Non c’è nulla di elementare in una deduzione

 

Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori
Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori

È singolare che Sherlock Holmes, l’investigatore letterario più noto in assoluto, riconosciuto modello per un gran numero di autori, che a lui si sono ispirati per dare vita ai propri eroi, debba la sua immensa fama principalmente a una caratteristica: l’originalità. Holmes, infatti, non assomiglia a nessun altro detective privato, e, quel che più conta, nessuno dei suoi moltissimi colleghi può vantare significative affinità con lui; nel tratteggiarne carattere e soprattutto personalità, insomma, il suo creatore, Arthur Conan Doyle, ha compiuto un piccolo miracolo: ha dissodato un terreno vergine e dopo averlo fatto è riuscito a mantenerlo inviolato. Chiunque, dopo Holmes, volesse somigliare a Holmes, perderebbe immediatamente la propria personalità per ridursi a nient’altro che a una sbiadita copia dell’originale.

Certo, il metodo deduttivo da lui applicato per risolvere omicidi, misteri e intrighi che Scotland Yard (e in modo particolare il pur volonteroso ispettore Lestrade) non è in grado di affrontare, è, nella sostanza, identico a quello di tanti altri investigatori – in estrema sintesi: un fatto delittuoso, una serie di indizi collegati ad esso, una loro ragionata analisi che porta all’elaborazione di ipotesi, la verifica di queste ultime, il progressivo avvicinamento alla verità e infine la soluzione del caso – ma Holmes riesce a portarlo a grado di perfezione ineguagliato. Merito della sua non comune intelligenza, dell’eccezionale capacità di osservazione, della pratica, affinata in lunghi anni di esercizio della professione, e più di tutto di un bagaglio di conoscenze tecniche costruito con rigore e protetto con ferrea disciplina. È il sapere di Sherlock Holmes, più precisamente il suo essere così particolare e funzionale ai suoi interessi, a renderlo unico, come detective e come uomo.
In Uno studio in rosso, primo dei quattro romanzi di Conan Doyle che hanno come protagonisti Holmes e il medico John H. Watson (suo coinquilino, nonché improvvisato biografo), ecco come come vengono presentate le conoscenze del detective: “La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e cosa avesse fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro XIX secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.
– Sembra sbalordito – disse Holmes, e sorrise osservando la mia espressione. – Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle.
– Per dimenticarle?
– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilia di nostra scelta. L’incauto vi immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più il loro posto, o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diviene assai difficile reperirle. Viceversa, lo studioso accorto seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Ci mette soltanto gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nell’ordine più perfetto. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura […]. Quindi, quasi tutte le cognizioni che possedeva avevano per lui una specifica utilità. Enumerai mentalmente i vari punti su cui si era dimostrato eccezionalmente informato. Arrivai al punto di prendere una matita e annotarli […]. L’elenco si presentava come segue:
 
Cognizioni di Sherlock Holmes
 
1.            Letteratura: zero
2.            Filosofia: zero
3.            Astronomia: zero
4.            Politica: scarse
5.            Botanica: variabili. Conosce a fondo caratteristiche e applicazioni della belladonna, dell’oppio e dei veleni in generale. Non sa nulla di giardinaggio e orticoltura.
6.            Geologia. Pratiche, ma limitate. Riconosce a prima vita le diverse qualità di terra. Dopo una passeggiata, mi ha mostrato delle macchie sui suoi calzoni indicando, in base al loro colore e alla loro consistenza, in quale parte di Londra aveva raccolto il fango dell’una o dell’altra macchia.
7.            Chimica: profonde.
8.            Anatomia: esatte, ma poco sistematiche.
9.            Letteratura sensazionale: illimitate. A quanto pare, conosce i particolari di tutti gli orrori perpetrati nel nostro secolo.
10.            Suona bene il violino.
11.            È abilissimo nel pugilato e nella scherma.
12.            È dotato di buone nozioni pratiche in fatto di legge inglese”.

Arthur Conan Doyle, medico di professione e scrittore dilettante, con geniale intuizione mette in bocca a Holmes la sua teoria sul funzionamento del cervello e sui meccanismi della memoria, poi si affida al suo (notevole) talento di narratore. Costruisce intrecci complessi e coinvolgenti, dà vita a caratterizzazioni felicissime (tra le altre, la signora Watson, proprietaria dei locali al 221 B di Baker Street occupati da Holmes e Watson, il già citato ispettore Lestrade, il “Napoleone del crimine” Moriarty, il grande nemico di Holmes, per molti versi il suo alter ego perverso, intelligentemente sfruttato più come presenza, come ombra, che come reale antagonista), regala emozioni e suggestioni quando descrive Londra e la campagna inglese, teatro di gran parte delle avventure del detective, e infine, dopo aver condotto il lettore fin nel cuore del mistero, lo risolve chiarendone tutti i dettagli, e così facendo utilizza i successi di Holmes a sostegno della correttezza delle sue convinzioni scientifiche. Forte delle sue conoscenze, della sua intelligenza e della sua esperienza, Holmes applica il metodo deduttivo e giunge sempre alla verità; e non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è niente di empirico nel suo modo di procedere. Una volta eliminato l’impossibile, spiega il detective al suo amico, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Questo principio fondante della deduzione è una legge della natura, al pari di quella newtoniana sulla gravitazione universale (che peraltro Holmes ignora), e come tale non può fallire. Ma questo non significa che la sua applicazione sia semplice, o peggio elementare. Non c’è nulla di elementare in quel che fa Holmes, e lui non si stanca di ripeterlo a Watson; il fatto che il mistero, qualsiasi mistero, una volta svelato sembri un insieme di fatti qualsiasi, una banalità, non deve ingannare. Sherlock Holmes spiega tutto perché lui può farlo; ha l’abilità e le conoscenze per riuscirci. Agli altri, Watson in testa, non rimane che ascoltare ammirati e, nel suo caso, documentare. A beneficio di generazioni di lettori.
Eccovi l’incipit di Uno studio in rosso. Buona lettura.
DAI RICORDI DEL DOTTOR JOHN H. WATSON
EX UFFICIALE MEDICO DELL’ESERCITO BRITANNICO
Nell’anno 1878 presi la laurea in medicina all’Università di Londra e mi trasferii a Netley per seguire un corso prescritto per i medici militari. Completai i miei studi a Netley, fui destinato al 5° Reggimento Fucilieri Northumberland. A quell’epoca, il reggimento era di stanza in India e, prima ancora che io l’avessi raggiunto, era scoppiata la guerra afgana. Sbarcato a Bombay, seppi che le truppe, avanzate attraverso i passi montani, si trovavano già in territorio nemico. Partii ugualmente per raggiungerle, con molti altri ufficiali che si trovavano nella mia stessa situazione, e riuscii ad arrivare sano e salvo a Candahar, dove trovai il mio reggimento e assunsi le mie nuove funzioni.
La campagna fruttò onori e promozioni a molti, ma a me portò soltanto guai e disavventure. Fui trasferito dalla mia brigata al Reggimento del Berkshire con il quale partecipai alla fatale battaglia di Maiwand. Là fui colpito alla spalla da un proiettile che mi fratturò l’osso sfiorando l’arteria succlavia. Sarei caduto nelle mani dei feroci Ghazi se non fosse stato per la devozione e il coraggio di Murray, il mio attendente, che mi caricò su un cavallo e riuscì a riportarmi in salvo entro le linee britanniche.
Dolorante, e indebolito per le fatiche e le privazioni, fui trasferito, con un treno ospedale carico di feriti, all’ospedale di Peshawar. Ero già in via di guarigione e avevo il permesso di passeggiare per le camerate, e persino di uscire sulla veranda a prendere un po’ di sole, quando fui colpito da un attacco di gastroenterite, la malattia sempre in agguato in quelle terre. Per mesi e mesi si disperò di salvarmi, e quando, finalmente, mi riebbi ed entrai in convalescenza ero così debole ed emaciato che i sanitari decisero di mandarmi in Inghilterra, il più presto possibile. Di conseguenza, dovetti partire con la nave Orontes, e sbarcai un mese dopo a Portsmouth, con la salute irrimediabilmente rovinata, ma col permesso del paterno governo di dedicare i nove mesi successivi al tentativo di migliorarla.

