La giustizia del Mandarino

Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie
Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie

Uno scenario esotico, lontano e sconosciuto presentato con elegante semplicità e con un’immediatezza talmente felice da sfiorare la familiarità; un intreccio robusto, pieno di sorprese e vicoli ciechi, che non patisce mai cali di tensione; e infine un terzetto di caratteri davvero indovinati, costruiti con grande intelligenza letteraria (e un pizzico di furbizia). Grazie a questa “ricetta”, le sorelle Tran-Nhut – Kim e Thran Vat, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia – cui va riconosciuta una notevole abilità narrativa e una non comune capacità di suggestione, hanno dato vita a una serie di mystery storici diventati, oltralpe, un caso editoriale di successo. Puntuali e rigorosi quanto a ricostruzione d’ambiente (l’azione si svolge nel Vietnam del XVII secolo), i romanzi delle sorelle Tran-Nhut rispettano fin nei minimi dettagli lo schema del giallo classico – uno o più delitti, un buon numero di sospetti, pochi indizi da cui partire, un gran lavoro di investigazione da fare per giungere, dopo innumerevoli colpi di scena, al disvelamento della verità – al punto da sembrare più un affettuoso omaggio a un genere che conta innumerevoli padri nobili che un contributo forte di una propria originalità. Il rispettoso ossequio alla tradizione, tuttavia, lungi dall’essere un punto debole, ha il pregio di rassicurare il lettore (l’appassionato in primis), che ritrova le atmosfere amate e può così abbandonarsi completamente all’intrigante articolazione della trama. E fare la conoscenza con il protagonista della storia, il Mandarino Tan, giovane e impavido governatore provinciale con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, impegnato a risolvere misteri e fatti di sangue in compagnia dell’amico fraterno Dihn, raffinato uomo di lettere, e del dottor Porco, “scienziato” volgare d’aspetto e di modi ma esperto come nessun altro di medicamenti, erbe, pozioni e veleni.

Tan, Dihn e il dottor Porco sono piacevolissimi compagni d’avventura; la storia che meglio li valorizza è il primo romanzo della serie loro dedicata, La polvere nera di Maestro Hu (un gran bel titolo, sia detto per inciso). Eccovi l’incipt, buona lettura.

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca. Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell’immensa Baia del Drago. 

A precipizio verso la fine

 

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi

Cormac McCarthy è uno degli autori più importanti dell’intera storia della letteratura. Come la terra di cui racconta – quella selvaggia, primitiva, arida e ostinata che si stende fra Texas e Messico in vallate che paiono infinite e allo sguardo offre l’abbacinante nudità del deserto e l’ergersi orgoglioso e solitario di contrafforti e picchi rocciosi – la sua scrittura vive nella circolarità perfetta e infinita del tempo che scandisce l’alternarsi delle stagioni. È il battito del cuore della natura, la sua armonia, la sua bellezza; è il miracolo dell’indicibile che si muta in parola. La produzione di McCarthy è una teoria di capolavori, a partire dai romanzi che compongono la Trilogia della frontiera (in special modo il primo di essi, Cavalli selvaggi) fino al violentissimo e primordiale Meridiano di sangue. Ogni suo libro esercita un’irresistibile forza d’attrazione. Scegliere di leggere Cormac McCarthy equivale a scoprire un mondo. Una riflessione a parte, tuttavia, quantomeno per l’insolita struttura del romanzo, merita Non è un paese per vecchi, tragico canto del cigno di un’età dell’uomo che a grandi passi si avvia verso l’estinzione. Costruito come una sceneggiatura densa di colpi di scena (non a caso i fratelli Coen ne hanno tratto un film; a mio avviso semplificando colpevolmente e nella sostanza tradendo il senso del lavoro di McCarthy, ma è solo un parere personale, che molti di voi probabilmente non condivideranno), Non è un paese per vecchi è in realtà la dolente presa di coscienza dell’insanabile frattura che separa il tempo in cui l’umanità ha avuto la forza, morale prima ancora che materiale, di dar vita all’organismo sociale all’interno del quale è potuta crescere, da quello (odierno) nel quale la creatura, sfuggita al controllo del suo creatore, ha cominciato a divorare se stessa.

