Cascarci sempre

Recensione de “Il circolo Pickwick” di Charles Dickens

A differenza di quanto comunemente si crede, Dickens non è uno scrittore per ragazzi; i suoi romanzi non sono ingenui, né l’universo morale che costruisce può dirsi semplice, o peggio scontato. Spesso nelle sue pagine è l’oscurità a serpeggiare, la tenebra dei peggiori sentimenti umani a palpitare, e il controcanto lieve, spensierato, che l’autore affida all’agire di alcuni personaggi o alla descrizione di determinati momenti altro non rappresenta se non la complessità, la varietà della vita, inestricabile groviglio di tragedia e commedia.
La maestria nell’utilizzo del bagaglio narrativo comico-brillante permette a Dickens di mascherare la forza d’urto dei suoi lavori; in qualche modo lo rende uno scrittore “adatto a tutte le età” ma nello stesso tempo ne cela la profondità, la ricchezza, l’inquietante splendore.
Eppure il “tesoro” Charles Dickens è lì, in piena vista. Riluce nelle storie narrate e soprattutto nell’intaglio dei personaggi, archetipi immortali dei più diversi tipi umani. Avvocati, filantropi, imbroglioni, usurai, aristocratici rigidi e impettiti, popolani tanto schietti da apparir brutali… nel teatro delle meraviglie dickensiano sembra esserci spazio per tutti.
In questa infinita galleria di ritratti, spicca il signor Samuel Pickwick, protagonista, assieme a un gran numero di altri caratteri, di un lungo e divertentissimo romanzo, Il Circolo Pickwick, forse la più allegra e vivace delle sue opere.
Ingenuo e puro al pari di un bambino, Pickwick, e con lui gli amici più cari, membri del circolo che porta il suo nome, vive ogni sorta di avventure; il mondo tende senza sosta i suoi tranelli a Pickwick, a ogni angolo di strada gli prepara una beffa, un’offesa, un danno, e sembra sempre sul punto di annientarlo, ma a dispetto di ogni avversità Pickwick resiste; con una spontaneità, una dolcezza e un’autenticità uniche nella storia della letteratura, Samuel sorride e tende la mano al suo torturatore, mormora garbate parole di gratitudine e si rimette in cammino.
Samuel Pickwick è l’amico che tutti vorremmo avere. Probabilmente è la persona che tutti vorremmo essere. Almeno un po’.
Nell’edizione Grandi Classici Mondadori, Il Circolo Pickwick è arricchito da un saggio introduttivo di G.K. Chesterton. Riporto qui la conclusione del suo scritto; non penso si possa presentare meglio di così l’illustrissimo signor Pickwick. Buona lettura.

A colui che è abbastanza savio da poter essere beffato non mancheranno mai le occasioni di correre avventure e di averne grande gioia. Sarà felice dentro alle trappole che altri gli avranno teso, cadrà nelle reti degli inganni e vi dormirà tranquillamente. Davanti a colui che è pervaso da una dolcezza più disarmante del semplice coraggio, tutte le porte si spalancheranno. E tutto questo è detto senza possibilità di equivoco in una breve e felice frase: cascarci sempre. Cadere in tutte le trappole vuol dire vedere l’interno di ogni cosa. Vuol dire godere l’ospitalità delle circostanze. Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico invece rimane chiuso fuori. 