Non avevo parenti in Inghilterra, e, quindi, ero libero come l’aria… o meglio, libero quanto lo può essere un uomo che dispone di undici scellini e sei pence al giorno.

L’Oriente e l’Occidente in una miniatura

Recensione di “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

 

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi

Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, è un romanzo perfetto. Lo è dal punto di vista dell’architettura narrativa, che mescola magistralmente, armonizzandoli tra loro, generi differenti (il giallo, il racconto amoroso, quello d’avventura, l’invenzione fiabesca e la rievocazione storica), così come per quel che riguarda lo stile di scrittura, sempre equilibrato, affascinante, di incantevole bellezza formale e nello stesso tempo dotato di una capacità d’analisi, di una radicalità di pensiero e di una coerenza intellettuale di rara profondità. Scrittore dotato di sensibilità acutissima e cristallino talento, Pamuk esplora l’infinito universo delle parole con entusiastica, ardente meraviglia e consumata saggezza; ed è grazie a questo atteggiamento – proprio del filosofo come dell’amante – che il grande autore turco riesce a dare alla sua prosa una ricchezza espressiva unica, caricandola di suggestioni ed emozioni, facendola esplodere, come fuoco d’artificio, in magnifici arabeschi, e poi confinandola nello spazio essenziale eppure ricchissimo di un cuore, di un’anima, luoghi dello spirito in cui dimorano gli uomini e i loro sogni, le loro speranze, le loro paure, il loro dolore.

In questo lavoro, ambientato a Istanbul alla fine del XVI secolo, Pamuk riprende uno dei suoi temi centrali, quello del conflitto (sempre incombente) e dell’incontro (auspicabile) tra Oriente e Occidente, dell’assoluta inconciliabilità, ma anche di un’eventuale mediazione – e ancor più di una feconda contaminazione, che si ha il dovere morale di cercare, di perseguire – fra tradizione e modernità; teatro di questo scontro tra culture è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove lavorano, agli ordini dell’anziano Maestro Osman, alcuni artisti dotati di eccezionale talento. La miniatura, il disegno ricercato e preciso che impreziosisce le pagine dei libri commissionati da sovrani, khan e scià in perenne ricordo delle loro gesta e delle vittorie conseguite in battaglia, diviene, nei continui rivolgimenti e nelle lotte intestine che dilaniano l’Impero Ottomano, bottino di guerra, passa di mano in mano al pari di altri tesori, ma non ha nulla a che vedere con il resto dei trofei, per quanto splendidi e preziosi possano essere. I libri miniati, infatti, così come coloro che li creano (le cui vite finiscono per divenire una cosa sola con le opere cui si consacrano, per fondersi con esse), custodiscono e tramandano la storia dei popoli e delle nazioni, sono il modello eterno di tutto ciò che sarà; gli eserciti schierati e pronti all’assalto si fanno archetipo di ogni combattimento, proprio come la struggente storia d’amore di Cosroe e Sirin rivive, intatta, nelle passioni di ciascuno. Attraverso la miniatura (disegno immortale in quanto rappresentazione delle cose non così come le vediamo ma nel modo in cui Allah le vede), Pamuk spalanca al lettore un orizzonte da Mille e una notte, dove trovano posto racconti, aneddoti, ricordi, fantasie, la vita straordinaria di Behzat, il più grande fra i miniaturisti, e la descrizione del leggendario Libro dei Re di Scià Tahmasp.
Testimonianza di un sapere millenario, questa fittissima rete di rimandi è la cornice – come le pagine lo sono per i disegni – della trama vera e propria, che viene raccontata dando voce a tutti i protagonisti della vicenda (persone, ma anche disegni, colori, oggetti, e persino la morte e Satana). Un maestro miniaturista, soprannominato Raffinato, viene ucciso; lavorava, assieme ai suoi tre colleghi Cicogna, Oliva e Farfalla, a un libro che il Sultano in persona aveva commissionato a Zio Effendi, un esperto di pittura che aveva conosciuto la ritrattistica dei pittori veneziani e ne era rimasto affascinato e sconvolto. Il libro, una volta concluso, sarebbe stato qualcosa di rivoluzionario; inviato in dono al Doge, avrebbe mostrato tutta la potenza del Sultano e lo avrebbe fatto in modo inequivocabile per i veneziani e per tutti gli occidentali: attraverso disegni fatti all’europea, disegni che mostravano le cose, e le persone, dal punto di vista di chi guarda e non da quello eterno e immutabile di Allah. Per questa ragione Zio Effendi e Maestro Osman sono divisi da una rivalità insanabile; il primo, agli occhi del secondo, è corrotto da un’idea di pittura che è soltanto egoistica esibizione di talento, mentre Osman, per Zio Effendi, non è che un uomo stupido, incapace di vedere il destino ultimo di tutto ciò che ha vita: la morte e l’oblio. Tocca a Nero, nipote di Zio Effendi innamorato fin da bambino della bellissima Seküre, la figlia dell’uomo, scoprire l’identità dell’assassino e portare a termine il libro, perché soltanto in questo modo avrà la possibilità di coronare il proprio sogno più grande e sposare Seküre. Ma la via verso la verità è tanto tortuosa quanto pericolosa.
Il mio nome è rosso è un capolavoro letterario, un libro densissimo di storia, di invenzioni, di fantasia e di verità. È un autentico tesoro, al pari dei testi di cui parla e che restituisce alla curiosità ammirata del lettore.
Eccovi uno dei momenti più intensi del romanzo, parte del colloquio tra Zio Effendi (che racconta in prima persona) e l’assassino. Buona lettura
«Quando il libro sarà terminato, coloro che vedranno i disegni comprenderanno il mio talento? – chiese con la disinvoltura delle nostre vecchie abitudini di lavoro».
«Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano prenderà in mano e darà un’occhiata a questo libro, certo, prima controllerà, con la coda dell’occhio, se l’oro è stato usato correttamente, contemplerà il suo ritratto come se leggesse la dettagliata descrizione di un individuo, non ammirerà il nostro meraviglioso disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci farà un gran favore se vorrà perdere del tempo a guardare le meraviglie che disegniamo, ispirati dall’Oriente e dall’Occidente, con tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai che, se non accade un miracolo, non chiederà assolutamente chi abbia fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest’uomo e chi di questo cavallo e chiuderà a chiave il libro nel suo Tesoro. Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a disegnare, pensando sempre che un giorno avverrà quel miracolo. Rimanemmo un po’ in paziente silenzio».
«Quando accadrà quel miracolo? – domandò -. Quando verranno veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?Quando ci concederanno l’amore che merito, che meritiamo?».
«Mai!».
«Come?».
«Non ti daranno mai quello che vuoi – risposi. – In futuro sarai sempre meno compreso».
«I libri rimangono nei secoli», disse con aria orgogliosa, ma non del tutto sicuro di sé.
«Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede, la tua sensibilità, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi. Ma i loro disegni sono più convincenti, somigliano di più alla vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro, disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe, tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre, sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto a quello che fanno, che il loro disegno tenti di imitare il mondo mi sembra un’inezia, mi offende. Ma i disegni fatti con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello che l’occhio vede, come l’occhio lo vede. Loro disegnano quello che vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che è possibile far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una cosa del genere è talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai, i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli di tutti i paesi europei. Perché una volta che vedi quei disegni, anche tu vuoi vederti così e credere di essere una creatura completamente diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarità. I nuovi metodi permettono di disegnare l’uomo non come lo vede la mente, ma come lo vede l’occhio. In futuro, un giorno tutti disegneranno così. Quando si parlerà di disegno, tutto il mondo capirà quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto che non capisce nulla di miniatura, vorrà farsi fare il ritratto per credere, guardandosi la punta del naso, di non essere uno stupido qualsiasi ma una personalità speciale e unica».
«Eh, allora faremo quei disegni», disse lo spiritoso assassino.

