La soave irruenza delle parole

Recensione di “La vita davanti a sé” di Romain Gary

Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza Editore

Essere ebrei può significare molte cose. Tra queste, lo sterminio nazista evitato per un soffio, una vecchiaia difficile segnata dalla precarietà e dalle malattie, un corpo sgraziato di quasi un quintale di peso utile solo a procurare affanni, e non ultima una casa al sesto piano di un palazzo malandato e privo d’ascensore. E oltre tutto questo, essere ebrei può significare un agrodolce passato da prostituta e un presente che a quella vita di strada si intreccia così strettamente da trasformare, per coloro che ancora si guadagnano il pane con il sesso mercenario, una donna qualunque in una specie di dono della provvidenza. Essere ebrei, nella periferia parigina dell’immediato secondo dopoguerra, può significare vestire i tragicomici panni di Madame Rosa, la “puttana buona” (ex puttana, in verità) che nella sua casa ospita e mantiene i figli delle colleghe, che a causa del loro lavoro – e soprattutto di quanto stabilito dalla legge, che impedisce a queste persone di prendersi cura della propria prole – non possono tenere con sé i loro bambini. E Madame Rosa, nutrita dall’affetto ingenuo e spavaldo di uno dei suoi figliocci, ricordata con rabbia e amore, disegnata nella disperazione, nelle lacrime e nelle risa, trattenuta in un soffocare di abbracci e in pazzi girotondi di parole, è tra gli indimenticabili protagonisti di un romanzo dolcissimo e terribile, scintillante di pietà e ruvido d’amarezza: La vita davanti a sé, pubblicato da Romain Gary (nome d’arte di Romain Kacev) nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar e vincitore, quello stesso anno, del prestigioso Premio Goncourt. Voce narrante del romanzo è Momò (Mohammed in realtà), un ragazzino arabo di dieci anni (che forse però di anni ne ha quattordici) che, gli occhi neri spalancati alla vita che ha davanti a sé, racconta con disarmante sincerità i suoi giorni bagnati di povertà e purezza in compagnia di altri bambini, tutti “figli di puttane” come lui. Continua a leggere La soave irruenza delle parole

Il genere, le specie

Recensione di “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli

San Felice Circeo, 29-30 settembre 1975. Due ragazze, una di diciannove, l’altra di diciassette anni, vengono sequestrate da tre giovani poco più che ventenni, tutti di buona famiglia, e ripetutamente seviziate. Una di loro muore in seguito alle violenze subite, l’altra miracolosamente sopravvive, riesce a chiedere aiuto, si salva e contribuisce all’immediata cattura di due dei responsabili; il terzo riuscirà a fuggire. Questi, in estrema sintesi, i fatti, così come si sono svolti e la cronaca, gli articoli di giornale e infine gli atti del processo a carico dei colpevoli li hanno restituiti alla pubblica opinione. E questo, dilatato a dismisura, aggirato, assediato, analizzato, scomposto, ignorato a bella posta per centinaia e centinaia di pagine e improvvisamente ripreso e messo al messo al centro di tutto, di ogni parola, di ogni riflessione, e ancora ripetuto infinitamente, come fosse la medesima scena di un film di continuo riproposta, o magari un intero film composto di un’unica scena, travestito da dilemma filosofico, mescolato a memorie personali, a confessioni, colorato di istanze politiche e problemi sociali, sezionato e studiato come un corpo nelle mani di un patologo, guardato al microscopio per individuarne l’infinitamente piccolo che lo compone e poi osservato con il telescopio, come una stella posta a siderale distanza, esattamente questo, l’evento terrificante, imprevedibile (o forse fin troppo prevedibile) che ha sconvolto un Paese intero rendendo manifesta a tutti una verità, una realtà che ci si era illusi bastasse tacere perché non si manifestasse, e cioè che l’orrore alberga ovunque, e che basta un nonnulla, un semplice concorso di circostanze favorevoli, o anche soltanto il naturale trascorrere del tempo, il suo maturare, perché si dia, si faccia, letteralmente, carne e sangue, è, o dovrebbe essere, l’argomento attorno a cui è costruito La scuola cattolica, monumentale lavoro di Edoardo Albinati, Premio Strega 2016.

Romanzo è scritto subito dopo il titolo e in più di un’occasione, leggendo le quasi 1.300 pagine che compongono il libro, viene spontaneo chiedersi se davvero di romanzo si tratti. Dal punto di vista squisitamente letterario, e dunque nelle scelte linguistiche, nell’ambientazione, nella costruzione dei personaggi e nel fluire della storia (ma esiste una storia qui? E se esiste, di che storia si tratta?), La scuola cattolica non può dirsi romanzo. Il suo autore, qui, non veste mai i panni del romanziere, non racconta, non narra, non si lascia mai andare al puro piacere della parola, rifiuta tanto l’incanto primigenio del suono quanto la potenza complessiva dell’insieme. Albinati non sembra scrivere per essere letto ma per rispondere a un bisogno, a una necessità, a un’urgenza. Il suo è un libro personale, intimo, un diario dal sapore ottocentesco, qualcosa cui egli si è accinto per sé solo, in obbedienza a una tensione interiore. Continua a leggere Il genere, le specie