Spettatore di questo disfacimento, di questa Apocalisse tanto più terrificante perché di fattura esclusivamente umana, è l’anziano sceriffo Ed Tom Bell, alle prese con una realtà che sembra averlo espulso da sé (lui, con il suo educato rispetto verso gli altri, l’amore semplice per la moglie, l’ingenua dedizione al lavoro, la limpida coscienza del bene e del male e del confine che divide l’uno dall’altro) come un corpo espelle una sostanza estranea, e che da ogni parte gli urla addosso il linguaggio incomprensibile della violenza, dell’odio feroce, della volontà di dominio, della supremazia della brutalità. Lo sceriffo Bell è l’incarnazione della coscienza dell’uomo moderno (di quel che ne resta), la cui voce si fa ogni giorno più flebile.
Ora McCarthy. L’incipit del romanzo. La prima, indimenticabile riflessione dello sceriffo Bell. Buona lettura.
Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava per niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. MI disse che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all’inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona.

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.

Per non dimenticare l’uomo

 

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi
José Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi

La consapevolezza del mondo, delle tenebre in cui sta per precipitare, l’impotente coscienza di ciò che è prossimo ad accadere. È il 1935 e l’Europa si prepara ad affrontare le derive dittatoriali spagnole, portoghesi, tedesche e italiane e a sprofondare nell’incubo del secondo conflitto mondiale. Spettatore di questo naufragio è il medico e poeta Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa che nel romanzo di José Saramago L’anno della morte di Ricardo Reisdiventa un personaggio in carne e ossa. La sua vita, che il grande romanziere portoghese, Nobel per la letteratura nel 1998, ricostruisce nei dettagli, è una lunga strada verso la consapevolezza, è un progressivo risveglio, una suggestiva, potentissima, metafora politica. Saramago, comunista militante, disegna un preciso orizzonte etico (quello che ha sempre caratterizzato il suo impegno di uomo e di scrittore) e mette Reis di fronte alla sua progressiva disgregazione, costringendolo a riconsiderare le proprie certezze, a mettere in dubbio quel che sa o crede di sapere.

La violenza, l’intolleranza, l’esasperata militarizzazione, l’elogio appassionato delle virtù guerriere, unico possibile contraltare alle “perniciose debolezze” del pensiero, della comprensione e della fratellanza; il nazionalismo feroce, l’implacabile persecuzione degli oppositori, la menzognera retorica dell’informazione, satura di stucchevole trionfalismo; come in un folle sogno, l’avanzare inarrestabile della tirannide nel cuore del vecchio continente travolge Reis, che, giorno dopo giorno, attraverso nuove conoscenze (su tutte, Lídia, cameriera nell’albergo in cui lui alloggia) e nuove esperienze (i colloqui con il fantasma di Pessoa) finisce per comprendere come solo un radicale umanesimo possa salvare le persone, i carnefici come le vittime.
Quell’umanesimo che è principio ispiratore del comunismo abbracciato e rivendicato da Saramago, e che si risolve nella tenacia silenziosa della pietà, della condivisione, della solidarietà, dell’empatia, del dolore, accettato come destino comune e per questo combattuto come tragedia di ogni singolo uomo.
Scrittore coltissimo e dotato di profonda sensibilità, Saramago costruisce un romanzo ricco di sfumature, intenso, narrativamente splendido e di commovente attualità. Se non l’avete ancora fatto, leggetelo.
Ora eccovi l’incipit. L’arrivo di Ricardo Reis a Lisbona a bordo di un piroscafo partito da Rio de Janeiro.
Qui il mare finisce e la terra comincia. Piove sulla città pallida, le acque del fiume scorrono limacciose di fango, la piena raggiunge gli argini. Una nave scura risale il flusso tetro, è la Highland Brigade che va ad attraccare al molo di Alcantara. Il vapore è inglese, delle Regie Linee, lo usano per attraversare l’Atlantico, fra Londra e Buenos Aires, come una spola sulle vie di mare, di qua, di là, facendo scalo sempre negli stessi porti, La Plata, Montevideo, Santos, Rio de Janeiro, Pernambuco, Las Palmas, in quest’ordine o nell’inverso, e se non naufragherà nel viaggio, ancora toccherà Vigo e Boulogne-su-Mer, infine entrerà nel Tamigi come ora sta entrando nel Tago, e non ci si chieda quale dei due fiumi sia il maggiore, quale il villaggio […]. Scendono i primi passeggeri. Spalle curve sotto la pioggia monotona, portano borse e valigette, e hanno l’aria sperduta di chi ha vissuto il viaggio come un sogno di immagini fluide, tra mare e cielo, la prua come un metronomo che sale e scende, l’altalena dell’onda, l’orizzonte ipnotico. Qualcuno porta in braccio un bambino che, dal silenzio, dev’essere portoghese, non gli è venuto in mente di chiedere dov’è, oppure glielo hanno detto prima, quando, perché si addormentasse in fretta nella cuccetta soffocante, gli hanno promesso una città bella e un vivere felice, un’altra favola, che a questi non sono andate bene le fatiche dell’emigrazione. E una donna anziana, che si impunta nell’aprire un ombrello, fa cadere la scatola di cartone verde che porta sottobraccio, a forma di baule, e contro le pietre del molo il cofanetto si è rotto, aperto il coperchio, saltato via il fondo, non conteneva nulla di valore, solo cose care, nastrini di stoffa colorata, lettere, fotografie che son volate via, perline che erano di vetro e si son spaccate, gomitoli bianchi ora macchiati, uno è sparito fra il molo e la fiancata della nave, è una passeggera di terza classe.