«Non li faremo! – dissi. – Non hai imparato dal defunto Raffinato Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero è la stessa cosa. Nessuno si interesserà ai nostri libri, ai nostri disegni. E quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente e arricciando il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno i libri. Perché la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie, pian piano elimineranno i libri. 

Dall’uomo al boia

Recensione di “In quelle tenebre” di Gitta Sereny

 

Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi
Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi

Franz Stangl è un poliziotto austriaco. È efficiente, sa cosa significa obbedire a un ordine e cosa è necessario fare per eseguirlo. È rispettoso, disciplinato, lavora con attenzione. Non ha nulla di speciale, è una persona comune, di intelligenza media, con un passato identico a quello di tanti altri, condito da gioie, dolori, sogni e delusioni. Non ci sarebbe alcuna ragione per ricordarsi di lui se non fosse che Stangl fece carriera, la fece durante gli anni del nazismo, prima occupandosi del programma di “eutanasia” – per dir meglio, di quella che il regime chiamava eutanasia, morte dolce, compassionevole – per persone con handicap, minorati psichici e malati mentali (fu Sovrintendente di Polizia dell’Istituto di Eutanasia del Castello di Harteim dal novembre del 1940 al febbraio del 1942), poi assumendo il comando del campo di sterminio di Sobibor (dal marzo al settembre del 1942) e infine di quello di Treblinka  (dal settembre 1942 all’agosto del 1943). Luoghi in cui oltre un milione di ebrei trovò la morte. Gitta Sereny, giornalista e storica britannica di origini ungheresi, incontrò Stangl nel 1971; lo intervistò nel carcere giudiziario di Düsseldorf, dove l’uomo era detenuto in attesa della sentenza d’appello contro la condanna all’ergastolo che gli era stata inflitta in primo grado. Lo incontrò più volte (70 ore di conversazione tra aprile e giugno del 1971) e raccolse i suoi pensieri, i suoi ricordi, la sua testimonianza, la sua ricostruzione dell’orrore cui prese parte e la sua spiegazione di quel che accadde. Tutto questo materiale, inizialmente pubblicato sul Daily Telegraph Magazine, divenne un intensissimo libro-intervista intitolato In quelle tenebre.

Tra le pagine di questo magistrale lavoro di inchiesta (che oltre alla voce di Stangl raccoglie anche quella di alcuni sopravvissuti) emergono dettagli contrastanti e verità contradditorie; tessere di un puzzle impossibile da completare. Stangl, che all’inizio del libro è esattamente quel che ci aspetta che sia, un prigioniero nazista che, proprio come hanno fatto tanti altri prima di lui, respinge ogni accusa, e soprattutto ogni responsabilità personale – “lui non aveva fatto nulla di male; c’erano sempre stati altri sopra di lui; lui non aveva fatto altro che obbedire agli ordini; non aveva mai fatto male a un solo essere umano. Ciò che era accaduto era una tragedia di guerra, e – purtroppo – le tragedie di guerra c’erano state dappertutto: «Guardi Katyn» disse «guardi Dresda, Hiroshima, e adesso il Vietnam» – quando racconta della sua infanzia e giovinezza è come se tornasse (avendo coscienza di farlo) a un momento nel quale, forse, era possibile salvarsi dal naufragio, dalla tragedia, dalle tenebre. Fiero della sua giovinezza consacrata agli studi professionali («a diciotto anni e mezzo diedi i miei esami e divenni il più giovane maestro-tessitore dell’Austria […]. Guadagnavo duecento scellini al mese e ne davo i quattro quinti ai miei genitori»), l’uomo che sarebbe divenuto un boia si commuove ricordando quegli anni, «l’epoca più felice della mia vita»,  poi, un passo alla volta, è come se la sua umanità lo abbandonasse, si staccasse da lui come pelle morta. Stangl, probabilmente obbedendo a un riflesso condizionato di autodifesa, narra il suo ingresso in polizia e tutto quel che ne consegue (la carriera, le promozioni che sempre più coincidono con l’organizzazione delle attività di sterminio) con una sorta di impotente fatalismo, ma neppure lui sembra credere fino in fondo a quel che dice e le domande, civili ma incalzanti, penetranti, precise di Gitta Sereny, minano alle fondamenta le sue argomentazioni.
Quel che rimane, alla fine, dopo le parole di Stangl, le terribili testimonianze dei sopravvissuti, le riflessioni dell’autrice, i suoi documentati resoconti sulla storia e le finalità dei campi di sterminio e sul loro funzionamento, è la realtà innegabile e allo stesso tempo incomprensibile dell’Olocausto; forse, ci dice Sereny, non riusciremo mai a capire fino in fondo come possa un uomo trasformarsi nel proprio contrario, rinunciare a tutto ciò che lo rende tale; nonostante ciò ci sono altre cose che sappiamo, e che non possiamo, né dobbiamo tacere. Sappiamo i nomi dei colpevoli, dei mandanti e degli assassini, e sappiamo che le responsabilità sono non soltanto di coloro che hanno materialmente agito, ma anche di coloro che tali azioni hanno permesso; di chi, pur potendo parlare, ha preferito tacere. Come la Chiesa Cattolica, allora guidata da Pio XII, sulla cui posizione l’autrice interroga Kazimierz Papée, ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede dal 14 luglio 1939 al dicembre 1958.  “Mi raccontò in dettaglio”, scrive “ i passi che egli fece nei tragici anni 1940-44 per informare la Santa Sede della situazione in Polonia; le sue numerose udienze dal Papa, e le sue continue comunicazioni, per lettera e di persona, ai tre cardinali della Segreteria di Stato del Vaticano (il Segretario di Stato cardinale Maglioni; il pro-Segretario cardinale Montini – attuale Papa Paolo VI – e il cardinale Tardini) […]. Alla fine del nostro colloquio, domandai a Kazimiers Papée se egli pensava che il Papa avrebbe potuto fare di più per fermare lo sterminio degli ebrei e dei cristiani in Polonia. «Si trovava in una posizione assai difficile», disse Monsieur Papée in tono depresso, «era circondato dai fascisti – e questa è una cosa da tener presente – aveva assai poca libertà di movimento». (Un anno dopo, da Londra, telefonai a Monsieur Papée per un’altra domanda su un punto che mi aveva turbata: «Lei crede», dissi, «che vi sia una possibilità – anche la più remota – che il Papa non abbia visto i documenti che lei mandava o consegnava alla Segreteria di Stato? È possibile che loro lo proteggessero da questa consapevolezza?». Vi fu una lunga pausa di riflessione. Poi egli rispose con lo stesso tono angosciato col quale aveva risposto ad alcune delle mie domande originarie: «Non è possibile. Il Santo Padre vedeva tutte le comunicazioni di questo genere: non sarebbe stato possibile sottrargliele»”.
Eccovi l’inizio del libro. Buona lettura.
La prima volta che incontrai Franz Stangl fu la mattina del venerdì 2 aprile 1971, in una piccola stanza che veniva normalmente usata come sala d’attesa per gli avvocati in visita nel carcere giudiziario di Düsseldorf. La sua stanza era delle stesse dimensioni delle celle della parte moderna della prigione, il blocco nel quale era detenuto Stangl. V’erano le stesse finestre con le sbarre, la stessa squallida vista sul cortile interno, e lo stesso tipo di arredamento strettamente funzionale, in pino rossiccio. Era un locale impersonale, neutro, privo di qualsiasi cosa potesse gratificare l’occhio, ma nello stesso tempo non v’era nulla che potesse distrarre né l’occhio né la mente; il posto giusto per le settanta ore così particolari che avrei passato con quest’uomo così particolare.
Quando, il 22 dicembre 1970, il tribunale di Düsseldorf aveva condannato Stangl alla prigione a vita, per complicità nell’uccisione di novecentomila persone durante il suo servizio come comandante di Treblinka, il ‘cacciatore di nazisti’ Simon Wiesenthal, che aveva avuto parte nella cattura, disse ai giornalisti che la condanna di Stangl da parte dei tedeschi era importante almeno quanto quella di Adolf Eichmann da parte degli israeliani. «Il processo Stangl» disse «costituisce per la Germania Occidentale il più importante processo penale del secolo. Se non avessi fatto altro nella mia vita che quello di catturare quest’uomo malvagio, non sarei vissuto invano».
Era difficile associare l’uomo tranquillo e cortese che il direttore della prigione mi presento quella mattina con questa definizione di Wiesenthal.