Oltre i confini dell’irrazionale

Contro il giorno di Thomas Pynchon, un vorticoso giro di giostra scientifico-matematico attorno a cui ruota un intero universo di irresistibili follie, ha un modello letterario. Si tratta di La stella di Ratner, romanzo che Don DeLillo – il solo scrittore, pare, che Pynchon si degni di frequentare – ha pubblicato nel 1976. Ne La stella di Ratner si racconta l’esperienza vissuta dal più giovane premio Nobel del mondo, il quattordicenne Billy Twillig, geniale mente matematica. Billy deve decifrare un messaggio di probabile origine aliena, un segnale proveniente dalla stella di Ratner che nessun scienziato è ancora riuscito a decodificare. Così, viene prelevato da casa e condotto in un centro di ricerca segretissimo, dove lavorano le migliori menti del pianeta.
Ed è a questo punto che la realtà e l’ordine e la razionalità trasfigurano nei rispettivi opposti. Il centro, infatti, sembra abbandonato a se stesso, privo di guida; tutti coloro che lo frequentano, e che Billy poco alla volta conosce, o sono impegnati in ricerche prive di senso, oppure millantano (o sembrano millantare) le proprie conoscenze.
Ironico fino alla beffa, DeLillo smonta pezzo dopo pezzo la rassicurante perfezione del linguaggio matematico calandolo nell’assurdo, un assurdo che i numeri condividono con coloro che li utilizzano.
Billy, il più giovane di tutti, il più piccolo, colui che per definizione dovrebbe essere ancora immaturo, è il solo che sembra immune al contagio dell’irrazionalità, della pazzia, della stupidità.
La stella di Ratner è un romanzo esaltante, che diverte, conquista ed entusiasma fin quasi all’ultima pagina. L’affanno in cui DeLillo cade nell’ultimo tratto del libro è poco più di un peccato veniale, che nulla toglie alla grandezza dell’opera.
Eccovi uno dei primi incontri di Billy nel centro di ricerca. Il primo a parlare è uno scienziato, la domanda fulminante è di Billy. Poi una gara di conoscenze tra Billy e un altro matematico – naturalmente pretesa dall’altro – per stabilire il migliore tra i due. Spero che queste righe vi facciano venir voglia di scoprire tutto il resto.
–       Il problema è proprio questo. Non sappiamo che cosa significhi la trasmissione. Il Cervello spaziale ha stampato centinaia di interpretazioni senza giungere a nulla che si possa dire definitivo. Ugualmente hanno fallito decine di uomini e donne. Radioastronomi, esobiologi, matematici, fisici, criptoanalisti, paleografi, linguisti, linguisti computazionali, cosmolinguisti […]. Lei è la nostra ultima speranza, a quanto pare. Quando l’Esperimento sul campo numero uno è divenuto un’entità funzionante, mai, nemmeno nei nostri sogni più sfrenati avremmo pensato di essere tanto fortunati da ricevere così presto segnali provenienti da una superciviltà, e poi tanto sfortunati da essere incapaci di decifrarli. Siamo certi che si tratti di un qualche codice matematico. Probabilmente un codice numerico. La matematica è l’unico linguaggio che potremmo immaginare di avere in comune con altre forme di vita intelligenti nell’universo. A quanto mi pare di capire, non esiste realtà più indipendente dalle nostre percezioni e più fedele a se stessa della realtà matematica.
–       Scusi, ha scorreggiato?
–       È una questione seria – disse Schwarz. – Si sforzi di prestare attenzione.
–       Siamo in uno stanzino minuscolo dove non soffia un filo d’aria.
–       Questo potrebbe essere il giorno più importante della sua vita.
–       Abbia pietà.
–       Tre domande io, tre domante lei – disse Nut. – In caso di parità, un osservatore neutrale ne farà altre tre. Si vince con due serie su tre. Non risponda troppo rapidamente. Ci sono stratificazioni di significato.
–       Sono pronto.
–       Domanda numero uno. Un’equazione di grado n quante soluzioni può avere?
–       Può avere n soluzioni.
–       Non abbia fretta di dare la risposta giusta. Possono derivarne tragici errori.
–       È abbastanza ovvio. La risposta è n.
–       Domanda numero due. Ricordi: stratificazioni di significato. Utilizzando non più di due parole, come definirebbe una geometria che non sia euclidea?
–       Non euclidea
–       Domanda numero tre, Sta rispondendo troppo in fretta. Di quante dimensioni parlo quando dico «parecchie dimensioni»?
–       Di un gran numero di dimensioni, la cui quantità esatta non è però specificata.
–  La sintassi conta.

