… a conoscere il ghiaccio

Recensione di “I racconti di Kolyma” di Varlam Salamov

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi

Kolyma, Siberia. Una terra spoglia, coperta dai ghiacci per undici mesi l’anno, dove la temperatura arriva a toccare anche i sessanta gradi sotto zero e lo sputo gela in aria. È qui che negli anni più bui dello stalinismo vengono deportate decine di migliaia di persone, chiuse in campi di lavoro che in nulla differiscono dai lager nazisti e sfruttate in ogni modo possibile per disboscare, costruire strade, estrarre minerali (oro soprattutto) dai giacimenti. In questo scenario di orrore e di morte finisce anche Varlan Salamov. È il 1937; lo scrittore ha trent’anni e deve scontare una condanna per “attività controrivoluzionaria trockista”. Alla Kolyma Salamov rimarrà fino al 1953; riuscirà a sopravvivere, e soprattutto a non smarrire la propria umanità, cosa che in quella propaggine d’inferno fatta di nebbia gelida, cibo scarso, lavoro massacrante e violenza fisica e psicologica continua, equivale a un miracolo. È grazie a questo miracolo che sono nati I racconti di Kolyma, viaggio allucinante in quell’abisso di depravazione e atrocità che l’uomo, se messo nelle condizioni di farlo, è perfettamente in grado di concepire, realizzare e infliggere al suo prossimo. Continua a leggere … a conoscere il ghiaccio

Piccole cose a precipizio sulla storia

Recensione di “Gli anni della leggerezza” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Gli anni della leggerezza, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Gli anni della leggerezza, Fazi Editore

1937. Il controllato piacere di vivere, la sobria felicità della ricca borghesia inglese hanno il ritmo quieto e regolare dei riti immutabili della quotidianità familiare e del rispetto rigoroso delle convenzioni sociali; il microcosmo individuale, con il suo circolo chiuso di affetti, ruota all’unisono con il formicolare della vita di società; gli impegni e i doveri della professione si stemperano nella generosa concessione di svaghi e ozi, tra eleganti pranzi al club e deliziose serate a teatro, mentre agli incontri d’affari riservati ai soli uomini fanno da contraltare le fitte chiacchiere tra donne scambiate all’ora del the. Le cure della casa demandate a domestici e servitù, e quelle ai figli premurosamente dispensate dalle madri da una parte; la difesa e l’accrescimento del patrimonio, le carriere cui destinare i primogeniti e il futuro delle bambine, problemi che tocca ai padri affrontare, questioni che è compito delle famiglie trattare, dallaltra; un mondo intero separato da confini netti, da aree dirette di competenza, che trova il proprio equilibrio, la propria coesione, nella meccanicistica precisione dell’ordinamento domestico, specchio del più ampio consesso sociopolitico.

Sono anni leggeri, in buona misura perfino spensierati, gioiosi e lucenti quelli che preludono ai tragici genocidi del secondo conflitto mondiale, anni durante i quali si fa sempre più tenue la traumatica memoria degli orrori della Grande Guerra e parallelamente, giorno dopo giorno, acquista forza, e consistenza, la speranza che l’umanità non debba mai più conoscere l’abisso dello sterminio, la bestialità delle trincee, lo stupefatto terrore di fronte all’invisibile, inarrestabile, spietata morte dispensata dai gas chimici.

E questi anni di leggiadria, questo tempo carico d’innocente amarezza e sospeso dinanzi al più cupo degli abissi racconta, attraverso una prosa di superba bellezza, nello stile allo stesso tempo disincantato e meravigliosamente affascinante di una cronaca che è anche affresco, mosaico familiare, ritratto generazionale, romanzo psicologico e di formazione, la scrittrice Elizabeth Jane Howard (scomparsa un anno fa) ne Gli anni della leggerezza, primo, scintillante capitolo di una saga che vede protagonista la dinastia dei Cazalet.

