge il tranquillo fluire di un’esistenza e al termine del suo passaggio non lascia che rovine.
Scrittrice sincera e appassionata, Holt, pur nel pieno rispetto dei canoni del genere, oltrepassa di slancio i confini del mystery e costruisce un intreccio di assoluta originalità; una storia viva, che tocca il cuore e serra lo stomaco.
Non c’è traccia di artificio in quel che racconta, né di formale eleganza fine a se stessa (cosa che sfortunatamente non si può dire degli altri romanzi della serie, entrambi non riusciti: Non deve accadere e La porta chiusa); lo stile, per quanto seducente, è funzionale alla narrazione e resta sempre in secondo piano, perché il mistero che Vik e Stubo devono risolvere, l’orrore che poco alla volta le loro investigazioni portano alla luce, è qualcosa di assolutamente normale, un semplice meccanismo di causa ed effetto; qualcosa che, come un figlio malato, come il tumore che si forma all’interno di un organo, nasce dai vissuti privati di ciascuno dei personaggi coinvolti, dai traumi patiti, dalle ingiustizie subite, dai diritti negati. Primo tra tutti, quello alla felicità.
Eccovi l’inizio del romanzo, che getta immediatamente il lettore nel pieno del dramma: una bambina viene rapita. Buona lettura.
Stava tornando a casa da scuola. Il 17 di maggio era vicino. Sarebbe stata la prima festa nazionale senza la mamma. Il costume tradizionale era troppo corto. La mamma aveva già allungato l’orlo due volte.
Emilie era stata svegliata da un brutto sogno quella notte. Papà dormiva; stringendosi il costume della festa nazionale al corpo, era rimasta ad ascoltarlo russare leggero attraverso la parete. L’orlo rosso si era inerpicato su fino alle ginocchia. Cresceva troppo in fretta. Papà lo diceva spesso: Cresci come i funghi, tesoro mio. Emilie aveva lisciato con la mano il tessuto di lana e cercato di accorciare il collo e ritirare le ginocchia. La nonna diceva sempre: Grete era una spilungona, non c’è da stupirsi se la bambina cresce a vista d’occhio.
A Emilie facevano male le spalle e le cosce a forza di stare sempre china. Era colpa della mamma se era così alta. L’orlo rosso non le arrivava più giù delle ginocchia.
Forse poteva chiedere un costume nuovo.
Lo zaino pesava. Aveva raccolto delle farfare. Il mazzo era così grande che papà avrebbe dovuto cercare un vaso. Gli steli erano lunghi; non come quando, da piccola, staccava solo la testa del fiore, e poi bisognava farla galleggiare in un portauovo.
Non le piaceva camminare da sola. Però la mamma di Marte era passata a prendere Marte e Silje. Dove andavano non glielo avevano detto. Le avevano solo fatto ciao con la mano dal lunotto della macchina.
Le farfare avevano bisogno d’acqua. Alcune le erano già appassite sulle dita. Emilie cercò di non stringere troppo il mazzetto. Un fiore cadde a terra e lei si chinò a raccoglierlo.

A Belfast, nella commedia come nel dramma

Recensione di “Eureka Street” di Robert McLiam Wilson


Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore
Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore

Una città attraversata dall’odio fratricida come da un’interminabile cicatrice; i segni della violenza e della lotta ovunque; sui monchi muri di mattoni sventrati dalle bombe, lungo sfinite facciate di case e palazzi coperte da un’assurda orgia di sigle, nella grigia rassegnazione dei vecchi come dei giovani, generazioni sacrificate, in un allucinante girotondo di morte, sull’altare di un ideale che, come il più crudele degli idoli, invoca il sacrificio umano.