 

Nel cono d’ombra del mondo

Albert Corde è un docente universitario. È americano. L’insegnamento per lui è un tentativo, una prova, una scommessa; è un codice attraverso il quale provare a comprendere il mondo, o meglio tutto ciò che ne mina l’ordine, il senso. 
Dolore, violenza, ingiustizia, odio; il caos è in grado di manifestarsi sotto molti aspetti, e Corde, impotente di fronte alle devastazioni che produce, può soltanto cercare di capirlo, di arginarlo con lo studio, la conoscenza.
Il caos, nella sua forma suprema e terribile, è morte, e il professor Albert Corde si trova ad affrontare questa terrificante esperienza a migliaia di chilometri da casa, nella Romania comunista, al capezzale della madre di sua moglie, alto dirigente del Partito ed ex ministro, da tempo caduta in disgrazia.
In uno scenario ostile e di povertà diffusa, Corde combatte con coraggio, ma senza nessuna speranza di vittoria, la propria battaglia contro il disordine del mondo, interrogandosi senza sosta sulle sue origini, sui suoi perché, e senza sosta cercando risposte.
Raccontando del suo eroismo debole e muto, Saul Bellow, uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura (Nobel nel 1976), si fa testimone di un umanesimo radicale, in qualche misura addirittura salvifico.
Perché l’ostinato tentativo di penetrare l’enigma di una realtà che pare costruita apposta per espellere da sé l’uomo invece di accoglierlo è forse il solo modo possibile di vivere.
Il dicembre del professor Corde è uno dei molti capolavori prodotti da Saul Bellow, e un buon modo per avvicinarsi a lui se ancora non lo si conosce.
Eccovi due estratti del romanzo; una descrizione di Bucarest e un infortunio accademico (denso di implicazioni) di Corde.
La luce, come ovunque a Bucarest, era insufficiente. Scarseggiava la corrente in Romania: non era piovuto, pare, a sufficienza e i bacini idroelettrici non contenevano abbastanza acqua. Giusto: dar la colpa alla natura. A dicembre imbruniva verso le tre del pomeriggio. Alle quattro il tenebrore era bell’e disceso lungo gl’intonaci dei vecchi muri, avvolgeva il grigiume dei caseggiati proletari, radeva già i selciati e, di qui, risaliva più fitto e isolava i lampioni. Questi erano d’un debole giallino, nell’impuro malinconico inverno. Tristezza dell’aria: così Corde la chiamava. Nella fase finale del crepuscolo, un bruno sedimento sembrava avvolgere quei lampioni. Seguiva un livido momento mortuario. Poi la notte cominciava. “La notte è difficile qui” pensò Albert Corde.
Fu a questo punto che Corde, infervorato, e senza prevedere come il pubblico l’avrebbe presa, cominciò a parlare, nel suo reportage, di “popolazioni superflue”, “depennati”, “gente condannata”. La cosa non andò giù. Si possono prendere in prestito dei termini dalla sociologia, da Durkheim o Marx, si può parlare di anomia o di lumpen-proletariato, della sottoclasse negra, di contadini economicamente in sovrappiù, del Terzo Mondo, degli effetti dell’oppio sulle masse cinesi nell’Ottocento… purché tutto resti sul piano della teoria: allora va giù bene. Si può discutere di politica assistenziale, di assistenza medica e sociale, di burocrazia, senza sollevare obiezioni. Ma quando Corde cominciò a dichiarare che, nel mostruoso ambiente di città semidemolite, la scelta che veniva offerta era fra una morte lenta e una morte rapida, fra la distruzione violenta e l’inesorabile logorio, molti lettori presero cappello. Qualcosa andò storto.

Una donna di nome Edith

Recensione di “L’età dell’innocenza” di Edith Wharton

Edith Wharton, L'eta dell'innocenza, Corbaccio
Edith Wharton, L’eta dell’innocenza, Corbaccio

Quel che colpisce maggiormente, in Edith Wharton, è la piena sincerità della scrittura. Nei suoi romanzi, infatti, l’autrice presenta se stessa e le sue convinzioni senza mascheramenti, senza paure. Prima di ogni altra cosa, le sue pagine sono coraggiose, nobili. Ne L’età dell’innocenza, una delle sue opere più famose, l’autrice narra l’amore intensissimo e “impossibile” tra Ellen Olenska e Newland Archer – ostaggi delle rigide e spesso ipocrite convenzioni dell’alta società newyorkese di fine Ottocento di cui fanno parte – e nel farlo si scaglia, colma di sdegno e rabbia, proprio contro quelle regole, e contro la soffocante organizzazione sociale che ne deriva.