Il mistero buffo di Tullio Avoledo

Tullio Avoledo, L'elenco telefonico di Atlantide, Einaudi
Tullio Avoledo, L’elenco telefonico di Atlantide, Einaudi

L’elenco telefonico di Atlantide, romanzo d’esordio di Tullio Avoledo, è un piccolo gioiello letterario. L’intreccio, improbabile eppure condotto con attenzione e puntualità, come se si trattasse di una vicenda se non vera almeno verosimile, mescola tra loro i generi più diversi (mystery, thrilling, fantascienza e altro ancora) ed è costantemente attraversato da un’ironia pungente, vivissima, in grado di esplodere in gag fulminanti o di accompagnare con educata discrezione l’evolversi di quel che accade pagina dopo pagina, arricchendo ulteriormente uno stile di scrittura di invidiabile bellezza, dinamico e allo stesso tempo lieve; raffinato e arguto; talmente originale da essere spiazzante e, quel che più conta, irresistibilmente divertente dal principio alla fine. Questa scintillante architettura narrativa si deve all’incontro di due fattori: da una parte il cristallino talento dell’autore e dall’altra la sua intelligente capacità di non prendersi mai troppo sul serio. L’opera prima di Avoledo ha la fresca spontaneità di un gioco, nasce quasi da sé, trascinata dal puro e semplice desiderio di raccontare; è un omaggio alle passioni gemelle della lettura e della scrittura.

In più di un’occasione lo scrittore friuliano anima il suo lavoro con la materia grezza dell’autobiografia, ma riesce sempre a tenersi prudentemente lontano da qualsiasi trappola personalistica; lo fa nel tratteggiare il protagonista della vicenda, Giulio Rovedo, responsabile dell’ufficio legale di una piccola banca (la cui ragione sociale è, di per sé, un capolavoro di genialità: Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave, acronimo degno della migliore stagione dell’Unione Sovietica: CCCTP), e, con piacevolissimo vezzo d’autore, in apertura di alcuni capitoli, dove, invece delle solite, colte (e un po’ snob) citazioni tratte dai grandi nomi della letteratura mondiale (che comunque non mancano; ci sono, per esempio, François Villon, Dylan Thomas e Bertolt Brecht), mette curiosi giochi di parole – sicuramente inventati nel corso di lunghe serate trascorse con gli amici – che modificano celebri titoli di film cambiandone solo una lettera (ma è contemplata anche la possibilità, al posto della sostituzione, di toglierne o aggiungerne una); il nuovo titolo, naturalmente, deve essere giustificato da una spiegazione. Eccovi alcuni esempi, tanto azzeccati quanto spassosi: Il decimo attore della compagnia ha dato forfait (Shakespeare in nove); Schiacciato da un rullo compressore nelle ore antimeridiane (Ore 10: salma piatta); Conti separati (Sette spese per sette fratelli); Spettatori troppo disinvolti a teatro (A piedi nudi nel palco); Bibita gassata transilvanica (Dracola).
Quanto alla trama, basti dire che non risparmia colpi di scena e sorprese, che prende avvio da un condominio di una cittadina di provincia (la cui unica particolarità sembra la sua assoluta bruttezza) e arriva a sfiorare i misteri dell’antico Egitto e la leggendaria Arca dell’Alleanza. Vi sembra folle? Anche a Giulio Rovedo, almeno inizialmente, ma poi…
Lasciatevi sedurre da questo romanzo di Avoledo. Vi regalerà ore di autentico spasso. Eccovi l’inizio, una magistrale descrizione del condominio Nobile, dove tutto comincia. Buona lettura.
Il condominio Nobile è diviso in tre parti: scala A, scala B e il lungo tunnel delle cantine che unisce le due metà simmetriche: quella che si affaccia sul trafficato viale Montessori e quella relativamente più tranquilla che guarda verso il collegio Rosmini. La forma dello stabile ricorda una U con braccia molto corte, o un punto per cucitrice da ufficio. Il condominio, come la luna, ha un lato perennemente in ombra e l’altro costantemente esposto al sole. Sul retro l’edificio è chiuso dal muro grigio del collegio e non gode di luce diretta nemmeno nel giorno più lungo dell’anno. In Giappone gli appartamenti sul retro avrebbero diritto a un’indennità, per quel muro chiazzato d’umido che li danna a non vedere mai il sole. Qui si accontentano di allungare una camera verso il lato anteriore, dove però, per contrappasso, l’irradiazione solare è a livelli teratogeni. Nei loro beati e ignari anni Sessanta, i progettisti devono aver concepito l’edificio per esseri umani dotati di incredibili capacità di resistenza agli sbalzi termici. Le generazioni condominiali successive, di fibra meno eroica dei primi coloni, si sono via via attrezzate con tecnologie sempre più sofisticate e costose, dai ventilatori da tavolo a quelli industriali ai Pinguini De Longhi, fino all’ultima generazione di condizionatori a parete Toshiba e Panasonic. Tracce di esperimenti falliti marchiano la facciata del condominio; dalle pellicole scurenti applicate sui finestroni ai crateri malamente occlusi dei condizionatori, dalle tende a pacchetto in vari stadi di collasso alle prese d’aria. Di terrazza in terrazza e di piano in piano della scala B corrono infine tubi metallici superstiti, dopo un tentativo da parte di alcuni proprietari di rendere autonomo il riscaldamento (tentativo abortito dopo tre assemblee straordinarie e due diffide legali).

La sterile verità dell’ispettore Sejer

Recensione di “La ragazza del lago” di Karin Fossum


Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer
Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer

Il pregio maggiore dei romanzi gialli di Karin Fossum, celebrata autrice norvegese sfortunatamente ancora poco nota in Italia, sta nella loro singolarità; in alcune particolarità che, pur nel pieno rispetto dei canoni stilistici e narrativi del genere, evidenziano il carattere originalissimo delle sue opere. La prima di esse è la prosa, che, agile, equilibrata ed elegante, introduce il lettore alla vicenda e subito si fa da parte; lo invita, verrebbe quasi da dire che lo seduce grazie al suo aggraziato scorrere e a creazioni di superba fattura, poi è come se lo risvegliasse da un incantesimo, lasciandolo, completamente disorientato, alle prese con l’inquietudine, il sospetto, e con un mistero da risolvere. La seconda è l’eccezionale abilità di Karin Fossum a elaborare paradossi; forte dell’assoluto nitore della sua scrittura, l’autrice ne fa una tela di ragno dentro la quale avvolge ogni cosa rendendola irriconoscibile (ma attenzione; la complessità e  la contraddittorietà sono attributi della realtà; alla Fossum va il merito, non comune, di vederli e restituirli intatti).

