L’uomo senza umanità

Recensione de “Lo straniero” di Albert Camus

Albert Camus, Lo straniero, Bompiani
Albert Camus, Lo straniero, Bompiani

Può ancora dirsi persona chi non ha sentimenti? Possiede un’anima, uno spirito, una vita interiore chi è incapace d’emozione? E l’esistere meccanico, freddo, impersonale, istintivo, primordiale dell’animale-uomo, la volontà cieca di sopravvivenza della carne e del sangue, in un parola quel che resta quando all’automatismo del respiro non si accompagna la coscienza di esso, cosa significa davvero? Come possiamo considerarlo, interpretarlo, giudicarlo? E quale rapporto lega l’amoralità (o meglio, la premoralità, la naturale assenza di moralità) dell’essere a ogni singolo essere nel mondo, a ogni individualità, al loro agire e alle conseguenze che ne derivano? Di queste domande (a nessuna delle quali si dà risposta), e della loro urgenza, è permeato Lo straniero di Albert Camus, straziante ritratto di un uomo, di un tempo e di una realtà che non hanno più nulla di umano (e che forse non l’hanno mai avuto).

In un’assoluta corrispondenza di forma e sostanza, attraverso una narrazione in prima persona atrocemente spoglia ed essenziale che da una parte amplifica l’effetto straniante dell’opera (dal momento che il personaggio principale, Meursault, rievoca le proprie vicende sempre con glaciale distacco, come se non gli appartenessero in alcun modo e il suo raccontare non fosse altro che una cronaca di fatti qualunque) e dall’altra contribuisce a rendere ancora più definitivi, ancora più assoluti (e disperati), i pensieri e le riflessioni elaborati dal protagonista – che ogni cosa osserva con sovrumana indifferenza, cogliendone (ma senza mai darsi la pena di accorgersene, e soprattutto senza mai voler trarre qualche conseguenza dalle conclusioni cui giunge, senza pretendere di dar loro concretezza) la sostanziale insensatezza e l’ineluttabilità sorda (tutto ciò che avviene lo fa nello stesso modo in cui il sole sorge e tramonta ogni giorno, senza curarsi degli uomini, delle loro speranze, dei loro dolori, del loro ridicolo affannarsi) – Camus precipita il nostro mondo e il nostro vivere, nelle tenebre della più spietata utopia negativa. Un’utopia tanto più terribile quanto più figlia dell’oggi, espressione del presente.

La densità, la materialità, la pesantezza fisica della sua prosa, talmente ancorata alle cose, agli oggetti, a tutto ciò che ha consistenza, peso, che è misurabile dai sensi, da cancellare alla radice qualsiasi declinazione emotiva (e pertanto ogni possibile implicazione etica) – alla morte della madre, drammatico accadimento con cui il romanzo si apre, Meursault non dedica che una veglia distratta, nel corso della quale soddisfa bisogni elementari e immediati con sigarette e caffè; all’amore, riassunto nella relazione con una ex collega, consacra esclusivamente il suo corpo; ai rapporti d’amicizia, che lo condurranno a commettere un omicidio e alla definitiva rovina, sembra sottomettersi più che aderire, limitandosi ad accettare supinamente tutto ciò che da questa relazione deriva, in primo luogo la catastrofe che lo travolge – non lascia spazio né a pietà né a speranza.

Perché la vita di Meursault, le sue scelte, le sue azioni, non sono il frutto di una rinuncia consapevole; egli, infatti, non decide di voltare le spalle al bene e di abbracciare il suo opposto in conseguenza di un trauma, o per ribellarsi a un evento considerato ingiusto, o per rabbia, odio o frustrazione; egli semplicemente non sceglie perché non può farlo, perché non ha mai conosciuto né abitato un mondo diverso da quello che descrive, un mondo nel quale ci fossero pianti, e risa, e ragioni capaci di muovere alla tristezza e alla gioia, e appartenenze da rivendicare e distanze da sottolineare.

Ma se è indubbio che “l’uomo senza umanità” Meursault sia malato, alienato al punto da essere straniero non soltanto a tutto quel che lo circonda ma in primo luogo a se stesso, è altrettanto chiaro che il protagonista del romanzo di Camus è un simbolo; egli è la rappresentazione dell’incomprensibilità della vita, delle ingiustizie insanabili (e insanabili perché inspiegabili, perché impossibili da giustificare) del mondo, e non ultimo dell’assenza di Dio, o, il che è lo stesso, della sua misteriosa presenza (inaccessibile agli uomini, costretti ad accontentarsi del precario rifugio della fede), e come tale ci pone di fronte all’abisso, al baratro, allo scandalo di un creato disegnato dal caso e incapace di compassione, al peccato originale e incancellabile di un furioso impulso alla generazione, cui sempre segue l’abbandono di chi, senza senso né scopo, è stato generato.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Bompiani, è di Alberto Zevi. Buona lettura.