Ma anche una città viva malgrado tutto, che non si stanca di mescolare il suo fiato odoroso di pioggia ai sussurri appassionati degli amanti, che ride sguaiata di sé nella penombra eccitata dei pub, dove le chiacchiere si rincorrono impazzite sulla schiuma della birra e le amicizie si rinsaldano a ogni nuovo brindisi, che con tutta se stessa vuole continuare a credere al proprio domani.
È la Belfast di Robert McLiam Wilson, che qui ambienta, datandolo al 1994, il suo romanzo Eureka Street, cronaca agrodolce dell’amicizia tra il protestante Chuckie e il cattolico Jake, trentenni con poca voglia di crescere alle prese con i soliti problemi di tutti: i soldi e le donne. Problemi che Jake, romantico inguaribile e impenitente, fatica non poco a risolvere, mentre Chuckie, tanto goffo nel corpo quanto dotato di una vivace intelligenza e soprattutto di uno strabiliante talento per gli affari, supera brillantemente arrivando a dar vita addirittura a un impero finanziario (e naturalmente guadagnando moltissimo anche in fascino).
Nel raccontare le avventure di questi eterni ragazzi, e dei moltissimi altri personaggi che ruotano attorno a loro, tutti disegnati con un efficacissimo gusto del paradosso ma anche con tocchi di delicato realismo, la scrittura di McLiam Wilson sprigiona un contagioso entusiasmo; è solare, irriverente come una replica ben piazzata, di quelle che lasciano l’interlocutore a bocca aperta, con gli occhi a cercarsi la punta delle scarpe, fresca, tambureggiante nel ritmo narrativo ma capace di momenti di quiete, di pause di introspezione, di acute parentesi di riflessione e d’analisi.
Costruito essenzialmente come una commedia, Eureka Street si misura anche con l’orrore della morte, con l’insensata, straziante volontà distruttrice di un attentato dinamitardo. McLiam Wilson si cala con tutto il suo tormentato coraggio nella descrizione dell’annientamento che segue l’esplosione; sembra condividere lo spaesato terrore dei sopravvissuti, di chi si trovava lì per caso; di chi ha assistito senza colpa e sa che non dimenticherà più; di chi ha miracolosamente conservato la propria vita soltanto per rendersi conto, in quell’istante, di non avere possibilità alcuna di proteggerla, di salvaguardarla.
Senza perdersi in artifici letterari, l’autore offre il suo sincero omaggio al dolore, e dopo aver chinato il capo di fronte alla morte, lo rialza per guardare oltre essa, per continuare a raccontare di Jake e Chuckie, del loro incrollabile sodalizio.
In una parola, della loro storia, che, insegna McLiam Wilson, come tutte le storie è una storia d’amore. Ed è una gran bella storia, dalla prima all’ultima pagina.
Ora spazio al libro, in Italia pubblicato da Fazi Editore. Buona lettura.
Tutte le storie sono storie d’amore.
Venerdì sera. Sei mesi fa (Sarah se n’era andata da sei mesi). In un pub.
Stavo facendo la corte a una cameriera di nome Mary: capelli corti, culo a mandolino e due occhioni da bambino infelice. La conoscevo da tre ore e avevo già perso la testa per lei.
Chuckie Lurgan si era tolto dai piedi da una mezz’oretta, dopo aver beatamente ignorato almeno venti minuti di cenni impazienti da parte mia e non prima di aver elegantemente dato fondo al contenuto delle sue tasche e all’ultimo goccio di birra.

Mary era una delle tante cameriere del pub, ma aveva fatto in modo di farsi notare. Inizialmente sembrava non le andassi a genio. Forse un altro al mio posto avrebbe sospettato che lo facesse per attirare la mia attenzione, ma io no, io avevo semplicemente pensato che avrebbe preferito vedermi morto, e non mi era neanche passato per la testa di chiedermi il perché. Era ostile, scontrosa e ispida come un porcospino. Sono sicuro che aveva capito che così mi avrebbe fatto innamorare. Ne sono proprio sicuro.

Sulle tracce di Solomon

Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi
Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi

Pur padroneggiando con consumata maestria la tecnica narrativa, Mordecai Richler sembra non stancarsi mai di mettere alla prova il proprio talento, di sfidarlo. Con spregiudicata naturalezza d’acrobata, la sua prosa corre sul filo sottilissimo che separa forma e contenuto; da entrambi gli elementi distilla l’essenza (quasi fosse un chimico, o per dir meglio un alchimista, nelle cui formule scienza, magia e sogno hanno la medesima importanza) e dà loro unità e compiuta espressione nella forma del romanzo.