Così, le rigorose descrizioni d’ambiente si limitano a restituire a chi cerca la verità – il lettore, così come i poliziotti incaricati delle indagini, e nel caso specifico l’ispettore Sejer, protagonista di una serie di romanzi – lo scontato panorama che appare a un primo sguardo, la superficie del reale, al di sotto del quale, tuttavia, si intuisce l’esistenza di una materia oscura che è necessario portare alla luce ma che, quasi vivesse di vita propria, lotta con ogni mezzo per rimanere nell’ombra e nel silenzio; e ugualmente, quel che si scopre attraverso la costruzione dei personaggi e la conduzione dei dialoghi è quasi sempre irrilevante, oppure un’informazione che conduce a una falsa pista, o ancora un indizio sterile.
Nel labirintico La ragazza del lago, da cui è stato tratto un ottimo film (titolo omonimo) con Toni Servillo, è lo stesso crimine a non essere ciò che sembra: la polizia, infatti, si precipita in un placido villaggio convinta di doversi occupare della scomparsa di una bambina di sei anni, ma quel che invece si ritrova ad affrontare è l’omicidio di una ragazza, abbandonata nuda sulle rive di un lago, il corpo sistemato in perfetto ordine, composto come a mimare un rassicurante abbandono al sonno. La terribile notizia raggiunge quasi immediatamente i pochi abitanti del luogo (la gran parte dei quali conosce personalmente la ragazza) e Sejer comincia la sua inchiesta parlando con ognuno di loro. L’indagine però non decolla; malgrado gli sforzi dell’ispettore e dei suoi colleghi, il lavoro della polizia produce solo dettagli contraddittori, e come se non bastasse le dichiarazioni raccolte sembrano avere un sinistro denominatore comune, sono timide, reticenti, come se tutti in quel minuscolo angolo di mondo, indipendentemente dall’assassinio, avessero qualcosa da nascondere, colpe e segreti di cui vergognarsi. E in qualche modo è esattamente così che stanno le cose, perché le tragedie narrate da Karin Fossum vestono gli abiti comuni dei giorni che compongono il vissuto di ciascuno di noi.
Lontana da qualsiasi soluzione a effetto come da freddi artifici costruiti a tavolino, la scrittrice norvegese dipinge i suoi quadri con i colori chiari della sincerità e racconta ciò che vede; non necessariamente quel che accade davvero – non è il realismo l’ingrediente fondamentale del suo lavoro, i suoi romanzi non sono cronaca, sono opere di fantasia – ma quel che potrebbe ragionevolmente accadere date certe condizioni (in questo caso un villaggio in apparenza tranquillo, un certo numero di persone con un passato non proprio limpido alle spalle, una ragazza sfortunata e uno sgambetto del destino, o il puro verificarsi di una coincidenza, di un caso). E per prima cosa il suo sguardo si fissa sull’inestricabile groviglio di luce e oscurità che abita l’anima di tutti, e che evolve in un senso oppure nell’altro obbedendo a logiche sconosciute (o più probabilmente a nessuna logica), per concentrarsi, immediatamente dopo, sulla meccanica inevitabilità di quasi tutto quel che accade.
Per dipanare il filo della narrazione non serve altro. La vita, suggerisce Fossum, non ha un principio ordinatore, e il fatto che Sejer, con acume, perseveranza e coraggio ricostruisca i fatti, individui il colpevole e porti alla luce il movente non fa che provare l’esattezza di questa tesi; nell’indagare è come se compilasse un rapporto del tutto simile a quello che stila a cose fatte; la sola differenza tra i due documenti è che la prima stesura è più complessa di quella finale, contiene tutti i passaggi, le intuizioni corrette e quelle sbagliate; è l’accidentato percorso di una dimostrazione matematica: quella che sostiene che la vita è un’equazione per la quale non ci sono soluzioni definitive, solo tentativi di arginare l’imprevedibile irrompere del caos.
Eccovi l’inizio del romanzo (traduzione di Pierina M. Marocco). Buona lettura.
Ragnhild aprì lentamente la porta e guardò fuori. Sulla strada tutto appariva tranquillo; il vento, che per tutta la notte aveva sibilato fra le case, si era finalmente placato. Si voltò e trainò la carrozzina della bambola oltre la soglia.
«Non abbiamo nemmeno fatto colazione», protestò Marthe, dando una lieve spinta alla carrozzina per facilitarne l’avvio.
«A casa mi aspettano. Dobbiamo andare a fare la spesa», rispose Raghnild.
«Vuoi che venga da te più tardi?».
«Vieni pure se ne hai voglia. Quando saremo tornati dal negozio».
Era scesa sull’acciottolato e spingeva con difficoltà la carrozzina su per la salita che conduceva al cancello. La stradina era ripida; si voltò e cominciò a trainarsi dietro la carrozzina.
«A presto, Ragnhild».
La porta si chiuse con un rumore di legno e metallo. Ragnhild ebbe qualche difficoltà al momento della chiusura del cancello, ma non osò lasciarlo accostato; il cane di Marthe sarebbe potuto scappare. Accucciato sotto il tavolo del giardino, l’animale la seguiva attentamente con gli occhi. Assicuratasi di aver chiuso per bene, si avviò in direzione dei garage. Avrebbe potuto prendere la scorciatoia tra le case, ma aveva scoperto che con la carrozzina sarebbe stato troppo complicato.
Un vicino stava richiudendo la porta del garage. Le sorrise, abbottonandosi un po’ goffamente il soprabito con una sola mano. Lo stava aspettando, con un gradevole ronzio, una grossa Volvo nera.
«Ciao, Ragnhild, sei già qui? Forse Marthe non si è ancora svegliata?».
«Questa notte ho dormito da lei», spiegò la bambina. «Per terra, sul materasso».
«Ah, adesso capisco».

Incatenati al potere dell’unico anello

 