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio:“Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

Né scrittore né filosofo. Ritratto di un artista

Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani
Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani

Schierarsi dalla parte della vita. Con voluttà d’amante, con partigiana convinzione, con devoto fervore. Scegliere il corpo, la carne, l’esistere fisico essenziale e primitivo, e prendere da lì le mosse, da quel che siamo nel momento in cui veniamo al mondo per giungere al cuore, e alla mente, e allo spirito. E infine tornare al cuore, al sangue, ai sensi. Accettare l’assurdo come sostanza di tutto quel che è, e rifiutare tanto la fredda disciplina del pensiero logico-razionale quanto le illusorie soluzioni del misticismo. Liberarsi da ogni sovrastruttura etica, dalla morale intesa come dovere e gettarsi con coraggio tra le braccia di una felicità agognata, orizzonte e traguardo di tutto ciò che esiste. Diritto inalienabile di tutto ciò che esiste. La sostanza tematica (e la successiva, ricca e suggestiva declinazione narrativa) dell’opera di Albert Camus è tutta qui, in un pessimismo atipico e commosso – a lungo, e a torto, scambiato per scolastico esistenzialismo – che è celebrazione dell’essere, del qui ed ora e del suo significato, la cui importanza così facilmente ci sfugge. Né scrittore né filosofo ma artista (così Camus si considerava e così voleva essere giudicato), egli si offre nei suoi scritti in una molteplicità di forme; attraverso la sincerità piena della confessione (che ritroviamo nei numerosi riferimenti autobiografici che caratterizzano in modo particolare le sue prime opere), nella progressiva sistematizzazione della sua architettura di pensiero e infine nell’artificio (mai fine a se stesso) letterario del romanzo. In ognuna di queste vesti, tuttavia, non vi è che un solo autore, un unico artista, un identico convincimento. La prosa di Camus, dunque, non è che la traduzione, lussureggiante e magnifica, di una serie di parole chiave, a loro volta espressione di una precisa visione del mondo; per il giovanissimo Albert che si avvicina alle lettere per volontà del fato (di famiglia poverissima, il padre morto nel corso nel primo conflitto mondiale e la madre analfabeta, egli attira l’attenzione del suo maestro elementare, Louis Germain, che decide di seguirlo anche oltre gli orari di lezione), così come per lo scrittore affermato e ammirato cui nel 1957 viene assegnato il premio Nobel, non è cambiato nulla, o quasi. Alla radice del suo lavoro c’è sempre la vita, respirata da un uomo nato, come tanti se non proprio come tutti, “a metà strada tra la miseria e il mare”. Per questa ragione, per questa sua incrollabile fedeltà a se stesso, l’opera più significativa di Camus è quella che ne segna l’esordio, Il rovescio e il diritto, una breve raccolta di saggi pubblicata per la prima volta ad Algeri nel 1937 (Albert Camus nacque in Algeria il 7 novembre del 1913) e vent’anni più tardi edita da Gallimard arricchita da un’introduzione dell’autore. Ed è proprio nelle splendide, intensissime pagine di questa introduzione che Camus rende ragione del suo “destino letterario”. “Brice Parain”, scrive, “pretende spesso che questo libro contenga il meglio di quel che ho scritto. Parain si sbaglia. Conoscendo la sua lealtà, non lo dico per quella impazienza che prende ogni artista di fronte a chi abbia l’impertinenza di preferire quel ch’egli è stato a quel ch’egli è. No, si sbaglia perché a ventidue anni, salvo il genio, uno sa appena scrivere. Però capisco quel che Parain, sapiente nemico dell’arte e filosofo della compassione, vuol dire. Vuol dire, e ha ragione, che c’è più vero amore in queste pagine sgraziate che in tutte quelle che son venute poi”. E ancora, e con ben maggiore incisività (unita a una limpidezza quasi brutale, che commuove e ferisce): “Se, nonostante tanti sforzi per costruire un linguaggio e far vivere dei miti, io non riuscirò un giorno a riscrivere Il rovescio e il diritto, non sarò mai riuscito a niente: questa è la mia oscura convinzione. In ogni caso nulla mi impedisce di sognare che ci riuscirò, di immaginare che metterò ancora al centro di quell’opera l’ammirevole silenzio di una madre e lo sforzo di un uomo per ritrovare una giustizia o un amore che equilibri quel silenzio.

Le meravigliose pagine de Il rovescio e il diritto, dove l’architettura del saggio sposa la narrazione fluida del racconto e il ricordo personale si stempera in esperienze di vita colte, comprese e restituite al lettore come patrimonio comune (di più, come l’unico patrimonio possibile degli esseri umani), custodiscono, in una sognante intensità fiabesca, il segreto dell’immortalità.

Eccovi l’incipit del primo dei saggi, intitolato L’ironia. La traduzione, per Bompiani, è di Sergio Morando. Buona lettura.
Due anni fa ho conosciuto una vecchia. Soffriva di una malattia di cui aveva creduto di morire. Il fianco sinistro le si era completamente paralizzato. Non le restava al mondo che una metà di se stessa mentre l’altra già le era estranea. Vecchietta irrequieta e ciarliera, era stata ridotta al silenzio e all’immobilità. Sola per lunghe giornate, analfabeta, poco sensibile, tutta la sua vita si rifaceva a Dio. Credeva in lui. Prova ne sia che aveva un rosario, un cristo di piombo e un san Giuseppe col bambino di stucco. Non era certa che la propria malattia fosse incurabile, ma lo affermava perché ci si interessasse a lei, rimettendosi per il resto al Dio ch’ella amava così male.