Esteta convinto, dotato di un gusto squisito per l’ordine, l’armonia e la musicalità della scrittura, Richler ne insegue l’intrinseca perfezione ricorrendo spesso all’espediente (ambiguo ma infallibile) del dettaglio ricercato, del ricamo stilistico, del calcolato effetto a sorpresa. L’opera in cui questa sua caratteristica risalta con maggior forza è forse Solomon Gursky è stato qui, splendida saga familiare (ma anche racconto d’avventura, romanzo di formazione, originalissimo diario di viaggio) che abbraccia due secoli e cinque generazioni di una dinastia ebrea. Lavoro di ampio respiro – 600 pagine che quasi non ci si accorge di leggere, tanto lieve, coinvolgente, fascinosa e diabolicamente furba è l’affabulazione di Richler – Solomon Gursky è stato qui possiede il ritmo travolgente e la fantasia di uno spettacolo pirotecnico e quasi in ogni pagina regala un colpo di scena, un evento inaspettato, un capovolgimento di fronte. Vivificato da un’ironia tanto garbata e sottile quanto pungente, il romanzo offre al lettore una galleria di caratteri di impressionante ricchezza; nel disegnarli, modellandone con precisione chirurgica pregi, difetti, inclinazioni, sentimenti e dettagli fisici, Richler si conferma psicologo finissimo, lucido e disincantato.
E tuttavia, alle manchevolezze, ai vizi, all’innocenza irrimediabilmente perduta dell’essere umano non guarda con rancore, bensì con una specie di franco cameratismo.
La fratellanza nel peccato, sembra dirci Richler, se non è ciò che ci definisce come uomini, contribuisce comunque (e in massima parte) a renderci quel che siamo. Tutti, senza eccezione, a partire proprio dall’eroe del suo romanzo, quel Solomon Gursky che nell’architettare la più grande delle beffe non esita a mettere sul piatto la propria vita. “Perché la miglior vendetta possibile è vivere due volte. Magari tre”.
Ora spazio all’incipit del romanzo. Buona lettura.
Un mattino – durante la memorabile ondata di freddo del 1851 – un grosso, minaccioso uccello nero, del quale in passato non si era mai visto l’eguale, si librò sopra la rude cittadina mineraria di Magog, nei pressi della frontiera con il Vermont, lanciandosi in continue picchiate. Luther Hollis abbatté l’uccello con il suo Springfield. Poi gli uomini videro un tiro di dodici cavalli uggiolanti emergere dai mulinelli di neve del lago Memphremagog, completamente ghiacciato. I cani trainavano una lunga slitta stracarica, alla cui guida sedeva, facendo schioccare una frusta, Ephraim Gursky, un uomo piccolo, dall’aria feroce, incappucciato. Ephraim raggiunse la riva e si mise a camminare con fatica su e giù, scrutando il cielo. Dal fondo della gola gli uscì un grido inumano, un suono triste e secco, insieme desolato e pieno di speranza. Nonostante il freddo che spaccava gli alberi, alcuni curiosi si radunarono sulla riva del lago. Erano venuti non tanto ad accogliere Ephraim, quanto per stabilire se fosse o no un’apparizione. Ephraim era vestito con quelle che parevano pelli di foca. E un’ispezione più ravvicinata rivelò anche un colletto da sacerdote. Dai bordi della pelle più esterna pendevano quattro frange, ciascuna formata da dodici cordoncini di seta. Palpebre e narici erano coperte di brina, una guancia annerita dal morso del vento. Dalla barba nero inchiostro spuntavano ghiaccioli.

La sincerità (per nulla banale) del male

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi
William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi

Tra le canaglie letterarie, il giovane e spregiudicato protagonista de Le memorie di Barry Lyndon, capolavoro di William Makepeace Thackeray, merita senza dubbio un posto d’onore. Non tanto per la perfidia, la sfrenata ambizione, l’inclinazione verso qualsiasi tipo di piacere dei sensi (donne, gozzoviglie, gioco d’azzardo), quanto per l’esibita – e a più riprese rivendicata – integrità delle sue azioni, o meglio, degli scopi che le alimentano. In un Settecento ingioellato e sfarzoso al pari delle dimore dei nobili, cinte da splendidi giardini e circondate da vastissimi possedimenti di caccia, cui fanno da contraltare le miserabili condizioni di vita del popolo e la dura esistenza dei soldati, sbandati senza altri mezzi di sussistenza che in cambio di vitto, alloggio e di una paga poco più che simbolica marciano disciplinati verso il massacro nei teatri di guerra di mezza Europa; in questo secolo illuminato e fragile, geniale e feroce, raffinato e ferino, Barry Lyndon insegue con tutte le sue forze il successo mondano, una posizione di privilegio e il riconoscimento dei lord (il diritto a vivere come loro e assieme a loro) senza tuttavia mai smettere di spregiare le affettate e ipocrite regole della buona società.