L’Europa dilaniata dalla realtà e dal sogno

 

William T. Vollmann, Europe Central, Mondadori
William T. Vollmann, Europe Central, Mondadori

Storia e invenzione. La puntuale, dettagliata ricostruzione del passato che scolora nello sconfinato orizzonte della fantasia e di nuovo riemerge, in forma di cronaca, o di testimonianza. Il Novecento che William T. Vollmann, uno dei massimi autori americani contemporanei, disegna in Europe Central (vincitore del National Book Award nel 2005) è un delirante viaggio tra nazismo e comunismo, un tragico e grottesco peregrinare lungo il filo rosso che lega due tra le più feroci dittature della storia. Simboli (e vittime) delle tenebre novecentesche hitlerian-staliniane, sono i singoli, le persone; non la gente comune, morta a milioni, durante il secondo conflitto mondiale, nei più diversi fronti di guerra o lasciata ad attendere la fine nelle case sventrate dai bombardamenti e lungo le strade devastate dai colpi di mortaio e raggelate dai colpi precisissimi dei cecchini; non loro, ma figure in qualche misura eminenti, protagoniste di quegli anni. Uomini come il generale sovietico Vlasov, come il geniale compositore Sostakovic, come il tenente generale (poi feldmaresciallo, nella devastazione senza speranza di Stalingrado) Friedrich Paulus. Vollmann ne racconta carattere e gesta intrecciando con un virtuosismo di vertiginosa intensità e bellezza resoconti d’archivio e arabeschi di personale inventiva, modellando l’informe materia dell’irrealtà secondo infinite sfumature di significato e oscillando di continuo tra la concretezza, appena sfiorata, di quel che sarebbe potuto accadere, e l’onnipotente deriva del sogno, nella cui dimensione tutto diventa possibile. Così, pagina dopo pagina, Europe Central è romanzo storico e il suo contrario; è opera di fantasia e il suo opposto; è saggio letterario (musicale addirittura, nelle lunghe analisi dedicate al lavoro di Sostakovic) e bizzarria d’autore. Non perdetelo.