Più che un semplice tema, quello della lotta tra Bene e Male è un modello narrativo, addirittura una sorta di archetipo, che in letteratura è stato declinato praticamente in tutti i generi, dall’avventura al giallo, dalla fantascienza al dramma, dal romanzo storico al fantasy. Ma è in quest’ultima veste che ha conosciuto la maggior diffusione e il successo più grande, forse perché tra guerrieri, elfi, nani, orchi, draghi (e le migliaia di altre creature nate dall’immaginazione degli scrittori) il conflitto è descritto per ciò che è, divampa proprio come dovrebbero farlo le guerre, con eserciti schierati l’un contro l’altro, clangore di spade ed eroico furore, senza nessun tipo di sovrastruttura, senza architetture, senza espedienti letterari (come per esempio un detective, o un poliziotto, simboli della giustizia, che danno la caccia a un assassino, incarnazione della malvagità, della violenza, di tutto ciò che ci terrorizza). Nelle opere fantasy, nel cavalleresco Medioevo che, fatte salve le pur numerosissime eccezioni creative, fa da scenario alla gran parte di esse, la battaglia si offre al lettore nella sua essenza; è limpida, inevitabile, procura fremiti d’emozione e costringe a scegliere, a schierarsi. Da una parte o dall’altra; con i buoni o con i cattivi. Senza esitazioni.
Se da un lato può sembrare eccessivo qualificare come classico un fantasy (dai più considerato, forse con un po’ troppa presunzione, un genere letterario minore, una lettura scontata, adatta a un pubblico giovane e disimpegnato), dall’altro non si può negare che alcuni lavori siano stati capaci di imporsi all’attenzione di una platea più vasta di quella dei semplici appassionati, abbiano resistito all’usura del tempo e continuino ancora oggi a esercitare un notevole fascino. Che abbiano, in una parola, proprio quelle caratteristiche che definiscono un classico (almeno in parte). E questo è senz’altro il caso de Il Signore degli Anelli, il romanzo più famoso di J.R.R. Tolkien, pubblicato nel biennio 1954-1955. Saga avventurosa di amplissimo respiro, quest’opera, la cui trama è talmente nota che non val la pena riassumerla, neppure per sommi capi – basti dire che le sorti di un intero mondo sono legate alla conquista (da parte dell’esercito del male) di un potentissimo anello, o alla sua distruzione (affidata a un manipolo di eroi) – è ben più di un’epica fiaba. È un viaggio meraviglioso, un sogno a occhi aperti di vertiginosa bellezza.
Narratore d’eccezione, Tolkien in questo capolavoro offre al lettore ogni genere di suggestione. L’incanto di luoghi splendidi e terribili (la pacifica e verdissima Contea, dove dimorano gli hobbit, creature buffe e curiose, per nulla eroiche eppure fulcro dell’intera vicenda, Gran Burrone, l’ultimo avamposto degli elfi immortali, la foresta di Lothlórien, la fiera Minas Tirith, la città degli uomini; e ancora le miniere abbandonate di Moria, un tempo gloria e vanto della civiltà dei nani, l’oscura Minas Morgul, dimora del Signore del Male Sauron, l’orgogliosa torre di Isengard, rifugio dello stregone Saruman, corrotto dalla sete di potere, l’inviolabile bastione del Fosso di Helm), la meraviglia di personaggi disegnati con un’accuratezza prossima alla perfezione (il ramingo Grampasso, segnato da un destino regale, gli hobbit Bilbo, Frodo, Sam, Merry e Pipino, le cui vite, travolte dall’anello, cambieranno per sempre, il saggio e potente Gandalf, in passato amico e allievo di Saruman, Gollum, creatura infelice e perduta, irrimediabilmente corrotta dal potere dell’anello, gli amici-rivali Gimli e Legolas, nano il primo, elfo il secondo, il guerriero Boromir, che con tutte le sue forze si oppone al tramonto dell’era degli uomini, l’ent Barbalbero, premuroso pastore di alberi, lo spirito della foresta Tom Bombadil, “Messere di bosco, acqua e collina”), e uno stile di scrittura fluido, armonioso, denso di suggestioni, che senza sosta alterna cupe atmosfere, momenti di palpitante concitazione, episodi di fragorosa allegria e minuziose descrizioni di scontri esaltanti e tragici, nei quali si consumano, insieme, i destini dei singoli e delle masse.
Leggete Il Signore degli Anelli (e se si va guardatevi, o più probabilmente riguardatevi, le ottime trasposizioni cinematografiche – tre film in tutto – dirette da Peter Jackson). È un libro che vi divertirà, vi appassionerà, e che finirete per amare. Eccovi l’incipit.
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione.
Bilbo era estremamente ricco e bizzarro e, da quando sessant’anni prima era sparito di colpo, per ritornare poi inaspettatamente, rappresentava la meraviglia della Contea. Le ricchezze portate dal viaggio erano diventate leggendarie, ed il popolo credeva, benché ormai i vecchi lo neghino, che la collina di Casa Baggins fosse piena di grotte rigurgitanti tesori. E, come se ciò non bastasse, ad attirare l’attenzione di tutti contribuiva la sua inesauribile, sorprendente vitalità. Il tempo passava lasciando poche tracce sul signor Baggins: a novant’anni era tale e quale era stato a cinquanta; a novantanove incominciarono a dire che si manteneva bene: sarebbe stato più esatto dire che era immutato. Vi erano quelli che scuotevano la testa, borbottando che aveva avuto troppo dalla vita: non sembrava giusto che qualcuno possedesse (palesemente) l’eterna giovinezza ed allo stesso tempo (per fama) ricchezze inestimabili.
«Sono cose che dovremo scontare», dicevano; «non è secondo natura, e ci porterà dei guai!».
Ma finora guai non ve ne erano stati, ed essendo il signor Baggins generoso, la gente gli perdonava facilmente le sue stranezze e la sua fortuna. Mantenne i rapporti con i parenti (eccetto naturalmente i Sackville-Baggins) e contava molti devoti ammiratori tra la gente umile e ordinaria. Ma non ebbe amici intimi fin quando alcuni suoi giovani cugini incominciarono a diventare grandi.

Il maggiore ed il preferito era Frodo Baggins. A novantanove anni Bilbo lo adottò e lo portò con sé a Casa Baggins, e tutte le speranze dei Sackville-Baggins sfumarono. Si dà il caso che tanto Bilbo quanto Frodo festeggiassero il compleanno il 22 settembre.

Un credo politico riflesso nel destino di un uomo

 

Jack London, Martin Eden, Mondadori
Jack London, Martin Eden, Mondadori

L’esaltazione del sogno e la disillusione radicale e senza appello della realtà. È tra questi inconciliabili estremi che si snoda il percorso di vita di Martin Eden, protagonista dell’omonimo romanzo di Jack London. Figura complessa e contraddittoria, questo giovane marinaio (per certi versi alter ego dello scrittore), illetterato o quasi, è a un tempo un convinto e cinico individualista e un uomo generoso e altruista, capace di sentimenti impetuosi e di grandi sacrifici; e London, battagliero autore politico, ne fa un simbolo (seppur tormentato e irrisolto) delle sue idee, del suo credo socialista. Dopo aver salvato un ragazzo di nome Arthur Morse da una rissa, Martin entra in contatto con un mondo, quello borghese, a lui completamente sconosciuto, e ne resta affascinato. All’infatuazione per l’ambiente, per le comodità e le raffinatezze che a lui sono sempre mancate – e ancor più per quella specie di aura di nobile eleganza che le persone di una determinata classe sociale sembrano naturalmente possedere – contribuisce in larga misura l’attrazione che fin dal primo incontro sente per Ruth, la sorella minore di Arthur.

È sulla spinta di questa sua passione che Martin decide di migliorare la propria condizione. Ritenendosi indegno di Ruth, non solo per la miseria materiale in cui versa ma anche per la sua ignoranza, per la quale prova vergogna, il giovane comincia a leggere e a studiare. Ma già al primo stadio della sua evoluzione – che dovrebbe condurre Martin a diventare una persona migliore di quel che è e che invece si rivelerà un tragico inganno – London elimina dalla vicenda che sta raccontando qualsiasi idealità, ogni apertura alla speranza; il principio di realtà che guida la narrazione svolge il proprio compito con tremenda efficacia presentando cose e persone nella desolazione della loro autentica essenza. Il giovane Martin, infatti, pur senza accorgersene (almeno inizialmente), non ci mette molto a imparare, a raggiungere il livello di Ruth, a discutere con lei da pari a pari; London si limita a descrivere i vari passaggi della sua crescita spirituale, dà al proprio stile la forma neutra della cronaca, del resoconto, ma nel farlo smaschera comunque la finzione che sta a fondamento dell’intera architettura capitalistico-borghese, che egli giudica, con inflessibile severità, come un puro e semplice blocco di potere scandalosamente povero di cultura e interessato soltanto all’accumulo di ricchezza.
Emblema di questo mondo impastato di falsità, opportunismo e volontà di prevaricazione è proprio Ruth, che al principio del romanzo sembra favorire il riscatto di Martin per poi rivelarsi colei che ne distrugge, una volta per tutte, umanità e voglia di vivere. Incapace di comprendere – proprio perché la sua sensibilità, e la cultura che ne è il primo e fondamentale nutrimento, non sono che inganno – il desiderio di Martin di dare un senso al proprio percorso di crescita intellettuale diventando scrittore, la ragazza gli rimprovera la mancanza di un’ambizione concreta, lo stato di profondissima indigenza in cui versa (gli sforzi del ragazzo non approdano a nulla, e London spende pagine e pagine di indimenticabile potenza espressiva per raccontare i meccanismi e le regole, anch’esse irrimediabilmente “borghesi”, cui obbedisce l’ambiente letterario, che con ostinazione respinge tutti i lavori di Martin) e infine lo abbandona.
E quando la fortuna arride all’esausto Martin Eden, cui la vita ha regalato il conforto di un unico amico, il poeta Brissenden, è ormai tardi; niente può più interessarlo, né la consacrazione come scrittore (Martin non scrive più, e gli editori, che sembrano non essersene nemmeno accorti, si contendono quelle stesse opere che fino a poco prima avevano rifiutato con sdegno e sufficienza – ed ecco che il processo industriale di riduzione a merce della cultura, in base al quale si pubblica quel che ha un mercato e null’altro, può dirsi completo), né l’amore – il timido, meschino pentimento di Ruth e il suo tentativo di ricucire con Martin rivelano, una volta ancora, la sua natura arida calcolatrice.
La vita, con le sue leggi che guidano la stragrande maggioranza degli esseri umani (ma non la totalità, come dimostrano le strazianti scelte dell’emarginato Brissenden), non lascia scelta a Martin, che, bersagliato dalla violenza del mondo, può soltanto voltare le spalle e chiudere gli occhi. Non importa quanto forte urli, dentro di lui, l’istinto di sopravvivenza.
Martin Eden è un limpido manifesto politico che ha il respiro di una tragedia individuale; è un libro che coinvolge (e in più di un’occasione travolge) e ferisce; che non smette di commuovere e far riflettere. Eccovi l’inizio, buona lettura.
Uno dei due aprì la porta con una chiave ed entrò, seguito da un giovanotto che si tolse il berretto con gesto imbarazzato. Aveva rozzi vestiti che odoravano di mare ed era chiaramente fuori posto nell’ampio atrio in cui si trovò. Non sapeva che fare del berretto e stava cercando di ficcarselo nella tasca del giaccone quando l’altro glielo prese. Ciò fu fatto con tranquillità e naturalezza e il giovanotto imbarazzato gliene fu grato. «Lui mi capisce», pensava. «E mi darà una mano».