Barry, irlandese di umili origini che con ridicola pompa dichiara per sé e per la propria famiglia discendenze addirittura regali, non si fa certo scrupolo di mentire, né di ingannare o di raggirare, ma lo fa senza mai rinnegare se stesso, senza mai mostrare altro volto che il proprio. Le sue azioni non hanno nulla a che vedere con il mellifluo doppiogiochismo dell’uomo di corte, con il belletto squisitamente formale delle buone maniere, con il miserevole espediente della lealtà tradita nell’attimo stesso in cui la si manifesta; è un uomo che non manca di coraggio, e che tiene in gran conto l’onore, seppur considerato secondo una propria, personalissima prospettiva. Barry Lyndon ama e odia con lo stesso infantile impeto che nutre la sua brama di ricchezza e prestigio; senza calcoli, senza mediazioni. Quel che conta è che il suo appetito venga soddisfatto. E così Barry, pur con tutto il suo carico di spregevoli atti, si salva dall’unanime condanna del mondo e veste (con l’affascinante noncuranza propria solo degli imbroglioni impenitenti) i panni dell’eroe di un rocambolesco romanzo d’avventura, nel quale i toni leggeri della commedia – e perché no, della farsa – resistono ai peggiori rovesci della sorte e al verificarsi dei più tragici accadimenti. E ai drammi di questo spavaldo guascone – così come ai suoi successi – il lettore partecipa con una sorta di istintiva simpatia: responsabile della sua ascesa tanto quanto della sua caduta, Barry affronta ogni svolta della propria vita con la medesima fermezza dimostrata in battaglia; guardandola negli occhi, da uomo. A conti fatti, la sua sincera cattiveria è di gran lunga preferibile alla tela di ragno della menzogna lungo i cui fili corre la quasi totalità dei rapporti umani.
Ora l’incipit del romanzo, di travolgente bellezza fin dalle prime righe. Buona lettura.
Dai tempi di Adamo in poi, non s’è mai fatto danno a questo mondo senza che ci fosse di mezzo una donna. E da quando ha avuto origine la nostra famiglia (dev’essere stato molto vicino ai tempi di Adamo – tanto antica, nobile e illustre è la stirpe dei Barry, come tutti sanno), le donne hanno svolto un ruolo cruciale nei destini della nostra stirpe.
Immagino che non ci sia gentiluomo in Europa che non abbia sentito parlare della casata dei Barry di Barryogue, del regno d’Irlanda: in tutto Gwillim o D’Hozier non si trova nome più famoso del nostro. Benché io, da uomo di mondo, abbia imparato a disprezzare di cuore le pretese di nobiltà di certi impostori che non hanno più sangue blu del lacchè che mi lucida gli stivali; e per quanto io disdegni e derida le vanterie di tanti miei compatrioti, che son tutti rampolli dei Re d’Irlanda, e se possiedono un fondo da farci appena pascolare un porco, ne parlano come di un principato; tuttavia devo affermare (per amor del vero) che la mia famiglia fu la più nobile dell’isola, e forse dell’universo mondo […]. Metterei senz’altro la corona irlandese in cima al mio stemma, se non ci fossero tanti sciocchi che arrogandosi quest’onore ne fanno una cosa volgare.
P.S. Dal meraviglioso romanzo di Thackeray, Stanley Kubrick ha tratto un film altrettanto bello. Non del tutto fedele al libro (specie per  quel che riguarda il finale), la trasposizione del grande regista americano merita comunque di essere vista e rivista. Vi invito, però, a conoscere prima il Barry Lyndon letterario; vi aiuterà ad apprezzare meglio le sue gesta cinematografiche.