Le eroine del romanzo, Ellen e May (la fidanzata “ufficiale” di Newland), opposte per carattere, non certo per coraggio e tenacia, incarnano gli estremi del mondo dorato nel quale si muovono i personaggi dell’opera (e da cui la stessa Wharton proviene); da una parte una donna bellissima, il cui carattere fiero e alieno dai compromessi suscita sospetto, quando non aperta riprovazione e scandalo; dall’altra una giovane altrettanto affascinante, perfettamente inserita nel proprio contesto, ammirata da tutti, pronta a lottare con ogni mezzo per difendere, assieme alla propria rispettabilità, il suo amore, attratto (e spaventato) dallo splendore di Ellen, ma ancor più dal suo insopprimibile desiderio di libertà e dalla volontà di assecondarlo, di favorirlo. In mezzo a loro, il giovane Newland Archer, a tal punto schiavo del proprio luminoso avvenire da non reggere la vertigine di una possibile nuova vita con Ellen.

Raffinato, appassionato, lacerante, L’età dell’innocenza è un’autentica meraviglia letteraria. Non mancate di leggerlo.
P.S. Da questo romanzo Martin Scorsese ha tratto uno dei suoi film più belli. Guardatelo se non l’avete già fatto, ma sempre seguendo la vecchia regola: prima il libro.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Una sera di gennaio, verso l’anno 1870, Cristina Nilsson cantava nel Faust all’Accademia musicale di New York. A quell’epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima Strada, di un nuovo Teatro dell’Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d’oro un po’ logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l’avevano cara perché, piccola e scomoda com’era, non costituiva un richiamo per la «gente nuova» che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla; i sentimentali erano attaccati all’Accademia per i suoi ricordi storici, e gli amanti della musica per la sua eccellente acustica, qualità sempre assai problematica nelle sale costruite per audizioni musicali.

 

Spionaggio psicologico

Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori
Graham Greene, Il fattore umano, Mondadori

Difficile che un romanzo di spionaggio offra più di una trama coinvolgente, un buon crescendo della tensione, qualche azzeccato colpo di scena, una conclusione all’altezza delle premesse (e delle aspettative suscitate nel corso della lettura). Difficile, dicevo, a meno che l’autore non sia Graham Greene. Indiscusso maestro del genere, ma soprattutto finissimo narratore, Greene “contamina” (in realtà sarebbe più esatto dire arricchisce, impreziosisce) i suoi intrecci stemperandoli nell’ironia, in qualche caso parodiandoli apertamente, oppure utilizzandoli come mera facciata dietro la quale costruire approfondite riflessioni psicologiche o veri e propri studi sul comportamento umano. Nell’affascinante Il fattore umano, Graham Greene, attraverso il racconto delle avventure dell’agente del Foreign Office britannico Maurice Castle e del suo assistente Arthur Davis, esplora, come nei migliori romanzi psicologici, il conflitto radicale tra fedeltà alle regole e lealtà verso se stessi, e ne segue gli sviluppi fino alle più drammatiche conseguenze. L’incalzante procedere della vicenda, il susseguirsi delle sorprese e dei ribaltamenti di prospettiva, l’avanzare delle indagini, il formarsi dei sospetti, il loro rafforzarsi così come il loro dissolversi, persino le non rare parentesi di spensieratezza, sono allo stesso tempo uno spettacolo impeccabilmente messo in scena per avvincere il lettore e un messaggio in codice la cui decifrazione svela la reale consistenza del romanzo, la sua “vera natura”, che ne fa quasi un saggio.

Il fattore umano è un’opera densa di significati, esaltante, seducente, che dalla prima all’ultima pagina chiama il lettore al confronto. E continua a sollecitarlo anche a romanzo concluso.