La Howard sceglie una sostanziale unità di tempo (il romanzo, 600 pagine che si leggono d’un fiato, si svolge nell’arco di pochi mesi) e di luogo (la residenza estiva della famiglia nel Sussex, di proprietà del patriarca William, cui i figli Hugh, Edward e Rupert, tutti sposati con figli, hanno affibbiato, con ironico affetto, il nomignolo di Generale, e di sua moglie Kitty, ribattezzata Duchessa) per inoltrarsi nel chiaroscuro di dinamiche familiari e di coppia (oltre ai tre maschi, i Cazalet hanno anche una figlia, Rachel, altruista, gentile, votata agli altri, talmente devota al bene altrui da trascurare il proprio, da mettere in secondo piano l’appagamento personale, custodito, con gelosia e un sottile, tagliente senso di colpa, nell’amore, devotamente ricambiato, per la violinista Sid) disseminate di laceranti paure, segreti scomodi, angoscianti dilemmi, scomposte passioni, ambizioni confuse e impetuose e sogni incrollabilmente caparbi nella loro polverosa modestia; ed è nell’ordinarietà di eventi all’apparenza privi di interesse, nella loro manifesta “immaterialità” narrativa, che l’autrice, con sorprendente e prezioso talento, fa emergere un’indimenticabile galleria di ritratti, una teoria caratteri che riverberano, nella dolorosa fatica di vivere di anime destinate alla solitudine, dolcissime pene d’amore, fin troppo umane preoccupazioni, sordide miserie, trionfanti egoismi, cocenti rimorsi.

Pesati sulla metafisica bilancia di una giustizia che sembra coincidere con l’ora fatale nella quale l’Europa divamperà nel fuoco distruttore di una nuova guerra, i protagonisti della famiglia Cazalet, passo dopo passo, nell’inconsapevole consumo del qui e ora, svelano se stessi nella più sincera delle confessioni, quella dettata dalle azioni: il gaudente Edward, seduttore brillante che non si fa scrupolo di tradire la moglie Villy e arriva fino a insidiare la propria figlia maggiore; Hugh, il primogenito, tornato mutilato nel corpo e nello spirito dal fronte, marito irreprensibile, padre amorevole, lavoratore onesto e intransigente, uomo dotato di ogni virtù, eccezion fatta quella di comprendere, e di conseguenza soddisfare, i bisogni della donna che ha sposato; Rupert, aspirante pittore in cerca della propria dimensione; tutti i loro figli, alle prese con la vertigine entusiasmante e spaventosa di una fanciullezza prossima a divenire adolescenza o di un’infanzia che il tumultuare degli eventi del mondo rischia di spezzare una volta per sempre; la già citata Rachel e il suo amore silenzioso e sofferto.

E assieme a loro ecco muoversi le ombre della servitù, cui l’autrice dona, con un magistrale senso delle proporzioni e un’attenzione autentica, voce, concretezza e dignità, e i parenti acquisiti, come Jessica, sorella di Villy, anch’ella sposata e madre di quattro figli, o la bellissima e insicura Zoe, seconda moglie di Rupert, risposatosi dopo la scomparsa di Isobel, morta nel dare alla luce il loro secondo figlio.

Romanzo “di piccole cose a precipizio sulla storia”, Gli anni della leggerezza non è soltanto un magnifico esercizio di scrittura e un esempio fulgido di creatività, è unopera di rara intensità, irresistibilmente coinvolgente. La perfezione stilistica e formale di Elizabeth Jane Howard, unita alla sua lucida capacità d’analisi e alla sua non comune sensibilità (di donna e di scrittrice), permette la maturazione di una prosa unica, che quasi parola per parola nutre senza mai saziare, soddisfa lasciando inalterato il desiderio di leggere ancora, scoprire di più, sapere altro, penetrare così a fondo nel mondo che ha costruito da non poter più tornare indietro, da essere costretti ad abitare nelle sue pagine.