Vivere e morire a Marsiglia

Jean-Claude Izzo, Trilogia di Fabio Montale, e/o
Jean-Claude Izzo, Trilogia di Fabio Montale, e/o

Il tallone d’Achille dello sbirro Fabio Montale (un po’ personaggio inventato e un po’ alter ego del suo creatore, Jean-Claude Izzo) è anche il suo maggior punto di forza: una straripante umanità. Il suo mondo è un cerchio perfetto, un gioco d’incastri nel quale ogni cosa trova il proprio posto: l’amicizia nata da giovanissimi tra i banchi di scuola e sulle strade, alimentata da rivalità e gelosie che di colpo esplodono, si consumano e mutano nel loro opposto, in una fratellanza, in una comunione di spiriti che nulla può spezzare; la lealtà assoluta ai propri principi e la fermezza necessaria a difenderli sempre, in qualunque frangente; l’acuta consapevolezza che rinunciare a battersi per ciò in cui si crede equivalga a rinunciare a se stessi; l’amore, capace di vivificare gli uomini anche dopo il più doloroso dei naufragi; il benefico tepore delle piccole cose che la vita elargisce tutti i giorni, quasi sempre nell’indifferenza generale: un buon pranzo consumato tra scherzi e risa, l’immortale respiro del mare che accarezza Marsiglia, la bellezza, in ogni sua forma, e la possibilità di testimoniarla, di renderle omaggio, e di ringraziare per essa.

Fabio Montale è il protagonista di tre romanzi gialli, Casino totale, Chourmo e Solea, recentemente pubblicati in un unico volume dalla Casa Editrice e/o (lo vedete in foto) arricchito da una bellissima introduzione, che racconta l’uomo e l’autore Izzo, a cura di Nadia Dhoukhar. Del genere poliziesco Izzo conserva gli elementi indispensabili – uno o più fatti di sangue, indagini, colpi di scena, soluzione del caso – ma li cala in una realtà particolare, più ampia, più dolorosa, più vera; li rende espressione dell’inesorabile tramontare dei sogni che ciascuno di noi nutre. Gli uomini come Montale (e più ancora, gli uomini che Montale ama) possono vivere in un unico modo, cercando “di innalzare la realtà al livello dei loro sogni”; ma la realtà non si lascia domare, non china il capo al guinzaglio dell’idealista, al suo ordine morale semplice e cristallino, che vuole il male nettamente separato dal bene, che chiede comprensione per gli sbagli, compassione per la sofferenza, indulgenza per la sfrenatezza della gioventù, e alla fine del cammino una giustizia che abbia il sapore della misericordia di Dio, o dell’utopia egualitaria comunista, e redistribuisca pene e premi secondo colpe e meriti. La realtà, per quanto si lotti per evitarlo, è caos, Casino totale, un girone dantesco nel quale Montale viene gettato fin dalle prime righe del romanzo, quando ritrova cadavere, nei vicoli della città vecchia di Marsiglia, il suo amico d’infanzia Ugo. È l’inizio di un cammino straziante, una via della croce che riporterà Montale al suo passato, ai compagni perduti ma mai dimenticati, agli amori mai spenti, e ai pericolosi legami che questo groviglio di vite ancora mantiene con il presente di Marsiglia, con le spietate regole del milieu criminale, con lo spettro della vendetta, dei conti in sospeso da regolare. A qualsiasi costo.
La trilogia di Fabio Montale (da leggere tutta d’un fiato) è un commosso viaggio nel debole cuore dell’uomo, tanto facile alla morte quanto capace di moti che niente e nessuno potrà cancellare. Con Fabio Montale, Izzo ha dato alla letteratura poliziesca una profondità e un’autenticità di sentimenti prima sconosciute. Un merito che pochi scrittori possono vantare.
Ora l’incipit del primo capitolo di Casino totale (non è l’inizio vero e proprio del libro, prima c’è il prologo, ma ho ritenuto che queste righe rendessero meglio il senso del lavoro di Jean-Claude Izzo). Buona lettura.
Mi accovacciai davanti al cadavere di Pierre Ugolini. Ugo. Ero appena arrivato sul posto. Troppo tardi. I miei colleghi avevano giocato ai cow-boys. Quando sparavano, uccidevano. Semplice. Seguaci del generale Custer. Un buon indiano è un indiano morto. E a Marsiglia erano tutti indiani, o quasi.
Il fascicolo Ugolini era piombato sulla scrivania sbagliata. Quella del commissario Auch. In pochi anni, la sua squadra si era fatta una brutta reputazione, ma aveva dato buoni risultati. Se necessario, chiudevano un occhio sui suoi eccessi. A Marsiglia la lotta al grande banditismo è una priorità. Un’altra è il mantenimento dell’ordine nei quartieri nord. Le periferie dell’immigrazione. Le cités proibite. Questo è il mio lavoro. Ma io non ho il diritto di toppare. Ugo era un vecchio compagno d’infanzia. Come Manu. Un amico. Anche se con Ugo non c’eravamo più sentiti, da vent’anni. Manu e Ugo, era un colpo troppo duro per il mio passato. Avrei voluto evitarlo. Ma non ci avevo saputo fare.