Eccovi l’inizio di un capitolo dedicato a Vlasov e di uno che racconta di Paulus. Buona lettura.
Fino al luglio 1942, il generale A.A. Vlasov, comandante della II Armata d’assalto del Fronte del Volchov, fu uno di quegli uomini di marmo sovietici eroicamente impeccabili, con una stella luccicante al centro della fronte, come i simboli di casta delle donne indiane (perché i cecchini tedeschi non la presero di mira?), e tra le mani bianche, la scintillante pistola nera, puntata con gran disinvoltura. Così li ritraggono le vecchie fotografie, con tutti i punti luce sbiancati fino alla più vacua purezza. Ora, però, Vlasov non può più essere annoverato tra questi. Né è ritenuto meritevole di menzione dalla Grande Enciclopedia Sovietica. C’è, invece, una voce rabbiosa sugli “Uomini di Vlasov”. È quel che gli spetta, perché il crimine da lui commesso fu di natura collettiva: organizzò un esercito di traditori per combattere contro la Madrepatria.
Prima Beethoven al grammofono, poi lo schieramento in battaglia della VI Armata; prima un bacio sulla nivea guancia di Coca, poi un colloquio con von Reichenau; prima la Polonia, poi la Francia; prima la Russia, poi tutto il resto. Secondo l’encomio postbellico rivoltogli dal collega Guderian, “era il migliore esempio di brillantissimo ufficiale di stato maggiore quanto a intelligenza, scrupolosità, dedizione al lavoro, originalità e talento, ed è impossibile dubitare della purezza e della nobiltà del suo patriottismo”. La guerra con la Russia sarebbe durata sei settimane. Prima l’estate, poi l’inverno. Il telefono squillò di nuovo. Prima l’Operazione Incantesimo del fuoco, poi i Casi Otto, Verde, Bianco e Giallo, il fumo nero della giustizia storica che si leva a colonne dai villaggi colpiti dai mortai, facce tedesche che ridono dietro le inferriate a rombi di un castello polacco; prima l’Operazione Leone marino, accantonata per la superiorità del nemico, poi l’Operazione Marita, completata e coronata dall’Operazione Mercurio, e infine il foglio fatto di oscurità segnato in tutta la sua ampiezza da una corposa X bianca.

Cascarci sempre

Recensione de “Il circolo Pickwick” di Charles Dickens

A differenza di quanto comunemente si crede, Dickens non è uno scrittore per ragazzi; i suoi romanzi non sono ingenui, né l’universo morale che costruisce può dirsi semplice, o peggio scontato. Spesso nelle sue pagine è l’oscurità a serpeggiare, la tenebra dei peggiori sentimenti umani a palpitare, e il controcanto lieve, spensierato, che l’autore affida all’agire di alcuni personaggi o alla descrizione di determinati momenti altro non rappresenta se non la complessità, la varietà della vita, inestricabile groviglio di tragedia e commedia.
La maestria nell’utilizzo del bagaglio narrativo comico-brillante permette a Dickens di mascherare la forza d’urto dei suoi lavori; in qualche modo lo rende uno scrittore “adatto a tutte le età” ma nello stesso tempo ne cela la profondità, la ricchezza, l’inquietante splendore.
Eppure il “tesoro” Charles Dickens è lì, in piena vista. Riluce nelle storie narrate e soprattutto nell’intaglio dei personaggi, archetipi immortali dei più diversi tipi umani. Avvocati, filantropi, imbroglioni, usurai, aristocratici rigidi e impettiti, popolani tanto schietti da apparir brutali… nel teatro delle meraviglie dickensiano sembra esserci spazio per tutti.
In questa infinita galleria di ritratti, spicca il signor Samuel Pickwick, protagonista, assieme a un gran numero di altri caratteri, di un lungo e divertentissimo romanzo, Il Circolo Pickwick, forse la più allegra e vivace delle sue opere.
Ingenuo e puro al pari di un bambino, Pickwick, e con lui gli amici più cari, membri del circolo che porta il suo nome, vive ogni sorta di avventure; il mondo tende senza sosta i suoi tranelli a Pickwick, a ogni angolo di strada gli prepara una beffa, un’offesa, un danno, e sembra sempre sul punto di annientarlo, ma a dispetto di ogni avversità Pickwick resiste; con una spontaneità, una dolcezza e un’autenticità uniche nella storia della letteratura, Samuel sorride e tende la mano al suo torturatore, mormora garbate parole di gratitudine e si rimette in cammino.
Samuel Pickwick è l’amico che tutti vorremmo avere. Probabilmente è la persona che tutti vorremmo essere. Almeno un po’.
Nell’edizione Grandi Classici Mondadori, Il Circolo Pickwick è arricchito da un saggio introduttivo di G.K. Chesterton. Riporto qui la conclusione del suo scritto; non penso si possa presentare meglio di così l’illustrissimo signor Pickwick. Buona lettura.