Camminava alle calcagna dell’altro facendo oscillare le spalle e tenendo le gambe involontariamente divaricate, come se il pavimento si alzasse e si abbassasse seguendo le fluttuazioni e gli sbalzi del mare. Le ampie sale parevano troppo strette per la sua andatura dondolante e fra sé e sé egli era terrorizzato al pensiero che le sue larghe spalle potessero urtare contro gli stipiti delle porte o far cadere i minuscoli soprammobili posati sugli scaffali più bassi.

Dalla Bosnia al resto del mondo

Recensione de “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andric

Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori
Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori

La profondità dell’analisi sociale e politica di Ivo Andric, l’ampiezza e l’acutezza dei contesti storici nei quali ambienta i suoi romanzi, l’attenzione alle vite dei singoli, considerati, con tolstojana pietà, fulcro del procedere della storia, si devono principalmente alla sua non comune sensibilità, alla sua inesauribile umanità. Cantore di una terra, la Bosnia, allo stesso tempo tormentata e insignificante (quantomeno se paragonata, senza l’approfondimento che meriterebbe, ai destini di nazioni come l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia), ricchissima di tradizioni e di cultura, luogo di incontro di etnie diverse e soprattutto liquido confine tra Oriente e Occidente, Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, racconta, con stile inimitabile – capace di mescolare tra loro lirismo, allegoria, simbolismo, ricostruzione storica, riflessioni psicologiche e filosofiche – l’irriducibile complessità di questo angolo di mondo.

La diffusa condizione di povertà e di ignoranza, la semplicità della vita contadina, la spiritualità vivissima che emerge e prende forma nel potente afflato religioso del popolo, il rassicurante richiamo a una sorta di immutabile continuità (che ostinata sopravvive allo scorrere degli anni) legata al ripetersi di antichi riti; tutto questo Andric lo restituisce con la leale, aperta sincerità del testimone ma anche con la trascinante passione di chi sa di essere parte integrante della vicenda che racconta.

Nel suo romanzo più famoso, Il ponte sulla Drina, il grande autore bosniaco narra ben quattro secoli di storia; la sua prosa si concentra sui dettagli di un microcosmo periferico e via via allarga il proprio sguardo fino a comprendere l’intera Europa, e poi il mondo, sconvolto e trascinato oltre se stesso, in una realtà che non si credeva neppure capace di immaginare, dall’esplodere del primo conflitto mondiale. La sua scrittura sembra possedere le medesime caratteristiche della gente che descrive; ha la loro forza, la loro pazienza (che a un primo sguardo si rischia di scambiare per rassegnazione ma che in realtà è straordinaria forza di volontà), ne riflette la semplicità così come l’impressionante vastità del loro mondo interiore; e in un continuo mutare di accenti descrive la vita degli abitanti della cittadina di Visegrad.
Tagliata in due dal fiume Drina, Visegrad è unita da un ponte, fatto costruire nel Cinquecento dal visir Mehemed Pascià Sokolovic. Simbolo della sofferenza e del sacrificio di numerosissimi cristiani (che gli uomini del visir al potere hanno impiegato per la sua realizzazione), il ponte è tuttavia anche ciò che concretamente unisce le due religioni nemiche, quella cristiana e quella musulmana, e gli uomini che le rappresentano. Ed è tra le sue arcate e lungo il suo passaggio (circa duecentocinquanta passi di lunghezza) che, giorno dopo giorno, questi nemici imparano a conoscersi, a vivere, e forse a comprendersi l’un l’altro. Fin quando la guerra non segna il loro ingresso nel mondo, quello stesso mondo di cui hanno sempre fatto parte ma che per secoli si sono illusi di poter osservare da lontano, come spettatori in un teatro.
Il ponte sulla Drina è un’opera splendida, che coniuga il rigore del saggio storico al fascino classico del romanzo. Eccovi l’inizio, buona lettura.

Per la maggior parte del suo corso il fiume Drina s’apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi canon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sue sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Visegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un’improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzvanica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e ravvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d’aria.

I libri condannati a morte

 