Prima del romanzo, l’autore ha ritenuto di scrivere qualche riga di precisazione; non credo possa esserci miglior invito alla lettura. Eccovelo.

Un romanzo ambientato in un qualsiasi servizio segreto deve necessariamente contenere non pochi elementi di fantasia, poiché descrizioni realistiche violerebbero quasi certamente qualche clausola di qualche legge sui segreti di stato. L’operazione Zio Remo è soltanto un parto della fantasia dell’autore (e confido che tale rimanga), e immaginari sono tutti i personaggi, inglesi, africani, russi o polacchi. Al contempo, per citare Hans Andersen, un autore molto saggio che preferì sempre lavorare di fantasia, “con la realtà vengono foggiate le nostre storie immaginare”.

Il cuore dell’uomo messo a nudo

 

Gao Xingjian, La montagna dell'anima, BUR
Gao Xingjian, La montagna dell’anima, BUR

Una prosa evocativa, potente, che sembra avere lo stesso respiro della natura che descrive e partecipare della sua sovrumana immortalità, dell’eterna circolarità del suo tempo, scandito dall’alternarsi delle stagioni. Ne La Montagna dell’Anima, Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura nel 2000, racconta di un viaggio diverso da qualsiasi altro. A compierlo, per ragioni tra loro diversissime, sono due persone, il primo in cerca di un luogo di cui ha sentito meraviglie (la Montagna dell’Anima che dà il titolo al romanzo), il secondo – uno scrittore perseguitato dal regime al potere, alter ego dell’autore – in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. A unire il destino di entrambi è la sete d’assoluto, riflessa nell’incanto della foresta incontaminata che ricopre la montagna così come nei luoghi attraversati dallo scrittore, nei villaggi brulicanti di vita, nelle singole storie degli abitanti, e nei ricordi che di volta in volta destano. 

La Montagna dell’Anima è un libro unico, un capolavoro indimenticabile, e Gao Xingjian una delle voci più limpide e intense della letteratura contemporanea, un autore da leggere assolutamente. Quest’opera, di vertiginosa bellezza, non è soltanto un lavoro stilisticamente perfetto, un capolavoro di eleganza, un magistrale esercizio di stile che lascia sbalorditi per la sua raffinatezza formale; è, ed è certamente questa la cosa più significativa, un romanzo coraggioso, sfrontato e disarmante come la verità. Verità a fianco della quale questo scrittore si è sempre schierato, senza temere di pagare il prezzo di questa sua scelta.
Eccovi due estratti del romanzo. L’inizio e un piccolo momento del viaggio dello scrittore.
Sei salito all’alba su una corriera traballante, di quelle che in città non si usano più, e dopo dodici ore di sobbalzi su impervie strade di montagna, sei arrivato in questa cittadina del sud. Con lo zaino in spalla e un borsone in mano, fermo alla stazione  invasa da cartacce di gelati e avanzi di canna da zucchero, scruti l’umanità che ti circonda. Uomini piegati da sacchi di ogni dimensione e donne con bambini in braccio scendono dagli autobus o attraversano il piazzale, mentre giovani con le mani libere, senza sacchi né ceste, pescano dalle tasche semi di girasole, se li ficcano in bocca uno dietro l’altro e sputano la scorza con gesti abili ed eleganti, emettendo un leggero sibilo. Hanno l’aria spensierata e disinvolta, tipica del luogo. Sono a casa, perché dovrebbero sentirsi a disagio? Le loro radici affondano in queste terre da generazioni, è inutile che tu venga qui da tanto lontano a cercare le tue.
Hai vagato da una città all’altra, da un capoluogo di distretto a uno di provincia, da una provincia all’altra, da una regione all’altra e così via, senza fine. Talvolta in un vicolo dimenticato dalla pianificazione urbana ti è capitato di scoprire d’improvviso una vecchia casa con la porta aperta. Ti fermavi e gettavi un’occhiata al cortile con i panni stesi su bastoni di bambù, avevi l’impressione che bastasse entrare per tornare all’infanzia e ravvivare i ricordi appannati […]. Devi sapere che ciò che cerchi è raro. Non essere incontentabile, dopotutto puoi ottenere solo ricordi vaghi e indistinti come sogni, ricordi che non fanno mai appello alle parole. Quando li enunci sono solo frasi concatenate, nient’altro che frammenti passati al setaccio attraverso le strutture della lingua. 