A colui che è abbastanza savio da poter essere beffato non mancheranno mai le occasioni di correre avventure e di averne grande gioia. Sarà felice dentro alle trappole che altri gli avranno teso, cadrà nelle reti degli inganni e vi dormirà tranquillamente. Davanti a colui che è pervaso da una dolcezza più disarmante del semplice coraggio, tutte le porte si spalancheranno. E tutto questo è detto senza possibilità di equivoco in una breve e felice frase: cascarci sempre. Cadere in tutte le trappole vuol dire vedere l’interno di ogni cosa. Vuol dire godere l’ospitalità delle circostanze. Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico invece rimane chiuso fuori. 

Oltre i confini dell’irrazionale

Contro il giorno di Thomas Pynchon, un vorticoso giro di giostra scientifico-matematico attorno a cui ruota un intero universo di irresistibili follie, ha un modello letterario. Si tratta di La stella di Ratner, romanzo che Don DeLillo – il solo scrittore, pare, che Pynchon si degni di frequentare – ha pubblicato nel 1976. Ne La stella di Ratner si racconta l’esperienza vissuta dal più giovane premio Nobel del mondo, il quattordicenne Billy Twillig, geniale mente matematica. Billy deve decifrare un messaggio di probabile origine aliena, un segnale proveniente dalla stella di Ratner che nessun scienziato è ancora riuscito a decodificare. Così, viene prelevato da casa e condotto in un centro di ricerca segretissimo, dove lavorano le migliori menti del pianeta.
Ed è a questo punto che la realtà e l’ordine e la razionalità trasfigurano nei rispettivi opposti. Il centro, infatti, sembra abbandonato a se stesso, privo di guida; tutti coloro che lo frequentano, e che Billy poco alla volta conosce, o sono impegnati in ricerche prive di senso, oppure millantano (o sembrano millantare) le proprie conoscenze.
Ironico fino alla beffa, DeLillo smonta pezzo dopo pezzo la rassicurante perfezione del linguaggio matematico calandolo nell’assurdo, un assurdo che i numeri condividono con coloro che li utilizzano.
Billy, il più giovane di tutti, il più piccolo, colui che per definizione dovrebbe essere ancora immaturo, è il solo che sembra immune al contagio dell’irrazionalità, della pazzia, della stupidità.
La stella di Ratner è un romanzo esaltante, che diverte, conquista ed entusiasma fin quasi all’ultima pagina. L’affanno in cui DeLillo cade nell’ultimo tratto del libro è poco più di un peccato veniale, che nulla toglie alla grandezza dell’opera.
Eccovi uno dei primi incontri di Billy nel centro di ricerca. Il primo a parlare è uno scienziato, la domanda fulminante è di Billy. Poi una gara di conoscenze tra Billy e un altro matematico – naturalmente pretesa dall’altro – per stabilire il migliore tra i due. Spero che queste righe vi facciano venir voglia di scoprire tutto il resto.
–       Il problema è proprio questo. Non sappiamo che cosa significhi la trasmissione. Il Cervello spaziale ha stampato centinaia di interpretazioni senza giungere a nulla che si possa dire definitivo. Ugualmente hanno fallito decine di uomini e donne. Radioastronomi, esobiologi, matematici, fisici, criptoanalisti, paleografi, linguisti, linguisti computazionali, cosmolinguisti […]. Lei è la nostra ultima speranza, a quanto pare. Quando l’Esperimento sul campo numero uno è divenuto un’entità funzionante, mai, nemmeno nei nostri sogni più sfrenati avremmo pensato di essere tanto fortunati da ricevere così presto segnali provenienti da una superciviltà, e poi tanto sfortunati da essere incapaci di decifrarli. Siamo certi che si tratti di un qualche codice matematico. Probabilmente un codice numerico. La matematica è l’unico linguaggio che potremmo immaginare di avere in comune con altre forme di vita intelligenti nell’universo. A quanto mi pare di capire, non esiste realtà più indipendente dalle nostre percezioni e più fedele a se stessa della realtà matematica.
–       Scusi, ha scorreggiato?
–       È una questione seria – disse Schwarz. – Si sforzi di prestare attenzione.
–       Siamo in uno stanzino minuscolo dove non soffia un filo d’aria.
–       Questo potrebbe essere il giorno più importante della sua vita.
–       Abbia pietà.
–       Tre domande io, tre domante lei – disse Nut. – In caso di parità, un osservatore neutrale ne farà altre tre. Si vince con due serie su tre. Non risponda troppo rapidamente. Ci sono stratificazioni di significato.
–       Sono pronto.
–       Domanda numero uno. Un’equazione di grado n quante soluzioni può avere?
–       Può avere n soluzioni.
–       Non abbia fretta di dare la risposta giusta. Possono derivarne tragici errori.
–       È abbastanza ovvio. La risposta è n.
–       Domanda numero due. Ricordi: stratificazioni di significato. Utilizzando non più di due parole, come definirebbe una geometria che non sia euclidea?
–       Non euclidea
–       Domanda numero tre, Sta rispondendo troppo in fretta. Di quante dimensioni parlo quando dico «parecchie dimensioni»?
–       Di un gran numero di dimensioni, la cui quantità esatta non è però specificata.
–  La sintassi conta.