Appuntamento ad Alexanderplatz

Alfred Doblin, Berlin Alexanderplatz, Rizzoli
Alfred Doblin, Berlin Alexanderplatz, Rizzoli

Quella di Franz Biberkopf è un’esistenza ai margini. Una vita sordida, di miseria materiale e morale, che prima brucia sulla pelle come una ferita e poi, proprio quando sembra guarire e rimarginarsi, si fa memoria prendendo l’odiosa forma di cicatrice. La cicatrice che Biberkopf si porta addosso è il suo destino, la sua condanna; egli è un uomo perduto, qualsiasi cosa cerchi di fare per evitarlo. Non è un caso che la sua storia prenda avvio proprio da una prigione, quella da cui esce dopo aver scontato, a causa di “vecchie colpe”, quattro anni di reclusione. Franz Biberkopf è l'(anti)eroe di Berlin Alexanderplatz, romanzo-capolavoro di Alfred Döblin; un’opera per molti aspetti unica, di assoluta originalità, che mentre segue da vicino, con un stile ordinato ma freddo, da resoconto cronachistico, la caduta verticale di un uomo, la strada verso la sua fine, sullo sfondo di questa vicenda dà vita a un mondo intero di azioni, persone, sentimenti, moventi, psicologie. E quel mondo è insieme metafora di una società dispersa, sradicata da sé (il romanzo è del 1929), e della vita, considerata come organismo autonomo, spietato nella sua intangibilità, entità estranea alle esistenze dei singoli, che a essa partecipano solo biologicamente.

Ed è questa la vita che ha piegato Biberkopf, colpevole, scrive Döblin, “di pretendere da essa più che il pane quotidiano”. 
Pensandoci, non è forse ciò che chiediamo tutti alla vita?

Ora spazio all’autore con l’incipt del romanzo.

Fermo davanti alla porta della prigione di Tegel, era libero. Ancora ieri insieme agli altri aveva raccolto patate nei campi dietro il penitenziario, vestito da forzato, ora se ne andava attorno con un soprabito giallo, leggero, gli altri stavano ancora dietro a raccogliere le patate, lui era libero. Lasciava i tram passargli dinanzi uno dopo l’altro e lui teneva poggiata la schiena alla parete rossa e non si muoveva. Il custode gli passò dinanzi un paio di volte e gli mostrò il suo tram; ma lui non si muoveva. Il momento terribile era venuto (terribile, Franz, perché terribile?). I quattro anni erano passati. I ferrei battenti neri della porta, che da un anno egli aveva osservato con crescente avversione (avversione, perché avversione?) s’erano chiusi dietro a lui. L’avevano messo fuori.

La giustizia del Mandarino

Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie
Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie

Uno scenario esotico, lontano e sconosciuto presentato con elegante semplicità e con un’immediatezza talmente felice da sfiorare la familiarità; un intreccio robusto, pieno di sorprese e vicoli ciechi, che non patisce mai cali di tensione; e infine un terzetto di caratteri davvero indovinati, costruiti con grande intelligenza letteraria (e un pizzico di furbizia). Grazie a questa “ricetta”, le sorelle Tran-Nhut – Kim e Thran Vat, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia – cui va riconosciuta una notevole abilità narrativa e una non comune capacità di suggestione, hanno dato vita a una serie di mystery storici diventati, oltralpe, un caso editoriale di successo. Puntuali e rigorosi quanto a ricostruzione d’ambiente (l’azione si svolge nel Vietnam del XVII secolo), i romanzi delle sorelle Tran-Nhut rispettano fin nei minimi dettagli lo schema del giallo classico – uno o più delitti, un buon numero di sospetti, pochi indizi da cui partire, un gran lavoro di investigazione da fare per giungere, dopo innumerevoli colpi di scena, al disvelamento della verità – al punto da sembrare più un affettuoso omaggio a un genere che conta innumerevoli padri nobili che un contributo forte di una propria originalità. Il rispettoso ossequio alla tradizione, tuttavia, lungi dall’essere un punto debole, ha il pregio di rassicurare il lettore (l’appassionato in primis), che ritrova le atmosfere amate e può così abbandonarsi completamente all’intrigante articolazione della trama. E fare la conoscenza con il protagonista della storia, il Mandarino Tan, giovane e impavido governatore provinciale con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, impegnato a risolvere misteri e fatti di sangue in compagnia dell’amico fraterno Dihn, raffinato uomo di lettere, e del dottor Porco, “scienziato” volgare d’aspetto e di modi ma esperto come nessun altro di medicamenti, erbe, pozioni e veleni.

Tan, Dihn e il dottor Porco sono piacevolissimi compagni d’avventura; la storia che meglio li valorizza è il primo romanzo della serie loro dedicata, La polvere nera di Maestro Hu (un gran bel titolo, sia detto per inciso). Eccovi l’incipt, buona lettura.

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca. Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell’immensa Baia del Drago. 

A precipizio verso la fine

 

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi

Cormac McCarthy è uno degli autori più importanti dell’intera storia della letteratura. Come la terra di cui racconta – quella selvaggia, primitiva, arida e ostinata che si stende fra Texas e Messico in vallate che paiono infinite e allo sguardo offre l’abbacinante nudità del deserto e l’ergersi orgoglioso e solitario di contrafforti e picchi rocciosi – la sua scrittura vive nella circolarità perfetta e infinita del tempo che scandisce l’alternarsi delle stagioni. È il battito del cuore della natura, la sua armonia, la sua bellezza; è il miracolo dell’indicibile che si muta in parola. La produzione di McCarthy è una teoria di capolavori, a partire dai romanzi che compongono la Trilogia della frontiera (in special modo il primo di essi, Cavalli selvaggi) fino al violentissimo e primordiale Meridiano di sangue. Ogni suo libro esercita un’irresistibile forza d’attrazione. Scegliere di leggere Cormac McCarthy equivale a scoprire un mondo. Una riflessione a parte, tuttavia, quantomeno per l’insolita struttura del romanzo, merita Non è un paese per vecchi, tragico canto del cigno di un’età dell’uomo che a grandi passi si avvia verso l’estinzione. Costruito come una sceneggiatura densa di colpi di scena (non a caso i fratelli Coen ne hanno tratto un film; a mio avviso semplificando colpevolmente e nella sostanza tradendo il senso del lavoro di McCarthy, ma è solo un parere personale, che molti di voi probabilmente non condivideranno), Non è un paese per vecchi è in realtà la dolente presa di coscienza dell’insanabile frattura che separa il tempo in cui l’umanità ha avuto la forza, morale prima ancora che materiale, di dar vita all’organismo sociale all’interno del quale è potuta crescere, da quello (odierno) nel quale la creatura, sfuggita al controllo del suo creatore, ha cominciato a divorare se stessa.

Spettatore di questo disfacimento, di questa Apocalisse tanto più terrificante perché di fattura esclusivamente umana, è l’anziano sceriffo Ed Tom Bell, alle prese con una realtà che sembra averlo espulso da sé (lui, con il suo educato rispetto verso gli altri, l’amore semplice per la moglie, l’ingenua dedizione al lavoro, la limpida coscienza del bene e del male e del confine che divide l’uno dall’altro) come un corpo espelle una sostanza estranea, e che da ogni parte gli urla addosso il linguaggio incomprensibile della violenza, dell’odio feroce, della volontà di dominio, della supremazia della brutalità. Lo sceriffo Bell è l’incarnazione della coscienza dell’uomo moderno (di quel che ne resta), la cui voce si fa ogni giorno più flebile.
Ora McCarthy. L’incipit del romanzo. La prima, indimenticabile riflessione dello sceriffo Bell. Buona lettura.
Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava per niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. MI disse che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all’inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona.

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.