Prima di lasciarvi, come sempre, all’inizio del romanzo (la traduzione, per Fazi Editore, è di Manuela Francescon), desidero ringraziare di cuore Guido Grisolia, caro amico cui devo l’incontro con questa scrittrice e la folgorante scoperta de Gli anni della leggerezza. Buona lettura a tutti.

Lansdowne Road, 1937. La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia (sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio) si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro la parete: perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini. Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe lavata i capelli.

Una stazione della via della croce

Recensione di “Bagatelle per un massacro” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro, Guanda

È difficile accostarsi all’opera controversa di un maestro. Arduo scoprire nella genialità espressiva, nell’estetica disperata della forma (che perfettamente coincide con la sostanza), nella verità rivelata con la sincerità piena e irresponsabile del vinto, di chi, messa definitivamente da parte la speranza non ha più ragione di temere nulla e anzi si espone quasi con voluttà al perbenismo ferino del mondo, la corruzione di un odio che, spinto oltre se stesso, deraglia, rompe ogni argine e, come un veleno per il quale non esiste antidoto, sembra intossicare tutto ciò che sfiora. Impressiona aggirarsi nel rigoglio letterario di una prosa tumultuosa e infaticabile, che ha l’impazienza frenetica dello sfogo e l’ardore allucinato del risentimento, della rabbia, e nello stesso tempo venir costretti alla contemplazione dolorosa di un deserto d’emozioni spazzato unicamente da cieche folate di crudeltà.

In una parola, lascia senza fiato leggere Bagatelle per un massacro di Louis-Ferdinand Céline, libro maledetto condannato dalla storia come ignobile, vergognoso pamphlet antisemita, opera-scandalo che al suo apparire in Francia (venne pubblicata nel 1937) trovò favorevolissima accoglienza tra il pubblico (contribuendo così suo malgrado a smascherare il diffuso sentire antiebraico del Paese) e che è insieme così simile e così opposta ai capolavori Morte a credito e Viaggio al termine della notte che avevano visto la luce soltanto pochi anni prima.

Simile nell’ineguagliabile splendore narrativo e nella denuncia preziosa della sostanziale ipocrisia del vivere (o per dir meglio dell’esser vivi), e diverso fino ad apparire mostruoso nella scelta del bersaglio polemico (gli ebrei, anzi, l’ebreo, archetipo di tutti i mali, cuore oscuro dei peggiori complotti, segreto reggitore del mondo e causa prima e ultima delle sue disgrazie) e nell’accanimento posto a distruggerlo. E le parole sembrano mancare, di fronte a questo libro, perché Céline è scrittore troppo grande e uomo troppo onesto nelle sue gigantesche imperfezioni per subire la mortificazione di giustificazioni, o peggio di banalità spacciate per ragioni, per spiegazioni. Come ben spiega Ugo Leonzio nella prefazione all’edizione italiana di Bagatelle per un massacro pubblicata da Guanda, “Ogni metodo usato per situare o circoscrivere questo disumano atto d’accusa e di autoaccusa rischia di apparire funesto o ridicolo: ridicole le motivazioni patologiche («un momento di follia») e quelle estetiche («l’antisemitismo è solo una metafora dell’odio per il mondo»); funeste quelle psicologistiche («Céline vuole fare scandalo perché in una fase di impotenza creativa») e quelle enigmatiche («Bagatelles è un pamphlet antisemita ma noi non sappiamo cosa siano gli ebrei per Céline»)”.

Come affrontare, dunque, le Bagatelle céliniane? Non certo, a mio giudizio, accusando l’autore di aver tradito se stesso scrivendo questo livoroso libello; un po’ perché non è certo il livore a mancare nella produzione letteraria di Céline considerata nel suo insieme (in questo blog trovate diverse recensioni dei suoi romanzi), ma soprattutto perché il grande francese è sempre stato lucido nel suo delirio umano e letterario, e ha deliziato, provocato, insultato, esaltato e deluso lettori, amici e nemici con studiata indignazione, vivendo interamente in ogni parola scritta, respirando in ogni frase, urlando in ogni pagina.