L’accademica ironia di Nabokov

 

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi
Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi

Pninizzato. Curioso termine (non dissimile, per certi versi, dal minaccioso avvertimento “Sarete tartufato!» di Molière) che significa acquisire atteggiamenti e forma mentis di Timofej Pnin, professore di lingua russa in una sconosciuta università della provincia americana e protagonista di un irresistibile romanzo di Vladimir Nabokov. Impacciato, spesso ridicolo nei comportamenti, arroccato nelle sue certezze (unico riparo a una realtà, quella degli Stati Uniti, che non riesce in alcun modo a comprendere), Pnin è uno di quegli uomini che diffida della vita, e giudica quasi tutto quel che gli accade alla stregua di uno scroscio di pioggia; qualcosa da cui ripararsi, e in fretta.

Nabokov dipinge le sue avventure – così come il mondo accademico nel quale si svolgono – con tono agrodolce; pur non rinunciando mai al sarcasmo, è come se capisse e condividesse lo smarrimento del suo eroe; ai lettori lo presenta in tutta la sua fragilità, nudo, sincero, e così facendo non li muove al facile dileggio, ma a una più nobile e catartica solidarietà.
Perché Pnin, in fondo, come tutti noi, è un naufrago della modernità.
Ora lascio la ribalta a Nabokov. Prima l’incipit del romanzo, poi una descrizione dell’ambiente accademico di rara perfidia.
Il passeggero anzianotto che sedeva accanto al finestrino a nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in moto, vicino a un posto libero e di fronte ad altri due posti liberi, era, per l’appunto, il professor Timofej Pnin. Magnificamente calvo, abbronzato e ben sbarbato, incominciava in modo alquanto imponente con quel gran cranio a cupola brunastro, con gli occhiali cerchiati in tartaruga (per mascherare l’assenza infantile di sopracciglia), con un labbro superiore scimmiesco, un collo grasso, un robusto torso virile nella giacca di tweed piuttosto stretta; ma terminava, ed era deludente alquanto, con due gambette sottili (in quel momento nascoste dai pantaloni di flanella e accavallate) e con i piedi minuti, quasi femminili.
Il trimestre autunnale del 1954 era cominciato […]. E l’università continuava nella sua cigolante fatica. Laureandi secchioni, con la moglie incinta, continuavano a scrivere tesi su Dostoevskij e Simone de Beauvoir. La facoltà di lettere era ancora persuasa che Stendhal, Galsworthy, Dreiser e Mann fossero grandi scrittori. Parole plastiche come “conflitto” e “struttura” seguitavano a essere in voga. Come sempre, gli insegnanti sterili si sforzavano con successo di “produrre” recensendo i libri dei loro colleghi più fertili e, come sempre, un gruppo di professori fortunati si godeva o stava per godersi vari premi avuti precedentemente nel corso dell’anno […]. Una sovvenzione particolarmente generosa stava consentendo all’illustre psichiatra della Waindell, il dottor Rudolph Aura, di applicare a diecimila allievi delle scuole elementari la cosiddetta Prova del dito nella tazza, nella quale il bambino viene invitato a immergere il dito indice in una tazza contenente fluidi colorati, dopodiché si determina la proporzione tra la lunghezza del dito e la parte immersa, traendone ogni sorta di grafici affascinanti.

