Vizio di forma e il gusto di eccitare i sensi

Paul Thomas Anderson, Vizio di forma
Paul Thomas Anderson, Vizio di forma

1970. C’è una California sognante di luci morbide del tramonto, erba buona da fumare e brezze marine. E ce n’è una con il sole a picco, giganteschi palazzi dall’architettura arrogante e un vuoto carico di minacce. Non è Los Angeles che è al bivio ma l’America stessa, la storia e soprattutto il sogno degli anni Sessanta. Doc Sportello (Joaquin Phoenix) lo incarna benissimo con il suo indolente incedere carico di orgogliosa ingenuità, pronto a stupirsi di un intrigo di potere e a scattare per una damigella in pericolo. Come Shasta (Catherine Waterston), la ex dalle forme lolitesche, che fin dalla scena iniziale contribuisce a dare corpo alla transizione di un’epoca. Nel prima rievocato da Doc vestiva solo di bikini e magliette stinte, ora compare in abitino da terraferma e frequenta palazzinari e trafficanti. Poi, come nel migliore degli incipit da letteratura hard boiled, scompare. E inizia la voragine lisergica che avvilupperà Doc e lo spettatore in questo viaggio fra i raggi orizzontali e quelli verticali del sole di LA, fra interni ed esterni, fra un mare di cui si può intuire solo da lontano l’odore d’aria salata e un’implacabile, inarrestabile entrata in scena del cemento, delle sedute in pelle, dei tailleur, del kitsch. L’era Reagan è alle porte, manca pochissimo, ma nell’aria c’è ancora profumo di patchouli. Solo che è mischiato ai veleni: delle sette alla Manson, degli Hell’s angels, dell’eroina, dell’odore dei soldi. “Hippy” è parola pronunciata spessissimo e sempre in modo dispregiativo. “Groovy” è ormai un’espressione come un’altra.

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Alla sua settima regia Paul Thomas Anderson, 45 anni da compiere, prende il romanzo del 2009 di Thomas Pynchon e, fra l’impetuoso e il sornione, lo trascina sullo schermo senza un attimo di tregua, senza cercare necessariamente la coerenza. Né ci prova la voce off che narra l’azione (e che ogni tanto si materializza anche in scena, con il volto dell’attrice-musicista Joanna Newsom): è più interessata a dare degli eventi una lettura astrologica (siamo ancora in fase “età dell’acquario”) e romantica. Romantico è anche Doc: ai Sessanta del peace & love è rimasto affezionato e ne trova traccia addirittura nel “nemico giurato dei diritti civili” Bigfoot, uno sbirro della omicidi che più quadrato non si può, ma che cova una malinconia mal nascosta e obbedisce alla moglie a capo chino. In lui proietta una sorta di controcanto doloroso, perennemente sul filo dell’ambiguità, al suo stupito aggirarsi nelle pieghe della città. E nella città cosa accade? I guru spirituali hanno corpi da modelli, i dentisti si drogano e abusano di fanciulle, leccare la fica è uno show da pochi dollari, il confine fra legale e illegale è inesistente, il potere è in mano a chi vende più droga e le trame si confondono in colpi di scena e snodi di trama a cui ci si dimentica di prestare attenzione. Perché occhio, orecchio, i sensi tutti sono travolti da questo vagabondare senza sosta filtrato dagli occhi verdissimi di Joaquin Phoenix e montato in un crescendo di musica che definire nostalgica non rende bene l’idea di quanto sia frustrante, mentre si assorbe il film con voracità, realizzare che si tratta di un’epoca e di una musica finiti per sempre, ma così potenti da creare dolore per “i tempi che furono” anche in chi, come chi scrive, a quei tempi nemmeno era nata.

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Attenzione però, non traggano in inganno parole come “doloroso” e “nostalgico”. Questo Vizio di forma l’umore lo trascina in alto: PT Anderson costruisce un film che eccita i sensi. Non è (solo) l’’insieme di montaggio, luci, suoni, capelli, vestitini, dettagli di un occhio o di un capezzolo. È la sete di vita, come in una festa decadente dove ballare fino allo sfinimento perché domani chissà cosa accadrà, che esce dallo schermo e contagia lo spettatore, mettendolo quasi a disagio in questa bulimia di esperienze da rincorrere, che non hanno niente di nuovo o di sconvolgente o, tantomeno, di esagerato. Ma che, semplicemente, in questo film sono contagiose. Sono erotiche, sono eccitanti. E quando alla fine la scena di sesso arriva davvero, non è più necessaria. Los Angeles era già riuscita a scatenare più erotismo di un amplesso. E ormai sembra ineluttabilmente destinata, dopo una serie di orgasmi lunga un decennio, a curvarsi in un’annoiata routine o degenerare in una bulimia patologica e insoddisfatta. Ma entrambe allo spettatore sono risparmiate.

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Onore al cast, con un Joaquin Phoenix pieno di umorismo e intensità naif, Josh Brolin perfetto nei ridicoli panni dell’investigatore duro e ben poco puro, Jena Malone una dolente ex eroinomane dai sogni ancora vivi, Owen Wilson che cerca di ritagliarsi uno spazio meno istrionico di quando lavora con l’altro Anderson (il suo sodale Wes), Reese Witherspoon che incarna la rigidità repubblicana, Martin Short che si assume il compito di dar vita al personaggio più buffonesco, più una serie di comprimari che regalano pennellate di un’umanità più viva che mai, lampeggiante nella decadenza.

Vizio di forma di Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix, Catherine Waterston, Benicio Del Toro, Jena Malone, Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Martin Short, Erik Roberts. Usa, 2014. 148 minuti.

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