Non c’è ombra di pentimento nei suoi romanzi, proprio come non c’è ammissione di colpa; Céline, esperto d’uomini come nessun altro, non spreca tempo a interrogare se stesso, non si balocca con l’autocoscienza e la confessione. Quel che ci racconta è sì la sua vita, ma riflessa in quella degli altri; egli è testimone del folle e tragico spettacolo del mondo e quando l’insensato girotondo della vita lo prende con sé per scaraventarlo tra gli altri, semplicemente gli usa violenza, lo costringe a sporcarsi le mani, a misurarsi di nuovo con il più grande dei dolori, quello del tradimento.

E il tradimento di cui Céline è vittima, quello che lui, medico dei poveri prima che scrittore, dichiara senza sosta di aver patito e di patire, è quello dell’amore negato. L’uomo, ci dice Céline, non merita il sacrificio dell’amore, e gli accenti di profonda disperazione che colorano questa sua ammissione spalancano le porte alla distorta rivalsa dell’odio, che nella sua furia non spreca tempo a far distinzioni. Così, l’ansia di giustizia, priva di freni, diviene condanna di tutte le ingiustizie, delle reali come delle immaginate, e l’opposizione al potere e alle sue prevaricazioni rifiuto di ogni meccanismo del potere (compresi quelli indispensabili), ripulsa di ogni incarnazione, anche in questo caso delle reali come delle immaginate (il borghese, l’ebreo, il massone… chiunque si possa agevolmente vestire con i panni del nemico per eccellenza, buoni per ogni stagione).

Bagatelle allora? Bagatelle è tutto tranne un infortunio, un passo falso; è invece una tappa della discesa agli inferi di Céline, una stazione della sua via della croce. Con ogni probabilità, una delle più dolorose. “È curioso”, scrive ancora Leonzio, “come […] io veda accostarsi a Céline la figura prepotente di Karl Kraus, dell’ebreo Kraus. Per questi scrittori-attori, la corruzione non è solo un’irresistibile seduzione ma la testimonianza di un’irriducibile fedeltà alla vita […]. Io non credo che l’odio sia la tragedia dell’istinto ma la forma più perversa del dolore umano, dolore che si manifesta in un solo modo nel mondo e negli spazi infiniti: come privazione d’amore. L’odio è la forma più profonda e incomunicabile dell’amore”.

Tralascio, perché mai come in questo caso è cosa superflua, la trama dell’opera e vi lascio all’incipit di Bagatelle per un massacro. La traduzione è di Giancarlo Pontiggia. Buona lettura.
Il mondo è pieno di gente che si dice raffinata e che poi non è, ve l’assicuro, raffinata neanche tanto così. Io, servitor vostro, credo davvero di esserlo, un raffinato! Sputato! Autenticamente raffinato. Fino a poco tempo fa, facevo fatica ad ammetterlo… Resistevo… E poi un giorno mi sono arreso… Al diavolo!… Però sono un po’ infastidito dalla mia raffinatezza… Cosa si finirà per dire? Pretendere?… Insinuare?… Un vero raffinato, raffinato per diritto, per costume, garantito, di solito deve scrivere almeno come il sig. Gide, il sig. Vanderem, il sig. Benda, il sig. Duhamel, la signora Colette, la signora Femina, la signora Valéry, i “Théatres Français”… sdilinquirsi nella sfumatura… Mallarmé, Bergson, Alain… spompinarsi l’aggettivo… goncourtizzare… cristo! Inculare le mosche, frenetizzare l’Insignificante, cinguettare in pompa magna, pavoneggiarsi, chicchirichire ai microfoni… Rivelare i miei “dischi preferiti”… i miei progetti di conferenze….