La (ri)scoperta dell’America

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi
William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte; non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti. Prendiamo ad esempio l’idea che mi è venuta il 17 febbraio, un giorno di speranze distrutte, il giorno in cui ho saputo di aver perso il posto di insegnante d’inglese per il calo degli iscritti al college e in cui mia moglie, dalla quale ero separato da nove mesi, nel corso della telefonata in cui le davo la triste notizia si è lasciata sfuggire che aveva un «amico», Rick, o Dick o Chick, qualcosa del genere. Nasce così, in uno dei giorni peggiori della sua vita, Strade blu, splendida avventura letteraria on the road del professor William Trogdon, sangue indiano nelle vene (il suo nome da pellerossa, Least Heat-Moon, è quello che decide di adottare per firmare il romanzo), allievo di John G. Neihardt, l’autore di Alce Nero parla. È il resoconto di un viaggio di tre mesi a bordo di un furgone scalcinato ma affidabile – ribattezzato non senza ironia Ghost Dancing – lungo le “strade blu” d’America, quelle che sulle vecchie mappe indicavano i percorsi secondari (niente highways, dunque, e meno che mai grandi città). Ed è una sorprendente riscoperta dell’America, vista anche attraverso le storie personali (a partire da quella dell’autore) di chi la vive e la abita.

È un nuovo modo di raccontare, un canto di sirena per tutti coloro che amano la letteratura di viaggio.
Strade blu (pubblicato in Italia da Einaudi nel 1988 ma per nulla datato) è il primo capitolo di una trilogia. Degli altri libri che la compongono, a partire dall’originalissimo Prateria, parlerò in un prossimo futuro.
E ora l’itinerario. Mettetevi comodi. Buon viaggio.
La mia rotta prevedeva di toccare quei piccoli centri che, quando va bene, sono segnati sulle carte stradali solo perché al cartografo è rimasto uno spazio vuoto da riempire: Remote, Oregon; Simplicity, Virginia; New Freedom, Pennsylvania; New Hope, Tennessee; Why, Arizona; Whynot, Mississippi; Igo, California (proprio sulla strada per Ono). A tutti i paesini: eccomi, sto arrivando.

Orwell, o della tortura

 

1984, assieme a La fattoria degli animali (la recensione, se vi interessa, la trovate qui) è probabilmente il romanzo più noto di George Orwell. Queste righe, perciò, non sono in senso stretto un consiglio di lettura (perché la gran parte di voi ha di certo già letto l’opera), piuttosto un invito a riprendere in mano il libro. D’accordo, direte, ma perché rileggere 1984? Perché è un romanzo splendido e perché, nel genere utopia negativa, è un classico al pari di Farenheit 451 di Ray Bradbury (la cui recensione trovate qui) e di Il mondo nuovo di Aldous Huxley (recensito qui), insomma, perché è un punto di riferimento. Queste tuttavia, per quanto inoppugnabili, sono ragioni accidentali. A mio giudizio, 1984 va riletto perché è la più compiuta teorizzazione della tortura. È un manuale di tortura.
In questo libro Orwell illustra con terrificante chiarezza come la violenza fisica, per quanto brutale, non sia che il primo, e più elementare, stadio del processo di annichilimento dell’uomo
Il mondo di 1984, nel quale tutti obbediscono supini al Grande Fratello e il tentativo di ribellione di Winston e Julia si risolve in un tragico fallimento, si regge, certo, anche sull’indiscriminato uso della forza (nelle segrete del Ministero dell’Amore ai corpi dei prigionieri vengono inflitte le più atroci sofferenze), ma si fonda su una sistematica, scientifica forma di dominio psicologicoUn dominio che si articola tanto a livello linguistico – attraverso l’invenzione della neolingua, una sintassi pensata per distruggere le parole ed eliminare così alla radice la possibilità stessa di elaborare pensieri complessi – quanto a livello comportamentale con la stanza 101, tappa finale del lungo, implacabile percorso di tortura messo a punto dagli uomini del Grande Fratello; la stanza nella quale i prigionieri vengono spogliati, una volta per sempre, della loro umanità, di quell’essenza in forza della quale riconoscono se stessi come uomini, e pretendono dignità. Winston Smith ci arriva ben nutrito, in salute, senza quasi più ricordare i primi momenti della sua detenzione, quando era stato picchiato a sangue, violentato in ogni modo possibile. Ci arriva da uomo, ne esce da cittadino modello. Senza essere toccato.
Ora, la parola a George Orwell. Prima la neolingua, poi la stanza 101. La traduzione, per Mondadori, è di Stefano Manferlotti.
Buona rilettura di un capolavoro.
«È qualcosa di bello la distruzione delle parole. Naturalmente, c’è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia e centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola già contiene in se stessa il suo opposto. Prendiamo “buono” per esempio. Se hai a disposizione una parola come “buono”, che bisogno c’è di avere anche “cattivo”? “Sbuono” andrà altrettanto bene, anzi meglio, perché, a differenza dell’altra, costituisce l’opposto esatto di “buono” […]. Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere.
«Lo sai dove ci troviamo, Winston?» chiese.
«Non lo so, nel Ministero dell’Amore, immagino».
«Lo sai da quanto tempo sei qui?»
«Non so, giorni, settimane, mesi… penso siano passati dei mesi»
«E secondo te per quale motivo portiamo le persone in questo posto?»
«Per farle confessare»
«No, non è questo il motivo. Riprova»
«Per punirle»