 

Nel cono d’ombra del mondo

Albert Corde è un docente universitario. È americano. L’insegnamento per lui è un tentativo, una prova, una scommessa; è un codice attraverso il quale provare a comprendere il mondo, o meglio tutto ciò che ne mina l’ordine, il senso. 
Dolore, violenza, ingiustizia, odio; il caos è in grado di manifestarsi sotto molti aspetti, e Corde, impotente di fronte alle devastazioni che produce, può soltanto cercare di capirlo, di arginarlo con lo studio, la conoscenza.
Il caos, nella sua forma suprema e terribile, è morte, e il professor Albert Corde si trova ad affrontare questa terrificante esperienza a migliaia di chilometri da casa, nella Romania comunista, al capezzale della madre di sua moglie, alto dirigente del Partito ed ex ministro, da tempo caduta in disgrazia.
In uno scenario ostile e di povertà diffusa, Corde combatte con coraggio, ma senza nessuna speranza di vittoria, la propria battaglia contro il disordine del mondo, interrogandosi senza sosta sulle sue origini, sui suoi perché, e senza sosta cercando risposte.
Raccontando del suo eroismo debole e muto, Saul Bellow, uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura (Nobel nel 1976), si fa testimone di un umanesimo radicale, in qualche misura addirittura salvifico.
Perché l’ostinato tentativo di penetrare l’enigma di una realtà che pare costruita apposta per espellere da sé l’uomo invece di accoglierlo è forse il solo modo possibile di vivere.
Il dicembre del professor Corde è uno dei molti capolavori prodotti da Saul Bellow, e un buon modo per avvicinarsi a lui se ancora non lo si conosce.
Eccovi due estratti del romanzo; una descrizione di Bucarest e un infortunio accademico (denso di implicazioni) di Corde.
La luce, come ovunque a Bucarest, era insufficiente. Scarseggiava la corrente in Romania: non era piovuto, pare, a sufficienza e i bacini idroelettrici non contenevano abbastanza acqua. Giusto: dar la colpa alla natura. A dicembre imbruniva verso le tre del pomeriggio. Alle quattro il tenebrore era bell’e disceso lungo gl’intonaci dei vecchi muri, avvolgeva il grigiume dei caseggiati proletari, radeva già i selciati e, di qui, risaliva più fitto e isolava i lampioni. Questi erano d’un debole giallino, nell’impuro malinconico inverno. Tristezza dell’aria: così Corde la chiamava. Nella fase finale del crepuscolo, un bruno sedimento sembrava avvolgere quei lampioni. Seguiva un livido momento mortuario. Poi la notte cominciava. “La notte è difficile qui” pensò Albert Corde.
Fu a questo punto che Corde, infervorato, e senza prevedere come il pubblico l’avrebbe presa, cominciò a parlare, nel suo reportage, di “popolazioni superflue”, “depennati”, “gente condannata”. La cosa non andò giù. Si possono prendere in prestito dei termini dalla sociologia, da Durkheim o Marx, si può parlare di anomia o di lumpen-proletariato, della sottoclasse negra, di contadini economicamente in sovrappiù, del Terzo Mondo, degli effetti dell’oppio sulle masse cinesi nell’Ottocento… purché tutto resti sul piano della teoria: allora va giù bene. Si può discutere di politica assistenziale, di assistenza medica e sociale, di burocrazia, senza sollevare obiezioni. Ma quando Corde cominciò a dichiarare che, nel mostruoso ambiente di città semidemolite, la scelta che veniva offerta era fra una morte lenta e una morte rapida, fra la distruzione violenta e l’inesorabile logorio, molti lettori presero cappello. Qualcosa andò storto.