L’utopia negativa disegnata da Ray Bradbury nel suo famosissimo romanzo Fahrenheit 451 è una delle più inquietanti dell’intera storia della letteratura. La paura che insinua è principalmente di natura psicologica, allo stesso tempo indistinta e acuta, come l’ansia provocata dal buio; i suoi personaggi (tanto le figure positive quanto quelle negative) si muovono in uno scenario d’incubo nel quale ogni possibilità d’autonomia – di pensiero, di sentimento, d’azione – è cancellata alla radice, e dove l’uomo è stato spogliato di tutto ciò che lo rende tale e trasformato nel vuoto simulacro di se stesso. A differenza di quel che accade in 1984 di George Orwell, una delle opere cui il capolavoro di Bradbury si avvicina di più, nel mondo Fahrenheit 451 non sembra esserci spazio per la ribellione, per il rifiuto consapevole dello status quo. La tragica storia d’amore tra Winston e Julia, che Orwell descrive come un’aperta sfida ai deliranti comandamenti del Grande Fratello, non trova spazio tra le pagine di questo lavoro; qui la spietata opera di spersonalizzazione, condotta attraverso il divieto assoluto di leggere (il titolo del libro indica la temperatura alla quale brucia la carta, calcolata secondo la scala in uso nei Paesi anglosassoni), è compiuta, condotta a termine con successo. Almeno a prima vista.
Perché lo svolgersi di questo romanzo – il cui protagonista è Montag, vigile del fuoco che ha il compito non di spegnere incendi ma di appiccare roghi, roghi di libri, di quei pochi che ancora esistono e che coloro che detengono il potere sono risoluti a eliminare – è speculare rispetto a quello di 1984. Se il lettore di Orwell scopre soltanto alla fine l’assoluto pessimismo che permea il suo libro, chi si accosta all’opera di Bradbury compie il percorso esattamente inverso; si ritrova fin da subito catapultato in un terrificante “mondo alla rovescia” in cui ogni forma di comunicazione, a partire dall’istruzione, è affidata a slogan trasmessi (e indefinitamente moltiplicati) da apparecchi televisivi, e poco alla volta, seguendo il doloroso “risveglio” di Montag, si apre alla speranza, alla possibilità di un domani, rappresentata, nelle ultime pagine del libro, da gruppi di sopravvissuti, cui l’ormai ex pompiere-piromane decide di unirsi, che hanno scelto, letteralmente, di incarnare i libri perduti imparandone a memoria il contenuto.
Potente metafora politico-sociale, Fahrenheit 451 è un anche un magistrale romanzo d’atmosfera; la realtà inventata da Bradbury non colpisce per la puntualità del dettaglio con cui viene descritta ma per i contorni sfumati (verrebbe quasi da dire sfuggenti) che la caratterizzano; è presente (con gli schermi televisivi piazzati ovunque, con le semplici, elementari parole d’ordine che stabiliscono quel che è giusto e quel che non lo è, ciò che è permesso e ciò che è vietato; con l’attenta vigilanza dei pompieri; con i roghi, che insieme distruggono i libri e puniscono i pochi che, per causa loro, ancora si ostinano a “sbagliare”), ma è come se fosse sempre celata. Sono invece i personaggi, che il grande scrittore americano, in perfetto controcanto rispetto alla presentazione del quadro generale, restituisce al lettore descritti fin nei minimi particolari, a portare su di sé i terrificanti segni di questo condizionamento; personaggi come Mildred, la moglie di Montag, che nell’indifferenza indotta dalla televisione affoga persino la sua infelicità, come il feroce Beatty, a tal punto forgiato nella cieca obbedienza di regole stabilite da altri da non avere più nulla di umano, e infine come la giovane e spensierata Clarisse, “scheggia impazzita” che rivoluziona la vita di Montag ma paga a caro prezzo la sua unicità, la sua “pazzia”, e rimane vittima di un sistema che riesce a essere contro l’uomo e contro la vita anche nel più banale e insignificante degli avvenimenti.
Fahrenheit 451 non è semplicemente un libro splendido, né soltanto un classico imprescindibile; è una dichiarazione d’amore nei confronti dell’uomo e di tutto ciò che ha di più nobile, in primo luogo la sua capacità di creare, ed essere, cultura.
Eccovi l’inizio, buona lettura.
Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cader tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. Egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto di casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

L’eterna vigilanza per la libertà

Recensione de “La società aperta e i suoi nemici” di Karl R. Popper

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando

Il più diffuso luogo comune sulla filosofia la qualifica, impietosamente, come disciplina incomprensibile e, quel che è peggio, del tutto inutile. Il fatto che questi giudizi in qualche raro caso risultino inconfutabili (il luogo comune, del resto, è banale ma non necessariamente falso) dimostra soltanto che anche nelle più miopi sentenze si può trovare un fondo di verità e rischia di allontanare schiere di lettori da opere di grande valore e di ancor maggior importanza. La più significativa di esse è, senza dubbio, La società aperta e i suoi nemici di Karl R. Popper, un voluminoso saggio di filosofia politica pubblicato nel 1945 (e in Italia nel biennio 1973-1974 grazie agli sforzi e all’insistenza di un grande intellettuale, Dario Antiseri) e ancora oggi di estrema attualità. 

Epistemologo di assoluto rigore e teorico della fallibilità della conoscenza umana (secondo uno dei suoi più celebri principi, che dà anche il titolo a uno dei suoi lavori maggiori, la scienza procede per congetture e confutazioni, il che significa che una qualsiasi verità resta tale solo finché una teoria alternativa non la confuta), Popper applica questi fondamenti all’analisi politico-sociale e disegna il solo consesso umano possibile, cioè quella società che, come scrive Antiseri “è aperta a più scelte di valori, a più visioni filosofiche del mondo, a più fedi religiose, a una molteplicità di proposte per la soluzione dei problemi concreti e alla maggior quantità di critica”.

Irriducibile avversario di ogni storicismo – intendendo per storicismo qualsiasi posizione, il più delle volte derivante da una teoria, che considera lo sviluppo della storia dipendente da una ferrea logica di sviluppo – Popper sottopone a una spietata analisi critica gli autori che più hanno contribuito all’affermazione di questa posizione. Per primo Platone, il padre di quel che sarebbe poi diventato lo storicismo vero e proprio (nato filosoficamente in Germania, nella temperie culturale romantica), figura centrale nella cultura occidentale ma anche architetto – nella Repubblica – della forma di società più distante da quella difesa da Popper; la società chiusa, rigida, inflessibile, governata da re filosofi che sembrano essere in grado di fare del bene alla collettività solo spogliandola di ogni possibile autonomia (a partire da quella di pensiero).
Karl R. Popper affronta Platone senza timori reverenziali, e svela il carattere reazionario, violento – totalitario, dichiara lui con impressionante incisività – della sua filosofia politica, cui contrappone il suo modello, certamente più instabile, precario (il prezzo della libertà, non si stanca di ricordarci, è l’eterna vigilanza), ma anche più rispettoso della dignità dell’uomo, di ciascun uomo. Alla critica di Platone segue quella di Hegel e della sua dialettica, che si sviluppa seguendo l’identità tra realtà e razionalità (ciò che è reale è razionale, dice Hegel, e ciò che è razionale è reale, formula che gli consente di dichiarare perfetto lo stato prussiano del suo tempo e di vedere in esso la forma compiuta del percorso dialettico nella storia, l’identità finalmente raggiunta tra razionalità e realtà), e poi di Marx – una delle “vittime” più illustri del veleno filosofico hegeliano – storicista per eccellenza, come dimostra la sua profezia (che il mero scorrere del tempo si è preso la briga di confutare ) sull’inevitabile dittatura del proletariato.
La storia della filosofia che Karl Popper espone nel suo libro è una storia della democrazia, è una difesa strenua di un valore fondamentale, quello della tolleranza, e il linguaggio con cui è espressa, sempre chiaro e scorrevole, consente a tutti di approcciarsi al suo lavoro (certo, è necessario conoscere almeno un po’ di filosofia, ma l’autore non scrive per gli ambienti accademici, è consapevole del valore della sua opera e l’ha costruita per la divulgazione). La società aperta e i suoi nemici è un’opera che si dovrebbe leggere nelle scuole, l’eredità che dovrebbe essere condivisa da ogni uomo libero.
Meglio di me, comunque, il significato de La società aperta e i suoi nemici lo riassume Dario Antiseri al termine della sua introduzione all’edizione italiana. Eccovela, buona lettura.
La società aperta e i suoi nemici è uno dei grandi libri di questo secolo, un classico della democrazia. È una difesa della democrazia dai suoi nemici, nemici quali Platone, Hegel e Marx. E insieme è la riproposta argomentata di una precisa idea di democrazia. E proprio questa idea di democrazia, Popper rammentava ancora nel 1987, è stata compresa appieno solo di rado.
Anche persone colte ripetono spesso che «la democrazia è il governo del popolo» o che «la democrazia è il governo della maggioranza». Queste definizioni, però, hanno per Popper uno scarsissimo valore: una maggioranza potrebbe governare tirannicamente; e un popolo, tutto un popolo, potrebbe dare il suo consenso, un plebiscitario consenso, a una tirannide di tipo nazista, fascista o comunista. Se tutti i cittadini di una nazione dessero il loro pieno consenso a un Hitler o a uno Stalin, avremmo noi forse una democrazia? Il consenso, anche il consenso più massiccio, non è sufficiente, da solo, a qualificare come democratica una società. Quel che occorre è esattamente un’altra cosa: vale a dire il consenso sul dissenso, il consenso sugli uguali diritti di chi la pensa diversamente o, meglio ancora, il consenso sulle regole della società aperta.