«No!» gridò O’Brien. Il tono della voce era mutato in maniera impressionante, mentre il volto gli si era animato e indurito allo stesso tempo. «No! Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Vuoi che ti dica perché ti abbiamo portato qui? Per curarti! Per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di qui senza essere stato guarito? A noi non interessano minimamente quei crimini stupidi che hai commesso. Al Partito i fatti manifesti non interessano. L’unica cosa che ci sta a cuore è il pensiero. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo. Hai capito cosa intendo dire con queste parole? […]. «Una volta mi hai chiesto» disse «che cosa c’era nella stanza 101, e io ti ho risposto che lo sapevi già. Tutti lo sanno. Nella stanza 101 c’è la peggiore cosa del mondo».

Funny Alexander

Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi
Alexander Lernet-Holenia, La resurrezione di Maltravers, Adelphi

Coltissimo, raffinato, mai banale. Snob (quanto basta), ironico, beffardo, crudele. Il suo sarcasmo ha la noncuranza dell’abitudine e la letale efficacia del curaro; la sua prosa, una sorta di felicissimo innesto tra il rigore stilistico di Cicerone e il motteggio arguto di Oscar Wilde, fa pensare a una creatura partorita in laboratorio, a un Frankenstein, eppure non c’è ombra di forzatura nei suoi romanzi, il meccanicismo è bandito, il fluire della narrazione regolare e placido come quello delle acque di un fiume. Nel panorama letterario del Vecchio Continente, l’austriaco Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) è rubricato alla voce curiosità per iniziati; viene considerato un fenomeno bizzarro, certamente originale, senza dubbio divertente, ma talmente fuori dagli schemi da poter affascinare solo uno sparuto manipolo di lettori. E se non fosse così? Lernet-Holenia, s’intende, non è uno scrittore semplice, è consigliabile avere qualche buon romanzo alle spalle prima di avvicinarlo, ma non è davvero necessario essere topi di biblioteca o titolatissimi professori universitari per dedicarsi alle sue opere. Perché come ogni cavallo di razza che si rispetti Lernet-Holenia sta ben attento a non prendersi troppo sul serio, e ai lettori non intende insegnare nulla; si limita a offrire loro i suoi lavori come se si trattasse di un dono.

Eccovi l’incipit de La resurrezione di Maltravers, splendida rilettura del tema della seconda possibilità. Le opere di Alexander Lernet-Holenia sono pubblicate da Adelphi.
Il conte Maltravers, dopo aver scontato una pena detentiva di ventidue mesi, stava viaggiando da Pest a Jablonitz, via Waitzen, Neuhäusl e Sered. Nei pressi di Szob varcò il confine. A Galanta cambiò treno. Subito dopo Sered cominciò a piovere, ma ben presto la pioggia cessò. Maltravers, che pure era solo nello scompartimento, rimase con il cappello in testa, le mani abbandonate in grembo. Era di statura media, scarno, col volto di un pallore olivastro. Aveva sessantatré anni. Guardava fuori dal finestrino, ma non era possibile capire se vedesse davvero ciò che guardava. Qualche minuto prima di arrivare a Jablonitz tuttavia si alzò, indossò il cappotto, uscì nel corridoio e attese – come uno che fosse avvezzo ad attendere a ore fisse.