Una donna di nome Edith

Recensione di “L’età dell’innocenza” di Edith Wharton

Edith Wharton, L'eta dell'innocenza, Corbaccio
Edith Wharton, L’eta dell’innocenza, Corbaccio

Quel che colpisce maggiormente, in Edith Wharton, è la piena sincerità della scrittura. Nei suoi romanzi, infatti, l’autrice presenta se stessa e le sue convinzioni senza mascheramenti, senza paure. Prima di ogni altra cosa, le sue pagine sono coraggiose, nobili. Ne L’età dell’innocenza, una delle sue opere più famose, l’autrice narra l’amore intensissimo e “impossibile” tra Ellen Olenska e Newland Archer – ostaggi delle rigide e spesso ipocrite convenzioni dell’alta società newyorkese di fine Ottocento di cui fanno parte – e nel farlo si scaglia, colma di sdegno e rabbia, proprio contro quelle regole, e contro la soffocante organizzazione sociale che ne deriva.

Le eroine del romanzo, Ellen e May (la fidanzata “ufficiale” di Newland), opposte per carattere, non certo per coraggio e tenacia, incarnano gli estremi del mondo dorato nel quale si muovono i personaggi dell’opera (e da cui la stessa Wharton proviene); da una parte una donna bellissima, il cui carattere fiero e alieno dai compromessi suscita sospetto, quando non aperta riprovazione e scandalo; dall’altra una giovane altrettanto affascinante, perfettamente inserita nel proprio contesto, ammirata da tutti, pronta a lottare con ogni mezzo per difendere, assieme alla propria rispettabilità, il suo amore, attratto (e spaventato) dallo splendore di Ellen, ma ancor più dal suo insopprimibile desiderio di libertà e dalla volontà di assecondarlo, di favorirlo. In mezzo a loro, il giovane Newland Archer, a tal punto schiavo del proprio luminoso avvenire da non reggere la vertigine di una possibile nuova vita con Ellen.

Raffinato, appassionato, lacerante, L’età dell’innocenza è un’autentica meraviglia letteraria. Non mancate di leggerlo.
P.S. Da questo romanzo Martin Scorsese ha tratto uno dei suoi film più belli. Guardatelo se non l’avete già fatto, ma sempre seguendo la vecchia regola: prima il libro.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Una sera di gennaio, verso l’anno 1870, Cristina Nilsson cantava nel Faust all’Accademia musicale di New York. A quell’epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima Strada, di un nuovo Teatro dell’Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d’oro un po’ logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l’avevano cara perché, piccola e scomoda com’era, non costituiva un richiamo per la «gente nuova» che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla; i sentimentali erano attaccati all’Accademia per i suoi ricordi storici, e gli amanti della musica per la sua eccellente acustica, qualità sempre assai problematica nelle sale costruite per audizioni musicali.